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Riflessioni, idee, sogni, emozioni, corpo e psiche in movimento

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Il bambino e la TV I PARTE

IL BAMBINO E LA TV: TRA TG E CARTONI

Dott.ssa Sabrina Costantini

 PARTE I

 

 

INDICE

 

La dipendenza

Il bambino e la dipendenza

Il bambino e la TV

Caratteristiche del mezzo televisivo

La violenza

Meccanismi di interazione fra individuo ed esposizione violenta

Interazione bambino-TV

Effetti della TV

La teledipendenza

La nostra ricerca

Risultati della ricerca

Conclusioni

Bibliografia

 

 

 

La dipendenza

 

     Le nuove dipendenze patologiche sono un tema assai complesso e dibattuto. La loro presenza sempre più costante e significativa, all’interno dello stile di vita, ne rappresenta l’andamento significativo.

     Parlare poi, di dipendenza e di minori, è una questione ancora più delicata e significativa, una questione fondamentale per il nostro presente e per il futuro delle generazioni a venire.

     La trattazione seguente si propone di presentare una parte del problema (il bambino e la TV), nel modo più esaustivo e chiaro possibile. Lo scopo principale è quello di comprendere la natura del problema, per poter poi intervenire a livello di stile di vita, di stile educativo ed emotivo, in un’ottica strettamente preventiva, di educazione culturale e psicologica.

     Non verranno suggerite tecniche o strategie di prevenzione, bensì alcuni strumenti di riflessione e comprensione, che costituiscono il primo passo per il cambiamento. Infatti, si parte dal presupposto che osservare e conoscere costituiscano le basi, grazie alle quali genitori, insegnanti, pedagogisti, psicologi, ecc., possano trovare le proprie strategie personali di cambiamento.

     La TV, più di ogni altro strumento o oggetto di dipendenza, necessita di un’accurata conoscenza e riflessione. La sua massiccia presenza nella vita di tutte le famiglie infatti, la rende apparentemente innocua e scontata. Ciò ne accresce ulteriormente la pericolosità, in quanto strumento con specifici effetti, in quanto veicolo di contenuti violenti e induttivi, nonché veicolo di relazione privilegiata e ipnotica con l’individuo.

     Proprio per questa presunta innocenza, ci sembra importante analizzare lo strumento e la relazione che l’individuo v’intrattiene, a tutti i livelli. Cominciamo quindi, la nostra riflessione, chiarendo i confini fra uso, abuso e dipendenza.

     L’uso si riferisce all’impiego di un dato oggetto, prodotto, o altro, in una certa misura, in un dato momento, con specifici scopi e funzioni. Ci si riferisce quindi ad un utilizzo, che si realizza in una specifica cornice di riferimento. Ad esempio “l’uso di alcool”, si riferisce alla fruizione di un bicchiere di vino o birra durante i pasti principali, per accompagnare ed esaltare la pietanza stessa.

      L’abuso invece, esula da questa specifica cornice contenitiva ed è caratterizzato da alcuni elementi costitutivi (Colombo e Bertin, p. 171):

- modalità d’uso patologico (intossicazioni frequenti, bisogno d’uso quotidiano per un adeguato funzionamento, ecc.)

- compromissione delle attività sociali o professionali, causata da modalità d’uso patologiche (perdita di lavoro, inefficienza lavorativa o scolastica, ecc.)

- durata del disturbo di almeno un mese.

 

     Prendendo ancora l’esempio dell’alcool, “l’abuso” è contraddistinto da sbronze frequenti, quindi da un ingestione di quantità superiori a quelle normalmente tollerate, al di fuori dei pasti o da qualsiasi riferimento, che gli fornisca un senso. Non si beve per scopi specifici, ma per esaltare una certa condizione (es. euforia), successivamente per il bisogno di ristabilire uno pseudo equilibrio interno e per portare avanti i minimi impegni quotidiani.

     Il concetto di dipendenza viene definito da una dipendenza più propriamente fisica e una più psicologica. La prima viene descritta dai fenomeni di tolleranza, astinenza e carving.

     La tolleranza, si riferisce al bisogno continuo di aumentare quantità e frequenza, necessaria per ottenere la stessa soddisfazione iniziale, che è andata via via affievolendosi. Prendendo ancora ad esempio l’alcool, se inizialmente sono sufficiente due bicchieri di vino per sentirsi allegri ed euforici, gradualmente ne saranno necessari tre, quattro e così via.

     Nel caso dei nuovi oggetti di dipendenza, ci si riferisce alla crescente quantità di tempo trascorso in internet, al cellulare, davanti alla TV, all’aumento di oggetti acquistati, ecc.

     Il fenomeno dell’astinenza, riguarda una serie di sintomi e disturbi, che insorgono nel momento in cui ci si “astiene” da quella data sostanza o comportamento. In genere gli effetti vanno nella direzione opposta, rispetto a quelli procurati dall'oggetto di dipendenza. Ad esempio, la cocaina produce una stimolazione psichica e motoria molto intensa quale: sensazione di benessere, logorrea, aumento di fiducia nelle proprie possibilità, riduzione della sensazione di fatica fisica e mentale, ipertensione, nausea, tachicardia, vasocostrizione, ecc. I sintomi di astinenza conseguenti saranno: down emotivo, intensa fatica fisica e mentale, ipotensione, vasodilatazione, ecc.

