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9 novembre 2011 3 09 /11 /novembre /2011 07:56

                                            Stile di dipendenza VI parte

Dott.sa Costantini Sabrina

 

Grafico n° 13. “Considerazioni dopo aver risposto a queste domande sul tuo  stile di vita?”

(per problemi tecnici non è possibile riportare i grafici, chi fosse interessato mi può contattare e li invio per email. sabrina.costantini1@tin.it)

 

  

Da quanto emerso in merito al differenziale semantico, i ragazzi si presentano e si vivono nella condizione intermedia del continuum che unisce le coppie debole-forte, piccolo-grande, passivo-attivo, indifferente-emotivo, falso-vero, senza scopo-motivato, cattivo-buono, sporco-pulito, disonesto-onesto.

Infine, il Grafico n° 13 mostra la distribuzione delle risposte relative ad una delle due ultime domande aperte, che chiede impressioni e considerazioni al termine della compilazione. Notiamo subito un’alta percentuale di non risposte (32,3%), seguita da considerazioni pertinenti agli obiettivi del questionario, in quanto riguardanti lo stile di vita (29,2%), il conoscersi (9,4%), considerazioni sulle regole (9,1%),  valutazione della propria situazione (6,3%) e così via. Queste risposte, sembrano confermare l’utilità di uno strumento, che crea l’opportunità di riflettere su certe tematiche e di scardinare alcune abitudini acquisite da tempo, protratte automaticamente al di fuori della consapevolezza.

 

 

 

Conclusioni

 

La nostra trattazione aveva l’intento di condividere un’esperienza di Educazione alla Salute e allo Stile di Vita, rivolto ad alcune classi delle scuole medie inferiori e superiori. Come già esposto avevamo due obiettivi primari, raccogliere informazioni circa lo stile di vita di questi ragazzi e fungere da catalizzatore del pensiero e dell’autoriflessione, primo passo per il cambiamento.

In linea generale, l’intervento è stato ben accolto dai ragazzi e dagli insegnanti, che sembrano aver afferrato l’opportunità di riflessione e di confrontazione su certe tematiche.

La collaborazione aumenta decisamente per i ragazzi della scuole media inferiore, mentre in quella superire si è riscontrato maggiore ostracismo e ribellione generale, in linea del resto con i dati ricavati dal questionario, dove i comportamenti più estremi sono maggiormente rappresentati dai ragazzi più grandi (ubriachezza, possesso di più cellulari, abuso di TV, abuso di SMS, abuso di internet e playstation).

Dai dati abbiamo riscontrato che il nostro campione è costituito da ragazzi con una vita dinamica, piena di sport, hobbies, interessi, relazioni, ecc. Piena anche di mezzi di comunicazione di massa, quali PC, TV, cellulare, Playstation, utilizzati quotidianamente, in linea coi tempi.

Come per l’uso di sostanze e di cibo, anche i media sono conosciuti ed usati da tutti, ma in alcune buone percentuali sfiorano o arrivano fino all’abuso e alla dipendenza. Come già accennato, i comportamenti più estremi sembrano più propri dei ragazzi della scuola secondaria, in sintonia con l’età e alla fase più pienamente adolescenziale, ma anche più vicina alla maggiore età, che li rende più svincolati e autonomi, rispetto alle figure genitoriali. C’è anche da chiedersi se questi dati siano rappresentativi della fascia d’età o meno, ricordiamoci infatti che arrivano da studenti di un istituto professionale, spesso scelto preferibilmente dai ragazzi più in ribellione, rispetto alle figure adulte e a certe condotte normative.

Nello specifico, i dati più salienti sono costituiti da un’alta percentuale di soggetti che consuma alcool, ma da una percentuale di esperienze di ubriachezza contenuta (il 4% si è ubriacato più di 10 volte ed il 63% non si è mai ubriacato). Questo elemento si mostra in linea con altre ricerche, che individuano un abbassamento dell’età media di utilizzo d’alcool, in Italia è pari a 12,2 anni contro la media europea di 14,6 anni. Si ricava quindi (soprattutto per i ragazzi più grandi) il nuovo modello di consumo, caratterizzato da occasionalità, intensità e spesso intossicazione.

Anche l’uso di fumo e di cibo, mostrano una certa propensione all’abuso e alla dipendenza, almeno per una percentuale dei ragazzi. Infatti, il 15% fuma quotidianamente, il 17% invece ha sperimentato l’abbuffata di cibo, per oltre cinque volte.

Nello specifico abbiamo visto che i ragazzi maschi più grandi fanno maggior uso di fumo, di alcool e si ubriacano più spesso, conoscono più persone che fanno uso di droghe.

Ancora in linea con i dati di altre ricerche, abbiamo individuato che l’80% dei ragazzi possiede il cellulare, il 20% ne ha due e il 50% di loro, è entrato in possesso del primo cellulare a 10-12 anni, ma una certa percentuale abbassa l’età a circa 4-5 anni. Mentre nell’uso di sostanze i ragazzi più grandi si distinguono dai più piccoli, ciò non si verifica per i cellulari, indicandoci quindi un suo utilizzo quotidiano assai precoce.

I ragazzi inoltre, si distribuiscono per lo più nell’uso di internet nella fascia che va da 1 a 2 ore, ma percentuali significative si riscontrano anche per la fascia delle 7 ore. L’uso di TV si attesta su un range che va da 1 a 3 ore, il 3% dei ragazzi di secondo grado arriva fino a 7 ore, come arriva sempre a 7 ore per quanto concerne l’uso di Play station (4,3%). In effetti il 18,8% dei ragazzi inserisce fra gli hobbies il multimediale.

Da altre indagini (Petrella) si è visto che i bambini fra i 4 e i 14 anni in Europa, siedono davanti alla TV per una media di tre ore al giorno, con un picco massimo di sei ore. In America riscontriamo dati ancora più eclatanti, si trascorrono circa 15.000 ore annue davanti alla TV, contro le 11.000 trascorse a scuola.

Se mettiamo insieme l’uso di tutti i mezzi a disposizione (TV, computer, Playstation, cellulare) vediamo che i valori salgono notevolmente, facendoci pensare ad una giornata tipo, piena di medianità. Tirando le somme di tutto questo, possiamo dire che esiste una certa tendenza all’abuso di sostanze (fumo e cibo) e di mass media di vario tipo. Una tendenza per va accrescendosi con l’età, soprattutto nei confronti dei comportamenti estremi (esperienze di ubriachezza, 7 ore di internet, di TV, ecc.) e riguarda maggiormente i maschi piuttosto che le femmine (per alcool e fumo).

Altri elementi più innocui, presentano parimenti una percentuale d’abuso, il 9,9% di ragazzi pratica da 8 a 10 ore di sport settimanali, il 9,9% ne pratica oltre 10, inoltre il 6,5% frequenta gli amici per 6 ore il giorno ed il 7,5% per sette ore.

In questo senso si può parlare di stile di dipendenza, presupponendo che esista comunque una certa tendenza ad abusare di certi strumenti o sostanze. Abbiamo già visto come l’adolescente, seppur svincolato concretamente rispetto alla totale dipendenza del bambino, rimane dipendente emotivamente. Una dipendenza che va a riversarsi su certi strumenti e certe sostanze, come probabile riempitivo di tempo, di stimoli e come tramite di socializzazione. Non a caso, il nostro campione trascorre molte ore con gli amici e nello stesso tempo con i mezzi tecnologici o con lo sport, come se costituissero appunto uno strumento intermediario per la socializzazione. All’inverso potrebbe anche essere vero che gli amici costituiscono un tramite per compiere date attività (sport, internet, ecc.). In entrambe i casi, si evince come la necessità di un oggetto intermedio (forse “transazionale” nei termini di Winnicott?) per arrivare ad un certo obiettivo, ci parli di bisogno e di dipendenza da elementi strumentali esterni.

Per cui, dando per scontato che esista una qualche forma di abuso, si tratta di individuare lo stile di dipendenza, l’oggetto che la riguarda ed il grado di nocività. Da quanto intravisto in quest’indagine, i ragazzi sembrano già dipendenti dalla tecnologia e dal loro uso smodato.

A conferma di ciò, durante la discussione di classe, è emerso varie volte che alcuni studenti hanno sperimentato vera e propria angoscia-panica, nel momento in cui sono privati del cellulare, mentre altri non possono fare a meno di controllare l’arrivo di sms o di posta elettronica, durante altre attività (es. lo studio). Queste considerazioni inoltre, sono emerse dai ragazzi più piccoli, che dai dati sembrano i meno dipendenti.

Un dato che ci ha stupito notevolmente è rappresentato dalla mancata influenza dello stile educativo, sul consumo di sostanze e di mass media. Ciò, toglierebbe potere all’apporto genitoriale nel direzionare e proteggere da certe condotte. Questo dato, potrebbe essere interpretato in altri modi, una possibilità consiste dalla provenienza del risultato, ovvero determinato da un’autocompilazione. Non sappiamo se la classificazione autodescritta, corrisponda alla visione prodotta in letteratura, nel scegliere certi concetti. Un’altra possibilità, potrebbe essere data dallo scarso controllo genitoriale, un’ipotesi particolarmente appropriata soprattutto per quanto concerne la TV, il PC, il cellulare, la playstation, gli amici, lo sport, in quanto ambiti apparentemente innocui. Questo indurrebbe a pensare ad una possibile sottovalutazione dei rischi e di conseguenza del controllo, apportato su tali condotte. Può anche darsi che data l’impostazione quotidiana dell’era post industriale, i genitori, al di là dello stile educativo, siano sempre meno presenti e attenti nel dare certe regole e nel farle rispettare, spesso i ragazzi stessi trascorrono molte ore fuori casa, quindi fuori dall’occhio genitoriale. In questo caso, l’assenza concreta del genitore, condurrebbe ad un’autoregolazione della condotta non sempre concretamente regolata. Inoltre, un elemento sempre più evidente delle ultime generazioni di genitori, corrisponde alla crescente difficoltà di gestire le regole ed i confini dei propri figli.

Infine, potremmo anche pensare che quanto scoperto da Lewin valga pienamente anche per l’influenza genitoriale, ovvero che per incidere sulle abitudini dei ragazzi sia necessario qualcosa di più delle semplici informazioni, regole o ramanzine. Può darsi che, anche in questo caso sia necessario scardinare le idee e le abitudini con un coinvolgimento diretto e critico della parte interessata, ciò che abbiamo cercato di introdurre appunto con il nostro intervento.

Le risposte alla domanda aperta sulle considerazioni finali e le riflessioni nate dal confronto diretto con i coetanei, ci fanno pensare alla grande utilità di interventi di educazione che cerchino di costruire uno spazio di riflessione e autosservazione, circa le proprie abitudini, credenze, usi ed abusi.

Ovviamente, non sappiamo che ricaduta avrà il nostro intervento a breve e lungo termine, sulle convinzioni e sulla condotta. A brevissimo termine, sembra aver stimolato riflessione e pensiero su condotte ormai automatiche. Probabilmente costituisce solo un piccolo intervento, ma ciò che conta è che fornisca la spinta ad apportare un modello d’intervento condotto in modo continuativo ed evolutivo.

L’efficacia maggiore, per quanto riscontrato nel corso degli incontri, riguarda soprattutto i ragazzi delle scuole medie inferiori. I ragazzi delle scuole superiori invece hanno mostrato un atteggiamento ribelle e svalutante, confermato anche dalle risposte all’ultima domanda (“considerazioni finali”).

L’elevata percentuale di mancate risposte, soprattutto nella prima parte del questionario, induce a pensare ad una certa mancata collaborazione, ma anche ad una sorta di ansia, concretizzabile in ansia dell’anonimato, ansia del giudizio, ansia del confronto, che mostra la difficoltà e problematicità nel parlare di sé, pur trattandosi di abitudini e modi di fare.

