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2 luglio 2016 6 02 /07 /luglio /2016 09:37
Storia Zen

 

Storia Zen

 

 

 

 

Un Maestro giapponese ricevette una visita da parte di un professore universitario che era andato da lui per imparare l’antica filosofia Zen.

 

Il professore cominciò a parlare dei suoi studi e delle sue esperienze.

Il Maestro servì il the. Colmò la tazza del suo ospite e poi continuò a versare.

 

Il professore guardò traboccare il the e osservò: “E’ ricolma. Non c’entra più!”

“Come questa tazza, - rispose il Mestro

 

– tu sei colmo delle tue opinioni e delle tue congetture.

Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?”

Psiche-Soma in libertà
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28 aprile 2016 4 28 /04 /aprile /2016 15:55
Lo strano violinista

Lo strano violinista .........

 

 

 

Lo strano violinista

Fiaba dei fratelli Grimm 

 

 

C'era una volta uno strano violinista, che se ne andava solo solo per un bosco, e pensava a questo e a quello; e quando la sua mente non ebbe ove posarsi, disse fra sé: “Mi annoio molto qui nel bosco, voglio cercarmi un buon compagno.” Si tolse di dosso il violino e si mise a sonare, sicché il suono si diffuse fra gli alberi.

Poco dopo, ecco venire un lupo, trottando per la boscaglia. “Ah, viene un lupo! quello non lo desidero proprio,” disse il violinista. Ma il lupo si avvicinò e gli disse: “Oh, caro violinista! come suoni bene! vorrei imparare anch’io.”

- “È presto fatto,” gli rispose il violinista, “devi soltanto fare tutto quello che ti ordino.”

- “O violinista,” disse il lupo, “ti obbedirò come uno scolaro il suo maestro.” Il violinista gli ordinò di seguirlo, e, quando ebbero fatto un pezzo di strada insieme, giunsero a una vecchia quercia, che era cava internamente e spaccata nel mezzo.

“Guarda,” disse il violinista, “se vuoi imparar a sonare il violino, metti le zampe davanti in questa spaccatura.”

Il lupo obbedí, ma il violinista prese in fretta un sasso e d’un sol colpo gli conficcò le zampe nel legno cosí saldamente, che il lupo dovette starsene là prigioniero.

“Aspetta qui finché torno,” disse il violinista, e se ne andò per la sua strada.

Dopo un po’, disse di nuovo fra sé: “Mi annoio molto qui nel bosco, voglio cercarmi un altro compagno.” Prese il violino, e di nuovo si diffuse il suono nel bosco. Poco dopo, ecco venire una volpe strisciando fra gli alberi.

“Ah, viene una volpe,” disse il violinista, quella non la desidero proprio. Ma la volpe gli si accostò e disse: “Ah, caro violinista, come suoni bene! Vorrei imparare anch’io.” È presto fatto, disse il violinista: devi soltanto fare tutto quel che ti ordino. “O violinista,” rispose la volpe, “ti obbedirò come uno scolaro il suo maestro.”

- “Seguimi,” disse il violinista, e quando ebbero fatto un pezzo di strada, giunsero a un sentiero fiancheggiato da alti cespugli. Allora il violinista si fermò, da un lato del sentiero curvò fino a terra un giovane nocciolo e ne premette la cima col piede; dall’altro lato incurvò un altro alberello e disse: “Orsú, volpicina, se vuoi imparar qualcosa, porgimi una delle tue zampe davanti, la sinistra.”

La volpe obbedí ed egli le legò la zampa al fusto di sinistra. “Volpicina,” disse, “ora porgimi la destra.”

E la legò al fusto di destra. E, dopo essersi assicurato che i nodi delle corde fossero abbastanza solidi, lasciò la presa, e gli alberelli si rizzarono e lanciarono in alto la volpe, che restò sospesa in aria a sgambettare.

“Aspettami qui fìnché torno,” disse il violinista e se ne andò per la sua strada.

Di nuovo disse fra sé: “Mi annoio qui nel bosco; voglio cercarmi un altro compagno.” Prese il violino, e il suono si diffuse per il bosco.

Allora ecco venire a gran balzi un leprotto. “Ah, viene una lepre!” disse il violinista, “questa non la volevo.”

- “Ah, caro violinista,” disse il leprotto, “come suoni bene! vorrei imparare anch’io.” - “È presto fatto,” disse il violinista, “devi soltanto fare tutto quel che ti ordino.”

- “O violinista,” disse il leprotto, “ti obbedirò come uno scolaro il suo maestro.” Fecero un pezzo di strada insieme, finché giunsero a una radura nel bosco, dove c’era una tremula. Il violinista legò un lungo spago al collo del leprotto e ne annodò l’altro capo all’albero.

“Svelto, leprottino, ora salta venti volte intorno all’albero!” esclamò il violinista, e il leprotto obbedi, e quando ebbe fatto i suoi venti giri, lo spago si era attorto venti volte intorno al tronco; e il leprotto era prigioniero, e aveva un bel tirare e dar strattoni: si tagliava soltanto il collo delicato con lo spago.

“Aspetta qui finché torno,” disse il violinista e proseguí.


Intanto il lupo aveva dato spinte e strattoni, aveva morso la pietra e si era tanto adoprato, che alla fine si era liberato tirando fuori le zampe dalla spaccatura. Pieno di collera e di rabbia, corse dietro al violinista e voleva sbranarlo. Quando la volpe lo vide, cominciò a lamentarsi e gridò con tutte le sue forze: “Fratello lupo, vieni ad aiutarmi: il violinista mi ha ingannata.”

Il lupo curvò gli alberelli, con un morso spezzò le funi e liberò la volpe, che lo accompagnò, per vendicarsi del violinista. Trovarono il leprotto legato, liberarono anche lui, e poi tutti insieme andarono in cerca del loro nemico.

Per la strada il violinista aveva ripreso a sonare, e questa volta era stato piú fortunato. I suoni giunsero all’orecchio di un povero boscaiolo, che subito, lo volesse o no, interruppe il suo lavoro e con l’ascia sotto il braccio si avvicinò per sentire la musica.

“Finalmente viene il compagno che fa per me,” disse il violinista, “un uomo cercavo, non bestie selvagge.”

E cominciò a sonar cosí bene e con tanta dolcezza, che il pover’uomo se ne stava incantato e si sentiva allargare il cuore dalla gioia.

E mentre se ne stava cosí, si avvicinarono il lupo, la volpe e il leprotto ed egli si accorse che tramavano qualcosa.

Allora sollevò l’ascia rilucente e si mise davanti al violinista, come a dire: “Chi gli vuol male si guardi, l’avrà da fare con me.”

Allora le bestie, impaurite, di corsa tornarono nel bosco; ma il violinista per ringraziamento sonò un altro pezzo e poi proseguí la sua strada.

 

Ascoltando, mi viene in mente..

 

 

Questa fiaba, in verità non è una delle più complesse, ma a me sembrava molto interessante ed il suo messaggio attuale.

Il punto è che se desideri veramente qualcosa, sei disposto a tutto per ottenerlo, rischiando qualunque cosa.

Gli animali del bosco, come il boscaiolo, sono così desiderosi di imparare a suonare, che accettano tutto ciò che il violinista chiede loro, si fidano ciecamente nominandolo loro maestro.

Il violinista da parte sua, non desidera veramente un amico, ma desidera una figura specifica, che sta nella sua mente e tutto ciò che si discosta lo usa e lo butta via. Non è disposto a scambiare, a dare, non vuole un amico e alla fine sarà ancora solo.

