Riflessioni, idee, sogni, emozioni, corpo e psiche in movimento
Il regno di
Signora Solitudine
C’era una volta un paesino molto, ma molto lontano, così lontano, che se ne è persa traccia persino nelle cartine.
Questo paese non era solo lontano, era anche molto, ma molto strano, bizzarro oserei dire.
Perché mai? Direte voi.
Ecco perché, era tanto strano perché strani erano i suoi abitanti.
E cosa avevano di strano? Direte voi.
Avevano, che erano immensamente spaventati. Di cosa?
Di tutto, ma proprio tutto. Avevano paura dei tuoni, del temporale, dei lampi, della pioggia, delle montagne, delle valli, delle pianure, del buio, della notte, delle stelle, del cielo, sì persino del cielo, ma ancora avevano paura degli animali feroci e di quelli innocui, del sangue, delle malattie, dei germi, della salute, della felicità, avevano paura di ciò che si vede e di ciò che non si vede, dei pensieri, dei sogni, delle aspettative altrui, ma anche delle proprie, dei giudizi, dei brutti voti, degli errori, insomma di Tutto!
Ed erano strani perché con tutte queste paure camminavano di traverso, si guardavano in continuazione le spalle, dormivano con un occhio aperto, ascoltavano contemporaneamente due cose, interrompevano i loro sogni per timore di cosa potesse rivelarsi, non uscivano mai di casa se non per lo stretto necessario, non si prodigavano mai in un complimento, in una carezza, in un appoggio, mai e poi mai né ad amici, né a parenti. Gli sconosciuti poi erano proprio banditi dalle case e dalle vite, di queste persone. E così, gira che ti rigira facevano sempre lo stesso percorso, le stesse cose, dicevano le stesse identiche parole, vedevano le persone di sempre, quelle indispensabili e niente altro, non sognavano, non desideravano, non piangevano, non ridevano. Niente altro davvero!
Ma sapete cosa? A tutte le paure già citate, ne dobbiamo aggiungere una molto speciale, la più grande di tutte: la paura della Solitudine!
Sì, gli strani abitanti di questo nostro paese lontano, avevano una paura tremenda anzi il terrore della solitudine, si guardavano bene dall’incontrarla e vivevano in funzione di questo, proprio di questo, il loro più importante obiettivo era evitare assolutamente di incontrare questa cosa, questo evento, questa sciagura indicibile: la Solitudine. In passato si erano riuniti intorno al fuoco per parlarne, discutere, trovare uno stratagemma per sconfiggerla, ma ora no, non più, non ne parlavano neanche, solo il parlarne ghiacciava loro il sangue nelle vene, l’aria si raggelava e loro si trasformavano in statue di sale. No, no, è bene non parlarne neanche, abbia mai a succedere che si presenti, quasi invocata misteriosamente da quelle parole.
Allora non se ne parlava più, si evitava accuratamente di pronunciare quella parola misteriosa e sinistra, sssss….. zitti non la dite, non la pensate neanche, che non abbia a leggervi nel pensiero, facciamo finta che non ci sia, non esiste, fuggiamo da essa e guardiamoci ad ogni angolo possibile, tante volte si nascondesse furtivamente, per sorprenderci quando meno ce lo aspettiamo. Occhi aperti e orecchie dritte!
Ma la vita è strana, alla fine ci fa sempre incontrare i nostri mostri e …. questa povera gente era proprio sfortuna, eh … tocca sempre ai deboli e agli indifesi. Sapete perché?
Perché loro che si sforzavano di scappare dalla … no, non pronunciamo neanche quella parola, ci siamo capiti da cosa scappavano, ecco loro che tentavano così tanto di evitarla, alla fine ce l’avevano in casa. Nel bel mezzo del bosco infatti, l’unico che circonda il loro paese, esisteva un regno assai bizzarro e maligno, il Regno di Signora Solitudine.
Il Regno era un enorme parco con alberi e animali di ogni tipo, con al centro una casa, la dimora di Signora Solitudine appunto. Si narrava che un tempo vi dimorava una signora dai capelli bianchi e dall’aspetto spettrale, pallida come un morto, magra sfinita, scarmigliata, con uno sguardo truce e ameno, che faceva cose strane. La più anomala di tutte era che viveva lì da secoli e secoli da sola, non c’era anima viva. Lei parlava spesso sì, ma non si sa a chi, nessuno aveva mai veduto i suoi interlocutori. Si aggirava nella sua enorme casa, parlava, sorrideva, volteggiava nell’aria, muoveva le mani in modo oscuro e misterioso, faceva strane cose, recuperava oggetti di ogni tipo, ne faceva utensili incomprensibili, qualcuno li definiva capolavori ma nessuno li ha mai capiti.