Tutto ciò non fa che rinforzare l’idea, di dover promuovere un’Educazione alla Salute permanente e sempre più precoce rispetto all’età, che riguardi prima di tutto la capacità di fermarsi a guardarsi, a riflettere su sé e a confrontarsi con gli altri.

Relativamente al contenuto, ci sembra che i risultati diano ragione circa l’importanza di continuare a lavorare su abitudini, routine, convinzioni, comportamenti, usi e abusi, relativi a tutto ciò che ci circonda. Nel corso del nostro intervento (confermato nei questionari), abbiamo anche intravisto la difficoltà e problematicità circa l’integrazione razziale, che potrebbe costituire ulteriore tema di intervento.

Durante gli incontri, si è riscontrato una scarsa sovrapposizione fra quello che pensano alcuni insegnanti e quanto visto da noi. Alcune classi ci sono state presentate come poco collaboranti e poco capaci di fermarsi a riflettere e discutere, invece con nostra sorpresa il più delle volte, quelle si sono mostrate delle ottime classi, nel svolgere il compito assegnato. Ciò ci induce a riflettere sulla necessità di ampliare ed uniformare la visione dei mezzi a disposizione, delle risorse e capacità di ciascuno, per poter tirar fuori le parti migliori di ciascun ragazzo.

E’ importante sottolineare che l’educazione alla salute non deve riguardare esclusivamente i ragazzi, ma deve essere estesa ad insegnanti e genitori, per costruire una rete unica ed integrata di protezione per le nuove generazioni. La salute deve costituire un bene desiderabile e perseguibile nel tempo, con l’integrazione e la collaborazione di tutte le parti in gioco.

 

 

Bibliografia

           

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     Petrella R. Comitati Genitori, Censis. Media e minori nel mondo. Scenari internazionali, sfide per il futuro. www. comitatigenitori.it

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     Winnicott D.W. (1968). La famiglia e lo sviluppo dell’individuo. Armando editore.

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7 novembre 2011 1 07 /11 /novembre /2011 11:55

                                                Stile di dipendenza V Parte

Dott.sa Costantini Sabrina

 

Grafico n° 4. Valutazione comparativa fra stile educativo e uso di sigarette (item 10: “Hai mai provato a fumare sigarette?”)

(per problemi tecnici non è stato possibile riportare i grafici, chi fosse interessato può scrivermi e li invierò per posta elettronica: sabrina.costantini@tin.it

Grafico n° 5. Valutazione comparativa fra stile educativo e uso di alcoolici (Item 12: “Hai mai bevuto alcolici?”)

 

Grafico n° 6. Valutazione comparativa fra stile educativo ed esperienze di droga (Item 15: “Conosci qualcuno che fa uso di droghe?”)

 

Osservando i dati successivi, entriamo nel merito delle condotte multimediali.

Intanto dalla Tab. 5 osserviamo l’età in cui i nostri ragazzi hanno avuto il primo cellulare. Più del 50% ha avuto il primo cellulare fra i 10 e i 12 anni, la restante gran parte del campione si distribuisce nella fascia superiore (13 anni) e quella inferiore (9 anni), ma è presente anche una piccola percentuale dei casi riguardante la fascia dei 4 -6 anni.

I dati sono abbastanza conformi con quelli di Ribecco (Centro studi Minori e Media), relativi all’indagine condotta su un campione di 2264 minori, uniformemente distribuiti sul territorio italiano. In questa ricerca emerge che l’84,4%  dei bambini tra gli 8 e i 14 possiede un cellulare, l’età media di acquisto del primo telefonino si verifica a 10-11 anni, il 20% degli intervistati arriva a possedere due o tre telefonini e una parte di loro ha avuto il primo cellulare all’età di quattro anni.

Il Grafico n° 7 ci mostra la conformità di quanto detto, infatti l’80% circa possiede questo mezzo e il 20% ne possiede due. In questo caso, la differenza fra i due istituti è minima, si differenzia a favore dei ragazzi più grandi, rispetto al possesso di due cellulari.

Anche riguardo al numero di sms spediti, non si individuano differenze statisticamente significative fra i due istituti (grafico n° 8). Il 36% dei ragazzi di primo grado ed il 24% di quelli di secondo grado inviano da 1 a 5 messaggi al giorno ed il 3% circa dei ragazzi di primo ed il 21% di secondo grado ne inviano più di 20, rispettivamente l’8,3% ed il 2,5% ne spediscono da 50 a 100 al giorno e il 5,3% e 2,5% oltrepassa i 100 sms quotidiani. Complessivamente, una buona percentuale invia un numero di sms assai elevato.

Tenendo inoltre conto che l’istituto superiore è scarsamente rappresentato dal sesso femminile, quello più propenso all’uso di sms, si può supporre che una distribuzione più proporzionata fra i due sessi, potrebbe far schizzare il dato ad un numero decisamente più elevato per la fascia d’età maggiore.

Il Grafico n° 9 ci mostra che, in larga parte il nostro campione non eccede in telefonate, rispettivamente il 42% e il 35% dei due istituti telefona da 0 a 5 minuti il giorno. Naturalmente, come per ogni condotta presa in esame, esiste poi sempre una quota che abusa del mezzo, in questo caso rispettivamente il 6% ed il 9% telefona per più di 45 minuti al giorno, il 3% ed il 6,9 telefona da 30 a 45 minuti al giorno, l’intervallo che va dai 15 ai 30 minuti conta un 15% e un 18% rispettivamente.

Complessivamente il cellulare sembra molto presente nella vita di questi ragazzi. Non solo è posseduto da quasi tutti, ma se una metà circa del campione lo usa moderatamente (sia in termini di sms che in tempo di telefonate), l’altra metà va verso valori più elevati, fino ad arrivare all’abuso e alla dipendenza.

Tab. 5 Distribuzione dei dati relativi all’età del primo cellulare

 

 

Grafico n° 7. Distribuzione comparativa fra i due istituti, dei dati relativi alla domanda: “Quanti cellulari hai?” (item 16)

Grafico n° 8. Distribuzione comparativa fra i due istituti, dei dati relativi alla domanda: “Quanti sms spedisci al giorno?” (item 17)

Grafico n° 9. Distribuzione comparativa fra i due istituti, dei dati relativi alla domanda: “Quanti minuti al giorno trascorri in telefonate?” (item 18)

Il Grafico n° 10 ci mostra la distribuzione comparativa fra i due istituti, per quanto concerne l’utilizzo di internet. Una buona percentuale (17% dei ragazzi più grandi e 24% circa di quelli più piccoli) utilizza internet per meno di un’ora al giorno o per un’ora (rispettivamente il 17% ed il 20% circa), ma anche gli intervalli superiori presentano dati elevati: tre ore al giorno (il 9% e 3,8), quattro ore (3,8% e 4,4%), sei ore (4,5% e 1,9%) ed infine una buona percentuale (23,3 e 15,1%) lo utilizza per sette ore, un dato molto elevato e allarmante.

Le percentuali di consumo della TV (Grafico n° 11) ci mostrano che il 25% dei ragazzi di secondo grado ed il 31% circa di quelli di primo grado, si attestano sulle due ore, mentre il 21% e il 15% rispettivamente si attestano sulle tre ore, il 7% circa di entrambe i gruppi si spostano sulle quattro ore ed il 3% dei ragazzi più grandi si attestano sulle sette ore. Se sommiamo questo tempo alle ore trascorse davanti al PC, riscontriamo una quantità di video veramente elevata e preoccupante.

Il Grafico n° 12 riguarda i dati relativamente all’uso della Play Station. Il 17% ed il 28% circa dei ragazzi dei due istituti, lo usano per meno di un’ora al giorno, il 18% ed il 10% circa rispettivamente per un’ora al giorno, il 13% e 8% rispettivamente per un paio di ore al giorno e via via scemando verso i valori più elevati, fino ad un 4% di ragazzi della scuola superiore, che lo utilizzano per 7 ore circa.

Anche se non esiste differenza statisticamente significativa, si nota che per tutte le condotte, i valori più estremi (6-7 ore) relativi a tutti i  mezzi (cellulare, computer, TV, playstation) riguardano quasi esclusivamente i ragazzi più grandi, come se le condotte fossero ben presenti fin dai 12 anni, ma non arrivassero ancora all’abuso e alla dipendenza.

La Tab. 6 infine, ci mostra le preferenze relative ai vari mezzi. Su internet sembrano andare per la maggiore le chat amicali (22%), i giochi interattivi (11%) e l’attività di scaricare musica, video, ecc. Relativamente alla TV invece sembra esserci una equodistribuzione per i vari programmi, che vanno dai cartoni, ai film, alla satira, ecc. I giochi della play station preferiti invece riguardano principalmente quelli di guerra (22%) e di sport (34%). Un po’ conformemente all’età dei ragazzi, intermedia fra l’infanzia e l’età adulta, la fruizioni dei programmi distribuire le preferenze su vari tipi di prodotto, nell’una e nell’altra direzione.

Il dato allarmante, che conferma le indagini riportate da altri (Petrella), non è quanto tempo questi ragazzi impiegano con uno di questi mezzi, quanto piuttosto il tempo totale che impiegano miscelando tutti questi mezzi, che produce un cocktail mediatico assai potente e nocivo.

 

Grafico n° 10. Distribuzione comparativa fra i due istituti, dei dati relativi alla domanda: “Quanti ore al giorno trascorri su internet?” (item 19)

Grafico n° 11. Distribuzione comparativa fra i due istituti, dei dati relativi alla domanda: “Quanti ore al giorno trascorri davanti alla TV?” (item 24)

Grafico n° 12. Distribuzione comparativa fra i due istituti, dei dati relativi alla domanda: “Quanti ore al giorno trascorri davanti alla Play station?” (item 26)

 

Tab. 6 Distribuzione relativa all’utilizzo di Internet, TV e Play Station

 

Età del primo cellulare

N

%

4 anni

2

0,7

6 anni

2

0,7

7 anni

3

1,0

8 anni

10

3,4

9 anni

30

10,3

10 anni

55

18,8

11 anni

54

18,5

12 anni

49

16,8

13 anni

27

9,2

14 anni

13

4,5

15 anni

2

0,7

nr

45

15,4

TOTALE

292

100

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2 novembre 2011 3 02 /11 /novembre /2011 11:59

                                                     Stile di dipendenza

Dott.sa Costantini Sabrina

 

 

Grafico n° 1. Confronto fra istituti e genere, relativamente al consumo di sigarette

 (Dato il problema tecnico, chi fosse interessato ai grafici mi scriva, glielo invio direttamente. sabrina.costantini1@tin.it)

 

Grafico n° 2. Confronto fra istituti circa l’abitudine di bere alcolici

 

Grafico n° 3. Confronto fra istituti circa l’abitudine di ubriacarsi

 

I grafici n° 4, 5, 6 ci mostrano la valutazione comparativa fra certe condotte (fumo, alcool e droga) con gli stili educativi. Da quanto possiamo vedere esiste una propensione degli stili educativi permissivo e supportivo ad influire su questi comportamenti, accrescendo la percentuale d’uso di fumo, alcool e presumibilmente droghe. Tendenza che non raggiunge però la significatività statistica.

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non è emersa influenza neppure fra stile educativo e uso dei media (cellulare, computer, Tv, play station) (per brevità, non riportiamo i dati).

