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Riflessioni, idee, sogni, emozioni, corpo e psiche in movimento

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A Spasso con la Paura Capitolo VII: Legami per la Vita

CAPITOLO VII

 

Legami per la vita

 

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Non si possono dimenticare neanche le tue lettere d’amore. Eri solo una ragazzina, vivevi sola e isolata in quella casa che tanto odiavi. La noia e la solitudine più totale, più invadente, più infinita che tu abbia mai sentito e conosciuto. Che angoscia, le giornate sempre uguali, sudate di monotonia e polvere.

Per fortuna che c’era la scuola!

Ma ve lo immaginate, la scuola che rappresenta una fortuna?

Eppure era una via d’uscita, una novità, l’ambiente sociale per eccellenza, il luogo che ti era permesso con libero accesso. Là dove non venivi controllata e forzata, almeno in apparenza.

E proprio lì che sei uscita dalla noia e dal controllo, ti sei innamorata, hai preso una di quelle cotte micidiali, che solo a quell’età possono essere così potenti e magiche, che portano via, via lontano da qualunque posto ci si trovi.

Era una cotta, una cotta da ragazzi, per te la prima, era fantastica, stratosferica, era la rinascita, ma in fin dei conti una cotta fra ragazzi, innocente e ingenua. Che ne sapevi tu del mondo? Che ne sapevi di malizia?

Volevi solo amare ed essere amata. Solo banalmente questo!

Tuo padre non la vedeva così, ti avrebbe voluto controllare in tutto e per tutto, spaventato fino allo spasmo di chissà cosa potesse innescare tutto ciò, di dove si sarebbe andati a finire. Il fatto è che era lui il primo ad essere malizioso e metteva malizia da ogni parte, temeva inaccettabili eventualità.

Osò rufolare nelle tue cose e gettarti via le lettere d’amore e i piccoli doni, così delicatamente, timidamente scambiati e conservati! Si arraffò prepotentemente questo diritto, senza chiedere il permesso, senza proferire parola, come un saggio che sa e ha diritto sul mondo. Pensando poi che toglierti tutto ciò, potesse cambiare quello che sentivi e quello che eri.

Come ha potuto farlo? Come ha potuto osare? Senza dire, senza informarsi, senza conoscere, senza pronunciare una parola, senza chiedere il permesso! Per lui era tutto legittimo. Lo poteva fare, anzi lo doveva fare per il bene tuo e di tutta la famiglia. Lui era un onesto e responsabile padre di famiglia, un infaticabile lavoratore e doveva proteggerti dalle insidie della vita e degli uomini, a te ancora sconosciute!

Solo per il tuo bene! Solo per amore! Tu non lo capivi, perché non capivi come va il mondo, ma un giorno lo avresti saputo e lo avresti ringraziato! Un giorno, quando sarai genitore vedrai! Allora sì, che capirai. Allora mi ringrazierai. Sì, mi ringrazierai sicuramente!

Tu però, eri infuriata e lo eri lì in quel momento, non un giorno, non quando saresti stata grande, non quando saresti stata un genitore. Venivi calpestata, ignorata, bistrattata, trattata come un oggetto ed eri orlandamente furiosa, furibonda, fuori di te, avresti potuto qualsiasi cosa con quegli occhi fuori dalle orbite!

Ma niente, non importava a nessuno, tu non ne avevi diritto di essere arrabbiata e basta, senza fare tante storie. Un giorno avresti capito e basta, dovevi fidarti.

Dopo tutto questo inutile divampare, dopo la furia più sconcertante e incontenibile, scattava lo sconcerto, la tristezza e ancor di più il dolore profondo, quel dolore che ti colpisce direttamente al cuore, senza remora alcuna, per passarlo da parte a parte dissanguandolo lentamente, lasciandoti anemica e pallida.

Come può accadere tutto questo? Perché la mamma glielo permette? Perché non ho diritto a questa gioia, a questa euforia? E’ davvero sbagliato tutto quanto? Io sono sbagliata? Devo ancora rimanere in questa gabbia? Per quanto ancora, dovrò stare in questa gabbia dorata?

Tutte quelle parole che volavano leggere e soavi come il tuo cuore, che ti riscaldavano pur vibrando frescamente, tintinnando come campanelle curiose, erano spazzate via con un soffio, con un gesto di rottura, un gelo devastante, una bruttura che si prendeva gioco di te, ti annientava fino allo sfinimento. Ti sfibrava ora dopo ora, giorno dopo giorno, divieto dopo divieto.

Dov’erano ora tutte quelle sensazioni? Dove se n’erano andate? Dove erano svanite le emozioni più lievi? I sogni, dov’erano?

Non c’era più posto per loro. Quelle emozioni, lasciavano spazio solo alla rabbia bruciante. E la rabbia era sconcertante, ma almeno per un po’ anche quella fa sentire vivi, allontana la noia ed il vuoto. Anche la rabbia, è pur sempre qualcosa da maneggiare, qualcosa di cui occuparsi. Triste …. Eppure è proprio così.

Ma anche il fuoco più ardente, che tanto ci riscalda, alla fine si sopisce e poi si spenge definitivamente. Quando non c’è più nulla da ardere, anche il fuoco più intenso lascia solo cenere, che vola via con il vento. Così, inesorabilmente è stato per la tua rabbia.

E così, ancora sepolta in quel deserto di sale per molti anni ancora, per molte tristezze ancora, per un’infinita quantità di sbadigli, per un’infinita serie di rospi amaramente ingoiati, hai trascorso molte primavere e molte estati, molti gelidi inverni, in quella infinitesima lunga, insensata noia.

Quando poi è arrivato il momento di partire, di andare, di prendere finalmente la tua strada, di andare per la tua formazione, si è ripetuta la scena. Incredibile ma vero. Nulla era cambiato. Tu non potevi andare.

Cosa ci andavi a fare? Non conosci il mondo, non sai quante insidie si celano dietro l’angolo. Tu sei un tenero e fresco fiorellino di campagna, coltivato con cura e non sai cosa succede nelle fioriere di città! Che diamine, è possibile che non lo capisci? Oppure sei tu che ti vai a cercare qualcosa di male? Sei forse una poco di buono? Vuoi fare la puttana?

Come una mannaia, queste parole ti hanno risuonato tanto quanto colpi d’accetta sulle spalle, sulla testa, sulle braccia, sulle gambe, sul cuore. Così che alla fine dei conti, non saresti più stata in grado di andare da nessuna parte, non avevi più gambe per camminare, braccia per accogliere, spalle per sostenere, mani per prendere, testa per pensare, cuore per amare. Non c’era più da andare da nessuna parte, dopo quel flagello! Ormai tutto era annullato, annientato. Un deserto! Tutto fatto in pezzi.

Ma questo, è quello che credevano loro, quello che chiunque potrebbe credere. Tu invece, tirando fuori la rabbia che ancora bruciava sotto le ceneri, la vitalità che ancora ardeva nascosta in un angolo, hai trovato un compromesso e sei andata, questa volta sei andata e non ti sei fatta fermare.

Certo sei andata un po’ zoppa, faticando molto, perdendo la leggerezza dell’essere, ma ti sei creata la via di fuga, la via per il mondo, che hai pagato caro, caro varie e varie volte, ma almeno potevi sperare ora!