     Similmente l’acool produce un quadro caratterizzato da euforia, benessere emotivo, scioltezza nell’eloquio, scioltezza motoria, maggiore fiducia in sé, ipertensione. L’astinenza conseguente infatti, si contraddistingue per uno stato emotivo depressivo, secchezza delle fauci, eloquio inceppato, difficoltà nel movimento e nella relazione, ecc.

     Nel caso del disturbo da internet dipendenza (IAD) per esempio, sono stati riscontrati sintomi di astinenza quali: agitazione psicomotoria, ansia, pensieri ossessivi focalizzati sul mondo on line, fantasie e sogni su internet, movimenti volontari e involontari di typing con le dita.

     Il fenomeno di craving o smania si verifica in seguito alla riduzione o perdita degli effetti di astinenza più immediati, che lasciano il posto a sintomi di dipendenza più propriamente psichici. Ad esempio l'astinenza da eroina produce un quadro sintomatologico, che tende a scomparire dopo 4-7 giorni, per lasciare posto e visibilità alla sindrome da astinenza psichica o craving, caratterizzata da desiderio impellente della sostanza, ansia, depressione.

     La dipendenza più propriamente psicologica infatti, descrive il legame di sottomissione di un individuo, verso una persona, un gruppo, una sostanza o oggetto, il relativo comportamento adesivo, condiscendente, accompagnato dal corrispondente stato emotivo di prostrazione e autosvalutazione. A livello di personalità, riscontriamo la mancanza di autonomia e di potenzialità decisionale, conseguenti ad un’idea di sé sminuita, identificata con una visione d’individuo incapace, fragile, vittima bisognosa.

     Le dipendenze patologiche, come intese fino a qualche decennio fa, annoveravano condotte legate all’uso e abuso di droghe, alcool, fumo, cibo. Con l’era industriale e ancor più con quella post industriale, altamente tecnologizzata e specializzata, si sono individuate una miriadi di possibili oggetti e attività, a rischio di instaurare un legame patologico: il sesso, il denaro, il gioco d’azzardo, lo shopping, i farmaci, la TV, il PC, il cellulare, il lavoro, le idee, l’amore, ecc.

     Fra l’individuo e questi oggetti, si stabilisce una relazione di forte bisogno, legata al senso della propria identità, dell’immagine di sé, del proprio sentire, ad un livello tale che, in loro assenza si sperimenta un profondo vuoto e senso di inadeguatezza.

     Questo legame diventa di dipendenza, al pari di quello con una droga. Senza non si può vivere, niente ha un senso o valore. L’oggetto stesso diventerà motivo fondamentale, obiettivo di lavoro primario, significato di vita. Sempre più spesso capita di vedere persone che, se private della TV si sentono sole, adolescenti che senza la risposta ad un SMS, sentono minacciata la propria identità, individui che se non ottengono sufficienti conquiste, si vivono inadeguati, altri che per non sperimentare lo stato depressivo sottostante, vivono un bisogno sfrenato di shopping compulsivo, ecc.

     Non è l’oggetto o la sostanza in sé che crea dipendenza, ma il tipo di legame che l’individuo vi stabilisce, che come visto, può andare da un versante regolato e sensato ad uno totalmente svincolato e fuori dal controllo. In ragione di questo, qualsiasi oggetto o attività può diventare fonte di patologia e dipendenza. Al pari delle sostanze psicotrope, conduce a sintomi di dipendenza fisica e psicologica, con i relativi fenomeni di tolleranza, astinenza e craving (Costantini,16/04/08).          

     In questa direzione, uno studio tedesco (Berlino, 24 luglio 2007) condotto su un campione di 7000 soggetti anche minori, ha verificato che, un giocatore su dieci presenta un’eccessiva quantità di dopamina nel proencefalo. Infatti, l’uso di giochi da PC o internet crea una “memoria del piacere”, analogamente a quanto avviene con l’alcool e le droghe leggere. Inoltre, nei giocatori accaniti, che trascorrono fino a 20 ore giornaliere, sono stati individuate visibili difficoltà, nel vivere una vita sociale normale (disturbi del sonno, attività quotidiane disturbate, ecc.).

     Un elemento distintivo del legame di dipendenza, consiste proprio nella perdita di controllo, non si può far a meno di quella data sostanza o oggetto, al di là della propria volontà ed intenzione. Gradualmente sarà dedicato sempre maggiore tempo alla ricerca o utilizzo di quel dato oggetto, come se costituisse interesse esclusivo, a discapito delle normali attività, relazioni sentimentali e sociali.

     La dipendenza infatti, è prima di tutto “immobilità”, il disperato tentativo di trovare una stampella alla nostra autonomia. Il percorso è sempre lo stesso, nello slancio verso l’indipendenza, si cerca a tutti i costi di evitare il dolore del distacco, per poi ritrovarsi in una condizione di assoluta dipendenza, che produce ad un nuovo sentimento di angoscia (Pulvirenti, 2007, pp. 5-11).