Questa mancanza di correlazione ci induce a pensare che, o lo stile educativo non prevede la regolazione dell’utilizzo di tali mezzi (cellulare, PC, ecc.), in accordo con la loro supposta innocuità, oppure che il loro impiego è influenzato prepotentemente da altri fattori, che non sono mediati dallo stile genitoriale. Nel caso delle sostanze però, non si può parlare di loro presunta innocenza, in questo caso quindi peserebbe più l’ipotesi di una preponderante influenza di altri elementi.

In ogni caso, anche in assenza di significatività, si osserva comunque una tendenza da parte di stili educativi meno strutturati e rigidi, ad influire sul loro uso. E’ probabile quindi che queste condotte di abuso siano influenzate da fattori diversi, interagenti in modo diverso nelle varie circostanze, tale da creare un processo difficilmente misurabile in modo univoco. Può anche essere possibile che le condotte più soggette ad abuso, proprio perché facilmente seduttive e avvolte da certi valori simbolici, necessitano di una regolamentazione e di un controllo esterno forte e costante.

C’è inoltre da dire che, la classificazione dello stile educativo è stata compiuta in base all’autovalutazione dei ragazzi, per cui potremmo ipotizzare che questa percezione non corrisponda necessariamente all’idea teorica degli autori che hanno individuato queste categorie educative.

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2 novembre 2011 3 02 /11 /novembre /2011 07:56

                                                                 Stile di Dipendenza Parte IIIB

 

 

 

 

Tab. 3 Distribuzione dei dati relativamente ad alcune attività quotidiane

 

 

 

ITEM 5

Quante ore alla settimana dedichi allo sport?

N

%

 

0-2

50

17,1

 

2-4

65

22,3

 

4-6

47

16,1

 

6-8

31

10,6

 

8-10

29

9,9

 

Più di 10

29

9,9

 

nr

41

14,0

 

TOTALE

292

100

 

 

 

 

ITEM 6

Quante ore al giorno studi?

N

%

 

Mai

35

12,0

 

Meno di 1

52

17,8

 

1

69

23,6

 

2

69

23,6

 

3

34

11,6

 

4

21

7,2

 

5

7

2,4

 

Oltre 6 ore

1

0,3

 

nr

4

1,4

 

TOTALE

292

100

 

 

 

 

ITEM 7

Quante ore al giorno trascorri con gli amici?

N

%

 

Mai

12

4,1

 

Meno di 1

20

6,8

 

1

26

8,9

 

2

56

19,2

 

3

62

21,2

 

4

35

12,0

 

5

34

11,6

 

6

19

6,5

 

7

22

7,5

 

nr

6

2,1

 

TOTALE

292

100

 

 

 

 

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31 ottobre 2011 1 31 /10 /ottobre /2011 13:57

 

 

                                                Stile di dipendenza Parte III A

 

Dott.sa Costantini Sabrina

 

 

 

 

 

La Tab. 4 ci mostra che il 41% del campione ha provato a fumare sigarette e di questi solo il 15,8% fuma quotidianamente, mentre il 12% non risponde. Ricordiamo che questo dato corrisponde ad una media determinata dalla metà del campione costituito da ragazzi dell’istituto di media inferiore, forse ancora distanti da certe condotte abituali e dall’altra metà da ragazzi di un istituto superiore, dove invece il fumo sembra una realtà quotidiana, osservabile direttamente nella stessa scuola. Ciò lascia pensare che la media dei ragazzi d’età inferiore sia nettamente più bassa, mentre la media dei ragazzi  d’età superiore sia nettamente maggiore, che quindi la media svilisca molto il problema effettivo.

 

L’80% dei ragazzi fa uso di alcoolici, ma il 63% (Tab. 4) dichiara di non essersi mai ubriacato, mentre l’8% circa si è ubriacato dalle 4 volte in poi, il 21% circa si è ubriacato in modo più occasionale (da 1 a 3 volte) e il 7% non risponde.

 

Dai grafici n° 1, 2 e 3 possiamo notare che esiste una differenza statisticamente significativa fra maschi e femmine e fra istituti, relativamente all’uso di sigarette e alcool. E’ risultato che i maschi fumano (chi2 =4,8 con p =.03) e bevono (chi2 =6,9 con p =.009) più delle femmine  e l’istituto di secondo grado fuma (chi2 =85,4 con p <.001), beve (chi2 =14,8 con p <.001) e si ubriaca (chi2 =52,3 con p <.001) più di quello di primo grado. Lo stesso andamento, è stato individuato anche relativamente alla conoscenza di persone che fanno uso di droghe (per brevità non riportiamo i dati). La differenziazione in base all’età e al sesso, ci conferma quanto appena detto sulla riduttività della media statistica, nella descrizione di queste condotte.

 

E’ probabile che i ragazzi di una certa fascia di età, più delle ragazze, abbiano trovato uno status simbol o un modello d’identificazione (adulta e/o maschile) contraddistinta da certe condotte (uso di alcool, fumo e droghe), del resto pubblicizzate in modo più o meno diretto da film e spot. Identificazione, che probabilmente le ragazze hanno trovato in altri tipi di condotte, quali il look, lo shopping, certi interessi, attività più marcatamente femminili, in base all’immaginario collettivo.

 

    

Tab. 4 Abitudini relative all’uso/abuso di fumo e alcool

 

 

 

-         nr sta per non risponde

     

ITEM 10: Hai provato a fumare sigarette?

N

    %

SI

120

41,1

NO

171

58,6

nr

1

0,3

TOTALE

292

100

ITEM 11bis

Attualmente quanto spesso fumi?

N

%

 

Ogni giorno

46

15,8

 

Almeno una volta a settimana

15

5,1

 

Meno di una volta a settimana

9

3,1

 

Non fumo

187

64,0

 

nr

35

12,0

 

TOTALE

292

100

 

 

 

 

ITEM 14 bis

Hai bevuto tanto da essere ubriaco?

N

%

 

No, mai

184

63,0

 

Sì, 1 volta

41

14,0

 

Sì, 2-3 volte

21

7,2

 

Sì, 4-10

13

4,5

 

Sì, più di 10 volte

12

4,1

 

nr

21

7,2

 

TOTALE

292

100

 

 

 

 

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27 ottobre 2011 4 27 /10 /ottobre /2011 14:08

                                                     STILE DI DIPENDENZA II Parte

                                                           Dott.sa Sabrina Costantini

 

Considerazioni sull’attività svolta

 

L’attività sopra descritta, ha trovato un diverso accoglimento nei due tipi di scuole.

Presso la scuola media inferiore, si è riscontrato un buon interesse generale, sia da parte dei discenti che dei docenti. Alcune classi si sono distinte per l’interesse sull’argomento e la vivacità nella discussione. Parimenti, alcuni docenti hanno offerto complicità e sostegno, preparando gli alunni al lavoro preposto, attraverso attività pregresse e interagendo con la discussione di classe, durante l’intervento stesso.

In quest’ ambito, sono nate riflessioni assai interessanti circa la natura della dipendenza e gli elementi che accomunano oggetti diversi (alcool, fumo, cellulare, internet, ecc.). E’ stata riscontrata un’alta consapevolezza circa la dinamica della dipendenza, non legata specificatamente all’oggetto, ma alla relazione con l’oggetto. I ragazzi comprendono che anche oggetti innocui come internet, il cellulare, o il cibo stesso, possono diventare fonte di disagio e abuso. Alcuni di loro, vivono già questa condizione, sentendosi incapaci di rimanere una sola giornata, senza connettersi, telefonare o scambiare sms.

Nella gran parte dei casi, è risultato uno stile di vita ancora molto dinamico, legato alle attività sportive e alle relazioni vis a vis. Non mancano comunque attività fortemente abitudinarie, vicine ad uno stile di dipendenza (in particolare da internet e cellulare).

Grazie al reciproco confronto, gli studenti hanno mostrato una notevole sensibilità circa questi temi ed una grande intuizione, nell’individuare le giuste definizioni alle parole “abitudine” e “dipendenza”. Si sono mostrati in grado di descrivere i contesti e le personalità, che possono in qualche modo essere a rischio di abuso, la loro naturale curiosità a sperimentare cose nuove e dal desiderio di sentirsi grandi, “ganzi”, rispettati da tutti, nonché le influenze implicite derivanti dal gruppo dei pari, dai media televisivi, dagli spot pubblicitari, ecc.

Le classi coinvolte nella discussione, hanno mostrato un particolare senso critico verso l’utilizzo della tecnologia, suggerendo spesso la necessità di trovare limiti entro cui muoversi, per una fruizione più sana e consapevole.

Relativamente alle sostanze, i ragazzi sembrano abbastanza lontani sia da alcool che da droghe, mentre una certa percentuale sembra già dedita al fumo di sigarette.

Durante l’attività svolta, sono stati riscontrati anche degli ostacoli e difficoltà. Uno di questi riguardava una scarsa capacità di discussione, a livello di classe. Ovvero, i singoli ragazzi sono stati capaci di produrre riflessioni assai interessanti e stimolanti, i piccoli gruppi hanno evidenziato un sufficiente livello di analisi, ma il livello di discussione di classe, si è articolato con una certa fatica. In quest’ultima condizione, si è individuato una difficoltà a dialogare e ad esprimere il proprio mondo interno, in relazione agli altri.

Si è verificato frequentemente, un mancato rispetto dei turni di parola ed del corretto rispetto delle opinioni altrui, che hanno dato luogo a sovrapposizioni fra più persone.

Inoltre, spesso i ragazzi di provenienza ed etnia diversa risultano esclusi (da sé o dagli altri), nella discussione, in piccolo e grande gruppo. Nonostante questa situazione, un solo insegnante si è fatto carico di esporre il problema dell’integrazione razziale.

Quanto descritto è genericamente valido anche riguardo alle classi di scuola media superiore, con un minor senso di collaborazione, un atteggiamento più marcatamente ribelle, una scarsa disposizione al confronto nel lavoro di plenaria ed un atteggiamento più marcatamente antirazziale.

 

Osservando i dati

 

Osserviamo adesso alcuni dati, emersi dal questionario.

Nella Tab. 1 vediamo la descrizione dettagliata del campione, composto principalmente da adolescenti che rientrano nella fascia 13-16 anni, per lo più di sesso maschile. La prevalenza del sesso maschile è determinata da una percentuale assai esigua di ragazze, presso l’istituto di secondo grado, che abbassa la media generale.

La Tab. 2 ci mostra che il 64,7% dei ragazzi ha mangiato tanto da sentir lo stomaco scoppiare e di questi il 17,1% per più di 5 volte (il criterio da noi scelto per misurare una condotta che va oltre la situazione occasionale), mentre il 34,9 non risponde.

La Tab. 3 evidenzia che quasi tutti questi ragazzi praticano sport, la metà circa si attesta nell’intervallo che va dalle 2 alle 6 ore settimanali ed un 30% si distribuisce nelle fasce di impegno superiore (fino alle 10 ore).

Relativamente alle ore di studio, il campione si distribuisce per il 60% nella fascia centrale, che va da meno di un’ora a 2 ore giornaliere, abbiamo poi un buon 12% che dichiara di non studiare mai e meno del 10% studia dalle 4 ore in su. Infine, il 60% circa trascorre con gli amici dalle 2 alle 5 ore quotidiane, il 14% vi trascorre 6-7 ore ed il 4,1% mai. Questo dato si sovrappone alla frequenza riscontrata nelle altre attività, infatti con gli amici si fa sport, si usano i media, si ascolta musica, si studia, ecc.