Ora potevi udire tutte le parole del mondo, potevi leggerle, dirle, potevi camminare, fuori da quella noiosa prigione, da quel buco depressivo, dal vuoto totale. Che sollievo!

Oh, finalmente. Si riparte. E stavolta tu piccola …… puoi trovare una via, un percorso dentro e fuori di te!

Non si può certo dimenticare quando così piccola, ancora incapace di sapere di poter nuotare, tremavi ogni volta che scoppiava un temporale. Non erano i bagliori che ti spaventavano, non erano i rombanti rumori che ti squassavano le orecchie e il petto, ma l’acqua che cadeva, che veniva rinnovatamente annunciata con forza, ancora più forza, ad ogni lampo, ad ogni tuono, ad ogni goccia che si aggiungeva alla precedente tu tremavi, tremavi di paura. Nessuno capiva che tremavi perché temevi che l’acqua salisse, salisse fino a farti affogare. Sì, temevi di affogare, perché non sapevi nuotare. Non era la solita paura dei temporali, ma la paura di affogare, perché tu eri incapace, non sapevi fare il pesciolino e non avresti avuto via di scampo.

Già eri stata tanto derisa proprio per questo, dalle suore. Ogni volta che ti portavano al mare e tu stavi guardinga a distanza dalle onde, venivi pubblicamente sbeffeggiata e derisa. Guardatela lì, torna indietro, scappa via. Ah, ah! Ma che paura hai? Che pericolo c’è in mezzo centimetro d’acqua? Ah, guardatela, bambini! Guardatela! E tu,vieni qui, fifona!

Quanta umiliazione e vergogna! Lì, non c’era proprio nessuno a difenderti, eri proprio sola e indifesa, piccola, piccola, incapace di far fronte a tanta derisione, a tanta ignoranza, a tanto odio.

Ma adesso sei qui, in casa tua, con i tuoi cari genitori, non con sconosciuti, non con sadiche suore frustrate. Fuori imperversa uno dei tanti temporali che tanto ti terrorizzano e tu pensi che non ci sono mezzi, non ci sono vie d’uscita.

Che fare?

Andavi in camera dei tuoi, ma nel letto non ti ci volevano, allora ti accampavi sul tappeto di tuo padre, lì vicino al letto, portavi anche coperta e cuscino. Ma anche di lì ti cacciavano, non era il posto adatto per te! I bambini non devono stare in terra. Allora tentavi un’altra carta: provavi con il bagno. Portavi tutto l’occorrente, ancora coperta e cuscino nella vasca, almeno lì saresti stata al sicuro da un’eventuale inondazione.

Finalmente eri salva, era la soluzione, proprio la soluzione giusta, ah …. Che sollievo!

Eppure neanche lì, andava bene! Scocciati di questo tuo comportamento assai bizzarro e stolto, ti riportavano in camera tua! Che diamine!

Ormai non c’era più un posto dove potersi rinfrancare, nessuna tana dove nascondersi dal mostro, nessun papà Gruffalò a proteggerti e a tenerti stretto a sè, non c’era angolo che poteva salvarti.

E, proprio come la chiocciolina marina, anche per te non rimaneva che farti coraggio e rintanarti dentro il tuo mondo!

In quella immensa solitudine, in quel terrore devastante, tu stavi rannicchiata lì, al tuo interno, sentivi tutta la paura del mondo, il terrore di annegare, l’impotenza di non saper nuotare, di non avere soluzioni, la grande solitudine di non avere nessuno alle spalle, nessuno che ti proteggesse, che ti tendesse quella mano salvifica.

Ma, quando tutto sembrava perso, quando non c’erano più speranze, tiravi fuori dal cilindro una gran magia. Tu eri la tua unica risorsa, tu eri sola ed eri piccola, incapace di far fronte ad una marea, ad un’inondazione, ma tu usavi te stessa e le ricchezze presenti in te, usavi la tua stessa paura. Immaginavi di stare sul ring a boxare col temporale, un pugno di qua, uno di là e …… eri così abile e astuta che vincevi l’incontro ed il sonno vinceva su te, finalmente potevi rilassarti e riposare.

Che genialità! Che astuzia! Brava chiocciolina marina.

Buona notte, piccola cucciola indifesa!

E tu donna che corre con le stagioni, eri stata tanto una bambina persa. Dopo molti giorni e notti, trascorsi a piangere da sola, a sentire che non c’era possibilità di essere compresi e visti, hai imparato a fare, a fare, a darti da fare, disegnavi, cantavi, giocavi a giochi senza frontiere, sì proprio come facevano in televisione. Andavi, correvi, scorrazzavi, ti divertivi, sognavi, ridevi, cantavi, facevi tutto da sola, ma almeno eri piena. T’inventavi le storie più avventurose e incredibili possibili, facevi in modo che le tue bambole venissero trattate giustamente e amorevolmente, non erano mai sole, le accudivi con grande attenzione, le pettinavi, le vestivi, le lavavi, correggevi i loro compiti errati senza essere dura, senza umiliarle. Stavi con loro!

Fra quelle tue tante divagazioni mentali fantastiche e fantasiose, sognavi di essere stata adottata, che quella non era la tua vera famiglia, ma di appartenere a un altro nucleo originale. Ecco perché ti trattavano così, semplicemente perché non eri realmente una di loro, appartenevi a qualcun altro, eri di un altro posto, di un altro gruppo. Non eri tu, a essere quella sbagliata!

Svelato l’arcano. Adesso si trattava solo di aspettare che la tua vera famiglia, che tanto ti amava e ti desiderava, ti sarebbe venuta a riprendere, tutto sarebbe stato perfetto allora. Non più fatica, non più sofferenza, non più dolore, non più incomprensione. Non più diversità. Dovevi solo aspettare.

E così sei cresciuta, sei andata avanti, ti sei fatta forza, aggrappandoti ora all’una ora all’altra fantasia, ma soprattutto facendo, impegnandosi in mille attività, nella scuola, negli hobbies più strani, fare marmellate con i fiori, sculture con la plastica, gli sport e il movimento a tutte le ore.

Non a caso, eri poco più che una bambina e nelle ore vuote della domenica, dell’estate, prendevi il tuo cavallo a due ruote e andavi pedalando all’infinito, senza meta, per fuggire alla tristezza, alla desertificazione dell’anima, sperando di lasciare per strada tutto quel fardello.

E andando andando, quella desolazione svaniva quasi per incanto, per strada pedalavi e pensavi, pedalavi, pensavi, rimuginavi, fantasticavi, poi quasi improvvisamente senza neanche accorgertene, sulla strada del ritorno ti assennavi che i pensieri si erano perduti davvero per strada e arrivavi a casa più sollevata.

Niente era cambiato intorno a te, ma qualcosa si era mosso dentro di te. Quante e quante volte hai ripetuto questo processo, sei andata pesante e grave, sei tornata leggera e soave. Non allegra, no, questo è troppo, non c’era di che essere allegra, tanto meno felice. Ma lieve e fiduciosa di avere qualche forma di soluzione a questo stato, così tanto annientante e non era cosa da poco.

Nessuno ti chiedeva dove fossi stata, nessuno si preoccupava, né si occupava di te, ma non ci facevi molto caso, era la norma. Forse, anzi quasi sicuramente, qualche volta tua madre ti ha chiesto dove fossi stata, ma era come se non lo avesse fatto, era una richiesta di rassicurazione, la possibilità di essere a conoscenza, quindi di essere tranquillizzata, ma nessuno si chiedeva perché, cosa stesse succedendo a te!

