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7 agosto 2012 2 07 /08 /agosto /2012 17:01

Le maschere:

Il Dipendente.

 

Dott.sa Sabrina Costantini

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La seconda ferita in termini evolutivi, è rappresentata dall’Abbandono, da cui ne segue la maschera del Dipendente.

Si tratta della seconda ferita, perchè come già detto, alla nascita o anche prima, si crea lo spazio di pensiero per il nuovo nato e se questo non è desiderato (per vari motivi), si struttura la ferita del rifiuto.

Successivamente, quanto il piccolo ormai è nato e fa parte della famiglia, si crea lo spazio della relazione e potenzialmente lo spazio per un eventuale abbandono. Di solito l’abbandono, avviene per opera del genitore di sesso opposto, dopo l’anno di età .

Mentre con la ferita del rifiuto siamo sul piano dell’essere, cioè viene rifiutata la persona nella sua esistenza stessa, nella ferita dell’abbandono siamo più sul piano del fare e dell’avere.

E’ come se, una volta imparato a camminare, ad avere un minimo di autonomia, il bambino fosse proiettato nel mondo e quindi acquisisse anche più spazio appunto nelle dimensioni del fare, del possesso, dei vari diritti e qui, in base a come rispondono i familiari, si gioca la ferita in questione.

Quanto libero spazio avrà a disposizione? Con quanta libertà può esplorare? Con quanta forza può chiedere? Può desiderare? Quali possessi, quali capacità, gli vengono riconosciute?

Il bambino che vedrà il suo spazio ridotto, in modo concreto, psicologico, morale, sociale, in toto o in parte, svilupperà questa ferita.

La restrizione è derivata dall’abbandono stesso.

Essendosi sentito abbandonato, il bambino cerca in continuazione l’approvazione, il legame col genitore rifiutante o con entrambe e per rinforzarlo, mantenerlo, o crearlo si mostrerà dipendente, come se l’autonomia, l’indipendenza, gli facessero rischiare di perdere il genitore, che con il suo abbandono, mostra indirettamente la non accettazione della crescita, della differenziazione, del minor bisogno.

Nessuno gli dice che non può fare delle cose, che non ha diritti, ma il rifiuto, gli farà perdere di vista sé, a favore dell’altro e del suo appoggio. Di fatto non acquisirà e non sperimenterà mai i propri liberi spazi. Si mostrerà sempre piccolo e bisognoso, nella speranza di non perdere il legame.

La persona che soffre di questa ferita, si mostrerà anche da adulto, bisognoso dell’altro, vissuto come indispensabile. Da solo non sa come cavarsela, è una vera nullità. Il senso di vergogna infatti, costituisce una costante del vissuto del dipendente. E’ un inetto, un incapace e se ne vergogna, deve nascondere queste inettitudini pena l’umiliazione.

A livello fisico, il corpo manca di tono, può essere lungo e sottile, ma fondamentalmente è un corpo che si accascia su sé. Il sistema muscolare sembra insufficiente e incapace di sostenerlo, braccia e gambe deboli, la colonna vertebrale parimenti non sembra capace di sostenere il suo peso, alcune parti possono essere cadenti o flaccide, come le spalle, seni, natiche, guance, pancia, scroto, ecc. Lo sguardo è caratterizzato da grandi occhi tristi, ma luminosi, come in attesa di aggrapparsi al primo che presta loro attenzione e di risucchiargli così la linfa vitale.

La differenza somatica fra il fuggitivo ed il dipendente sta nel fatto che, seppur magri entrambi, il primo è comunque tonico e si presenta con una postura eretta (deve essere pronto a fuggire), mentre il secondo è cadente, debole (deve essere predisposto ad essere sorretto). Lo sguardo del primo sarà inconsistente e assente, quello dell’altro magnetico, ti tiene lì, non sfugge e non fa fuggire, ammalia con il suo profondo bisogno.

Ma a che livello il dipendente è bisognoso?

Può essere a vari livelli, dipende dall’ambito scelto. Potrà esserlo a livello concreto, economico, ad es. una persona che non sa cavarsela da solo, non ha una fonte di reddito né di sostentamento minimo, che non sa sbrigare le faccende di tutti i giorni.

Ad un livello più interno, può trattarsi di una persona capace e indipendente dal punto di vista economico, ma che pensa di non sapersi gestire, di non saper trovare una ragione di vita, un colore, un piacere. A livello ultimo abbiamo una persona che se non si sente amato, pensa di non avere valore, di non essere degno di amore, di attenzione, di capacità, da solo non può farcela!

