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Riflessioni, idee, sogni, emozioni, corpo e psiche in movimento

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A spasso con la Paura Capitolo V: Denti Neri

CAPITOLO V

 

Denti Neri

 

 

 

Poco tempo fa, ho conosciuto un nuovo dentista da cui ho curato un paio di denti. Questo dentista mi ha sconvolta con una proposta inattesa, sapete quale?  Sbiancare i miei denti.

Voi vi chiederete perché, questa innocua proposta mi abbia sconvolta così tanto, che cosa possa esserci di strano in quelle parole.

A questo ci arriviamo.

Io invece, mi sono chiesta perché mai nessun dentista, me lo avesse proposto prima! Perché mai la proposta giungesse proprio ora.

Non ho mai visto i miei denti bianchi, sono giallognoli tendenti al grigio e non per fumo, alcool, caffè, ecc., ma perché a sei mesi mi hanno somministrato del cortisone per curare una tosse canina ed i miei denti hanno abbandonato il loro antico splendore, anzi a dire il vero sono stati intaccati proprio sul nascere, o meglio ancora prima che ciò si verificasse, sono stati predestinati assai presto.

Me ne sono sempre vergognata, come se fosse un’onta della mia anima, una macchia indelebile, un difetto che andasse al di là della zona fisica, di ciò che realmente era, come se rappresentasse una mia incapacità, un handicap!

In fin dei conti quando ti presenti a qualcuno, la prima cosa che fai è aprire bocca, per parlare e per sorridere, per accogliere. E la mia presentazione è con queste macchie, con questi colori terribili. Non una bella presentazione!

E di fatti, non ho mai riso a pieni denti, ma ho sempre solo sorriso, stando ben attenta a non aprire troppo la bocca. Adesso, ormai da anni lo faccio automaticamente senza controllarlo, ormai è diventato una parte di me, del mio modo di esprimermi, del mio carattere, della mia personalità, è quasi entrato nel DNA e ho quasi timore di averlo trasmesso alle mie figlie!

Insomma, non rido mai con naturalezza! Nascondo il mio sorriso.

Ho provato mille polveri, dentifrici e rimedi naturali, come la salvia, ma niente è valso tanto sacrificio ed impegno, il loro colore non si è mai minimamente scalfito!

Oltretutto, sono l’unica in famiglia ad averli così! Sono una mosca nera!

Ops! Forse dovrei dire, una mosca bianca! Ma nel bianco non mi ci vedo. Di fatto, tutte le mosche sono nere! Un lapsus significativo direi!

Di fatto, che io sia una mosca bianca o nera, i miei denti sono neri e improvvisamente, quando meno me lo aspettavo, qualcuno mi propone di sbiancarli e neanche ad un prezzo così elevato: si può fare! Si può veramente fare! Non l’avrei mai pensato!

Finalmente, anche io potrò ridere a pieni denti, a bocca aperta, spalancata. Ridere, ridere, ridere, senza dovermi trattenere insensatamente.

Si può fare, è possibile, posso non vergognarmene più! Posso finalmente abbandonare questo strisciante senso di vergogna. Un vero sollievo, una liberazione. Liberazione lieve e imponente da un carico pesante che non ho scelto, non ho meritato, ma c’è e pesa fortemente su tutti i miei giorni passati.

Dopo questa proposta, nella mia testa è scontato che lo farò! Non ho dubbio alcuno.

I miei pensieri girano intorno a questo nuovo evento. Si è aperta nella mia vita, una grande possibilità! Una possibilità inaspettata! L’impossibile è possibile. Che forza! Che sorpresa!

La mia mente, non riesce neanche bene a focalizzarlo, a comprenderlo, a visualizzarlo con effettiva chiarezza. E’ un evento mai pensato fino ad ora e ancora non ha parole e immagini per descriverlo.

Ho passato giorni e giorni a pensarci, a fantasticare, a cercare di definire e vedermi con questo grande cambiamento, a cercare di intuire come mi sarei sentita, quali mutamenti emotivi poteva suscitare in me, quali risposte.

Cosa sarei diventata? In cosa, mi sarei trasformata? Cosa mi sarebbe capitato?

