Riflessioni, idee, sogni, emozioni, corpo e psiche in movimento
Narciso …….
La Bella e La Bestia
Di Sabrina Costantini
Il termine “narcisismo” ci rimanda immediatamente al concetto d’immagine, visibilità, esteriorità vacua, egocentrismo, lotta per il potere. Andando più a fondo però vediamo che, questa condizione sottende una profonda solitudine, perdita del sé, confusione, scollegamento dalla realtà materiale e psichica.
“Narcisismo”, descrive sia una condizione psicologica che culturale (Lowen, 1985, 9-11, Gabbard, 1995, p. 468).
Nel primo caso, si tratta di un disturbo della personalità, contraddistinto da un esagerato investimento nella propria immagine a spese del sé, negazione d’ogni sentimento che contraddice l’immagine e rende vulnerabili.
In termini più squisitamente bionergetici, quest’individui mancano del senso di sé, che deriva dai sentimenti del corpo e del sentire. Si osserva uno stato d’irrealtà, ovvero la persona non è in contatto con la realtà del suo essere, del corpo e dei suoi sentimenti, ma solo con un mondo “concettuale” e “ideativo”, puro frutto della mente. In questa condizione, non ci sono confini o limiti a ciò che si vuole e si può fare, né fra sé e gli altri.
A livello culturale il narcisismo si esprime con una perdita di valori: si tratta di una società che, disinteressandosi alle esigenze umane, sacrifica l’ambiente naturale, al profitto e al potere. Una società, che si struttura in modo distante e anacronistico, rispetto alle esigenze profonde di chi realmente la abita e la costruisce. Una cultura quindi, che è contro sé stessa, distruttiva e distruttrice. Tesa nel continuo sforzo di superare a sua volta, ogni tipo di limite, al di là d’ogni ragionevolezza: biologico, tecnologico, culturale, sociale, ecc.
La relazione fra i due termini, è ovviamente biunivoca. L’individuo modella la cultura secondo la propria immagine e viene a sua volta, influenzato e modellato dalla cultura stessa. Questa caratteristica, l’essere ben adattato al contesto d’appartenenza, spiega il motivo per cui, il narcisismo non viene definito“follia”. In verità, uomo e cultura risultano congruenti, solo perché entrambe sono distanti, dal proprio sé più profondo.
Ma andiamo all’origine: il mito di Narciso.
La mitologia greca ci racconta che Narciso, era un giovane bello e lucente. Di lui, s’innamorò la ninfa Eco, che, avendo scatenato l’ira di Era ed essendo punita con la proibizione della parola, poteva solo produrre l’”eco” delle ultime parole altrui.
Impossibilitata da questa condizione, ad esprimere il proprio amore e respinta da Narciso, Eco morì di crepacuore.
Narciso fu punito dagli dei, per la sua durezza: si sarebbe innamorato della propria immagine. Del resto, in precedenza Tiresia aveva predetto che il giovane sarebbe morto, nel momento in cui si fosse visto. E così fu, dal momento in cui scorse la propria immagine riflessa ad una fonte, se ne innamorò e non volle più staccarsene, sino a morire di languore e a trasformarsi in un narciso, fiore che vive nei pressi delle fonti.
Innamorarsi della propria immagine, nel racconto mitologico, viene presentato come punizione per l’incapacità di amare. La ninfa Eco infatti, potrebbe rappresentare la nostra voce che torna indietro: l’eco appunto. Se Narciso avesse detto “ti amo”, Eco avrebbe rievocato quelle parole e lui si sarebbe sentito amato. Il mito dunque esprime proprio il ritiro della libido dal mondo esterno, a favore del proprio io, della parte più esterna e controllata di sé: l’immagine.
Respingendo Eco, Narciso ha respinto anche la propria voce, quindi sé stesso (Lowen, 1985, pp.33-34; 1983, pp. 238-242). Il termine personalità, da cui persona, può essere riferito sia alla maschera che l’attore portava in scena nell’antica grecia, sia seguendo l’altra radice etimologica, al senso di “Per-sona”, ovvero “attraverso il suono”. Lowen infatti, considera la voce come una forma di espressione profonda della personalità, insieme alla parte più esterna, l’immagine, che può risultare più o meno congruente col sentire.
