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17 settembre 2012 1 17 /09 /settembre /2012 09:46

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Dopo un po' impari la sottile differenza tra tenere una mano e incatenare un'anima.

E impari che l'amore non è appoggiarsi a qualcuno e la compagnia non è sicurezza.

E inizi a imparare che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse.

E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta e con gli occhi aperti
con la grazia di un adulto, non con il dolore di un bimbo.

Ed impari a costruire tutte le strade oggi perché il terreno di domani è troppo incerto per fare piani.

Dopo un po' impari che il sole scotta, se ne prendi troppo.

Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima, invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori.

E

 impari che puoi davvero sopportare, che sei davvero forte, e che vali davvero.

                 Crescere - Veronica A. Shoffstall

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12 settembre 2012 3 12 /09 /settembre /2012 09:39

Lettere a Lucylla.

Ci ritroviamo nell’ingorgo!

 

 

 

Cara Lucylla,

come stai?

Spero tutto bene, anzi benone.

Mia cara Lucy, il lavoro ha ripreso le sue direzioni, le scuole sono riaperte, gli uffici pure, insomma, si riparte.

Si riparte alla grande!

Si riparte di corsa!

Si riparte nervosi, arrabbiati, incattiviti l’uno con l’altro, non abbiamo tempo per guardare in faccia nessuno, neanche noi stessi.

Ancora ci ritroviamo nell’ingorgo e non solo stradale!

L’ingorgo della nostra vita.

Siamo ingorgati, ingolfati, bloccati, a correre, ad assolvere doveri, a dover togliere la polvere dagli scafali, a essere alla moda, scintillanti, in forma, impegnati, informati.

Mi chiedo se ne valga veramente la pena.

Tu che dici?

Come hai ripreso la vita di tutti i giorni?

Hai trascorso delle belle vacanze?

Le vacanze, andrebbero tolte dalla vita dell’uomo moderno!

Se ti sei assuefatto alla vita frenetica di città, d’estate vivi un vuoto insostenibile.

Se le vacanze ti riportano ai tuoi veri bisogni, ti fanno star bene, ti fanno comprendere che ciò che vivi 11 mesi l’anno, non è ciò che ti appartiene, allora tornare diventa depressivo.

Un po’ come in quello spot pubblicitario, dove le persone appena tornate dalle vacanze si trovavano a fare terapia di gruppo, a confrontarsi con ricordi e rimpianti.

Non è così lontano dalla realtà!

 

Bhe, ti abbraccio caldamente e devo dire che …..

Non so se l’augurio migliore sia quello di riabituarsi alla vita di città o sia quello di rimanere  in contatto depressivo con i propri bisogni.

Forse è il caso di trovare una nuova strada ai propri bisogni.

Non sembra così facile!

Bha, vedremo

 

La tua amica di sempre

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5 settembre 2012 3 05 /09 /settembre /2012 15:54

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IL DENARO

  



 può comprare una casa
ma non un focolare;
 

può comprare un letto
ma non il sonno;

può comprare un orologio
ma non il tempo;

può comprare un libro
ma non la conoscenza;

 può comprare una posizione
ma non il rispetto;

può pagare il dottore
ma non la salute;
 

può comprare l'anima
ma non la vita;

può comprare il sesso
ma non l'amore.

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3 settembre 2012 1 03 /09 /settembre /2012 07:57

 

Il riccio

                                                                        Fuga di Vita

Sabrina Costantini

 

 

 

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Avete visto il riccio?

Film francese del 2009, regia e sceneggiatura di Mona Achache. Tratto dal romanzo L’eleganza del riccio di Muriel Barbery.

Film assai interessante e ben fatto. Un esempio impareggiabile di “fuga elegante”. Ma andiamo per gradi.

La scena si apre con Paloma, una ragazzina di 11 anni che ci racconta giorno per giorno la sua triste esistenza, non attraverso un diario come fanno la maggior parte delle adolescenti, ma attraverso un proprio video, girato con una telecamera casalinga. La prima inquadratura avviene in uno dei suoi tanti nascondigli domestici, ormai non più segreti.

Paloma si nasconde dalla madre, in analisi e sotto farmaci ormai da una vita, ormai pura consuetudine e moda, si nasconde dalla sua vita, da tutti coloro che la circondano, dalla banalità, dalla noia, dalla sordità e dall’incomprensione.

Non siamo in un quartiere povero, no affatto, anzi in un palazzo abitato da famiglie alto borghesi. Persone infarcite di soldi, parole, fumo, alcool, apparenze.

La sua famiglia è costituita da madre (dedita più alle piante che alle figlie), padre, alto esponente politico che spenge le sigarette sotto il tappetino d’ingresso, assente quanto basta a non esserci, Paloma ed una sorella maggiore, che appare e scompare nelle sue rappresentazioni sceniche, quasi fosse un fantasma, a guisa materna.

La nostra Paloma, ragazzina assai intelligente e perspicace, ci esprime subito il suo intento: si suiciderà al compiere del 12° anno di età!

Perché?

Perché non vuol finire come il pesce rosso nella boccia di vetro. Questa è l’immagine che ha dei grandi, o almeno di quelli che la circondano. Esseri non pensanti, chiusi in una bolla di vetro, a girare sempre nella stessa vasca, pensando che sia il mondo intero.

Paradossalmente, non vuol morire, non vuol essere addomesticata, instupidita, imbrigliata. E così, filma la sua vita e i suoi personaggi e sottrae giorno dopo giorno gli ansiolitici della madre, per compiere il fatidico  gesto finale.

