Riflessioni, idee, sogni, emozioni, corpo e psiche in movimento
Il riccio
Sabrina Costantini
Avete visto il riccio?
Film francese del 2009, regia e sceneggiatura di Mona Achache. Tratto dal romanzo L’eleganza del riccio di Muriel Barbery.
Film assai interessante e ben fatto. Un esempio impareggiabile di “fuga elegante”. Ma andiamo per gradi.
La scena si apre con Paloma, una ragazzina di 11 anni che ci racconta giorno per giorno la sua triste esistenza, non attraverso un diario come fanno la maggior parte delle adolescenti, ma attraverso un proprio video, girato con una telecamera casalinga. La prima inquadratura avviene in uno dei suoi tanti nascondigli domestici, ormai non più segreti.
Paloma si nasconde dalla madre, in analisi e sotto farmaci ormai da una vita, ormai pura consuetudine e moda, si nasconde dalla sua vita, da tutti coloro che la circondano, dalla banalità, dalla noia, dalla sordità e dall’incomprensione.
Non siamo in un quartiere povero, no affatto, anzi in un palazzo abitato da famiglie alto borghesi. Persone infarcite di soldi, parole, fumo, alcool, apparenze.
La sua famiglia è costituita da madre (dedita più alle piante che alle figlie), padre, alto esponente politico che spenge le sigarette sotto il tappetino d’ingresso, assente quanto basta a non esserci, Paloma ed una sorella maggiore, che appare e scompare nelle sue rappresentazioni sceniche, quasi fosse un fantasma, a guisa materna.
La nostra Paloma, ragazzina assai intelligente e perspicace, ci esprime subito il suo intento: si suiciderà al compiere del 12° anno di età!
Perché?
Perché non vuol finire come il pesce rosso nella boccia di vetro. Questa è l’immagine che ha dei grandi, o almeno di quelli che la circondano. Esseri non pensanti, chiusi in una bolla di vetro, a girare sempre nella stessa vasca, pensando che sia il mondo intero.
Paradossalmente, non vuol morire, non vuol essere addomesticata, instupidita, imbrigliata. E così, filma la sua vita e i suoi personaggi e sottrae giorno dopo giorno gli ansiolitici della madre, per compiere il fatidico gesto finale.
Si è disegnata anche il calendario per tenere il conto alla rovescia, che rappresenta la qualità delle sue giornate e della sua genialità.
Ma ….. un giorno farà due incontri strabilianti.
Uno riguarda un nuovo vicino, un giapponese (Kakuro Ozu) elegante e colto, con cui riuscirà a scambiare pensieri da mammiferi più evoluti del natante, sia in giapponese (lingua che sta studiando egregiamente) che in francese.
Il secondo incontro lo farà attraverso il giapponese, signore affatto snob che vede per primo Michel la portiera, ben oltre il suo ruolo.
Michel vive al piano terra, si occupa di tutte le faccende del condominio e da sempre si presentata come una donna sciatta, dimessa, semplice e taciturna. Quando Ozu viene le viene presentato, Michel tira fuori una frase significativa di Tolstoj del romando Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice lo è a modo suo”.
Michel si da della stupida, ma il suo inconscio l’ha ormai tradita, è troppo tardi, Ozu ha capito, l’ha stanata.
E così anche Paloma riesce ad intrufolarsi nella casa di Michel e a scoprire che al di là dell’apparenza, quella donna ormai vedova da tempo, di cui nessuno si interessa, è una donna assai colta, con una sua biblioteca nascosta assai fornita, cultrice della lettura, del te e del cioccolato fondente.
Paloma, da ragazza intelligente, le riconosce di essere stata veramente brava, lei si è trovata un ottimo nascondiglio! L’ha stanata e le farà un disegno fedele, che la ritrae beata fra i suoi libri.
Il signor Ozu, invita Michel a cena a casa sua. Invito sorprendente per la portiera, affatto abituata a queste accortezze.
Alla fine accetta e i due sono fatti l’uno per l’altro. Segue la visione di un vecchio film amato da entrambi, segue un altro invito a cena fuori, con abito in omaggio da parte di lui (al primo invito lei, sprovvista, prende in prestito l’abito di una defunta e per la prima volta si reca dal parrucchiere).