Rifiutare quindi la propria voce riflessa, appare come ripudio delle parti più profonde di sé, a favore di quelle più esterne. Forse è per questo che la predizione di Tiresia, citava il vedersi come mortale. Nel momento in cui Narciso si è visto, è come se avesse dato maggiore peso alla maschera, a ciò che è esterno e superficiale, all’immagine, a sfavore di ciò che si esprime attraverso il suono, il vibrare dell’aria dall’interno all’esterno, il sentire più profondo.
Emozione del resto, dal latino e-movere, rimanda al “venir fuori”. E, prima di tutto le emozioni si “tradiscono” con la voce.
Narciso continua a guardare la propria immagine, rimanendone imprigionato, come se fosse incapace di rivolgere il proprio sguardo e la propria attenzione ad un altro diverso da sé. C’è un solo altro: sé stesso, nei termini della propria immagine riflessa. Il fiore in cui si trasforma del resto, rappresenta la bellezza diventata inanimata, qualcosa da ammirare, ma cristallizzata nella propria natura: la morte dell’anima.
Come Narciso, Dorian Gray (dall’omonimo romanzo di Oscar Wilde) era un giovane di estrema bellezza, che adulato ad arte da Lord Henry, decise di preservare la propria esteriorità, non permettendo a nessun sentimento, di disturbare la tranquillità della sua mente e la perfezione del suo corpo. Pregò ardentemente che il suo ritratto, creato da un famoso pittore in onore della sua bellezza, invecchiasse al posto suo. Le sue preghiere furono esaudite.
Dorian viveva in assenza di emozioni, secondo la propria esteriorità, quindi sempre alla ricerca di sensazioni che gli ravvivassero la vita, attraverso nuove esperienze, la seduzione, l’adorazione di donne e giovani ammiratori. Si lasciava ammirare, adulare, per i propri scopi e bisogni, distruggendo gli altri, senza rimorso o dispiacere.
Nel frattempo, la tela esprimeva un’immagine invecchiata, contorta e tormentata da sentimenti e rimorsi. Vedendola dopo tanti anni con tutto ciò che rappresentava, il giovane non resisté e la squarciò furiosamente con un coltello. Il giorno successivo un servo lo trovò riverso a terra, accoltellato, con un corpo vecchio e tormentato.
Anche questo personaggio come Narciso, evidenzia la scelta dell’immagine a discapito dell’essere e del sentire. L’adorazione del personaggio, dell’esteriorità, coltivata e curata all’eccesso, a costo di “vendersi l’anima”. Dorian esprime chiaramente la negazione dei sentimenti e la scissione all’interno della personalità, fra una parte più esterna, superficiale, potente, controllata (espressa dalla maschera) e una più profonda, non controllabile, legata al sentire e ai suoi affetti (il ritratto).
Vediamo inoltre, il ruolo della seduzione. All’inizio Dorian né è vittima ad opera di Lord Henry, in seguito ne è fautore, nei confronti di ignare vittime.
Questi aspetti descrivono argutamente alcuni elementi esterni, tipici del narcisista: la sua affabilità, la capacità dialettica, le maniere garbate, adulatrici, contornate da un’immagine scintillante, giovane e giovanile, piacevole e attraente. Non si dimentichi infatti, il ruolo che vestiti, trucco, dieta, palestra, ecc., mostrano sempre più.
Ma
chi è il narcisista? E’ un individuo che presta attenzione quasi esclusivamente a sé, a scapito degli altri, alla propria immagine, a scapito della parte profonda.
Persegue i propri scopi, indipendentemente da quello che può capitare a lui e a chi gli sta intorno, si mostra indifferente alle emozioni, vissute come scomode e ingombranti, non sa dire "ti
amo", né agli altri né a sé, per cui gestisce le relazioni solo come ambito d’uso e abuso. Gli altri sono importanti, unicamente perché specchio della propria immagine.
Visto in questi termini, il narcisista appare come un vero e proprio mostro, ma questa è solo la facciata del disturbo, quello che ci sta sotto è un mondo di sofferenza e abuso infantile. Il narcisista infatti, ama e coltiva la propria immagine, sconnessa col sé reale, col corpo e il sentire vibrante, da cui un senso di sé estremamente debole e fragile.