Si è disegnata anche il calendario per tenere il conto alla rovescia, che rappresenta la qualità delle sue giornate e della sua genialità.

Ma ….. un giorno farà due incontri strabilianti.

Uno riguarda un nuovo vicino, un giapponese (Kakuro Ozu) elegante e colto, con cui riuscirà a scambiare pensieri da mammiferi più evoluti del natante, sia in giapponese (lingua che sta studiando egregiamente) che in francese.

Il secondo incontro lo farà attraverso il giapponese, signore affatto snob che vede per primo Michel la portiera, ben oltre il suo ruolo.

Michel vive al piano terra, si occupa di tutte le faccende del condominio e da sempre si presentata come una donna sciatta, dimessa, semplice e taciturna. Quando Ozu viene le viene presentato,  Michel tira fuori una frase significativa di Tolstoj del romando Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice lo è a modo suo”.

Michel si da della stupida, ma il suo inconscio l’ha ormai tradita, è troppo tardi, Ozu ha capito, l’ha stanata.

E così anche Paloma riesce ad intrufolarsi nella casa di Michel e a scoprire che al di là dell’apparenza, quella donna ormai vedova da tempo, di cui nessuno si interessa, è una donna assai colta, con una sua biblioteca nascosta assai fornita, cultrice della lettura, del te e del cioccolato fondente.

Paloma, da ragazza intelligente, le riconosce di essere stata veramente brava, lei si è trovata un ottimo nascondiglio! L’ha stanata e le farà un disegno fedele, che la ritrae beata fra i suoi libri.

Il signor Ozu, invita Michel a cena a casa sua. Invito sorprendente per la portiera, affatto abituata a queste accortezze.

Alla fine accetta e i due sono fatti l’uno per l’altro. Segue la visione di un vecchio film amato da entrambi, segue un altro invito a cena fuori, con abito in omaggio da parte di lui (al primo invito lei, sprovvista, prende in prestito l’abito di una defunta e per la prima volta si reca dal parrucchiere).

Nel frattempo, Paloma esegue la sua prova generale, è quasi arriva al giorno del compleanno e scioglie una capsula della madre nell’acqua del pesce. Ritrova il pesce a galla e lo getta nel WC.

La mattina successiva, Michel che ha cenato con Ozu, trova il pesce nel proprio WC, non capisce ed è profondamente stupita, lo mette in una brocca ed esce al lavoro. Per salvare un vecchio in strada, viene investita stupidamente, morendo all’istante.

Paloma, incredula e addolorata, si reca nelle stanze di Michel e trova il pesce. Non sa spiegarsi come il pesce possa essere arrivato lì, ma c’è e quest’evento insieme al dolore per Michel, insieme al dolore per la fuga, all’insensatezza della fuga, la inducono a ricredersi sul suo intento e a cercare la bellezza della vita.

C’è speranza, ci sono altre persone intelligenti, sensibili con cui essere ……….

Ma Michel ne ha avuto paura. Michel il riccio del film, ispida fuori, tenera dentro, ha avuto paura della vita, dello scambio, delle persone, dell’amore, di sé stessa e non è riuscita ad andare oltre.

Paloma ha capito. La donna aveva tutto, tutte le possibilità, aveva danti il cambiamento, aveva l’amicizia, l’amore, lo scambio, la comprensione, ma non ne era abituata, vi era fuggita tutta la vita e ………. ne ha avuto paura.

Che fuga perfetta ed elegante. Per tutta la vita Michel, fuori casa si è vestita di abiti da portinaia, grigia, insignificante, senza alcuna pretesa, solo dentro un ruolo, niente più, niente di diverso. E’ fuggita dal mondo e ha vissuto unicamente in un mondo tutto suo, fatto di silenzio, di libri, di piaceri solitari e sottili.

Si è abituata così tanto a questo copione che quando ha intravisto la possibilità di cambiarlo, ha provato così tanta paura da fuggire per sempre, andarsene irrimediabilmente. L’intento copionale, è stato inconsapevolmente rivelato fin dal primo incontro fra Michel e Ozu, con la citazione di Anna Karenina, che finisce suicida (si butta sotto un treno).

Per fortuna, questo finale, questa vita sprecata ne ha salvata un’altra: quella di Paloma. La ragazzina ha compreso, ha vissuto e ha scelto per la vita, non più per la rinuncia e la fuga.

Questa maschera infatti, è una rinuncia alla vita, quella vita negata sì dai genitori, ma poi affermata nell’atto stesso della nascita.

Il fuggitivo, finchè fugge, fino a quando tiene in piedi questa maschera, non prende mai in prima persona, la responsabilità di volersi nel mondo, di affermarsi malgrado gli altri e ciò che gli altri desiderino.

Visto che qualcuno non li ha voluti all’origine, loro non si vogliono e non si affermano!

Questo film è veramente emblematico di questa ferita e di questa maschera.

La signora Michel, è una donna veramente interessante, intelligente, piena di umanità e risorse, le è bastato farsi sfuggire una frase in più, qualcosa che segnalasse il suo pensiero e la sua presenza, per darle l’opportunità di essere per qualcuno. Eppure …. è lei che ci dimostra di non volerlo.

In questo caso, la maschera non viene concretizzata in un corpo etereo e leggero, ma in un abito vuoto, insignificante, in uno sguardo comunque assente per gli altri, in un aspetto assolutamente atonico, a- tutto!