E’ anche vero che i vari personaggi non cercano a loro volta un amico ma un maestro e lui non lo è, anche se si atteggia tale.

Ecco l’intoppo!

Qui si mostra l’ambivalenza fra ciò che coscientemente persegui e ciò che in realtà desideri, la motivazione inconscia. E’ questa, la motivazione inconscia che poi guida realmente le nostre azioni e ci conduce al quel tipo di strada.

Il violinista dice di volere un amico, ma in realtà lui si presenta attraverso la sua bravura, il suo suono, mostra questo di sé ed è questo ciò che ottiene, ammirazione e proseliti. Non a caso, ringrazia il boscaiolo nell'unico modo che gli è proprio, suonando. Ma non riconoscendo la propria motivazione inconscia, rifiuta ciò che realmente ottiene col suo operato e tutti rimangono a bocca asciutta.

Ancora una volta, si può notare la connotazione della fiaba. Non ci dice che il violinista è cattivo, sbagliato, crudele, o che gli altri personaggi sono allocchi, illusi, ecc., ma semplicemente ci mostra la risultante delle nostre azioni e del nostro volere profondo, in modo semplice e lineare.

E’ incontrovertibile, la fiaba ti lascia lì sospeso, con qualcosa da comprendere e da digerire. Getta dei semi nel tuo mondo interno, che se coltivi germoglieranno, attivano il tuo mondo interno, emotivo e conoscitivo.

Cosa che non avviene con le favole, che istigando un giudizio direzionando così da una parte o dall’atra, senza lasciare la propria risposta al lettore. La favola indottrina.

Ancora, questa narrazione ci ricorda anche che chi sa fare una cosa, non necessariamente la sa insegnare, non necessariamente è una persona affidabile, non necessariamente usa il suo sapere a fin di bene.

E questo a maggior ragione se c’è ambivalenza. Io non credo nella cattiveria umana, credo piuttosto nell’ignoranza delle proprie dinamiche profonde, che producono effetti talvolta dannosi, inaspettati, distruttivi.

E in questo senso, abbiamo visto in altre discussioni, che la ricerca scientifica nel nostro tempo, ne è un chiaro esempio. Non sempre usa a fin di bene, ciò che crea e scopre. Qui, credo invece nel primato del profitto di alcune industrie.

Questi due aspetti che mi balzano alla mente, mi sembrano entrambi assai tipici della nostra società, dove tutto è mercificato, usato, manipolato, gettato via. Non c’è più tempo, né desiderio, né investimento per ciò che è inusuale, inaspettato, diverso, per ciò che non rientra nei nostri schemi e negli schemi dettati da chi detiene il potere in modo evidente o nascosto. Il rapporto fra violinista e i vari personaggi rievoca la relazione fra maestro-discepolo di un tempo, dove il maestro era portatore di saggezza, sapere, insegnamento, ma incarnava anche una figura autorevole e riconosciuta. L’allievo riconosceva il suo ruolo e lo rispettava, senza uscire dai margini, cosa che oggi non esiste più.

Pensiamo al fatto che i genitori sono sempre sul piede di guerra, pronti a denunciare gli insegnanti per qualunque cosa, a difendere a spada tratta, anche a torto, i propri figli. Pensiamo agli atti di violenza e bullismo dei ragazzi nei confronti degli insegnanti, come nei casi di cronaca a noi noti, in cui gli insegnanti sono stati ridicolizzati e ripresi per essere mandati su you tube.

Dall’altra pensiamo agli insegnanti, non sempre così desiderosi di assumere questo ruolo, non sempre rispettosi delle nuove menti in erba, del bisogno dei giovani di figure significative a cui appoggiarsi, a quegli insegnanti che fanno come il nostro strano violinista, negano di mostrarsi per ciò che sono (violinisti), legando su sé stessi, imprigionando, i giovani discenti, che escono dalle proprie aspettative, dal sentiero apparentemente scelto.

Psiche-Soma in libertà
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6 aprile 2016 3 06 /04 /aprile /2016 15:34
Rovistando nel Fardello

Rovistando nel

Fardello

 

Laboratorio PsicheSoming

 

 

Condotto da:

Dott. Sabrina Costantini

      Piergiorgio Deriu

 

Il laboratorio intensivo “Rovistando nel Fardello,

intende frugare nel fardello che ciascuno di noi porta sulla schiena, per discernere cosa ne fa parte e deve essere lasciato andare (sensi del dovere, di colpa, di responsabilità, ansie, paure, formule di educazione, stereotipi comportamentali, ecc.).

 

Il fardello infatti, crea molto spesso una corazza atta a tenere il peso, di cui abbiamo cominciato a caricarci fin dall’infanzia. La corazza fisica, comportamentale ed emotiva è necessaria per sostenere i pesi aggiunti, nel contempo determina un atteggiamento interiore di fatica e sopportazione, che rosicchia l’energia e la serenità.

 

Le emozioni che ne derivano inconsapevolmente e che accompagnano la nostra quotidianità, risultano quindi paura e rabbia nelle sue varie sfaccettature (timori, fobie, risentimento, gelosia, invidia, frustrazione, intolleranza, ecc.).

Le relazioni con sé e con gli altri risultano contraddistinte da sfiducia, atteggiamento di allerta e sospetto. I fardelli infatti nel corso della storia individuale si stratificano, accrescendosi negli anni, attraverso nuove relazioni e contesti diversi.

 

L’obiettivo del laboratorio consiste nell’andare ad aprire quel fardello, discriminare i contenuti e svuotarsi di una o più parti della sovrastruttura, che crea la nostra “gobba” somatica e psicologica.

La postura, l’atteggiamento ed il comportamento, ci rivelano quanti pesi ci siamo sobbarcati nel corso degli anni.

 

Il contesto di lavoro sarà rappresentato dal gruppo: spazio privilegiato dove si incontra l’individualità e la relazionalità. Il gruppo costituisce un ottimo strumento di riflessione, d’espressione di sé, di rispecchiamento negli altri e di strategie di trasformazione in un’ottica circolare d’abbondanza.

 

Si utilizzeranno tecniche yoga, shiatsu, digitopressione, tecniche “energetiche”, bioenergetica, danza terapia, immaginazione guidata, role playing, esercizi a coppie, drammatizzazione, tecniche di scrittura creativa, sculture corporee, ecc.

 

Si consigliano abiti comodi, calzini, una coperta e un cuscino.

Pranzo al sacco in condivisione

Portare un sacco, possibilmente di stoffa, iuta, lino o simili ed un quaderno.

 

Il laboratorio si terrà il giorno14/05/16, dalle ore 9.00 alle ore 18.00, presso DNA Danza, V. Tosco Romagnola Ovest, n. 340, Fornacette-Calcinaia (Pi).

 

Dott. sa Sabrina Costantini:

Psicologa Psicoterapeuta

Cell. 349  83 03 854

sabrina.costantinips@virgilio.it

sabrinacostantinipsicologia.over-blog.it

 

Piergiorgio Deriu:

Istruttore Operatore Shiatsu Istruttore Yoga, Personal Trainer Discipline Bio Naturali

Cell. 338 44 26 466

piergiorgio.deriu@alice.it

Psiche-Soma in libertà
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30 marzo 2016 3 30 /03 /marzo /2016 10:54
Perchè proprio quella fiaba?

Perché proprio quella fiaba?

 

 

Quotidianamente utilizzo moltissimo le storie e le fiabe, nella vita personale con le mie figlie, con i genitori durante i seminari, con gli insegnanti, con i pazienti grandi e piccoli e ogni volta, non finisco mai di stupirmi di quanto emerge.