Un altro elemento interessante è rappresentato da una discreta percentuale, relativa alle mancate risposte (nr), persino nelle domande che riguardano il sesso e l’età, oppure in quelle a carattere neutro come “Quante ore di sport settimanali?” (ben un 14%). E’ difficile dare un’interpretazione univoca a questo dato. Se da una parte fa pensare al probabile tentativo di non essere identificato, dall’altra forse raccoglie anche quelle situazioni in cui c’è incertezza nella risposta. In ogni caso, traduce una motivazione non sempre piena e una probabile sfiducia nell’utilizzo dello strumento e in particolare nell’effettivo anonimato. Se però procediamo con le domande vediamo che tale elemento, tende a scomparire a circa metà del questionario. Non sappiamo se determinato da una maggiore serenità di risposta dopo un po’ di domande, che fungono da frangi ansia, o se determinato dal contenuto specifico delle domande. E’ possibile che le domande sull’uso di internet, play station, cellulare e altro, siano vissute come maggiormente serene, rispetto a quelle inerenti l’uso di alcol, cibo, ore di studio, ecc. Teniamo conto infatti, che il questionario è stato somministrato nel contesto scolastico, talvolta in presenza del docente.

 

 

Tab. 1 Descrittiva del campione

 

Età      N         %                                           Genere                       N         %

 

12        14        4,8                                          Femmine                    83        28,4

13        83        28,4                                        Maschi                       202      69,2

14        76        26,0                                        NR                             7          2,4

15        38        13,0                                        Tot                              292      100

16        45        15,4

17        22        7,5

18        7          2,4

nr        7          2,4

Tot      292      100

 

-         nr sta per non risponde

 

Tab. 2 Distribuzione relative a condotte alimentari inappropriate

 

nr – sta per non risponde

 

Item 2

Ti è mai capitato di mangiare moltissimo e in fretta tanto da sentirti lo stomaco scoppiare?

N

%

 

SI

189

64,7

 

NO

101

34,6

 

nr

2

0,7

 

TOTALE

292

100,0

 

 

 

 

Item 3 

Se sì, quante volte?

N

%

 

1 volta

37

12,7

 

2 volte

53

18,2

 

3 volte

38

13,0

 

4 volte

9

3,1

 

5 volte

3

1,0

 

Superiore a 5 volte

50

17,1

 

nr

102

34,9

 

TOTALE

292

100

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26 ottobre 2011 3 26 /10 /ottobre /2011 09:51

                                                     Stile di dipendenza   I Parte

Dott.sa Costantini Sabrina

 

 

 

Presentazione

 

Il presente articolo costituisce la rielaborazione dell’attività di prevenzione ed educazione alla salute, svolta in alcune scuole pisane da: Dott.sa Sabrina Costantini, Psicologa Psicoterapeuta, Dott.sa Agnese Petrelli, Psicologa, Dott. Renzo Piz, Psicologo Responsabile Educazione alla Salute e Bioetica, Azienda usl 5, Pisa.

Gli interventi avevano l’obiettivo di raccogliere informazioni circa le abitudini dei giovani, in relazione all’alimentazione, al bere, all’organizzazione quotidiana, all’uso dei mezzi tecnologici, alle relazioni. I dati conseguentemente raccolti, avevano una doppia funzione, quella di monitorare le condotte giovanili da una parte e di costituire un’opportunità di riflessione per gli interessati stessi, dall’altra. Questa a sua volta, costituiva la base per la promozione e l’educazione alla salute, in merito alle condotte designate, divenendo quindi il tema centrale dello scambio fra ragazzi ed esperti.

L’intervento proposto infatti, si pone come attività di prevenzione primaria, secondaria e terziaria, mirando a prevenire, modificare e confinare lo stile di vita e quelle abitudini, diventate ormai veri e propri abusi fino a costituire delle possibili dipendenze.

 

 

Campione e Metodologia

 

L’attività di prevenzione ed educazione alla salute che andiamo a presentare, è stata svolta nel maggio 2008, dalla Dott. sa Sabrina Costantini e dalla Dott. sa Agnese Petrelli, in collaborazione con l’Unità Operativa di Educazione alla Salute e Bioetica, diretta dal Dott. Renzo Piz.

L’intervento ha coinvolto un Istituto di scuola media inferiore e un Istituto Professionale, del comprensorio pisano.

Sono stati coinvolti complessivamente gli alunni di nove classi, otto terze ed una seconda classe del primo istituto e otto classi del secondo, per un totale di 292 studenti, distribuiti come segue:

-         8 classi terze e una classe seconda, di scuola secondaria di primo grado (N=159; età media 13,3) e

-         8 classi (4 prime e 4 seconde) di scuola secondaria di secondo grado (N=133; età media 14,9).

 

Tre classi delle scuole medie inferiori includevano la presenza di un insegnante di sostegno, per la presenza di disabili, uno di questi caratterizzati da un livello di ritardo cognitivo importante, gli altri da un livello medio-basso.

Varie classi, sia delle scuole medie inferiori che di quelle superiori inoltre, comprendevano numerosi alunni di altre nazionalità, religioni ed etnie.

Ciascuna classe ha usufruito di un intervento di due ore circa, durante le quali è stato distribuito e compilato individualmente, un questionario anonimo relativo allo stile di vita. Il questionario aveva lo scopo principale di permettere ai ragazzi di fermarsi e riflettere sul proprio modo di vivere, sulle abitudini e sulle emozioni connesse.

     Si tratta di un questionario anonimo sugli stili di vita, costruito appositamente per l’occasione, composto da 32 domande (sia aperte che chiuse), formulate per indagare la frequenza di numerosi comportamenti riguardanti la salute, la percezione del proprio benessere e le abitudini, spaziando su argomenti vari, quali l’utilizzo del cibo e dell’alimentazione, lo sport, lo studio, le relazioni amicali, gli hobbies, il fumo di sigarette, l’uso di alcoolici, l’uso di droghe, l’uso di cellulare, internet, PC, TV, Play Station, ecc.

     Relativamente a ciascuna condotta, si è cercato di rinvenire qualità, quantità e frequenza, in modo da stabilire se si trattasse di uso saltuario/occasionale, uso quotidiano, abuso o dipendenza.

     Nell’ultima parte inoltre, è stato introdotto il questionario “Io e la mia salute” di Bonino et al. (2003), volto all’individuazione dello stile educativo genitoriale percepito (autorevole, autoritario, supportivo e permissivo).

     Il questionario si conclude con due domande aperte riguardanti considerazioni, pensieri, sensazioni, conseguenti alle tematiche proposte.

La compilazione del suddetto strumento, aveva lo scopo di favorire la partecipazione e riflessione personale, di fungere da catalizzatore della consapevolezza sulle abitudini quotidiane, spesso diventate automatiche e scontate. Nello stesso tempo, contemplava l’obiettivo di utilizzare il breve tempo a disposizione nel modo più fruttuoso possibile, per ottenere una ricaduta sugli interessi sulle loro curiosità, in particolar modo sui loro bisogni, nonché su un auspicabile cambiamento nello stile di vita (laddove necessario).

     In seguito alla compilazione, per favorire la discussione, si è divisa la classe in piccoli gruppi. In particolare, ci interessava far soffermare i ragazzi sulle possibili connessioni, di alcuni temi trattati. Sono state proposte due tracce di riflessione:

1)   lo stile relazionale, connesso con il tipo di uso dei mezzi tecnologici (quali internet, cellulare, ecc.) e i relativi stati emotivi

2)   lo stile alimentare, connesso all’uso-abuso di alcool, fumo, droga e i relativi stati emotivi.

 

     Infine, come momento finale si apriva la condivisione di quanto emerso nei piccoli gruppi, con relativa discussione finale di classe.

     E’ stata scelta questa metodologia di lavoro, articolata su più livelli (individuale, di piccolo gruppo e in plenaria), per favorisce la partecipazione di tutti gli individui, da quello più timido e introverso a quello più rumoroso e vivace, offrendo la possibilità (a vario titolo) di esprimere il proprio pensiero e le proprie idee.

 

 

Promozione della Salute e Dipendenze

 

Il tema degli incontri, articolato attraverso il questionario, i gruppi di confronto e la plenaria, concerneva lo stile di vita e le nuove dipendenze (da cellulare, internet, play station, TV, ecc.).

La scelta del contenuto dell’intervento è derivata da una concertazione di fattori quali, richieste degli insegnanti, osservazione delle condotte scolastiche dei ragazzi, conoscenza delle statistiche in merito a certi fenomeni, logica lavorativa degli organizzatori in termini di prevenzione, ecc.

La scelta metodologica a sua volta, è stata determinata da una duplice motivazione, di tipo conoscitivo e d’intervento vero e proprio nei confronti dell’utenza.

Le due finalità sono strettamente connesse e di reciproco supporto. Infatti, si è ritenuto di notevole importanza comprendere l’atteggiamento che favorisce l’uso delle proprie risorse (materiali e non), degli altri e del proprio ambiente. Ciò costituisce la base di partenza, per conoscere e quindi direzionare gli interventi di prevenzione e formazione scolastica. La conoscenza e la riflessione su sé, costituisce uno strumento fondamentale anche per l’individuo stesso, come occasione di autosservazione ed eventuale cambiamento.

In particolare ci siamo posti l’obiettivo di conoscere l’atteggiamento generale verso sé stessi, le relazioni, il fare, l’uso di alcool, cibo, ecc. Nello specifico eravamo curiosi di sapere quali  tecnologie sono presenti nella vita degli adolescenti, quali idee alimentano la scelta di tali mezzi, rispetto alle più tradizionali modalità di comunicazione (uscire con gli amici, praticare attività sportiva, avere degli hobby).

La parte più orientata al cambiamento, si modellava su un tipo d’intervento di tipo ricerca-azione come delineato da K. Lewin, in cui si esalta un’interrelazione fra intervento e ricerca. In esso sono implicati due processi, il primo riguarda l’importanza della focalizzazione di ciò che si vuol cambiare, il secondo prevede la consapevolezza che il cambiamento effettivo dei comportamenti e degli atteggiamenti. Come ha ben messo in luce Lewin, la modificazione delle condotte infatti, è realizzabile solo attraverso una partecipazione attiva da parte dei soggetti-targhet del cambiamento.

In linea con questi principi, il lavoro da noi condotto, è stato portato avanti attraverso due fra le tre tipologie d’intervento preventivo (Zani, 1995, pp. 382-386), ovvero:

-                     Intervento centrato sull’informazione.

Si sono cioè fornite informazioni su atteggiamenti, abitudini, comportamenti e oggetti legati alle vecchie e nuove dipendenze.

-                     Intervento centrato sulla formazione.

 Orientato ad aiutare l’adolescente a costruire un’immagine positiva di sé e un concetto di salute, legato alle scelte della vita quotidiana. Volto ad emancipare l’individuo, aiutandolo a crescere ed evolversi attraverso il confronto con gli altri, con le informazioni, con i dati, ecc.

 

Come suggerito da varie ricerche (Hewstone et al., 1991, pp. 179-186, 194-205; Arcuri, 1995, pp. 27-29), abbiamo preso in debita considerazione la base su cui si desiderava apportare i cambiamenti. Una base costituita di atteggiamenti, credenze, esperienze, di vissuti emotivi e di fattori di personalità degli interessati. Per dare inizio ad un cambiamento effettivo e duraturo nel tempo, si è cercato di rendere partecipi i singoli individui, attraverso la riflessione su sé stessi e la discussione attuata in piccolo e grande gruppo, come fonte di rottura rispetto a credenze e atteggiamenti precostituiti e consolidati.

L’attività di prevenzione descritta, è scaturita in seguito alla richiesta attiva da parte di alcuni insegnanti, che costantemente si avvalgono della consulenza e prestazione da parte dell’U.O. di Educazione alla Salute. L’intervento quindi rientrava in un’attività costante e continuativa di promozione della salute e del benessere.