Naturalmente, come per le altre ferite, ci sono vari livelli di sofferenza e può verificarsi sovrapposizione con altre ferite. Di fatto, di solito chi soffre per la ferita dell’abbandono soffre anche di quella del rifiuto e a causa di ciò, l’abbandono diventa ancora più intollerabile.

A livello più profondo, avremo a che fare con un individuo tendente ad impersonare il ruolo di vittima, di povero soggetto, passivo, succube del mondo cattivo e crudele.

Tende a drammatizzare la sofferenza, il senso di impotenza, il dolore e tutte le emozioni provate. Con grande difficoltà si prende la responsabilità di sé, dei propri agiti aggressivi e delle proprie capacità.

L’aggressività del dipendente, di solito è di tipo passivo, attraverso appunto la lamentosità, la richiesta continua, la proiezione sull’altro di responsabilità, di decisioni, di aggressività, di angoscia, ecc.

La sua più grande angoscia riguarda la solitudine. Pensa di non potercela fare da solo, di non poter tollerare l’angoscia, il senso di vacuità, di inutilità, di indecisione, il senso di impotenza, di inconsistenza, di non amore, di rifiuto. La solitudine, suona per lui, come rifiuto e abbandono appunto. Non riesce a concepire l’idea di una solitudine-vuoto, spazio necessario per far emergere i propri contenuti interni.

In termini di Analisi Transazionale, si potrebbe dire che vive prevalentemente con lo stato dell’Io Bambino Adattato, sottomesso ad un genitore sadico-abbandonante. I giochi preferiti sono sicuramente Prendetemi a calci, l’alcolizzato, Guarda che mi hai fatto fare, Spalle al muro, Tutta colpa tua, Non è la volontà che mi manca, Il goffo pasticcione, Perché non … si ma.

Per ottenere il proprio obiettivo, può usare qualsiasi strategia (mostrando così le proprie capacità reali), la manipolazione, il broncio, il ricatto, la seduzione, il sesso, ecc. E i giochi sopra citati, anche diversi fra loro, rappresentano tutti varianti dello stesso atteggiamento di persona passiva, che desidera evitare a tutti i costi la solitudine, ma che nel contempo non se ne sente il diritto, perché in cuor suo teme e sa che verrà abbandonata e quindi per prima farà in modo che accada. Del resto, già il fatto di porsi come persona infantile, piagnucolosa, bisognosa, ecc. fa sì che l’altro prima o poi si stufi e sentendosi più un genitore che un partner o un amico alla pari, lo molli.

La decisione di porsi in quel modo alla fine, costituisce l’atto abbandonante!

Del resto, già la richiesta di chiedere attenzione è una grande responsabilità. Da una parte, il dipendente desidera averne, dall’altra teme di disturbare e di ricevere un rifiuto, intollerabile per lui, quest’ambivalenza produrrà comportamenti non chiari, spesso di segno opposto, che confonde e tiene lontano chi vi assiste.

Infatti alla fine, con le sue paure, con le sue difese, col suo mettere le mani avanti, ottiene proprio questo. Prima accennavo al gioco psicologico “Prendetemi a calci”, in breve, la persona in questione si presenta come vittima e implora gli altri di non prenderlo a calci, di trattarlo bene, per una serie di motivi e continua a chiedere, a piagnucolare, in vari modi, a tal punto che gli altri non ce la faranno più e lo prenderanno a calci, per mandarlo via. Con le parole dice non prendetemi a calci, ma col comportamento dice il contrario, perché questo è contenuto nel proprio copione, è ciò che sente di meritare.

Di solito, la persona dipendente ha lo sguardo infinitamente triste, spesso pensieri suicidi, che possono sfociare in tentati suicidi o suicidi minacciati. Difficilmente però porterà a termine quest’atto, perché in verità non vuole morire ma solo appoggio incondizionato.

Non di meno, teme profondamente le emozioni e i veri legami. Capita spesso che il dipendente faccia di tutto per sabotare la propria felicità e per terminare un legame. Non si sente realmente capace di portare avanti una relazione, l’abbandono è sempre in agguato e si sente profondamente incapace di tollerarlo. L’abbandono è in agguato proprio perché si sente profondamente incapace, insignificante, inconsistente, privo di valore, non amabile. Del resto se il genitore lo ha abbandonato, vuol dire che ce n’era realmente motivo. E quindi, per non soffrire ancora, lui per primo si saboterà e saboterà la relazione stessa.

