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19 gennaio 2013 6 19 /01 /gennaio /2013 15:39

Maristella irrisolta

 

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Quanto Mariastella sia irrisolta, o la sua storia, o il suo passato o le informazioni che si hanno di lei siano irrisolte, lo si vede già dal fatto che non so se si chiamasse realmente Maristella o Mariastella.

Non saprei, tutti la chiamavano Maristella, ma qualcuno la chiamava insistentemente MariaStella. Chissà …

Io la chiamerò Maristella.

Maristella era una ragazzina di 11-13-14 anni, non so bene, sembrava grande anche se non lo era poi così tanto. Cercava gli altri, si aggregava a piccoli e meno piccoli.

Non so, emanava un senso di solitudine profondo, un bisogno degli altri, a tutti i costi.

Sopportava e tollerava tutto, tutte le angherie, i silenzi, le aggressioni, le mancanze, le svalutazioni. Povera Maristella!

 

Figlia unica, non so perché unica, di due genitori già anziani o così sembravano.

Una famiglia di origine siciliana, modesta e riservata.

Occupati di lavori poveri.

Genitori, piccoli, consunti e ricurvi, sicuramente poveri di invidia, di astio, di gelosie, ma poveri anche di sicurezza, di determinazione, di spirito di autoconservazione, di lungimiranza e protezione dal mondo.

Forse poveri di amore o forse no, non saprei.

Forse solo poveri di vedute, incapaci di andare oltre.

 

Di fatto Maristella sembrava figlia di nessuno, sempre sola, mai con i genitori, mai con un gioco, un oggetto o un abito che spiccasse, solo lei e la sua bicicletta. Per lo più si muoveva in bici, veloce ad arrivare, veloce ad andare.

Lei stava volentieri, ma quando le cose si mettevano male, quando lei non aveva risposte, se ne andava.

 

Era sempre attenta, pronta ad integrarsi, educata, rispettosa, silenziosa, pronta a scusarsi per qualunque disguido, a prostrarsi rammaricata, ma non sapeva imprecare contro il mondo, neanche di fronte ad azioni empie che la riguardassero.

A scuola non poteva certo essere una cima, la scuola non serviva, alle persone come lei poi, a cosa doveva servire?

Non so neanche se abbia finito la scuola dell’obbligo.

E certamente non aveva spazio per hobbies o interessi.

 

Un giorno si venne a sapere che aveva confidato alla parrucchiera del paese che talvolta i genitori la lasciavano da sola con un amico di famiglia e questi si approfittava di lei, non so fino a che punto …. So che lei si era confidata e la confidenza aveva passato i confini del rispetto e delle quattro mura, so anche che chi aveva ricevuto la confidenza aveva avuto pena di lei, ma non a sufficienza per fare qualcosa, qualunque cosa, eppure Maristella era sempre pronta e disponibile per fare un piacere, per aderire a richieste.

Maristella a modo suo, aveva chiesto aiuto, forse a l’unica persona che gli era parsa disponibile, non a caso una persona che apparteneva ad un’altra isola.

 

Nessuno che gli abbia regalato un po’ del suo tempo, che abbia fatto un passo in più, che l’abbia adottata. Era un pulcino bagnato che cercava riparo.

L’avrà trovato?

Era così irrisolta, inquieta, movimentata, disperatamente sola ….

 

Mi chiedo quale sia stato il suo destino. Che fine avrà fatto?

 

Uno dei migliori destini che vedo per lei: fare la moglie e la madre devota, assolutamente accondiscendente, dedita agli altri, dimentica di sé.

Come Maria, la vergine, Stella della vita familiare, stella dell’umanità intera, sacrifica al mondo.

Ma è veramente uno dei migliori    

 ……. Spero che il fato mi smentisca

……. Spero un giorno di sapere che il fato mi ha smentita.

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22 novembre 2012 4 22 /11 /novembre /2012 11:22

Storie di ordinaria follia:

Giulia

 

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Giulia mi fa venire in mente un vecchio spot pubblicitario, non so se lo ricordate (è un po’ datato), ci mostrava un’impettita colf che suona alla porta di una nuova cliente, entra e si presenta con queste parole, sferrate con tono saccente e affettato “Luisa inizia presto, finisce presto e non pulisce il water!”

Bhe, Giulia è madre di quattro figli, onesta lavoratrice, fedele praticante della propria confessione, dedita ad ogni tipo di volontariato, sempre disponibile verso chiunque le chieda qualunque tipo di aiuto, sveglia, intelligente, piena di interessi e di hobbies (giardinaggio, musica, lettura, sport diversi, imparare le lingue, militante in movimenti pacifisti, l’attenzione verso l’ottica ecologista, ecc.).

Giulia è piena d’ansia!

Ma come potrebbe essere diversamente?

Giulia, saprà quello che realmente vuole?

Si sarà mai chiesta, qual è la priorità della sua vita?

Giulia dice una cosa e ne vorrebbe dire altre dieci, fa una cosa e già si lamenta che non può fare tutte le altre che ha in progetto, si offre per portare avanti un impegno e si dimentica che ne aveva un altro e così via.

Nei suoi progetti passati, c’era stato anche un quinto figlio!

Pensate un po’!

Ma dove lo metteva?

Giulia, così piena di entusiasmo, di idee, di iniziative, non sopporta di dover pulire o andare al supermercato, tutto tempo perso.

Periodicamente esplode e fugge via con un nuovo progetto o fugge letteralmente ad una manifestazione, a trovare un lontano parente e nel frattempo i figli tornano da scuola e non trovano nessuno ad accoglierli.

I figli si fanno forza l’uno su l’altro e si riversano addosso la rabbia e il rancore l’uno su l’altro, come fiere in un’arena.

Il suo sogno segreto, andare in africa a fare la volontaria o a lavorare.

Giulia vuol bene ai suoi figli e si preoccupa per loro, vorrebbe il meglio per loro e spende molto tempo a pensare il futuro migliore per loro, ad evitargli sbagli, programmando e dirigendo, o cercando di farlo, le loro azioni, i progetti, lo spazio, il tempo, le scelte, le risposte.

E’ una moglie fedele e sorride per la punizione divina, quando un adulterio viene sventato: la coerenza è troppo importante, una promessa è una promessa!

Si dà così tanto da fare, a correre, pensare, progettare, programmare, da offendersi se i vicini le fanno i complimenti per il buon marito che si è scelta, che lava, stende e fa tutto il resto.

E’ possibile che nessuno vede ciò che fa lei?

Ogni volta che sente i parenti che le chiedono cos’ha cucinato per il pranzo domenicale, si sente avvilita, diversa, lei non ha cucinato un bel niente o al limite un piatto di pasta.

Lei è diversa, lei offre altro ai suoi figli.

Lei si occupa di scegliere un futuro sicuro per loro, lei si preoccupa dell’ecologia ambientale, dell’onestà fra le persone, si aggiorna anche di corsi non obbligatori, si batte per la non sperimentazione sugli animali, lotta per salvare l’ambiente, lei accoglie e accudisce ogni anno un ragazzo straniero, che rimanda a casa con le valigie piene di tutto, ma soprattutto piene di possibilità, di alternative!

