Riflessioni, idee, sogni, emozioni, corpo e psiche in movimento
La sottile linea fra sostenere e confrontare
Dott. sa Sabrina Costantini
Sommario
Questo articolo prende in esame il difficile legame fra due funzioni fondamentali, utilizzate in psicoterapia, rappresentate dall’atto di sostenere e di confrontare il paziente.
Il sostegno ed il confronto descrivono due operazioni evolutive importanti, fondanti la stabilità e coerenza del sé, sostenute dalla funzione materna e paterna rispettivamente. Il terapeuta si trova a dover ripercorrere queste due funzioni, prestando sempre speciale attenzione al loro reciproco andamento, evitando di spostarsi eccessivamente nell’una o nell’altra parte del continuum, con possibili effetti deleteri rispetto al cambiamento.
Summary
This article appraisal the difficult connexion between two basic function, praticated in psychotherapy, formed by the practice to assist and confront the patient.
The assistance and confrontance express two important evolution stap, fondant the stability and self cohesion, derived by respectively maternal and paternal function. The therapist must go in this old way through this two function, whit special attention to their relathional modulation, avoid to shift too in each element of continuum, with dangerous possible interference in the change.
Uno dei problemi di fondo quando ci occupiamo di psicoterapia, in special modo con alcuni tipi di pazienti, riguarda la capacità all’atto pratico di dosare sapientemente e intuitivamente due delle componenti fondamentali del processo di cura, ovvero la capacità di sostenere e confrontare, intesi come indicativi di tutto una funzione articolata nell’uno e nell’altro senso.
Il termine sostenere infatti, rimanda a tutte le funzioni supportive ed empatiche, compreso esortazione empatica, convalida, suggerimenti, consigli, nello stesso modo il termine confrontare rimanda a tutto un lavoro di chiarificazione, osservazione, interpretazione, ecc.
L’atto di sostenere il paziente consiste fondamentalmente nella pratica di appoggiarlo emotivamente, di essere dalla sua parte incondizionatamente. Si tratta di riprodurre la relazione madre-bambino ai primordi, ovvero l’appoggio che una madre fornisce nel consolare il proprio piccolo che si sente male, che si è procurato una piccola ferita, che si sente maltrattato da un compagno, ecc. Lo si consola, lo si rassicura e gli si fa sentire che si è dalla sua parte, che è stato “trattato ingiustamente”, comprendiamo bene la sua sofferenza e siamo lì a consolarlo, senza remore, né condizioni.
Parlo di rapporto madre-bambino e non di genitore-bambino, perché per quanto questa funzione possa essere assolta anche dal padre o da un altro componente familiare, solo la buona madre in continuità con un processo simbiotico fondato sul corpo, può dare un primario e reale appoggio incondizionato.
L’atto di confrontare invece, è in parte antitetico col precedente, perché riguarda il mettersi a tu per tu con l’altro, mostrandogli una visione più ampia della situazione da lui descritta, mostrandogli un esame delle cose in termini di causa-effetto, concausa, di vari punti di vista, della propria responsabilità, ecc. In pratica, di fronte ad una chiara espressione della propria visione, dell’insoddisfazione, del sentirsi maltrattati, usati, ecc., s’introduce l’esame di realtà, l’esame obiettivo delle cose. Se vogliamo, potremmo chiamarla funzione paterna, ovvero l’introduzione di regole, di un pensiero più obiettivo, della visione di un terzo, di un mondo esterno.
La suddivisione in funzione materna e paterna, non rimanda al sesso degli individui, ma all’origine fondante. Se anche la funzione materna inizia e viene principalmente assolta dalla madre e la funzione paterna inizia ed è utilizzata sostanzialmente dal padre nel suo incipit, questo non esaurisce la loro direzione e non limita i rispettivi ruoli. Sia la madre che il padre, sia la donna che l’uomo assolveranno la funzione materna e paterna, senza esclusione rigida. Non di meno, il terapeuta deve saper dosare e miscelare le due funzioni, in modo costruttivo ed evolutivo.
Riprendiamo ora i due concetti a partire dalla loro origine. Inizialmente il bambino nasce ed è in una situazione d’indifferenziazione rispetto agli altri e al mondo, si sente un tutt’uno con colei che lo ha generato, che lo ha tenuto con sé, che gli ha dato vita attraverso la separazione e differenziazione di una parte di sé, ovvero l’ovulo fecondato che è stato cresciuto grazie e attraverso un ambiente protetto e nutriente. Il bambino quindi, nasce in un atto fisico più o meno naturale e viene separato dalla madre solo in parte, non è più parte di lei, ma è vicino a lei in tutto e per tutto, in costante contatto corporeo, si nutre col suo corpo (allattamento al seno) ed è accudito da lei.
