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2 marzo 2011 3 02 /03 /marzo /2011 12:52

La valigetta del dottore!

Dott.sa Sabrina Costantini

 

 

 

Quando pensiamo al medico di qualche “anno fa”, ci viene in mente una figura amichevole, sorridente, rassicurante, conosciuta, il medico di famiglia appunto, nel senso più ampio del termine. Una figura familiare, nota, appartenente alla famiglia stessa, di cui si ha rispetto ma anche fiducia e familiarità.

La medicina degli anni passati infatti, non conosceva la specializzazione crescente che caratterizza invece gli ultimi decenni. Il medico era medico globale, medico di famiglia, perché conosceva bene tutta la famiglia, era legato ad essa emotivamente e curava ciascuno di essi in ogni suo malessere e preoccupazione, faceva nascere ciascuno di loro e li accompagnava alla morte.

La sua valigetta quindi, comprendeva strumenti di ogni genere e tipo, dallo stetoscopio al martelletto, dal forcipe alla garza, dall’ago al filo di sutura, ma conteneva anche tutta l’emotività, l’interesse e la passione che possedeva per quel mestiere, per le persone e le generazioni delle singole famiglie, che curava e di cui si occupava.

Il medico quindi, non solo era appagato dalla soddisfazione diretta e intrinseca della professione stessa, dalla possibilità di veder nascere, star meglio e guarire i suoi assistiti, ma anche da un ruolo sociale concordemente attribuito, contraddistinto da rispetto, rispettabilità, rettitudine, onestà, serietà, disponibilità. Tutto ciò, costituiva un ulteriore pagamento, di natura squisitamente emotiva, un ulteriore filo conduttore, per proseguire in una certa condotta personale e professionale.

Il ‘900 ha assistito sempre più ad una maturazione, ad una progressiva crescita delle scienze, delle conoscenze, delle ricerche, delle tecniche, della chimica e farmaceutica. In linea diretta con ciò, la medicina è diventata sempre più iperspecialistica e specializzata. Per ogni singolo organo, per ogni singolo osso, per ogni singolo segmento, esiste una branca teorica ed applicativa speciale, che se ne occupa.

Tutto sempre più efficace e specializzato. Ma …………. Chi si occupa del paziente nella sua globalità? Chi si occupa dell’intera famiglia? Chi è il medico oggi? Chi è il medico di famiglia? Cosa contiene oggi, la valigetta del dottore?

Il medico di famiglia oggi, non è più ciò che era prima. Non ha più la confidenza, la conoscenza, l’intimità col paziente, per potersi permettere una lettura totale, il superamento dei confini corporei, una reale comprensione ed interesse per ciò che succede alla persona di fronte a lui. Spesso, spinto da una crescente specializzazione delle indagini e delle branche del sapere, viene deprivato della possibilità di comprendere e curare il proprio paziente, in modo diretto.

Ne consegue che, l’individuo si trova a passare da uno strumento diagnostico ad un altro, da un professionista ad un altro, tutti perfettamente sconosciuti ed ignoti, intercalati da attese burocratiche, sportelli di prenotazione e modulistica. Il medico cosiddetto di famiglia a sua volta, si trova a fare il vigile che smista da una branca ad un’altra, da un esame ad un altro, cercando di rimettere insieme i pezzi del puzzle, ormai suddiviso in frammenti minuscoli. Chissà quanti pezzi si perdono, nei meandri delle infinite corsie ed ambulatori!

Sicuramente il potere, la precisione, la puntualità della diagnosi e della cura, sono accresciuti infinitamente, il microscopio ha raggiunto ingrandimenti sempre crescenti, dando visibilità a ciò che sembrava inesistente. Si è delineata un’immagine sempre più limpida di un corpo umano, scomposto nelle sue unità micrometriche.

       In linea generale, ne deriva un’aumentata fiducia nella medicina come scienza. All’atto pratico però, manca sempre più intimità e globalità, nella relazione medico-paziente. Sia il paziente che il medico, risultano come “due organi” che s'incontrano per uno specifico scopo: la diagnosi. S'incontra l’organo malato del paziente e l’occhio specialistico del curante. Ci si dimentica la sottostante multidimensionalità di queste due persone, che portano con sé pensieri, emozioni, riflessioni, motivazioni consce e inconsce, esperienze, ecc. Un insieme di elementi che influiscono infinitamente sulla malattia, sulla cura, sulla guarigione, sulla vita!