Nel frattempo, Paloma esegue la sua prova generale, è quasi arriva al giorno del compleanno e scioglie una capsula della madre nell’acqua del pesce. Ritrova il pesce a galla e lo getta nel WC.
La mattina successiva, Michel che ha cenato con Ozu, trova il pesce nel proprio WC, non capisce ed è profondamente stupita, lo mette in una brocca ed esce al lavoro. Per salvare un vecchio in strada, viene investita stupidamente, morendo all’istante.
Paloma, incredula e addolorata, si reca nelle stanze di Michel e trova il pesce. Non sa spiegarsi come il pesce possa essere arrivato lì, ma c’è e quest’evento insieme al dolore per Michel, insieme al dolore per la fuga, all’insensatezza della fuga, la inducono a ricredersi sul suo intento e a cercare la bellezza della vita.
C’è speranza, ci sono altre persone intelligenti, sensibili con cui essere ……….
Ma Michel ne ha avuto paura. Michel il riccio del film, ispida fuori, tenera dentro, ha avuto paura della vita, dello scambio, delle persone, dell’amore, di sé stessa e non è riuscita ad andare oltre.
Paloma ha capito. La donna aveva tutto, tutte le possibilità, aveva danti il cambiamento, aveva l’amicizia, l’amore, lo scambio, la comprensione, ma non ne era abituata, vi era fuggita tutta la vita e ………. ne ha avuto paura.
Che fuga perfetta ed elegante. Per tutta la vita Michel, fuori casa si è vestita di abiti da portinaia, grigia, insignificante, senza alcuna pretesa, solo dentro un ruolo, niente più, niente di diverso. E’ fuggita dal mondo e ha vissuto unicamente in un mondo tutto suo, fatto di silenzio, di libri, di piaceri solitari e sottili.
Si è abituata così tanto a questo copione che quando ha intravisto la possibilità di cambiarlo, ha provato così tanta paura da fuggire per sempre, andarsene irrimediabilmente. L’intento copionale, è stato inconsapevolmente rivelato fin dal primo incontro fra Michel e Ozu, con la citazione di Anna Karenina, che finisce suicida (si butta sotto un treno).
Per fortuna, questo finale, questa vita sprecata ne ha salvata un’altra: quella di Paloma. La ragazzina ha compreso, ha vissuto e ha scelto per la vita, non più per la rinuncia e la fuga.
Questa maschera infatti, è una rinuncia alla vita, quella vita negata sì dai genitori, ma poi affermata nell’atto stesso della nascita.
Il fuggitivo, finchè fugge, fino a quando tiene in piedi questa maschera, non prende mai in prima persona, la responsabilità di volersi nel mondo, di affermarsi malgrado gli altri e ciò che gli altri desiderino.
Visto che qualcuno non li ha voluti all’origine, loro non si vogliono e non si affermano!
Questo film è veramente emblematico di questa ferita e di questa maschera.
La signora Michel, è una donna veramente interessante, intelligente, piena di umanità e risorse, le è bastato farsi sfuggire una frase in più, qualcosa che segnalasse il suo pensiero e la sua presenza, per darle l’opportunità di essere per qualcuno. Eppure …. è lei che ci dimostra di non volerlo.
In questo caso, la maschera non viene concretizzata in un corpo etereo e leggero, ma in un abito vuoto, insignificante, in uno sguardo comunque assente per gli altri, in un aspetto assolutamente atonico, a- tutto!
Ma ciò che conta è quanto riesca a mostrarci che il copione con la sua ferita e relativa maschera, li portiamo avanti noi e nessun altro, qualunque ne sia l’origine!
Chi c’è dentro non se ne rende conto, ma c’è sempre la possibilità di cambiare, la vita ci appartiene e non dobbiamo cederla ad altri, neanche a chi ci ha messo al mondo, negandoci poi con un non amore, o con un amore offerto in modo non adeguato, non rispondente ai nostri bisogni.
Non è mai così difficile come sembra, l’inizio è veramente banale, basta una frase, un sì, un no, un comportamento diverso e mille altre piccole cose.
A noi appaiono difficili, dolorosi, impossibili passaggi, ma in verità niente è veramente impossibile. Decidiamo di stare almeno per un attimo e vediamo cosa succede.