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17 gennaio 2011 1 17 /01 /gennaio /2011 14:21

Confidenze troppo intime

Dott.sa Sabrina Costantini

 

Con questo film, ancora una volta Lecont, ci spinge ad “un guardare”, tutt’altro che passivo. Incuriosisce con tracce sottili, per lasciare a noi il compito di tirare le fila, di quanto c’invita a comprendere.

La scena ha inizio con Anna, che si reca al primo appuntamento con uno psichiatra d’orientamento psicoanalitico, ma ….. bussa alla porta sbagliata, ovvero entra nello studio di un famoso fiscalista.

Si siede ed inizia a raccontare la propria vicenda. Lavora come commessa in una boutique ed è sposata con un uomo da vari anni, che ha perso il lavoro e anche l’interesse per lei. Ormai non la cerca più neanche sessualmente, anzi il marito la spinge a cercarsi un altro uomo, per poter lui stesso, assistere al rapporto fra i due. Ormai, è un’ossessione per lui!

Anna, fuma, piange, parla, senza lasciare molto spazio all’altro. Del resto il fiscalista, accortosi della confusione solo verso la fine della conversazione, non esplicita la propria identità. Riservandosi di farlo, al secondo appuntamento. Cosa, che non accade.

Scosso da quanto sta capitando, il fiscalista ne parla con l’ex moglie, che lo spinge a dire il vero e lo deride, ritenendolo incapace di aiutare qualcuno, in materia di relazioni. Questa lo ha lasciato ben sette volte e al momento intrattiene una relazione sentimentale con un culturista. Non manca però di ricercarlo sporadicamente, per fugaci incontri sessuali.

Il fiscalista, si rivolge così allo psichiatra, per spiegare quanto successo e chiedere consiglio. Questi, gli rimanda la “Sua” necessità di una risposta d’aiuto, individuata nella donna, col verificarsi del malinteso.

I loro ruoli poi, non sono così diversi, entrambe analizzano il dichiarato e il sommerso degli esseri umani! Lo psicoanalista, dal punto di vista dell’economia psichica, il fiscalista da quello dell’economia tributaria.

Lo psichiatra evidenzia come non possa più tirarsi indietro, la relazione è ormai stabilita, la signora si fida di lui e lui ha aperto un varco nel proprio mondo, costituito dall’universo femminile.

E così le sedute proseguono, anche dopo che viene svelato l’inganno. Anna continua a recarsi agli appuntamenti col terapeuta-fiscalista. Lei gli svela squarci della propria storia passata e lui mostra i suoi giocattoli dell’infanzia, posti con cura nello studio.

Anna, ha vissuto in una roulotte con la madre, sempre in spostamento verso il sud, verso il sole. Ogni tanto, la madre portava lì, uomini, dimenticandosi della figlia, che aspettava fuori.

Il fiscalista, vive e lavora nella casa del padre, ereditata a sua volta dal proprio padre, dove insieme ad oggetti, sono tramandate consuetudini, il lavoro e una segretaria, che si comporta con lui, con fare possessivo e intrusivo. Nonostante la loro morte, mantiene ancora intatta e chiusa, la camera dei genitori.

Ed è proprio ciò che entrambe ripetono, nella loro relazione. La pseudo-paziente lo introduce nella propria camera nuziale, lasciandolo lì a guardare. Lo pseudo-terapeutala ascolta, accoglie, si fa incuriosire e la tiene fuori dalla propria camera.

Fino a che il marito di lei, dopo averlo minacciato, lo induce ad assistere alla ritrovata sessualità con la moglie, conducendola in un albergo antistante lo studio.

Il fiscalista, taglia la relazione esplicitando il suo sentire, il suo ruolo di oggetto-mediatore nella coppia e il suo rifiuto di andare avanti. Si è spinta troppo oltre, con “confidenze troppo intime” della ritrovata intimità, senza tenere conto di lui, che è lì a guardare e dei suoi sentimenti.

Si realizza quanto ciascuno temeva ed evitava attraverso queste pseudo ricerche: l’ex moglie con i nuovi pseudo-compagni, Anna con uno pseudo-terapeuta, il fiscalista con una pseudo-relazione. L’errore stesso è uno pseudo-errore, in realtà Anna teme un vero terapeuta!

Ma … il processo evolutivo è già in atto, innescato dalla ricerca stessa e la separazione-separatezza ne rappresenta la sana conclusione.

Da ciò si realizza, quanto reso chiaro dallo psichiatra, la terapia ha come scopo il taglio del cordone ombelicale. Infatti, così avviene per tutti i personaggi.

Anna ha perso il “padre” nella stanza dei colloqui e il fiscalista le restituisce “l’accendino del padre”. In effetti, l’errore si verifica per evitare di lasciar andare il padre e le modalità relazionali infantili. La separazione dal marito, ripetizione del “là e allora” relazionale padre-bambina, la conduce all’individuazione dalle dinamiche familiari. Il fiscalista, le mostra un nuovo mondo di possibilità e di calore umano.

Il film ci fa vivere, con leggerezza e densità allo stesso tempo, il processo d’identificazione materna, da parte della donna, e paterna da parte del fiscalista, modellato con creatività, in relazione ai rispettivi bisogni. C’e separazione e rinnovamento, non rifiuto in toto, di quanto fa parte del bagaglio familiare.

Infatti, il finale vede Anna, stabilitasi al sole del sud, a realizzare la sublimazione di un sogno (diventare ballerina). Il fiscalista, compra un nuovo studio nello stesso paese di lei, con un nuovo stile, una rinnovata luce, una nuova vita.

E le “sedute” riprendono da persone libere ….

 

Regia: Patrice Le conte 2004, Francia

Attori: Sandrine Bonnaire, Fabrice Luchini, Michel Duchaussoy.

 

 

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17 gennaio 2011 1 17 /01 /gennaio /2011 13:53

Dipendenza d’Amore

Di Sabrina Costantini

 

 

La parola “dipendenza” evoca immediatamente nel nostro immaginario, una sorta di voragine emotiva, una catena relazionale, che può investire tutta una sequela di oggetti e situazioni, dalle sostanze psicotrope quali alcool, cocaina, eroina, ecc., al cibo, a tutte quegli oggetti che definiscono le nuove dipendenze (Costantini, 7/07/07; 20/03/08; 28/11/07), quali TV, cellulare, internet, gioco d’azzardo, sesso, denaro, lavoro, ecc., alla relazione del bambino con l’adulto.

Ormai risulta evidente che, la dipendenza non è generata da una specifica sostanza, bensì da una specifica relazione fra l’individuo e il suo ambiente, in alcuni ambiti specifici o nella condotta più generale. Certamente esistono delle sostanze, attività o oggetti, che più facilmente rispetto ad altri predispongono alla dipendenza, a causa di alcune caratteristiche quali la capacità nell’immediato di procurare piacere, la capacità di procurare evasione, il senso di pienezza, ecc. Non mancano poi gli esempi che contrastano con questa caratteristica, vedi ad esempio la dipendenza del masochista/sadico, l’identificazione con l’aggressore, ecc., che richiamano una realtà di dolore, umiliazione e sofferenza.

In linea generale però, non è l’oggetto in sé, la causa di tale legame. Ciò è stato ulteriormente verificato attraverso la variabilità dell’oggetto e la relatività culturale. Si è visto infatti che, il contesto socio-culturale può influire a tal punto, da indirizzare verso l’uso, l’abuso, o la dipendenza. In ambiti e culture diverse infatti, le stesse sostanze possono assumere valori completamente difformi. Ad esempio, le dipendenze e patologie alimentari, quali anoressia e bulimia, sono tipiche d’individui caucasici istruiti, di sesso femminile, economicamente avvantaggiati e radicati nella cultura occidentale, dove il modello femminile è improntato a una figura filiforme, con curve modellate alla perfezione e volumi dimensionati quasi ossessivamente. Al contrario, nelle nazioni dove la magrezza non è affatto considerata una virtù e un modello da imitare (come nei paesi africani), non si trova traccia di questo tipo di patologia (Gabbard, 1995).

Del resto anche le droghe, creano dipendenza solo nel nostro contesto. Infatti, vi sono vari esempi di culture ed epoche, in cui si assiste all’utilizzo di sostanze psicotrope, controllato e regolato nel tempo, nello spazio, con scopi ben specifici, quali l’uso sciamanico a scopo divinatorio o guaritore, l’uso cerimoniale, ecc. (Costantini, 28/11/07; Fain; Harrison; Zoja).

Ribadiamo quindi che, non è l’oggetto in sé a determinare una dipendenza, bensì il tipo di legame che l’individuo vi stabilisce: qualunque oggetto quindi, può diventare fonte di tale relazione.

La dipendenza, descrive il legame di sottomissione di un individuo, verso una persona, un gruppo, una sostanza o oggetto, il relativo comportamento adesivo, condiscendente, con il corrispondente stato emotivo di prostrazione e autosvalutazione. A livello di personalità, riscontriamo la mancanza d’autonomia e di capacità decisionale, conseguenti ad un’idea di sé sminuita, identificata con una visione d’individuo inetto, fragile, vittima bisognosa. Per cui, a livello di condotta la persona sarà sempre indecisa, si porrà mille dubbi in ogni piccola scelta, si appoggerà parzialmente o esclusivamente all’altro, ad oggetti e attività, per sentirsi al sicuro da errori, svalutando le proprie idee a favore di quelle altrui, il proprio sentire naturale a favore di un sentire alterato, la vita reale a favore di quella artificiale (indotta ad es. da internet, TV, ecc.).

Fra l’individuo e questi oggetti, si stabilisce una relazione di forte bisogno, legata al senso della propria identità, dell’immagine di sé, del proprio sentire, ad un livello tale che, in loro assenza si sperimenta un profondo vuoto e senso d’inadeguatezza.

Questo legame diventa di dipendenza, al pari di quello con una droga. Senza non si può vivere, niente ha un senso o valore, ci si sente spersi e smarriti. L’oggetto stesso diventerà motivo fondamentale, obiettivo di lavoro primario, significato di vita. Questi infatti, al pari delle sostanze psicotrope, conducono a sintomi di dipendenza fisica e psicologica, con i relativi fenomeni di tolleranza, astinenza e craving (Costantini,16/04/08).        

Un elemento distintivo del legame di dipendenza, consiste proprio nella perdita di controllo, non si può far a meno di quella data sostanza o oggetto, al di là della propria volontà ed intenzione. Gradualmente sarà dedicato sempre maggiore tempo alla ricerca o utilizzo di quel dato oggetto, come se costituisse interesse esclusivo, a discapito delle normali attività, relazioni sentimentali e sociali.

La dipendenza infatti, è prima di tutto “immobilità”, il disperato tentativo di trovare una stampella alla nostra autonomia, che si irrigidisce in un movimento vano, che da vorticoso diventa pietrificato. Il percorso è sempre lo stesso, nello slancio verso l’indipendenza si cerca a tutti i costi di evitare il dolore del distacco, per poi ritrovarsi in una condizione di assoluta dipendenza, che produce ad un nuovo sentimento di angoscia (Pulvirenti, 2007, pp. 5-11).

La Dipendenza d’Amore o dipendenza emotiva, si riferisce al legame di sottomissione che l’individuo stabilisce con l’altro. In questo caso, è la relazione stessa a costituire l’oggetto di dipendenza, con tutto il vissuto sottostante.

Cos’è che crea questo tipo di legame? Il bisogno d’Amore! Si tratta di un bisogno smodato e smanioso, che si basa su una sostanziale carenza basilare, su una ferita fondamentale, la ferita dei non amati, come la definisce Schellembaum P. (1995).

Si tratta di una condizione che si stabilisce fin dall’infanzia, sulla base della natura stessa del legame. Il bambino, è naturalmente ed evolutivamente dipendente. Si tratta di una dipendenza dai bisogni primari, quali la soddisfazione di fame, sete, freddo, protezione, ecc. Ma anche e soprattutto, si tratta della dipendenza dai bisogni emotivi (amore, accudimento, fiducia).

Il bambino, necessita della presenza adulta, per poter sopravvivere alle necessità del corpo e della psiche, per poter creare una propria individualità e identità, attraverso processi quali il rispecchiamento, la risonanza, l’empatia, l’identificazione proiettiva, ecc.

Il nutrimento emotivo, risulta fondamentale per lo sviluppo della consapevolezza, per la formazione della personalità e del senso di identità, per le funzioni sociali, per l’accettazione di frustrazione e realtà, per la costruzione della fiducia in sé e nell’altro: base fondamentale dello scambio e della relazione. L’emotività inoltre, rappresenta il ponte per lo sviluppo dell’intelligenza (Greenspan), costituisce un elemento fondamentale fin dai primi giorni di vita, in quanto schema, che attribuisce significato alle esperienze sensoriali, comportamentali, cognitive, ecc. Fornisce quindi un contenitore dotato di senso, entro cui inserire le esperienze interne, esterne e l’interazione fra esse.

Alla nascita però, il bambino non è in grado di direzionare, tanto meno comprendere, quanto avviene nel suo mondo esterno ed interno, necessitando appunto di figure genitoriali che lo conducano e sostengano in questo percorso. Gli adulti assolvono l’importante funzione di pre-digerire, comprendere, direzionare e reagire, permettendo quindi un modello di comprensibilità e gestibilità, fonte di rassicurazione ed apprendimento.

Risulta quindi evidente la disparità e l’asimmetria fra bambino ed adulto. Il bambino ha assolutamente bisogno dell’adulto per sopravvivere fisicamente ed emotivamente, per formare il senso di sé e della propria identità. Il bambino nutre naturalmente un bisogno ed una fiducia incondizionata, smisurata, che nel processo evolutivo va poi trasformandosi gradualmente in un rapporto più maturo, indipendente e realistico.