Ma ciò che conta è quanto riesca a mostrarci che il copione con la sua ferita e relativa maschera, li portiamo avanti noi e nessun altro, qualunque ne sia l’origine!

Chi c’è dentro non se ne rende conto, ma c’è sempre la possibilità di cambiare, la vita ci appartiene e non dobbiamo cederla ad altri, neanche a chi ci ha messo al mondo, negandoci poi con un non amore, o con un amore offerto in modo non adeguato, non rispondente ai nostri bisogni.

Non è mai così difficile come sembra, l’inizio è veramente banale, basta una frase, un sì, un no, un comportamento diverso e mille altre piccole cose.

A noi appaiono difficili, dolorosi, impossibili passaggi, ma in verità niente è veramente impossibile. Decidiamo di stare almeno per un attimo e vediamo cosa succede.

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30 agosto 2012 4 30 /08 /agosto /2012 13:53

Riflessioni sull’Amore …..

 

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Dei vari commenti ricevuto all’ebook, scritto con altri colleghi, “Come sto con me, come sto con gli altri?” (che potete scaricare qui gratuitamente), emerge sempre in primo piano il brano sull’Anima Gemella.

I brani sono molti e con tematiche assai diverse, eppure ciò che molte persone identificano o mettono in primo piano di questo ebook, è proprio questo.

Questo mi ha fatto rendere conto di quante persone cercano la cosiddetta Anima Gemella. Questo vuol dire anche che molte persone non l’hanno ancora trovata e faticano a trovarla.

Ci ricorda anche, quanto sia importante avere l’amore ed è strano che sia così difficile trovarlo.

Se tutti o quasi, lo desiderano, perché mai non si riesce a trovare qualcuno da amare?

Eppure l’amore è un bisogno fondamentale, è un diritto, è ciò che di più gratuito possa esserci.

Penso ci sia molto da riflettere ……….

Mi chiedo cosa capiti alle persone.

Paura di amare?

Paura di essere amati? Il che comporta, temere le aspettative dell’altro!?

Paura di soffrire?

Difficoltà a sentire?

Difficoltà a scegliere?

Paura di rinunciare?

Attaccamento alle vecchie abitudini/sicurezze?

 

L’amore è ciò di più semplice e a portata di mano e quello che può capitare a tutti noi in ogni momento, verso un uomo, verso una donna, un bambino, un amico, un genitore, un pensiero, un’ideale, un paesaggio ….

Eppure, le cose non vanno così semplicemente!

Che ci succede?

 

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19 agosto 2012 7 19 /08 /agosto /2012 14:30

….. Ho visto due gemelli

 

 

 

Un giorno al mare ho visto due gemelli.

Il giorno dopo erano ancora lì e quello seguente ancora lì e poi li ho persi.

Erano sempre nello stesso posto, con le spalle agli scogli, la stessa posizione, stessa faccia, stesso corpo, stessi asciugamani.

Loro solo loro, unicamente loro.

Nessun colore, nessun particolare che li facesse notare, non un ghiuzzo.

Due asciugamani, vicini in una soluzione di continuità imprescindibile, due racchette da spiaggia e una pallina.

Le racchette, l’unico diversivo della loro isola di protezione.

Smunti, magri, gli occhi infossati, sguardo assente, due corpi estranei, scarnificati, esangui, movimenti meccanici.

Il mondo per loro è solo un grande contenitore, da cui fuggire, le persone non esistono, non interessano, non fanno breccia, non esistono.

Giocando a racchette, uno dei due incita l’altro di metterci più energia, si sta guardando unicamente allo specchio.

Ogni movimento misurato, stanco, di una stanchezza che va ben oltre l’età che appartiene loro, la stanchezza di chi è arrivato a termine della propria vita.

Sono ancora nel ventre materno, eppure se ne sono andati da sempre, per sempre.

La loro unione, tuttora siglata da un sacco invisibile e unico, li rende ancora più forti di una fuga dal mondo.

 

 

Questi due gemelli, rappresentano un ottimo esempio della Maschera del Fuggitivo, un esempio estremo. 

Nel corpo, nella qualità del movimento, nello sguardo, nell’assenza di energia, nello scarso investimento verso il mondo animato e non, nella poca attenzione a sé, a come sono recepiti dal mondo.

Sono presenti ma assenti, quasi fantasmi, nessuna passione, nessun guizzo, nessun investimento, nessuno sguardo significativo, nessuno scambio, nessuna presenza.

Ci sono, ma non ci sono, sono in fuga dal mondo e nel mondo, occupano poco spazio, nel momento in cui li guardi non ci sono, non si incrociano neanche per sbaglio con gli umani. Non possiedono alcun peso, né corporeo, né vocale, né spaziale, non sono notati da alcuno.

Ti dimostrano che non hanno alcun interesse verso gli altri, verso la vita, vivono in un loro rituale di vita minimo, ma sono altrove. Inafferrabili, incomprensibili, rifiutanti e rifiutati.

Il loro legame inscindibile, tradisce la presenza di una doppia Maschera: quella del Dipendente.

L’uno non può far a meno dell’altro. Anziché differenziarsi, si uniscono più che mai, più della loro condizione primordiale, in un legame inscindibile, non possono vivere da soli, non hanno significato. Non si differenziano in alcun modo, sono uno e indivisibile, l’uno lo specchio dell’altro.