Lei fa tutto questo, ma non basta mai!

Ma a chi, non basta mai?

Agli altri?

A lei sterssa?

 

Eppure lei parla velocissima per riuscire a dire tutto quello che deve dire, pulisce e suona il piano appena smontata dalla notte, quando fa il turno di notte lo usa per aggiornarsi su internet, cerca in ogni modo di organizzare le giornate e le vacanze ai figli, in modo che siano stimolati, fin da piccolissimi comprava loro libri in inglese, si sforza di essere una brava persona e una cittadina onesta!

Uff!!

Forse ….. sarebbe meglio un amante!

Forse …. essere un po’ meno brava e un po’ più ferma, piena ….. forse la vita le scapperebbe meno dalle mani.

Forse meno pensiero e più vita, riempirebbe di quanto ce già!

 

Ma Giulia è così unica, a questo mondo?

Giulia è un caso speciale o è solo uno dei tanti esempi di ordinaria follia, verso cui tendiamo quotidianamente ….?! 

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7 novembre 2012 3 07 /11 /novembre /2012 08:46

Ho visto un uomo correre a metà

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Ho visto un uomo correre a metà.

Una gamba piegata, in linea col movimento, una gamba stesa, rigida, impenetrabile

Un braccio mobile, in sintonia col movimento, un braccio duro e freddo, privo di vita

Una parte della bocca nel suo naturale allocamento, una parte piegata in basso, quasi a formare una smorfia amara

La figura quasi statuaria, sottile e consumata come il tronco di un pioppo argentato

Il volto inflessibile e assente

Lo sguardo fisso in un punto lontano

Un obiettivo?

Un punto mentale?

 

Dopo un po’ di tempo, quell’uomo correva un po’ meno a metà!

Che straordinaria la forza di volontà!

Riesce a oltrepassare anche la malattia inesorabile del corpo!

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29 ottobre 2012 1 29 /10 /ottobre /2012 19:09

Realtà o proiezione?

L’amicizia e la mancanza di paura!

..........

 

 

 

 

Chi vuol essere mio amico?

(Una vecchia narrazione)

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Un tempo il cane viveva tutto solo nei boschi.

Siccome si annoiava molto, decise di andare a cercare un amico.

Vide una pecora che stava pascolando in un prato e le chiese:

“Pecorella, pecorella gentile, vorresti vivere con me?”

“Perché no?” rispose la pecora. “Vieni a casa mia”.

Calata la notte, si addormentarono entrambi.

All’improvviso un rumore destò il cane, che si mise ad abbaiare.

La pecora si svegliò di soprassalto e gli disse furiosa:

“Taci! Se il lupo ti sente, verrà a divorarci!”

Dopo di che lo cacciò fuori di casa.

Allora il cane andò a cercare il lupo.

“Lupo, lupo grigio dal muso aguzzo, vuoi vivere con me?” gli domandò quando lo ebbe trovato.

“Perché no?” Rispose il lupo.

Calata la sera, si addormentarono entrambi, ma nel bel mezzo della notte il cane iniziò ad abbaiare.

“Taci! Se l’orso ti sente, verrà a divorarci” lo sgridò il lupo.

Dopo di che si allontanò per cercare un riparo …. a passo di lupo.

Allora il cane andò a cercare l’orso.

“Orso, orso bruno dai lunghi artigli, vuoi vivere con me?” gli domandò quando lo ebbe trovato.

“Perché no?” rispose l’orso.

Calata la sera, si addormentarono entrambi.

Però, nel cuore della notte il cane si mise ad abbaiare.

Tremante di paura l’orso gli gridò:

“Taci! Se l’uomo ti sente, verrà ad ucciderci!”

Allora il cane andò a cercare l’uomo.

“Tu, che fai paura all’orso, che fa paura al lupo, che fa paura alla pecora, vuoi vivere  con me?”

“Vieni”, rispose l’uomo.

E lo portò a casa sua.

Nel bel mezzo della notte il cane si mise ad abbaiare.

“Fai il bravo, cagnetto. Mangia se hai fame, ma lasciami dormire”, gli disse l’uomo.

“Non ha proprio paura di niente!” pensò il cane, e si riaddormentò felice.

E, a partire da quel giorno, il cane è il migliore amico dell’uomo

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17 ottobre 2012 3 17 /10 /ottobre /2012 06:56

Il freddo di Ada

Dott.sa Sabrina Costantini

 

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Ada esce dal cancelletto condominiale furtivamente, come un ladro che fugge dal suo misfatto.

Attraversa le strade rattrappita nel suo giaccone, con la testa ben nascosta dentro il cappuccio di pelo, passi piccoli, svelti, col fare di un ratto che deve ritornare nella sua fogna.

Sempre di corsa da un angolo all’altro della strada, la testa china, lo sguardo nascosto, il corpo esile, inconsistente e veloce, troppo veloce per essere afferrato.

Quasi mai la si riesce a fermare, a carpire alcunché.

D’inverno il freddo è pungente, la cervicale, l’emicrania, ne sono nemici. D’estate il caldo ed il sole troppo cogenti, la pelle diafana, gli occhi assenti, non possono sopportarlo, l’eccesso di stimoli è indigeribile.

Ada è solo un abito che la ricopre, ma forse neanche quello, così lineare, indifferenziato, atonico. Non si percepiscono sfumature, personalizzazioni, non un colore, niente la differenzia da un manichino in vetrina.

Ada è un ruolo, un lavoro, che per altro non si vede svolgere, troppo impegnata nelle attività amministrative. E’ un contenitore esterno, sempre in movimento e inafferrabile.

Ada è anche volontariato, lavoro per gli altri, interessamento, ma non si vede farlo, si rinchiude nella sua stanza a smistare oggetti da donare, non si sa cosa faccia, dove sia, cosa realmente desideri.

Chi è Ada?

Io non lo so. Non so chi è Ada. Cosa pensi, cosa realmente senta dentro quel corpo esile e trasparente.

 

Poi c’è il marito di Ada. Il fantasma del fantasma.

Il marito non lavora, non si sa bene per quale strana incurabile malattia o pretesto. Sta a casa con la sua cagnetta, a coltivare la psoriasi e i fiori e vi assicuro che lo fa proprio bene, sia nell’uno che nell’altro campo.

Di quando in quando, lo si vede alla finestra col cagnolino, entrambe guardano e in giro e suscitano un’infinita desolazione, pena e rabbia insieme.

Sembrano due miserabili.

Il marito di Ada si vede ancora meno di Ada. Non cammina veloce, non è così magro e svelto, ma non esce, se non in orari strategici, quando il mondo intero lavora o  cena, talvolta pranza.

Esce? Si esce, talvolta, per portare il cane fuori. Ma solo talvolta, spesso manda fuori la cagnetta che poi rientra da sola, le lascia aperto cancello e porta, che poi furtivamente chiude all’istante.

Quando si trova costretto, malgrado lui, a strappare un saluto, non lascia ombra di dubbio, non c’è spazio per il mondo!