Pare banale, ma non lo è. Per più di quarant’anni ho pensato di essere in un certo modo, di essere indelebilmente marchiata da un dato elemento, di possedere dei confini invalicabili e ora improvvisamente in un modo impensabile, da una persona appena conosciuta, senza grandi reverenze, arriva un ma e un se, sepolti da tempo immemore. E’ caduto un velo, si è aperta una porta, si è spalancato un mondo che non credevo più esistesse. Ha fatto capolino un possibile cambiamento, che io pensavo non potesse verificarsi. Ormai mi vedevo fissa in quell’immagine, in quel ruolo. Tutto questo mi ha stupita, meravigliata, disorientata, sconvolta oserei dire.

Ma come? E allora, fino ad ora cosa mi hanno dato a bere? Cosa mi hanno fatto credere? Perché mai non mi hanno dato chance?

In verità, nessuno mi ha mentito. Nessuno mi ha detto niente. Nessuno mi ha detto una cosa per un’altra. Però il fatto è che nessuno mi ha detto ciò che poteva essere, ciò che poteva cambiare. E’ stato alluso, che probabilmente non si poteva fare altro, che ormai il dado era tratto, che il bosco è pericoloso e quindi è meglio mettersi l’anima in pace. Senza lode né infamia!

Forse. In verità, l’allusione ed il silenzio, la mancata ammissione della propria ignoranza, infliggono più danni della ferita mortale, sferrata apertamente e visibilmente. Grazie a tutto questo si sono sepolte davanti a me, dentro di me, delle strade, delle alternative, delle possibili scelte.

Ma la vita è strana, quando meno te l’aspetti, quando ormai non ci pensi più, quando ormai si era sepolta quell’idea, quella possibilità, ti restituisce ciò che ti è stato portato via, quanto meno ti offre l’opportunità di andare a riprendertelo.

In un personaggio, così esterno ed estemporaneo, in un curatore di denti e non certo dell’anima, è arrivato il riscatto, la possibilità, il possibile cambiamento, ma soprattutto lo svelamento di una realtà sommersa.

E se questo mondo si dispiega in me, con me, davanti a me, dipinto sui miei denti, sul mio sorriso ….. mi sono anche chiesta se gli altri se ne sarebbero accorti. Se i miei denti cambieranno, gli altri che mi conoscono, che mi vedono ogni giorno o quasi, lo vedranno?

Sicuramente sì. E chissà cosa direbbero o anche solo cosa penserebbero.

Mi sono chiesta, chissà cosa avrebbero pensato di me! Ma anche, chissà cosa io avrei pensato di me!

Dopo lo spiegamento di questa immensa possibilità, hanno cominciato a girarmi in testa delle domande, sempre di più, sempre più insistenti e vorticose.

Quanto sarebbe durato l’effetto? Avrei dovuto, continuare a farlo? Ne sarei stata schiava? Alla lunga forse, mi sarei stufata di continuare a mascherare. Questo trattamento, ha effetti collaterali a lungo termine?

Solo ora mi rendevo conto di aver accolto la notizia di questa possibilità, senza fare delle domande concrete, realistiche ed esplicative, per cui mi ero lasciata sola con mille dubbi, perplessità e interrogativi. E mi sono ripromessa di colmarli e avvicinarmi ancora di più all’evento, anche attraverso conoscenza e consapevolezza.

E così è stato, dopo aver girato e rigirato nella mia testa questa possibilità, mille immagini, sogni e fantasie sul passato e sul futuro, sugli ipotetici effetti, sui risultati, sui commenti, sulle emozioni, dopo aver indugiato largamente, alla fine ho formulato i miei quesiti e ho ottenuto le mie risposte richieste.

C’ho pensato ancora e poi ancora, incomprensibilmente direi, almeno lì per lì. Ho anche programmato l’evento nella mia mente, in termini di tempi, costi, impegni. Ero felice e sollevata.

Ma forse non del tutto, sotto sotto non ero né così felice né così sollevata. Non lo capivo molto, non volevo crederlo, eppure …. man mano che passavano i giorni, questo proposito, questo sogno perdeva peso e svelava la sua natura. Alla fine, non era proprio ciò che sembrava e ciò che volevo credere.

E sapete una cosa: non l’ho fatto! Non ho sbiancato i miei denti!

Dopo il primo grande stupore ed entusiasmo, provocatomi da me medesima alla notizia, dopo tutto questo rimuginare, ricordare, pensare, programmare, sognare, mi sono detta che forse non lo volevo più fare. No.