Certo, questo rappresenta un esempio molto estremo delle due maschere, con le relative ferite. L’estremo isolamento e solitudine, la dipendenza assoluta, lasciano supporre una condizione iniziale, una profonda ferita estrema, l’estremo rifiuto e abbandono.

In verità …. non sappiamo chi siano e quale sia la loro storia.

Non conosciamo nulla di loro.

Capite però che una condotta del genere, non lascia supporre se non una storia molto estrema, tale quale la loro condotta.

Quanto mostrano con la loro rappresentazione scenica di vita, è l’esteriorizzazione di un vissuto interno.

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12 agosto 2012 7 12 /08 /agosto /2012 16:03

Lettere a Lucylla.

Quanto tempo è passato!

 

 

 

Cara Lucylla,

quanto tempo è passato dalla nostra ultima lettera.

E quanto tempo è passato dall’ultima volta che ci siamo viste, non ricordo più neanche quando, ne ho un ricordo vago e a dir il vero anche un po’ spiacevole.

Certo è che sono successe molte cose, noi siamo tanto cambiate, le nostre vite si sono divise da tempo, ma nella mente e nel cuore non c’è dimenticanza.

Quel nastrino, quel filo che ci lega non si è spezzato, almeno dalla mia parte.

Di sicuro non si può competere con le missive di Seneca, con la portanza, con la trascendenza morale con cui si confidava con il suo amico fidato. Non di meno …. forse abbiamo alcune cose da dirci e un’occasione per riflettere sulle nostre vite, su chi ci circonda, su come va il mondo.

E allora, non mi dilungo oltre e ti confido ciò che più mi sta a cuore di dirti da tempo.

Lo so che per una donna sposata, con figlio, che per una figlia unica ,che si deve preoccupare e occupare dei genitori e delle loro ambasce, non è affatto facile. Lo so e ti capisco, eppure non basta.

Mia cara Lucy (permetti di chiamarti affettuosamente così), si devono coltivare anche le proprie passioni, non si deve dimenticare di essere donne, di essere femmine,di essere esseri pensanti, scusa il giro quasi lapalissiano, di essere umani completi e composti di mille cose, di emozioni, pensieri e fantasie.

Ecco, ci sei anche tu!

Lo so, forse ti faccio troppo da mamma, ma sono un po’ preoccupata. Mi ricordo che poi alla fine nei nostri giochi, ero io quella che forse dava il là, cominciava, vagava con la fantasia e ti trascinava, ma tu di fatto ti facevi trascinare e oggi sono ancora qui a trascinarti di nuovo.

Dai, fatti trascinare!

Non farti ammansuetire dagli impegni, dai doveri, dalle scelte prestabilite, dalla TV, dalle false illusioni. Non farti ingannare da quell’abito smesso di tua madre. Tua madre non è mai stata contenta e neanche tu.

Rifletti su questo.

Scusa, ma se mi permetto è perché ti voglio bene e non vorrei che tu ti trovassi al termine dei tuoi giorni a dire ma …… cosa ho veramente fatto?

A sentire che in mano non è rimasto nulla, a quantificare un impegno che si traduce solo in piccole cose materiali inconsistenti e insignificanti, che non riscaldano certo il cuore!

Quanto ti sei sentita amata Lucylla, quanto hai amato veramente e tu, quanto ti sei veramente amata e rispettata per la tua essenza?

Quand'è l'ultima volta che ti sei persa a sognare? Che hai inseguito un sogno? Che hai sentito vibrare il tuo corpo di trepidante vitalità?


Se  puoi, perdona la mia franchezza e  non avercela con me.

 

Con grande immenso affetto

La tua amica del cuore

            Sabrina

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9 agosto 2012 4 09 /08 /agosto /2012 15:05

                             Non ci sono più scuse al 

                                             Cambiamento!

 

 

 

 

 

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Guardate questo video.

 

https://www.youtube.com/watch?v=jjOmiLerT7o

 


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                             E' sorprendente!

Ci ricorda che i limiti stanno solo nella nostra testa, in come vediamo le cose, in ciò a cui decidiamo di credere!

 

Buona visione e .........

Trasformatevi in Farfalle libere quali siete!

Liberate la vostra essenza e nulla più!

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7 agosto 2012 2 07 /08 /agosto /2012 17:01

Le maschere:

Il Dipendente.

 

Dott.sa Sabrina Costantini

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La seconda ferita in termini evolutivi, è rappresentata dall’Abbandono, da cui ne segue la maschera del Dipendente.

Si tratta della seconda ferita, perchè come già detto, alla nascita o anche prima, si crea lo spazio di pensiero per il nuovo nato e se questo non è desiderato (per vari motivi), si struttura la ferita del rifiuto.

Successivamente, quanto il piccolo ormai è nato e fa parte della famiglia, si crea lo spazio della relazione e potenzialmente lo spazio per un eventuale abbandono. Di solito l’abbandono, avviene per opera del genitore di sesso opposto, dopo l’anno di età .

Mentre con la ferita del rifiuto siamo sul piano dell’essere, cioè viene rifiutata la persona nella sua esistenza stessa, nella ferita dell’abbandono siamo più sul piano del fare e dell’avere.

E’ come se, una volta imparato a camminare, ad avere un minimo di autonomia, il bambino fosse proiettato nel mondo e quindi acquisisse anche più spazio appunto nelle dimensioni del fare, del possesso, dei vari diritti e qui, in base a come rispondono i familiari, si gioca la ferita in questione.