E il cane? Come lui!

Ha paura di tutti, persino dei bambini. Sta solo con il suo padrone.

Pare, che il loro divertimento preferito sia stare davanti al PC! Vi passano ore e ore!

Lui non ha altra attività che questo, ah, dimenticavo apre anche il cancelletto, attraverso il pulsante ubicato in casa, alle figlie, quando devono rincasare.

Un padre non può far a meno di esprimere le proprie premure per i figli! Foss’anche in un gesto minimo come questo.

Ma è minimo e unico, non può fare che questo.

Già c’è da chiedersi come Ada e il marito abbiano avuto due figlie!

E’ difficile, veramente difficile immaginare la loro vita diversa, con un minimo di movimento, vitalità, passione.

Ma ce l’avranno mai avuta?

E le figlie, altrettanto inafferrabili, incomprensibili, indefinibili …….

Tutti in quella famiglia, passano via come spettri, che non si è sicuri di aver visto, non si sa se realmente ci sono ….

 

Non conosco la storia di Ada, né del marito, né della loro famiglia. Conosco solo ciò che vedo e che ho descritto sommariamente.

Vale a dire tutto e niente. Ma forse anche conoscendo la storia, non ne saprei molto di più, in fin dei conti quello che si vede, già dice molto di ciascuno di loro.

In fin dei conti ci dice che sono inafferrabili, aerei, solitari, non amano la relazione, non sanno ascoltare, né accogliere, non amano farsi vedere, non sono mossi da passioni, da pulsioni, da emozioni che li distinguano.

Ciò che è chiaro: sono in fuga!

Fuggono dalle persone, dal mondo, dall’impegno, dalla responsabilità, dalle emozioni, dagli imprevisti, dall’onda degli eventi e della casualità.

Il marito in modo esplicito, la moglie un po’ meno. Ada infatti si reca a lavoro puntualmente ogni mattina, assolve ai suoi doveri domestici o una parte di essi, si occupa dei bisognosi, collabora con la chiesa per il catechismo e quanto altro può servire. Insomma, è molto indaffarata, non ozia certo.

Eppure …. è ritirata dalla vita, è in fuga. Il suo fare è solo un altro modo per fuggire. Non c’è mai veramente, non si ferma mai, se non deciso da lei o dal dovere, non si fa fermare.

Ada non vede, non sente, non dice, non ascolta, non mostra alcuna rimostranza al marito fantasma, alcun rimprovero, alcuna mira, nessun obiettivo, non un trasalimento, non un tono che si oda in modo deciso, non c’è vita appunto.

In contrasto con tutto quel fare, non lascia alcuna traccia di sé, nessuna vera traccia. Forse tante persone diranno “Ah, com’è brava la signora Ada!”, ma in verità: La signora Ada chi è?

E’ brava, perché?

Fa molte cose, ma non ti dona mai sé stessa e tutto quel lavoro, quegli oggetti non parlano affatto di sé, non donano niente effettivamente di sé!

A lei serve il fare, altrimenti il vuoto l’annullerebbe! E’ un conto che non vuol fare.

Non sappiamo perché, sicuramente nella sua storia e nella storia della sua famiglia d’origine, c’è sicuramente contenuta la traccia del perché, ci sono le origini, le fonti di tutto questo fuggire.

Ma quello che vediamo ci fornisce un fotogramma assai rappresentativo, una donna esile, di un pallido ceruleo, capelli ispidi, bocca piccola, sempre tirata, occhi piccoli, spenti, assenti, un incedere frettoloso, impersonale, che non lascia impronta.

Ada non c’è, Ada mostra un freddo dentro le ossa che non potrà essere riscaldato con giacconi, caloriferi, né pellicce. Ada prova un freddo ancestrale, Ada fugge dai pericoli del mondo, Ada ha paura di tutto e di tutti e per preservarsi dal rischio di dover vivere ha scelto un uomo che ha più paura di lei, che può controllare e dirigere, anche a costo di esserne schiava!

Chissà se qualcosa riuscirà mai a riscaldarla, se qualcosa la fermerà!

Chissà se lei riuscirà mai a comunicare calore a qualcuno, se riuscirà a vivere su un’onda diversa.

 

Quello che noi siamo si esprime a tutti i livelli, dal più banale al più sofisticato, dal più esplicito ed esterno al più nascosto ed interno. Ogni cosa che facciamo, ogni pensiero, ogni emozione, ogni espressione esterna sa di noi, parla di ciò che siamo.

Nello stesso modo, il cambiamento può partire anche da questi piccoli atti quotidiani che ci riguardano. Per quanto semplici ed esterni, rappresentano l’espressione di una concrezione della nostra personalità e spezzarne l’automatismo, rappresenta già un primo passo per il diverso.

Il cambiamento è inevitabile e vitale, non si può pensare di trovarci bene negli stessi panni di 5 anni fa, 10 anni fa, 20 e oltre. La vita scorre, le cose cambiano e noi anche.

Ancorarsi a delle cose esterne, ad oggetti, abitudini, atteggiamenti, pregiudizi, ci irrigidisce in qualcosa di ormai morto, che non esiste più!

E allora compiamo un piccolo esercizio, scriviamo una lista di piccole cose che possiamo cambiare ed è bene cambiare. Allora dai …. iniziamo a depennare …..

Vedrete, è difficile iniziare ma poi è facile continuare.

Ci si può trovare disorientati, non si riconoscono più, non si trovano più i punti di riferimento usuali, quelli noti e rassicuranti, poco importa, vedrete che passerà e alla fine sarà un bene. Solo nel vuoto e nel nuovo si scoprono risorse mai viste!

La signora Ada non fa del male a nessuno, è una buona cristiana, è dedita alle sue scelte di vita, lavoro, famiglia, volontariato. Un quadro irreprensibile, eppure …..  vive un freddo perenne, un gelido inverno nel suo mondo interno. Ha congelato tutto e tutto deve rimanere tale, lei desidera che sia così.

Ma, avrà mai riflettuto sul suo freddo? Avrà mai sperimentato cosa significa il disgelo?

Voi sapete di cosa si tratta?

In fin dei conti anche il gelo, ovvero l’acqua nel suo naturale decorso percorre molti stati, solido, liquido, gassoso e poi ancora nelle sue varie forme e temperature, ad interagire con la terra, con l’aria, con le piante, con l’uomo, in un ciclo continuo e imprevedibile ….

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4 luglio 2012 3 04 /07 /luglio /2012 12:16

Fiabe dell’Africa Nera

 

“Viaggio nel Paese del fiume sacro”

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Tanto tempo fa viveva un vecchio sapiente di nome Ioro.

        Dai quattro angoli della terra andavano uomini ad ascoltare le sue sagge parole.

        Quando lui capì che era giunto in punto di morte, convocò i suoi tre figli e a ciascuno, come eredità, consegnò un sacchetto.

        Il primo conteneva polvere d’oro, il secondo liane intrecciate e il terzo solo sabbia.