Il taglio del cordone ombelicale, non ha ancora determinato la nascita psicologica, la separazione, che si forma gradualmente con il passare del tempo. con l’accrescersi della consapevolezza e della cognizione. Piaget parlava di schemi circolari, per riferirsi a quelle azioni ripetute costantemente che creano la base dei primi semplici concetti, delle prime forme di consapevolezza. Con la ripetizione si crea la sicurezza di alcune costanti nell’ambiente e con esse anche la base della separazione fra sé e l’altro. Se all’inizio non c’è distinzione fra ciò che è del bambino e ciò che appartiene alla madre, a causa del legame biologico, della mancata capacità di pensiero organizzato, ma anche grazie alla risposta immediata ai suoi bisogni, dopo la ripetizione di questa esperienza gradualmente si formerà questa distinzione, importante per la separazione e costituzione della propria identità.
Nonostante questa progressiva e crescente acquisizione, la madre sufficientemente buona come intesa da Winnicott, continua a sostenere emotivamente il bambino, a stargli vicino, ad appoggiarlo nelle sue esplorazioni che lo portano lontano da lei. Così facendo gli fornisce il rinforzo necessario circa il suo comportamento, adeguato e riconosciuto come buono e gli fornisce un porto sufficientemente sicuro dove rifugiarsi nuovamente e temporaneamente, nei momenti di crisi (Margaret Mahler). Questa fase è fondamentale, determina quale sarà l’andamento del bambino nel mondo da piccolo e poi anche da grande.
La madre che sostiene nel momento di differenziazione infatti, gli mostra che non ha niente da rimproverargli, non si sente rifiutata da lui, gli rimanda quanto sia giusto che lui metta in moto la sua sperimentazione diretta e vada là dove sente di andare. Nello stesso tempo, costituire una base sicura su cui far affidamento nel momento in cui il bambino si sentirà sperso e impaurito del mondo, gli fornisce quell’appoggio emotivo importante e basilare per la costituzione della fiducia in sé, per avere quella nuova spinta a riprendere il suo viaggio. Il sostegno gli manda questo specifico messaggio: capisco quanto tu possa essere spaventato mio piccolo caro, hai ragione a volte il mondo è difficile, ti è capitata proprio una brutta cosa, non ti preoccupare però ci sono io, non sei solo, sei bravo, puoi farcela, ecc.
Ritroviamo questa funzione, nella descrizione di Kohut (non a caso un teorico della Psicologia del sé) sui due tipi di transfert osservati nel paziente narcisista, ovvero il transfert speculare e idealizzante.
Il transfert speculare si riferisce ai pazienti che si rivolgono all’analista per ottenere una risposta di conferma e validazione, da Kohut descritto come il “brillio negli occhi della madre” in reazione allo sfoggio esibizionistico del bambino, detto Sé grandioso-esibizionistico (Gabbard). La reazione tansferale ripercorre una fase evolutiva precoce in cui la madre, attraverso il sentirsi orgogliosa e soddisfatta del proprio figlio, offre approvazione e rinforzo della condotta stessa, il bambino quindi si sente adeguato, approvato e amato. L’approvazione empatica e la conferma è fondamentale per la costituzione di un senso di sé stabile e forte. Il bambino che non lo riceve, si sforzerà a più riprese di apparire sempre più bravo, sempre più perfetto, pur di ottenere quell’approvazione così importante. Quest’assenza produrrà, nel percorso psicoterapico i transfert speculare, ovvero il paziente anche qua fa di tutto per essere considerato “bravo” dal terapeuta-genitore.
Nel caso di transfert idealizzante il paziente vive il terapeuta come genitore dotato di poteri straordinari, che ha la capacità di consolare, risanare, di rigenerare. Se il terapeuta è perfetto, non solo lui potrà avvalersi dei benefici di questi poteri, ma avrà a sua volta anche lui elementi di perfezione, solo per il fatto di essere in relazione con lui. Il transfert appena descritto deriva da una mancanza materna, determinata dall’incapacità di empatizzare con il suo bisogno d’idealizzazione. O meglio, la madre non offre un modello degno di essere idealizzato, non offre un’immagine di sé positiva al punto da essere considerata speciale, da esempio.