Ciò che crea la differenza è il modo in cui questi adulti e le circostanze occorrenti, gestiscono e assolvono il compito di accudimento e accompagnamento del piccolo, nella vita e nella crescita. La maggiore esperienza, capacità e potere dell’adulto infatti, dovrebbe essere veicolata da un’altrettanta attenzione al bambino stesso, ai suoi bisogni, alle sue naturali inclinazioni, alle sue ragioni (Bettelheim).

Un primo fondamentale fattore a favore di una crescita sana, risiede nel fatto che, la posizione di “superiorità” dell’adulto non dovrebbe esulare dal rispetto del bambino, in tutte le sue componenti: la condizione di “inferiorità”, di necessità, la fiducia smisurata, le naturali inclinazioni, le idee ed i sentimenti.

Un secondo fattore, risiede nella capacità di osservare il naturale andamento interno dell’individuo. Come ha ben descritto Winnicott, per favorire la realizzazione del vero sé, è necessario che l’adulto sappia dosare vicinanza e assenza, in modo che la prima non si trasformi in intrusione e la seconda in abbandono. La vicinanza deve assumere la funzione di protezione, amore, rispetto, sostegno, aiuto e non di prevaricazione, sostituzione, svalutazione. L’assenza a sua volta, deve essere guidata dalle necessità del bambino stesso, che in alcuni momenti è caratterizzata da un tempo e uno spazio di tranquillità, necessari per ristabilire un equilibrio interno e trovare un senso a quanto accade. Si tratta di un momentaneo e rispettoso ritiro dell’adulto e non di abbandono, distanza emotiva, vendetta, rivendicazione, rifiuto, ecc.

Un terzo importante elemento è costituito dalla capacità d’autoriflessione e di meta comprensione, da parte dell’adulto. Questi proietta naturalmente i propri bisogni, aspettative, desideri, insoddisfazioni, sui bambini (figli, allievi, pazienti, ecc.). Ma se non si crea uno spazio di riflessione e consapevolezza (almeno parziale), circa il ruolo che questi fattori rivestono nella relazione coi piccoli e nel loro modo di educarli, si creerà una notevole confusione e sofferenza da entrambe le parti, nonché il mancato rispetto delle due condizioni sopraelencate.

In questo caso infatti, non ci si trova di fronte a quello specifico bambino, ma a sé stessi da bambini, in relazione con le proprie figure di riferimento. Più l’infanzia sarà stata difficile, costellata di eventi traumatici e di relazioni morbose, più queste proiezioni saranno dannose, indifferenziate e pervasive.

Da quanto detto emerge che, lo stesso rapporto di dipendenza fra bambino e adulto, può condurre a risultati molto diversi. Se ci sarà rispetto, accettazione, ascolto delle sue fragilità e necessità, autosservazione e co-crescita, allora si otterrà un individuo sempre più sicuro di sé, autonomo, indipendente, fiducioso nelle proprie capacità e negli altri, sicuro della loro presenza e delle loro intenzioni. All’inverso la mancanza di queste componenti in toto o in parte, condurrà alla sopraffazione di una parte sull’altra, all’imposizione di regole e di un’educazione subita, alla svalutazione del bambino, delle sue risorse e della sua autonomia. Ne risulterà un individuo pieno d’insicurezze e rancori, incerto sulle proprie capacità e pertanto bisognoso di un appoggio e rassicurazione continua.

Il mancato rispetto del bambino, può veicolare messaggi diversi. Di fondo passa una non accettazione, trasmessa in ogni minimo sforzo per cambiarlo, imporgli le proprie idee, convinzioni, comportamenti e atteggiamenti. Il piccolo può attribuire questa non accettazione alla sua presunta non adeguatezza, “non sono abbastanza capace, non abbastanza intelligente, non intraprendente, ecc.”, oppure alla presunta “cattiveria”, “sono cattivo, faccio cose cattive, sporche, vietate, inadeguate, ecc.”. Alla base, troviamo lo stesso sentimento di non amore. Non si è amati per ciò che si è, ma solo a condizione di “essere più bravi, più capaci, più intelligenti, educati, disponibili, acquiescenti, ecc.”, diversi insomma. Pertanto, inconsapevolmente passa che i propri genitori non amano noi, ma ciò che vorrebbero che noi fossimo, magari ciò che loro avrebbero voluto essere.

Questi bambini perdono ben presto la capacità ed il diritto di gioire del semplice fatto di essere vivi, delle piccole cose, dei piccoli gesti di vicinanza, delle piccole grandi sorprese che il mondo li circonda, del piacere di imparare, di sentirsi capaci e apprezzati nella loro presenza. All’inverso, saranno ben presto presi da profonda angoscia e instabilità, da un’insicurezza e da un tremito di costante paura, da continuo bisogno di controllare l’ambiente, di scrutare ogni minima espressione e gesto degli altri, per poterne trarre un punto di riferimento, una guida e rassicurazione. Il mondo non è più un ambiente curioso da esplorare, ma una fonte costante di pericolo e incertezza.

Da qui, nasce il bisogno costante e inesauribile d’appoggio e d’amore, una voragine che non si riempie mai. Qualsiasi espressione d’amore non sarà mai sufficiente, perché non andrà mai a riempire il vuoto originario e quel senso di accettazione incondizionata, necessaria proprio da parte delle figure di riferimento fondamentali.

Qualche anno dopo avremo un individuo, che ci appare un adulto nel suo aspetto esterno, in molte condotte e scelte, ma ancora un bambino nel mondo interno, nelle relazioni ed emozioni, espresse nel continuo confronto con gli altri, nell’adesione parziale o totale a modelli esterni, nel continuo aggrapparsi a modelli esterni, per essere  al sicuro da “errori imperdonabili”. Quest’individuo ha bisogno di sentirsi amato a tutti i costi e come tale cercherà di compiacere l’altro in qualunque modo, pur di sentirsi lontano da eventuali abbandoni o rifiuti.

In questo modo si crea una Dipendenza d’Amore, non si può fare a meno di perseguire in modo ossessivo, rassicurazione, attenzione e amore. Senza questi elementi, la propria identità sembra andare in pezzi, ci si sente individui inutili, inetti, incapaci, assolutamente tremolanti davanti ad ogni decisione o azione autonoma. Non si può fare a meno dell’altro, della sua accettazione e del suo presunto amore incondizionato.

L’altro diventa come una droga, serve per mantenere l’equilibrio minimo di sopravvivenza psicologica. La relazione quindi sarà impregnata non dall’Amore, come si pensa o ci s’illude, ma da profondo bisogno e nello stesso tempo da un segreto risentimento. Si odia l’altro perché se ne ha bisogno. Si odia l’altro proprio perché si suppone che ci ami per la nostra acquiescenza, non per ciò che siamo. Si odia l’altro perché se ne continua ad avere bisogno, nonostante la consapevolezza di essere amati “a condizione di”, esattamente come già successo nelle relazioni primarie. Si cerca un amore riempitivo, ma alla fine si riproduce la ripetizione di quanto già vissuto nel passato.

Il ruolo dell’altro poi, può assumere varie sfaccettature, in ogni caso è sempre collusivo con i bisogni e i disagi del dipendente. Il partner quindi, non potrà mai essere un reale rifornimento di amore, rispetto e attenzione, ma colluderà con i bisogni di dipendenza, passività e svalutazione. Gli stessi genitori, che cercano di piegare i figli secondo i propri modelli, alla fine amano e rispettano assai più, quelli che in realtà non si adeguano, mostrando una loro testarda autonomia. Confermando così la svalutazione ed il rifiuto dell’individuo acquiescente, che pur avendo fatto di tutto per essere amato, ancora una volta, non riceverà che disprezzo e desolazione.

Un esempio di questo meccanismo, lo ritroviamo nel film Vento di passioni. Un colonnello, amareggiato dalle politiche del governo nei confronti degli indiani, si ritira dall’esercito per liberarsi “dalla sua pazzia”, vivere coi i suoi tre figli maschi e la moglie, in uno splendido scenario del Montana. Ben presto, la moglie lo abbandona e si ritroverà da solo a fare i conti con sé stesso e con i figli. Il primo di questi, Alfred, rappresenta la sua copia esatta di individuo corretto, retto, educato, fedele alla sua patria e al governo (farà carriera politica), innamorato di una donna che non lo ama e non lo amerà mai, esattamente come la madre Isabel nei confronti del padre. Il secondo figlio, Tristan, è esattamente l’opposto, ribelle, selvaggio, insensato, violento e fuorilegge (contrabbanderà alcool) e sposerà Isabel due, che però al contrario della madre, lo ama e lo aspetta fin dall’infanzia.

Ebbene, il padre ama e amerà sempre in modo incondizionato Tristan, che pure rappresenta quanto di diverso ha insegnato ai suoi figli. Il primogenito infatti, sembra quasi urtarlo, sino al rifiuto esplicito, dopo l’impegno politico. Gli nega qualsiasi scelta, insultandolo velatamente e svalutandolo nelle sue azioni, fino a maledirlo per l’amore nei confronti della promessa sposa di Tristan. Susan, prima di fidanzarsi con Tristan, è stata precedentemente la promessa sposa di Samuel, il terzogenito morto in guerra, questo però non comporta lo stesso disprezzo per Tristan.

Notiamo cioè un comportamento chiaramente disparitario, il capitano non riesce ad apprezzare ed amare il primo figlio, che pure rappresenta il suo esempio in persona, con la stessa intensità con cui ama il secondo, l’esatto opposto. Da una parte cerca di insegnare e promulgare dei valori, dall’altra però si riempie di stima e d’orgoglio verso il figlio che rispetta sé stesso e cresce secondo gli indirizzi della propria natura. Questo padre mostra chiaramente che da una parte vorrebbe spingere i figli a seguire il suo modello, dall’altra poi in realtà apprezza la loro spontaneità.

Due i motivi fondamentali di ciò, da una parte i ritorni di Tristan, gli fanno vivere un amore profondo e sincero, proprio perché provengono da un figlio ribelle che parte per poi tornare. Un figlio, che ama il padre per quello che è, nonostante le diversità. L’amore di Alfred invece è ambiguo, è intriso di rabbia e risentimento, nonché di gelosia e rivendicazione verso il fratello. Questi infatti, si è da sempre sforzato di essere amato, cercando di compiacere in ogni modo, con tanta fatica e scarso risultato. Dall’altra, questo modello paterno in realtà non è stato scelto liberamente, ma imposto a sua volta dal proprio padre, “la propria pazzia” appunto. Cioè il colonnello non esprime sé stesso negli insegnamenti promulgati, ma ripete un modello genitoriale impostogli, che non condivide e che riesce a rifiutare solo in tarda età. Per cui, il primogenito e anche il terzogenito, non fanno che rimandargli a specchio l’immagine di sé stesso, di figlio che tanto ha fatto, per adattarsi ai desideri del proprio padre. Alfred e Samuel, come del resto il padre, soffrono per una ferita di non amore profonda. Samuel non sopravviverà alla guerra, Alfred invece dopo aver perso la donna che amava, si libererà di questa ferita, scegliendo un gesto finalmente autonomo, un gesto fuorilegge e fuori dalla legge “del padre-del padre”.

Questo film è un chiaro esempio di quanto le scelte e le cecità dei genitori ricadano sui figli, fino al punto di passare un copione generazionale, che costringe la spontaneità e la libera espressione di sé stessi. In effetti Tristan, l’unico che ha vissuto rispettando fino in fondo sé stesso, è colui che vivrà più a lungo, vedrà morire tutti gli altri, avendo su di loro il medesimo effetto “dell’acqua che, incuneata nella roccia, gelando la schianterà”.

Quest’uomo, non fa niente di diretto per nuocere agli altri, è semplicemente sé stesso ed è questa sua naturalità, contro cui si scontrano le persone che invece soffrono per “il mal d’amore”, per il mal di sé stessi.

Lo stesso concetto esplicitato chiaramente, lo ritroviamo nel film Maria Montessori, una vita per i bambini, dove il padre dice chiaramente alla figlia, che nonostante abbia sempre seguito la strada indicatagli dal proprio padre, questi non è mai stato fiero di lui, come invece si sente lui nei confronti della propria figlia, che ha sempre agito contrariamente ai suoi insegnamenti.

Non a caso, Maria Montessori riuscirà a vedere ciò che gli altri non hanno mai visto, a credere in sé e negli altri come nessuno ha fatto fino ad allora. Per tutta la vita, non smetterà di cercare l’individualità, la naturalità e le risorse dei bambini di varia età, compreso di quelli reclusi nei manicomi, definiti deficienti, di quelli appartenenti ai ceti più svantaggiati, dei più difficili. I suoi genitori hanno creduto in lei e lei ha moltiplicato questa fiducia e quest’amore per tutto il mondo!

Il Principe delle maree all’inverso, costituisce un esempio eclatante di distruttività genitoriale, infatti sembra rappresentare l’espressione filmica di un manuale di psicopatologia familiare. Siamo di fronte ad un padre violento, concreto e per lo più assente, sia fisicamente che emotivamente, madre frustrata, scissa, razionale, anaffettiva e manipolatrice. Il risultato: tre figli, il primo, Luke, morto per difendere la casa appartenente alla famiglia da sempre, la seconda, Savanna, dedita al suicidio fin da piccola, scrittrice di talento immersa in un mondo incantato fra la protezione e la denuncia della propria realtà familiare ed infine Tom, secondogenito gemello di Savanna, il più pauroso e meno intraprendente, arrabbiato, cinico, ritirato dalla vita ed in procinto di perdere moglie e figlie.