Ma la cosa più strana davvero era che lei, Signora Solitudine, non aveva paura di niente. Se uno straniero le si presentava alla porta, lo faceva entrare, lo faceva accomodare, gli offriva la poltrona migliore, lo sfamava del suo cibo, lo ammantava del suo nero mantello, lo riscaldava della sua desolante coperta. Da non credere davvero!
Questo è ciò che si narrava ormai da generazione a generazione, ma nessuno in quel paese l’aveva mai vista, nessuno mai aveva neanche osato avvicinarsi a quel regno, no davvero, anzi si evitava anche di parlarne, quasi ad esorcizzare la sua eventuale presenza, fosse anche solo nei sogni, o di sbieco nei pensieri, anche i più furtivi e passeggeri, di quelli che ti attraversano la mente sfuggendo al controllo.
Lungi da noi, quella strega orrenda.
Ma in verità …… un giorno a qualcuno toccò!
Bhe, andò così, ci fu un giorno un bambino stufo di stare alle regole dei grandi, continuava a sentire delle frasi circostanziate, degli accenni, parole troncate e ogni volta che chiedeva a cosa si riferissero, gli veniva risposto “Ssss….. zitto, zitto, i bambini non si devono occupare di certe cose, sono cose da grandi, fai il bambino e vai a giocare”. Poi quando era stanco e faceva i capricci, all’inverso si sentiva dire, “Basta, non fare il bambino, sei grande ormai! Comportati da ometto!”
Insomma, i grandi se la accomodano come gli pare! Allora un giorno, stufo di non sapere le cose e stufo di non essere compreso, fece fagotto e se ne andò di casa, s’incamminò. E cammina cammina si ritrovò nel bosco, quello strano luogo di cui nessuno voleva parlargli. Non era così male, però!
Proseguì per un bel po’, incuriosito da tutte quelle piante, radici, da colori più strani, dagli odori, i rumori, animali che spuntavano da ogni angolo, tutti pacifici, lo guardavano e proseguivano oltre. Ogni cosa era nuova ed eccitante. Ma ad un certo punto, cominciò ad avere freddo, sonno, fame ma non sapeva più da che parte girarsi, mangiò un po’ di quelle provviste che aveva messo nel fagotto e si mise nuovamente in cammino, un po’ meno affamato ma più sperso e disorientato di prima.
Vagando un po’ qua un po’ là, si ritrovò pensate un po’, nel regno di Signora Solitudine, era un luogo strano, un po’ come quelli descritti nelle fiabe, tutto circondato da un’aria leggera e grave nello stesso tempo, una sottile nebbia creava un effetto alone assai singolare. Una parte di lui aveva paura ma l’altra si sentiva incredibilmente attratta. Una vocina gli diceva “Non andare là, non è posto per bambini, torna di filato a casa senza voltarti mai!”, ma poi l’altra parte, che aveva anch’essa la sua voce, diceva di no, di non fidarsi, di correre, andare che sicuramente ci sarebbe stato qualcosa di interessante, tutto quello che i grandi non vogliono che i bambini vedano e sentano e poi glielo spiattellano davanti quando meno se lo aspettano. Le due voci si contendevano il primato e ciascuna voleva regnare sovrana, la sua mente era confusa e colma di pensieri, ma le gambe cominciarono a correre senza sentir ragione e lo portarono fin davanti alla casa di Signora Solitudine.
Tutto era ancora più misterioso e singolare, bussò, nessuno rispose ma la porta si aprì e lui entrò, oh che casa enorme, anomala, meravigliosa, piena di oggetti mai visti. Ancora più strano, anche dentro si spandeva quella nebbiolina e c’era un profumo che riconosceva come noto, ma non riusciva ad identificare, non sapeva dargli un nome. La luce era tenue e piacevole, di quella che non mostra i dettagli ma non ferisce gli occhi. Anche nella penombra si muoveva serenamente, era l’intuito a guidarlo, era l’odore, il rumore, la spinta del suo corpo e niente altro, non c’erano false prospettive ad illuderlo e a muoverlo, ma solo movimenti interni.
Vagò per la casa, prima il piano terra, poi il piano superiore ed infine la cantina, nel sottosuolo, non avrebbe saputo descrivere ciò che vedeva, in verità assai vago e annebbiato, ma si sentiva a suo agio in uno spazio che lo lasciava libero di muoversi. Era stanco, affamato e sentiva anche una certa tristezza nel cuore, gli occhi si piegavano all’ingiù, la bocca era serrata. Tornò al piano terra, mangiò e si accomodò in un giaciglio, triste ma libero di esserlo. Si addormentò.