        Per scoprire il significato di quei lasciti, i figli di Ioro decisero di andare alla ricerca di Dembra, colui che da tutti era considerato onnisciente: si diceva che vivesse presso la sorgente del fiume sacro.

        I tre giovani si misero in cammino. Attraversando la savana incontrarono un grosso ippopotamo, che aveva una tunica bianca, un cappellino rosso e un rosario intorno al collo.

Di fronte allo sguardo stupito dei ragazzo, l’ippopotamo si presentò così: “Mi vedete qui in questo stato,perché mi sono voluto allontanare dalla futilità del mondo, consacrando la mia vita a Dio”.

        Detto ciò si ritirò, camminando all’indietro e facendo genuflessioni.

        I giovani ripresero il cammino di buona lena, ma a sera, stanchi morti, si sedettero appoggiati al tronco di un tamarindo. Di lì videro passare un bufalo ricoperto di piaghe, che riusciva tuttavia a mantenere un’espressione lieta e serena.

        Il mattino seguente il sole dardeggiava, rendendo l’aria irrespirabile, su un fazzoletto di terra arida, i ragazzi videro pascolare una vacca grassa, che si contentava di masticare qui pochi fili d’erba che si vedevano a malapena.

        I tre proseguirono la marcia e dopo alcuni giorni, avanzando a tappe forzate, giunsero in una prateria erbosa e piena di canali ricchi di acqua fresca, dove, con atteggiamento ostile, sostava una vacca così magra che si poteva vedere il suo cuore pulsare fra le costole.

        I giovani si allontanarono rapidamente, quando attraversò la loro strada una stupenda gazzella, che filava via liscia correndo su tre zampe.

        Fu quella l’ultima strana apparizione prima di arrivare alle casupole che circondavano la sorgente del fiume sacro.

        Lì chiesero di parlare col saggio Demba, e quando gli si parò dinanzi un ragazzetto di dieci anni, rimasero di stucco.

E ancor più meravigliati restarono a sentire le spiegazione che il piccolo Demba dette, circa il comportamento degli animali incontrati nella savana.

Egli così parlò:

L’ippopotamo era un re che, essendo stato spodestato, cerca di riconquistare il potere sfruttando la religione. Il bufalo invece è uno spirito puro che, nonostante la sofferenza fisica, riesce a stare in pace col mondo. La vacca grassa è l’immagine di un essere che sapendosi contentare di poco, ce la va a vivere in salute. Al contrario quella magra, non accontentandosi di niente, ha il cuore chiuso per tutti ed è avara anche con sé stessa. La gazzetta con tre zampe è la vita, che non è perfetta, ma comunque è bella”.

 

Poi Demba spiegò ai ragazzi che il sacco d’oro serviva a denunciare la pericolosa cupidigia alimentata dalle ricchezze. Invece le liane intrecciate evocavano le ingiuste servitù ancora presenti nel mondo. Infine il sacco pieno di sabbia ricordava l’obbligo a rispettare il pianeta su cui viviamo.

        Demba disse ai tre fratelli:

 

Voi penavate di trovare un uomo saggio, invece avete trovato me. Ricordate che la conoscenza è come un ago nel pagliaio: anche un bambino lo può trovare”.

       

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25 giugno 2012 1 25 /06 /giugno /2012 10:40

Il peso della preferenza

 

 

 

C’era una volta Gustavo, un uomo efficiente, affidabile, saldo, di buoni principi, ma essenziale.

Essenziale in tutto, non diceva mai una parola di più, né che potesse dispiacere né che potesse piacere, non mangiava mai un boccone di troppo, non muoveva un passo oltre misura, non un atteggiamento fuori posto, tutto come doveva essere, niente sogni ad occhi aperti né progetti strampalati.

Ed il suo corpo era altrettanto essenziale, statura media, senza un filo di grasso, senza un pelo di troppo, capelli corti, ma non troppo, sguardo misurato e attento, abbigliamento curato ma non all’eccesso e non troppo vistoso.

Insomma Gustavo era tutto ciò che sta nella media, nella misuratezza. Mai di troppo, mai di disturbo o sgradevole, ma ….. neanche mai colore, sapore, rumore, mai niente che ti ricordasse che era vivo. Sembrava perfetto e in questa perfezione era finto, poco spontaneo, poco giocoso e piacevole.

Se lo guardavi bene, in verità si poteva scorgere sotto la sua giacca che gli calzava a pennello, una leggera ingobbatura, si una ripiegatura quasi impercettibile, come, come se portasse un peso segreto,un peso nascosto sotto quegli abiti e forse sotto anche quella pelle.

 

Ma di quale peso si parla? Ma di quale elemento nascosto?

Credo proprio che questo peso risalga alla sua infanzia.

Ha forse avuto genitori crudeli? No, non li ha avuti.

Ha forse avuto genitori violenti? No, non li ha avuti.

Ha forse avuto genitori assenti? No, assolutamente no.

E allora?

 

Bhe, nella sua storia c’è un peso, un “di troppo”. Il peso è il peso del Troppo Amore e della Preferenza.

Vediamo se ci capiamo.

Gustavo aveva un fratello e una sorella, l’uno più grande, l’altra più piccola, lui stava nel mezzo e …. Questa volta era una posizione favorevole, si fa per dire.

Suo fratello infatti, veniva spesso rimproverato di essere uno scapestrato, sconsiderato, di cacciarsi nei guai. Sua sorella d’altro canto, veniva spesso rimproverata di essere frivola, di pensare a vestiti e acconciature, di smielare dietro i ragazzi e così via.

E lui? A lui veniva detto che era nel mezzo, perfetto, né troppo una cosa né troppo un’altra. In segreto, sua madre gli diceva che lui era il suo preferito, nessuno degli altri due era così intelligente, capace e bravo quanto lui!

Figuratevi il povero Gustavo! Sì, da una parte ne era contento, sua madre era fiera di lui, ma questa soddisfazione durava poco, molto poco. Il senso di colpa verso gli altri era troppo grande, si sentiva un disonesto verso i suoi fratelli e sentiva che tutta quella fiducia, costituiva un peso assai grande!

Come fare? Da una parte si metteva in disparte, sperando che la madre vedesse anche i meriti dei suoi fratelli, dall’altra sentiva di non poterla deludere. E così il suo corpo era sempre più rigido e bloccato, stava sempre più fermo, non sapeva da che parte andare. Stringeva le natiche come se avesse la coda fra le gambe, era praticamente ingessato!

Giorno dopo giorno, tutti questi dubbi, le ansie, le paure, i sensi di colpa, diventarono sempre più grandi e pesanti e crearono una sacca sulla sua schiena, entrarono nella sua pelle, nella sua vita in modo definitivo e segreto.

E così …. Fece sempre tutto quello che ci si aspettava da lui, le scelte scolastiche, amicali, professionali, le scelte di vita piccole e grandi. Tutto secondo le aspettative, tutto secondo misura.

Ma quanto pesava quel privilegio, quel essere il figlio speciale, quello trovarsi nel mezzo!