Forse, non era neanche mancanza totale di interesse nei tuoi riguardi, ma paura della risposta o della mancata risposta, terrore di entrare in un tunnel dove lei per prima, non avrebbe saputo muoversi. Allora era meglio non scoperchiare troppe pentole!

La bici, si alternava alla corsa, con lo stesso meccanismo, le enormità del cuore che cercavano una strada del ritorno. Qui lo sforzo e la fatica, senza dubbio maggiore, ti permettevano di alleggerirti prima e ancor di più. I pensieri rimbalzavano come fardello insostenibile alle prime battute, ma poi dovevano essere velocemente scaricati, pena l’incedere rovinoso. Tornavi stremata ma rigenerata, rinnovata.

E poi comunque, da brava formichina avevi imparato a serbare un po’ di te, ti fermavi sempre prima di sfinirti, come una saggia quercia, come una chiocciolina di terra che sa di dover andare lontano e di avere molta strada da percorrere. Tenevi da parte un po’ di riserve per gli imprevisti, per gli sprint, per le battaglie inevitabili della vita, quelle che potevano far cadavere di te.

Ormai grande, avevi conservato proprio la corsa come tua unica alleata, fuga neanche tanto consentita, ma concessati da te medesima senza deroghe. Correvi a tutte le ore, in tutte le stagioni, al mattino presto, sotto il sole cocente, dopo pranzo, sotto la pioggerellina fine, sotto la pioggia battente, non potevi farne a meno, non potevi rimandare. Non potevi fermarti.

In questi tuoi percorsi, avevi individuato una sfida, un muro per te assai elevato. Era una sfida, una prova da superare, una prova di coraggio. Correre lassù ti creava una paura terribile, era alto, le gambe tremavano ed erano instabili, gli occhi evitavano di guardare giù, ma era come una calamita irresistibile e potente, continuavi a temere di cadere, temevi di non farcela, ti domandavi cosa avresti fatto se fossi caduta giù, come ti saresti tirata su. Non pensavi al dolore che avresti provato, alle ferite, ai danni causati dal cadere giù, no, pensavi a come potevi uscirne fuori, come appigliarti a quel muro così elevato per te, quasi impossibile.

Per un tratto, quel muro costeggia una casa con giardino e due cani da guardia incattiviti annessi e connessi. Cadere proprio in quel punto, sarebbe stato ancora più complicato, rovinoso direi!

Correvi lassù, tremando, muovendoti più adagio, circospetta, chiedendoti se ce l’avresti fatta, se saresti arrivata fino in fondo. Sapevi bene che se impiegavi tanta attenzione ed energia ad evitare la caduta, ne facevi una ragione di vita e rischiavi proprio quella fine. Per cui, lottavi contro te stessa, contro la paura ed i fantasmi che si affastellavano sull’immagine della caduta e ti sforzavi di non pensarci, di proporti verso la meta, di riuscire, di andare oltre.

Tutto questo non era che metafora di quanto ti avevano trasmesso, eri sola, non appartenevi a nessuno, non avevi un terreno solido su cui poggiarti, né le spalle coperte, questo ti faceva incedere con paura, incertezza e insicurezza, continuavi a temere di cadere perché sapevi che saresti stata sola, avresti dovuto cavartela con le tue stesse forze, ma soprattutto avresti rinnovato la certezza di essere abbandonata a te stessa: la cosa dolorosa che veramente ti spezzava il cuore.

Non avevi la capacità di vederti, non sapevi chi fossi veramente, andavi senza sapere se ne avresti cavato veramente le gambe. Andavi, correvi, ti rialzavi, facevi ciò che nessun altro riusciva a fare, ma non lo sapevi, continuavi a vedere solo le falle del tuo essere! Continuavi a concentrarti sulle cadute e t’impegnavi per evitare che si verificassero. Una vita all’insegna della caduta e della privazione! La paura dominava su di te costantemente.

Non vedevi invece ciò che c’era, ciò che riuscivi a fare! E non l’hai visto per molto tempo. Non scorgevi chi eri. 

Dopo tanti anni, è difficile fermarsi e vedere, guardare con occhi diversi, togliere l’immagine del quadro! Nessuno ti ha messo davanti uno specchio, hai dovuto gradualmente scoprirlo negli occhi degli altri, nell’ombra della tua anima. Ancora molta fatica, ancora molta paura nel tuo cuore.

C’era una bambina bella, bruna, con gli occhi scuri e intensi, con i lineamenti un po’ più morbidi della maggior parte dei bambini, di un’intelligenza ed una sensibilità sopra le righe, era speciale senza dubbio, diversa da tutti gli altri.

Per non dare eccessivo peso ai genitori che lavoravano tanto poverini, si gestiva da sola in tutto e per tutto, aveva i suoi risparmi, piccole monetine che metteva faticosamente, pazientemente insieme, con cui acquistava ciò di cui aveva bisogno o che desiderava, come i quaderni, le bambole, il ciccio bello, i vestitini per lui, caramelle, chewingum e via. Andava a scuola da sola, tornava, salutava il padre in negozio e poi si dirigeva a casa, dove da sola si apprestava a prepararsi il pranzo, a riscaldarlo o aspettava la mamma che rincasasse.

Finché non aveva iniziato la scuola, andava con mamma al lavoro e stava lì buona buona in un angolo a giocare, senza disturbare nessuno, come se non ci fosse! Proprio come se tu non ci fossi, piccola bambina tonda, avevi imparato ben presto molto bene, a non essere di troppo. Ma per fortuna che il tuo corpo non proprio esile, ti faceva notare, faceva ricordare che c’eri, c’eri anche tu, per fortuna.

Poi, quando sei cresciuta, hai dovuto cedere ad impegni più importanti come la scuola e allora non sei più potuta andare con lei.

La scuola ti piaceva, ti piaceva imparare, eri molto intelligente, volenterosa e brava, arguta, ma quel luogo era un supplizio lo stesso. Qualcuno doveva sempre ricordarti che assomigliavi ad un bignè. E forse questo era il complimento migliore, si aggiungeva assai di peggio, fra le risa generali e l’indifferenza della maestra, osavano dirti di tutto, le parole non avevano confine. Forse non ci sentiva bene la maestra poverina, forse aveva un difetto d’udito, ma forse anche di vista!

E non puoi dimenticare il tuo primo saggio di danza. Tutte le piccole ballerine facevano il loro ingresso una per una, quando sei arrivata tu, nel tuo tutù rosa, felice di esserci, non si sa perché è esplosa una risata generale. Ti sei sentita incapace, inadeguata, brutta, anzi orrenda. Tuttora non capisci perché. Guardandoti nelle foto, a più di trenta anni di distanza non ti vedi poi così grassa, così schifosa, così diversa dalle altre, solo un po’ più rotonda, solo un po’ meno esile. Ma ridevano indignitosamente, indiscriminatamente, senza ritegno alcuno.

Perché? Perché hanno riso tanto? Perché?

A te sono arrivate come stilettate e ti hanno marchiato a fuoco per sempre. Per sempre indelebilmente.