     Si tratta appunto dell’illusione di libertà, di forza, di potere, d’importanza e di pienezza, promossa dall’adesione ad un modello di vita esterno, di tipo narcisistico e fatuo, visto come unica via, per soddisfare una serie di bisogni profondi. Vanno a crearsi abitudini e condotte che sostituiscono l’ascolto e la soddisfazione delle necessità reali, connesse con l’emotività. Il cellulare, la TV, il PC, lo shopping, il sesso, il denaro, il lavoro, ecc., diventano strumenti per sopperire ai bisogni emotivi dell’individuo (Costantini, 20/03/08, Costantini 07/07/08). Si trasforma così in necessità, quelli che sono solo bisogni culturalmente indotti (Costantini, 28/11/07, Harrison G. 1989, Zoja L. 1988, Fain, 1983).

 

Il bambino e la dipendenza

 

     Accostare la dipendenza al minore, è qualcosa di ancor più delicato e sottile. Il bambino e anche l’adolescente, seppur in misura minore, è naturalmente ed evolutivamente dipendente. Il piccolo dell’uomo, si protrae in questa condizione per un tempo maggiore, rispetto a tutte le altre specie animali. Si tratta di una dipendenza dai bisogni primari, quali la soddisfazione di fame, sete, freddo, protezione, ecc. Ma anche e soprattutto, si tratta della dipendenza dai bisogni emotivi (amore, accudimento, fiducia).

     Il bambino, necessita della presenza adulta, per poter sopravvivere alle necessità del corpo e della psiche, per poter creare una propria individualità e identità, grazie a processi quali il rispecchiamento, la risonanza, l’empatia, l’identificazione proiettiva, ecc.

     Il nutrimento emotivo, risulta fondamentale per lo sviluppo della consapevolezza, per la formazione della personalità e del senso di identità, per le funzioni sociali, per l’accettazione di frustrazione e realtà.

     Attraverso l’emotività inoltre, passa lo sviluppo dell’intelligenza (Greenspan). L’esperienza emotiva, rappresenta un elemento fondamentale fin dai primi giorni di vita, in quanto funziona come una sorta di schema, che attribuisce significato alle esperienze sensoriali, comportamentali, cognitive, ecc. Fornisce quindi un contenitore dotato di senso, entro cui inserire l’esperienze interne, esterne e l’interazione fra esse.

     Alla nascita però, il bambino non è in grado di direzionare, tanto meno comprendere, quanto avviene nel suo mondo esterno ed interno, necessitando appunto di figure genitoriali che lo conducano e sostengano in questo percorso. Gli adulti assolvono l’importante funzione di pre-digerire (come ha ben descritto Winnicott), comprendere, direzionare e reagire, permettendo quindi un modello di comprensibilità e gestibilità, fonte di rassicurazione ed apprendimento.

     Man mano che procede la crescita, la dipendenza diventa sempre meno totale a favore di un’aumentata individualità e indipendenza, prima di tutto sul piano dei bisogni concreti e materiali. Dal punto di vista emotivo la cosa risulta più lunga e difficoltosa, perché nuove esperienze mettono sempre di fronte ad una rinnovata gestione del mondo interno ed il bambino o ragazzo, si trova a più riprese di fronte ad un mondo sconosciuto. Il modo in cui riuscirà ad affrontare tutto questo, dipende dallo sviluppo delle funzioni di base, quali intelligenza, identità, socialità, che gli permetteranno di svincolarsi emotivamente, per creare gradualmente un modello di attaccamento non più dipendente, ma relazionalmente maturo e sano.

     Pensiamo dunque, ai danni causati dall’intromissione di certi oggetti abusati, nei confronti della crescita, dell’individuazione e dell’indipendenza. Si interpongono degli ostacoli al normale processo evolutivo, che rimane bloccato o parzialmente fissato, in alcune tematiche specifiche.

     Infatti, se certi strumenti vengono usati precocemente, diventano una sorta di protesi o “sostituto di”, che impediscono la naturale sperimentazione e consapevolezza, fondamentali per lo sviluppo del concetto di sé.

 

 

 

Il bambino e la TV

 

     In considerazione di quanto detto fino ad adesso, il bambino di per sé risulta soggetto ad uno stato di dipendenza, di bisogno e di influenzabilità. Ancor più dell’adulto, è soggetto ad essere vittima passiva o comunque inconsapevole, rispetto a tutta una serie di fenomeni che creano delle ulteriori dipendenze, questa volta dal carattere artificiale ed insano. Ci si riferisce per esempio, all’uso di TV, computer, play station, video giochi di ogni tipo, cellulare, ecc.

     In questo processo entrano in gioco due fattori, il primo riguarda la natura e la condizione evolutiva stessa, che porta il minore ad essere in uno stato di maggiore fragilità ed influenzabilità. Il secondo pertiene la natura della struttura sociale, modificata profondamente negli ultimi due secoli.

     Lo stile di vita personale e familiare si è trasformato notevolmente, in direzione di una scarsa protezione, di una presenza rarefatta ed uno scarso contenimento. Ad esempio, il tempo occupato da tutta la cerchia familiare allargata, dal vicinato, dall’anziano del villaggio, ha lasciato un buco, uno spazio vuoto, riempito dagli hobbies, dagli sport, ma soprattutto dalla tecnologia, costituita soprattutto da cellulare, internet, TV, ecc.