Era un privilegio ma non sapeva perché non lo faceva star bene, non lo gratificava, spesso si sentiva nervoso ma non sapeva perché e figuratevi se poteva mai esprimere tale nervosismo. Non si rendeva proprio conto che quel privilegio era diventato un peso, un peso troppo grande per un bambino e poi anche per l’uomo che era diventato. E la sua gobba cresceva e si ingrassava.

Un giorno accadde che andò in montagna a riposare, prese uno chalet in affitto e si recò da solo all’insegna del relax.

Anche lì, non smise di portare con sé le care vecchie abitudini, le misuratezze, le cortesie, gli obblighi. Uno degli ultimi giorni però, ci fu una valanga e la strada fu interrotta. Non poteva tornare a casa, era rimasto isolato dal resto del mondo.

Terrore!

Terrore?

Ma, a dir il vero no, non era terrorizzato, sotto l’espressione di preoccupazione si nascondeva una sorta di felicità, di alleggerimento. Non l’avrebbe mai detto, ma era felice. Segretamente e tremendamente felice.

Non poteva tornare a casa!

Che bello!

Niente telefono, niente contatti, niente visite, niente vecchie abitudini, niente doveri, richieste, aspettative. La prima cosa che fece, si tirò fuori la camicia dai pantaloni, sì in segno di ribellione, non era più quella persona precisa. Tirò fuori anche la pancia, cominciò a camminare molleggiato per caso, a saltare e anche ad urlare, sì all’inizio timidamente, poi sempre con più forza.

Non si fece neanche la barba e dopo pochi giorni non era più il Gustavo che tutti conoscevano, non aveva orari, non era più preciso, impettito, pulito, ma era diventato un vero trasgressivo, un orso di montagna.

Era sparita persino la gobba, non se ne accorse subito, ma piano piano cominciò a sentirsi più leggero e leggero e leggero e capì che sulla schiena non c’erano più impedimenti. Si alzava la mattina saltellando e fischiettando come un ragazzino, un monello che sta studiando qualcosa.

Alla fine, gli impedimenti vennero meno e lui tornò a casa. Ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma ….. tolti gli impedimenti esterni, non fu in grado di fermare questo ritorno e ….. forse era giusto così. Non avrebbe potuto scappare per sempre!

Peccato però!

Lì, sua madre, ormai vecchia ma non meno lucida di un tempo, lo accolse con una vera aggressione. Perché mai l’aveva lasciata sola tutti quei giorni? Possibile che non avesse trovato il modo di tornare a casa? Ma che valanga e valanga!

In quei giorni, per fortuna che c’erano stati suo fratello e sua sorella, altrimenti ora chissà dov’era lei!

Per fortuna sì!

Ora era arrivato il loro momento. Lui ha pagato il suo debito ed è libero!

E così si sentì libero di sbagliare, di ingrassare, di essere scortese, smoderato ……

Non fu  più il preferito di mamma!

Non l’avrebbe mai detto, ma quella preferenza era stato un invisibile peso, la sua vera valanga, che gli aveva travolto e bloccato la vita!

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15 giugno 2012 5 15 /06 /giugno /2012 09:39

Il ragazzo catturato dalla rete

 

Storie moderne del cyberspazio

 

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C’era una volta un ragazzo di nome Daniele, ma tutti lo chiamavano connessione.

Strano eh? Ma poi non così strano, se ne capiamo il perché.

Lo chiamavano così, non perché fosse sempre connesso con sé ma connesso con la rete, con il cyberspazio.

Era andata un po’ così, un po’ per noia e un po’ per gioco era entrato in rete assai piccolo e aveva iniziato a vagare, vagava, vagava, dai giornali, le immagini, le storie, le foto.

Le foto dei calciatori lo avevano catturato all’inverosimile, ne aveva colto l’essenza, aveva recuperato ogni piccola informazione, dettaglio su loro, sulla loro vita, sul gioco, sulle tecniche calcistiche.

Da lì, si era trovato in altre cose, in giochi, in chat, discussioni, face book, ecc. Non era mai solo, non si annoiava mai, un sacco di contatti, amici, confronti e poi giocava, a mille giochi e c’era sempre qualcuno che giocava con lui, nessuno gli diceva mai quel frustrante: non ho tempo!

A scuola, aveva sempre un po’ di difficoltà con i compagni, loro si davano da fare con un sacco di cose, erano svegli e in gamba, lui si sentiva sempre un po’ impacciato, allora spesso li guardava da lontano. Con le ragazze neanche a dirlo, più lontano che mai! A lui, non era dato avvicinarle.

Lui era connessione, per tutti, lo consideravano lo strano del villaggio, ogni tanto gli si avvicinavano ma non capivano bene chi fosse, taceva per la maggior parte del tempo e allora tornavano da dove erano venuti.

E così era cresciuto, andava a scuola e appena tornato si collegava lì e navigava su quelle dolci onde elettroniche. Nessuno poteva disturbarlo, nessuno gli diceva nulla, era sempre solo. I genitori lavoravano tutto il giorno, tornavano tardi, per cui lui si gestiva da solo. Era libero!

Faceva un po’ di pausa giusto per dare un’occhiatina ai compiti principali, senza perdersi troppo però, gli esercizi e le versioni le copiava a scuola, lui aveva sempre merce fresca di scambio, il gioco all’ultimo grido, in questo non rimaneva mai indietro.

Compiute queste incombenze, tornava lì. Ci faceva di tutto, mangiava, riposava, si divertiva, scambiava.

Mangiava col piatto davanti al monitor e neanche si accorgeva cosa stava ingurgitando, sua madre era contenta perché trovava tutto pulito e lui che non si lamentava mai di quello che gli lasciava. Ma anche i compiti li faceva davanti allo schermo, per non perdere informazioni, messaggi, non poteva perdere un attimo della connessione.

Quando voleva giocare un po’, non andava fuori con gli amici, giocava là dentro, attraverso quelle onde, attraverso quella scatola. Quando voleva fare due chiacchiere, ciattava con chi gli capitava. Lì c’era veramente tutto, niente e nessuno lo deludeva.

E così fino a sera, quando rincasavano i suoi.

Cenavano tutti insieme e poi ritornava alla sua postazione fino a tardi. Poi a letto e di nuovo al mattino controllava la posta, poi a scuola e ancora con il suo PC.

I genitori erano tranquilli perché sapevano che era un tipo che non aveva grandi pretese, non faceva cose strane, era in casa tranquillo e loro erano certi che non usasse droghe, che non faceva lo spericolato col motorino, che non si metteva nei guai insomma e poi, in questo modo non costava molto. Non aveva passioni di nessun tipo, né sport, né richieste. Non gli interessava come si vestiva né come lo facevano gli altri, non chiedeva capi firmati o oggetti costosi. Lui aveva la sua rete!

Ma piano piano, silenziosamente e misteriosamente il nostro Daniele era rimasto catturato nella rete, non faceva altro che stare attaccato al monitor, se non aveva mail di risposta, o contatti con qualcuno gli veniva il panico, se non trovava anima virtuale con cui giocare si sentiva sperso, il terrore lo invadeva ogni volta che doveva abbandonare il monitor, non voleva neanche più lavarsi. Talvolta saltava il pasto e neanche se ne accorgeva. Se per caso di notte si appisolava, si risvegliava di soprassalto angosciato di aver perso qualcosa. Gli altri, per lui non esistevano neanche, esistevano solo quelli nella rete come lui, quelli in carne e ossa non lo interessavano, non li vedeva, era catturato solo dall’immagine degli altri.