Il narcisista seduce gli altri perché ne ha bisogno per nutrire un’immagine, che si regge sul vuoto e l’inconsistente. A suo tempo, lui stesso è stato sedotto per diventare ciò che è: l’immagine desiderata da qualcun altro.
E’ come se quest’individuo, possedesse una splendida auto (corpo-sé), che lascia guidare ad un altro, dalla posizione di passeggero. Mantiene l’illusione di averne il controllo, ma in realtà il lato conducente è vuoto e il passeggero appare fondamentale per condurla e guidarla.
E’ un gioco di specchi e di rimandi illusori, carico di sofferenze da entrambe le parti.
Sebbene Winnicott (in Greenberg e Mitchell, 1986, pp. 191-203) non abbia parlato di narcisismo, ci ha fornito il concetto di “falso sé”, che si adatta perfettamente a spiegare, ciò che succede in questo disturbo.
Il falso sé, nasconde e protegge il vero sé, l’insieme delle capacità, risorse, ciò che raccoglie la realtà psichica e corporea, producendo la consapevolezza dell’essere vivi. Il falso sé si forma sulla base delle pressioni ambientali, ovvero il bambino non si sente libero di far emergere quelle che sono le sue naturali disposizioni, ma costruisce di sé, l’immagine che gli altri si aspettano.
Vari autori (Kohut, Kernberg, Lowen) descrivono un’altra caratteristica tipica: l’“onnipotenza”, un senso grandioso di importanza, il sentirsi speciali su vari fronti, fantasie di successo illimitato (amore, relazioni sociali, denaro, fascino, ecc.). In effetti, quest’onnipotenza è proprio la risultante dell’eccessiva importanza dell’immagine, sconnessa da quelle che sono le reali capacità, quindi dalla realtà.
Questa convinzione del resto, viene alimentata e sostenuta da una cultura dove tutto è possibile. A qualunque individuo viene facilmente fornita la possibilità, di possedere oggetti di ogni sorta (vestiti firmati, cellulari, PC, auto, case, ecc.), di viaggiare in qualunque paese del mondo, di ottenere agevolmente formazione e informazione, ecc. Tutto nella negazione, di qualsivoglia limite. Con questo, osserviamo ancora una volta, la relazione biunivoca fra intrapsichico e interpersonale, individuale e culturale.
Lowen (1985, pp. 21-23) sostiene l’influenza di due tipi di traumi ripetuti sul bambino, ciò che viene fatto e ciò che viene tralasciato. Spesso l’individualità del bambino non viene vista né riconosciuta, da cui l’assenza di affetto e appoggio adeguato. Possono inoltre, verificarsi processi relazionali distorti quali la seduzione, che riveste l’obiettivo implicito di far corrispondere i figli, all’immagine che i genitori se ne sono fatti. E’ proprio la seduzione ciò che causa il disturbo narcisistico vero e proprio, che struttura la relazione genitori-figli su un’istanza di potere innaturale. Queste dinamiche costituiscono una formazione caratteriale stabile, con relativa struttura Sé-Io, dinamiche comportamentali, struttura corporea (muscolare, ossea, posturale, espressiva, ecc.).
Lowen (1985, pp. 93-111) fornisce un’ipotesi dettagliata sui processi che intervengono fin dall’infanzia, per la costruzione di un’immagine grandiosa. Il percorso comprende: senso di impotenza, umiliazione e rifiuto, seduzione.
In questi contesti, la relazione coniugale è conflittuale e svalutante, una vera lotta per il “potere” (in senso economico, decisionale, relazionale, sessuale, ecc.). I figli, spesso vissuti come di troppo, di intralcio, richiedenti, sono soggetti ad una risposta emotiva di umiliazione e rifiuto.
Il bambino vive l’impotenza più estrema, dettata prima di tutto dalla condizione di essere un bambino in un mondo di adulti, quindi con delle risorse limitate e impari; in secondo luogo, accresciuta da un conflitto che non lo riguarda, ma che non comprende e verso cui, vorrebbe poter far qualcosa. Si tratta di una non appropriata attenzione e amore, che lo fanno sentire rifiutato e inadeguato, con l’aggiunta di un carico familiare conflittuale.