     Pensiamo solo al tempo in cui i bambini fra i 4 e i 14 anni, siedono davanti alla TV. In Europa si riscontra una media di tre ore al giorno, con un picco massimo di sei ore. In America i dati risultano ancora più eclatanti, si trascorrono circa 15.000 ore annue davanti alla TV, contro le 11.000 trascorse a scuola. Che già di per sé sono un dato molto elevato, aggiungiamo poi le ore impiegate di fronte ad altri mezzi come il pc, il cellulare, la play station, ecc., e arriveremo a livelli vertiginosi. In Europa, la media stimata per i vari media, si aggira su 4 ore e 15 minuti giornaliere (Riccardo Petrella). 

     Per una visione più articolata della fruizione globale, si rimanda alla Tabella 1 (Fonte: elaborazione Censis sui dati III World Forum “Media e Children”, Salonicco 2001).

 

 

Tab. 1. Stili di consumo dei media da parte dei bambini e adolescenti di 10 paesi (Belgio, Svizzera, Germania, Spagna, Finlandia, Gran Bretagna, Israele, Italia, Olanda, Svezia).

 

STILI DI CONSUMO         DESCRIZIONE                                                                 

 

I Gruppo                               Fruizione televisiva giornaliera: 2 ore e 30’.

Tradizionalisti                       Basso consumo degli altri media.                                                     44%

 

II Gruppo                             Fruizione dei media: 5 ore e 15’ al giorno.

Multimediali                          Prevalenza del mezzo televisivo: 3 ore e 30’ .                                  25%

 

III Gruppo                            Consumo televisivo giornaliero: 4 ore.

Monomediali                         Scarso interesse per PC, internet, play station.                                 21%

 

IV Gruppo                            Del libro: 1 ora e 30’ di lettura giornaliera.

Specialisti:                             Consumo della TV comunque superiore alla lettura.

     10%                                  Del PC: “vivono” per il PC e internet, consumano molti

                                               videogiochi e poca TV. Consumo giornaliero: 6 ore e 30’.

                                               Del PC e videogiochi: concentrati sul PC e internet,

                                               prediligono i videogiochi. Esposizione totale: 6 ore e ’30.  

                                               Della TV e videoregistratore: alto consumo di TV e         

                                               Videoregistratore, basso consumo di videogiochi,              

                                               Computer e libri. Consumo totale: 6 ore giornaliere

                                               Della TV e videogiochi: 2 ore e 30’ al giorno per giochi

                                               elettronici, 2 ore e 30’ per TV. Elevato consumo anche

                                               per videoregistratore e PC. Consumo totale: 7 ore e 15’.

 

 

     I minori infatti costituiscono un pubblico assai goloso, il 36% della popolazione mondiale e ciò è confermato dal numero di canali televisivi presenti nel mondo, a loro dedicati: 87, di cui 50 creati dal 1998 al 2001.

     In conclusione, se consideriamo le ore davanti ai media e quelle trascorse a scuola (almeno quattro) i nostri bambini e adolescenti, trascorrono almeno un terzo dell’intera giornata, seduti in condizione passiva o semipassiva, di ascolto o di visione assoluta. Non c’è da stupirsi poi, che siano agitati e poco attenti! Eppure li releghiamo in etichette, diagnosi psico-comportamentali, che li vedono spinti verso farmaci miracolistici come il Ritalin.

     Se guardiamo tutto ciò, ci accorgiamo che molti dei disturbi dell’attenzione e dell’umore dei nostri figli, sono dovuti a pluridipendenza, solitudine ed impossibilità di vivere con naturalezza la loro età.

     Guardando i dati, le notizie, gli articoli, ci appare quanto ci si preoccupi dei bambini, quanto si parli di loro, quanto clamore si forma intorno a determinate tristi vicende. In realtà, ci si occupa poco di loro, per lo più deleghiamo a qualcun altro la responsabilità della loro crescita e del loro tempo. Invece, la responsabilità dei bambini è di tutti quanti, genitori, parenti, estranei, insegnanti, TV, computer, ecc.

     Dei bambini si parla molto, si discute, su di loro si vende, si compra, si innalza l’audience, ma i bambini appaiono poco in televisione e quando ci sono, sono per lo più vittime (come nelle inchieste o nei telegiornali), adulti in miniatura (es. negli spettacoli di varietà), testimonial di prodotti pubblicitari o piccole “lolite”, adolescenti che scimmiottano canti o divi dello spettacolo, allo scopo di divertire il pubblico. I bambini guardano molta TV, ma si propongono poche trasmissioni specifiche per loro e soprattutto se ne cancella l’identità e la natura (Marina D’amato).

     Tirando le somme su tutto questo, la nostra cultura si mostra sempre più antitetica alla dimensione del fanciullo, non c’è spazio né tempo per loro, non c’è attenzione alle loro esigenze e ai rischi in cui incorrono. A fronte di tutto ciò, nei mezzi di comunicazione di massa si presentano due facce del bambino, quello splendido, senza alcun problema, lustrato e indorato a dovere, oppure il bambino problema, il bambino-caso limite, vittima delle macroscopiche onnipotenze degli adulti. E’ totalmente assente il bambino comune, il bambino concreto, con le sue difficoltà quotidiane, dubbi, incertezze, ritualità, con sentimenti reali, con le sue quotidiane tappe di crescita (Pamela Barbaglia).