Capita spesso che gli adulti siano resistenti a questo tipo di approccio, che desiderino delle tecniche, delle informazioni più precise, delle robe professionali, da adulti e si sentano un po’ svalutati, nel maneggiare dei contenuti così “infantili”.

Si perde tempo!

Questa la loro sensazione.

Ma che ci dice questa psicologa? Sarà brava? Bho!!!

Bhe, vi assicuro che se ci si lascia andare si scopre un mondo, in queste storie da bambini, una strada mai immaginata.

In fin dei conti sono le storie dei nostri bambini interiori, quelli feriti, arrabbiati, tristi, soli, quelli problematici, iperattivi, ansiosi, quelli smaniosi, creativi, ludici, fantasiosi: i nostri bambini!

Che vorrebbe dire?

Vuol dire che dentro quel bambino si cela la nostra emotività e gli ostacoli al nostro agire, ma anche gli strumenti preziosi per il nostro agire stesso e per la risoluzione dei conflitti.

Nelle fiabe, nei racconti, nei miti, è contenuto il nostro copione o una bella fetta delle nostre decisioni di vita, impostate inconsapevolmente nella prima infanzia. Vediamolo insieme.

Vi citerò solo alcune risposte, ottenute alla domanda:

Perché proprio quella fiaba?

Perché era la tua preferita?

Nina, 29 anni. La fiaba preferita era Piccinino ed il Gigante perché Piccinino riesce a vincere sul Gigante, può fare qualcosa, non è impotente, ce la fa.

Norma 46 anni. La piccola fiammiferaia. In realtà non so se fosse la mia preferita, mia madre continuava a leggerla, perché si divertiva nel vedermi piangere, ogni volta piangevo ….. mi sentivo triste.

Daniela 32 anni. La bella addormentata nel bosco, perché la ragazza si addormenta e non deve più affrontare nulla, deve solo aspettare il suo principe che con un bacio la risveglia e risolve tutto, tutto è cambiato grazie a quel risveglio.

Tina 32 anni. La Bella e la Bestia. Io mi sentivo la bestia, qualcuno di orribile, di inguardabile e spaventoso, ma che con la costanza e lo sforzo, con la gentilezza riesce a farsi amare e a trasformarsi in qualcosa di desiderabile. Ma ero anche la bella, che senza pretese, con pazienza, con modestia, con sopportazione, vede cambiare il suo destino così infausto.

Marica 34 anni. Hänsel e Gretel mi piaceva perché Gretel, grazie all’astuzia e agli stratagemmi, riesce a sconfiggere la strega e a tornare a casa.

Luigi 36 anni. Hänsel e Gretel, non so …. Hänsel era veramente ingegnoso, ne studia una dietro l’altra, pur di tornare a casa.

Luigi 36 anni. Il Piccolo Principe mi affascinava perché ti insegna a coltivare le relazioni, fornisce una sorta di guida alla conoscenza e all’intimità con gli altri.

Gianni 39 anni. Pollicino è grandioso, perché nonostante fosse il più piccolo e insignificante, quasi invisibile, era il più intelligente di tutti, risolve tutti i problemi anche al padre e alla madre.

Questi sono solo alcuni degli esempi, del recupero del bambino che siamo stati.

Molti adulti infatti, faticano a trovare il motivo del legame con la storia del cuore, un po’ come nei bambini piccoli, che amano una storia ma non sanno dirti perché.

Molti adulti, parimenti, non sanno recuperare questa dimensione perché non gli forniscono sufficiente valore, perché non sono abituati a chiedersi perché o perché hanno smarrito il legame con sé stessi. Non sono avvezzi a mentalizzarsi, ad ascoltare la propria voce interiore, a comprendere che ciò che sentono e che fanno hanno un senso, un filo significante,una loro storia, anche se apparentemente ci sembrano stampalati e senza logica.

Gli esempi citati invece, fanno riferimento ad adulti che con un po’ di introspezione, hanno fornito un fondamento alla propria preferenza e al proprio mondo interno.

Avete notato che tutte le motivazioni hanno un elemento in comune?

In tutte (tranne una) si ritrova la speranza, il bambino di allora l’ha scelta perché quella storia gli suggeriva la possibilità di modificare il proprio stato, di poter cambiare, anche se la condizione era in netto svantaggio, magari perché piccolo in un mondo di giganti.

E non è poco, per un bambino ma anche per un adulto, in preda ad un conflitto o ad una grande paura!

Immaginate quel bambino lì, che incoraggiato da quella fiaba, abbia affrontato le sue difficoltà quotidiane con fiducia e coraggio, ottenendo molti risultati positivi, acquistando sempre più fiducia in sé e realizzando la convinzione che la fiaba dice la verità: si può cambiare!

Questa convinzione si autoalimenta, rinforzando comportamenti asserviti, migliorando lo sviluppo di strategie e costruendo una visione di sé ricca e articolata. La collezione di successi, insieme agli insuccessi, permette di giungere all’età adulta, consapevoli che si possono affrontare le cose, che con impegno i risultati arrivano, anche quando ci si sente brutti, incapaci, piccoli, invisibili, non desiderati, ecc.

…. “Tranne una” si riferisce a Norma che sceglie la Piccola Fiammiferaia, che sicuramente non istilla fiducia (non è una fiaba ma una storia di H.C. Andersen) e non è stata scelta da lei, ma dalla madre, che le ha affibbiato questo triste copione, quello di farla divertire con le sue lacrime! Non è la storia che desiderava, ma quella impostale!

Pensate al valore che ha assunto dire questa cosa, ripescare quello che succedeva nell’infanzia, attraverso questa domanda banale si è aperto un mondo nei significati di ciò che siamo ora. La maggior parte delle volte infatti, noi agiamo il nostro copione senza esserne consapevoli, subiamo certi comportamenti, certe frasi, le induzioni relative, senza rendercene minimamente conto. Parlarne, le fa venire alla luce, le scopre e le rende chiare, il primo importante passo per distanziarsene.

Ciò che viene detto nell’espressione della propria preferenza, trapela molti elementi della persona e della sua storia, dei meccanismi di difesa, delle difficoltà, delle vie preferenziali per uscirne. Fate ad esempio attenzione a ciò che dicono Marica e Luigi sulla stessa fiaba. Esprimono la stessa ragione di preferenza, ma mentre Marica lo attribuisce a Gretele, Luigi lo attribuisce al fratellino, identificandosi ciascuno con il personaggio del proprio sesso, definito creativo.

Per la verità, in questa fiaba, il ritorno a casa avviene grazie al connubio delle strategie sia di Hänsel che di Gretel. Vediamo dunque, come ciascun bambino interpreta la stessa narrazione, in base al proprio vissuto, al bisogno, ai conflitti.

La scelta stessa della narrazione, ci suggerisce di quale problema o fase evolutiva si tratti e in quale tipo di soluzione ci si orienti.

Se per esempio chi ha scelto Hänsel e Gretel ci fa pensare alla ricerca di strategie proprie, di risorse mentali ingegnose, La bella addormenta nel Bosco, ci fa pensare ad una posizione maggiormente passiva (dormire, non vedere e non fare), di chi attende la soluzione dall’esterno, di chi si aspetta di essere salvata dal principe azzurro.