Entrambe queste due esperienze mancanti, conducono ad un sé frammentato, un sé difettoso o carente, congelato nelle sue naturali espressioni.
Le considerazioni clinico-teorico mediate Kohut ci permettono di comprendere l’importanza della funzione di sostegno, in special modo nelle prime fasi di crescita. Il bambino deve sentirsi approvato, amato e corrisposto nei sui bisogni, compreso quello illusorio di una madre ideale risanatrice.
Questa funzione è fondamentale nelle prime fasi di vita e una volta stabilite, una volta che hanno offerto la possibilità di creare un letto sicuro al senso di sé, devono lasciare il posto ad un esame di realtà e ad una maggiore presa di consapevolezza-responsabilità. Questo secondo passaggio è possibile solo in misura della creazione pregressa di un’identità integrata e di un senso di sé stabile, pena il rifiuto della realtà.
La confrontazione riguarda proprio il mettere in evidenza elementi della realtà che il bambino ed il paziente poi, non vogliono vedere. Quindi c’è la percezione di quel dato evento, tema, ecc., ma c’è il suo rifiuto, il disconoscimento fino alla negazione. Confrontarsi, mettersi a tu per tu, comporta introdurre l’altro in un aspetto nuovo, quello dell’esame della realtà, del tener presente tutte le componenti, compreso il proprio potere e la responsabilità. Quest’operazione può essere condotta senza ledere l’autostima e la fiducia della persona, né la relazione stessa, proprio grazie al fatto che sono stati soddisfatti tutta una serie di bisogni evolutivi di convalidazione empatica. Se invece il bambino non ha vissuto la simbiosi ed il sostegno totale, non potrà permettersi di far entrare nel proprio mondo elementi incontrollabili.
Poniamo l’esempio di un bambino che non ha sentito di avere una madre soddisfatta e fiera di lui, che non gli ha mostrato di essere speciale e quindi non gli ha fornito la sensazione di potersi appoggiare incondizionatamente per qualunque problema gli si presenti. Il suddetto bambino, di fronte ad interventi che gli mostrino di aver attuato una data condotta sbagliata (es. picchiare un compagno), reagirà col rifiuto e l’offesa, semplicemente perché il suo sé non è in grado di sostenere un esame delle proprie mancanze, deve pensare a tutti i costi di aver fatto bene, pena lo sgretolamento del mondo interno. Solo quando avrà la piena consapevolezza di essere amato comunque, qualunque cosa faccia e che qualunque complicazione o sbaglio o situazione può essere risolta, che può sempre ricorrere ai propri genitori, allora e solo allora potrà permettersi di mettersi in discussione, ampliando la visione di sé e del mondo.
Analogamente, in terapia sarà indispensabile la creazione di un legame stabile, di fiducia reciproca e di approvazione incondizionata, il paziente deve sentire che il terapeuta è emotivamente dalla sua parte, qualunque cosa succeda, qualunque azione compia. Quando si sarà stabilito questo contatto, si potrà introdurre un esame di realtà che metta insieme le cose, che ampli la visuale, che introduca l’ottica del prisma con le sue mille facce.
Con una parte dei nostri pazienti l’operazione preliminare di sostenere è relativamente facile e veloce, la capacità empatica, la capacità di offrire una condotta coerente, stabile e affidabile, permettono un livello di fiducia ottimale, tale da connettere il sentire al pensare, da poter impiegare velocemente un’analisi della realtà, che ridimensioni certi vissuti o certe esperienze o all’inverso dia importanza a ciò che è stato sottovalutato. Si procede quindi ad un lavoro dove ogni cosa viene posizionata nel suo naturale luogo d’origine, in modo che il tutto assuma senso e congruenza. La confrontazione del resto, non introduce solo alla responsabilità, ma anche alle potenzialità e alla capacità di introdurre il cambiamento.
Vi sono però molti pazienti, che hanno avuto esperienza di madri incapaci di sufficiente empatia, anaffettive, incapaci di godere dei processi di crescita dei figli e della relazione stessa, incapaci di fornire un buon modello di identificazione, che mancano di un sé coeso ed integrato. In questi casi, sostenere e confrontare diventano due elementi sempre presenti, sempre in contesa, lungo un filo difficilmente definibile in anticipo. E’ evidente che non si può confrontare se non ci crea legame e se non si rinsalda il sé, non di meno, in assenza di confrontazione si corre il rischio di avvallare il diniego in modo costante e cronico.