Anzi, se devo andare al fondo delle cose, non l’avevo mai voluto. Non era ciò che desideravo veramente. Non ora almeno. Forse da bambina sì, da ragazzina, quando cercavo l’origine della mia diversità  ed il luogo del possibile e del cambiamento, forse allora lo avrei fatto davvero, forse. Forse li avrei sbiancati tanti anni fa, quando nessuno me lo aveva proposto, quando il bisogno di abbellire la presentazione di me era forte, quando la necessità di sentirmi accettata era stringente. Adesso non è più così importante, non ho più bisogno di mostrare denti bianchi.

Un tempo forse lo avrei fatto, ma adesso, di sicuro no! Ormai è da tempo che sono andata al fondo di me, che sono arrivata nel bosco buio e frondoso e sono tornata indietro accompagnata dal Gruffalò.

Posso solo ringraziare questi miei denti neri. Sembra assurdo vero? Dopo tutta la lagna che ho fatto fino a qui!

Ma ve lo immaginate, che schifo, avere denti neri! Manca la brillantezza e la lucidità nel sorriso nella presentazione di sé, nel primo impatto! Blee!

Ma intanto, grazie a questi denti e a questa proposta, mi sono riappropriata di una parte di me, di un vuoto, di una mancanza, di una vergogna di me, che continuavo a subire senza rendermene neanche più conto. Subivo qualcosa di invisibile, perché ormai parte integrante di me! La vergogna, dettava un sentire permanente, facendo intravedere una condizione di fondo orripilante, una visione menomata di me, ormai invisibilmente e inconsapevolmente intessuta nella mia psiche e nel sentire quotidiano.

In tutti questi anni e per tutti questi anni, si è creata un’equivalenza fra denti neri e vergogna di me! E’ assurdo, ma è andata proprio così.

Poi, alla fine, non è certo sbiancando i denti che smetterò di vergognarmi, non è attraverso una pitturatina esterna, che cambia il sentire della mia anima.

Sbiancarli è solo un modo diverso di nasconderli. Loro rimangono ciò che sono.

E poi ……… Anche con i denti più splendenti, la sensazione di avere qualcosa di nero e di marcio, non cambierebbe certo!

Per dirla tutta, quel dentista mi ha anche fatto sapere che avrei potuto ricostruire la parte mancante dell’incisivo, che ho lì proprio di fronte a me, uno dei due principali, che si vedono proprio nel momento in cui si apre la bocca.

E come non ho voluto sbiancare i denti del loro colore, non ho voluto ricostruire neanche la parte mancante di quell’importante dente che incide sui cibi, su ciò che entra ma anche su ciò che esce, sulle parole per esempio.

Sapete perché? Perché quel pezzettino s’è rotto, s’è sgretolato grazia allo stringere i denti, al digrignare di notte, al bruxismo insomma. E anche questo segno è ben visibile, è proprio di fonte a me e non può essere ignorato.

Ho provato molta vergogna e ho stretto molto i denti nella mia vita e perché mai dovrei nascondere tutto questo? Forse è bene dirlo, dichiararlo a bocca aperta, denunciarlo ben chiaro e forte, perché ognuno abbia ciò che gli spetta e niente più.

Non voglio nascondere quel marcio, non più, mai più.

Mi sono detta che devo andare a scoperchiare quel marcio, dargli aria, vedere quel che c’è, pulire e rinnovare ciò che non va più bene! Pulire la ferita e farla guarire.

E allora andiamo a vederla questa ferita, allarghiamo i lembi della pelle e mettiamo il dito proprio nella carne viva, dove il sangue pulsa forte e senza sosta, dove c’è l’infezione ed il combattimento per la guarigione, per la vita. E’ là che nasce la vita, che c’è vita!

A sei mesi sono stata marchiata indelebilmente, esattamente come i tatuaggi degli animali da allevamento: il mio tatuaggio sta lì stampato in faccia, dentro la mia bocca e mi fa vergognare di me.

Perché? Perché mai?

Perché mi fa sentire diversa, come se ci fosse qualcosa di non sano, di non pulito, che si manifesta con i denti, che io non posso mostrare e mi tarpa proprio nella gioia, nel piacere, nella felicità. Posso sorridere, non ridere!