 E non hai certo avuto conforto dai tuoi, non hai potuto piangere fra le braccia di tua madre, rasserenata dalle sue vellutate carezze e dalle sue dolci parole. No, non potevi! Non c’era dubbio.

Nello stesso modo non potevi certo raccontare loro delle prese di giro a scuola, dei nomignoli, delle risate, delle villanerie, lì il messaggio si rinnovava appesantendosi sempre in modo persistente, aggiungendo fuoco sul fuoco.

Tua madre, dall’alto della sua over size, ti odiava, non voleva vederti grassa. Lei si odiava, non voleva vedersi grassa, non lo tollerava, ma in fin dei conti per lei era diverso, era stata tutta colpa tua, dalla tua nascita il suo corpo si era sfigurato indelebilmente, tu eri avida anche in pancia, tu eri quattro chili! Famelica e ingorda!

E da allora la poverina non aveva avuto scampo. Tu però non avevi giustificazioni! Tu non avevi fatto figli e forse non ne avresti mai fatti, non riuscivi a trovarti neanche un fidanzato. E probabilmente segretamente ne godeva, così non ti avrebbe mai persa, non sarebbe mai rimasta sola.

E neanche a farlo a posta, cucinava dolci e dolcetti, portava a casa dei barattoli enormi di nutella, ma a te ci pensava e per preservarti li metteva in bella mostra sì, ma lontano dalla tua portata, così elevati che tu non potessi cedere alla tentazione ed esagerare. Ci pensava a te e voleva aiutarti a trovare una misura, lei che la misura non ce l’aveva.

Ma tu, che ogni giorno vedevi in cucina quel barattolo di nutella, su quella mensola, bello, succoso, luccicante, invitante, enorme, non potevi fare a meno di figurarti il suo sapore, il suo odore, l’unica soddisfazione che avevi in quel mare desolato! Mhhhh ………. dev’essere squisita ….

Per farle vedere, per farle capire che contro di te non poteva niente, che non poteva costringerti ad essere ciò che voleva lei, tu avevi trovato il modo di arrampicarti su quella mensola e andavi al barattolo, era enorme e ce n’era proprio tanta, che buona! Piano piano, coi giorni, come il topolino furbo, la mangiasti tutta dall’interno, lasciando intatto l’esterno, le pareti, così che non se ne potesse accorgersene, almeno finché non avrebbe aperto il barattolo. Da fuori era tutto perfetto e intatto, ma non dall’interno.

Che ganza sei stata, piccolina!

Quando lo scoprì! Lì scoppiò il finimondo! Quella tua cara mammina, diventò una belva furibonda, ti sputò a dosso, come tante altre volte, ma questa volta con una violenza rinnovata, una marea che ti travolse veramente. Ingorda! Sei un maiale, fai schifo! Non ti vedi, quanto fai schifo? Che schifo, che figlia immonda! Un maiale.

Che atrocità è riuscita a dire quella tua cara mamma, che oscenità, che bestemmie, la donna che ti aveva dato la vita. Te l’aveva data e ora, come mille altre volte te la toglieva con la non curanza, con la violenza, con la disperazione, con le botte, con la crudeltà!

Quelle erano vere bestemmie, di quelle che dovrebbero portare diritto all’inferno, non quelle rivolte ad entità soprannaturali ed invisibili. Travolgere con tanta violenza una bambina, la propria unica figlia, deve necessariamente far bruciare nelle fiamme dell’inferno.

Il resto l’hai dimenticato. Non occorre altro. Tutto il resto è stato un crescendo, la tua vita si è dispiegata nella fatica e nell’orrore che dietro l’angolo, potessero nuovamente spuntare quelle parole “Sei un maiale, fai schifo!”.

Quelle parole hanno impresso per sempre dentro te un segno indelebile, hanno dato diritto di abitazione permanente alla paura!

La paura ha preso residenza dentro di te.

Guai a contraddire gli altri, guai a non essere disponibile, d’aiuto, comprensibile, svelta, intelligente, silenziosa, mansueta, adattabile, piena di risorse e d’energia. Non c’eri e nessuno ti vedeva. Ti vedevano e ti vedono sì, ma solo per il grasso che ti circonda! Il mondo ha imparato a vederti solo per questo! Tua madre ha imparato a vederti solo per questo! Tu hai imparato a vederti solo per questo! E niente più ….

Non a caso ti sei trovata un lavoro dove nessuno ti vede, mia piccola cara. Non a caso hai passato la vita a fare e sfare diete, a tenerti sotto controllo e a sbottare, a guardare quel barattolo di nutella e a finirlo tutto, finirlo con rabbia e sfida. Non a caso, un giorno, guardando una ragazza in forma smagliante, hai pensato “Se avessi un fisico così, sarei la donna più felice del mondo!”

Ma non è così e non sei felice! Non sei mai stata felice, neanche quando avevi un fisico piacevolmente snello. Quando avevi un fisico smagliante, tu eri ancora grassa, eri un maiale e non a caso andavi ancora a scegliere le taglie di un tempo. Non ti vedevi, non riuscivi a vedere oltre, guardavi il barattolo di nutella e ne vedevi solo l’esterno!

Il tuo mondo interno, è ben rappresentato da quell’immagine di quel libro che tanto ti ha colpita. E’ proprio così, un terreno innevato, immacolato, non tanto per l’abbagliante biancore, ma per l’incolumità del suo manto, nessuno vi ha mai messo piede! Nessuno è mai riuscito ad oltrepassarlo. E chissà se mai qualcuno, riuscirà a lasciare la sua impronta lì da te, dentro di te.

Forse sei destinata a rimanere incolume e sola!

E tu, piccola nata in una famiglia di persone per bene, grandi lavoratori, ma semplici e modesti. Piccola che tacevi e tutto vedevi, ascoltavi, intuivi, sentivi ma tacevi, accoglievi nel tuo gran cuore e davi, davi senza confine, esattamente come tua madre faceva con te e tua sorella. Occhietti immensi che tutto vede.

Un giorno, con l’arrivo di un fratellino non eravate più in due ma in tre, non potevi provare niente di male verso di lui, era tanto amato quanto te e la tua sorellina. Ma il suo arrivo è stato breve, ben presto lui s’è ammalato e un angelo se l’è portato via rapidamente.

Era lì in quella culletta, freddo freddo, c’era tanto dolore contrito in chi amavi, tu non capivi bene, capivi solo che era freddo, tanto freddo e immobile. Niente e nessuno lo smuoveva di lì, lo riscaldava, lo rianimava. Nessuno poteva.

Avresti fatto qualunque cosa pur di alleviare quel dolore, pur di spazzare via quella grande nuvola nera, pur di scaldarlo un po’. Era inverno e c’era il camino acceso, pensasti bene di andare a scaldarti le mani, per poi scaldare lui, scaldarlo, scaldarlo fino a farlo guarire, fino a farlo rianimare. Andavi su e giù, dal camino a quella culletta, su e giù, ma niente, fu tutto vano. Quell’incedere continuo e assiduo, pieno di speranza e d’infinito amore, fu inutile. La culla era lì ed il suo corpicino rimaneva immobile e freddo, duro, gli occhi chiusi.

Avranno capito i tuoi, cosa stavi facendo, occhietti immensi che tutto vede?