Ricordiamo brevemente la distinzione fra negazione e diniego. Entrambe meccanismi di difesa, ma nella negazione si rifiuta il legame emotivo con l’evento, ovvero si nega che si è provato dispiacere, dolore, rabbia, ecc., nel diniego invece si nega la percezione stessa della cosa, come se non esistesse, come se non ne fosse stata avvertita l’esistenza.
Ora l’eccessivo uso del supporto in terapia, può rinsaldare il diniego nella misura in cui si dà minore importanza al contenuto in analisi, rispetto alla relazione asimmetrica e rispecchiante. Come ci spiega Henry Smith, il paziente tenderà ad utilizzare la funziona analizzante, per ottenere gratificazione erotica. Quanto emerge dalla terapia diventa secondario, il contenuto inconscio viene messo da parte, per dare risalto invece ad una relazione gratificante a livello narcisistico.
Abbiamo visto quanto sia fondamentale che il terapeuta sia in grado di produrre un brilluccichio nei confronti del proprio figlio-paziente, soprattutto con paziente con un difetto funzionale del sé, nonostante ciò, dare quasi esclusivo spazio a questa funzione rende la terapia un’isola felice in cui rifugiarsi (rischio da cui Freud tentò di mettere in guardia) e non uno spazio di introduzione di cambiamento, attraverso l’empatia, l’esame di realtà, l’ampliamento di vedute, ecc.
D’altra parte non è utile neanche eccedere con la funzione critica, col confronto e con una realtà, che deprivi eccessivamente il sentire, la funzione di appoggio emotivo ed accudimento. Questo estremo infatti conduce al rischio di un rifiuto drastico della realtà e di una chiusura della persona, che eccessivamente difesa diventa impenetrabile alla relazione e al cambiamento.
Solo quando si sente di aver ragione, di aver diritto a sentire quello che si sente, ad essere arrabbiati, addolorati, a desiderare a qualcosa di diverso, a protestare, solo allora si può comprendere che anche gli altri possiedono lo stesso diritto e lo stesso bisogno, si smette quindi di essere unici nell’universo per essere soggetti attivi nella relazione di scambio.
Allora ci si chiede qual è il confine fra l’una e l’altra funzione. Come si faccia a trovare il giusto equilibrio, il magico punto di contatto.
Non c’è in teoria, ma è un processo di ricerca attuato nella pratica, con ogni specifico paziente e non è certo facile, come non è facile per un genitore ad un certo punto introdurre il No, le regole, i limiti, ampliare le vedute, mostrare le responsabilità, ecc. Talvolta si corre il rischio di sentirsi un cattivo genitore-terapeuta, solo per il fatto di sottrarre appoggio emotivo a favore di una funzione maggiormente paterna, altre volte ci si scontra con la resistenza ad essere visti in termini più realistici o con la disillusione rispetto ad un’idealizzazione del terapeuta, della terapia e del paziente stesso.
In alcuni casi paradossalmente, l’unica possibilità di introdurre le regole, un confine ed un esame di realtà, è costituito dalla chiusura della terapia stessa. Una chiusura anticipata rispetto all’obiettivo di contenuto e strutturale, ma in questi casi, il termine stesso sembra porre le uniche basi per un contenitore indispensabile.
Ovviamente si preferisce sempre non arrivare a tanto, perché suona come ultima spiaggia, una sorta di sconfitta, ma forse non lo è, forse è solo un atto fondante per qualcosa che verrà molto dopo, ma si ha fiducia che verrà e si lascia andare il paziente-figlio perché si ha fiducia che farà la sua strada.
E forse la bellezza di questo lavoro, di questo viaggio per entrambe le parti della relazione sta proprio nel fatto che non c’è niente di dato, di scontato, di precostituito, tutto è un processo di scoperta, di crescita e creatività continua.
BIBILIOGRAFIA
Gabbard G.O. (2007). Psichiatria psicodinamica. Raffaello Cortina, Milano.
Kohut H.E. (1977). Narcisismo e analisi del sé. Tradotto da Boringhieri, Torino, 1980.
Mahler M. (1975). La nascita psicologica del bambino. Tradotto da Boringhieri, Torino, 1978.
Piaget (1966). La rappresentazione del mondo del fanciullo. Torino, Boringhieri.
Smith H. (2006). Analizzare l’attività del diniego: la resistenza fondamentale in analisi. Seminario tenuto presso il Centro Psicoanalitico di Firenze, 24 maggio 2006.
Winnicott D. W. (1953). Sviluppo affettivo e ambiente. Tradotto da Armando, Roma, 1970.