     Molto spesso si parla dei rischi, della violenza televisiva sui minori. Tema sicuramente importante e sensato, ma prima di tutto c’è da rendersi conto che, indipendentemente da ciò che trasmette, la TV di per sé è invasiva e violenta. Questa dimensione ormai si è persa, dietro le consuetudini di ogni famiglia, che ne hanno fatto scemare l’importanza. Il medium televisivo fa parte ormai dell’arredamento di ogni stanza o quasi, scandisce i tempi quotidiani, le abitudini e i rituali familiari, nonché i vizi e la patologie (pranzo, cena, spuntino, abbuffate, ecc.).

     Il video esercita una forte attrattiva e seduttività, nello stesso tempo ci espone ad una buona dose di aggressività e di introiezione forzata. Che lo si voglia o no, le immagini, per come sono concepite e proiettate, invadono, catturano lo sguardo e la mente, ipnotizzano e immobilizzano il corpo, il sentire ed il cervello. Non c’è scelta, è un percorso forzato, che si è obbligati ad intraprendere, inconsapevolmente. Solo chi ne è astinente può percepirlo completamente, infatti quando se ne è assuefatti, appare come una dimensione naturale e indispensabile, esattamente come il tossicodipendente o l’alcoolista, falsamente convinti di essere padroni della propria vita, sono assuefatti rispetto alla sostanza elettiva.

     Ovviamente la TV come il computer, possiedono svariati meriti, quali quello di aver omologato il linguaggio, di aver abbattuto frontiere di razza e ceto, di aver contribuito alla partecipazione democratica della vita, fornendo quotidianamente una miriade di informazioni e conoscenze, di aver accorciato tempi e spazi, eliminato barriere prima impenetrabili.

     Molti parlano dell’importanza di una visione attiva, una visione protetta e protettrice. Certo è vero che la TV stimola e propone temi, che potrebbero ampliare le conoscenze e le riflessioni. Ma siamo realmente liberi di pensare e riflettere, dopo un bombardamento mirato, di immagini accattivanti e di treni d’informazioni, fornite con una scansione tale da non dar spazio al pensiero autonomo? Che dire poi dell’informazione: è veramente completa e imparziale? Com’è possibile pensare con la propria testa, se la TV in sé, per come è andata evolvendosi, risulta invasiva e invadente, espropriatrice della propria individualità, della libertà di pensare?

     Se tutto questo capita ad un adulto, culturalizzato, con un sufficiente contatto con la realtà, immaginiamo cosa succede al bambino e ancor di più, al bambino con disagi e al disabile mentale! Chi protegge le categorie “protette”?

     Come già detto la TV risulta invasiva di per sé, per le caratteristiche stesse che la costituiscono, per la prevalenza di immagini, per il tipo di proiezione, in relazione alla velocità, al movimento, all’associazione con parole e musiche. Tutto rigorosamente studiato per non lasciare tempi di latenza, quindi tempi di riflessione e autoascolto.

     La lettura infatti, è creativa proprio in funzione di un tempo e uno spazio di riflessione, di ascolto ricco di sensazioni, portatrice di immagini e fantasie. La TV, eliminando questo spazio, risulta provatamente ipnotica sull’attività cerebrale, paralizzando e bloccando la creatività.

     I bambini sono oltremodo influenzati da tutto ciò, a causa della loro maggiore suggestionabilità, determinata da una capacità di giudizio ancora ridotta, da una mancata visione dell’insieme, da un esame di realtà parziale e da una scarsa onnicomprensività di spazio e tempo, nelle sue varianti (qui, là, più in là, ora, ieri, domani, ecc.). Bisogna tener conto del realismo, dell’egocentrismo, del livello di sviluppo del pensiero, in particolare della reversibilità (che si sviluppa a partire dai 7-8 anni), come intesi da Piaget nel processo di sviluppo cognitivo, che va dall’intelligenza senso-motoria al pensiero formale ed elaborato (la capacità di pensare in senso astratto e simbolico, che si stabilisce a 11 anni circa).

     Non dobbiamo dimenticare che il bambino non è un adulto in miniatura, ma un essere in formazione, che deve costruire sé stesso, l’immagine di sé, del mondo, degli altri ed il pensiero stesso. Quanto viene rappresentato, non è ugualmente compreso e decodificato, dall’adulto e dal bambino. Il bambino possiede meno filtri e meno strumenti, o se vogliamo è fornito di strumenti che non hanno ancora completato la loro formazione e non sempre funzionano in sintonia con i propri bisogni.

     La televisione ha un effetto diretto, di tipo duplice sul bambino, da una parte ne riduce l’attività motoria e cognitiva, ridimensionando quindi la conoscenza diretta della realtà, la crescita e l’apprendimento, dall’altra induce ad alterare la percezione della realtà. Il bambino infatti, è indotto a credere a ciò che vede, a causa della mancato riconoscimento del carattere fittizio, dei programmi trasmessi.

     Il bambino e il ragazzino, assorbiti dalla TV, sono rinchiusi in un mondo illusorio, che stimola e favorisce alcune caratteristiche di personalità: l’egocentrismo, l’egoismo, il desiderio di prevalere sugli altri. L’ancoraggio a questo mondo fittizio, per molte ore al giorno, può ostacolare l’elaborazione degli aspetti più inquietanti ma inevitabili dell’esistenza, come la sofferenza e il dolore, bloccando o disturbando gravemente la crescita emotiva (Antonella Randazzo).