Una delle condizioni più lampanti rispetto a quest’ottica, è rappresentata dalle malattie croniche e/o recidivanti, con decorso infausto, come i tumori di vario tipo, le patologie cardiache, renali, ecc. Sempre più, si avvalora l’importanza di un approccio bio-psico-sociale, a partire dalla diagnosi, per finire con la cura e la terapia del dolore. Si legge a più riprese (Guex, 1991; Pietropolli Charmet, 1987; Cigoli, Mariotti, 2002: Zullo, Felaco, 2005) l’importanza di un approccio individualizzato, pensato sul quel singolo malato, l’importanza della comunicazione della diagnosi, nella forma, nel modo e nella quantità che il paziente riesce a tollerare, in quello specifico momento. Si sottolinea l’importanza della famiglia, come elemento di ulteriore relazione col medico, come risorsa per il malato e la sua terapia.

Si parla di un rapporto medico-paziente, caratterizzato da un “consenso informato” (Ripamonti, Clerici, 2008), inteso non solo come forma contrattuale legalizzata, ma come un consenso sostanziale ed effettivo, dove il paziente viene messo a conoscenza della sua condizione, dove si forniscono tutti gli strumenti necessari ed indispensabili perché riesca, non solo a portare avanti i vari trattamenti, ma a partecipare lui stesso, con consapevolezza alla formazione del percorso terapeutico, a comprendere ed accettare gli esiti del trattamento e della malattia.

Nasce sempre più il bisogno di rendere il malato indipendente, edotto, capace di partecipare alla propria cura, come al resto della propria vita. Il paziente, non più soggetto passivo che subisce acriticamente, diventa l’altro polo della relazione, elemento attivo e consapevole.

Ricordiamoci che l’atto di omissione è un processo che va nella direzione opposta del consenso informato ed è realmente dannoso. L’omissione di informazioni da parte del medico, sulle prime può apparire un modo di alleggerire il paziente, di evitargli un dolore, ma costituisce un inutile peso per il medico e alla lunga, un processo regressivo e dannoso, per il paziente. In questo caso, il medico si assume la totale responsabilità di ciò che il paziente deve sapere o meno, svalutando la persona e le sue risorse, compreso le difese che gli permetteranno di prender atto di quanto comunicatogli, nel modo più adattivo rispetto al proprio equilibrio emotivo di quel momento.

Per arrivare ad un consenso informato effettivo, è necessario comunicare al paziente ciò che gli sta capitando e gli capiterà, renderlo consapevole delle tappe, dell’evoluzione della malattia e dell’involuzione delle sue potenzialità-sanità. E’ indispensabile una comunicazione franca ed etica, che comprenda informazioni complete, incluse le possibili cure alternative. Assurdamente ma onestamente, tutto ciò comporta lasciarlo scegliere anche per la non terapia, per il mancato intervento. Pensiamo ad esempio agli interventi invasivi e lesivi, come l’asportazione di un arto. E’ tutto suo diritto dire no, rifiutare una tale possibilità.

Lo specialista, che conosce il paziente da pochi minuti o poche ore o giorni, deve comunicare tutto questo, deve saperlo fare nel modo migliore, con maggiore chiarezza possibile, con il linguaggio più comprensibile possibile, tenendo conto del suo mondo rappresentazionale e di quanto può tollerare in quel momento. Lo specialista, deve fornire gli strumenti necessari, affinchè la persona riesca a comprendere e decidere per la propria vita. Deve anche saper aspettare il tempo giusto, affinchè le difese più marcate e immediate si smorzino, a favore di una maggiore capacità di far proprio quanto verrà comunicato e di un adattamento più funzionale.

In considerazione di ciò, mi chiedo come fa il medico, sempre più specializzato in peculiari organi e funzioni, orientato ad elementi infinitesimali, atto a metodologie tecnologicamente all’avanguardia, a sapere quando le difese del paziente si sono smorzate, quando ha trovato un adattamento psicologico sufficiente, quali siano gli elementi del suo mondo rappresentazionale, ecc., ecc.

Tutte queste funzioni, sono proprie di un altro specialista.

Ed il medico, non può neanche intuitivamente arrivare a tale livello! E non certo per mancanza di capacità o esperienza, tutt’altro, ma per mancata globalità.