E del resto, nella mia mente sovente riecheggia “Ride bene, chi ride ultimo!” Come a rimarcare che è meglio non ridere, che quasi c’ho guadagnato, perché se capita qualcosa, non avranno da rimproverarmi che ho riso quando non me lo potevo permettere. Quasi quasi questa mia onta, mi ha salvata dalla maldicenza e dallo svergognamento!

Non si può ridere, si osa troppo, si rischia, poi il fallimento ti mette alla berlina, ti fa apparire stupido, ti mette in ridicolo, ti annienta e ti rende ultimo degli ultimi. E’ meglio apparire misurati e saggi, non traboccare mai, non andare troppo oltre, non farsi vedere insomma.

Non si può volare troppo alti, bisogna stare a terra, così non si rischia di cadere, né di mostrarsi troppo, né di sbagliare. Si deve stare nell’ombra, senza debiti, senza dicerie, ma anche senza gioia, senza vitalità, senza movimento, senza libertà! Senza osare mai!

No, non ci si può mostrare, non ci si può presentare direttamente per ciò che si è, si deve mediare, diplomatizzare, corteggiare, sedurre in modo sottile ed intelligente, in modo elegante. Oltretutto, non lo si fa direttamente per noi, ma per noi attraverso gli altri, con delicatezza ed educazione estrema, senza disturbare troppo, in punta di piedi, sottovoce e chiedendo scusa, l’unica vera strada accettabile, ammissibile e forse anche ammirabile.

E così, nessuno in effetti vedrà noi, ma solo l’ombra di noi, il riflesso della luna che tutto può indurre. Si vedrà il risultato di noi, la proiezione mascherata, ma non noi! Non ci siamo! Siamo dietro il pallore di una luna, dietro lo splendore di una facciata. Appariremo così grandi, potenti, intelligenti, forti, fieri, fiduciosi, competenti, apprezzabili, quando sotto siamo solo piccoli tremanti e indifesi, ignari e ignoranti di noi stessi. Forse gli altri non se ne accorgeranno ma noi sì, noi lo sappiamo bene e nel profondo di noi saremo sempre tremolanti e vacui.

Che tristezza! Desolazione.

Spesso, mi sono anche chiesta, se qualcuno se ne fosse accorto! Se qualcuno avesse notato che non ridevo a piena bocca.

Ma forse no, mi sono detta che proprio lo stare nell’ombra ha fatto sì che non ci fosse abbastanza luce per vedere e discernere i dettagli significativi. Nessuno ha visto, perché non mi sono mostrata. In questo gioco di luci ed ombre, in questo processo d’ignoranza reciproca, nessuno ha mostrato, nessuno ha visto.

Ma di fatto che l’abbiano visto o no, i miei denti sono neri ed io lo so. Io non posso nascondermi a me stessa, non posso raggirarmi.

Questa condizione suona come una colpa. Eppure io non ho fatto nulla, mi sono solo ammalata a sei mesi e hanno visto bene di marchiarmi! Il dentista ha capito subito che avevo preso anti-bios, da piccola! E’ un marchio appunto, tutti sanno che sono stata ammalata.

Ma la malattia del corpo è solo lo specchio, è solo la luce esterna. E’ di un’altra malattia che si parla, qualcosa di nascosto sotto l’opacità ed il buio che muove i fili di tutto questo teatrino.

Guarda caso, a sei mesi è proprio il momento in cui è morto mio nonno materno e mia madre non l’ha potuto salutare. Ne ha sofferto tantissimo! Ha sofferto in silenzio, ingoiando lacrime dolenti.

Allora mi chiedo se quei denti, non siano il segno del lutto.

Sì, del lutto. Prima ho barato, i miei denti non sono proprio giallognoli, sono più grigi che gialli, sono quasi neri in alcuni punti! Neri, il segno del lutto appunto.

Del resto, i denti sono il simbolo dell’aggressività e quindi della vitalità.

Me l’hanno tolta in partenza.

O meglio, c’hanno provato!

Evidentemente, la vita e la vitalità di un esserino appena venuto al mondo, era troppo discordante, dissonante rispetto alle noti gravi della depressione e della mancanza. Chi non c’era più, creava un vuoto che non riusciva a contenere chi invece c’era. Chi non c’era più, s’era portato via tante cose anche dei vivi. Delle possibilità importanti!