     Ricordiamoci che, difficilmente i genitori o gli adulti seguono i bambini durante la visione televisiva o telematica. Inoltre, raramente gli adulti possiedono reali strumenti per comprendere ciò che capita al bambino, per stemperare, rendere maggiormente realistiche le rappresentazioni, per spiegarle e alleggerirle emotivamente. Come ben sappiamo, per la maggior parte del tempo il bambino è solo davanti a questo mezzo e la compagnia dell’adulto, spesso si limita ad un affiancamento fisico.

     Dai dati di una ricerca (Pier Cesare Rivoltella), emergono due atteggiamenti sul consumo familiare: uno di doppia scissione, caratterizzato da consapevolezza dei rischi sul minore e sulle dinamiche familiari, l’altro di svalutazione/negazione, ossia di minimizzazione degli effetti negativi e di sopravalutazione delle capacità di valutazione del minore.

     Contrariamente a quanto ci aspetteremo, i genitori del primo gruppo, pur riconoscendo i rischi del mezzo, non producono un reale intervento di mediazione e contenimento sul minore. Dimostrando così ancora una volta che, la percezione e le idee di pericolosità, non conducono necessariamente ad un cambiamento di atteggiamento. Del resto, già Lewin nella sua ricerca-azione aveva dimostrato come il cambiamento del comportamento è costituito da un processo molto delicato ed è influenzato da una serie di fattori, da alcune forze volte al cambiamento e da altre,  volte in loro opposizione.

     Alcune ricerche inoltre (Maranzana), dimostrano che la percezione degli spot da parte degli adulti non esperti, è altrettanto acritica e globale di quella dei bambini. Questi infatti, cresciuti in un ambiente profondamente segnato da una massiccia quantità di messaggi pubblicitari, ne risultano totalmente assuefatti. Il problema quindi, è ancora a monte e riguarda l’educazione dei genitori, fondamentale per poter svolgere un’azione di filtro e di co-visione consapevole.

     Inoltre, dai dati del Censis emerge che tutte e quattro le categorie di persone intervistate (giovani sotto i 25 anni, donne, capifamiglia e persone senza titolo di studio) attribuiscono la maggiore responsabilità di tutela del minore, ai produttori dei media stessi, con una percentuale che va dal 37,1 al 43,4% e ai genitori con una percentuale che va dal 32,2 al 41,4%.

     Questa equodistribuzione, fa pensare ad una sorta di inconsapevolezza e deresponsabilizzazione, nei confronti dei propri figli. Di qualunque grado sia la   responsabilità dell’emittente stessa, rispetto ad una cattiva medianicità, in primo luogo sono i genitori a dover rivestire un ruolo critico e protettivo.

     Da qui consegue l’importanza di un lavoro di sensibilizzazione, formazione ed educazione genitoriale, volta proprio in direzione di una visione critica.

 

 

Caratteristiche del mezzo televisivo

 

     Vediamo adesso in modo più approfondito, alcune caratteristiche del mezzo in esame.

     Un elemento in primo piano, è la rappresentazione di categorie quali spazio e tempo. La televisione ne propone una visione diversa, da quella della vita reale e dal loro effettivo ritmo. Ne sono un esempio: la compresenza del momento sincronico di luoghi e tempi diversi, l’ulteriore accelerazione prodotta dal telecomando, la modificabilità voluta e gestita molto facilmente, l’immagine che prevale sulla parola, ecc. Il rapporto con la realtà è modificato dall’ambiguità delle immagini, dall’illusoria visione istantaneo-globale, a discapito della logica lineare, dallo sviluppo diacronico (Marina D’Amato).

     Il tempo e lo spazio proposti quindi, non sono affatto evolutivi. Infatti, sia nei cartoni animati, che nei telefilm avventurosi e nelle situation comedies, la dimensione temporale è di tipo statico e ciclico, esattamente come nelle società tribali, opposta alla concezione del mondo contemporaneo di tipo dinamico.

     La rappresentazione lineare, evolutiva e dinamica, lega la cultura alla scrittura, implica una rappresentazione ed un uso sociale del concetto di tempo, che predispone uno sviluppo in tutto il pensiero ed infine propone una concatenazione logica tra gli eventi, orientata ad uno scopo. Il tempo della TV dei bambini non ha fine, non è affatto orientata secondo una successione di causa ed effetto.

     Ad ogni episodio, l’azione ricomincia dall’inizio,  proponendo le stesse dinamiche che si interrompono solo per ripresentarsi in un’altra puntata, con le stesse cause determinanti. I ruoli dei personaggi sono definiti, stabiliti fin dall’inizio e sempre uguali a sé stessi, nell’intenzionalità e nei canoni comportamentali. Diversamente dal tempo delle fiabe e dei miti, che raccontano le origini del mondo e del genere umano, evidenziando i tratti della cultura e della sua evoluzione, il tempo delle storie televisive è ciclico e ordinario del meta-culturale, tutto comincia e finisce in quel frammento di storia narrata, anche se si tratta di un racconto unico, proposto in tempi lunghi.

     Ogni giorno quindi, il bambino vive questo continuo conflitto, fra una spazialità dinamica della vita reale e la proposizione per giorni e anni, di scenari, personaggi e luoghi, che si mostrano immutabili.