Un tormento vero e proprio, ma lui non lo sapeva.

Un giorno, trovò un gioco meraviglioso, “Magic life”. Lì poteva vivere una seconda esistenza, scegliersi il suo personaggio, le relazioni, le cose, essere tutto ciò che desiderava. Entrò nel gioco e ne fu letteralmente affascinato. Decise di chiamarsi Ester. Sì Ester, cambiò anche sesso e condizioni di vita. Era tutta un’altra vita! E così cominciò a non dormire più, a non mangiare, a non fare nulla, viveva solo nei panni di Ester, spregiudicata, capace, caparbia, inesorabile nei suoi obiettivi.

Era veramente magico, semplicemente meraviglioso! Era così affascinato, che vi si perse dentro, rimase catturato nella rete! Fu pescato inesorabilmente dalle immagini, dal movimento, dal suono di quel mondo virtuale.

Allora si sdoppiò, neanche se ne accorse e all’inizio non se ne accorsero neanche gli altri. Di fatto Daniele andava a scuola, faceva i compiti, mangiava, parlava del più e del meno coi genitori, andava a dormire, ecc., ma Ester viveva giorno e notte una vita parallela.

Il suo corpo era lì nella vita concreta e compiva una serie di azioni, ma la sua psiche, l’emotività, il pensiero erano rimasti imprigionati in quell’altro mondo, in un corpo virtuale. Lui non era intero, da nessuna parte. Di fatto, quello che faceva nei panni di Daniele era meccanico, senza anima, senza calore, né passione, né dolore. Quello che faceva nei panni di Ester, allo stesso tempo era spregiudicato, freddo, calcolato, senza passione, senza ardore vera.

Ora vera Sconnesso, connesso completamente alla rete, ma sconnesso totalmente da sé.

Era in due posti ma non era in nessun posto, era due ma alla fine neanche uno. Ma lui non lo sapeva, la rete gli aveva rubato anche la consapevolezza, viveva in due mondi, in due modi e non si rendeva conto, non metteva insieme i pezzi di sé. Neanche il suo cane lo riconosceva più, gli ringhiava, non voleva più saperne della sua vicinanza, nessuno capiva e pensava che la povera bestia fosse ormai vecchia e impazzita.

Un giorno capitò che suo padre si sentì male, finì in ospedale e andò in coma. Il suo corpo era lì, ma lui non c’era, non rispondeva, non sentiva, non guardava, non lo abbracciava più. All’inizio Daniele non ebbe alcuna reazione. Era immobile, impassibile, come se quello fosse un estraneo, anzi peggio, perché si ha compassione anche degli estranei che si trovano in quella condizione. Ma non lui.

Non c’era, era come il padre, non c’era.

Col passare dei giorni, qualcosa non tornava più, la sua vita fatta di schemi, di routine, di cose già incasellate, non funzionavano più, quando tornava da scuola non trovava più il pasto pronto, la sera non c’era più la cena con i genitori. Per giorni non parlava più con nessuno. Quando andava in ospedale vedeva un’espressione sul volto di sua madre che non conosceva, che non capiva. La sua bocca aveva assunto una piega che non riusciva a decifrare, gli occhi non avevano più luce, ma erano sempre bagnati, stanchi, arrossati, non lo guardavano più. Il corpo di sua madre era freddo e immoto, suo padre ancora assente.

Ma cosa stava succedendo? Fu costretto a chiedersi, finalmente. Ma ancora, quello che vedeva non si componeva insieme, in un tutto significante. Non capiva ancora.

Dall’altra Ester, cominciava ad essere stanca, non si sa perché cominciava a non avere più tutte quelle energie di prima. Bho!

I giorni passavano e le cose si ripetevano.

Un pomeriggio si recò in ospedale e la madre piangeva a dirotto, Daniele la guardava attonito. Ma che mai era successo? Perché piange?

Suo padre non si era ancora svegliato. E allora?

La madre allora lo guardò e capì che lì non c’era Daniele, ma una sorta di automa. Ma chi era quello? Chi aveva rapito suo figlio, la sua essenza?

Lo strattonò, lo schiaffeggiò, lo chiamò disperata. Allora Daniele, si scosse dal suo lungo sonno, Ester fu improvvisamente risucchiata dalla rete e torno con Daniele, i due ritornarono uno e lui sentì, sentì il dolore del corpo strattonato e schiaffeggiato, sentì le gambe instabili, sentì il pensiero che vacillava, sentì paura e rabbia.

Era confuso.

Era tornato, adesso Daniele era tornato e vedeva il padre intrappolato in una rete sconosciuta. Chissà se lui ce l’avrebbe fatta a tornare, ad essere ripescato dalla vita.

A lui era andata bene, ma adesso gli spettava una vita fatta di tanti piccoli passi, di tante piccole fatiche, di dolori e di conquiste vere!

La prima operazione: doveva sconnettersi dalla rete e riconnettersi con sé stesso.

 

By Sabrina Costantini

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11 aprile 2012 3 11 /04 /aprile /2012 06:55

La sete del deserto

 

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Un giorno come tanti altri, o almeno così sembrava, un giovane si ritrovò, non si sa come né perché, sperso nel deserto. Tutto intorno solo deserto di sassi e terra.

Ma che era successo?

Non sapeva né come, né perché fosse finito lì. Ma come?

E ora che fare? Ma che è successo?

Non riusciva a capire …… non riusciva a ricordare.

E dov’era?

Mah!

Smarrito come mai, si guardò intorno e poi ancora e ancora, tutto uguale, nessun cenno, nessun segno che gli desse un senso, l’orizzonte non mostrava niente di diverso, tutto uguale a sé stesso, tutto uniforme, di un colore neutro e sbiadito, nessun tocco di colore.

Non sapendo che fare s’incamminò, per dove neanche lui lo sapeva, ma s’incamminò.

Camminava e camminava, senza sapere dove stava andando, ma proseguiva perché questo lo teneva impegnato, gli dava un senso di utilità, come se comunque stesse facendo qualcosa, gli forniva l’illusione che prima o poi avrebbe trovato un approdo, da qualche parte sarebbe comunque arrivato. Doveva essere utile per forza, che diamine!

 Eppure man mano che proseguiva, niente cambiava, il paesaggio era sempre lo stesso, non c’era traccia di essere vivente, né uomini, né animali, né piante, solo cespugli secchi e polvere, sassi, terra arsa dal sole, pietrisco insignificante e monocolore. Polvere, polvere e polvere …

Lui stesso cominciava ad essere arso dal sole, ad avere sete e fame. Che sete ardente!