Quel piccolo esserino, che ero io, che si affacciava alla vita e ricordava un fiore che deve sbocciare, intravedeva e si accollava una colpa verso chi non poteva più spiegare le ali. Una vita scomoda, che richiamava tutto quanto era stato detto e non detto, fatto e non fatto, tutto ciò che non avrebbe avuto mai più possibilità alcuna.

Alla fine, il lutto non era il mio, ma di mia madre, ma questo lutto si è impresso su di me, quasi fosse una mia colpa, una mancanza, un’onta, ma non lo è. Sono stata l’ultimo anello della catena e ho somatizzato per loro!

Rappresentavo qualcosa di non permesso, almeno in quel momento. Ero nata esattamente nel momento sbagliato, rispetto all’andamento di una famiglia che aveva un suo ritmo e una sua assoluta logica.

Di fatto non è colpa di nessuno, non colpa mia, non colpa di mia madre, di mio nonno, di mia nonna, di nessuno. Non c’era colpa. Eppure, alla fine c’è una sorta di divieto inconsapevole alla vita, alla vita in senso pieno. C’era un vuoto, un’assenza, una mancata possibilità.

E ancora, s’insinua strisciando la biscia della paura e della vergogna, ancora della mancanza e dell’assenza. Un lutto. Qualcosa che non c’è.

Mentre racconto tutto ciò, una parte di me continua a ricordarmi di non dire queste vicende, questi segreti, di scriverli sì, così, ma poi di cancellarli immediatamente, di ricordarli solo a me stessa, come se dovessero continuare ad essere nascosti e segreti, sepolti dietro un morso serrato, dietro denti mostrati appena, solo intravisti e stretti al punto da non far uscire parola alcuna. Rinnovando ancora il senso di qualcosa che non va. Rimembrando che in quello che sto vivendo, si cela qualcosa di sbagliato.

Ancor di più, mostrarsi apertamente alla luce del sole, mi renderebbe visibile, limpida e chiara, esponendomi alla luce dei riflettori, rischiando di screditarmi, svilirmi. Ancora un peso, una dannazione, una colpa, qualcosa che deve essere nascosto!

Ancora una mancanza, una voragine. Non c’è spazio per dire e per mostrarsi, senza sbiancature, senza proiezioni luminose. E’ una vera vergogna!

Queste macchie, lo scuro, il nero, il pezzo mancante, mi spinge a tenere la bocca chiusa, a serrare i denti, evitando di sorridere ma anche di parlare, di dire a piena bocca, senza remore né reticenze, senza lasciare nulla nel dimenticatoio.

Perché mai? Che devo nascondere? Cosa non devo far sapere? Che colpa ho, io?

Forse ho la colpa di essere nata, ma anche qui …. non sono io che l’ho deciso!

Allora qual è la vera colpa?

Non so quale, sembra insensato, ma da qualche parte risuona una colpa, in un qualche angolo nascosto, esala il suo odore. Non ho nulla di cui vergognarmi, non ho nulla da nascondere, non c’è nulla di marcio, non c’è colpa. Non c’è da vergognarsi neanche delle mie macchie e della bruttura dei miei denti, che nonostante il colore, non hanno perso la loro vitalità e forza: li ho ancora tutti e ho poche carie!

Qualunque macchia mi hanno affibbiato, con consapevolezza o no, non è una colpa, non è niente di orripilante! E non è colpa mia!

La mia bocca poteva essere ancora più sana e vigorosa, mia nonna non è mai stata dal dentista e mio padre non ha neanche una carie. Aimè ho subito la perdita di mio nonno, la debolezza di una famiglia azzoppata, assai prima del lutto, dall’assenza di un perno fondamentale della famiglia! Questo li ha segnati e mi ha segnata indelebilmente.

Certo la mia bocca mi ricorda questo, se manca un pezzo nella nostra famiglia, noi zoppichiamo, manca comunque anche una parte di noi. Si crea un vuoto, si perdono le parole ed il sorriso. Si perde qualcosa, è inevitabile!