A loro volta storie come Pollicino o Piccinino e il gigante, ci suggeriscono un vissuto di grande disparità, oltre misura, fra la condizione di bambino e quella di adulto, nella prima sotria il bimbo è eccezionalmente piccolo, nella seconda l’adulto è eccezionalmente grande. Coloro che hanno scelto queste storie, probabilmente hanno vissuto condizioni di impotenza e sopruso, da parte degli adulti.

Ma nonostante ciò, i piccoli ce la fanno! Che messaggio importante! Non credete?

Nel Piccolo Principe è interessante come la volpe, un animale, guidi l’apprendimento e l’addomesticamento in itinere. Non si tratta di nozioni impartite dall’adulto, ma di una relazione alla pari o quasi, che si costruisce nel tempo e con l’esperienza, che di per sé conduce all’accrescimento e alla relazione.

“Se tu vuoi un amico addomesticami!”…… “Ma gli occhi sono ciechi, bisogna cercare con il cuore” … “Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico e ora è per me unica al mondo.” …..“Ciò che abbellisce il deserto (disse il piccolo principe) è che nasconde un pozzo in qualche luogo” .

Questi semplici stralci della storia del Piccolo Pincipe, ci mostrano la forza di questa narrazione, la sua semplicità, il linguaggio diretto eppure coinvolgente. Si fa capire e parla al lettore (grande o piccolo che sia), come ad un bambino saggio, che sa molte cose col linguaggio del cuore, ma non conosce ancora i giri dell’intellettualità.

La fiaba la Bella e la Bestia poi è una delle più ricche e articolate, vediamo come in questo caso la persona si riconosca in entrambe le parti, le due facce della stessa medaglia, che grazie all’impegno e allo sforzo vanno poi ad incontrarsi sullo stesso piano: i due diventano giovani belli e innamorati l’uno dell’altro, nell’anima e nel corpo.

In questa fiaba sono contenuti tanti temi evolutivi, quali il narcisismo, la valorizzazione dell’immagine, del mondo interno, la trasformazione, la povertà e la ricchezza intesi in senso metaforico, la seduzione, il carico genitoriale, il rapporto fra maschile e femminile, ecc.

Temi, fonte di importante stimolo di riflessione e accrescimento.

Bhe, le storie sanno dire molte cose in così poco tempo ed in modo molto chiaro, diretto e comprensibile a tutti quanti. Perché mai privare i nostri bambini, interni ed esterni, di una siffatta ricchezza?

Allora direi che, anziché continuare con tante parole, lascio spazio a questa storia sufficientemente eloquonte, che ci insegna a vedere le cose per ciò che sono, a tenere a mente tutte le sfaccettature, ma fondamentalmente a viverle e a gustarle per la loro essenza.

Buona Storia!

 

 

Dov’è il gusto?

 

Ecco un altro Koan. Un maestro offrì al suo discepolo un melone.

“Cosa ti sembra?” gli domandò. “Ha gusto?”

“Oh sì, un gusto squisito!” Rispose il discepolo.

Il maestro allora gli pose questa domanda:

“Dov’è il gusto, nel melone o nella lingua?”

Il discepolo riflettè e si addentrò nei meandri di un complesso ragionamento:

“Il sapore deriva dall’interdipendenza, non solo tra il gusto del melone e quello della lingua, ma anche dall’interdipendenza tra ….”

“Stolto! Tre volte stolto!” lo interruppe il maestro, in un impeto d’ira.

“Perché complichi il tuo modo di pensare? Il melone è buono. Basta questo per spiegarne il gusto. La sensazione è buona. Di altro non c’è bisogno”.

(maestro Taïsen Deshimaru)

Psiche-Soma in libertà
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21 marzo 2016 1 21 /03 /marzo /2016 11:06
Le narrazioni che ci forniscono un senso

Le narrazioni

che ci forniscono un senso

 

 

 

 

Capita spesso che i genitori in consultazione o durante dei seminari, chiedano strumenti, tecniche, o un’interpretazione della loro situazione specifica. E capita e ricapita che io dica la stessa cosa, che non piace affatto!

Il terapeuta migliore dei vostri figli, siete voi stessi!

Chi meglio dei genitori, degli insegnanti, educatori, conosce i bambini?

Non mi voglio sottrarre nel ruolo di esperto, che in certe circostante è fondamentale, ma prima di arrivare all’esperto e nonostante l’esperto, è comunque essenziale attingere al proprio patrimonio, utilizzare tutti gli strumenti a propria disposizione e vi assicuro, sono tanti! E sono anche semplici.

Semplici e complessi nello stesso tempo.

Quali?

Le parole del bambino (di solito poche se è piccolo e comunque non così chiare come vorremmo).

Le azioni di qualunque tipo, ma prima di tutto rivolte ai genitori e alle figure fondamentali.

Il gioco (reale, di fantasia, simbolico, da solo, in compagnia di pari, di adulti, ecc.)

Le fiabe, narrazioni e miti (raccontate, lette, chieste, inventate, ecc.).

Usiamo tutti questi strumenti! Non li sottovalutiamo.

Il fatto è che ci dimentichiamo che noi siamo molto più competenti di quanto si creda, che noi abbiamo un punto d’osservazione privilegiato rispetto ai nostri bambini e rispetto a noi stessi.

Inoltre, ci aspettiamo troppo dal linguaggio verbale, dal pensiero razionale e consapevole, diamo poco valore al linguaggio non verbale e paraverbale, all’emotività e all’inconscio.

Non è ciò che diciamo ad insegnare, bensì ciò che non diciamo, ciò che agiamo, come siamo, quello che facciamo. Tutto questo insegna molto di più!

Le fiabe e le narrazioni sono fatte di parole, direte voi. Sì, ma sono parole evocative, che usano dei tramiti comunicativi, usano un linguaggio simbolico, le metafore e le immagini, che parlano direttamente all’inconscio di ciascuno.

Costituiscono un materiale prezioso ed eterno, vivo e in movimento continuo. Infatti, attivano sia l’emisfero sinistro con la sua attività logico-razionale, che l’emisfero destro più propriamente emotivo e creativo, con la sua attività analogica.

Provate a riflettere.

Qual’era la vostra fiaba preferita dell’infanzia? Perché?

Che effetto vi faceva sentirla raccontare?

In quale momento della vostra vita, questa fiaba è diventata importante?

In che modo ha guidato le vostre scelte di quel momento e quelle successive?

Riflettendo su queste tematiche, vi accorgerete che la vostra fiaba del cuore vi era tanto di conforto perché descriveva proprio ciò che stavate vivendo e vi forniva rassicurazione e appoggio emotivo, vi faceva intravedere una soluzione tanto rigeneratrice per la fiducia e se badate bene, tutt’oggi vi dice ancora qualcosa.

Se riuscite a cogliere tutto questo, vi accorgerete che potete parlare ai vostri figli, parlare ai vostri allievi, ai vostri pazienti, aiutarli e sostenerli attraverso le fiabe, le narrazioni, le storie, dicendo molto più di quello che le parole dicono.

Potete usare voi stessi questo metodo, per i vostri momenti difficili, per le scelte complesse, per i momenti di tristezza, attraverso l’esercizio dell’inventare una storia, il vostro stato iniziale cambierà sorprendentemente. Vedrete che sarà fruttuoso.

Non costa molto, ma richiede fiducia in sé, la capacità di dedicarsi tempo, attenzione, di voler investire in tutto ciò che non si vede, ma si sente.

Ma la semplice azione del raccontarsi, se ci si pensa bene è già uno spazio di cambiamento.