Che abbiano visto o no, meritavano tutto questo, lo meritavano. Tua mamma lo meritava, tu le avresti offerto la tua vita, così come lei offriva il suo lavoro, il suo tanto sudore, la sua vita, per farti studiare, per curarti quando fosti malata, ci teneva tanto a te! Avrebbe fatto qualunque cosa, nonostante i poveri mezzi.

E proprio perché guaristi con tanta pazienza e col tempo, lasciandoti un po’ fragile, che tanto pensò a te e al tuo futuro, tanto pensò a farti studiare e a non farti faticare. Ancora oggi, non sai come abbia fatto.

Lei meritava questo e molto più. Lei meritava che tu ti sforzassi allo spasmo, per ridare vita a quell’esserino immobile.

Non se ne parlò più di quel fratellino morto. Lei custodiva gelosamente le sue cose in una cassapanca, era il suo dolore privato, era il suo ricordo unico, erano le sue cose e vi aveva vietato assolutamente di metterci mano, l’unico luogo della casa che vi aveva interdetto.

Un giorno, tu e tua sorella capiste finalmente cosa c’era in quella panca, osaste venir meno al divieto e capiste, mai più siete andate oltre, mancando di rispetto al suo volere, al suo dolore, ad un minuscolo angolo privato di quella grande mamma che tanto lavorava.

Così grande era il tuo amore, la riconoscenza e la dedizione, che le avresti dato anche la vita, le avresti dato la tua vita, hai fatto tutto ciò che credevi possibile pur di darle ragione del suo sforzo, pur di renderla fiera di te, pur di non vanificare tutti quegli sforzi. Ti sei anche sentita in colpa quando lasciasti gli studi universitari per lavorare e sposasti.

L’hai amata così tanto da essere arrivata a donarle la vita di tuo figlio, del tuo primo figlio che chiamasti proprio come quel fratellino, che vi aveva lasciato tanto presto. 

Vivesti per tanti anni il gran terrore che quel tuo figlio, potesse andare inesorabilmente via, che oltre al nome avesse davvero ereditato anche il destino, di quell’esserino ingiustamente morto!

Ti sei sforzata oltre l’umano, hai lavorato, lavorato, hai fatto di tutto, hai tenuto il controllo su tutto e tutti, facendo un percorso immane da sola, pur di evitare quella grande angoscia di morte, che albergava nascosta nel tuo cuore.

Cara piccola occhietti immensi che tutto vede, per fortuna hai visto anche questo! Ma non è stata fortuna, è stata la forza del tuo amore, la forza della tua intelligenza, la forza della tua profondità, la caparbietà. E’ stata la tua forza!

Tu sei occhietti immensi che tutto vede, allora come ora. Niente può sfuggirti. Niente può non riuscirti, niente ti è interdetto. A te spetta, tutta la vita del mondo!

E tu piccolo genio, hai avuto ben poco di quello che ti spettava, avresti meritato molto di più, veramente di più. Invece, hai avuto così poco al punto da dover escogitare ogni minima strategia per sopravvivere, per conservare l’essenza della vita, proprio come fanno le lucertole nel deserto, in un ambiente così ostile e poco ospitale. Hai centellinato ogni goccia d’acqua, ogni briciola di pane, ogni secondo d’aria, ogni forma di vitalità. Hai risucchiato in te e per te, ogni minima espressione di amore, attenzione, investimento e rispetto.

Così tu, sei diventato davvero un piccolo genio, hai dovuto trovare ogni possibile forma per vivere, ogni possibilità d’investimento, ogni mirabile soddisfazione, il più piccolo piacere possibile, in quel gioco di equilibri sottili.

Il fatto è che si aspettavano molto da te, sì, eri figlio unico e appartenevi ad una famiglia speciale, anche tu avresti dovuto essere sicuramente speciale. Non c’erano proprio dubbi.

Ma in cosa, quando, come?

Che angoscia. La prestazione ha iniziato ben presto a spaventarti, ad angosciarti, a pesarti, a toglierti l’aria, a rallentare tutte le tue funzioni vitali.

E tutta la famiglia intorno a te, non faceva che rinnovare questo messaggio, dovevi essere bravo, anzi speciale, far parlare di te per ciò che avresti detto e fatto. Non si può fare altrimenti. Per avere l’eredità, dovevi dimostrare di meritartela, dovevi guadagnarla a tutti gli effetti, niente è gratuito.

Ma ricorda che devi fare tutto questo con modestia, senza sguainarlo troppo, mantenendo la vita di un qualunque coetaneo, essere speciale ma far finta di essere un adolescente qualunque, o quasi.

Del resto già la tua nascita era costata tanto, sì tanto. Ti hanno atteso tanto e ti hanno tanto voluto, non so bene per quale scopo, ma di fatto è costata enormemente. Quando sei venuto al mondo, con un parto così difficile e lacerante per lei, tu non volevi uscire e oltretutto eri enorme, lei ti spingeva a nascere, lo voleva a tutti i costi anche prima del tempo e così, in questa lotta contro natura, per farti uscire da una parte e per restare ancora un po’ in quella tana dall’altro, sei nato tu mio piccino.

Ha persino implorato i medici di farti nascere diversamente, più facilmente, ma loro, stupidi tradizionalisti, hanno obbligato la poveretta a questo estenuante travaglio. Così, la lotta è stata più dura e lunga che mai. Dopo tanta fatica però, sei nato tu, eri bello e sano e lei per ringraziare di ciò ha pensato: oddio chi è quest’essere orrendo, questo mostro che mi porta via la mia bellezza, la mia giovinezza, che mi arreca così tanto dolore? E ora che ci faccio?

Sei cresciuto creando ancora fastidi, non dormivi mai, non si sa che diavolo avessi ma non dormivi. In fin dei conti eri trattato come un principino, ma a te non bastava, non bastava niente e non dormivi e facevi impazzire tutti. Con tutte quelle notti insonni, tua madre vedeva ancor più sfiorire la sua bellezza. Il sonno è il primo alleato della gioventù e lei si ritrovava al mattino con nuove rughe, con la pelle avvizzita e stanca e s’infuriava, non poteva accettarlo, non poteva capire che tu dopo tanto amore le facevi questo, proprio a lei, sì che tu facessi questo a lei! Giusto per il gusto di farla impazzire.

Allora hai dovuto imparare presto ad andare in letargo, a non disturbare, ad usare il minimo d’aria, di luce, il minimo di attenzioni e di amore, il minimo della loro presenza.

Se andavi al mare con loro, c’era sempre la nonna che si occupava di te, tua madre doveva prendersi cura di sé, riprendersi da un possibile ed eventuale esaurimento, si sa avere un figlio è faticoso. Per cui se ne stava un po’ più in là con il suo asciugamano, l’ombrellone, col suo cellulare a parlare, parlare, parlare con le amiche, gli amici, i colleghi. Altrimenti c’era la radio o il pisolino ristoratore.

Di giorno stavi all’asilo o coi nonni, perché dovevano lavorare e la sera capitavano cene di lavoro, cene di coppia, di famiglia, le serate al casinò, lì i bambini non possono andare, è bene che non vedano certe cose, non è un posto per loro.

C’erano poi i week end fuori o le settimane di vacanze. Dove? Questo tu non lo sai, perché tu non eri contemplato nel pacchetto viaggio. Andavano loro, del resto la coppia deve ritrovarsi, deve stare anche un po’ da sola, altrimenti le famiglie si sfasciano.