La madre Laila, promuove ai figli dei valori contrastanti, da una parte passa loro la creatività, l’amore per la natura, la passionalità, il coraggio, dall’altra l’ambizione, la risolutezza, l’unione collusiva, triangolante, simbiotica e mortifera. Odia profondamente la sua vita, il suo matrimonio e ciò che non ha, ma protegge a tutti i costi la facciata della famiglia, sostenendo un mutismo pieno di segreti drammatici e dolorosi.

Questa donna, attraverso continui doppi messaggi, triangolazione dei figli, negazione degli affetti, insegna loro a non sentire, a non esprimere le proprie emozioni, a far finta che tutto vada bene, insegna a proteggere il presunto “buon nome” della famiglia, ma non ad amare realmente la propria famiglia. Stabilisce un patto mortifero, non si può infrangere il silenzio, né le mura domestiche, oltre le quali non possono uscire i traumi ed i drammi subiti. In definitiva, gli insegna a fuggire dalla realtà, a non rispettare sé stessi ed i propri bisogni. Fa capire ben presto loro, che il suo amore ha un prezzo e se non lo si vuol perdere, non si possono infrangere i dettami imposti. Lei stessa, che sembra cercare una realtà di maggiore rispetto e soddisfazione, in realtà cerca e otterrà un nuovo matrimonio, con un uomo solo più agiato e appariscente economicamente, ma non per questo realmente rispettoso.

I tre figli ormai adulti, mostrano chiaramente una Dipendenza d’Amore molto forte e dannosa, Luke esalterà la propria appartenenza familiare, attraverso un eroismo portato all’estrema conseguenza, teso ad immolarsi per difendere la propria casa materiale. Non morirà in Vietnam per la causa nazionale, ma per una guerra personale fra sé ed il governo. Ma in realtà, la guerra è con la madre che ha venduto l’isola al governo e che dopo aver sacrificato l’infanzia e la vita dei figli ad una causa fittizia, li tradisce per perseguire le proprie mire di ricchezza. Savanna, che vive sé stessa come una sopravvissuta dell’olocausto, trascorre la propria esistenza a combattere fra la vita e la morte, fra il silenzio e la rivelazione dei segreti familiari, scrivendo libri per bambini e poesie attraverso un nome inventato. Tom, si dibatte fra un presente ed un futuro ricco di amore e di figure amorevoli (la famiglia e gli allievi) ed un ritiro totale dalla vita, un lento suicidio emotivo. Anche il rapporto con le figlie, seppur mascherato da ironico gioco, è contraddistinto da costante richiesta di amore adesivo e incondizionato, una sorta di bisogno narcisistico assai simile a quello materno.

Tutto questo rappresenta il risultato di tre figli umiliati nella dignità, raggirati e risucchiati fin dalla nascita.

La loro dipendenza si esprime proprio nella loro ribellione. Quella che nell’infanzia era stata un’adesione totale, ad un certo punto si trasforma in ribellione altrettanto totale, oggetto principale ed esclusivo della propria vita. Non c’è spazio per una propria esistenza, costruttiva e autonoma, ma solo per il passato e il legame conflittuale con la madre, tanto potente e presente. La dipendenza si esprime proprio nella misura in cui, non decidono ciò che sentono meglio per sé, ma ciò che aggrada o si oppone a Laila. E’ ancora lei, la madre, il centro della loro vita.

Non a caso, è proprio Tom, il più debole e pauroso, meno intraprendente in questa ribellione, quello che sopravvive in modo più “banale” e “comune”, eppure in modo più costruttivo alla famiglia, colui che infrangerà la cortina di silenzio e di morte, raccontando alla psichiatra della sorella, i segreti tanto celati e pericolosi. Questa cesura, lo proietterà nella vita a tal punto, da fargli amare due donne per la sua intera esistenza, la moglie e la psichiatra. Che è un po’ come dire che riuscirà ad amare sia sua moglie, il suo presente ed il suo futuro, che sua madre ed il passato, con tutte le sue imperfezioni e pietose mancanze. La psichiatra infatti lo ha riportato a casa, facendogli vivere la rabbia, il dolore, l’amore e l’accettazione, gli restituisce l’infanzia e la madre, svincolandolo dalla sua ferita di non amore, aprendogli così le porte del futuro.

La ferita in questo caso, nasce da un amore condizionato da divieti e leggi materne. Si ama a patto che vengano rispettati i criteri e che ci sia un’adesione incondizionata, a scapito dell’altro coniuge, del resto del mondo e della propria esistenza. Qui, non c’è ombra di una coppia genitoriale che sostiene e accompagna i figli, in modo più o meno corretto, ma c’è una madre che allontana i figli dal padre, che chiede loro di schierarsi dalla sua parte e di essere amata in modo totale, a loro spese. Non ci sono dei bambini con le loro esigenze, ma una coppia litigiosa e violenta, che fa dei figli “gli unici ostaggi, della propria guerra privata”.

Non c’è rispetto per le loro aspirazioni, per i bisogni di vicinanza e di isolamento. Essi rappresentano solo dei soldati resi docili e obbedienti, che rispondono agli ordini impartiti, fino al punto da ingaggiare essi stessi, le loro guerre personali. Alla fine, i due coniugi risolvono le loro contese con una “semplice” separazione, i figli invece, che hanno assorbito tutto il copione familiare a detrimento della propria vita, rimangono tragicamente ostaggi di questo limbo fra la vita e la morte.

Il film Shine, descrive un altro tipo di copione, anche in questo caso, portato avanti ad ogni costo. David “la stella” è la storia autobiografica del pianista David Halfgott, il secondo di quattro figli, di una famiglia ebrea accampata in una baraccopoli australiana. Il padre, sceglie David, in quanto figlio maschio, quindi fonte diretta di identificazione, come suo allievo prediletto e come oggetto delle proprie mire di successo, in campo musicale. Riversa su lui, i propri sogni e progetti mancati, nonché l’angoscia e la responsabilità di sopravvissuto, rispetto alle sorelle, vittime dell’olocausto. Rende il figlio, il sopravvissuto e l’eletto, colui che dovrà glorificare l’intera famiglia, a prezzo della propria vita.

Quest’uomo tiene i figli e David in particolare, in una sudditanza emotiva, attraverso un incastro d’amore potente e mortifero. Solo lui lo può amare in modo così forte ed incondizionato, nessun altro! Ma se lui deciderà di lasciare la casa familiare non sarà più suo figlio e quindi nessuno lo amerà mai!

Anche in questo caso, il bambino con le sue esigenze, desideri, bisogni, spinte di autonomia e ribellione, non esiste, non viene visto, non c’è spazio per tutto ciò. Esiste solo come stella nascente, stella che per altro, non può rifulgere in tutto il suo naturale splendore nel firmamento della vita, ma deve essere confinata nei limiti angusti che il padre impone. David deve mostrare a tutto il mondo la grandezza della famiglia, ma non può andare oltre i “limiti” e il controllo paterno.

La madre, anch’essa spaventata e succube del marito, risulta totalmente assente e ritirata da qualsiasi decisività.

Il ragazzo, ormai alle porte dell’età adulta, dopo aver perso l’opportunità di studiare musica in America, decide di ribellarsi, partendo per l’Inghilterra ed una nuova borsa di studio. In realtà, questa fuga non fa che preservare il dettame paterno, attraverso la realizzazione del copione assegnatogli: diventare una stella, suonando il Rack III.

Neanche quest’obiettivo, gli porterà l’amore e il perdono paterno. Arriverà alla pazzia: alla perdita di sé stesso, di ogni autonomia e dignità, all’attaccamento infantile e smanioso, ad ogni figura di riferimento minimamente affettuosa, con un’estremizzazione tale da renderlo stravagantemente ridicolo e bizzarro.

A David non era concesso vivere la propria vita, non aveva scelte, non aveva una propria vita ed un proprio futuro, solo un amore unico ed esclusivo, così confinato al punto di diventare morboso, condizionato dal rifiuto della sanità e della costruttività. Ha perseguito questo copione di vita, questa Dipendenza d’Amore fino all’estrema conseguenza, ha sacrificato tutto pur di essere amato e accettato dal padre! Un padre padrone, aggressivo e violento, incapace di provvedere in modo decoroso alla propria famiglia, ma pur tanto superbo ed orgoglioso, lontano dalla concretezza e dalla realtà, al punto da distorcere la visione delle cose, per presentare vantaggiosamente il proprio mondo.

Dopo anni di vaneggiamento da un istituto ad un altro, da una casa ad un’altra, David recupererà faticosamente una parte di sé, riuscendo a sopravvivere al copione. Non accetterà più di fare da scudo alle proiezioni genitoriali, di magnificarlo per fargli meritare il ruolo di sopravvissuto. Non c’è più amore, né rancore nel suo cuore. Accetterà il non amore e l’assenza genitoriale, trovando nella musica un ruolo ripartivo e nell’amore di una donna, una propria condizione adulta. Il concerto, che lo vede nuovamente trionfare sulle scene, questa volta come un uomo libero, gli restituisce anche una madre, anch’essa dipendente d’amore, finalmente capace di gioire autonomamente per il successo del figlio.

Gli esempi citati fino ad adesso, ci permettono di vedere in itinere, il processo di formazione del legame di dipendenza, fin dai suoi esordi per poi condizionare l’intera vita adulta dell’individuo. Il film Holy Smoke (Fuoco sacro) invece, ci presenta il risultato finale, di un processo che possiamo solo desumere retrospettivamente. Si tratta un altro esempio di Dipendenza d’Amore, espressa in modo più sofisticato e più frequentemente incastrante.

Ruth, nel corso di un viaggio in India viene sedotta da un Sai Baba che la inizia alla conoscenza, all’illuminazione, facendole il dono del terzo occhio. Sua sposa per sempre, non torna a casa, cambia nome, abiti, sguardo, clima emotivo. Si ferma.

L’amica, in viaggio con lei si reca dai genitori, raccontando l’accaduto. Questi, fermandosi su dettagli di superficie, non capiscono cosa stia realmente accadendo alla figlia. Tutte le figure appartenenti al nucleo infatti, genitori, figlio, nuora, compagno del figlio, sono espressione evidente di concretezza, mostruosità e banalità.

I genitori, la riportano in Australia con un inganno e la recludono in una casa isolata, insieme ad un de-programmatore che costa loro molti soldi: cow boy americano che si occupa di rivitalizzare gli umani, oggetto di condizionamento e perdita di consapevolezza, come accade in seguito all’esperienza all’interno di sette e condizioni simili.

L’obiettivo consiste nel liberare dal velo che offusca la consapevolezza, la lucidità e l’autonomia, senza portare la vittima verso la propria conoscenza, lasciando la libertà di scegliere in base al proprio sentito e ad una visione adulta. Disilludere da una fede cieca, per arrivare a fiducia e conoscenza.

Questi però, esattamente come il santone indiano, instaura una relazione perversa, fornendo una risposta onnipotente e totale, ad una richiesta totale, di chi è confuso e sofferente. Usa anche lui il fuoco, per illuminare nuovamente l’anima della giovane e aprirle la strada. Ma è un fuoco che in realtà offusca. Il fumo che si cela dietro l’apparente illuminazione, bagliore fornito da coloro che si propongono come sapienti, illuminati, salvatori, disperde la chiarezza delle cose e delle rappresentazioni interne.

Il de-programmatore infatti, cede ad una risposta onnipotente, ideale, in funzione del dolore, che non riesce a tollerare e ad una richiesta di accudimento, per lui difficilmente sostenibile. Cede all’atto, procurando rassicurazioni attraverso la passione di una notte. Per poi il mattino seguente, negare la propria responsabilità, la portata della risposta fornita alla giovane, ancora persa: “è stato uno sciocco errore, non succederà più, ritorneremo come prima!”

La situazione non è come prima e Ruth, facendosi forte dell’attrazione che la giovinezza, la lusinga, esercita sul suo narcisismo di macho non più giovane e desiderato, usa a sua volta una risposta perversa, di potere e supremazia. S’instaura così un gioco manipolatorio, un tira e molla, comandato talvolta dall’uno talvolta dall’altro.

Fino a quando la giovane, lo spezza a favore della ricerca di sé e di relazioni sane. Lo trucca e abbiglia da donna, mostrandogli in modo palese e innegabile la sua realtà: può amare solo sé, il rimando di sé, l’immagine nello specchio.

L’atto perverso viene in entrambi i casi veicolato dalla luce, luce magica, sacra, come unica risposta illuminante, unica soluzione, che accende il desiderio, come il fiammifero il fuoco, che in realtà non produce cambiamento, ma delirio, abbaglio di una verità assoluta e non umana. Sotto l’apparente gesto d’amore del genitore, viene alimentata l’immagine di adulto onnipotente, che produce ammirazione e amore illimitato da parte del piccolo. Un’immagine, che col crescere non si ammanta di concretezza, ma rimane immutatamente irrealistica.

Se guardiamo questa vicenda, si può notare chiaramente come le relazioni adulte della ragazza, non siano altro che la ripetizione delle relazioni infantili con i genitori, dove prevale il bisogno di amore totale, di accoglimento e guida. Il non amore in questo caso, conduce alla perdita totale di sé, della propria lucidità, della consapevolezza, della propria dignità ed integrità. L’unica forma di accudimento genitoriale infatti, consiste nella guida attraverso la menzogna e l’investimento economico.

Ed il tentativo di recuperare un amore perduto, conduce in qualunque posto, che lasci intravedere una promessa di illuminazione e amore. La ragazza cerca quella chiarezza e quel riconoscimento, impossibili in quel nucleo. Il padre infatti, possiede da sempre una famiglia alternativa e contemporanea con la segretaria, di cui tutti sanno e nessuno parla. La madre, vive come una cieca negando la più evidente realtà delle cose, affamata d’aria e d’amore, ma incapace di aprire e scambiare qualunque forma di umanità.