Quanto libero spazio avrà a disposizione? Con quanta libertà può esplorare? Con quanta forza può chiedere? Può desiderare? Quali possessi, quali capacità, gli vengono riconosciute?

Il bambino che vedrà il suo spazio ridotto, in modo concreto, psicologico, morale, sociale, in toto o in parte, svilupperà questa ferita.

La restrizione è derivata dall’abbandono stesso.

Essendosi sentito abbandonato, il bambino cerca in continuazione l’approvazione, il legame col genitore rifiutante o con entrambe e per rinforzarlo, mantenerlo, o crearlo si mostrerà dipendente, come se l’autonomia, l’indipendenza, gli facessero rischiare di perdere il genitore, che con il suo abbandono, mostra indirettamente la non accettazione della crescita, della differenziazione, del minor bisogno.

Nessuno gli dice che non può fare delle cose, che non ha diritti, ma il rifiuto, gli farà perdere di vista sé, a favore dell’altro e del suo appoggio. Di fatto non acquisirà e non sperimenterà mai i propri liberi spazi. Si mostrerà sempre piccolo e bisognoso, nella speranza di non perdere il legame.

La persona che soffre di questa ferita, si mostrerà anche da adulto, bisognoso dell’altro, vissuto come indispensabile. Da solo non sa come cavarsela, è una vera nullità. Il senso di vergogna infatti, costituisce una costante del vissuto del dipendente. E’ un inetto, un incapace e se ne vergogna, deve nascondere queste inettitudini pena l’umiliazione.

A livello fisico, il corpo manca di tono, può essere lungo e sottile, ma fondamentalmente è un corpo che si accascia su sé. Il sistema muscolare sembra insufficiente e incapace di sostenerlo, braccia e gambe deboli, la colonna vertebrale parimenti non sembra capace di sostenere il suo peso, alcune parti possono essere cadenti o flaccide, come le spalle, seni, natiche, guance, pancia, scroto, ecc. Lo sguardo è caratterizzato da grandi occhi tristi, ma luminosi, come in attesa di aggrapparsi al primo che presta loro attenzione e di risucchiargli così la linfa vitale.

La differenza somatica fra il fuggitivo ed il dipendente sta nel fatto che, seppur magri entrambi, il primo è comunque tonico e si presenta con una postura eretta (deve essere pronto a fuggire), mentre il secondo è cadente, debole (deve essere predisposto ad essere sorretto). Lo sguardo del primo sarà inconsistente e assente, quello dell’altro magnetico, ti tiene lì, non sfugge e non fa fuggire, ammalia con il suo profondo bisogno.

Ma a che livello il dipendente è bisognoso?

Può essere a vari livelli, dipende dall’ambito scelto. Potrà esserlo a livello concreto, economico, ad es. una persona che non sa cavarsela da solo, non ha una fonte di reddito né di sostentamento minimo, che non sa sbrigare le faccende di tutti i giorni.

Ad un livello più interno, può trattarsi di una persona capace e indipendente dal punto di vista economico, ma che pensa di non sapersi gestire, di non saper trovare una ragione di vita, un colore, un piacere. A livello ultimo abbiamo una persona che se non si sente amato, pensa di non avere valore, di non essere degno di amore, di attenzione, di capacità, da solo non può farcela!

Naturalmente, come per le altre ferite, ci sono vari livelli di sofferenza e può verificarsi sovrapposizione con altre ferite. Di fatto, di solito chi soffre per la ferita dell’abbandono soffre anche di quella del rifiuto e a causa di ciò, l’abbandono diventa ancora più intollerabile.

A livello più profondo, avremo a che fare con un individuo tendente ad impersonare il ruolo di vittima, di povero soggetto, passivo, succube del mondo cattivo e crudele.

Tende a drammatizzare la sofferenza, il senso di impotenza, il dolore e tutte le emozioni provate. Con grande difficoltà si prende la responsabilità di sé, dei propri agiti aggressivi e delle proprie capacità.

L’aggressività del dipendente, di solito è di tipo passivo, attraverso appunto la lamentosità, la richiesta continua, la proiezione sull’altro di responsabilità, di decisioni, di aggressività, di angoscia, ecc.

La sua più grande angoscia riguarda la solitudine. Pensa di non potercela fare da solo, di non poter tollerare l’angoscia, il senso di vacuità, di inutilità, di indecisione, il senso di impotenza, di inconsistenza, di non amore, di rifiuto. La solitudine, suona per lui, come rifiuto e abbandono appunto. Non riesce a concepire l’idea di una solitudine-vuoto, spazio necessario per far emergere i propri contenuti interni.

In termini di Analisi Transazionale, si potrebbe dire che vive prevalentemente con lo stato dell’Io Bambino Adattato, sottomesso ad un genitore sadico-abbandonante. I giochi preferiti sono sicuramente Prendetemi a calci, l’alcolizzato, Guarda che mi hai fatto fare, Spalle al muro, Tutta colpa tua, Non è la volontà che mi manca, Il goffo pasticcione, Perché non … si ma.