In quelle lunghe serate interminabili, in quelle giornate tediose, nelle settimane senza nome e senza fine, la noia e la solitudine s’impossessavano di te, ma ancora di più, l’ansia faceva capolino inesorabilmente. Una delle angosce più grandi e devastanti riguardava il timore che a loro potesse capitare qualcosa, o addirittura che potessero morire, magari a causa di un incidente stradale. Allora dovevi inventarti delle strategie, dei giochi mentali ossessivi per riprendere il controllo su te stesso e avere l’illusione di possedere anche il controllo su quanto poteva capitare, sul mondo, ma soprattutto su loro che erano così aerei e sfuggenti. Stavi lì, in quella casa ad aspettare, a contare ogni cosa, a fare congetture, a pensare delle scadenze mentali, dei giochi rassicuranti, ti affacciavi alla finestra, al vialetto per verificare quanto ancora fossero lontani e via e via ad aspettare.

E tu, piccolo genio non potevi che essere bravo, che essere il migliore, almeno per far vedere che c’eri e che valevi il sacrificio di vita di tua madre. Ad ogni interrogazione, ad ogni verifica, ad ogni eventuale elemento fuori programma, che potesse metterti in imbarazzo, mostrare una qualche falla, si creava in te uno scompiglio, un’angoscia interminabile. Che angoscia, che fatica, non c’era proprio via d’uscita, non c’era. Che battaglia ogni giorno. Una battaglia persa!

Non c’era via d’uscita né dentro né fuori. Proprio per questo tuo immane sforzo di bravura, eri diverso dagli altri, non potevi certo ridere, scherzare, lasciarti andare nei giochi, nelle frasi buttate lì, nel tempo perso, nelle sciocchezze. Tu dovevi misurare tutto, proprio tutto, non potevi lasciare niente al caso, dovevi essere preciso, cauto, diplomatico, informato, professionale, capace.

E come potevi avere amici? Come potevi divertirti? Come potevi godere della competizione, in forme non contemplate? Come potevi lasciar libero il corpo, correre, andare, saltare?

Eppure i tuoi si rammaricavano di questo, si preoccupavano e si dispiacevano. Perché il nostro piccino non è come gli altri?

Avrebbero voluto vederti socializzare di più, avere molti amici, vederti con altri compagni. Ed invece tu gli davi pensieri, eri così asociale, diverso, non ti integravi. Ti hanno spinto a fare mille sport. Ti avrebbe fatto molto bene, del resto avevi un corpo esile ed esangue, ma anche lì niente, per te era solo una gran fatica, non ce la facevi, ci provavi ma dopo un po’ ti volevi tirare indietro, loro alla fine cedevano e ti ritiravano con dispiacere e frustrazione.

Fra le tue abilità non era contemplata la socializzazione! Chissà perché.

A ben vedere, in realtà eri così capace, caparbio e anche tenero, che riuscivi ad essere un punto di riferimento per tanti compagni, ragazzine, avevi molte spasimanti, ma la cosa triste era che nessuno era amico per te, nessuno di cui fidarsi, a cui affidare la propria vita, con cui poterla condividere nelle gioie e nei dolori. Nessuno.

Sei cresciuto solo in quella grande casa, in quella casa antica, piena di storia, di libri, si stanze, di polvere, di soprammobili e abbellimenti, tende lucenti, lampade e centrini. Sono trascorsi i secondi, i minuti, le ore, i giorni, le stagioni, faticosamente, razionalmente, angosciosamente, prova dopo prova, esame dopo esame, voto dopo voto, approvazione dopo approvazione. Ad ogni sforzo saliva il livello, aumentavano le richieste, la complessità, ma anche le possibilità. In cuor tuo, l’unico sogno che ti allietava, che ti faceva andare avanti era l’idea di avvicinarti sempre più all’adultità, a certi tipi di scelte e quindi alla libertà. Sì, finalmente la libertà.

E tu sapevi già molto bene cosa volevi fare, come avresti conquistato la tua libertà, le tue mete. C’era da faticare molto però, c’era ancora da tollerare tanta angoscia, da superare mille conquiste, incertezze. Cercavi di andare avanti inesorabilmente, passo dopo passo.

Nel frattempo ti eri anche innamorato, avevi già avuto delle ragazze, ma questa volta ti eri veramente innamorato. Un evento che all’inizio ti aveva disorientato, ti aveva colto di sorpresa, era fuori da ogni schema da te pensato fino ad allora. All’inizio eri pieno, caldo, sconvolto, ma finalmente compreso. Poi anche questa cosa è finita come tutto il resto e quella ragazza ti ha deluso. Non hai mai rimpianto di esserti innamorato, ma ora sapevi di cosa si trattava e potevi catalogarlo come tutte le esperienze avute e le conoscenze acquisite. Adesso eri nuovamente solo.

Del resto, l’unica realtà che conoscevi. L’unica realtà possibile, per te.

Poi, un giorno quando meno te lo aspettavi, ci sono stati eventi che hanno rotto con quella noia, con la monotonia più pressante, il tuo mondo è crollato a cascata. Hai finalmente visto, hai visto cose che non avresti mai voluto vedere, hai compreso cosa stavi vivendo, chi erano i tuoi genitori, chi erano i tuoi parenti. L’hai visto come non l’avevi mai visto.

La vita, vi ha messo di fronte ad eventi e realtà che non potevano essere decisi e controllati.

L’equilibrio così sottile e precario s’è incrinato e poi rotto irrefrenabilmente. Non c’è rimasto altro per te, che capitolare clamorosamente. Hai resistito fino allo stremo, a più non posso, hai fatto di tutto e loro con te, ma a niente è servito. Nonostante ti crollassero macerie addosso da ogni dove, si continuava a chiederti di essere bravo, efficiente, magari un po’ meno, ma sempre molto bravo, dovevi portare avanti i tuoi e i loro obiettivi, non poteva essere altrimenti. Hanno fatto di tutto, ma proprio di tutto per aiutarti, per far sì che riuscissi in questo, per alleggerirti di questo gran peso, ma niente è servito. Del resto nel loro cuore girava un’ombra appena percepita, velata ma presente che oscurava il sole di giorno e la luna di notte.

Avrebbero voluto che tu fossi un grande guerriero, un guerriero della nuova era, intelligente, raffinato, colto, di successo, benestante, pieno di fascino e di donne, ma tu eri qualcos’altro, tu eri altro, tu sei tu piccolo genio.  E d’intelligenza ne hai da vendere, di caparbietà, di bontà, di forza, ma non come volevano loro, non nella direzione che loro desideravano, non per i loro scopi.

Loro, non riuscivano neanche a riconoscerti il diritto di soffrire, di mancare, di fallire. E alla fine tu mio piccolo, non hai più retto al peso di tutto quanto: la sofferenza dentro di te, la delusione, l’impotenza, lottavano arduamente con la voglia di andare avanti, di passare oltre il più velocemente possibile, nel modo più indolore possibile. La stanchezza ed il dolore si scontravano con la rabbia e la reattività.

Dopo tanto lottare piccolo guerriero genio tu, non ce l’hai più fatta, non hai retto più al peso di quelle pressioni costanti, incessanti ed un giorno, un giorno come tanti altri, preceduto da una delle tante notti insonni e devastanti, non ce l’hai fatta più, hai ceduto, ti sei arreso e in un attimo un pensiero è apparso nella tua mente, come tante altre volte era già successo.