Il finale vede Ruth, in India con la madre, ad occuparsi di progetti concreti, con un ragazzo reale e concreto. Sia lei che il de-programmatore però, conservano dentro, in un angolo di sé, quell’incastro irresistibile e mortifero, che appartiene loro come il dna, come una cicatrice indelebile: l’incastro copionale del non amore, che mantiene un’attrattiva tanto forte quanto pericolosa.

Un ultimo interessante esempio, ci viene fornito dal The believer. Un film che presenta da vicino la vita di un giovane skinhead, violento, appartenente ad una banda che picchia, aggredisce e distrugge tutto ciò che rappresenta la debolezza e la minoranza, in particolare, la minoranza ebraica.

Danny, è letteralmente disturbato dagli individui remissivi, timorosi e accondiscendenti, al punto da fargli subire la propria forza e supremazia, in ogni forma. Nello stesso tempo è ossessionato e tormentato dalla storia biblica di Isacco, che viene offerto dal proprio padre, come agnello sacrificale, in risposta alla richiesta di Dio. Nella sua mente, inscena continuamente situazioni analoghe, con dei finali ribaltati, dove la vittima non subisce ma si ribella.

Da bambino ha vissuto uno stato di impotenza e svalutazione schiacciante, continua. Cresciuto in una condizione in cui non si sentiva minimamente protetto neanche dal padre che, per obbedire al volere del proprio padre, in questo caso ultraterreno, avrebbe sacrificato la vita del suo unico figlio. Danny si è trovato in totale balia degli eventi dell’umano e del sovraumano, al punto di decidere di voler assumere il potere ed il controllo della propria vita, con la legge della forza e della supremazia. Non a caso il film s’intitola “il credente”. Proprio grazie al suo credo, al legame profondo e pressante con la sua religione, perde la lucidità e la stabilità emotiva, sufficiente a direzionare le proprie abilità, in altri ambiti di vita.

Attraverso sprazzi del passato ed il rispetto per il testo sacro ebreo, che i compagni tentano di distruggere, si comprende la sua origine ebrea. Non solo è un ebreo, ma è stato un devoto e diligente allievo. Ha amato tanto i testi sacri, li ha tanto discussi e contrastati con i suoi insegnanti. Questo grande amore e dedizione infatti, si scontrava inspiegabilmente con una visione remissiva della vita, con un atteggiamento sacrificale, con un padre che rinuncia al suo amore.

Evidentemente il ragazzo, ha combattuto tutta la sua vita per farsi amare e accettare, per ciò che era e non in quanto figlio di Dio, privo di scelte e autonomia. E non riuscendo in questo suo intento, ha deciso di combattere questo sistema di non amore, cercando ancora una volta di farsi vedere nella propria forza ed individualità, seppur questa volta, votata alla violenza e distruzione. Non di meno, in un bisogno ancora infantile di dipendenza, si appoggerà ad una coppia adulta, come punto di riferimento e guida. In questo contesto, incontrerà e s’innamorerà della loro figlia, anch’essa ebrea antisemita, che recita la parte dell’intollerante, nascondendo la propria origine.

Questo film poco conosciuto, mostra in modo acuto il rifiuto della posizione di vittima, il bisogno smisurato di amore e accettazione incondizionato, protratto fino al punto di fare di sé una vera e propria vittima del proprio sadismo e del proprio odio, frutto dell’amore frustrato, del risentimento, che nasce dalla disperazione e dalla ferita profonda. Anche in questo caso, non c’è scelta e autonomia, ma una vita vissuta in “funzione-opposizione di”. Un altro sistema, al di fuori di sé, si pone al centro della propria decisione e del proprio desiderio.

Queste citazioni, vogliono rappresentare in modo descrittivo e leggero, la realtà di non amore, esplicata a vari livelli, nella vita delle persone. Attraverso essi, abbiamo visto un processo interpersonale e intrapersonale assai complesso, che ci mostra il legame di sudditanza dalle relazioni, dal successo, dalla vittoria, dai governi, dalle religioni, dalle ideologie, dalle idee, ecc. Tutte sfaccettature della Dipendenza d’Amore, di un bisogno profondo, illimitato, ancestrale, antico e infantile di amore, di un amore totale, simbiotico, riparativo di una frattura primitiva.

Il rifiuto o l’incapacità d’amore incondizionato da parte dei genitori già da un’età precoce, ha prodotto nell’inconscio una “sinapsi emotiva”, una sorta di tracciato, un binario di non amore, che verrà percorso e ripercorso molte volte, nella vita successiva. Tanto forte e unilaterale sarà il sentimento di amore condizionato, tanto più ostinato e disperato lo sforzo di essere accettati e amati a qualsiasi costo, anche a costo della propria sanità e integrità. Pur di sentirsi visto ed amato per ciò che è, l’individuo è disposto a perdere anche la vita stessa!

Come vediamo bene, si tratta di una vera e propria dipendenza a tutti gli effetti. L’oggetto del proprio bisogno diventa esclusivo interesse, principale elemento di attenzione, energia e tempo, trasformandosi in una vera e propria ossessione. Da adulti si cerca di ottenere assolutamente, qualcosa che è mancato nell’infanzia e che era legittimo proprio in quella fase e non in altre. Si rincorre una chimera, a costo di perdere ciò che di effettivo e concreto è presente nella vita attuale.

Questo tipo di dipendenza è assai dannosa, non meno di altre forme più clamorosamente distruttive, come l’alcool o la droga. In tutte le sue manifestazioni infatti, conduce ad un ritiro dalla realtà, a favore di una dimensione interna anacronistica e distruttiva. La persona è incapace effettivamente di amare e non riesce ad accettare l’amore adulto e costruttivo, predestinandosi in copioni lesivi.

L’incapacità di amare deriva proprio dalla ferita di non amore, dal rifiuto della propria individualità, che ha prodotto uno stato di bisogno cronico, che impedisce una reale sperimentazione e uno scambio.

L’altro non esiste, esiste solo il proprio bisogno frustrato, il risentimento e la pretesa. Non a caso, in tutti gli esempi citati, i personaggi dipendenti mostrano un attaccamento adesivo, un bisogno e un sottostante risentimento. Quel risentimento che nasce dall’umiliazione, dalla perdita, dal rifiuto, dall’abbandono della propria dignità, a favore dei desideri altrui. La pretesa ed il risentimento nascono proprio dall’odio per sé stessi, per la propria incapacità di opporsi, di rispettare la propria dignità, per l’incapacità di camminare con le proprie gambe, sostenendo “io sono”!

E come abbiamo visto, questo tipo di copione, porta alla perdita della coscienza, dell’autonomia e alla morte, allo stesso modo delle sostanze psicotrope. Direi che in questo caso è ancora peggio, perché si tratta di qualcosa di apparentemente innocuo, di un’esigenza naturale e umana, quindi legittima. Si tratta di una dipendenza nascosta e subdola, infatti non così immediatamente riconoscibile e accettabile, come nelle altre forme.

Abbiamo visto quanti esempi di ribellione, di apparente forza, autonomia e adultità, possono sviare e nascondere quest’ossessione, inducendoci in inganno. Molto spesso l’adesione totale all’altro, si esprime genericamente attraverso una compiacenza, ottenuta con la partecipazione a modelli di pensiero, di atteggiamento, di comportamento, di look, ecc. Ci si sforza di far parte di quella cerchia di persone ritenute adeguate, normali, vincenti, al punto di vivere con mille stampelle etero imposte. Si creano mille “legami” su face book, illudendosi che questo sia prova dell’essere amati, ci si rende sempre disponibili per essere indispensabili e quindi sicuramente non rifiutati, si cerca un “ruolo di potere” per poter controllare gli altri e non subirne le scelte, si porta sempre con sé il cellulare per essere sicuri di avere sempre gli altri a disposizione, ecc. Perdendo sempre più di vista, il reale bisogno sottostante e quindi la possibilità di trovarvi un cambiamento sano e costruttivo.

Tutti questi personaggi che abbiamo citato, hanno in comune l’incapacità di relazionarsi con l’altro alla pari, di vederlo per ciò che realmente è, a favore di una relazione ancora asimmetrica, esattamente come quella avuta nell’infanzia. Ci si aspetta sempre, che l’altro prenda la situazione in mano, prenda decisioni, ci ami, ci trascini, ci coinvolga, ci protegga, ecc. Si riscontra quindi, una distanza dalla realtà, la persona ormai adulta non si comporta affatto come tale, in base a quello che c’è nella sua vita nel qui e ora, ma continua a vivere come se nel presente esistente ancora quel là e allora. Vive in un mondo alternativo, che potrebbe essere assimilato a quello indotto dalle sostanze o a quello illusorio di internet, dei videogiochi, ecc., perdendo la possibilità di vedere realmente chi ha davanti, sé stesso e le opportunità che lo circondano.

Il limite ed il non amore non è fuori, ma dentro di lui, in questo mondo dell’infanzia trasposto in un altro spazio e in un altro luogo. Queste persone hanno avuto un impatto traumatico proprio con l’amore: con ciò che dovrebbe rappresentare la forza propulsiva e lo strumento fondamentale, per la formazione della propria identità, della fiducia in sé e dello stile relazionale. E’ come se si costruisse una casa su di un terreno fragile e paludoso, questa non avrà mai consistenza e stabilità! Esattamente ciò che vivono queste persone, prese dalla continua ricerca di un appiglio esterno, di una stabilità esterna a loro. Qualsiasi cosa, pur di sentire di far parte, di essere approdati in un porto sicuro, di essere finalmente visti e amati!

Abbiamo già ricordato che un maternage sufficientemente buono, deve comprendere un processo equilibrato di presenza e assenza. A ben vedere, tutti i film citati presentano un chiaro esempio di abuso in un senso o/e nell’altro. Molto spesso sono presenti entrambe gli abusi, realizzati per i bisogni, per le ferite e voragini narcisistiche dei genitori. Il padre di David ad esempio, eccede nella presenza, nella pressione e direttività, fino ad essere intrusivo e violento in qualsiasi scelta, per poi passare al versante totalmente opposto e abbandonare il figlio, in momenti di effettivo bisogno emotivo. Parimenti i genitori di Ruth, desiderano gestire la vita della figlia, tenendola vicina a sé, ma quando questo si verifica, sono assolutamente incapaci di un livello che vada oltre quello dell’intrusione concreta e materiale.

Notiamo inoltre che, spesso il genitore altamente presente e intrusivo, è accompagnato da un coniuge assente, o perché lui stesso succube e spaventato (la madre di David) o semplicemente perché non coinvolto emotivamente (es. la madre di Tristan).

Da adulti, questi bambini tenderanno a trovare partner che saranno la riedizione delle figure familiari, o comunque proietteranno così potentemente questa realtà interna, da impedire altre possibili risorse relazionali. Ruth ad esempio, da adulta trova degli uomini altrettanto fumosi e inconsistenti del padre, Alfred, esattamente come il padre, amerà ad ogni condizione una donna che non può amarlo, il nostro Danny non può che trovare soluzione alla sua angoscia, attraverso la supremazia e la violenza, quanto subito nell’infanzia, in nome di un credo.

Essendo rimasti “fissati” in quella fase e in quella dinamica, non riescono a vedere alternative, c’è una sorta di ossessione e nel contempo di fobia, per l’amore: si rincorre da sempre qualcosa di cui si ha tanto bisogno, ma che si teme fortemente, perché fonte di grande sofferenza e dipendenza. Quindi, non si è capaci né di dare né di accogliere il vero amore.

Alla fine, ciò che il Dipendente d’Amore cerca, non è una relazione d’amore che prevede scambio e crescita, ma una persona a cui aggrapparsi prepotentemente, che riempia quei vuoti e quelle instabilità senza fine. La sua è una pretesa, gli spetta perché gli è stato negato da bambino, gli spetta perché ne ha bisogno, ne ha diritto perché cede tutto sé stesso all’altro, deve esserci per un senso di giustizia, deve essere così e basta!

La ferita fondamentale può avvenire in varie fasi dell’infanzia e può assumere connotazioni diverse, quanto più sarà precoce quanto più intaccherà il diritto all’esistenza dell’individuo e la consapevolezza del “io sono”, separato dall’altro, con un’identità ben precisa e rispettosa. Nelle fasi evolutive successive, la mancanza intaccherà, non tanto il diritto all’esistenza del bambino, ma la sua identità, la fiducia, le sue capacità, il diritto ad essere amato per ciò che è, espresse in “io sono così”, “io vado bene così”, “sono amato per quello che sono”.

In linea generale, la ferita del non amato s’identifica per lo più in una precisa modalità, con uno specifico messaggio, che ha inizio entro i primi due anni di vita e si protrae negli anni successivi. Potremmo dire che ricalca la personalità orale, come descritta da Lowen (1978, 1983), ovvero un individuo che è stato abbandonato nel primo anno e mezzo di vita, in senso reale con la morte o l’allontanamento (di solito della madre), o simbolico, attraverso il ritiro emotivo, la disponibilità e la cura. Il bambino improvvisamente abbandonato, senza terra sotto i piedi, con le spalle scoperte, avrà minato il senso della sua fiducia in sé e nella disponibilità degli altri.

Si sente cronicamente afflitto, da un dolore smisurato e impalpabile, da un sentire che lo inonda e lo sovrasta. E, nonostante ne abbia un bisogno smisurato, non può fidarsi e affidarsi. All’esterno si mostrerà eccessivamente indipendente e adulto per compiacenza, all’interno vivrà un bisogno smisurato di amore e accudimento, che gli farà coltivare segretamente, lamentosità e rivendicazione. La compensazione fra esterno ed interno, l’acquietamento dell’angoscia negata, avviene attraverso la dedizione sfrenata a forme di oralità secondaria e sublimata, che può manifestarsi nella dipendenza da sostanze, dal cibo, da oggetti (cellulari, auto, abiti, moda, ecc.), da attività (lavoro, shopping, sesso), da persone, in una dipendenza emotiva, ecc.