Esponiamo, mostriamo, misuriamo la perdita e conosceremo questa nostra mancanza. La verità libera sempre. La verità non ha vergogna e non deve temere alcunché. Fiorirà lo spazio per un nuovo andamento disinvolto, recuperando la scioltezza della parte lesa, reinvestendo gradualmente nella voragine, creando e costruendo ciò che sembrava inconcepibile.

Una bomba è esplosa proprio lì, al centro del mio mondo, nel cuore, nel fondamento della vita e ha lasciato dei segni indelebili. Ormai mi appartengono. Queste macchie, sono la mia ombra, ciò che mi riguarda nel profondo.

Ed essendo io l’ultimo anello della catena, ho anche ripetuto e la mia prima figlia è anche lei nata, sotto il segno del lutto. Quando è venuta ad allietarci con la sua presenza, mia madre era morta da un anno o poco più! Ho raddoppiato il tempo del lutto, ma la storia s’è ripetuta.

Ma io non le ho dato un anti-bios per curarla ed è stata spesso malata, nel primo anno e mezzo. Sicuramente nel mio latte non c’era solo miele, ma anche lacrime amare, ma la catena si ferma qui!

Non ci sono macchie che passeranno a lei. Non c’è silenzio, non c’è segreto e non c’è collusione, adesso non c’è più mistero fra me e nessun altro!

Sono stata terrorizzata dall’idea che chi mi guardava, vedesse di me solo una scatola vuota, che non ha più nulla da dare, nulla d’interessante o di utile da contenere. Di essere una pianta ormai così tanto assetata, da aver bisogno solo di essere reidratata. Ho temuto, che quelle macchie si rinnovassero e venissero ancora una volta alla luce.

Non più ormai!

C’è stata tristezza, dolore e lutto, ma questo fa parte della vita, è naturale ed è superabile, se ne può parlare ed è affrontabile. Il lutto si può mostrare, si può raccontare, non è una vergogna, è un evento doloroso della vita. La mancanza è naturale e fa parte di noi, è uno stimolo per noi.

In noi  c’è mancanza ed è la base del nostro desiderio e delle nostre relazioni.

Ogni mancanza, è una cosa propria e individuale, che ci distingue l’uno dall’altro. Appartiene alla propria storia e ci rende unici.

Adesso, non voglio più denti bianchi! Certo, nel fondo di me, una piccolissima parte di me, quella mia bambina, ancora sogna come sarebbe se avessi dei bellissimi denti scintillanti, uguali a tutti gli altri bimbi, soprattutto come sarebbe stato se li avessi avuti fin dall’inizio.

Quello che conta è che adesso è caduto un velo. So che se volessi potrei sbiancarli davvero, potrebbero essere come quelli di tutti gli altri. Almeno in apparenza.

Però, so anche che quei denti bianchi non mi appartengono, quelle macchie sì ormai fanno parte di me, mi sono state date e le ho prese. Ciò che non mi riguarda più è il loro peso, la vergogna e la menzogna!

Posso anche mostrare i miei denti, questo non mi toglierà niente, caso mai aggiungerà, darà al mio sorriso una peculiarità che mi appartiene, che non può essere cancellata.

Non è bello. Il mio sorriso non è bello, ma è questo e niente altro!

E’ il mio Gruffalò, la mia ombra nascosta che si è mostrata, che mi ha spaventata, mi ha bloccata, disorientata, ma ancora mi ha fatto pensare e sentire, ancora mi ha fatto trovare le risorse in me, quei tesori che un piccolo topolino non sa di avere, che scopre solo unicamente nel momento in cui affronterà il suo mostro.

Così che, un giorno potrò raccontare che il bosco buio e frondoso è difficile e pericoloso da attraversare, ci sono animali feroci, insidie in ogni dove, ma lo si può attraversare. Ce la si può fare.

Fa paura, ma insegna tante cose, aiuta a crescere come mai. Fa recuperare l’immagine distorta proiettata dalla luna, fa recuperare l’essere reale che c’è dietro. Mostra la vera selva che è dentro di noi e l’ardire possibile, creativo e sano.

Fa scaturire un patto, si rinuncia alla battaglia, si rinuncia alla corona e si diventa dottori volanti, in armonia e allegria.

Dal cappello del prestigiatore salteranno fuori una farfalla, una pantera, un falco, un coniglietto, uno scoiattolo …………..

Si può fare, si può attraversare il bosco buio e frondoso! Andiamo insieme!


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