L’esercizio di potere espresso dai due genitori, si estende sul bambino. Questi vive umiliazione e impotenza, prodotte dall’impossibilità di fare qualcosa, da una condizione bloccante, in quanto disorientante e shoccante, perché senza senso.
Soprattutto nei primi anni di vita, in cui le esigenze dell’infante sono maggiori, si riscontra trascuratezza e rifiuto. Con l’acquisizione di una maggiore autonomia e decisività (3-5 anni) invece, il bambino diventa oggetto privilegiato di attenzione, in quanto possibile alleato di uno dei due genitori. Da cui la seduzione e la manipolazione, per indurlo a modellarsi al volere e all’immagine del genitore rifiutante, con la promessa di assumere il ruolo di persona speciale e unica, di prendere il posto dell’altro coniuge. Tale promessa risulta oltremodo allettante, per il bambino, che è stato precedentemente rifiutato e denigrato.
La seduzione successiva, comporta uno sviamento da sé, a favore di un’altra direzione, attraverso la falsa promessa di “unicità”. Il “Patto segreto”, comporta la sottomissione del bambino per ottenere il “dono di eternità”, del posto unico e speciale. Contemporaneamente si scatena risentimento e rifiuto, da parte dell’altro genitore.
Da qui, l’illusione di essere unico, speciale, coltivazione sfrenata di un’immagine che non corrisponde al vero sentire e ai bisogni dell’individuo, ma alla proiezione del desiderio genitoriale, condizione irrealistica e imposta psicologicamente, col ricatto dell’amore.
Non ci può essere spazio per sé stessi, per le emozioni, per i bisogni, per le relazioni autentiche, che metterebbero a nudo quel nucleo centrale dell’individuo, che è stato umiliato, rifiutato e vituperato. Il vero sé non va bene, non è accettabile, non è amabile, deve essere sostituito con ciò che gli altri si aspettano, ad un livello di prestazione, comportamento, attività, desiderabili.
L’effetto secondario, ma non di secondaria importanza, è la produzione di una persona sola e devastantemente isolata, un narciso ai bordi delle fonti, quale condizione intrinseca, di chi si vive come speciale.
Colpisce inoltre, la profonda analogia con le dinamiche relazionali riscontrate dai pazienti distimici (disturbi dell’umore con una struttura di tipo nevrotica) (Linares, Campo, 2003, pp. 20-25). Anche in questo caso i bambini, futuri distimici, sono soggetti a manipolazione e triangolazione genitoriale.
Si tratta di una relazione coniugale conflittuale, che va a riversarsi su quella genitoriale, per altro buona. I coniugi in conflitto cioè, cercano di avere dalla loro parte i figli, alleandoseli con meccanismi di manipolazione, triangolazione, rapporto esclusivo. Lo schieramento da una parte, produce conseguente perdita dell’amore e dell’interesse, dell’altro genitore.
C’è da chiedersi cosa determina, in questo caso un futuro da distimici e nei casi descritti in precedenza, un futuro da narcisisti. La stessa manipolazione, sembra produrre due effetti diversi.
Innanzitutto, nel caso dei distimici, nonostante la triangolazione, la genitorialità garantisce la soddisfazione dei bisogni fondamentali del bambino (Linares, Campo, 2003, p. 81). E’ vero che il bambino si adegua alle aspettative altrui, per trovare soddisfazione dei propri bisogni, ma pur se a caro prezzo, alla fine i bisogni sono realmente soddisfatti.
Nel caso di futuri narcisisti probabilmente, non si tratta di soddisfare soltanto le aspettative altrui, ma di rinunciare totalmente al vero sé, alla propria personalità e ai bisogni fondamentali. In questo caso non c’è buona coniugalità, tanto meno buona genitorialità. Il bambino non viene visto, ma soltanto usato per le esigenze dell’adulto. I suoi bisogni più profondi, non sono soddisfatti in alcun modo.
Dando inoltre eccessiva importanza all’immagine, si riscontra anche uno scollamento dalla realtà assai maggiore e più francamente patologico. Il bambino futuro narcisista quindi, cresce più sconnesso dalla realtà concreta e dalla propria realtà, del corpo e dei bisogni.