E’ una forma subdola di disturbo, perché facilmente negata e nascosta. Inoltre, l’individuo orale, così preso dal suo sforzarsi ad essere capace, adulto e indipendente, tendenzialmente suscita tenerezza, consensi e affiliazione, al punto da essere difficilmente assimilato ad un individuo disturbato. Nonostante sia contraddistinto da un bisogno divorante e accalappiante, al primo impatto e spesso per molto tempo, mantiene questa facciata d’indipendenza e autonomia. Vedi i figli del colonnello, che sembrano uomini adulti che prendono le loro decisioni autonome, oppure Ruth che ha l’ardire di vivere in un paese così diverso ed essenziale.

Spesso, l’incastro preferenziale si verifica con la personalità narcisista, un altro non amato a livello più distruttivo e profondo. Il narcisista (1985) infatti, risulta assolutamente incapace di un contatto profondo con l’altro e ancor prima, con sé stesso. Predilige l’immagine a discapito dell’essere, la prestazione a discapito del sentire. Confondendo queste due realtà, risulta incapace di trattare sé e l’altro come individuo con delle proprie esigenze, bisogni, emozioni, con un corpo vibrante. Essendo un bambino a cui è stato sottratto ogni diritto al sé più profondo, è diventato un adulto che tende a dominare, a tenere tutto sotto controllo, per evitare umiliazioni e privazioni ulteriori.

Il Dipendente d’Amore andrà a nozze con questo tipo di persona, che prendendo l’iniziativa e il controllo, lo farà sentire rassicurato e protetto. Illudendosi di sentirsi amato per ciò che è, gratificherà il suo narcisismo in ogni minima forma, fino alla disillusione e frustrazione più totale, di scoprire una realtà molto più strumentale e copionale. Neanche questa volta può essere amato per ciò che è, ma solo per ciò che rappresenta, per ciò che fa, per la funzione rivestita. Ed il gioco ricomincia da capo, con lamentele e rivendicazioni.

Di fronte a tutto ciò, ci si chiede se esista reale possibilità di cura e guarigione. Direi che come tutte le forme di dipendenza, il percorso è lungo e articolato in varie fasi e tipi di intervento, che dipendono dall’individualità della persona stessa, dalla precocità della ferita, dal grado di negazione del disturbo, dalle esperienze favorevoli dell’infanzia, ecc.

Gabbard (2003) ha evidenziato che, la possibilità di relazionalità e quindi di recupero terapeutico, dipende dalla natura e dalla gravità delle esperienze infantili. Il transfert negativo può infatti andare da livelli analizzabili a livelli particolarmente nefasti, inanalizzabili e incurabili. In pratica, in base al grado di deprivazione e rifiuto subito, si otterrà una corrispondente capacità di amare in modo sano o di odiare in modo deprivante.

Perché possa esserci possibilità di cura, è necessario che l’individuo sia disposto a rinunciare alla pretesa, al rammarico e alla richiesta nei confronti dell’altro, per prendere in prima persona la co-responsabilità di quanto accade. Si deve privilegiare costruzione e riunificazione, rispetto a distruzione e divisione, amore rispetto ad odio e vedetta.

Il cambiamento e la crescita in queste persone è un processo assai complesso, prima di tutto perché molte di queste non riconoscono il problema, nascondendo la propria sofferenza dietro una serie di cose facilmente manipolabili e oggetti preferenziali di proiezioni. In secondo luogo, si sentono incapaci da una parte e in credito dall’altra, per cui si sforzeranno in ogni modo, di non assumere la responsabilità di sé e del cambiamento, continuando a lamentarsi e ad attribuire agli altri la colpa delle proprie disgrazie. Fino a che non compiranno questo passo, doloro ed inevitabile, indipendentemente da quanto è successo nell’infanzia, non ci sarà possibilità, di entrare realmente in contatto con i propri bisogni e con la capacità di soddisfarli autonomamente, senza essere infinitamente legate alle figure che sono state deputate a farlo.

Si tratta in altri termini, di far prevalere l’amore verso sé, rispetto all’odio e alla rivendicazione verso i genitori. Di rinunciare al “piacere” sadico e masochista insieme, di fare la vittima, a discapito di sé stessi, a favore di un lavoro costruttivo e faticoso.

 

 

FILMOGRAFIA

 

Barbra Streisand (1991, USA). Il principe delle maree. Attori protagonisti: Nick Nolte, Barbra Streisand, Kate Nelligan, Blythe Danner, Melinda Dillon.

Edward Zwick (regista) (1994, USA). Vento di Passioni. Genere Drammatico. Attori protagonisti: Brad Pitt, Anthony Hopkins, Aidan Quinn.

Gianluca Maria Tavarelli (2006, Italia). Maria Montessori. Una vita per i bambini. Genere Drammatico. Attrice protagonista Paola Coltellesi.

Jane Campion (regista) (2000, USA). Holy Smoke. Genere Drammatico. Attori Protagonisti: Havey Keitel, Kate Winslet.

Peter Hoffman (2001, USA). The Believer. Genere Drammatico. Attori Protagonisti: Ryan Gosling, Billy Zane, Theresa Russel, Summer Phoenix.

Scott Hicks (1996, Australia). Shine. Ispirato ad una storia vera. Genere Drammatico. Attori protagonisti Geoffrey Rush, Noah Taylor, Armin Mueller-Stahl.

 

BIBLIOGRAFIA

 

     Bettelheim B. (1977). Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe. Milano, Saggi Feltrinelli.

     Bettelheim B. (1987). Un genitore quasi perfetto. Milano, Feltrinelli.

Costantini  S. Dipendenze e falsi bisogni, 28/11/07, www.retenuovedipendenze.it.

Costantini S.  Cellulare e oralità secondaria, pubblicato il 20/03/08, su www.retenuovedipendenze.it e www.vertici.com/rubriche.

Costantini S. Cellulare e solitudine, 07/07/08, www.nienteansia.it

Costantini S. Internet quale realtà? Pubblicato contemporaneamente sul sito www.vertici.com/rubriche e www.retenuovedipendenze.it, il 16/04/08.

Fain M. (1983). Approccio metapsicologico al tossicomane. In Bergeret J., Fain M., Bandelier M. (a cura di). Lo psicoanalista in ascolto del tossicomane (pp. 30-38). Borla, Roma.

Gabbard G.O. (2003). Amore e odio nel setting analitico. Astrolabio.

Gabbard O.G. (1995). Psichiatria psicodinamica. Raffaello Cortina Editore.

Greenspan S.I. (1997). L’intelligenza del cuore. Le emozioni e lo sviluppo della mente. Milano, Oscar Mondatori.

Lowen A. (1978). Il linguaggio del corpo. Milano, Feltrinelli.

Lowen A. (1983). Bioenergetica. Feltrinelli.

Lowen A. (1985). Il narcisismo. L’identità rinnegata. Feltrinelli.

Harrison G. (1989). Il culto della droga. Cleup Editrice Padova.

     Pulvirenti L. (2007). Il cervello dipendente. La dipendenza non è una debolezza ma una malattia. Milano, Adriano Salani Editore.

Schellembaum P. (1995). La ferita dei non amati. Demetra.

Zoja L. (1985). Nascere non basta. Iniziazione e tossicodipendenza. Cortina, Milano.

     Winnicott D.W. (1968). La famiglia e il suo sviluppo. Roma, Astrolabio Editore.

 

 

 

 

 

 

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17 gennaio 2011 1 17 /01 /gennaio /2011 13:40

“Giro giro tondo ……..”: com’è bello il mondo!

Dott.sa Sabrina Costantini

 

 

 

Il gioco: un universo meraviglioso! Un giro tondo, intorno al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. Una porta d’accesso per questo noto mistero, che appartiene a tutti.

Per comprendere i nostri bambini, dobbiamo capire il significato dei loro giochi. Il gioco, costituisce la via regia per arrivare all’inconscio del piccolo, esattamente come il sogno, costituisce la via regia per l’inconscio dell’adulto.

Così misterioso eppur fondamentale, rappresenta uno spazio di puro piacere, di crescita, di socializzazione, di terapia. E’ uno spazio simbolico, dove qualcosa sta per qualcos’altro. Ed è proprio grazie a questa traslazione, che il bambino può agire nel mondo, può utilizzare sé stesso, può manipolare i propri contenuti emotivi e mentali, in modo più agevole e leggero.

Rappresenta un’attività, dove il bambino mette tutto sé stesso, impegna motivazione, attenzione, concentrazione, scannerizzazione sensoriale, azione, pianificazione, pensiero, creatività, fantasia, emozione, conscio e inconscio.

Se vogliamo “stare con”, “vivere  con”, “crescere con” i bambini, educarli, amarli, è necessario comprenderli fino in fondo, percorrere questa strada meravigliosa, insieme. In base ai suoi giochi infatti, trascendiamo la genericità della fase evolutiva, per arrivare all’individualità specifica di quel singolo bambino. Comprendiamo come lui e soltanto lui, vede e vive il mondo, il suo specifico mondo.

Prima di tutto il gioco rappresenta uno spazio di puro piacere. Il piccolo si diverte e prova piacere nel muovere il proprio corpo, nel sentirlo, nel sentirsi vivo, nel vedere che possiede alcune abilità, le capacità di farlo muovere come lui desidera e di riuscire a raggiungere gli obiettivi prefissatisi. Per lui è una vera scoperta e una meraviglia, verificare che ad un certo punto raggiunge una capacità, che prima gli era preclusa, come svitare un tappo, riavvitarlo, chiudere una cerniera, allacciare le scarpe, aprire la porta, lanciare la palla dove desidera, far cadere i birilli, saltare la corda, ecc.

Secondariamente, costituisce uno strumento di crescita in quanto, attraverso esso si può sperimentare una serie infinita di possibilità motorie, psicomotorie, ideative, creative, ideo-motorie, ecc. Attraverso la costruzione di scenari mentali e/o concreti, si creano una serie di opportunità, di prove, di conoscenze e verifiche, su come vanno certe cose.

Il gioco, rappresenta anche un grande spazio di socializzazione, perché funziona da tramite, da ponte per gli altri, attraverso esso entra in relazione con i piccoli e i grandi. Realizzare un’idea o fantasia con qualcun altro, con l’aiuto ed il contributo di qualcun altro, permette di scoprire il piacere e la ricchezza della riuscita in quel compito, ma anche il piacere della relazione stessa, del legame che si crea e si rinsalda, della complicità di cose condivise, trasparenti e fluttuanti, ma tanto potenti da far provare soddisfazione e sicurezza. “Giocare con”, permette di allontanare il profondo senso di solitudine e incomprensione, che spesso attanaglia i piccoli.

Infine, il gioco è un’attività profondamente terapeutica (B. Bettelheim, M. Klein, A. Freud), attraverso esso il piccolo inscena nell’ambiente, i propri conflitti interni e vi trova una soluzione. Di per sé è lo strumento più ricco e articolato che il bambino possiede, lo aiuta a crescere e a trovare risposte risolutive ai nodi dolorosi. Non a caso, la psicoterapia dei bambini si avvale di questo strumento imprescindibile. I bambini infatti, sono così saggi, da curarsi spontaneamente, ogni giorno della loro vita!

Entrare in questo clima emotivo, costituisce un passaggio fondamentale e ricco, per la comprensione e la crescita dei minori. Il gioco infatti, costituisce la proiezione all’esterno del proprio mondo interno. Per cui, se osserviamo quanto viene messo in scena nel gioco spontaneo, comprendiamo la visione che il bambino ha del mondo esterno, come lo struttura, quanto gli appare difficile e ingestibile. Vediamo chiaramente quali emozioni e motivazioni lo muovono, le preoccupazioni che lo assillano e i fantasmi che lo tormentano, nonché dove rintraccia le risorse interne ed esterne (sulla base della sua lettura del mondo).

Tutte queste caratteristiche e qualità, rendono ragione del suo utilizzo in tutte le sue varianti, all’interno di strutture educative come nidi e scuole da una parte e in contesti terapeutici dall’altra. Ognuna di essa, lo utilizza, nel quadro di una propria programmazione e direzione specifica.

Fondamentalmente, esistono due tipi di gioco, quello libero e quello strutturato.

Il gioco libero consiste nell’attività pensata e organizzata dal bambino stesso, sotto la spinta dei suoi bisogni, desideri e difficoltà. E’ una fase ludica importante, perché costituisce uno spazio di piacere e necessità psico-sociale, una via risolutiva dei propri conflitti. Costituisce l’espressione più chiara ed esaustiva della propria individualità. Come tale, deve essere rispettato senza intrusione alcuna.

Un esempio molto comune è costituito dal bambino che in momenti familiari critici, sceglie di identificarsi alternativamente con la condizione di figlio e con quella di genitore, passando dal fare finta di essere un bebè al far finta di fare l’adulto che accudisce i bambini, li accompagna a scuola, si reca a lavoro, ecc., con tutta un’infinita possibilità di variazioni, che dipendono dalla situazione, per lui specifica in quel dato momento.

Allo stesso modo, può esprimere le sue difficoltà extrafamiliari (scolastiche, sociali, parentali, prestazionali, ecc.)

Il gioco strutturato invece, rappresenta uno spazio organizzato e definito in anticipo dal qualcun altro, di solito dall’adulto o comunque da una consuetudine. In questo caso l’ossatura, l’impalcatura esterna è già data, mentre il contenuto assume un significato personale specifico del bambino stesso e del suo mondo interno. Ne sono un esempio il gioco del silenzio, il gioco del cucù, mosca cieca, guardie e ladri, nascondino, i giochi del mimo, i giochi in scatola, ecc.