In questo caso, si è progettato un lavoro orientato allo stile di vita giovanile e alle nuove dipendenze, con i seguenti obiettivi:

1) preparare un momento di riflessione individuale sui comportamenti acquisiti, per valutarne l’utilità e la correttezza;

2) monitorare i comportamenti più frequenti, per dargli un senso più ampio, confrontati ai dati nazionali.

3) Ottenere una base di riflessione, per eventuali ulteriori interventi futuri.

 

Inoltre, tenendo conto della fase evolutiva in questione, con i relativi cambiamenti a livello di personalità, di comportamento, di progettualità, si sono voluti indagare e rafforzare quelli che sono ritenuti “fattori di rischio e protezione” (Bonino, Cattelino, Ciairano, 2003), ovvero: andamento scolastico, stili educativi e gruppo dei pari.

Gli stessi fattori infatti, in base all’andamento vitale, possono rappresentare un elemento protettivo oppure di rischio rispetto a condotte disfunzionali e disadattive, quali abbandono scolastico, ribellione familiare, isolamento, uso, abuso e dipendenza di varie sostanze quali cibo, alcool, droghe, PC, cellulare, TV, ecc.

Si è partiti dal presupposto che gli adolescenti, per la specifica fase evolutiva, siano caratterizzati da una dipendenza emotiva da persone e cose, marcata rispetto a fasi successive. Abbiamo quindi utilizzato questa stessa caratteristica, come strumento d’intervento (il confronto e la discussione fra pari, in piccolo e grande gruppo). Si è cercato di stimolare la riflessione sulle proprie abitudini e dipendenze, in modo da poterle ridimensionare ed usare a proprio vantaggio, di agirle anziché esserne agiti.

     Ci interessava anche introdurre il tema delle nuove dipendenze, assai attuale in questa fascia d’età, soprattutto per quanto concerne l’utilizzo di mezzi quali cellulari, PC, internet, play station, TV (Costantini). Volevamo inserire una visione critica dell’impiego di tali strumenti, organizzare opportunità di verifica e di regolazione di queste condotte a rischio spesso inosservate e sottovalutate.

     Ricordiamo infatti che, ciò che contraddistingue la dipendenza non è l’oggetto in sé, ma il tipo di legame che si stabilisce con la sostanza, l’oggetto o la persona (Young, 1998; Zoja, 1985; Harrison, 1989; Fain,1983). L’individuo vive sottomesso al suo oggetto di dipendenza, come se non potesse farne a meno, come se fosse fonte esclusiva di vitalità, benessere, fiducia, ecc. Per cui, senza quell’oggetto la persona si sente incapace, nuda, stanca, sfiduciata e non se ne può più fare a meno, o almeno così pensa.

       Per cui, anche oggetti innocui possono diventare oggetto di tale relazione. I mezzi di comunicazione di massa ad esempio, in sé per sé non costituiscono mezzi pericolosi, ma è il loro abuso, la dipendenza totale, l’attribuzione di un potere di vita che non hanno, che li rende nocivi ed estranianti.

Si è parlato di “stile di dipendenza” perché presupponiamo che ci sia comunque una qualche forma di dipendenza.

Il bambino infatti, per sua natura è totalmente dipendente dalle figure di riferimento principali, per quanto concerne i bisogni primari, di sopravvivenza ed emotivi. L’adolescente, seppur svincolato concretamente in gran parte da questa dipendenza, grazie al raggiungimento di una maggiore autonomia, rimane però dipendente emotivamente. Una dipendenza che va a riversarsi su certi strumenti e certe sostanze, come probabile riempitivo di tempo, di stimoli e come tramite di socializzazione.

Il gruppo di coetanei è notoriamente un oggetto di dipendenza sostanziale del ragazzo di questa fascia d’età, è un mezzo di sostegno e di confronto continuo e reciproco. Le sostanze e/o oggetti di dipendenza, quali il fumo, l’alcool, cannabioli, internet (es. facebook, smn, comunity, ecc.), cellulare, play station, ecc., costituiscono spesso dei tramiti per la socializzazione stessa, facilitano la relazione, rappresentano oggetti intermedi, organizzatori della relazione, talvolta veri e propri oggetti transazionali (Winnicott).

     Per cui, dando per scontato che esista una qualche forma di abuso, si tratta di individuare lo stile di dipendenza, l’oggetto che la riguarda, il grado di nocività e la qualità relazionale che li lega. Tutto infatti può diventare fonte di dipendenza, se si stabilisce un legame di necessità, un vincolo apparentemente indissolubile, connesso con la storia del singolo individuo, del singolo gruppo-classe, gruppo-extrascolastico, ecc.

     Giocando sui confini, i significati sottesi ed il coinvolgimento emotivo, ci si propone di trasformare la dipendenza patologia in dipendenza sana o, dove possibile, in indipendenza completa.

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9 maggio 2011 1 09 /05 /maggio /2011 13:25

Dipendenze e falsi bisogni

Dott. sa Costantini Sabrina

 

 

     Nella nostra epoca, assistiamo sempre più all’aumento del novero delle dipendenze patologiche.

     Le dipendenze patologiche, come inteso fino a qualche decennio fa, si riferivano al legame insano con sostanze quali: alcool, droghe naturali, droghe di sintesi, tabacco, cibo. Attualmente si sono aggiunte dipendenze quali: emotiva, da gioco d’azzardo, da internet, da videogiochi, da cellulare, dal sesso, da denaro, da lavoro, shopping compulsivo, ecc.

     Il concetto di dipendenza descrive il legame di sottomissione di un individuo, verso una persona o un gruppo, nonchè un comportamento adesivo e condiscendente, uno stato emotivo di prostrazione e autosvalutazione. A livello di personalità infatti, riscontriamo la mancanza d’autonomia e capacità decisionale, conseguenti ad un’idea di sé sminuita, identificata con una visione d’incapace, fragile, vittima bisognosa. Questo tipo di sottomissione, può essere instaurato anche con oggetti e attività di vario tipo, con un andamento assai simile a quelle descritto.

     I criteri individuati dall’OMS (organizzazione mondiale della sanità) per la definizione di tossicodipendenza, si riferiscono a:

-         desiderio incoercibile di continuare ad assumere la sostanza

-         tendenza ad aumentare la dose (tolleranza)

-         dipendenza psichica e talvolta fisica, dagli effetti della sostanza.

     Come vedremo di seguito, anche i nuovi oggetti di dipendenza, per quanto diversi ed eterei, condividono le stesse caratteristiche distintive, delineante dall’OMS. Per quanto possa suonare strano, queste nuove forme non sono poi così diverse dalle altre. Infatti, sono tutte difficilmente eliminabili, risultano dannose a livello psicologico, fisico e sociale, sono accomunate da una stessa dinamica intrapsichica e interpersonale.

     La dipendenza inoltre, ci appare un classico esempio, di patologia culturalmente determinata. Se ci fermiamo un po’, vediamo che le nuove dipendenze infatti, per lo più nascono da bisogni indotti da una società postindustriale, altamente tecnologizzata e narcisista.

     Anche Fain sostiene l’ipotesi che la tossicodipendenza sia una malattia della civiltà. La società dei consumi infatti, privilegia le dinamiche proprie del narcisismo originariamente secondario (la fase evolutiva in cui gli investimenti del bambino sono mediati dalla madre). In queste condizioni si creano “neobisogni”, quindi nuove vie e maggiori occasioni di soddisfacimento, a spese del processo d’individuazione. La società dei consumi, più d’ogni altra crea neobisogni a dismisura, mantenendo l’individuo ad uno stato di mancata autonomia.

     La dipendenza da cibo, ovvero le patologie alimentari quali anoressia e bulimia, ad esempio sono totalmente assenti nelle nazioni, dove la magrezza non è considerata una virtù. L’anoressia infatti, è tipica d’individui caucasici istruiti, di sesso femminile, economicamente avvantaggiati e radicati nella cultura occidentale (Gabbard).

     Del resto anche le droghe, creano dipendenza solo nel nostro contesto. Infatti, vi sono vari esempi di culture ed epoche diverse, in cui assistiamo all’utilizzo di sostanze psicotrope, controllato e regolato nel tempo, nello spazio, con scopi ben specifici, quali l’uso sciamanico a scopo divinatorio o guaritore, l’uso cerimoniale, ecc. (Harrison; Zoja).

     Un altro esempio attuale ed esemplificativo è rappresentato dal computer, uno dei frutti del livello culturale e tecnologico, raggiunto dalla nostra società ed è senza dubbio, uno strumento che avvicina persone, informazioni, luoghi, culture, rendendole accessibili a tutti. Una risorsa dunque! Il suo utilizzo improprio però, può renderlo uno strumento distruttivo e spesso rappresenta un mezzo di potere, capace di direzionare le persone e i loro bisogni.

     Cito l’esempio di alcuni giochi, assai avvincenti e straordinari nella loro progettazione, nonché nella loro capacità di ammaliare e incollare al video. Soffermiamoci sul loro significato psicologico. Alcuni di questi, suggeriscono l’illusione di avere una seconda chance nella propria esistenza, di poter modificare le scelte fatte, di tornare indietro. Offrono la possibilità di avere una seconda vita! Assolutamente fantastico e fantascientifico. Assolutamente falso e fuorviante.

     Altri giochi forniscono l’illusione di poter partecipare a mondi a cui ci è negato l’accesso, di sentirsi qualcun altro, di compiere scelte e azioni a noi estranee, ma tanto anelate. Pensiamo ad esempio alle possibilità fornite dai “giochi”, che ci introducono nel mondo dello sport, come attori protagonisti.

     In verità ciò che ci accomuna, è che non ci sono seconde possibilità, né potere di scambiarci con qualcun altro. La vita va avanti e scorre, non si può tornare indietro, né occupare poltrone, che non ci appartengono.

     Ciò va bene, perché ci offre l’importante possibilità di imparare dalle scelte, giuste o meno che siano. Se avessimo ulteriori alternative, non impareremmo niente, perché presi dal fare, ignoreremmo il significato, di quanto abbiamo già messo in atto. La vita e la nostra vita emotiva, necessita di un giusto equilibrio fra azione e attesa, dialogo e ascolto, pieno e vuoto. Esattamente ciò che avviene nelle civiltà primitive o in quelle più semplici e povere, attraverso la scansione ritualistica delle varie fasi di vita.

     Ovviamente, in questo caso non è il gioco in sé ad essere sotto accusa, ma il suo utilizzo da entrambe le parti, di chi lo offre e di chi lo utilizza. Del resto, il proponimento e la creazione di un adeguato teatrino di rappresentazione, rende ancora più allettante e ambiguo, tutto ciò che viene offerto sul mercato.

     Già l’estrema facilità con cui si accede a qualsiasi mezzo, costituisce un vantaggio ma anche uno svantaggio. Tutto ciò che è semplice, rischia di diventare scontato, di non essere correttamente soppesato e quindi di essere frainteso. Semplice e accessibile è diventato erroneamente, sinonimo di innocuo.

     Un esempio, lo rintracciamo nella grande quantità di ragazzi diventati dipendenti da eroina, cocaina e hashish, in seguito alla loro facile accessibilità. A conferma di ciò, gli esperimenti avvenuti in Svizzera negli anni ’90, sulla liberalizzazione dell’eroina, hanno prodotto analoghe conclusioni.

     Quanto detto, è oltremodo vero per i mezzi quali il Pc, il cellulare, i video giochi, la TV, ecc. Tutto molto semplice, veloce e accessibile, da essere estremamente ammaliante e desiderabile. Pensiamo ai nostri bambini! Sono impegnati, silenziosi, “accuditi”, autonomi, non chiedono, non disturbano, non saltano, non fanno rumore, non hanno bisogno di nulla. Per loro l’accesso è semplice, privo di costo e senza sforzo. Per noi adulti è rassicurante, utile, deresponsabilizzante.