Quel pensiero parlava di morte. Quel pensiero era forte ed era supportato dalla dolorosa fatica di andare avanti, di non volerlo fare più, di non sapere perché e per chi, avresti dovuto ancora fare, vivere. Sentivi una pressione in te troppo forte, che cercava una via d’uscita. Avevi bisogno di alleggerirti finalmente!

Hai pensato tutto molto lucidamente e velocemente, c’avevi già pensato mille e mille volte, hai preso l’occorrente, calcolato ogni minimo dettaglio e dunque … hai appeso la corda a quella trave di quella grande casa antica, hai costruito un cerchio, non troppo grande, giusto per far entrare il tuo collo e così hai deciso di farla finita, senza remore, senza sconti, senza possibilità alcuna.

E la tua vita è finita. La tua vita che era costata tanto, è finita in un brevissimo attimo.

Tutta la tua vita, costata così tanto, sudata allo sfinimento è volata via in un brevissimo istante e tu non c’eri più mio piccolo genio.

Poi c’eri tu topolina sfarfallina, che mangiava formaggio sotto il letto. Tutto era duro e intollerabile durante l’arco dell’anno, doveri, impegni, rimproveri, pesantezze, tante pesantezze, poi l’estate, l’estate era noiosa a casa, lunga, vuota, ufffff.

Però per fortuna c’era un mese al mare con i nonni, gli zii, i cugini, lo zio preferito e le cugine preferite. Era tutto uno scorazzare, al mare, poi in giro, lo zio che non finiva mai di comprarvi gelati, coca cola e pizza a volontà, di portarvi di qua e di là. C’erano le girate per le campagne assolate e profumate, a raccogliere la frutta di stagione, il piacere di avere un gatto da coccolare, quel contatto morbido e caldo, almeno lì, in quei giorni.

Tante cose nuove, calde e divertenti. Erano giorni spensierati e belli, senza troppe regole, troppi doveri, senza troppi fari puntati addosso.

Eppure, in quel panorama sereno, privo di nuvole, c’era sempre la possibilità che dall’antro buio delle montagne si svegliasse l’orco. Quando gli veniva in mente che questa o quella cosa non doveva essere fatta, erano gran guai! In genere era mansueto come un agnellino, forse la vicinanza con la sua famiglia, forse le vacanze, o non so che, ma di fatto era tutto più sereno. Però quella stessa famiglia che lo ammansuetiva, poteva in un attimo trasformare l’agnello in belva feroce, le orribili vesti che indossava nei restanti undici mesi dell’anno. Allora usciva dalla sua tana ed erano proprio guai.

E questo successe quel giorno. Proprio lo zio preferito doveva andare a fare un acquisto importante, forse per avere un’opinione, una compagnia o non so cos’altro, desiderava portarvi con sé, per cui aveva invitato tutta la famiglia, la tua e la sua, ad andare con lui.

Ma l’agnorco ha pensato che voi eravate in troppi e non sta bene arrivare in tanti in un negozio, fare confusione, sembrare proprio una famiglia del sud, caciona e caciottara, maleducata, terrona insomma. Rifiutare una richiesta della famiglia non poteva e la soluzione era lì, semplice, avrebbe portato con sé la moglie e il piccolo, te e tua sorella sareste dovute rimanere a casa. Tanto forse c’erano i nonni, non è che stavano proprio lì in casa con voi, come al solito erano all’orto, ma in fondo era vicino, non c’è mica da preoccuparsi, ci saranno stati solo un paio di chilometri dalla casa, con la macchina è in un attimo! Non eravate proprio sole.

Tu topolina sfarfallina guardavi in silenzio, gli occhietti tuoi guardavano l’agnorco dal basso, come era inevitabile vista la tua posizione, forse interrogativi, forse increduli, forse supplicanti, non so bene, ma non osavi proferire parola. Figuriamoci tua sorella, che ormai aveva imparato l’educazione da tanto tanto tempo, lei aveva già accettato di buon grado quella decisione inderogabile, senza neanche rivolgergli una qualche occhiata vagamente pretenziosa.

Voi siete state zitte, non avete osato nulla, ma lo zio, si è ribellato. Non è assolutamente possibile, ma figuriamoci, vengono anche loro, ma che noia danno. L’agnorco, sempre meno agnello e sempre più orco, si è impuntato e ha proferito la sentenza: loro rimangono qui! Un po’ come due pacchi, in una casella postale.

Lo zio incredulo, vi ha fatto l’occhiolino e ha mandato l’orco avanti, vi ha fatto salire velocemente in auto, voi due topoline avete anche esitato, come si fa a contravvenire agli ordini dell’orco? Era un sacrilegio solo pensarlo, chissà quali sarebbero mai state le conseguenze. Brrr …. Venivano i brividi solo a pensarlo. Ma lui ha insistito, con aria amichevole e ammiccante, era un altro adulto che decideva per voi piccine e forse si poteva fare e poi in effetti sarebbe stato difficile anche opporsi a lui. Dunque siete salite e vi siete nascoste, serene del clima giocoso, che tutto vi ha fatto dimenticare, almeno per il poco tempo del tragitto.

Quando siete arrivati a destinazione, l’orco ha sgranato gli occhi, non ci poteva credere, i globi quasi gli sono usciti dalle orbite, era diventato nero dalla rabbia più cupa e furibonda, rosso alternato a nero, duro e rigido, con un’espressione indicibile, suscitava il terrore più totale e poi quelle parole hanno fatto il resto: quando torniamo a casa facciamo i conti!

Lo zio burlone, che fino a quel momento non aveva capito e rideva furtivamente quasi a dire “Te l’abbiamo fatta!”, ha cercato di smorzare, sminuire la scarica del temporale furibondo, prendendosi la responsabilità dell’atto e della decisione.

Ma nulla è servito. Siamo noi che abbiamo disobbedito ad un suo ordine, alla sua legge e noi avremmo fatto quei conti con lui, con lui e nessun altro. Non ha detto altro e ha fatto ben comprendere che non desiderava dire altro, né discuterne di alcunché.

Il negozio è stato esplorato per lungo e per largo, giocosamente e allegramente, con un’incredibile serenità. Ma non per te topolina che mangia il formaggio sotto il letto, stavolta quel formaggio lo avresti pagato molto caro, lo sapevi bene dentro te. L’aria era leggera, ma nel sotto suolo stagnava quella promessa fatta, sotterrata solo per la circostanza, sospesa solo per il tempo necessario, procrastinata al luogo adeguato.

La visita per voi due, non è stata del tutto serena. Non lieve.

Finito il giro, siete rimontate in auto con lo zio, non so chi l’abbia deciso, ma è andata così e arrivati a casa, tu topolina sfarfallina per la tua bontà, per la tua ingenuità, per negazione di tanta violenza, ti eri quasi dimenticata della promessa o forse incredula, non pensavi ti sarebbe successo niente di male. Ma tua sorella, più grande, più esperta, più consapevole è corsa subito in camera e ti ha urlato di andare con lei, siete corse e vi siete chiuse dentro.