     La dimensione ciclica, mitica e tribale della TV, ricalca le caratteristiche tipiche del rito. Ma, mentre il rito ha una specifica funzione e valore nella società in cui nasce, la dimensione televisiva assume il puro ruolo di intrattenimento. Il rito è uno strumento fondamentale per dare valore e senso agli eventi della vita  (nascite, morti, malattie, disturbi mentali, ecc.), fornendo all’individuo e alla società, gli strumenti per affrontarli e superali in modo costruttivo e dinamico. La produzione mediatica propone  un reale quotidiano, estraneo alla vita del bambino concreto, caratterizzato oltretutto da soluzioni non realistiche, né tantomeno simboliche, alle problematiche via via emerse.

     Come ci ha mostrato Marina D’Amato, ripercorrendo la programmazione negli anni, la logica seguita non è quella dei bambini, ma quella dei tempi, delle politiche e delle mitologie dell’adulto. Infatti, le ricerche interstellari, la tecnologia nascente degli anni ’60-’70, hanno dato vita a presentazione di cartoni quali Ufo Robot, Mazinga, Gig Robot ecc. Allo stesso modo le politiche ecologiche, gli allarmi ambientali hanno prodotto gli Snorkies, i Puffi, i Memole, ecc. Gli anni ’80 hanno assistito alla valorizzazione della cultura narcisistica, quindi al riflusso nel privato,  nel benessere personale, caratterizzato da palestra e psicoanalisi, che ha quindi visto una televisione per bambini trasformarsi su valori personalistici, intimisti, sentimentali, espressi da Kiss me Lido, Kiss mi Licia, ecc. L’immaginario degli adulti continua a proiettare se stesso nelle storie dei bambini in molti altri esempi, come Pocahontas, così politicamente corretta da essere priva di valori, o i Power Rangers, che attaccano per proteggere il potere, ecc.

     In definitiva, non si guarda il  bambino, ma si proietta su lui ciò che l’adulto desidera promuovere ad ogni costo, in termini di politica, di ideologia, di mercato, di economia, ecc.

     La novità degli ultimi anni poi, consiste nella riproposizione di fiabe antiche (la Bella e la Bestia, Cenerentola, ecc.) o di vecchie storie (Pierino e il lupo), nonché l’umanizzazione di animali, resi oltremodo comprensibili e antropomorfizzati.

     Anche questa programmazione, tanto acclamata, in realtà uccide l’immaginazione dei bambini, impoverendo fiabe antiche, tanto nutrienti per la crescita emotiva dei bambini. Come ha sottolineato Bettelheim, le rappresentazioni offrono un prodotto già preconfezionato, disturbando il processo elaborativo, che va dal movimento emotivo, con i suoi percorsi e conflitti, a quello produttivo-cognitivo, che sviluppa una propria immagine interna di quanto narrato nella storia. La fiaba infatti, parla il linguaggio della psiche, utilizzando metafore e rappresentazioni simboliche, che si adattano alla realtà di tutti i bambini, ma per essere identificate e personalizzate, necessitano di un processo interno individuale. L’immagine, la rappresentazione sia grafica che filmica, blocca questa evoluzione, impedendo il reale utilizzo di questo importante materiale, per la crescita individuale.

     Le fiabe, costituiscono un valido strumento di sostegno e aiuto, per i conflitti psichici quotidiani. Molto spesso i cartoni animati invece, sono più simili alle favole, presentando cioè una condizione di giudizio, valutazione e considerazioni moralistiche, assenti nelle fiabe. I cartoni quindi, anziché pacificare i conflitti e creare una certa serenità, alimentano insofferenza, paura e rabbia, attraverso l’esaltazione della logica punitivo-agressiva.

     Ricordiamo inoltre, l’importante ruolo emotivo, evolutivo, sociale, relazionale, che assume la narrazione. Il passaggio “orale” della fiaba da un individuo ad un altro, stabilisce un momento magico, di profonda condivisione a livello inconscio ed emotivo, fra chi racconta e chi ascolta, una complicità intensa e profonda, altamente rassicurante e nutriente (Costantini, 20/03/08) .

     La TV, propone una dimensione dove le immagini, prevalgono in modo netto sulla parola. Le storie televisive per bambini, possono essere comprese facilmente anche senza l’audio, tutto è sciorinato ed esplicito. Di fronte a tutta questa evidenza, diventano inutili i sistemi metaforici e i simboli, la capacità di tradurre l’esperienza dei sensi e del sentire, non serve più. Prevale l’immagine e la comunicazione non verbale, che per essere facilmente fruibile viene proposta nelle sue accezioni più riduttive: la stereotipizzazione di tratti, di ruoli, status e caratteri.

     La TV infatti, ripropone la fisiognomica, la teoria che fa corrispondere disposizioni interne e caratteriali, a specifici tratti somatici. Si presenta una conoscenza magica, assai diversa dalla magia delle fiabe, che induce a comprendere partendo da intuizioni. Questa forma di magia, all’inverso favorisce soluzioni evidenti e semplicistiche. I personaggi vengono “pietrificati” in posture, atteggiamenti, tratti ed espressioni, categorizzati non in base ad elementi interni, come nelle fiabe (dipendenza, sottomissione, generosità, paura, invidia, rabbia, ecc.), ma esterni (bellezza, ricchezza, notorietà, potere, vittoria, ecc.).