Raccontarsi infatti, comporta dover focalizzare le proprie emozioni, pensieri, sensazioni, renderle chiare a noi e tradurle in parole comprensibili anche ad altri. Ecco la magia, ciò che era vago ed indifferenziato adesso si è reso concreto, reale, oggettivabile, ha un senso, con un inizio e un obiettivo!

Pensateci, parlare ci fornisce un senso. Ci fornisce un peso, un vissuto di esistenza, di coerenza, di realtà, di importanza.

Pensate poi a delle storie, alle fiabe, che ci dicono delle cose, senza che ne siamo totalmente consapevoli, magari ci fanno sorridere o piangere e sotto lavorano là dove devono lavorare, vanno a scavare nelle grotte per trovare il tesoro nascosto!

Ma cercheremo di dimostrarvi tutto ciò, nel concreto!

Riflettiamo anche sul fatto che le relazioni, familiare, amicale, amorosa, terapeutica, ecc., si definiscono in base alla storia narrata e riconosciuta, da tutti i partecipanti della relazione.

Ad esempio una famiglia dichiarerà di essere ben salda e unita, perché ha attraversato vari disagi e disavventure (economiche, materiali, di salute, lutti, ecc.), all’interno dei quali ciascun membro ha assunto certi ruoli, responsabilità, atteggiamenti, ecc. E ogni tappa narrata costituisce un puntello, un’isola riconosciuta e visibile a tutti quanti, a cui sono ancorati emozioni, pensieri, fantasie, speranze, progetti.

Parimenti ad es. si definirà il conflitto fra due parti, come risultato di una serie di episodi, dove ciascuno ha assunto una posizione, ha detto e fatto determinate cose. Traducendo tutto questo in uno storico degli eventi, che renda chiaro e comprensibile il risultato attuale delle cose.

La stessa relazione terapeutica, affatto scontata, è la risultante di una serie di momenti di condivisione, empatia, incontro, scontro, fasi, complicazioni, ecc. La conclusione della terapia vedrà il risultato di questa relazione, espressa all’interno di una narrazione implicita o esplicita, che ripercorre le fasi salienti o significative, ciò aiuterà a rendere chiaro e condiviso ciò che è evanescente e non definito.

Insomma, le storie ci aiutano a mettere insieme le parti di noi, le varie relazioni, i momenti diversi e a crearne un filo conduttore portatore di un senso, sempre in divenire.

E’ proprio la presenza di una narrazione comune, che crea il legame: nonostante le diversità di ciascuno, ci si può incontrare all’interno di un contenitore dotato di significato e di evoluzione.

Psiche-Soma in libertà
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15 marzo 2016 2 15 /03 /marzo /2016 12:08
Cavalcando L'Onda Perfetta

 

 

Cavalcando l'onda perfetta

 

 

 

 

Il tuo curo è un gabbiano che vola libero nei cieli

della vita.

Lascialo andare senza paura,

ti saprà condurre

alla felicità.

Finché ascolti il tuo cuore

e fai di tutto per essere felice,

sei tu a condurre il gioco

con le regole che tu stesso ti sei dato.

Credi alla forza

dei tuoi sogni

e loro diventeranno realtà.

Il futuro sembra sempre lontano,

ma avanza rapidamente: occorre prendersi

il tempo per vivere, per essere felici,

prima che sia troppo tardi.

 

(Sergio Bambarén in "l'onda perfetta").

 

 

 

Il tempo per vivere ............

Penso che prendersi tempo comporti fermarsi ed essere consapevoli, sentirsi in ogni angolo di sè, in ogni minima sensazione del corpo, in ogni fremito, in ogni emozione, in ogni sussulto, in ogni pensiero che attraversa velocemente la mente, che passa mascherato attraverso un sogno notturno e uno diurno.

Credo che l'autonarrazione silente o rumorosa, canora, ritmata, ticchettata, ninnolata, il rispecchiamento in altre narrazioni, vecchie, nuove, antiche, universali, particolari, costituisce un modo per fermarsi e per fermare la consapevolezza ed il contatto con sè.

Le emozioni, i nostri sogni, le fantasie, costituiscono tutto ciò di più volatile esiste in noi, di indefinibile, incalcolabile, inafferrabile, inquantificabile .... eppure tutto ciò che ci fa essere, ci rende felici.

Felici non perchè ci va tutto bene, ma perchè siamo in armonia fra ciò che sentiamo, pensiamo, facciamo, siamo, semplicemente.

Le storie, le narrazioni, col loro linguaggio simbolico, sono un tramite fondamentale di comprensione, ma soprattutto di scambio con sè e con gli altri.

Pensate un pò, persino il genio della fisica, dell'ingegneria, dell'arte di Leonardo da Vinci, scriveva delle storie e sarete sorpresi quanto me, nel vedere che quest'uomo tanto geniale quanto scontroso, solitario e rabbioso coi suoi simili, credesse alla forza del cuore e del sentimento.

 

 

Lo potete vedere da soli, attraverso la lettura di una delle sue storie.

 

 

- Il calore del cuore -

I due giovani struzzi erano disperati.
Ogni volta che si mettevano a covare le uova, il peso del loro corpo le rompeva.
Un giorno decisero di andare a chiedere consiglio ai loro genitori che abitavano dall'altra parte del del deserto.
Corsero per molti giorni e molte notti, e finalmente arrivarono al nido della vecchia madre.
- Madre - dissero - siamo venuti a chiederti come possiamo fare per covare le uova. Ogni volta che ci proviamo si rompono. -
La madre li ascoltò, poi rispose:
- Ci vuole un altro calore. -
- E quale? - domandarono gli struzzi.
- Il calore del cuore. Voi dovete guardare la vostre uova con amore, pensando alla creatura che ci dorme dentro; lo sguardo e la pazienza lo risveglieranno. -
Gli struzzi ripartirono, e quando la femmina ebbe deposto un altro uovo, si misero a guardarlo con amore, senza perderlo mai di vista.
Passarono così molti giorni; quando, ormai, erano allo stremo delle forze l'uovo incominciò a cigolare, s'incrinò, si ruppe, e una piccola testa di struzzo fece capolino dal guscio.

 

 

Sorprendente, non credete?

 

Eppure ovvio. come poteva essere altrimenti?

Come avrebbe potuto essere così geniale, se non avesse attinto alla forza del cuore?

Vi ricordate la sua Madonna al crepuscolo? Cosa di più dolce e tenero?

 

Spero che ciascuno di noi impari a credere alla forza del cuore e delle parole che ne tradiscono e coltivano l'essenza!

Penso anche che, come per i due struzzi, sia importante comprendere di quale calore dobbiamo nutrire e quale peso si debba utilizzare, altrimenti anziché generare distruggiamo.

 

Schiudiamo quell'uovo grazie alla forza del nostro tempo, dell'amore, della passione, della dedizione, al calore delle parole che possiamo donare con la stessa leggerezza del vento!

 

Cavalchiamo quell'onda che è perfetta ed è una, perché è la nostra ed è quella che ci culla, che ci porta lontano e vicino, in un movimento di conoscenza e d'esplorazione, sotto la luce del sole, liberi al vento e trasportati dal mare.

Psiche-Soma in libertà
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11 marzo 2016 5 11 /03 /marzo /2016 14:07
Psiche-Soma in libertà
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11 marzo 2016 5 11 /03 /marzo /2016 10:26

Le narrazioni ... che parlano di noi

 

 

 

 

 Il mondo, anzi, il nostro mondo, non è fatto a misura per le persone silenziose.