Sia il gioco libero che quello strutturato, possono avvalersi di oggetti vari, essere condotti da soli o in compagnia. Ma fondamentalmente, l’unico elemento essenziale, è la presenza del bambino stesso, la centralità del suo movimento psicodinamico.

Questo strumento inoltre, per tutte queste caratteristiche, possiede il grande merito di fungere da ponte fra il proprio nido, ovvero la casa-famiglia ed il mondo esterno, con tutte le sue possibili varianti: la casa dei parenti, la casa di amici, i luoghi sconosciuti, il parco, l’asilo, la scuola, ecc.

In qualunque luogo si trovi, il piccolo può portare dietro il proprio bagaglio interno e la possibilità di giocare un gioco. Questo gli fornisce la grande possibilità di vivere la continuità. Gli ambienti e le persone possono cambiare, ma lui rimane sempre lo stesso e questo strumento fedele rappresentato dal gioco, va sempre con lui.

In quest’ottica, le strutture deputate alla crescita e all’accompagnamento, come i nidi e le scuole materne, utilizzano il gioco non solo come spazio spontaneo di attività, ma anche come spazio strutturato e predisposto.

Il nido in particolare, che accoglie bambini da pochi mesi fino all’età di tre anni, attraverso il gioco, assolve due importanti funzioni: contribuisce alla formazione dell’’identità e funge da facilitatore per la socializzazione.

La formazione dell’identità infatti, passa per il sé corporeo. Il bambino cioè si forma un’idea di sé, di ciò che è e può fare, attraverso questa primaria esperienza corporea. In base a come i genitori si relazionano con il suo corpo, ai messaggi che mandano, a come lo trattano e lo accudiscono, si forma la sensazione di sé e di quanto gli è concesso. Pensiamo ad es. ad una madre con dei problemi emotivi significativi, pressata dalla fobia dello sporco e da rituali di pulizia, che tratta i bisogni corporali del figlio, quali cacca e pipì, come fossero grandi portatori di germi e sporcizia. Ne conseguirà una serie di procedimenti igienici, ripetuti in modo ossessivo e ansiogeno, fino all’eccesso.

Il bambino, che non possiede la consapevolezza di sé e del mondo, non sa che questa condotta è disturbata, sa solo che la madre tratta con ribrezzo ed angoscia il suo corpo, perché pieno di secrezioni e di sporcizia. Di conseguenza, vivrà sé stesso come individuo non buono, non amabile, non apprezzabile, ma sporco, immondo, da pulire e nascondere. Si svilupperà un grande senso di vergogna di sé e la curiosità, che non ha spazio per esplicarsi liberamente, si perderà per strada.

Pensiamo adesso, quest’influenza in positivo, alla possibilità di vivere sé ed il proprio corpo come buono, accettabile, amabile, fonte di piacere e creatività, grazie ad un’interazione gratificante con chi si prende cura di lui. Processo, che può essere attuato attraverso le quotidiane attività di pulizia, i rituali alimentari, i ritmi sonno-veglia, condotti in modo giocoso. Queste attività infatti, possono essere gestite attraverso un clima ludico, dove bambino e adulto instaurano una relazione fatta di piacevoli rimandi, ripetizioni, gesti pieni di significato ed intesa, come carezze, baci, pernacchie, risatine, frasi, suoni, gesti condivisi, ammiccamenti, ecc. Da quest’esperienza, ne consegue un senso di sé stabile ed equilibrato, perché il proprio corpo è vissuto come amabile, piacevole, fonte di relazione ed intesa, è approvato ed è un tramite della relazione emotiva, dello scambio con l’altro.

I genitori (non perfetti, ma sufficientemente equilibrati) quindi, non hanno bisogno di studiare manuali di pedagogia, strategie per un educazione migliore, hanno già tutto quello che gli occorre, sono già in possesso degli strumenti essenziali, per crescere il più serenamente possibile i propri figli. Lo strumento principe è la relazione, che si esplica nel modo più naturale e piacevole possibile. In questo spazio, ogni gesto quotidiano assume il valore di uno strumento ricco di scambio e sollecitudine.

Non occorre andare chissà dove, comprare chissà cosa, fare chissà quale gesto. Stare e giocare con loro nella quotidianità, piena di consuetudini, di intoppi, di ricorrenze ed imprevisti è tutto ciò che serve.

L’educatore del nido o asilo, ha il compito di mantenere e proseguire questo percorso. Attraverso tutti i momenti costituenti la ritualità quotidiana, possiede la capacità di proseguire e contribuire al processo di crescita, contemporaneamente a quanto viene svolto dalla famiglia.

Si aggiunge poi, tutta quella programmazione ludica specifica dei nidi stessi. Uno dei tanti esempi può essere dato da quei giochi di sperimentazione libera del corpo, attraverso l’utilizzo di materiali vari quali l’acqua, la tempera, la carta, le stoffe, ecc. L’assoluta disponibilità di uno spazio sgombro da cose o impedimenti, di un tempo tutto suo, ma soprattutto la possibilità di utilizzare il materiale in questione con la più completa libertà, costituisce una genuina occasione di vivere il proprio corpo e le sensazioni corrispondenti, in modo piacevolmente creativo.

La funzione della socializzazione inoltre, è portata avanti in modo peculiare dal nido, in quanto per sua stessa natura, costituisce un ambiente socializzato. Al bambino si offrono poche altre possibilità, di stare in un ambiente protetto e sicuro, con altri adulti e bambini che sono lì, con gli stessi scopi e funzioni.

Quello che fino a quel momento era svolto da solo, con l’ingresso al nido, viene realizzato con altri coetanei, tutti con medesimi obiettivi, con stesse regole e spesso con desideri in comune.

Il proprio mondo viene allargato e condiviso. Si deve accettare la limitazione indotta dalla presenza degli altri, ma si può godere della loro compagnia e dell’arricchimento che ne consegue. Non esiste più un mondo a propria disposizione e solitario, ma popolato e variegato, infinitamente più complesso e creativo.

Inizialmente, la compresenza costituisce un momento frustrante, limitante rispetto ad un mondo magico ed egocentrico. Successivamente però, questa restrizione viene ricompensata dal piacere della socializzazione e dalla soddisfazione, ottenuta per merito delle nuove acquisizioni. Nel contempo, certe regole, certe difficoltà, certe funzioni, essendo uguali per tutti, rendono il mondo più accettabile e piacevole. Non si tratta di una congiura contro di lui, ma di un fare necessario, universalmente dato, di regole valide per tutti, rispettate da tutti.

Il gioco condiviso quindi, costituisce la continuazione di questo processo di socializzazione, portato avanti con il piacere, il divertimento, la scoperta, la fantasia di stare insieme.

Pensiamo al grande ruolo assunto dal gioco di fantasia, che si traduce in un gioco reale. Grazie ad esso, si mette in atto un processo di crescita dell’identità, del pensiero, dell’emotività e della relazionalità, perché quanto viene pensato, può essere tradotto nel concreto, all’interno di confini e limiti imposti dalla realtà, ma anche arricchito dal contributo del mondo interno degli altri, grandi e piccoli.

Attraverso l’attività ludica, il piccolo comprende come funziona il mondo, come funziona lui, come funzionano gli altri e l’interazione con loro. Il genitore a casa e l’educatore al nido, assolvono l’importante compito di capire cosa esperisce il bambino, di aiutarlo a viverlo e di viverlo con lui, nel più grande godimento possibile. Insomma, giocare con i bambini, divertirsi con loro, apprezzare le loro attività, costituisce uno spazio di crescita comune, nel pieno rispetto di tutti.

Allora comprendiamo come, attraverso giochi anche molto semplici come il “cucù”, dove il lattante si copre e successivamente si scopre, si verifica una cosa meravigliosa: il bambino esiste e può controllare il mondo! Ovvero, si rende conto che il mondo rimane sempre lì fermo, immobile, immutato e l’adulo che gioca con lui sta lì ad aspettarlo, è lui che compare e scompare, nel frattempo nulla cambia o si cancella. Lui esiste e ha la capacità di far muovere le cose intorno. Verificare l’immanenza del mondo, lo aiuta a crescere con un senso di sé sicuro, a costruire una stabilità che gli permetterà di volar via nella realtà e nella fantasia, nel giusto rispetto della concretezza. Sapere che il mondo non cambia, non scompare, che l’adulto rimane lì, lo aiuta a lasciar andare il controllo, a permettersi di addormentarsi sereno, di allontanarsi da casa senza angosce, a far ingresso al nido o a scuola, senza temere l’abbandono.

Eppure si tratta di un gioco tanto innocuo! Ma un gesto e una ripetizione così semplice, nascondono un significato così grande e potente, che trascende la concretezza dell’atto in sé.

Alla stessa stregua, il gioco “giro giro tondo”, svolto da bambini più grandicelli, permette di rinnovare e rafforzare quanto già appreso col gioco del cucù e simili, in un contesto socializzato, che supera la diade madre-bambino o educatore-bambino. In questo caso, la possibilità di far cadere la terra e tutti quanti con essa, permette di controllare e gestire “allegramente”, quanto rappresenta una delle angosce più importanti per lui: l’incontrollabilità del mondo, con tutti i possibili eventi intercorrenti.  Infatti, una delle paure più grandi per il bambino, che si sente piccolo di fronte ad una realtà enorme ed incontrollata, risiede proprio nel trovarsi alla completa mercé di un qualsiasi evento sconosciuto e spaventoso. Si sente esile e impotente, uno “gnomo” di fronte ad un “gigante”.

Allora pensiamo al piacere, alla meraviglia e alla forza che può dare, trovare uno spazio simbolico che permetta di gestire e tollerare questa grande ansia. Pensiamo anche all’importanza del potervi giocare con altri coetanei e adulti, che “stanno al gioco”, confermando il “come se”. Gli adulti sanno perfettamente che il bambino non ha questo potere, ma fanno “come se” potesse farlo, gli concedono l’opportunità di stare in questo “spazio transizionale” (Winnicott), intermedio fra la realtà e la fantasia. La fantasia infatti, gli permette di pensare di avere il potere ed il controllo su questo mondo interno, che si riversa nella sicurezza di sé, espressa nel momento del dispiegarsi nel mondo esterno.

Girando in tondo al ritmo di una canzoncina, tenendosi per mano ai compagni, si crea questo rito magico, questo spazio di convinzione condivisa, dove si stabilisce di far cadere la terra, il mondo e tutti quanti e questo non crea tragedie, ma un piacere generale. Il bambino sa bene che nella realtà non è veramente così, ma l’opportunità di vivere un lasso di tempo in cui finge che sia possibile, alleggerisce la sua ansia, l’impotenza e alimenta il senso del possibile, ancor di più, se accettato e recitato da altri.

L’opportunità di gestire tutto questo attraverso il gioco, attraverso uno strumento suo e tutto suo, rende il mondo veramente bello, perché lo rende affrontabile e pieno di risorse. In questo modo, il mondo è veramente splendido, ricco di scrigni magici, di parole fatate, di pietre preziose che giungono in soccorso, nei momenti difficili.

Il bambino che cresce bene, con il pieno potere di questo spazio incantato, diventerà un adulto capace e stabile, abile nel realizzare il proprio mondo transizionale nella realtà, in modo piacevole, concreto e produttivo. L’adulto che da bambino ha potuto godere di questo grande strumento, continuerà a saper giocare anche da grande, con lo stesso divertimento e la stessa serietà, impiegante nelle altre attività quotidiane.

Questo filo conduttore, accompagnerà il piccolo nel suo percorso di crescita, fino a fargli dispiegare le ali, nel “mondo meraviglioso”.

Ciò non significa che la crescita e la vita futura, saranno privi di dolori, paure o sofferenze, ma che il mondo è meraviglioso proprio perché nulla lo annullerà, lo spezzerà, neanche il dolore più atroce o l’orco più spaventoso. La fantasia, la creatività, la relazione, le proprie potenzialità, permetteranno sempre, di trovare una soluzione, di saziare la morsa del dolore, di riempire uno spazio vuoto.

Non ci sarà più solitudine e incomprensione, ma un’apertura alla vita, nella speranza e fiducia. Si rinnoverà un legame significativo fra il bambino e l’adulto, fra il bambino ed il bambino, fra il bambino che siamo stati e l’adulto che siamo, fra il bambino che siamo stati e l’anziano che saremo ………..

Sarà dunque tempo di un incontro! Un giro tondo, intorno a tutte le nostre tappe di vita.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Bettelheim B. (1997). Un genitore quasi perfetto. Milano, Feltrinelli.

Freud A. (1987). L’aiuto al bambino malato. Torino, Bollati Boringhieri.

Freud. A. (1986). Conferenze per insegnanti e genitori. Torino, Bollati Boringhieri.

Klein M. (2006). Scritti 1921-1950. Torino, Bollati Boringhieri.

Winnicott D. (1974). Gioco e realtà. Roma, Arnaldo.

Winnicott D. (1974). Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. Roma, Arnaldo.

 

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17 gennaio 2011 1 17 /01 /gennaio /2011 13:35

Solitudine di vita

Dott.sa Sabrina Costantini

 

 

 

Solitudine di vita.

Solitudine di vita, suona come un abisso oscuro, misterioso e freddo, abisso in cui puoi cadere, perderti e rischiare di non tornare mai più. Una sorta di buco nero risucchiante, la cui forza centripeta supera ogni ferrea volontà!

La solitudine è un sentimento d’inquietudine forte, un senso di estraneità a sé, un disagio di fronte a noi stessi, un “dis-agio” non ben identificato, è un senso di tremolio e di indefinitezza sobbalzante allo stomaco, un senso di fragilità alle gambe e confusione alla testa. Non c’è nessuno intorno a noi, nessuno accanto a noi, non vediamo nessuno e non sentiamo nessuno, siamo completamente isolati in una piazza affollata, ci sentiamo incompresi in mezzo a tante orecchie, non sentiamo conforto di fronte a tante parole!