     Il mezzo televisivo (Mazzei, Freda, p. 128), propone una serie di immagini con una forte valenza percettiva, in rapida successione, spesso non integrate in un contesto narrativo che ne chiarisca il significato. In alcuni fumetti per esempio, gli episodi di violenza non sono un pezzo di una storia con una struttura logica coerente, ma sostituiscono la storia stessa con una sequenza disarticolata di azioni. La rappresentazione della realtà risulta frammentata e sfugge ad una serie di processi rielaborativi critici, significativi, per l’articolazione di uno schema più ampio di rappresentazione dell’esperienza. Nello stesso tempo, con il suo forte impatto percettivo (visivo ed uditivo), con le sue caratteristiche “vitali” di  movimento, il messaggio televisivo tende a sfumare i confini tra verità e fantasia, rafforzando l’equazione immagine-realtà.

     La televisione rivolta ai bambini, risulta un medium preistorico, caratterizzato da tempo ciclico, spazio fisso e immagine che prevale sulla parola. Al contrario delle fiabe, delle leggende e delle storie popolari, che possiedono una morale, che regala un senso alla storia.          Inoltre, seppur proposti in modo universale, i cartoni animati sono contraddistinti da due dimensioni culturali molto specifiche e unilaterali: quella giapponese e quella statunitense (Marina D’Amato).

     La programmazione giapponese, quantitativamente più diffusa, è contraddistinta dalla religiosità shintoista. Ogni storia, pur con trama diversa, presenta personaggi volti all’assoluto, i cui comportamenti sono basati sui codici di una religione che considera la vergogna, ossia il perdere la faccia, come l’evento più gravoso che possa capitare, un vero e proprio disturbo per l’armonia sociale. Risalta sempre in primo piano il problema dell’identità nazionale, della famiglia, dell’impegno etico personale nei confronti degli altri, rievocato dal mito dei samurai. Il fine ultimo consiste nel definire la propria identità attraverso il riconoscimento degli altri, anche a prezzo del proprio sacrificio. Vincere, è un contributo doveroso alla propria nazione. Altri temi costanti sono il vincersi per vincere, la ritualità ispirata agli antenati e all’immanenza della natura.

     Nei cartoni animati sportivi, i personaggi mettono in gioco sé stessi per la nazione e le loro gesta appaiono come definitive. Ad ogni puntata si ricomincia, lottare contro se stessi per vincere, tutto è lecito pur di vincere, come ci ricordano Holli e Benji sul campo di calcio, Mimì e le altre sul campo di pallavolo e così via. Anche nelle storie mutuate dalla cultura occidentale, quali Heidi, Piccole Donne, Arsenio Lupin, i protagonisti agiscono con le stesse forze.

     Il risultato, consiste in una non completa identificazione, ma si tratta di un’identificazione di natura oscura per i bambini, creando un inevitabile disorientamento. Infatti, se i personaggi e le loro azioni (gli sport per esempio) possono essere facilmente accomunati ai bambini occidentali, ciò che non è legittimo e coerente è la cultura sottostante, la forza che anima questi personaggi.

     A differenza dei film di Kurosawa, nei cartoni giapponesi non c’è dichiarazione esplicita di questa realtà, per cui i suoi personaggi entrano surrettiziamente nella vita dei nostri bambini, confondendo la loro identità culturale, sociale, emotiva, ecc.

     La programmazione statunitense a sua volta, propone una duplice matrice culturale, quella della vecchia America (l’etica protestante) e quella della nuova America, contraddistinta dallo spirito del nuovo capitalismo e della morale narcisista.

     La vecchia America si esprime nei film western del passato e nei telefilm di avventura, tutta impregnata nell’affermazione personale, del mito dell’uomo di successo ed del rispetto per coloro che si sono fatti da soli. La nuova formula del successo americano invece, consiste nella capacità di conquistare amici e di influenzare la gente, ben diversa dalla precedente, basata sull’operosità e sulla parsimonia (Lasch).

     Le situation comedies esaltano il mondo delle apparenze, dove il sé coincide con l’immagine di sé, passando dall’orgoglio alla vanità, dalla fama alla celebrità, dal rispetto all’invidia. Gli elementi costitutivi del successo dunque sono: ricchezza, fama, potere, ma soprattutto il riconoscimento della pubblica opinione, senza la quale l’immagine non ha consistenza.

     I personaggi umani dei cartoni statunitensi, sono tesi ad essere all’altezza della crisi, a proiettare un’immagine di sé di risolutezza, per fornire una convincente performance di potere esecutivo. Si avanza nella società, convincendo gli altri di avere la qualità del vincitore, tipica degli eroi (He Man, Commander, Voltron, Flash Gordon, ecc.). L’interazione ci appare come una partita a scacchi, il successo dipende dalle informazioni sulla personalità degli altri, dal controllo delle mosse degli altri partner, tutto valutato e calcolato.

     Le storie seriali ambientate in casa poi vedono il passaggio da valori ottimisti, dal collettivismo, al ripiegamento sul personale, impregnato di una tensione volta solo al presente, senza aspettative per il futuro e memoria del passato. L’io ha sostituito la società, il sociale arriva all’interno solo attraverso un racconto, una telefonata, una visita. Il corpo ci viene proposto soprattutto da figure femminili, intente in rituali igienisti e terapeutici, contro gli spettri della vecchiaia e della morte.

     La gente, si dedica affannosamente alla ricerca di strategie di sopravvivenza, atte a garantire il benessere del corpo e la pace dello spirito, in una condizione di pseudo ritiro autistico.

    

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