Per ottenere il proprio obiettivo, può usare qualsiasi strategia (mostrando così le proprie capacità reali), la manipolazione, il broncio, il ricatto, la seduzione, il sesso, ecc. E i giochi sopra citati, anche diversi fra loro, rappresentano tutti varianti dello stesso atteggiamento di persona passiva, che desidera evitare a tutti i costi la solitudine, ma che nel contempo non se ne sente il diritto, perché in cuor suo teme e sa che verrà abbandonata e quindi per prima farà in modo che accada. Del resto, già il fatto di porsi come persona infantile, piagnucolosa, bisognosa, ecc. fa sì che l’altro prima o poi si stufi e sentendosi più un genitore che un partner o un amico alla pari, lo molli.

La decisione di porsi in quel modo alla fine, costituisce l’atto abbandonante!

Del resto, già la richiesta di chiedere attenzione è una grande responsabilità. Da una parte, il dipendente desidera averne, dall’altra teme di disturbare e di ricevere un rifiuto, intollerabile per lui, quest’ambivalenza produrrà comportamenti non chiari, spesso di segno opposto, che confonde e tiene lontano chi vi assiste.

Infatti alla fine, con le sue paure, con le sue difese, col suo mettere le mani avanti, ottiene proprio questo. Prima accennavo al gioco psicologico “Prendetemi a calci”, in breve, la persona in questione si presenta come vittima e implora gli altri di non prenderlo a calci, di trattarlo bene, per una serie di motivi e continua a chiedere, a piagnucolare, in vari modi, a tal punto che gli altri non ce la faranno più e lo prenderanno a calci, per mandarlo via. Con le parole dice non prendetemi a calci, ma col comportamento dice il contrario, perché questo è contenuto nel proprio copione, è ciò che sente di meritare.

Di solito, la persona dipendente ha lo sguardo infinitamente triste, spesso pensieri suicidi, che possono sfociare in tentati suicidi o suicidi minacciati. Difficilmente però porterà a termine quest’atto, perché in verità non vuole morire ma solo appoggio incondizionato.

Non di meno, teme profondamente le emozioni e i veri legami. Capita spesso che il dipendente faccia di tutto per sabotare la propria felicità e per terminare un legame. Non si sente realmente capace di portare avanti una relazione, l’abbandono è sempre in agguato e si sente profondamente incapace di tollerarlo. L’abbandono è in agguato proprio perché si sente profondamente incapace, insignificante, inconsistente, privo di valore, non amabile. Del resto se il genitore lo ha abbandonato, vuol dire che ce n’era realmente motivo. E quindi, per non soffrire ancora, lui per primo si saboterà e saboterà la relazione stessa.

Non tutte le persone che hanno sofferto di questa ferita, si comportano in questo modo così supplichevole, alcuni cercheranno di guadagnarsi attenzione, attaccamento e amore, con modi più indiretti, con lavoro, dedizione, impegno, con serietà, disponibilità incondizionata e con un atteggiamento apparentemente indipendente o contro dipendente.

Il modo in cui si esplica la ferita, dipende da una serie di fattori, fra i quali: la presenza di altre ferite, la presenza di figura familiari o extrafamiliari che hanno fornito esperienze diverse, l’insieme di capacità e di risorse, ecc.

E’ molto frequente riscontrare in queste persone, la presenza di agorafobia, che ricorda la condizione della loro infanzia, dove sono rimasti bloccati in un legame esclusivo con la madre. L’esclusività era determinata dal carico di responsabilità della felicità della loro madre, e dall’abbandono dal padre, che li ha lasciati ostaggi dell’altro genitore.

L’abbandono del padre, può avvenire in modi assai diversi, può essere causato dall’assenza fisica per motivi di lavoro, di legame, ecc., ma può anche essere dovuto ad una sorta di non impegno nel ruolo paterno, a causa di paure, incapacità, malattia (fisica, psichica), morte, ecc.

Non si deve pensare che l’abbandono risieda nell’atto di abbandonare fisicamente la casa ed il bambino, spesso l’assenza avviene in modo più sottile, si tratta di una mancanza di presenza emotiva.

Spesso questi bambini, si sono fatti carico, in modo diretto o indiretto, della malattia fisica, psichica, o della morte di qualcuno dei parenti stretti. La paura più grande, che li attanaglierà tutta la vita, riguarderà infatti la morte, la follia o il cambiamento, osteggiato proprio in quanto morte di tutte le abitudini e consuetudini rassicuranti.

La tendenza sarà quella di muoversi divorando in tutte le forme, col sesso, con la richiesta di attenzione continua, con richieste d’aiuto, con una alimentazione di tipo bulimica, ecc.

Di conseguenza a quanto detto, le malattie che più facilmente svilupperà, sono:

-       L’asma e problemi bronchiali, non ha mai abbastanza aria, non riesce a scambiarne con l’ambiente, tende a divorare e trattenere l’aria.

-       Spesso presenta disturbi pancreatici, ipoglicemia e diabete, mostrando una difficoltà anche qui di scambio con l’ambiente, che in questo caso riguardano gli zuccheri e la dolcezza.

-       Apparato digerente fragile, probabilmente fatica a digerire i bocconi amari ma anche a digerire tutto ciò che ingurgita, sotto la pressione dell’ansia inglobante.

-       La miopia ci mostra una certa difficoltà a guardare lontano, la paura del futuro.

-       Può soffrire anche  di emicranie. La pressione alla testa dunque impedisce di pensare, di vivere, di essere serenamente.

-       Può presentare anche malattie rare o incurabili, quelle che richiedono particolari attenzioni, cure e visite continue.

-       Spesso sviluppa forme depressive, più o meno profonde, derivanti dalla sensazione di essere stato abbandonato, di non essere amato a sufficienza, di essere idegno.