     Capita quindi che, quanto può costituire uno strumento di lavoro, di comunicazione o semplice spazio ludico, si trasforma in bisogno smanioso, in necessità, urgenza di vita, droga! “Come se” non si potesse più farne a meno, pena la propria identità, la propria sopravvivenza, il senso della propria vita.

     Sempre più spesso infatti, le persone e ancor peggio i giovanissimi, trascorrono molte ore della propria vita su internet, non ad informarsi, aggiornarsi, ecc, ma a “vivere la propria vita”! Ho già citato i giochi che propongono false chimere. Aggiungiamo le chat, messenger, blob, ecc., vissuti troppo spesso come unico spazio di socializzazione, privo di rischi e di contaminazione. Ma cosa succede se questi giovani non vivono la vita vera, nell’incontro-scontro con l’altro? Una vita relazionale fatta di rossore, vergogna, sguardi, turbamenti, gaff, paure, rischi, incontri, scontri, emozioni, cose che accadono fra due o più persone, che sono reali, si vedono e toccano con tutti i sensi e con il corpo tutto intero.

     Il Pc così come il cellulare con i suoi SMS, offrono la possibilità di una comunicazione veloce, facile, indolore, ma affamata e avara. E’ come per l’anoressica, che si illude di poter vivere senza il proprio corpo, senza tener conto dei suoi bisogni. Parimenti, questi mezzi di comunicazione, se abusati e resi esclusivi, diventano “anoressizzanti”, asocializzanti, disumanizzanti. Perché evitano il contatto diretto, la conversazione vis a vis, la comunicazione chiara e diretta, evitano il coinvolgimento di ogni parte di noi. Infatti, risultano impegnati solo alcuni organi e alcune parti cognitive (la vista, il tatto meccanico, il ragionamento razionale), ma il resto è escluso. Pensiamo a tutti i segnali non verbali che vengono persi, le sensazioni somatiche, quelle termiche, olfattive, tattili, cinestesiche, le intuizioni, le impressioni, quindi tutto ciò che rende viva la relazione, che ne fa un vero scambio, perché fa vibrare e stimola tutta una serie di risposte: emotive, cognitive, razionali, istintive, organiche, comportamentali.

     Questi mezzi suggeriscono l’illusione di avere molte amicizie, di avere partner di comunicazione, di scambio emotivo, ecc. Ma cosa conosciamo realmente dell’altro, in questo modo? Cosa conosciamo di noi stessi, evitando di confrontarsi in modo diretto?

     Un giorno mi è arrivato un Sms, da un numero per me sconosciuto, citava all’incirca “sono una ragazza di 18 anni e sto cercando amici”. E’ assolutamente orripilante, assurdo e assai triste che una ragazza di 18 anni, che dovrebbe essere piena di vitalità, voglia di esplorazione, di vivere, di uscire, scorazzare col motorino, debba ricorrere ad un tale stratagemma, per avere qualcuno con cui dialogare o ritenere amico. E’ assai triste e fuorviante! Eppure questa è una delle chimere, fornite da questo mezzo.

     Aggiungiamo un’altra caratteristica del cellulare, ovvero l’annullamento del tempo di attesa, sicuramente ansiogeno, ma altamente fortificante ed edificante. L’attesa è un tempo e uno spazio, è la riflessione, che introduce distanza fra desiderio, intenzione, difficoltà, frustrazione e la relativa azione risolutiva. Col cellulare, in qualsiasi momento possiamo rintracciare le persone con cui vogliamo comunicare, discutere, litigare, vendere, comprare, ecc. Non aspettiamo più di vederci e incontrarci, comunichiamo attraverso una scatola, ogni volta che ci va, ogni volta che abbiamo un attimo libero o contemporaneamente ad altre azioni (guidare, camminare, cucinare, ecc.), disimparando o non imparandolo mai, il tempo di attesa e riflessione, tanto saggio ed evolutivo.

     Sempre più, viviamo in un mondo che ci fornisce la possibilità o meglio l’illusione, di vivere nell’ottica del “tutto o niente”, tipica del tossicodipendente, che non tollera frustrazione e procrastinazione. Crediamo di essere esonerati dal chiedere direttamente, dal discutere faccia a faccia, dall’affrontare i problemi e le persone, dal vivere pieno e sconcertante.

     Queste esperienze mancate però, creano dei buchi emotivi e delle conseguenti disarmonie nell’identità, assai destrutturanti e rischiose. L’esperienza concreta, con le sue difficoltà, paure, incertezze, ecc., è fondamentale nel processo costruttivo dell’identità. Il bambino, poi l’adolescente e il giovane adulto, hanno bisogno di sperimentarsi direttamente, di confrontare l’idea che si sono formati della realtà, la relativa aspettativa e l’effettiva realtà. E’ essenziale mettersi alla prova nelle varie situazioni, con persone diverse, in circostanze diverse, in momenti diversi. Il mondo virtuale ed etereo in cui si è così facilmente immessi, distanzia dal vero vivere a favore di un “falso vivere”, retto su ipotesi, fantasie, rappresentazioni, comunicazioni parziali.

     Pensate al bambino che impara a camminare, cosa ne sarebbe di lui, se non avesse la possibilità di provare ad alzarsi, muovere prima un piede e poi l’altro, di cadere, di rialzarsi, di farsi male, di procedere speditamente, di toccare cose vietate, di toccarne altre piacevoli, di raggiungere cose impensate e via dicendo?

     Ma come può crescere la personalità, come può formarsi un’identità integrata e stabile, se mancano tutta una serie di esperienze, di difficoltà, di apprendimenti, di emozioni? Quale sé può formarsi, se manca il corpo?

     In aggiunta a ciò, l’utilizzo di certi strumenti, espone soprattutto i bambini, in modo inadeguato, talvolta eccessivo e precoce, ad esperienze traumatiche e difficilmente gestibili. Un esempio per tutti ci è dato dal tamagoci: l’animaletto virtuale che doveva essere accudito in tutte le necessità, pena la morte, proprio come un neonato. Abbiamo assistito a bambini sempre più agitati, insonni, preoccupati di prendersi cura del loro piccoletto anche di notte. Malgrado tutti gli sforzi possibili, come inevitabile, l’evento luttuoso è realmente accaduto. Vi ricordate, quanti bambini depressi e angosciati, abbiamo visto?

     In questo caso, si è stimolata eccessivamente e prematuramente, la responsabilità di vita di un altro essere. Non ci si è resi conto di quanto carico, si è dato ai nostri bambini!

     Questo tipo di mezzi ed il loro utilizzo smodato, favoriscono e alimentano situazioni traumatiche, isole autistiche, nonché patologie relazionali. Rendono sempre più difficoltoso il contatto delle persone fra loro, del singolo con la realtà e con sé stesso. I bisogni soddisfatti, sono sempre più distanti dall’individuo e sempre più vicini ad un modello esterno, creatore di bisogni artificiali, lontani dalle necessità del corpo e del sé.

     Vediamo meglio questo processo, considerando un altro tipo di dipendenza: lo shopping compulsivo. Già il termine compulsivo ci suggerisce la non naturalità di quell’atto, che essendo frettoloso e fagocitante non include il tempo di attesa e riflessione. La compulsione infatti, si riferisce ad un impulso che diventa persistente e incoercibile. Lo shopping quindi, si traduce in un atto convulsivo di ingoiare a più non posso, di riempire il proprio “cestello” in modo smisurato e senza reale contatto con le esigenze. E’ una necessità impellente, un atto bulimico: si deve acquistare a tutti i costi, pena entrare in contatto con un vuoto risucchiante e angosciante.

     L’acquisto è un mezzo di distrazione, si distoglie attenzione e concentrazione da sé, indirizzandole all’esterno. Si offre la possibilità di sognare e di proiettarsi in un ipotetico benestare, ottenuto con il cambiamento del look, con l’acquisto degli ultimi capi alla moda, con tutto ciò che attiri approvazione, ammirazione, invidia. Ciò avviene all’interno di un teatrino di rappresentazione, che scambia il costume col personaggio, il personaggio con l’essere umano, che vi sta sotto.

     Lawerence nel trattare questa compulsione, osserva che per le donne che presentano questa patologia, il vestito indossato, è indicatore del proprio valore: il vestito viene considerato estensione della propria pelle, le scarpe estensione dei piedi e i gioielli della propria bellezza.

     Si è quindi verificata una fusione e confusione fra sé ed il mondo esterno, fra i nostri valori e quelli delle cose, fra ciò che realmente ci appartiene e ciò che transita nella nostra esistenza.

            Il sesso compulsivo poi, crea ed è creato da particolari deficit interrelazionali e intrapsichici. Alla base infatti, troviamo un’estrema confusione fra intimità emotiva e sessuale. L’obiettivo implicito nelle esperienze sessuali, è la ricerca di quell’intimità emotiva, di quel contatto col proprio corpo, con il sé, con la vita e la vitalità, che risiede nel rapporto dell’individuo con i suoi reali bisogni, con le frustrazioni, i sogni, con le persone circostanti, con il confronto nell’uguaglianza e nella diversità. La compulsione invece, fa perdere il significato sottostante, a favore di un atto ripetitivo e vuoto.

     Riscontriamo infatti, la tendenza ad alimentare adrenalina ed euforia, passando da un partner ad un altro, o passando semplicemente da un’attività sessuale ad un’altra, in un meccanismo sfrenato che cammina sopra la propria dignità, calpesta la propria umanità, i sentimenti e la propria famiglia.

     Lo shopping compulsivo come il gioco compulsivo, il gioco d’azzardo, le scommesse, il sesso compulsivo, rappresentano oggetti di grande stimolo e attrazione, favoriscono l’agire, l’interagire, l’euforia, l’insieme di sogni, aspettative, speranze, dunque suggeriscono la possibilità di un “paradiso artificiale”. Lo stesso “paradiso artificiale” creato dall’eroina, che si affacciava nel mondo italiano negli anni ‘60-’70. Cosa c’è di meglio che raggiungere il paradiso?

     Sono attività altamente eccitanti, innalzano l’adrenalina, funzionano da forti antidepressivi, da attivatori dell’umore, distolgono dalla passività, dall’isolamento e dal ritiro, riempiono il tempo ed il vuoto. Si produce esaltazione, fino a che l’effetto si esaurisce, per lasciare spazio ai disperanti effetti collaterali e all’astinenza.

     L’unico modo per evitare il down successivo, è di passare da un’attività eccitante all’altra, oppure di mantenere costante la stessa attività, fino a che sarà necessario innalzare il tiro. Infatti, quando si innesca l’effetto di tolleranza e abituazione, similmente a quanto succede con le droghe, quel livello non basterà già più, costringendo ad aumentarne frequenza e intensità.

     Tutto ciò in un meccanismo vorticoso, fino a che intercorre qualche evento determinante che introduce uno stop forzato: quale i debiti crescenti, rate che si accumulano su rate, una destrutturazione esplosiva della personalità, un incessante treno di attacchi di panico, un incidente grave, ecc.

     Le nuove dipendenze rappresentano condotte improntate ad un vivere in superficie, che traduce immediatamente l’impulso in azione, senza tempo di ascolto e riflessione, seguendo un modello proposto dall’esterno, che alimenta l’immagine a discapito dell’essere.

     Tutti questi oggetti, rappresentano solo stampelle sui cui l’individuo si appoggia e di cui ha bisogno, come se non potesse camminare sulle proprie gambe. Si creano patologie di dipendenza, sia nel senso che l’individuo non può fare a meno dell’oggetto-stampella, sia nel senso che l’individuo non è riuscito nel completo sviluppo evolutivo, che procede dalla dipendenza all’indipendenza.