La settorizzazione della medicina, sia nella teoria che nell’effettiva pratica, fa sì che si gestisca l’individuo e la sua malattia, esattamente come si gestisce un motore, che necessita della sostituzione di un pezzo. In realtà, anche lì per una diagnosi più completa, è necessaria la visione complessiva del mezzo (motore, spinterogeno, pompa dell’acqua, accensione, ecc.). Non ci si può certo fermare alla sostituzione più esterna, del pezzo singolo.

Del resto, il medico conosce come funziona il corpo nel suo intero, ma a forza di lavorare nello specifico, di cesellare il dettaglio, si perde di vista la capacità di zoommare a più riprese, fra l’organo e l’individuo nel suo complesso, si perde di vista l’obiettivo più totale e complesso.

Anche gli interventi sono depurati del corpo concreto del medico, spesso non si taglia più neanche con la mano ed il suo bisturi, ma si usano elementi intermedi, onde, laser, sonde, ecc.

Ancora di più, in quest’ottica crescentemente scientifica, si perde di vista il rapporto con sé e con l’altro, l’importanza delle emozioni, delle fantasie, delle rappresentazioni, ecc. Ci siamo abituati a pensarsi in termini di funzioni, attività, prestazioni, ambiti di azione, come se fossero elementi giustapposti e affiancati da un ordine casuale.

Comunicare al paziente la diagnosi con tutte le cautele suddette, renderlo edotto al fine di ottenere un reale consenso informato, accompagnarlo lungo tutto il percorso di cura e spesso verso la morte più indolore possibile, comporta un contatto consapevole con le emozioni che toccano (Quinodoz D., 2004), con ciò che è esplicito ed implicito. Comporta recuperare un tutto, composto di parti interagenti significativamente, una pelle che riunisce gli organi, ma anche i pensieri, le emozioni, le fantasie, ecc.

Non è sufficiente comunicare dei dati, dei risultati e delle prospettive, è necessario riunire tutti gli elementi in un Io che esperisce, prima di parlare, in un Io che sente e che comunica speranza e fiducia. Non basta presentare risultati scientifici, ricerche e statistiche, occorre la forza della convinzione e dell’emotività di chi applica tutto ciò. La persona vuol essere vista, vuol sentirsi vista come è nella sua specificità, non come semplice numero da aggiungere ad altri numeri.

Perché il medico possa infondere fiducia in lui e nel trattamento, è necessario che lui stesso ci creda, che si soffermi a sentire quanto ci crede, quali timori e perplessità albergano in lui.

Spesso ci dimentichiamo e sottovalutiamo il fatto che il medico è anche un uomo, un essere umano che ha delle esperienze personali con la morte e la malattia, ha le proprie paure, vive il proprio senso di smarrimento e di impotenza, al di là di ogni strumento iperscientifico a sua disposizione. E questo, non è diverso da ciò che conteneva la valigetta del medico di famiglia, cento anni fa. Con una grossa differenza: il diverso utilizzo che si fa, del suo contenuto.

Oggi non c’è più tempo, né spazio per riflettere su questi aspetti personali, sulla propria emotività, sull’importanza di questi elementi, sull’andamento della relazione con il paziente, con il collega ed il resto dell’equipe. Non c’è modo di fermarsi ad ascoltare, a riflettere, a condividere, a guardare. Spesso, lo specialista non sa più guardare negli occhi e comunica il referto, la diagnosi e prognosi, continuando a fissare le carte o consultando lo schermo del PC! Non guarda negli occhi il paziente, non scambia con lui un lampo di emotività, non sa minimamente quali difese stia mettendo in atto quell’uomo, a cui si rivolge senza intimità!

Il radioterapista più di altre, è una figura che si nasconde dietro lo strumento, dietro la macchina che cura. Certo è anche comprensibile, visto che si tratta di un tecnico e non è abituato alla relazione. Ma pensiamo al paziente in radioterapia: immobile, in silenzio, da solo in quella stanza! E’ molto angoscioso.

Spesso, bastano piccole comunicazioni, informazioni su semplici strategie volte ad evitare o ridurre gli effetti collaterali, così devastanti e demoralizzanti. Spesso basta poco, per far sentire il paziente meno solo, più accompagnato.

Tutto questo fa sì che la valigetta del medico specializzato, sia sempre più ricca di piccoli strumenti ultratecnologici, ma sempre più vuota di quegli strumenti posseduti fin dalla nascita, caratteristici di un individuo in relazione con gli altri, di un individuo in contatto con la vita e con la morte. La valigetta, è sempre più deprivata degli elementi costitutivi della sua umanità.