-       Anche l’isteria è un disturbo caratteristico del dipendente, costituendo proprio la via strutturata per ottenere attenzione e amore.

 

Come per tutte le altre ferite, anche per questa, il primo passo per il cambiamento è costituito dallo smascheramento.

E’ importante riuscire a vedere la propria maschera, il proprio comportamento e le sue origini, ovvero la ferita sottostante.

E’ assai doloroso recuperare il senso di abbandono originario, quello realmente subito, lo smarrimento, il non amore, la non libertà! Ma accettare di sentire, di vivere, di prendersi il proprio destino su sé, costituisce il primo grande passo per la presa visione di sé e la presa responsabilità delle proprie azioni nelle relazioni.

Comprendere che non si è vittime degli altri, ma attori protagonisti di quanto ci succede oggi, ci aiuterà a trovare le strategie per agire diversamente.

Non sarà facile, perché la formazione della maschera è stata la risultanza di mancanze genitoriali, di ferite che hanno procurato sofferenza, un’immagine di sé carente ed è una modalità cronicizzata nel tempo di vedere e interagire col mondo.

Nonostante ciò, si può cambiare, con cura, attenzione, impegno, si può cambiare.

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30 luglio 2012 1 30 /07 /luglio /2012 10:05

La “Zombie drug”

La consocete?

 

 

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La Zombie drug o droga degli Zobie: ne avete sentito parlare?

Si tratta di una delle ultime droghe, che ha allarmato per i suoi effetti cannibalici.

Si sono manifestati vari episodi in America e ora un caso anche in Italia, dove un uomo dopo la sua assunzione, ha morso la fidanzata.

Da www.affari.italiani.it

I due, lei 24enne ucraina, lui 26enne russo di buona famiglia, ex fidanzati, si sono incontrati la sera prima e si sono recati a casa. Secondo quanto si apprende, un amico del giovane russo li ha raggiunti con la droga e, dopo averla consumata con il 26enne, ha lasciato l'abitazione. Rimasti soli, la donna ha chiesto all'ex compagno di andare casa ma lui, sotto l'effetto dello stupefacente, ha cercato di strozzarla facendole perdere i sensi. La giovane ucraina si e' risvegliata nuda, coperta di sangue. L'uomo, sopra di lei, le aveva quasi staccato un labbro a morsi e l'aveva azzannata in altre parti del corpo. La donna e' fuggita urlando e i vicini, allarmati dalle grida, hanno chiamato la Polizia che ha fermato l'aggressore, arrestato con l'accusa di lesioni gravissime. La donna e' stata visitata in ospedale con prognosi di 25 giorni.

 

Gli episodi precedenti avevano visto come vittime, persone sconosciute, conosciute, in un caso il proprio cane ucciso e spellato, a Miami a fine maggio, un uomo nudo venne ucciso mentre stava mangiando in strada la faccia di un altro uomo. Tutti scenari inquietanti e cruenti!

La cosiddetta ‘droga del cannibale’ e’ conosciuta con diversi nomi: Bath Salts, White China, Lady Bubbles, Dynamite, Vanilla Sky, Ivory Wave e Cloud 9.

In questi ultimi tempi gli esperti hanno esaminato almeno una decina di sostanze stupefacenti conosciute con il nome di ‘sali da bagno’ o simili. Si tratta in realtà di un mix di tre molecole sintetiche, fra questi uno o piu’ derivati sintetici del ‘catinone’ (di cui fa parte anche l’ectasy). Questa sostanza in natura si trova nella pianta africana del Kat (Cataedulis), che contiene anche la catina.

Il catinone e’ un alcaloide che ha un forte effetto stimolante sul sistema nervoso centrale, simile strutturalmente alle anfetamine’.

Il catinone più conosciuto è il mefedrone, che induce in chi lo assume a perdere i freni inibitori, fino a diventare aggressivo e mordere altri esseri umani per cibarsene.

Gli effetti che i catinoni sintetici provocano sulla salute di chi li assume, sia immediatamente dopo l'uso che nel medio e lungo tempo, sono molto pericolosi ed includono eccessiva e maleodorante sudorazione, aumento della temperatura corporea, mal di testa, palpitazioni, nausea, paranoia, allucinazioni e attacchi di panico.

Queste sostanze infatti, agiscono su tutti i principali neurotrasmettitori stimolanti del sistema nervoso centrale, dalla serotonina alla dopamina, alla noradrenalina. Pensate un po’, che mix emotivo, cognitivo, attentivo, comportamentale, si scatena!

La sovrastimolazione del cuore e della circolazione sanguigna e la sovrastimolazione del sistema nervoso possono provocare attacchi che nel caso del catinone mefedrone, hanno condotto anche al decesso.

Il rischio inoltre, aumenta se i catinoni vengono associati all'uso di alcol o di altre droghe.

Il mefedrone induce dipendenza psicologica che spinge ad utilizzare la droga sempre più frequentemente, sviluppando una forma di ricerca compulsiva della sostanza e quindi di dipendenza da essa.

Un recente studio (della University of North Carolina Health Care, pubblicata sulla rivista 'Behavioural Brain Research') ha mostrato che il mefedrone puo' potenzialmente causare dipendenza e abuso, perche' i suoi effetti sul cervello riguardano quei circuiti della gratificazione, in modo del tutto simile e con dosi analoghe a quelle con cocaina. La ricerca e' stata condotta mediante autostimolazione intracranica in alcuni topi, una tecnica che misura la capacita' di una data sostanza di attivare i circuiti della ricompensa.