Non si sa bene cosa si sta sentendo, cosa pensare e come affrontare ciò che ci capita. E’ una condizione che alberga nelle nostre anime, ma difficile da afferrare e definire.

Nel mondo dell’arte si trovano sovente scritti ed opere che ne parlano, in modo più o meno  diretto. La ritroviamo sotto le vesti di una speranza ormai morta nella domenica del villaggio (Giacomo Leopardi), nel vuoto desolante del dopo bombe devastanti, di una guerra mondiale (Giuseppe Ungaretti), come nostalgia della terra natia (Ugo Foscolo), come costante ricerca di una musa ispiratrice alla stregua dell’amor cortese (Dante Alighieri). E non è forse la solitudine, l’orrore di un urlo muto, di una condizione angosciante, quella che s’intravede in modo inquietante, nella rappresentazione di Munch? Pensate poi alla solitudine kafkiana, di un uomo che si vede ridotto ad uno scarafaggio, relegato in un angolo della casa e della società, per poi essere spazzato via, proprio nel momento in cui smette di essere utile, produttivo e sfruttabile. Non resta più traccia di umanità!

Forse la solitudine rappresenta la fonte della disperazione, che muove l’uomo anche nell’angoscia di morte. Infatti la morte ci spaventa, solo come proiezione di vita, come termine di qualcosa che non è stata piena e “accompagnata”. Per cui, l’angoscia di morte in realtà non è altro che angoscia di vita, l’angoscia di una vita poco sentita, povera, mancante di qualcosa. Un’assenza, generata da una solitudine di vita costante e da una codardia che produce fuga e negazione. Allora, non si può tollerare che tutto finisca, perché questo tutto non è stato adeguato, non è stato sufficiente e soddisfacente, come se non fosse stato vero ma vissuto da dietro un vetro, privato di possibilità importanti. Questo tutto, è niente.

E la morte rappresenta la fine definitiva di una qualche possibilità, mai raccolta prima.

La solitudine è un sentire veramente divorante. E’ difficile da conoscere, da tenere a freno, da arginare. E’ come un fantasma che sfugge da tutte le parti. Incute un terrore profondo, desolazione e tristezza. Ci lascia vuoti, sfiniti, senza contenuti.

Nella maggior parte delle nostre esperienze, la solitudine è sinonimo di malessere e angoscia. Ma, in verità la solitudine costituisce anche un abisso da cui si può prendere le giuste distanze. Procedendo lungo un filo che unisce i due versanti perfettamente equidistanti, quali lo smarrimento e la lucidità cieca, si giunge ad un luogo sospeso, un’isola di serenità. Si tratta di giocare a fare il trapezista, di volteggiare e camminare con cautela su un terreno sospeso, procedendo sempre con grande attenzione, per non rischiare il volo senza rete di protezione.

E’ un compito di tutta la vita, è la connotazione della vita stessa.

Vista così, si percepisce subito la fatica immane, che tale percorso comporta. Se mai fosse realmente così, costituisce il prezzo dell’equità e del rispetto di sé, la rinuncia alla compagnia vacua, la distanza dalla dipendenza più bieca e strisciante.

J.M. Quinodoz ha parlato di solitudine addomesticata, rimarcando questa condizione come elemento base di vita. La solitudine, è una condizione che non ti abbandonerà mai, nel corso dell’intera esistenza. La vita sembra contenere il tacito obiettivo di addomesticarla, di renderla meno amara ed intollerabile, di aggraziarla e civilizzarla, ma non ha il potere di eliminarla.

Nel corso della nostra esistenza addomestichiamo la solitudine, esattamente come il Piccolo Principe di Saint Exupéry addomestica la sua volpe, cerca di renderla nota, riconoscibile, crea dei momenti comuni con lei, dove ci sia complicità, desiderio e affetto reciproco. Il Piccolo Principe addomestica la sua volpe fino ad amicarsela, a creare una storia comune, un passato e l’uomo cerca di rendere conosciuta e amichevole a sé, la propria condizione di vita.

Senza questo paziente lavoro di avvicinamento e frequentazione, la solitudine rimarrebbe come un animale feroce, una fiera imbelvita dalla paura e dell’insensatezza della propria condizione. L’uomo in preda alla solitudine più totale, arriverà perfino ad odiare sé stesso, preso da una rabbia continua, lacerante e macerante, dove in ogni istante si mischiano immagini, suoni, sensazioni, intuizioni, ricordi, tutto rinchiuso in una cantina umida ed interrata, lontana dagli sguardi e dalla comprensione del mondo.

Si tratta di una condizione di grande miseria, dove l’individuo si ritrova preda ignara della rabbia autoalimentante, diventata odio e rancore strisciante, che incrudisce oltre ogni tolleranza la solitudine, nelle sue forme più abnormi e sottili. E’ una solitudine immensa, vuota, atona, cieca, eppur senza spazio e tempo, assordante, deprivante e caotica nello stesso tempo. Una solitudine, che urla parole che non riusciamo ad udire e comprendere.

Si tratta di solitudine di vita, perché ha inizio già al momento della nascita e ci accompagna fino alla morte. Anzi, molto spesso si riversa e si proietta sulla morte stessa: la grande angoscia di lasciar andare e rimanere soli!

Questa condizione, quest’emozione immensa, profonda e inabissante d’angoscia, è la condizione che ci attanaglia fin dall’inizio. Al momento del parto, per il bambino comincia la prima grande separazione da quell’ambiente totale che è la madre. Un ambiente fatto di calore, di umidità, di flessibilità, di molleggiamento, di dolcezza, di amore, di parole ovattate, di umori nascosti, di scambi, protezioni e bisbigli invisibili. Un mondo indicibile, segreto e magico.

Ed ecco improvvisamente una grande spinta di vita e di crescita che ci catapulta in un ambiente freddo, rumoroso, quasi assordante, fatto di suoni spigolosi e diretti, asciutto, secco fino a prosciugare le narici, duro e rigido, senza alcun sostegno. Ma soprattutto un mondo separato! Separato dalla propria madre! Se si desidera averla vicina, si deve fare qualcosa perché ciò avvenga e non è detto che si ottenga. Nulla, è più così gratuito.

Ma che succede? Prima era sempre tutto presente, a disposizione, dolce e tenue, adesso tutto il mondo ha cambiato faccia, il nostro “mondo è caduto dai suoi cardini”, come recita Amleto.

Che grande stupore, meraviglia e quanta angoscia! Si è confusi, disorientati, sommersi da stimoli, a cui non si sa farvi fronte. Qui comincia il pianto! Qui comincia la solitudine più vera e profonda.

Una condizione di cui nessuno ha colpa, ma di fatto è questa ed è immensa.

Si è soli nel mondo e si deve imparare come farvi fronte, come fare in modo che chi ci circonda ci dia ciò di cui abbiamo bisogno e di cui ignoriamo l’origine. Completamente indifesi, siamo alla completa mercé degli altri, della loro disponibilità e bontà. Siamo nelle loro mani, nel senso più totale del termine: per mangiare, bere, soddisfare i bisogni di sonno, protezione, amore, considerazione, per sapere chi siamo!

Già, chi siamo!

Gli altri sono essenziali per vederci, per capire, per conoscerci, costituiscono uno specchio indispensabile. Le loro parole sono per noi, la via maestra, l’unica fonte di comprensione, l’origine dei nostri lumi, della lucidità, del senso, il senso e la verità stessa.

Ma che succede, se chi ci sta intorno, chi ci dovrebbe amare, proteggere e crescere, non riesce a funzionare come specchio, non ci rimanda la nostra immagine, ma un’immagine che non ci appartiene, frutto della mente e del cuore di chi la detiene e magari, di chi l’ha detenuta prima di lui? Che succede, se per qualche strano motivo, ci arrivano parole ed etichette estranee al nostro essere, ma così insistentemente definenti e inviate con rinnovata forza?

Che ne sarà di noi? Che ne sarà del nostro senso di identità, di continuità con il sé, del senso di coerenza con il proprio sentire, del riconoscimento fra corpo e anima? Cosa ne sarà di noi?

Quanto buio in fondo a noi stessi! Quanta confusione e quanta solitudine. Sì, una solitudine che si fa sempre più profonda, che varca i confini della nascita, per estendersi ad una vita più totale, imperviamente in salita. Non si sa cosa pensare, non si sa cosa stia capitando e per quale motivo sta capitando. Perché non ci vedono, non ci capiscono, non si prendono abbastanza cura di noi? Cosa c’è in noi, che non va? Non sappiamo da che parte girarci.

Sì, perché vedere gli altri per quello che sono, non è un processo facile. E’ scontato che dovrebbe essere così, ma non lo è! Ed il bambino che lo subisce, non può rendersi  conto di ciò. E spesso il bambino che subisce questa pressione, si convince che succede per “colpa” sua.

L’uomo non è mai scevro di un bagaglio suo personale, di un paio di lenti che lo inducono a vedere il mondo con una certa luce, con una sfumatura tutta particolare. Questo bagaglio non è altro che il frutto di ciò che lui è da sempre: personalità, atteggiamenti, pregiudizi, pensieri, emozioni, fantasie, aspettative e quant’altro può esservi incluso.

La sua visione del mondo, dipende sostanzialmente da ciò che è, da come vive sé ed il mondo circostante, da come vede le cose. Va da sé, che nel momento in cui si accinge ad affrontare qualunque evento, lo farà sulla base delle convinzioni e vissuti in suo possesso. Così, anche la nascita di un figlio verrà gestita nello stesso modo.

Ancora prima che lui nasca, si creeranno delle fantasie sull’evento, su come si desidera essere in quanto genitori, su come sarà questo figlio, su come andranno le cose. Noi non sappiamo come realmente sarà, ma non possiamo far a meno di prefigurarcelo, di immaginare cosa sarà meglio per lui, cosa vogliamo insegnargli, quanto amore vogliamo dargli, ecc.

E allora, per quanto amore possa esserci dentro noi, per quanto desiderio di farlo crescere nel modo più sano possibile, la verità è che nascerà con un vestito già cucito addosso. Questo vestito, che anziché riscaldare raffredda, crea la vera e profonda solitudine, perché allontana anche da sé stessi, rende persi ed estranei al vero sé.

Il bambino infatti, fidandosi cecamente di chi lo circonda, si dissuade precocemente circa la verità di quanto sente, a favore della verità familiare. Perseguire quanto aleggia nel fondo di sé, significa allargare progressivamente quella frattura fra sé e gli altri, fino a farla diventare una voragine insanabile. Perseguire la visione che gli altri possiedono di sé, comporta l’allontanamento dal proprio essere, a favore di una compagnia tiepida, di una vicinanza fatua, ma pur sempre “vicinanza”.

Comunque vada, siamo soli! Ma, il rispetto di sé induce ad essere accompagnati almeno da sé stessi e comporta l’addomesticamento di quella solitudine che ci appartiene da sempre.

Questa è una scelta difficile, quasi improbabile. Il bambino possiede un bisogno disperato di amore e vicinanza, sarà dunque disposto a qualsiasi cosa, per ottenerli. Quanto meno gli verranno dati come lui desidera, tanto più li cercherà per il resto della vita. Venderà anche la propria anima al diavolo, si umilierà e negherà il proprio sentire, pur di ottenere un minimo cenno di approvazione, di calore, un’affiliazione.

Farà di tutto, di più, ma nello stesso tempo perderà la propria gioia, la vitalità di bambino, l’ingenuità e soprattutto la fiducia, la sua forza più importante. Il dramma di questa grave perdita, è proprio la solitudine. Infatti, il bambino cercherà a tutti i costi l’approvazione altrui, ma perderà progressivamente fiducia in sé, come individuo capace, amabile e  in chi lo circonda, il cui amore sentirà come interessato, falso e condizionato. Vivrà e crescerà, sentendo segretamente di aver tradito sé ad un giuda e disprezzandosi nascostamente, non potrà più far a meno di guardarsi ad ogni angolo, per scovare nemici e detrattori.

Non esiste più, quel mondo incantato! Un mondo fatto di possibilità, di infinita ricchezza, di speranza e fiducia illimitata. Non si riesce più a staccarsi dalla concretezza, non si sogna più!

Diventeranno così, adulti che si prostrano al volere degli altri, senza mai osare esprimere un proprio desiderio, scapicollandosi per accontentare e confermare chi li circonda. Ci sarà la corsa agli impegni, agli hobbies, alle attività e organizzazioni di ogni tipo, qualsiasi cosa pur di non rimanere soli, pur di avere la pur pallida sensazione di “far parte”, di “saper fare”, di “saper dire”, di essere sotto l’attenzione altrui, di guadagnarsi la stima e la fiducia. Ma poi sulla base di cosa? Di quale criterio?

Di quale criterio non si sa, l’importante è correre, correre e fare, stare, stare con, cercare di non sentirsi soli, di non sentire. Si gioca a fare i genitori, a fare i professionisti, gli esperti in qualcosa, gli amici, i parenti …….

Ma, nonostante la giostra giri vorticosamente, il senso di solitudine non cambierà, non diminuirà, anzi aumenterà inesorabilmente, perché apparentemente si riduce la crepa fra noi e gli altri, ma si accresce quella fra noi e noi. Non possiamo più contare su noi stessi, sulla nostra intuizione, sul sentire, sulla stima di noi stessi e neanche lo sappiamo. Ormai è così tanto tempo che siamo dediti al conformismo che non sappiamo neanche chi siamo, dov’è il vero sé. Non sappiamo cosa sia la nostra sofferenza, non ne conosciamo l’origine e la direzione, rischiando di correre ancora più forte, in un inseguimento di felicità eteree e vacue.