In quest’ottica, chi aiuterà il medico a comunicare la diagnosi di cancro, che ormai suona come una “condanna a morte”, ad un paziente, che dovrebbe fornire il proprio consenso per un intervento lesivo ed invasivo, per una cura debilitante quale la chemioterapia o radioterapia? Chi o cosa aiuterà il medico a spiegare in modo comprensibile e accettabile per il paziente, che la propria vita cambierà inesorabilmente? In che modo, il medico potrà comunicare l’interruzione del trattamento?

Quali strumenti s'inventerà la scienza, per dotare il medico di una valigetta più fornita ed adeguata?

Per incrementare la dose, immaginiamo l’ambiente dell’oncologia pediatrica, guardiamo in faccia i piccoli con tutta la loro sofferenza, dipinta dai cerchi sotto gli occhi, dallo sguardo spento e triste, da quella luce di speranza ormai sbiadita, volta a volerci ancora capire qualcosa, a recuperare quel balocco dimenticato in chissà quale angolo. Guardiamo poi le famiglie, i genitori con le loro angosce per il presente ed il futuro, spinti solo dalla forza della disperazione.

In questo quadro, inseriamo il medico che deve comunicare una diagnosi, deve proporre una terapia, il cambio di una terapia, magari un’indagine invasiva, un trapianto, un intervento deturpante, una prognosi infausta e via dicendo. Il medico che deve dire e spiegare alla famiglia, che deve dire e spiegare al bambino, per quanto ciascuno di loro può e riesce a comprendere e tollerare. Il medico deve saper dire, deve saper chiedere, deve saper ascoltare fra le lacrime e la disperazione, deve saper sostenere.

Non ci dimentichiamo che tutto questo non è solo pertinenza dello psicologo, dello psichiatra o del neuropsichiatra. Perché sì, può e deve esserci lo psicologo, il neuropsichiatra e lo psichiatra, che offrono un appoggio e uno spazio di elaborazione in tutte queste fasi, ma rimane responsabilità e ruolo del medico, comunicare quanto sta succedendo e quanto succederà al paziente, dal punto di vista organico.

Chi aiuterà il medico, a fare tutto questo? Chi gli mostrerà la via e gli strumenti, per procedere in un campo che è di pertinenza medica, ma trascende dalla medicina e dalla scienza?

Esistono delle discipline di formazione, dirette in questo ambito, come la psicologia medica o la medicina psicosociale, ma generalmente chi si rivolge in questa direzione, in realtà ha già una sua sensibilità in questo senso e al contrario, rimane estranea a quanti ne avrebbero realmente bisogno. Questa strada quindi, resta poco nota e poco pubblicizzata, perché troppo lontana dalla logica adottata per anni e anni.

Una formazione in questa direzione, stravolge totalmente la logica fino ad ora conosciuta e promossa dal/al professionista della sanità. Qui infatti, non si parla di una “formazione a” ma di “formazione attraverso” (Guex, pp. 99-100). Si arriva cioè a comprendere che noi siamo lo strumento, certi traguardi si raggiungono “attraverso” noi stessi. L’individuo rappresenta la cassa di risonanza emotiva, cognitiva e conativa, elemento di tramite fondamentale per l’altro. La riflessione e la consapevolezza su quanto pensiamo, sentiamo e percepiamo, a livello conscio e inconscio, ci permette di capire il livello dell’altro, il nostro libello, ci consente di stare in relazione senza angosce, di sentire senza esserne stravolti, sconvolti e distrutti.

Il medico, più di ogni altra professione deve raggiungere quel delicato equilibrio fra il sentire ed il distacco, in modo da poter comunicare con un essere umano tutto intero e nello stesso tempo da non farsene coinvolgere al punto di perdere la lucidità, necessaria per procedere nella propria professione. Ma un tale, difficile equilibrio, può essere raggiunto solo attraverso una formazione specifica, unita e accompagnata ad un lavoro di riflessione su sé stessi, che permetta il dispiegarsi di quanto compreso con la mente, la razionalità e l’esperienza emozionale.