Lui è arrivato con una furia omicida, sbattendo i pugni sulla porta, ordinando ancora più fortemente di uscire di lì, che poi sarebbe stato peggio. Urlava e urlava all’impazzata, sbatteva i pugni e prometteva un bel futuro. Ancora lo zio è intervenuto, prendendosi la responsabilità, distogliendolo da quell’insana condotta, ma niente è servito e dopo un po’ anche lui ha desistito. Eravate lì tremanti e incerte, immobili dietro quella porta, lui continuava ad inveire, ancora non avete aperto, ancora una volta non avete ubbidito e lui è andato a cena.

Ohhh! Un sospiro di sollievo, forse questo lo avrebbe distolto, smorzato, forse un po’ di pace, forse la soluzione, forse si sarebbe ravveduto o semplicemente dimenticato.

La cena non è durata molto, non per lui almeno, non avete dovuto attendere così tanto, quei minuti erano stati un sollievo ed un’attesa terrificante, straziante, quasi interminabile, non so cosa stesse urlando la tua pancia ed il tuo stomaco piccola, topolina farfallina, si stringeva in una morsa terribile, si contorceva e ululava come un lupo in cattività.

Quanto costava quel formaggio rubato e mangiato sotto il letto!

Lui era tornato, l’orco non si era sfamato con la cena ed era imperterrito, il cibo non aveva placato la sua fame di vendetta e di giustizia, anzi era ancora più avido e pretenzioso. Continuava ad ordinare di aprire, imperterrito ordinava, tu sfinita non ce la facevi più, volevi cedere, tua sorella continuava a dire di no, lei non avrebbe aperto di certo. Ma tu non ne potevi più, l’attesa era troppa, la tua emotività, la tua psiche non poteva reggere oltre, il contenitore era arrivato all’orlo, traboccava. L’angoscia che provavi non poteva più essere trattenuta.

Ti sei detta che forse aprendo, obbedendogli almeno in questo, avrebbe abbonato le sue promesse, sperando in una sorte non troppo nera, in quest’amnistia del condannato o almeno in una riduzione della pena, hai tentennato, c’hai pensato ancora e con tua sorella che si rintanava in un angolo, tu piccola topolina spaventata alla fine hai aperto, non potevi fare altro, non potevi più aspettare e sopportare. Hai recuperato dentro di te tutta la forza ed il coraggio che possedevi e hai aperto.

L’orco non si era per niente abbonito, non si era placato minimamente, dell’agnello non c’era neanche l’ombra. Con la bava alla bocca si è catapultato su di voi, picchiandovi a dismisura, mani, piedi, tutto ciò che veniva, ha scaricato tutta la sua rabbia, il suo rancore, il livore, l’odio profondo e lontano, su di voi, voi che avevate osato disobbedire, disobbedire a lui! Lo zio ha tentato timidamente di dissuaderlo, ma una tempesta, un tornado in viaggio non può fermarsi, deve fare il suo inevitabile percorso e parimenti lui, ormai nel pieno del suo potenziale, dopo aver caricato per ore, tenendo duro allo stremo delle sue forze alla fine doveva scaricarsi, senza troppi mezzi termini! Non poteva assolutamente fermarsi!

Che grand’uomo! Un vero uomo. Già, dimenticavo che non era un uomo, ma solo un orco! E cosa ci si può aspettare da un orco?

Sì, un animale, che invece di pensare agisce e basta, niente può fargli cambiare idea, né prima né durante, né dopo. Un animale non può frapporre il pensiero fra il sentire e l’agire, non ha questa capacità. Quando l’ira funesta si scatena, non può che travolgere tutto!

Tutto, si fa per dire, quell’ira alla fine aveva travolto solo voi due, le uniche persone indifese, due bambine! Le uniche a non avere responsabilità di nulla, neanche della sua rabbia. Voi non avevate chiesto di essere messe al mondo, voi non avete chiesto di essere femmine, voi non avete chiesto di essere così numerosi, voi non avete chiesto di essere portate al negozio. Voi non avete chiesto un sacco di cose. Ma a chi importa questo? Voi eravate solo l’anello più debole, l’ultimo, quello veramente più piccolo, quello plasmabile e controllabile in balia totale delle sue mani. Quel piccolo anello che lui poteva schiacciare facilmente, quando e come voleva.

Tutto il resto non lo era. Per far fronte a tutto il resto, avrebbe dovuto essere un vero uomo. Ma nel profondo di sé, non sapeva di essere un vero uomo, non voleva affrontare sé stesso, non voleva dimostrare di esserlo e certe cose sono più importanti, la famiglia, l’apparenza, l’onore, il rispetto, l’obbedienza, i buoni propositi e così via. Lui non avrebbe mai potuto travolgere il fratello che si prendeva gioco di lui e delle sue decisioni educative, delle sue direttive indiscutibili, della sua posizione di fratello maggiore, di capo famiglia, lui non poteva. Lui non poteva trovare soluzioni al fatto che voi eravate tre e alla fine, tre più due fa cinque ed è una famiglia numerosa, che suona come meridionale e deprecabile. Lui non riusciva a combattere contro gli stereotipi fuori di lui e dentro di lui. Lui non riusciva ad arrabbiarsi col mondo, con suo padre, un fantasma che non era stato capace di mostrargli come fare il padre e prima ancora l’uomo. Non poteva inveire contro una madre che prima lo aveva allontanato, poi ripreso per sobbarcargli il peso della famiglia, una responsabilità più grande di lui, che gli aveva fatto odiare la sorella, invece che essere sua complice, che gli aveva tolto l’infanzia, l’adolescenza e anche l’adultità.

Non poteva andare oltre sé stesso. Aveva paura, ma non lo riconosceva a sé stesso.

Lui non riusciva in tutto questo! Ma riusciva molto bene a picchiare voi, a scaricare la rabbia di una vita, di una vita intera, passata, presente e futura e forse di più generazioni, su di voi, sì su di voi che avevate osato contravvenire ai suoi ordini.

Quelle botte sono state dure e caramente salate, non credo che riuscirai a dimenticarle topolino farfallina! Non so se tua sorella ricorda, ma tu ricordi bene e hai smesso sempre più, di mangiare il formaggio sotto il letto!

Non l’hai mai capita, tutta quella ferocia contro di voi! Lui vi odiava e basta, non si sa perché vi avesse fatto nascere, a cosa gli servivate. Forse proprio per scaricare la sua rabbia, eravate due pungiball perfetti, una buona scusa. Ma tu non capivi, non potevi capire, non riuscivi a capire, non potevi tollerare, non potevi preservarti, hai dovuto rinunciare al tuo formaggio, hai dovuto smettere di sfarfallare, di volare e hai solo imparato a marciare diritta, mia piccola topolina. Da sola, imperterrita, senza nessuno a tuo fianco. Perché la rabbia macerata, l’odio, rompe tutte le relazioni, i fili visibili e invisibili, non permette che si creino alleanze e comprensioni, c’è solo divisione e aggressività.

Così, non avevi neanche tua sorella dalla tua, ognuno per conto proprio. Neanche quella volta è servita ad unirvi, come non sono servite mille altre volte andate così o peggio!

Ognuno da solo va per il suo destino.

Sarà duro non ripetere, sarà difficile non scaricare tutto l’odio di almeno tre generazioni sui tuoi piccoli cara topolina, che hai ripreso a mangiare di notte cacio sotto il letto.

Ma tu, ci provi, tu non ti rassegni e ci provi con ogni forza del tuo essere. Tu sai di avere paura.

 

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