     Ma come faranno i nostri bambini a sviluppare una sana indipendenza, se crescono sempre più in un mondo di stampelle facili e disponibili, in un abitat artificiale, ricolmo di bisogni indotti, di pensieri dettati ed insinuati pericolosamente, di gusti prestabiliti?

     Sicuramente alla base dell’uso patologico di droghe, cibo, internet, gioco, sesso, ecc., risiede la dipendenza emotiva, derivata da una struttura caratteriale dipendente o orale (in senso loweniano). D’altra parte però, la società e la cultura attuale favoriscono e incrementano fortemente la formazione, mantenimento e aggravamento di patologie di dipendenza. Oggi infatti, tutto è oltremodo accessibile, è disponibile per tutti, a basso costo e in modo immediato. Gli slogan elettivi potrebbero essere “usa e getta” e “tutto e subito”.

     C’è poi da aggiungere che, la società attuale favorisce la formazione di tratti o strutture narcisistiche. Per cui avremo sempre più strutture caratteriali dipendenti, con tratti narcisistici di copertura o strutture narcisistiche, che rappresentano il reciproco relazionale di preferenza, del carattere orale o dipendente.

     Theodore I. Rubin cita: “il narcisista diventa il proprio mondo e crede di essere lui il mondo intero”. Otto Kernberg: “i narcisisti presentano varie combinazioni di intensa ambizione, fantasie grandiose, sentimenti di inferiorità ed eccessiva dipendenza dall’ammirazione e dall’approvazione altrui”. Kernberg sottolinea la condizione, nata già dalle tenerissime esperienze, di fusione tra sé ideale, oggetto ideale e immagini reali di sé, come difesa contro la realtà intollerabile del mondo interpersonale.

     Non solo i narcisisti sono assorbiti dalla propria immagine, ma sono anche incapaci di distinguere tra l’immagine di chi credono di essere e l’immagine di chi effettivamente sono. Il narcisista quindi, si identifica con l’immagine idealizzata di sé. Ne deriva uno scarso contatto con la realtà, a favore di un mondo tutto proprio, creato su immagini, fantasie e desideri, per lo più grandiosi. Il narcisista appunto, si identifica col mondo intero, si mette al centro, negando la presenza di altri significativi, gli altri e le cose infatti, sono strumentali alle proprie necessità.

     Come ha ben osservato Lowen (1985), l’immagine di sé reale è un’immagine corporea, per cui si può abbandonare l’effettiva immagine di sé, soltanto rifiutando la realtà di un sé incorporato. I narcisisti non negano il corpo, ma lo relegano a strumento della mente, rendendolo oggetto passivo, regolato da volontà. Il corpo quindi è uno strumento efficiente, una macchina mediata dalle immagini mentali anziché dalle emozioni, quindi privo di spontaneità, vitalità, privo di vita. Questo meccanismo, risulta ottimale per la negazione dei sentimenti ed il controllo di ciascuna parte di sé. Lowen infatti, definisce il narcisismo “identità rinnegata”, che sembra calzare perfettamente con l’uso di strumenti artificiali disumanizzanti e destrutturati. Ci si allontana da sé e dalla propria natura, per perseguire modelli di vita dettati dall’esterno, che facciano risplendere la propria immagine.

     Pensiamo per un attimo all’uso e abuso di oggetti quali abiti, accessori vari (scarpe, borse, collane, ecc.), auto, case, ecc. Si fa riferimento al tipo di uso che crea la dipendenza, che proietta sugli oggetti il potere dell’individuo e che a sua volta, ne riceve potere. Ovvero, gli oggetti assumono la funzione di attribuire valore alla persona, come se fossero un’estensione del loro corpo. Ciò valorizza oltremodo l’immagine di sé, che può essere modificata a piacimento, attraverso l’acquisto di oggetti e di attività sfrenate. Questo processo, trasforma l’individuo in individualità che si rinnova esternamente, con lo stesso andamento usa e getta, di un qualsiasi bene di consumo.

     Analogamente, l’uso di strumenti quali internet, cellulari, TV, ecc., annulla totalmente il corpo, lo taglia fuori, come se non esistesse. Il corpo e ancor di più l’identità, sono rinnegate nella propria essenza, nell’effettiva individualità, risultando puro frutto di immagini, di parole, fantasie. Si innesca una sorta di pensiero delirante: “è sufficiente dire che si è in un certo modo, per credere di essere realmente così”, “presentarsi con un dato look, crea automaticamente il ruolo o la funzione”, ecc.

     L’individuo è diviso e spropriato delle proprie radici terrene, quindi anche del senso di realtà, a favore di uno pseudo controllo, di un’anaffettività e una devitalizzazione difensive. Tutto ciò innesca a sua volta, la ricerca smaniosa di attività che attivino l’umore, la percezione ed il sentire, quindi tutto ciò che ricorda che si è vivi! E’ un circolo vizioso, disuminazzante.

     Ci troviamo in una società che alimenta certi tipi di patologie, favorisce illusioni e crea falsi bisogni, per poi proporre la “soluzione” alle sofferenze conseguenti. Offre la convinzione che tutto sia rimediabile, tutto si può acquistare, vendere, cambiare, con estrema facilità, attraverso il denaro. Del resto non importa se non se ne possiede abbastanza, c’è sempre chi è pronto ad offrirlo a ragionevoli tassi di interesse!

     Per esemplificare questo processo, citiamo ancora il sesso e in particolare l’uso del Viagra. Questo farmaco è stato spesso consigliato e prescritto anche ai giovanissimi, come mezzo per ovviare all’ansia da prestazione. In aggiunta a ciò, manca tutto il “costo” emotivo e relazionale responsabilizzante, determinato dal suo acquisto, in farmacia o in altro negozio. Anche questo viene annullato, perché il farmaco può essere acquistato anonimamente e comodamente da casa, grazie all’ordine via internet con carta di credito.

     E’ gravissimo! Perché dal punto di vista psicologico e sociale evita la crescita determinata dall’incontro con le proprie ansie, naturali nel rapporto con l’altro, ancora di più nei rapporti intimi. Ed è giusto così, perché ciò lo rende complesso, qualcosa da conquistare e che assume valore, proprio in visone del suo essere vissuto a pieno, attimo dopo attimo, paura dopo paura, fantasia dopo fantasia, sensazione dopo sensazione. Questa è un’esperienza reale, concreta e vissuta nel corpo, quindi piena e intensa. L’individuo deve trovare le proprie strategie interne, per far fronte alle difficoltà! Ricevere tutto servito su di un piatto d’argento, è assai semplice, ma svalutante e svilente!

     Ci sono poi i rischi da un punto di vista organico, il corpo infatti è sempre più esonerato dal produrre reazioni e sostanze, che vengono introdotte artificialmente dall’esterno. L’organismo quindi, rischia di diventare pigro, ignorante e inetto.

     Anche il tossicodipendente astinente infatti, sperimenta una scarsa tolleranza al dolore. Ciò è determinato da due fattori: da una scarsa tolleranza psicologica alla frustrazione e dalla scarsa presenza di endorfine endogene. Ovvero, il corpo è diventato incapace di produrre endorfine a causa all’assunzione ripetuta di endorfine esterne, come gli oppiacei, che lo hanno esonerato da una tale attività.

     In queste condizioni, si favorisce lo sviluppo di un individuo incapace, burattino, inetto in ogni sua parte, che deve ricorrere sempre a mezzi esterni per risolvere le proprie ansie. Alimenta oltremodo le relazioni usa e getta, l’anaffettività relazionale, l’incapacità di dialogare e scambiare, favorisce la prostituzione ed il sesso compulsivo e meccanico.

     La creazione di falsi bisogni, legati ad oggetti, allontana sempre più dalle relazioni, crea mondi alternativi autistici, favorisce l’illusione della semplicità delle cose, offusca sempre più la consapevolezza della sofferenza e della richiesta d’aiuto. Mancando relazioni significative, mancano reali scambi, momenti di riflessione e di frustrazione. Gli “oggetti” sono sempre accessibili e sempre pronti ad alleviare l’ansia. Tutto ciò, non solo nasconde la sofferenza attuale, ma cela l’origine stessa della sofferenza: la dipendenza originale, da figure di riferimento fondamentali.

     Tale dipendenza infatti, viene sostituita da dipendenze esterne, “facilmente eliminabili”, basta volerlo! Esattamente ciò che pensa il tossicodipendente o l’acoolista, della propria sostanza elettiva: “Posso smettere quando voglio!”

     Mi riferisco al processo di sviluppo che va dalla totale dipendenza all’indipendenza, come descritto da Margaret Mahler, che procede oltre l’età adolescenziale per tutta l’età adulta. Apparentemente il processo d’indipendenza è portato a compimento nell’età adulta, con scelte quali un lavoro, una propria abitazione, una famiglia, ecc. Queste però sono solo le bucce esterne, che non rivelano necessariamente una reale individuazione. Talvolta, sotto elementi esterni di apparente adultità, si celano forti elementi di dipendenza emotiva, un bisogno smisurato di amore, attenzione e approvazione, che rendono succubi dell’altro. E’ necessario quindi affrontare queste dinamiche, nella giusta misura, per evitare che si crei terreno fertile, per forme di dipendenza patologica, quali quelle descritte sopra.

     La dipendenza patologica infatti, rimarca per vari aspetti, la condizione del bambino dei primi mesi. Il neonato è totalmente privo di autonomia, necessita della presenza e mediazione dell’altro per soddisfare qualsiasi tipo di bisogno. Si trova inoltre, in una condizione di incapacità di tenere e trattenere qualunque stimolo proveniente dall’esterno, per cui tutto è molto veloce, entra ed esce ciclicamente, tutto è necessario subito e nella giusta misura. Con la graduale crescita, il bambino impara sempre più a tollerare le frustrazioni, ad aspettare e a soddisfare da solo una parte dei bisogni. La società attuale continua a fornire tutto, subito, facile, mediato, come la pappa pronta per il bambino. In questo modo si impedisce il processo di autonomizzazione o addirittura si favorisce lo stato regressivo.

     Detto nei termini di Olieveinstein, s’è verificato un blocco nello stadio dello “specchio infranto”, il bambino non ha potuto scoprirsi “altro” in uno “specchio”, a seguito di una frattura nel sistema madre-bambino. La madre (o se vogliamo la società) non rispecchia più il bambino e i suoi bisogni, al contrario, gli invia i propri traumi. Avremo quindi, un individuo insicuro e instabile, incerto di sé e fortemente dipendente, pertanto soggetto a trasformarsi in bersaglio di tutte le dinamiche familiari/sociali.

     Lowen (1978, 1983) parla di carattere orale, ossia di una madre frustrata o addolorata, che non soddisfa adeguatamente i bisogni orali e interrompe bruscamente la relazione intensa col figlio, prima che il bambino compia un anno e mezzo di età. Ne emergerà un individuo che cercherà di essere precocemente indipendente e adulto, adeguato e vincente, negando e nascondendo i reali bisogni, frustrati precocemente, che emergeranno nei momenti più disparati. Molto spesso infatti, ritroviamo i caratteri orali nei panni di adulti molto indipendenti, magari con una buona posizione sociale e lavorativa, atti a dissimulare sapientemente una dipendenza ed un bisogno disperato dell’altro, pena la caduta depressiva. L’insicurezza e l’intensa instabilità vengono colmati con meccanismi vari, quali la vittimizzazione, la deresponsabilizzazione, la dipendenza smaniosa da persone, attività (lavoro, palestra, shopping), oggetti tecnici, tecnologici, alla moda, ricercati, ecc.