Nel frattempo, a casa sua era scattato l’allarme, non si trovava più e tutto il paese si era mobilizzato, del piccolo nessuna traccia. Dove sarà? Dove non sarà? Che fare? Che gli sarà successo? Ma come, proprio a loro che evitano ogni possibile rischio?
Arrivati a sera, la madre fra le lacrime e la disperazione ascoltò il proprio cuore e allora, senza ombra di dubbio seppe dove si trovava. Comunicò al marito e a tutti quanti quanto aveva intuito e fra l’incredulità, lo sconcerto e l’orrore si alzarono mille voci “Ma chi andrà? A chi toccherà? Chi se la sente?”
La donna, senza dire una parola si incamminò nel bosco.
Tutti quanti non capivano se fosse disperata, pazza, savia o cos’altro, non sapevano se lasciarla andare o trattenerla e mentre loro discutevano animatamente, lei procedeva veloce, davanti le si stagliava una vegetazione folta e spaventosa, era buio e scorgeva assai poco ma c’era una luce dentro di lei, una forza, una disperazione ed una speranza insieme, che guidavano magicamente i suoi passi. Di fronte a tanta possenza la folta foresta si inchinava e anziché ingoiarla, si piegava al suo passaggio, le spianava la strada.
E così, velocemente arrivò nella casa di Signora Solitudine. Entrò senza esitazione e subito vide il suo piccolo che dormiva. Si accostò, lo prese in grembo e lo lasciò dormire, lo guardava con la luce non degli occhi ma del cuore, della speranza, della gioia e del dolore, lo guardò con gli occhi della memoria, ricordò, pensò, sentì, pianse lacrime amare, tristi, lacrime liberatrici. Era sola, sola con sé stessa, con quel luogo, con il presente, col passato, col futuro, con le decisioni, le azioni e le responsabilità da grande …… eppure lei si sentiva ancora una bambina, una bambina della stessa età del suo bambino. Si sentiva smarrita e spersa, veramente sola e sopraffatta dal mondo, che chiede molto, che ti mette a confronto con mille ostacoli e spaventi, ti confronta con te stessa.
Allora le venne in mente la filastrocca che da bambina si raccontava ripetutamente, per accompagnarsi nel sonno, ricordò il bacio di sua madre, il suo orsetto e il suo amico immaginario, si tranquillizzò, si sentì sicura e sopraggiunse il sonno a ristorarla.
Il mattino dopo si svegliò e ….. sapete cosa? Era in braccio a Signora Solitudine, come fosse sua figlia e a sua volta lei teneva il suo figlio. Quella strana Signora era dolce, dallo sguardo triste e tenero, ma il suo abbraccio forte e rassicurante. La donna si sentiva ancora sola, ma sapeva che questa signora poteva accompagnarla, che la solitudine era come una grande mamma, che rende incerti e spersi ma offre anche la possibilità e la fiducia di creare qualcosa di nuovo, di cambiare. Ed era così che era venuto suo figlio ed era così che voleva crescerlo, cambiando quanto le era capitato.
Si svegliò anche il piccolo e fu felice di trovarsi stretto in questo doppio abbraccio, che non lo stritolava ma lo sosteneva, senza costringerlo. Sentì ancora l’odore della sera prima, stavolta ancora più forte, lo seguì e arrivò in cucina era odore di latte caldo, di un abbraccio profumato, di aria di primavera, di giochi soavi, di lacrime e sole. Aprì la finestra e vide suo padre e tutto il paese a seguito che alla fine era arrivato fin lì, armati di fucili e bastoni, quasi fossero in guerra.
Uscì sorridendo, andandogli incontro, lo seguì la madre che salutò mestamente Madre Solitudine, la ringraziò e le promise di ritornare a farle visita. Le persone del villaggio si trovarono disarmate di fronte all’espressione di madre e figlio, ma fu subito chiaro che non servivano né bastoni né fucili, si sentirono stranamente sereni e osservarono incuriositi la Signora dai capelli bianchi alla finestra, poco strega e molto più vicina a loro, di quanto avessero mai creduto.
Tornarono in paese e da quel giorno la parola Solitudine tornò nelle loro bocche. Si parlò per molto tempo di quanto era successo. Non tutti ne capivano bene il senso, non tutti non cedevano al tentativo di fuggire ancora da essa, ma almeno ora era più vicina e meno orribile. Ora, era possibile prendere per mano la Solitudine, farsene abbracciare senza esserne sovrastatati, sentirsi vivi, con un mondo in divenire.
E la leggenda si tinse di nuovi colori, non solo di nero ma anche di bianco, di verde, di latte, di sorpresa, di fiducia …….
By Sabrina Costantini