Lo stesso dicasi per gli altri operatori della salute, vedi ad esempio la figura dell’infermiere, quella che più di ogni altra si trova giorno dopo giorno, giorno dopo notte, momento dopo momento, a contatto col malato, con le cure, con il suo dolore fisico, acuto e cronico, con il suo dolore emotivo, recente ed antico, con le lamentele di ogni tipo. L’infermiere è colui che spesso somministra il trattamento o prepara ad esso, colui che raccoglie “i pezzi” di ciò che rimane dopo un trattamento chemio o radio terapico, dopo un intervento o un’indagine invasiva.

Ma chi aiuta, chi sostiene, chi ascolta questi operatori? Chi condivide con loro? Chi si preoccupa di cosa, tutto questo comporta per loro? Chi si occupa di quanto tutto questo dolore, possa essere mal gestito e rigettato sulla propria vita e inconsapevolmente sui pazienti stessi?

La mancanza di strumenti adeguati infatti, rende sempre più fragili gli operatori sanitari, che vivono costantemente con i malati cronici. Loro che hanno scelto questa professione, per curare e guarire, si trovano costantemente a gestire un dolore mal curabile, una patologia raramente risanabile. Si trovano costantemente in contatto con le urla, le lamentele, le lacrime piante e soffocate.

Si crea sicuramente un gap difficile da gestire emotivamente, difficile da digerire e condividere.

Infatti, i meccanismi di difesa spesso adottati per sopravvivere, creano altrettanti danni del cancro, per entrambi i membri della relazione. Si può andare dall’eccessivo coinvolgimento emotivo, dalla proiezione del proprio mondo interno sul paziente, all’indifferenza, alla distanza emotiva, alla scissione profonda dell’individuo, visto solo come un organo, come una patologia o un numero di letto, di stanza e niente più.

A ben vedere, quest’ultimo modo è chiaramente favorito dall’attuale indirizzo della scienza e della medicina, nell’ottica della crescente parcellizzazione. Oltretutto, chiamare con il numero di letto, rispetta perfettamente la privacy. 

Il risultato è che il medico si trova a comunicare una diagnosi infausta, senza tener conto dell’onda d’urto provocata sul paziente e dell’onda di ritorno su lui stesso. Allora il medico si ritrova, non solo in mezzo ad un insieme di organi e funzioni, ma si riscopre anche immerso in un mare di emozioni inattese ed imprevedibili.

Frugando frugando nella valigetta, che ormai è lì appoggiata immobilmente da anni a prendere polvere e che non giunge più a casa dei pazienti, non si troverà nessuno strumento che gli permetta di gestire al meglio tutto ciò, tanto meno di comprendere quello che è giusto fare e se è giusto farvi qualcosa.

Ma chi si occuperà dei medici, del personale infermieristico e delle loro valigette? Chi si prenderà cura dell’equilibrio e del benessere, di coloro che curano?

Chi comprenderà, che la medicina non cura?

E’ il medico, che cura. E’ l’uomo che cura, l’uomo tutto intero, con le sue conoscenze, tecniche, esperienze, emozioni, relazioni, che si rivolge ad un altro uomo nel suo intero, con le sue emozioni, pensieri, credenze, esperienze, relazioni, reti relazionali, occupazioni, progetti, ecc.

Per arrivarci, è necessario che la scienza recuperi quanto ha perso per strada e riesca ad integrare il sapere sempre più specialistico e parcellizzato, con l’intero in cui tutto questo è immerso, che integri l’organo con il corpo in cui è inserito, il corpo con tutto quanto vi avviene, concretamente e non.

Solo in questo modo, l’approccio bio-psico-sociale può diventare una realtà fattuale. Non più una politica di successo, uno slogan di ultima generazione.

Nella realtà terapeutica infatti, troppo spesso, si ripara alla sofferenza emotiva, somministrando ansiolitici, barbiturici o quant’altro risulti utile a mettere a tacere una condizione, vissuta come ingestibile. Capita spesso che il medico non chiede neppure “come sta” al paziente, per timore che si spalanchino le porte, di un mondo sconosciutamente angoscioso e angosciante.

Allora l’hospice, la morte indolore, la dignità del morire e della malattia cronica, diventano solo politiche economiche. Si dà il permesso di utilizzare morfina, oppiati e quant’altro risultava inutilizzato fino a qualche anno fa, per lenire il dolore del corpo e annebbiare la mente, ma il dolore dell’anima non viene minimamente ascoltato.

Mi chiedo, quale dignità si restituisce al paziente, quale qualità di vita gli si attribuisce, se si nega una parte di lui, la più importante: il suo sentire.