Ma si sforzava, andava avanti, pensava e ripensava, si sperdeva nella propria mente e così raggirava i bisogni del corpo, almeno per un po’. A cosa pensava? Mah, difficile da dire, in realtà erano pensieri fini a sé stessi, senza una meta, senza uno scopo, senza una consistenza, senza fondatezza, erano del tutto campati per aria, avevano l’unico scopo di portarlo via di lì come un vortice che ti rapisce inesorabilmente. Talvolta si perdeva in numeri, lettere, immagini sconosciute e via via inesorabilmente nell’oblio.

Ma alla fine, dopo tanto andare senza senso, si trovò sfinito, deprivato di ogni certezza, di ogni minimo appiglio, di ogni risorsa, sempre più esausto e ….. si fermò. Si fermò ai piedi di un gran sasso e pianse, pianse amaramente, tristemente e pianse così tanto che si dissetò delle sue stesse lacrime.

Ma chi l’avrebbe mai detto? Alla fine, la fonte migliore dove dissetarsi da quell’arsura, non si trovava in alcun luogo se non dentro di sé!

Si accovacciò su sé stesso, si appoggiò al sasso e vide delle radici, le pulì e le mise in bocca, era liquirizia, radice di liquirizia. Che buona, che meraviglia!

Adesso aveva anche il nutrimento sufficiente, succhiando si rannicchiò sempre più su sé e chiuse gli occhi, poi li riapriva e si guardava fuori, li chiudeva e guardava dentro ed il panorama era sempre lo stesso, dentro e fuori c’era solo deserto!

Dentro e fuori c’era solo deserto!

Ma ancora di più: la sete di un deserto sconfinato e sconsolato!

Quella sensazione così angosciante lo avvolgeva e lo portava via nella disperazione, dapprima si spaventò, ma poi vi ci si coricò dentro, si arrese, cedette ogni opposizione, ogni muscolo del corpo smise di lottare e si rilassò, era quasi un tappeto che lo avvolgeva e accoglieva …… alla fine fu come essere sul tappeto di Aladino, che volò via e lo portò in giro, per mari e per monti.

Sorvolava paesaggi con velocità ora vorticose, ora sonnecchiosa, con destrezza, senza alcuno sforzo, con meraviglia e leggerezza. Neanche lui capiva cosa stesse succedendo. Ma stava, si fidava e non sapeva da dove e perché avesse quella fiducia.

Alla fine si trovò sopra una casa ….. era la sua casa! ….. Ora cominciava a ricordare, sì ricordava. C’era un certo distacco nel guardare quella casa con lui dentro, si guardava dall’alto, vedeva quel sé stesso lì con la sua famiglia, nelle interazioni quotidiane. Guardò e riguardò, sorpreso, curioso, attento.

 E poi ancora il tappeto lo trasportò fuori dai suoi amici e poi a lavoro e poi in palestra e poi ….. sorpresa delle sorprese cominciò a fare un viaggio a ritroso nel tempo e gli mostrò un sé stesso che andava a scuola e via via sempre più indietro, nelle case precedenti, con gli amici dell’adolescenza e poi dell’infanzia e così arrivò fino al giorno della sua nascita.

Sì, si sorprese in quell’immagine di nascita da lui mai concepita, vide la gioia e le lacrime di sua madre che lo guardava per la prima volta. Le lesse in volto tutta la speranza e la gioia, di pensare che lui avrebbe avuto un destino migliore, che gli avrebbe dato un destino migliore, che non avrebbe fatto i suoi sbagli …. Avrebbe fatto veramente tutto il possibile per lui!

Poi vide quelle notti da lei trascorse accanto al suo lettino di febbre, vide tutte le sue paure, i timori nei suoi primi passi, al suo ingresso all’asilo, l’eccitazione e l’ansia dei suoi primi ingressi nel mondo, la scuola, le recite, lo sport, ecc. Vide suo padre, che guardava da un po’ più lontano, ma con altrettanta trepidazione. E via, via, vide mille altre piccole e grandi cose.

Tutto ciò che non aveva mai capito, tutto quello che aveva sempre vissuto come costrizione e forzatura, come prigionia, adesso gli apparivano sotto una luce completamente diversa, la prospettiva si ribaltava completamente.

Incredibile, dal quel distacco, come un uragano gli piombò addosso un miscuglio di rabbia e d’infinita tristezza: aveva passato l’intera esistenza a fuggire, a contrapporsi a quella famiglia che non l’aveva mai capito, che lo aveva sempre voluto spingere ora da una parte ora dall’altra, una famiglia da cui non si era mai sentito compreso e amato per ciò che era. Adesso, non sapeva quanto realmente lo avessero amato e compreso, ma di sicuro capiva che lo avevano voluto e avevano desiderato il meglio per lui! Si erano sforzati a più non posso, perché lui avesse il meglio!

Avevano fatto molti sbagli ma non era questo il punto, lui non l’aveva mai capito, non aveva mai capito quanto loro volessero per lui, quanto amore e dedizione e lui …. aveva sempre sprecato tutta la sua energia ad opporsi, gettando via con disprezzo e disperazione il loro amore, il loro sforzo e quello di mille altre persone. Si era sempre sentito braccato, comandato, sogghignato, additato ed invece non era proprio andata unicamente così.

Quante strade non viste, quante occasioni perse, quante persone dimenticate, quante esperienze non vissute!

Una vita sprecata …. Un deserto totale, una sete insaziabile, incolmabile, un non amore che proveniva solo da lui stesso!

E …. Mentre sentiva e pensava tutto questo, il tappeto d’angoscia lo aveva lentamente riportato al punto di partenza ed era svanito. Non c’era più angoscia, ma solo tristezza.

Rimase lì con sé stesso ancora per un bel po’, non pensava più, stava senza forza e senza speranza alcuna, senza un filo di luce, appoggiato a quel sasso. Chiuse gli occhi ripiegato sempre più, su sé.

Poi un giorno alzò la testa e aprì gli occhi, la luce era tanta ma … forse ora era pronto per andare senza opporsi, per trovare la nuova strada, per vedere cose che prima non vedeva.

Sapeva che aveva fame e sete d’altri, che non era più vittima passiva del mondo, ma che poteva essere amato, aveva gambe per andare e mani per prendere e così questa volta s’avviò verso una meta ben precisa.

Il mondo lo aspettava e lui aspettava il mondo!

 

                           Di Sabrina Costantini

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7 marzo 2012 3 07 /03 /marzo /2012 12:36

Fiaba dell’Africa Nera

 

Bey la capra e le tre Verità”

 

   Molto tempo fa, c’era una piccola capra di nome Bey che abitava con la mamma.

Un giorno che la mamma le impedì di uscire di casa da sola, la capretta si chiuse in camera sua e preparò di nascosto un sacco da viaggio.

Poi andò da sua madre e, mettendosi a tu per tu con lei, annunciò: “Non voglio più stare qui, vado a vivere nella savana. Voglio essere libera di fare quel che mi pare, uscire quando ne ho voglia, mangiare ciò che più mi aggrada, dormire se mi viene sonno. Qui tu mi soffochi, qui mi manca il respiro!”