Inoltre, per il narcisista svalutazione e idealizzazione occorrono dallo stesso genitore, con un incremento di confusione e disorientamento. Per il distimico, è più facile che si verifichi una polarizzazione dei due meccanismi, sui due genitori. Il genitore appoggiato è elogiante, l’altro risulta rifiutante e svalutante.
E’ interessante però notare come in entrambe i casi, siamo di fronte ad un disturbo che coinvolge la carenza di emozioni. Essere soggetti a manipolazione in effetti, richiede di mettere da parte le proprie esigenze e la propria realtà emotiva, a favore delle richieste altrui, creando un’estraneità con una parte importante del proprio mondo interno. Nel caso del distimico, si riscontra una “dis- timia”, ovvero una perdita dell’emotività, una riduzione di vitalità del mondo interno, che ne risulta appiattito, in quanto incongruente con l’adesione alle aspettative altrui. Nel caso del narcisista invece, le emozioni sono presenti ma si verifica, un loro rifiuto e negazione, sono ritenute pericolose perché contattano con i bisogni e le possibili fragilità, terreno di eventuale manipolazione e abuso altrui.
Vari autori (Lowen, Gabbard) inoltre, parlano di un continuum dei disturbi narcisistici, che va da quello più equilibrato e adattato a quello maggiormente disturbato e disadattato, con una disconnessione maggiore dalla realtà. Ciascuna forma di narcisismo, si inserisce all’interno di questa scala, con caratteristiche e peculiarità proprie.
E’ necessario anche distinguere, il narcisismo “sano” da quello “patologico”. In ciascuno è presente una buona dose di narcisismo sano, che costituisce la base per l’autostima, l’interesse e l’amore per sé, fondamentali per avere relazioni sane. La parte patologica invece, mostra un’elevata stima e attenzione su sé, in realtà investimento fatuo e volto solo all’immagine, carente di una reale autovalutazione sana e nutriente.
Mi sembra plausibile pensare che, la gran parte delle persone con disturbi più o meno lievi, racchiudano una porzione più o meno rilevante di narcisismo patologico, che poi rappresenta ciò che ostacola la terapia stessa, ciò che resiste al trattamento e al cambiamento.
Questo nucleo potrebbe essere descritto come l’esagerata convinzione della propria perfezione, di essere “nel giusto”, da cui una mancata necessità di cambiamento. Si riscontra inoltre la pretesa che l’altro soddisfi pienamente le proprie esigenze, l’aspettativa onnipotente che il terapeuta rispecchi pienamente il proprio ideale di sé e di oggetto (dell’altro). Come tale, tende a considerare e trattare gli altri come oggetti in modo strumentale, pronti all’uso e “abuso”, sulla base delle proprie necessità.
In un processo relazionale, è inevitabile la disillusione, ovvero la realizzazione che l’altro non corrisponde alla versione idealizzata del proprio sé proiettato, da cui la frustrazione della fantasia di rispecchiamento perfetto (Gabbard, 2003, pp. 48-49).
La reazione quindi si incentra in uno dei due estremi, si va dal riconoscimento dell’origine intrapsichica delle aspettative, che permetterà un successivo lavoro su quanto è avvenuto, al mancato riconoscimento del “come se” della relazione attuale, da cui la convinzione che il vissuto provato riguarda l’altro, della relazione attuale, non quella del passato (Gabbard, 2003, pp. 54-55).
Si tratta di quella parte che è legata all’immagine di sé, fornita non dai bisogni interni, ma piuttosto dall’esterno, dalle aspettative. Come tale protegge una parte di sé nascosta, vergognosa e bistrattata, che si teme venga annientata definitivamente o che rappresenti oggetto di rappresaglie e detrimento totale.
Potremmo forse concludere che in ciascuno esiste un nucleo narcisistico sano e uno patologico, che interagiscono fra loro e con le altre componenti di personalità, che raggiungono un equilibrio più o meno favorevole al versante costruttivo e sano, o a quello disadattivo e sofferente.
Quanto più l’equilibrio si sposta sul versante sano, tanto più la persona si rende conto che ciò di cui necessita e si aspetta idealmente, rappresenta una realtà fondamentale e adeguata a sé stesso da bambino. Per cui, l’aspettativa attuale di ritrovare da adulto, quello stato con il terapeuta o altre figure è comprensibile ma, allo stesso tempo, irrealistico e pretenzioso. Quanto più si allontana dal versante sano, quanto più resterà viva la pretesa di recuperare, ciò che è stato perso là e allora.