 

Per quelle persone che camminao in punta di piedi, con passo felpato, che respirano tranquillamente in intimità, rilassandosi al proprio interno, quelle persone che non bramano oltre misura, non invidiano, non odiano, forse hanno solo paura e amore da donare, ma non sanno come.

 

Insomma, il mondo chiede azione, presenza, volizione, aggressività, desiderio, vibrazione, decisività.

 

Il mondo, questo mondo, è di chi se lo prende!

 

E allora ….. come colmare lo scarto?

Val la pena di colmarlo?

Desideriamo veramente farlo?

 

Le narrazioni di tutto il mondo parlano di noi, con noi, per noi.

Le narrazioni accompagnano le persone silenti, i bambini e i gli adulti attraverso un legame fatto di parole, che creano un innesco con il nostro mondo interno e facilitano il suo dispiegarsi nel mondo esterno.

 

Il foglio bianco crea spazio per le creature silenziose.

La narrazione della propria storia, la storia inventata, la fiaba, la favola, la leggenda ……..

Qualunque narrazione può assumere valore nella nostra vita di oggi, di ieri, di allora, di domani. Nella relatà, nell’emotività, nel pensiero, nel sogno.

 

Abbiamo affrontato la questione attraverso dissertazioni più tecniche, attraverso commenti, storie, fiabe, ecc., sperando che questo approccio riesca a far comprendere l’importanza del tema.

 

Il messaggio di fondo, quello che desideriamo far risaltare è che possediamo una risorsa inesauribile, che spesso svalutiamo e dimentichiamo: La Narrazione.

 

E la narrazione, altro non è se non una collana di perle, dove ogni perla-parola-immagine si infila lungo un sentiero, che ha un specifico inizio ed una specifica fine. Ciascuna perla ha il suo posto e arricchisce la composizione ultima, fornisce lo spazio per rispecchiarsi in ogni signolo elemento e nel tutto: esteticamente bello ed emotivamente sensato.

 

Capita invece, che quando proponiamo la storia, la fiaba come strumento espressivo e di cambiamento, le persone ti guardano delusi, come se si aspettassero delle tecniche straordinarie.

Questo succede perché non ci rendiamo conto della straordinarietà della narrazione, qualcosa che come i sogni, non si esaurisce mai e si rivaluta col tempo, assumendo sempre nuove sfaccettature.

 

Le narrazioni ci aiutano nei momenti difficili, ci permettono di vedere là dove non riusciamo, ci rassicurano, ci indicano la via, ci dilettano, ci fanno sognare, ci cullano, creano relazione, svelano emozioni e motivazioni inconsce, producono lo spazio di risoluzione.

Insomma, non credo ci sia strumento migliore e non credo che sia uno strumento così poco scontato e così semplice da utilizzare.

 

Ed il fatto che sia così facilmente a disposizione, non significa che sia uno strumento senza valore.

Non si deve fare fatica a tutti i costi e non si deve necessariamente pagare cifre astronomiche. La vita deve scorrere con la stessa naturalezza di un fiume nel suo letto.

Parimenti, la crescita e la co-crescita devono procedere secondo misure lievi e accessibili.

 

La narrazione è un mondo incantato, un mondo che non si esaurisce mai!

 

E’ il nostro mondo.

Avete mai letto una fiaba dei fratelli Grimm?

 

Se lo avete fatto, vi sarete accorti che queste fiabe, meticolosamente raccolte dai due fratelli, vi lasciano delle domande, vi lasciano interdetti, vi lasciano dubbiosi …. insomma non propongono delle soluzioni semplici e concluse, ma degli stimoli su cui riflettere, vi istigano a trovare la vostra personale soluzione, ad attingere al vostro bagaglio conscio e inconscio, a tutti i colori dell’emotività più recondita.

 

Siete disposti a farvi fecondare nelle idee, nelle emozioni, nelle relazioni, dalle narrazioni antiche e recenti?

 

Siete disposti ad interrogarvi?

 

A fornirvi tempo e ascolto?

 

Se la risposta è affermativa,

allora …….. potete procedere con il nostro ebook e con mille altre narrazioni che vi accompagnino nella vostra personale storia.

 

       Buona lettura!

 

e …..

micigabula bidibodibù

dai salta veloce

ci stai anche tu!

 

Psiche-Soma in libertà
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7 marzo 2016 1 07 /03 /marzo /2016 14:08

Che soddisfazione ….

Il mondo in crisi

Dott.sa Sabrina Costantini

 

 

O mamma mia 

ho speso una follia 
volevo un Mercedes bianco 
lo stereo e il servo sterzo 
che sballo 
per portarti a Mergellina 
la domenica mattina 

O mamma mia 
ho speso una follia 
volevo il televisore gigante 
la barca con il motore 
ed un'amante 
tanto è facile pagare 
con un leasing o una cambiale 
Che soddisfazione 
quanto costa la felicità 
che soddisfazione 
vivere in questa società 
compri quello che ti pare 

O mamma mia 
facciamo una pazzia 
andiamo giù a Sorrento a passeggiare 
compriamo un appartamento sul mare 
dove ti potrò baciare 
nel traffico di Castellammare 
Che soddisfazione 
quanto costa la felicità 
che soddisfazione 
vivere in questa società 
compri quello che ti pare 



Questo il testo di una delle lungimiranti canzoni di Pino Daniele “Che soddisfazione”, del 1991.

E’ tutto molto chiaro, oggi parleremo non di servo sterzo o di stereo, ormai acquisiti e sorpassati, bensì parleremo di Pc di ultima generazione, di iPod, iPad, di palmare, di satellitare, di macchine spinte, di master all’estero, di viaggi dall’altra parte del mondo, week end nelle varie capitali europee, case altamente tecnologizzate, corpi sempre giovani, di una salute ed un’estetica sempre più tecnologica, ecc.

Cambia l’oggetto, ma il risultato non cambia, né il processo. Viviamo proiettati in una logica dell’acquisto, del progresso, dell’agio sempre crescente, dell’usa e getta, del tutto in vendita, ci dicono che serve per incrementare la ricchezza, per mantenere il sistema, per creare lavoro, ce lo dicono da sempre, ma quello che non ci dicono è il risultato finale, quello che si sviluppa quando il sistema collassa su sé.

Un mondo inquinato e artificiale, all’esterno e dentro di noi.

Siamo cresciuti alla ricerca di una soddisfazione fittizia, scovata negli oggetti, acquistati con le carte di credito, concesse con tanta facilità, coi crediti delle banche gentili e generose, con i fidi, le cessioni sullo stipendio, ma la soddisfazione che non esaurisce mai la sua logica, quella dell’acquisto, perché non coincide con quella della psiche e del desiderio profondo, lascia poi posto a falle economico e a fallimenti individuali, nonché sociali profondi.

Ne sono un pratico esempio nazioni come Spagna, Grecia, Italia, dove si è cavalcata prepotentemente questa logica, che lascia oggi le persone indigenti, povere, senza tetto, stupite ed ingannate. In Spagna, i debiti accumulati dai singoli sono inestinguibili. In Grecia, le persone che hanno perso la casa, perché offerte in garanzia, vivono sulle isole pedonali e sui marciapiedi. In Italia sempre più persone impensabili si rivolgono alla Caritas, per i pacchi alimentari, si recano alla mensa dei poveri ….

Senza soddisfazione, senza beni, senza senso, senza futuro ….