La mamma alzò gli occhi al cielo ed esclamò: “Figlia mia, sono tua madre, non mi devi parlare in codesto modo!” Poi aggiunse: “Ciò che l’’adulto vede da seduto, il bambino non lo vede anche se sta in piedi!  Non ti avventurare nella savana: c’è il leone, il ghepardo, la iena. E’ un posto pericoloso. Inoltre ricordati che la vera libertà non è quella di fare ciò che si vuole. Dunque, ti prego, resta con me!”

Malgrado i consigli, ed anche le lacrime della mamma, la piccola capra prese le sue cose e se ne andò.

La mamma capra si ritrovò sola, ma si fece coraggio pensando che la figlia sarebbe ritornata, come era successo altre volte.

Tuttavia per consolarsi, intonò una struggente e melodiosa filastrocca, ricca di giochi di parole, che sua figlia adorava.

Bey udì quel canto, ma questa volta era ben decisa a non farsi vincere dagli affetti familiari e proseguì la sua marcia senza nemmeno voltarsi un attimo indietro.

Cammina, cammina, al tramonto arrivò nella vasta distesa della savana.

“Evviva!” gridò la capretta “Eccomi finalmente libera!” E si mise a ballare e a cantare di gioia.

Ma fu interrotta da una voce nasale: “Hum! Come danzi bene caprettina! E che vocina dolce hai! I tuoi occhi sono brillanti e la tua carne così tenera che si scioglierebbe in bocca!”

Chi parlava così era Bouki, la iena, che era comparsa alle spalle di Bey: il suo sorriso faceva ben vedere le sue enormi mascelle.

La caprettina si mise a tremare e a battere i denti dalla paura.

Con una vocina che avrebbe fatto intenerire chiunque, cominciò a supplicare la iena di risparmiarla.

Bouki rifletté un istante e disse: “ Capretta, se vuoi avere salva la vita, devi dirmi in fretta tre verità: tre verità così vere, che balzino agli occhi incontrovertibili, senza ombra di dubbio!”

Temendo per la sua vita, la capretta provò a dire una prima verità.

“Se raccontassi a mia madre di aver incontrato una iena che non mi ha mangiato, lei non ci crederebbe per niente.” Dichiarò.

“Hum!!! Annuì Bouki, con il suo abituale sorriso. “E vero! Questo è verissimo! Ora dimmi la seconda verità”

La capra mormorò: “Se tu, cara Bouki, dicesi alla tua sorella di aver incontrato me, senza mangiarmi, ella non ci crederebbe mai e poi mai.”

“Sei ben intelligente! Ecco una verità che non si può smentire” ammise la iena.

A questo punto, preso coraggio, la caprettina, senza porre in mezzo alcuna pausa, enunciò la sua terza verità: “Cara iena, se non mi hai ancora mangiato, è perché non hai fame.”

“Hum, hum! Ecco una verità molto vera” riconobbe la iena, “in effetti ho appena divorato una grassa gazzella”.

“Cara capretta, hai superato la prova, sei salva, ma ora fila dritta a casa, perché fra un pochino potrei cambiare idea.” Sentenziò infine il feroce carnivoro.

Bey corse veloce a casa. Come la sua mamma la vide, l’’abbracciò stretta stretta. Entrambe piansero dalla gioia.

La caprettina racconto le sue peripezie alla mamma e poi le domandò: “E’ con la verità che si trova la libertà? Oppure è lungo il cammino della libertà che si trova la verità?

La madre non rispose, iniziò invece a canticchiare sommessamente la ninna nanna con cui era solita addormentare la figlia da piccolina.

Con quel canto voleva dire che la verità si trova solo con l’amore e l’affetto.

 

(Associazione Thiaroye, O.N.L.U.S. (2011). Le fiabe dell’Africa Nera. Giovani Africa Edizione, Pontedera)

 

 

 

Pensieri Liberi

 

Questa fiaba narra del legame fra una madre e una figlia, il legame ed il passaggio generazionale, il legame che nutre e sostiene ma che talvolta pesa, trattiene e toglie l’aria. Non a caso, come succede a tutti gli adolescenti, è proprio grazie alla rabbia che la capretta riesce ad andare via, ad assottigliare il legame, in modo di poter esplorare il mondo.

Il legame infatti, proprio perché nutriente e protettivo è di difficile gestione, è complesso trovare la giusta distanza fra vicinanza e  libertà, fra amore e oppressione. Ma soprattutto, è difficile “spezzare” un legame d’amore e la rabbia, il sentirsi soffocati produce un’ottima spinta e motivazione. Naturalmente non si tratta di spezzare, ma di cambiare, trasformare la forza della presenza e la natura dell’unione.

  In questo progetto della capretta, la madre cerca di dissuaderla, mettendo in evidenza la saggezza genitoriale, che vede stando seduti, ciò che il piccolo non vede neanche in piedi. Occorre esperienza e saggezza per saper comprendere le cose del mondo ed il giovane che anche si trovasse di fronte all’evidenza non la vedrebbe, proprio per mancanza di questo bagaglio.

Ma le sue parole non furono sufficienti, di conseguenza la lasciò andare e l’accompagnò con la filastrocca da lei tanto amata, come per lasciarle in eredità il suo amore. Quella che la piccola dovette far finta di non sentire, per poter proseguire il proprio cammino. L’amore lega e vincola così tanto, da rendere difficile l’andare.

In effetti, la piccola appena giunta nella savana incontra un temibile nemico, la iena e la fortuna vuole che non abbia fame.

La iena infatti, le propone una via di salvezza percorsa dalla saggezza, deve pronunciare tre verità incontrovertibili e lei in effetti, intelligente e furba riesce in quest’arduo compito, stupendo la belva feroce. Ma non è questo a salvarla, come ben sa la madre, bensì la realtà del fatto che la iena ha appena mangiato ed è completamente sazia.

Le tre verità riguardano proprio questo, questa realtà in atto e la sua capacità di vedere, la capretta mostra proprio questa capacità, ma se la iena non avesse già mangiato, non avrebbe avuto il tempo di osservarla. La giovane è ben abile nel capire costa sta capitando, ma non nel prevedere e nel proteggersi da sola ed in questo ha bisogno ancora della madre.

La libertà che mette a rischio, non ha tempo di essere assaporata, di condurre alla verità. La fortuna e l’amore del legame permette a Bey di salvarsi la vita e la riconduce a casa.

Una volta a casa si interroga sulla natura della verità e della libertà, sulla loro relazione. Non comprende se la libertà conduce alla verità, quello che è successo partendo e incontrando la realtà con la iena, o se la verità conduce alla libertà, l’incontro con la iena che la riporta a casa.

Dicendo questo propone un dubbio umano di notevole importanza, se la libertà stia andare per il mondo, fare ciò che si vuole oppure stare a casa, sentire di aver scelto questa strada, di aver verificato le proprie necessità.

La madre però propone la sua visione della verità: è l’amore la sua fonte, quella che permette di andare, fornendo un bagaglio che pesa e sostiene, ma anche quell’amore che accoglie e sostiene al ritorno, senza imprigionare.

 

                 By Sabrina Costantini

 

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