Non tutte le persone che hanno sofferto di questa ferita, si comportano in questo modo così supplichevole, alcuni cercheranno di guadagnarsi attenzione, attaccamento e amore, con modi più indiretti, con lavoro, dedizione, impegno, con serietà, disponibilità incondizionata e con un atteggiamento apparentemente indipendente o contro dipendente.

Il modo in cui si esplica la ferita, dipende da una serie di fattori, fra i quali: la presenza di altre ferite, la presenza di figura familiari o extrafamiliari che hanno fornito esperienze diverse, l’insieme di capacità e di risorse, ecc.

E’ molto frequente riscontrare in queste persone, la presenza di agorafobia, che ricorda la condizione della loro infanzia, dove sono rimasti bloccati in un legame esclusivo con la madre. L’esclusività era determinata dal carico di responsabilità della felicità della loro madre, e dall’abbandono dal padre, che li ha lasciati ostaggi dell’altro genitore.

L’abbandono del padre, può avvenire in modi assai diversi, può essere causato dall’assenza fisica per motivi di lavoro, di legame, ecc., ma può anche essere dovuto ad una sorta di non impegno nel ruolo paterno, a causa di paure, incapacità, malattia (fisica, psichica), morte, ecc.

Non si deve pensare che l’abbandono risieda nell’atto di abbandonare fisicamente la casa ed il bambino, spesso l’assenza avviene in modo più sottile, si tratta di una mancanza di presenza emotiva.

Spesso questi bambini, si sono fatti carico, in modo diretto o indiretto, della malattia fisica, psichica, o della morte di qualcuno dei parenti stretti. La paura più grande, che li attanaglierà tutta la vita, riguarderà infatti la morte, la follia o il cambiamento, osteggiato proprio in quanto morte di tutte le abitudini e consuetudini rassicuranti.

La tendenza sarà quella di muoversi divorando in tutte le forme, col sesso, con la richiesta di attenzione continua, con richieste d’aiuto, con una alimentazione di tipo bulimica, ecc.

Di conseguenza a quanto detto, le malattie che più facilmente svilupperà, sono:

-       L’asma e problemi bronchiali, non ha mai abbastanza aria, non riesce a scambiarne con l’ambiente, tende a divorare e trattenere l’aria.

-       Spesso presenta disturbi pancreatici, ipoglicemia e diabete, mostrando una difficoltà anche qui di scambio con l’ambiente, che in questo caso riguardano gli zuccheri e la dolcezza.

-       Apparato digerente fragile, probabilmente fatica a digerire i bocconi amari ma anche a digerire tutto ciò che ingurgita, sotto la pressione dell’ansia inglobante.

-       La miopia ci mostra una certa difficoltà a guardare lontano, la paura del futuro.

-       Può soffrire anche  di emicranie. La pressione alla testa dunque impedisce di pensare, di vivere, di essere serenamente.

-       Può presentare anche malattie rare o incurabili, quelle che richiedono particolari attenzioni, cure e visite continue.

-       Spesso sviluppa forme depressive, più o meno profonde, derivanti dalla sensazione di essere stato abbandonato, di non essere amato a sufficienza, di essere idegno.

-       Anche l’isteria è un disturbo caratteristico del dipendente, costituendo proprio la via strutturata per ottenere attenzione e amore.

 

Come per tutte le altre ferite, anche per questa, il primo passo per il cambiamento è costituito dallo smascheramento.

E’ importante riuscire a vedere la propria maschera, il proprio comportamento e le sue origini, ovvero la ferita sottostante.

E’ assai doloroso recuperare il senso di abbandono originario, quello realmente subito, lo smarrimento, il non amore, la non libertà! Ma accettare di sentire, di vivere, di prendersi il proprio destino su sé, costituisce il primo grande passo per la presa visione di sé e la presa responsabilità delle proprie azioni nelle relazioni.

Comprendere che non si è vittime degli altri, ma attori protagonisti di quanto ci succede oggi, ci aiuterà a trovare le strategie per agire diversamente.

Non sarà facile, perché la formazione della maschera è stata la risultanza di mancanze genitoriali, di ferite che hanno procurato sofferenza, un’immagine di sé carente ed è una modalità cronicizzata nel tempo di vedere e interagire col mondo.

Nonostante ciò, si può cambiare, con cura, attenzione, impegno, si può cambiare.

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