La crisi, come sempre non viene mai a caso, ma soprattutto non è solo fonte di disgrazie, è foriera di accrescimento. E’ un momento importante di riflessione, l’opportunità di virare la rotta, di ribaltare l’ottica del consumismo e di una soddisfazione satinata, dei film e delle pubblicità, di un’ottica esterna che induce bisogni inappropriati e fittizi. Viviamo da tempo nell’illusione di cancellare la realtà dei bisogni, del sentire, del tempo che passa, della morte, del limite delle cose, del tempo e dello spazio, cedendo il proprio potere e la responsabilità.

Adesso siamo obbligati tutti a far a meno di qualcosa, a rinunciare a qualche piccolo oggetto, comodità o possibilità e può essere un’esperienza importante, educativa. Forse all’inizio frustrante, ma poi l’opportunità di contattare un vuoto che crea altre possibilità, compresa quella di non aver bisogno di niente altro più di quanto già possediamo, di riscoprire potenzialità interne piene. Solo con l’assenza ci accorgiamo di cosa veramente non possiamo fare a meno, cosa possiede un potere indiscusso per noi!

Prima che ci portino via tutto quanto, proviamo noi stessi a non acquistare a tutti i costi, a non andare sotto in banca, a non usare la carta di credito, a crearci una regola interna, non quella esterna dei saldi, della moda, del rinnovamento esterno, del confronto, dell’induzione …..

Forse possiamo anche evitare di stordirci con una vita virtuale, con farmaci, droghe, con un agire continuo, con idee ossessive, per poterci connettere effettivamente a quanto realmente necessitiamo e desideriamo.

Spesso siamo così frustrati dal dover rinunciare all’ultimo modello di cellulare, all’abito alla moda, agli appuntamenti settimanali in palestra o dal parrucchiere, o dal non poter fare le vacanze, che non ci rendiamo conto di quanto ci costa avere tutto ciò e dell’assenza del loro valore.

Non valorizziamo più nulla ormai, perché quest’abbondanza poco “sudata” apparentemente, ci rende superficiali. Crediamo che “baciarci nel traffico di Castellamare” sia davvero In, perché questa è la moda del momento, ma poi arriva il momento in cui le banche ti espropriano tutto e tu vivi nelle isole pedonali per strada, sentendoti raggirato, inutile, in uno stupore catatonico.

Noi siamo padroni della nostra storia, non espropriamocene lasciandola in potere di un movimento esterno!

Cerchiamoci una soddisfazione maggiormente interna e piena ….

Psiche-Soma in libertà
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24 febbraio 2016 3 24 /02 /febbraio /2016 13:20

 

 

La Maschera creata

dall'esperienza dell’Umiliazione:

Il masochista

 

L’umiliazione è una delle esperienze umane più strutturanti rigidamente la personalità.

Sicuramente le ferite più antiche sono il Rifiuto e l’Abbandono, che minano alla base il diritto ad esistere dell’individuo stesso e che determinano la maschera del Fuggitivo e del Dipendente.

L’umiliazione evolutivamente direi successiva al rifiuto e all’abbandono, in questo caso non viene negato il diritto ad esistere e a stare vicino, bensì il diritto ad essere in un certo modo.

Il/la bambino/a viene umiliato/a perché così com’è non va bene!

L’umiliazione può avvenire sia da parte della madre che del padre. Generalmente l’intervento della madre è primigenio, nel senso che regolando le funzioni fondamentali quali il cibo, le regolarità corporee, l’igiene, la gestione dello spazio e del tempo, con lei si crea il primo spazio per il riconoscimento o per la svalutazione.

Il bambino/a umiliato/a verrà ridicolizzato per quei comportamenti ritenuti non adeguati o apprezzati (se fa la pipì a letto, se rovescia del cibo sui vestiti, se non cammina correttamente, se corre goffamente, se si tocca le parti intime, se si masturba, ecc.), ma spesso sarà anche sminuito nelle acquisizioni e nelle competenze: i progressi non sono visti né valorizzati. La madre ha un preciso modello mentale di ciò che corrisponde al bambino perfetto e se il figlio (anzi sicuramente) non rientrerà in quei canoni, allora lo farà sentire inadeguato, sporco, incapace, ecc.

Il padre a sua volta può rimarcare queste modalità della moglie, ma più spesso, il suo ruolo nel produrre umiliazione, se è presente, si struttura più sul pensiero, sulla parola, sulle capacità cognitive. Il figlio/a quindi verrà trattato come non intelligente, non capace, non sveglio, non attivo, non creativo, ecc.

Capiamo bene come l’umiliazione sia uno strumento potente in mano dei genitori, che diventano fondamentali per l’autostima del figlio. Tutti i figli costruiscono il senso di sé e della propria stima sulla base dei rimandi dei genitori e se questi sono positivi, gradualmente si acquisterà sicurezza e indipendenza. Il bambino umiliato e svalutato invece sentendosi incapace, non acquisirà una stabile visione di sé, avrà sempre bisogno del loro giudizio per procedere nelle proprie scelte.

Si innesca un circolo vizioso, più il bambino e poi il ragazzo chiede conferma ed è insicuro, più i genitori avranno una visione svalutata di lui e lo tratteranno da incapace.

Il bambino o bambina per proteggersi rispetto a questo vissuto estremamente doloroso, strutturerà la maschera del Masochista. La cosa più triste di questa struttura è che il rinuncia a sé stesso, pur di avere l’approvazione dei genitori, di solito la madre.

Il prezzo è la perdita di sé e la coltura costante di rancore. Il masochista è pieno di rabbia e rancore non riconosciuto, questo rancore col tempo diventa una forma di rigidità, di resistenza al cambiamento. L’individuo pensa di proteggere la propria individualità non dandola vinta, all’esterno si adegua a ciò che gli altri vogliono, ma internamente si promette di non cedere. Ma è una vincita inconsistente, in verità sta solo ingaggiando una lotta con l’altro, impedendosi di scegliere liberamente per ciò che è nella sua natura. Non impiega quindi energia a cambiare il suo sentire di umiliazione e a strutturare un’esperienza che gli confermi le proprie capacità e la possibilità di essere “vincente” nelle proprie scelte, come chiunque altro.

L’individuo umiliato profondamente, si farà carico dei pesi altrui, pur di sentirsi adeguato. Si comporterà da “bravo bambino”, sarà servizievole, accomodante, cercherà di evitare i pesi agli altri, di facilitare loro la strada, sta cercando di compiacere “la madre” o chi per lei (tutte le figure successive che assumeranno questo valore, insegnanti, istruttori, datori di lavoro, ecc.).

Ricordiamo che generalmente i genitori che tendono ad umiliare, a loro volta si sentono o sono stati umiliati. Molto spesso le ferite si tramandano di generazione in generazione.

Quindi ricordiamoci anche che gli stessi cambiamenti si tramandano da generazione a generazione. Riuscire a modificare qualcosa della nostra vita, è un bel traguardo anche per le generazioni successive.

Ma soprattutto è importante tramandare il messaggio che si può cambiare!

 

Ma facciamo un esempio, per capire meglio e per verificare che i genitori del masochista non sono necessariamente dei sadici assassini. Certo c’è sempre una componente sadica nell’atto di umiliare qualcuno, ma le motivazioni e le spinte non sono necessariamente sempre distruttive.

Poniamo l’esempio di una famiglia economicamente modesta ma orgogliosa e dignitosa, che ha alle spalle tutta una lunga storia di umiliazioni e offese.

La nostra famiglia viene invitata ad una cerimonia. Nello sforzo di apparire dignitosi e non “farsi vedere come morti di fame”, si ferma in un bar a fare colazione prima di recarsi alla cerimonia con buffet, così da contenere sé ed i figli.