Nel pensare all’evoluzione della relazione con il narcisista, mi sembra esplicativa una fiaba, presente in molte versioni e culture: La Bella e la Bestia.
Questa, narra di una fanciulla “Bella” che, per salvare suo padre si trova a vivere in un castello con la Bestia.
La Bestia è un bel principe che, secondo una delle versioni, è stato punito con un incantesimo da una fata (qui si trova l’analogia con Narciso), per aver sedotto una giovane innocente. Finché non troverà chi lo amerà per le sue qualità interne, le sue sembianze rimarranno animalesche.
La Bestia altri non è, se non un “principe” dell’immagine e della seduzione, mago delle proprie arti con inganno, a proprio piacimento. La fata (ovvero la madre buona), gli indica attraverso la punizione, la strada del cambiamento e della guarigione: imparare a guardarsi dentro, a valorizzare le qualità interne e a prendersi cura di qualcun altro. Vedersi, amarsi e farsi amare!
Bella del resto, rappresenta una vittima ideale del narcisista, è la figlia devota del padre, che sacrifica sé per salvarlo dalla morte. Lei stessa nel castello, ha la possibilità di crescere in una relazione dove imparerà a ricevere e a mettere al primo posto sé stessa e ciò che più le sta a cuore, a discapito degli affetti e del destino familiare, incompatibili con i propri.
I due personaggi della fiaba, rappresentano l’uno l’ombra dell’altro. Bella richiama con la sua bellezza, ciò che il principe ha pagato con l’incantesimo, cioè l’attraenza esterna, la Bestia le parti animalesche, brutali e “vergognose”, “i fantasmi nell’armadio”, che la fanciulla teme di non poter affrontare.
Lei esplicita ciò che lui è stato e lui ciò che lei corre il rischio di diventare, se usa giovinezza e bellezza, come arma di potere.
La coppia simboleggia i due aspetti del narcisismo: l’esteriorità scintillante e la violenza brutale, il vero sé e il falso sé, l’esplicito e l’implicito, il giorno e la notte. Del resto Narciso è splendido e bestiale nello stesso tempo e Dorian Gray, se riunito nelle sue parti, appare imperturbabile nel tempo, ma anche vecchio e tormentato.
Solo quando l’interno riceve amore, al di là di ogni apparenza animalesca, può verificarsi equilibrio e bellezza, fra interno ed esterno, forma e contenuto, fra corpo e mente.
La fiaba, mostra l’ideale evoluzione di un rapporto con il narcisista, di natura amorosa, amicale, terapeutica, o altro. Perché si stabilisca una relazione di scambio, è necessario che il narcisista sia disposto a rischiare, proiettandosi all’interno e mettendo sé “nelle mani di qualcun altro”.
Solo così, l’altro può vincere le distanze, scatenate dagli aspetti bestiali e violenti (seduzione, manipolazione, raggiro, abuso, aggressività, ecc.), vedere e amare, quanto ancora giace nel fondo dell’immagine.
Non sempre però, le contingenze momentanee, interne ed esterne, che spingono a chiedere aiuto, durano così a lungo da far cambiare registro. E’ necessario essere disposti a guardare oltre l’impalcatura esterna, esattamente come il ritratto per Dorian Gray.
Molto spesso, è più facile salire sulla vecchia giostra e riprendere il solito giro, all’insegna di relazioni perverse e strumentali.
Bibliografia
Gabbard G.O. (1995). Psichiatria psicodinamica. Raffaello Cortina Editore.
Gabbard O.G. (2003). Amore e odio nel setting analitico. Astrolabio.
Greenberg J., Mitchell S.A. (1986). Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica. Il Mulino.
Linares J.L., Campo C. (2003). Dietro le rispettabili apparenze. I disturbi depressivi nella prospettiva relazionale. Franco Angeli.
Lowen A. (1983). Bioenergetica. Feltrinelli.
Lowen A. (1985). Il narcisismo. L’identità rinnegata. Feltrinelli.