Non dimentichiamoci infatti che il sentire del corpo è strettamente connesso col sentire emotivo, ma non si risolve in esso. Infatti, tacendo l’uno non si fa tacere automaticamente anche l’altro. Sono interconnessi, ma si collocano su due piani diversi e parimenti, richiedono due tipi di interventi, legati ma separati nello stesso tempo.

Ad esempio, il paziente in chemioterapia, pur non avendo disturbi o dolori, determinati dalla malattia, per il solo fatto di essere sottoposto a chemioterapia non si sente né del tutto sano, né del tutto malato, quindi più che mai abbisogna di contatti continui con l’equipe. C’è uno sconcerto emotivo, un dolore, che non trova riscontro,comprensione e l’equipe curante risulta essenziale per trovare una direzione, un senso e una via.

L’immagine che il paziente ha di sé come malato, di sé come era prima della malattia, la visione di sé nella relazione nel momento attuale, confrontata con quella precedente, il dolore della perdita, la tristezza dell’irrecuperabilità, la solitudine profonda del non sentirsi visto tutto intero, il silenzio del non ascolto, l’urla della disperazione soffocate nel proprio petto: tutto questo, non passa con un analgesico. Ma non passa neanche con un ansiolitico. Si può appiattire il sentire, si può far capire che deve lasciar perdere, non deve parlarne o pensarci. Ma, nessuna di queste manovre, modificherà minimamente il suo vissuto.

La politica attuale tende a far scomparire il dolore, a favore di una qualità di vita e di malattia sufficientemente dignitosi, ma non sono convinta che ciò sia del tutto adeguato. Non sono sicura che togliere totalmente il dolore, sia così favorevole all’individuo. In fin dei conti il dolore fisico, ha un preciso significato nella sfera bio-psico-sociale, rappresenta un messaggio ben chiaro ed importante, ha a che fare con il malato e la malattia, con tutto ciò che ne rappresenta.

Togliere il dolore è un po’ come negare la realtà in atto, la realtà della malattia con tutto quello che comporta a livello biologico, sociale, emotivo, cognitivo, decisionale, comportamentale, ecc. Si elimina questa componente percettiva, ma il sentire non corrisponde alla condizione del corpo, ormai depauperato, depredato, svilito e sfinito. L’immagine che il corpo rimanda, non corrisponde affatto alla sua consapevolezza e percezione, ciò crea sbilanciamento e disorientamento.

Non solo, l’intervento esclusivo sul dolore fisico, determina un forte squilibrio rispetto al vissuto emotivo, che invece permane sulla scia del dolore. Per cui, il corpo tace ed è apparentemente quieto, ma l’emotività è costantemente dilaniata da un dolore profondo e misterioso. Ciò rischia di creare un grande sbandamento, uno squilibrio fra i due piani, non più in sintonia, togliendo elementi importanti alla comprensione e alla consapevolezza.

Forse è importante fare un passo indietro o almeno fermarsi sul posto, cercare di dare una risposta più globale che includa entrambe i piani. Una paziente agli stadi terminali, ha sintetizzato molto chiaramente tutto ciò, dichiarando di voler “vivere la propria morte”!

Infatti, nonostante  i grandi passi della medicina, il malato oggi, morirà da solo, molto più di ieri! Il medico oggi, si troverà a gestire la propria incurabilità da solo, molto più di ieri. L’infermiere oggi, si troverà a gestire un corpo sofferente e senza vita da solo, molto più di ieri.

Forse, ci siamo dimenticati di alcuni importanti strumenti, necessari nella valigetta del dottore!

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Cigoli V., Mariotti M. (a cura di) (2002). Il medico, la famiglia e la comunità. L’approccio biopsicosociale alla salute e alla malattia. Franco Angeli, Milano.

Guex P.(1991). Psicologia e cancro. Un approccio globale al malato e alla sua famiglia. Franco Angeli, Milano.

Pietropolli Charmet G. (a cura di) (1987). La democrazia degli affetti. Formazione psicologica in ospedale. Raffaello Cortina Editore, Milano.

            Quinodoz D.(2004). Le parole che toccano. Una psicoanalista impara a parlare. Roma, Borla.

Ripamonti C.A., Clerici C.A. (2008). Psicologia e salute. Introduzione alla psicologica clinica in ambiente sanitario. Il Mulino, Bologna.

Zullo C., Felaco R. (2005) Esperienze in Psicologia ospedaliera. Liguori editore, Napoli.

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