Diventando grandi e indipendenti, ci s’illude erroneamente di essere finalmente liberi e completamente padroni della propria vita. Ma non è così, si possono fare molte cose ma non si può cambiare, ciò che non è cambiato fino ad allora. Non si modificano le etichette su di noi, il tipo di rapporto con i nostri genitori, non possiamo cambiarli! Questa frustrazione non potrà essere mai lenita. Nessuna attività, oggetto o persona cambierà la desolazione subita.

Sarà una vita presa da lavoro, figli, palestra, cene, scommesse, oggetti, acquisti, sesso, denaro e quant’altro si può mettere. Fino a che un giorno, magari uno di questi elementi cade, lasciandoci in un crollo più totale. Quest’occasione, può essere accolta come possibilità di cambiamento, oppure ancora ignorata e affrontata come tutto il resto, magari con un altro riempimento, con un farmaco e con l’ignoranza. Tutto questo, finché dura la giovinezza, la forza e l’energia, perché la vecchiaia poi, porterà una rinnovata ondata di solitudine, tristezza, malattia e morte.

Quale bilancio mai, si può fare di una vita condotta così?

Forse è per questo che spesso, si evita di fare bilanci!

Ci sono bambini poi, così tanto, eppur segretamente e invisibilmente feriti, che saranno danneggiati nella loro capacità di procreare, ma ancora di più nella loro fiducia di poterlo fare. Il loro rapporto con i genitori è così tanto distorto e la stima di sé così stranamente compromessa, da non riuscire a pensare di poter essere generosi e creativi. Così, perderanno due volte sé stessi, saranno privati della possibilità di fare i genitori, di stare dall’altra parte della medaglia e della possibilità di rivedere a più riprese, sé stessi e la propria infanzia.

A volte, il frutto di ciò origina proprio da una falsa immagine di genitori perfetti, di genitori altruisti e generosi oltre ogni umana possibilità. Per il figlio, non sarà mai possibile competere con una tale famiglia, non è neanche pensabile riuscire ad essere genitori altrettanto bravi! Ancor meno, sarà pensabile di poter essere arrabbiati con loro, per qualunque cosa o di fare scelte di vita proprie. Quindi, vivranno attribuendo a sé e solo a sé ogni nefandezza, l’ingratitudine, l’incapacità come figli, come genitori, come persone imperfette!

Dentro, perpetuerà il lacerante conflitto: io o loro? In momenti cruciali della propria vita, si rinnoverà il peso della rinuncia, quella rinuncia che i suoi genitori hanno sostenuto per lui, per crescerlo, per amarlo, per non fargli mancare nulla, per essere sempre equi. Non ci sarà possibilità alcuna, se non quella di soccombere sotto questo peso. E’ veramente difficile, lasciarli andare. Al contrario, rinuncerà realmente a sé!

C’è chi invece, pressato da quest’insoddisfazione nascosta, che la solitudine rimanda segretamente, somatizza o proietta sul corpo, passando la propria vita da un’indagine all’altra, da una diagnosi all’altra, da un intervento all’altro, tagli, asportazioni, bruciature, cicli farmacologici, antibiotici, ecc. Il corpo sarà sempre più depauperato, martoriato e perso. Ogni malattia, costituirà un’occasione di consapevolezza e cambiamento, ma difficilmente si riuscirà a coglierne il reale messaggio, a favore di una condizione concreta perseverante, che finirà per togliere la vita.

Nel frattempo però ad ogni nuovo specialista, la persona sofferente rinnoverà la sua speranza, di trovare la causa del suo “dolore” e la sua risoluzione, per conquistare il benessere agognato. Ma, questa speranza sarà ogni volta delusa ed il benessere raggiunto, di brevissima durata. Ad ogni giro, ci si allontana sempre più da sé e dalle cause della propria sofferenza originaria.

In questa condizione di solitudine primigenia, si può anche perdere il senno e offuscarsi la coscienza con una diagnosi, che ci renda ragione e giustifichi la ritirata dalla vita. Può trattarsi di una diagnosi medica, ma anche di diagnosi psichiatrica, si fa i “malati di nervi”, i “matti” e si fugge. Non si assume nessuna responsabilità, non si è abili al lavoro, non si è capaci di amare, di pensare, di occuparsi di sé, tantomeno di qualcun altro. 

Questa “soluzione” non solo è deresponsabilizzante, ma anche molto aggressiva. Infatti, chi ci circonda deve subire passivamente questa condizione, senza poter far nulla. Familiari e amici devono fare al posto di, devono sostituirsi per proteggere, sostenere, scegliere e aiutare, in tutto ciò che il malato non può e non vuole fare.

C’è chi non accetta questa sorte e non ne vede altra. Sceglierà una via ancora più drastica attraverso il suicidio, che lascia ancora gli altri a subire un’aggressività e una violenza senza confini, inaffrontabile. Il peso e la solitudine altrui, sarà ancora più grande e inesorabile.

Dall’altro lato, abbiamo chi è più vicino al proprio sentire e all’origine di questo “grande male” e da sempre, per una strana combinazione di fattori, non si è mai affiliato al sistema prevalente e ai giochi scaccia solitudine. Il più delle volte, si tratta di bambini ribelli, quelli che hanno trovato in quest’etichetta una sorta di via d’uscita. Grazie alla combinazione di ribellione, spiccata sensibilità, consapevolezza e forza di vita, sono riusciti ad andare oltre. In questo caso, la ribellione è solo la forma esterna di una condotta orientata a cercare sé stessi, svincolata dalla ribellione stessa, che costituisce la più nascosta e potente forma di dipendenza.

Questa scelta, comporta un prezzo molto alto. Prezzo rappresentato, non solo dal ritrovarsi nella più profonda solitudine, ma anche in una condizione segnata da rifiuto, disapprovazione, svalutazione, disprezzo. Si tratta di un individuo strano, anomalo, forse di un errore del sistema, perché non gira come tutti gli altri, non apprezza ciò che apprezzano gli altri, non gli va bene nulla, non gli basta mai. Del resto, fin da piccolo è sempre stato difficile e ha dato un gran da fare a quei poveri genitori, che non sapevano proprio più da che parte prenderlo, l’hanno provate proprio tutte!

Adesso più che mai, riuscire ad addomesticare la solitudine, attraverso la ricerca di compagni di viaggio e di consapevolezza, costituisce un obiettivo di vita e serenità.

Trovare qualcuno che riesca a comprendere e condividere non elimina la condizione di base, di solitudine profonda, ma rende ragione della propria scelta di vita, contribuisce a dargli un senso e a tollerare meglio questo profondo sentire.

Si tratta di una condizione che mi fa venire in mente la fiaba La Bella e la Bestia. L’ultima figlia Bella, non desidera come le altre sorelle, vestiti e gioielli, ma qualcosa di diverso e al padre che si reca al porto, chiede delle rose. Forse desidera altro perché lei è diversa e forse, anche per non gravare sul padre già in rovina. Proprio questa sua condizione di ultima figlia, che subisce la pressione degli adulti e delle sorelle maggiori, nonché la sua diversità, le conseguono invidia, disprezzo e quest’increscioso incidente con la Bestia, che minaccia la vita del padre.

Bella deve pagare il suo prezzo, deve andare dalla Bestia per render ragione di aver desiderato qualcosa di diverso dal fatuo e materiale, deve render ragione di ciò che è e della propria dedizione di figlia. La ragazza paga per sé e per il padre, il quale non si assume la responsabilità di ciò che fa e non fa. E’ lui che dovrebbe mettere un freno alle figlie, che gli chiedono vestiti e gioielli ed è lui che entra in quel giardino a cogliere delle rose, che non gli appartengono. Ma non lo fa e la figlia fa per lui, lo salva, assumendosene tutto il carico, la responsabilità, l’ingiuria ed il destino.

La Bella e la Bestia si addomesticano a vicenda, imparano a conoscersi, ad abituarsi l’un all’altro, ad avere una reciproca fiducia e rispetto. In particolare, la ragazza impara ad andare oltre l’aspetto e le apparenze, per avvicinarsi e valorizzare qualcosa, che va oltre la mostruosità animale e umana. Ed è per questo che si verifica un vero addomesticamento, perché si crea un legame profondo di comprensione, di sentire ed empatia, con l’altro e con sé.

Grazie a questa miscela, l’incantesimo si scioglie e la Bestia ritrova le sue antiche sembianze umane, rinnova sé e la propria ricchezza. Bella da parte sua, ritrova la propria bestialità, l’anima più profonda, la solitudine incantata. E’ il fondo di noi stessi, la vera essenza, al di là di condizionamenti, etichette e false sembianze.

Ma quante Bella ci sono nel mondo?

Chissà se quel bambino che ha subito tanta triste pressione, riuscirà mai a trovare le parole per dire ciò che ha sentito, se troverà mai la consapevolezza per esprimerla, se darà mai ragione di ciò che è, se si spiegherà certe incongruenze, certi lati oscuri e fastidiosi del proprio carattere. Chissà, se avrà mai compassione di sé. Chissà, se troverà mai la voce per urlare tutta la sofferenza ed il dolore.

Forse urlerà come genitore, troverà una rinnovata opportunità di consapevolezza e di crescita con i propri figli, per loro e per sé. Proiettando la propria condizione d’infanzia nei propri bambini, avrà a disposizione uno specchio lucente e ricco. Sarà cura dei più umili e dei più consapevoli, usare questo specchio magico e saper cogliere quest’importante opportunità.

Per operare questo salto quantico, è necessario un ulteriore passaggio evolutivo, la capacità di lasciar andare una parte di sé a cui ci si è aggrappati prepotentemente, che ormai costituisce solo una zavorra, un ostacolo, per poter volteggiare sulle onde.

Questo salto è ben rappresentato dal protagonista di Cast Away, film di Zemeckis. Il protagonista Chuck Noland, è un naufrago finito su di un’isola deserta dopo l’ammaraggio del proprio aereo. Per sopravvivere alla desolante solitudine, proietta una parte di sé in un pallone, “Wilson”, a cui disegna occhi e bocca, come fosse una faccina che sta lì a guardarlo, ascoltarlo, giudicarlo, a ricordargli paure ed angosce. Wilson rappresenta una parte, che in un certo senso lo trattiene, lo tiene lì, lo farebbe morire lì senza speranze, schiacciato dal timore di non riuscire. Ma è anche una parte importante, un alter ego, è l’altro del dialogo, colui che gli ha permesso di sopravvivere e addomesticare la propria solitudine.

Nel momento in cui il protagonista s’imbarca in mare aperto, per provare a tornare a casa, deve lasciar andare Wilson, pena la sua vita. Per rientrare nel mondo socializzato, per poter vivere con gli altri e scambiare qualcosa con loro, deve rinunciare a ciò che gli ha permesso di addomesticare la solitudine, in un contesto di totale isolamento. Wilson è la proiezione di una parte di sé, è un mondo isolato ed autistico, dove la persona riesce a far a meno di tutto e di tutti, funzionale in un’isola deserta ma non in un mondo di relazioni.

E’ necessario compiere questo passaggio, lasciar andare quel qualcosa che ha permesso di sopravvivere e costruire, che han rappresentato un grande sostegno e spinta in un momento di burrasca, ma che ad un certo punto diventa vincolo e catena, che deve essere spezzata. Ad un certo punto si deve andare verso gli altri, addomesticare la propria solitudine, non tramite oggetti o contenuti privati della propria mente, ma attraverso il legame con gli altri. Solo attraverso lo scambio, esiste vera ricchezza e crescita consapevole.

Gli altri, non sono più mera proiezione silente, come poteva essere Wilson, che non contestava, non dava torto, frustrazione o delusione, ma costituiscono uno specchio che rimanda dei contenuti che interagiscono. Gli altri non ci soddisfano come vogliamo, ci contraddicono, ci odiano, ci detestano, ci adorano, ci amano. Noi, insieme agli altri viviamo e cresciamo nella propria solitudine.

Noi, con i nostri figli, vissuti come altro nella relazione, siamo in possesso di un’opportunità di consapevolezza e crescita incredibile. Questo legame costituisce una porta privilegiata verso il passato, una finestra che si apre nella propria infanzia, la possibilità di vedere e sentire ciò che abbiamo vissuto a quel tempo là senza completa consapevolezza, ma con la chiarezza e la forza di ora, dell’adulto che siamo diventati.

E l’adulto oggi, ha veramente la possibilità di stare con quel bambino, di addomesticare la sua solitudine, di camminare con lui, di aspettarlo ad appuntamenti e luoghi ormai noti ed amati da entrambe. L’adulto può stare con il bambino che è stato, amarlo e comprenderlo, come nessuno ha mai saputo fare fino ad ora.

Nello stesso modo l’adulto genitore, può accompagnare il proprio figlio nella vita, aiutarlo a crescere con tutto l’amore che ha, aiutarlo ad addomesticare la sua solitudine senza creare un legame che vincola, ma al contrario con un legame che gli permetta di volare più libero possibile, quando il suo bisogno lo chiederà.

Solo così la solitudine sarà addomesticata, sarà compagna di vita. Solo così ci sarà consapevolezza e vita vissuta interamente. E forse così, la morte non sarà poi un mostro così terribile, ma un’umana possibilità. Non un’ancora di salvezza, ma un punto di passaggio.

Si passa così da una solitudine percepita come un abisso divorante ad una solitudine come “contenitore vuoto”, che pazientemente attende creazione e scambio, attende un contenuto da sentire, pensare, donare.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Saint Exupéry (1993). Il piccolo principe.

Quinodoz J.M. (1992). La solitudine addomesticata. Roma, Borla,

Kafka F. La metamorfosi.

Robert Zemeckis (regista) (USA, 2000). Cast Away, attori: Tom Haks. Helen Hunt. Genere: drammatico-avventura.

 

 

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