Nel bar, uno dei figli, fa cadere una goccia di cappuccino sul vestito bianco, macchiandolo in modo non consistente ma vistoso.

La madre si sente frustrata all’idea di apparire non dignitosa, a causa del vestito sporco di uno dei figli, teme di essere giudicata una madre non brava, si arrabbia terribilmente con la colpevole della macchia, chiamandola pasticciona, combina guai, porcella, ecc.

La frustrazione però non si esaurisce qui, perché la madre teme comunque l’impatto non solo con gli invitanti ma con tutti gli invitati, con tutti quegli occhi e giudizi. Arrivati alla festa, la madre metterà in ridicolo la figlia, mostrando la macchia, per spiegare e giustificare la sua presenza, attribuendone alla figlia la totale responsabilità e la sua conseguente disperazione. La figlia che tenta di nascondere la macchia con le mani, verrà pubblicamente svergognata.

Capite che la madre non vuol essere crudele con la figlia, in verità lei non c’entra, non la vede neanche, se non come prolungamento e specchio di sé. La figlia è la vetrina di sé che mostra agli altri e come tale, per preservarsi dalle critiche, tutto deve essere perfetto! I figli devono rientrare in uno specifico ruolo e copione!

Immaginiamoci la frustrazione, il senso di colpa, la solitudine di quella bambina!

Proviamo a pensare a cosa penserà di sé e degli altri. Sicuramente non può pensare che la madre ha sbagliato, perché in effetti si è sporcata, è una pasticciona. Il mondo per lei, sarà sempre una vetrina dove esporsi, che la sottoporrà a giudizio e misurazione!

In quest’esempio, particolarmente estremo, la bimba non ha neanche il diritto di proteggersi e nascondersi, perché la madre la svergogna davanti a tutti, obbligandola a mostrare la “macchia”, l’onta.

E’ meglio nascondersi e non mostrarsi nelle proprie incapacità! E’ meglio acquisire la capacità di piacere agli altri, accontentandoli. Ma simbolicamente l’essere svergognati, ricorda che per quanto si nasconda, lei sa di essere “inadeguata” e si sentirà umiliata a prescindere!

E’ lei la prima ad umiliarsi in quell’occasione e in futuro! E’ ciò che merita!

 

 

 

Alla fine, molti dei messaggi che inviamo costantemente, tendono a sminuire, a forzare, a svalutare, per poter gestire meglio i bambini e gli adolescenti. E' importante chiederci perchè lo si fa, cosa si sente in quel momento, quale frustrazione e umiliazione ci appartiene e quale non deve appartenere a quell'individuo che ci sta davanti! Ricordiamoci anche degli effetti che tutto ciò, se utilizzato in modo forte e continuo può avere sui nostri ragazzi, figli, fratelli, studenti, allievi, ecc.

 

Tenendo conto dell’esempio e della soluzione di adattarsi, tipica della maschera del masochista, la struttura del corpo quindi sarà quella di chi ha le spalle larghe, per sorreggere grandi carichi, sarà gonfio come se stesse sul punto di “scoppiare”, tanto ingloba, a discapito di gambe sottili e sproporzionate con la parte superiore, proprio a delineare la sua incapacità e impossibilità a farsi carico di tutti quei pesi.

A discapito di una parte superiore grande e adulta, la parte inferiore mostrerà la fragilità e l’inconsistenza tipica dell’infanzia.

Anche il collo non sarà in sintonia, apparendo tozzo e non allungato, come se si fosse incassato dentro le spalle, nell’atto di ritirarsi in sé, di resistere alla fatica, allo sforzo e all’adattamento, un po’ come la tartaruga che si rintana nel guscio. E la schiena stessa appare come un carapace, intento a parare qualunque colpo.

Gli occhi, grandi e tondi, innocenti e spalancati come quelli di un bambino, perché il masochista è in attesa di conferma e rassicurazione, proprio come un bambino/a.

Come per tutte le altre quattro maschere, anche in questo caso, tenete conto che l’individuo può essere rappresentato a pieno da questa ferita o solo in parte, le ferite possono essere parziali e anche compresenti, creando un caleidoscopio unico e individuale.

Aggiungiamo anche che non sempre il corpo corrisponde pienamente alla descrizione della maschera, ciò è dovuto sostanzialmente all’impiego di chirurgia estetica, diete, massaggi modellanti, sport di vario genere, che possono “mascherare” la maschera, ma in verità questa non può essere dissimulata.

E’ necessario ascoltare l’intuito e tradurre la prima impressione a colpo d’occhio, anche se non sembra corrispondere a ciò che la razionalità descrive.

 

Il cibo rappresenta spesso una delle poche fonti di piacere, arrivando spesso ad essere bulimico/a o bing eating, ma vergognandosi anche della propria condotta alimentare tenderà a nascondersi, a mangiare in solitudine, di notte, a buttare le carte e contenitori, per non essere visto. Può trovarsi anche a vergognarsi nel momento in cui mette gli oggetti dal carrello sulla cassa, pensando che gli altri lo giudicheranno per tutti i prodotti (di solito grassi e dolci), che sta acquistando.

La sua vita sarà contraddistinta da restrizione e controllo, cercherà a tutti i costi di controllare la sua condotta alimentare, così come altri impulsi, quelli di gioia, la sessualità, la rabbia, ecc. Teme di non riuscire a controllarsi e di mettersi in ridicolo, o predisposto alla critica, per cui cercherà di avere un atteggiamento pacato, misurato, compiacente.

L’individuo che incorpora la maschera del masochista ha un costante vissuto di inadeguatezza, di umiliazione, che cerca di nascondere, ma in verità guida e determina ogni azione o mancata azione.

Erik Berne parla dei giochi psicologici che ciascuno di noi mette in atto all’interno delle relazioni e che ne determinano degli snodi ripetitivi caratteristici. Sicuramente il masochista adotta in modo massiccio il gioco del “goffo pasticcione”, con il suo comportamento goffo, combina cioè una serie di guai.

C’è da dire che da una parte l’individuo si sente umiliato, ridicolo, incapace e teme sempre di svelare queste sue qualità, di ricevere atteggiamenti giudicanti ed umilianti, di conseguenza, sforzandosi in questa direzione e non in una direzione costruttiva, inevitabilmente combinerà qualche pasticcio, mettendosi sicuramente “in ridicolo”. Dall’altra è da ricordare che a causa del suo continuo sforzo a reprimersi, il masochista è molto frustrato e arrabbiato, nessuno lo ama per ciò che è e lui/lei deve fare tanta fatica!

Questa rabbia, in modo inconsapevole si esprime non solo mettendosi in situazioni imbarazzanti per sé, ma anche apportando un qualche danno agli altri. Ad esempio romperà un vaso prezioso in casa di amici, arriverà rovinosamente in ritardo a causa di una serie di disavventure, ecc. Ma mostrandosi come un “povero pasticcione”, renderà gli altri impotenti di reagire con durezza, facendo così sentire loro il suo costante vissuto di incapacità e di impotenza.

Questo gioco di vita è veramente pericoloso, perché l’individuo sarà sempre incastrato in questo legame distruttivo. Se non riesce ad uscire da questa dinamica, se non smette di essere dipendente dall’approvazione altrui, stimando sé stesso per ciò che è, vivrà sempre nel tentativo di adeguarsi ma anche di farla pagare agli altri.

Così verranno perse la sua vera natura, le sue emozioni, i desideri, i progetti, la realizzazione delle sue indubbie qualità!

 

Psiche-Soma in libertà
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