Il mefedrone ha mostrato di incrementare la gratificazione e di indurre dipendenza nella stessa modalità della cocaina.

Ricordiamo inoltre che, il costituente principale della “droga degli zombie”, il mefedrone, è nato come fertilizzante per le piante.

Si tratta di un tipo di sostanza che ha visto crescere enormemente la sua popolarita' negli ultimi cinque anni, perchè facilmente disponibile su Internet, oltre che nel mercato nero, conveniente e praticamente senza regolamentazione, aggiungiamo poi la peggiore qualità dell’ectasy (a detta dei consumatori) e l’incremento del costo della cocaina.

Il punto dolente riguarda la vendita online di questo tipo di droga, non ancora espressamente vietata. Alcune di queste sostanze facenti parte del mix, sono gia’ illegali e contenute nella tabella del Dpr 309/90. Di fatto sono illegati, non c’e’ quindi vacanza di legge, il problema e’ la vendita su Internet, difficilmente arrestabile, a causa della sua diffusione mondiale.

Dalla cronaca, in primo piano gli effetti comportamentali: l’induzione di cannibalismo!

Questo ha creato un gran allarme. Per la verità nessuna sostanza può indurre un comportamento così specifico. Quello che le droghe, alcol compreso, producono è una disinibizione e di conseguenza una slatentizzazione di processi sottostanti, di tipo emotivo, di personalità, comportamentali, ecc.

Se c’è una patologia, una struttura perversa, sadica, se c’è un disturbo, un trauma, di sicuro i suoi effetti emergono in massimo grado, sono lì pronti a manifestarsi in modo esplosivo non appena si toglie il tappo.

Ma, di mix anfetamino simili ce ne sono stati altri in passato, c’è stato il potente LSD e altri ancora, perché proprio questo tipo di reazione, modello zombie, proprio ora?

Probabilmente questa nuova droga ha un effetto netto nel togliere freni inibitori e ha agito come una bomba, in alcuni individui particolarmente aggressivi e instabili. Poi come si sa i mass media e la diffusione di certe notizie forniscono il contenitore, la forma entro cui inserire la propria condotta, questo accresce la quantità di casi con reazioni simili. Lo stesso fenomeno è stato visto in passato, per le condotte suicide, per atti vandalici, atti di bullismo, ecc.

C’è da chiedersi però, perché l’aggressività sia così tanto in aumento e perché mai assuma queste forme così cruente.

L’uomo che vuol divorare, mordere, sbranare un altro uomo!

I fattori sono presumibilmente tanti, ma certamente la nostra cultura è una delle maggiori creatrici di aggressività e violenza.

Pensiamo ai contenuti della stramaggioranza di film, telefilm, di giochi internet, di giochi della play station o simili, agli stessi cartoni animai, violenti in modo evidente o celato, aggiungiamoci la forma dei messaggi mediatici, aggressivi nella loro modalità invasiva, veloce e multi stimolo, ipnotizzante e passivizzante.

Pensiamo poi al nostro stile di vita, alla totale assenza di libertà. Non scegliamo realmente più nulla. Non esiste democrazia, se non nella forma. In verità non scegliamo il lavoro che desideriamo, non scegliamo più dove vivere, non scegliamo cosa mangiare, dove andare, come vestirci, cosa dire, come dirlo, cosa pensare, gli studi che desideriamo fare, gli hobbies, non possiamo esimerci di utilizzare certi mezzi di comunicazione, non possiamo ascoltare i nostri ritmi emotivi, biologici, circadiani, non possiamo più scegliere neanche i nostri sogni …….

I ritmi di vita sono incessanti, non ci si può tirare indietro dai vari incastri, si rischia di rimanere fuori dalla società, sentendoci magari in colpa, per rischiare di far perdere delle opportunità ai propri figli.

Insomma, siamo in una società che ci sottopone ad ogni sorta di sopruso e violenza ed i giovani, che non possono certo divertirsi più in modo sano, senza far uso di sostanze, ne sono le prime vittime, coloro che subiscono, che sono tarpati nei sogni e nelle possibilità, non possono che essere mine vaganti, degli zombie sì, sono morti viventi ancora prima di prendere queste nuove droghe, morti perché senza sogni si muore.

E guarda caso questa droga, una sostanza nata per fertilizzare le piante, riporta agli istinti più primordiali, quelli animali, quelli senza pensiero, né razionalità.

Questa droga ci fa tornare indietro, ci riporta là dove siamo venuti, ci conduce a sbranarci l’uno con l’altro, perché non troviamo più il dono della mediazione!

Perché non sappiamo più dove mettere i nostri pensieri, con chi condividerli, non sappiamo da che parte far uscire le frustrazioni e la rabbia, andiamo avanti, comprimiamo e nascondiamo.

Certo per fortuna, questa nuova droga non produce su tutti questi effetti dissacranti, non meno preoccupanti i danni sull’emotività, sulla salute, sulla condotta ……..

Non dovremmo arrivare ad allarmarci perché i nostri peggiori incubi, i film ritenuti pura invenzione, diventano incredibilmente realtà. La sofferenza e i danni ci sono, anche se si esprimono con modalità più accettabili e silenziose.

Pensiamoci!

Riflettiamo su cosa mettiamo dentro il nostro corpo, il nostro mondo, la nostra vita!

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