     Esattamente come le madri “non sufficientemente buone” appena descritte, la nostra società non è costruita sui bisogni e necessità dei singoli, ma invia delle proprie richieste difficilmente rifiutabili, offrendo ciò che risulta più facile da produrre e acquistare.

     Si innesca un pericoloso circolo vizioso, da una parte il mondo delle cose crea dei nuovi falsi bisogni, che devono essere soddisfatti tempestivamente, dall’altra accresce la sofferenza ed il legame con la reale origine dei bisogni. Si propongono “false cure” ai bisogni e la giostra riparte con altri neobisogni.

     L’individuo perde sempre più il contatto con sé stesso, alimentando la società dei consumi, la visione usa e getta di sé e degli altri, passando quindi da una dipendenza all’altra: denaro, sesso, Pc, gioco d’azzardo, shopping compulsivo, ecc.

     Il legame fra sé e il mondo infatti è fine a sé stesso, al soddisfacimento dei bisogni impellenti e primitivi. Incapace di tollerare la frustrazione, manca l’elaborazione dei bisogni e delle risposte, per cui manca il senso rituale che dà significato alle relazioni, creando indipendenza e crescita.

     Come per il tossicodipendente, anche per le nuove dipendenze si verifica: desiderio incoercibile di mantenere il legame con quel dato oggetto, tendenza ad aumentarne l’intensità e la frequenza, dipendenza psicologica e fisica dagli effetti della “sostanza”. Ma a differenza della tossicodipendenza o dell’alcoolismo, da sempre trattate come condizioni da curare in modo drastico, queste nuove patologie non sono affatto gestite come tali, ma rappresentano sempre più la “normalità”, la media, il soggetto rappresentativo, costruito e costruttore di questa società delle apparenze e dei consumi abusati.

     L’individuo si trova quindi prigioniero di un sistema inglobante che si autoalimenta e proponendo la falsa chimera di un paradiso artificiale, ne nasconde la natura autodistruttiva. Infatti, mentre il tossicodipendente distrugge il proprio corpo fino ad annientarlo, l’anoressica lo affama fino a farlo sparire, la bulimica lo gonfia fino a farlo esplodere, l’alcolista lo altera fino a spropriarsene, il dipendente dalle “nuove sostanze” lo usa in modo strumentale, dimenticandosi delle sue reali necessità, fino a perdersi nei meandri delle costruzioni artificiali.

 

 

Bibliografia

 

     Fain M. (1983). Approccio metapsicologico al tossicomane. In Bergeret J., Fain M., Bndelier M. (a cura di). Lo psicoanalista in ascolto del tossicomane (pp. 30-38). Borla, Roma.

     Gabbard O.G. (1995). Psichiatria psicodinamica. Raffaello Cortina Editore.

     Harrison G. (1989). Il culto della droga. Cleup Editrice Padova.

     Kernberg (1978). Sindromi marginali e narcisismo patologico. Boringhieri, Torino.

     Lawrence (1990). The psychodynamics of the compulsive female shopper. American Journal of Psychoanalisis, 50, 67-70.

     Lowen A. (1978). Il linguaggio del corpo. Feltrinelli.

     Lowen A. (1983). Bioenergetica. Feltrinelli.

     Lowen A. (1985). Il narcisismo. L’identità rinnegata. Feltrinelli.

     Mahler M. In Greenberg J.R., Mitchell S.A. (1986). Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica. Il Mulino, pp. 269-300.

     Olievenstein C. (1984). Il destino del tossicomane. Borla, Roma.

     Rubin T.I. (1981). Goodbye to Death and Celebration of Life. Event, Vol.II, 1, p. 64.

     Zoja L. (1985). Nascere non basta. Iniziazione e tossicodipendenza. Cortina, Milano.

 

 

 

 

 

 

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17 gennaio 2011 1 17 /01 /gennaio /2011 13:53

Dipendenza d’Amore

Di Sabrina Costantini

 

 

La parola “dipendenza” evoca immediatamente nel nostro immaginario, una sorta di voragine emotiva, una catena relazionale, che può investire tutta una sequela di oggetti e situazioni, dalle sostanze psicotrope quali alcool, cocaina, eroina, ecc., al cibo, a tutte quegli oggetti che definiscono le nuove dipendenze (Costantini, 7/07/07; 20/03/08; 28/11/07), quali TV, cellulare, internet, gioco d’azzardo, sesso, denaro, lavoro, ecc., alla relazione del bambino con l’adulto.

Ormai risulta evidente che, la dipendenza non è generata da una specifica sostanza, bensì da una specifica relazione fra l’individuo e il suo ambiente, in alcuni ambiti specifici o nella condotta più generale. Certamente esistono delle sostanze, attività o oggetti, che più facilmente rispetto ad altri predispongono alla dipendenza, a causa di alcune caratteristiche quali la capacità nell’immediato di procurare piacere, la capacità di procurare evasione, il senso di pienezza, ecc. Non mancano poi gli esempi che contrastano con questa caratteristica, vedi ad esempio la dipendenza del masochista/sadico, l’identificazione con l’aggressore, ecc., che richiamano una realtà di dolore, umiliazione e sofferenza.

In linea generale però, non è l’oggetto in sé, la causa di tale legame. Ciò è stato ulteriormente verificato attraverso la variabilità dell’oggetto e la relatività culturale. Si è visto infatti che, il contesto socio-culturale può influire a tal punto, da indirizzare verso l’uso, l’abuso, o la dipendenza. In ambiti e culture diverse infatti, le stesse sostanze possono assumere valori completamente difformi. Ad esempio, le dipendenze e patologie alimentari, quali anoressia e bulimia, sono tipiche d’individui caucasici istruiti, di sesso femminile, economicamente avvantaggiati e radicati nella cultura occidentale, dove il modello femminile è improntato a una figura filiforme, con curve modellate alla perfezione e volumi dimensionati quasi ossessivamente. Al contrario, nelle nazioni dove la magrezza non è affatto considerata una virtù e un modello da imitare (come nei paesi africani), non si trova traccia di questo tipo di patologia (Gabbard, 1995).

Del resto anche le droghe, creano dipendenza solo nel nostro contesto. Infatti, vi sono vari esempi di culture ed epoche, in cui si assiste all’utilizzo di sostanze psicotrope, controllato e regolato nel tempo, nello spazio, con scopi ben specifici, quali l’uso sciamanico a scopo divinatorio o guaritore, l’uso cerimoniale, ecc. (Costantini, 28/11/07; Fain; Harrison; Zoja).

Ribadiamo quindi che, non è l’oggetto in sé a determinare una dipendenza, bensì il tipo di legame che l’individuo vi stabilisce: qualunque oggetto quindi, può diventare fonte di tale relazione.

La dipendenza, descrive il legame di sottomissione di un individuo, verso una persona, un gruppo, una sostanza o oggetto, il relativo comportamento adesivo, condiscendente, con il corrispondente stato emotivo di prostrazione e autosvalutazione. A livello di personalità, riscontriamo la mancanza d’autonomia e di capacità decisionale, conseguenti ad un’idea di sé sminuita, identificata con una visione d’individuo inetto, fragile, vittima bisognosa. Per cui, a livello di condotta la persona sarà sempre indecisa, si porrà mille dubbi in ogni piccola scelta, si appoggerà parzialmente o esclusivamente all’altro, ad oggetti e attività, per sentirsi al sicuro da errori, svalutando le proprie idee a favore di quelle altrui, il proprio sentire naturale a favore di un sentire alterato, la vita reale a favore di quella artificiale (indotta ad es. da internet, TV, ecc.).

Fra l’individuo e questi oggetti, si stabilisce una relazione di forte bisogno, legata al senso della propria identità, dell’immagine di sé, del proprio sentire, ad un livello tale che, in loro assenza si sperimenta un profondo vuoto e senso d’inadeguatezza.

Questo legame diventa di dipendenza, al pari di quello con una droga. Senza non si può vivere, niente ha un senso o valore, ci si sente spersi e smarriti. L’oggetto stesso diventerà motivo fondamentale, obiettivo di lavoro primario, significato di vita. Questi infatti, al pari delle sostanze psicotrope, conducono a sintomi di dipendenza fisica e psicologica, con i relativi fenomeni di tolleranza, astinenza e craving (Costantini,16/04/08).        

Un elemento distintivo del legame di dipendenza, consiste proprio nella perdita di controllo, non si può far a meno di quella data sostanza o oggetto, al di là della propria volontà ed intenzione. Gradualmente sarà dedicato sempre maggiore tempo alla ricerca o utilizzo di quel dato oggetto, come se costituisse interesse esclusivo, a discapito delle normali attività, relazioni sentimentali e sociali.

La dipendenza infatti, è prima di tutto “immobilità”, il disperato tentativo di trovare una stampella alla nostra autonomia, che si irrigidisce in un movimento vano, che da vorticoso diventa pietrificato. Il percorso è sempre lo stesso, nello slancio verso l’indipendenza si cerca a tutti i costi di evitare il dolore del distacco, per poi ritrovarsi in una condizione di assoluta dipendenza, che produce ad un nuovo sentimento di angoscia (Pulvirenti, 2007, pp. 5-11).

La Dipendenza d’Amore o dipendenza emotiva, si riferisce al legame di sottomissione che l’individuo stabilisce con l’altro. In questo caso, è la relazione stessa a costituire l’oggetto di dipendenza, con tutto il vissuto sottostante.

Cos’è che crea questo tipo di legame? Il bisogno d’Amore! Si tratta di un bisogno smodato e smanioso, che si basa su una sostanziale carenza basilare, su una ferita fondamentale, la ferita dei non amati, come la definisce Schellembaum P. (1995).

Si tratta di una condizione che si stabilisce fin dall’infanzia, sulla base della natura stessa del legame. Il bambino, è naturalmente ed evolutivamente dipendente. Si tratta di una dipendenza dai bisogni primari, quali la soddisfazione di fame, sete, freddo, protezione, ecc. Ma anche e soprattutto, si tratta della dipendenza dai bisogni emotivi (amore, accudimento, fiducia).

Il bambino, necessita della presenza adulta, per poter sopravvivere alle necessità del corpo e della psiche, per poter creare una propria individualità e identità, attraverso processi quali il rispecchiamento, la risonanza, l’empatia, l’identificazione proiettiva, ecc.

Il nutrimento emotivo, risulta fondamentale per lo sviluppo della consapevolezza, per la formazione della personalità e del senso di identità, per le funzioni sociali, per l’accettazione di frustrazione e realtà, per la costruzione della fiducia in sé e nell’altro: base fondamentale dello scambio e della relazione. L’emotività inoltre, rappresenta il ponte per lo sviluppo dell’intelligenza (Greenspan), costituisce un elemento fondamentale fin dai primi giorni di vita, in quanto schema, che attribuisce significato alle esperienze sensoriali, comportamentali, cognitive, ecc. Fornisce quindi un contenitore dotato di senso, entro cui inserire le esperienze interne, esterne e l’interazione fra esse.

Alla nascita però, il bambino non è in grado di direzionare, tanto meno comprendere, quanto avviene nel suo mondo esterno ed interno, necessitando appunto di figure genitoriali che lo conducano e sostengano in questo percorso. Gli adulti assolvono l’importante funzione di pre-digerire, comprendere, direzionare e reagire, permettendo quindi un modello di comprensibilità e gestibilità, fonte di rassicurazione ed apprendimento.

Risulta quindi evidente la disparità e l’asimmetria fra bambino ed adulto. Il bambino ha assolutamente bisogno dell’adulto per sopravvivere fisicamente ed emotivamente, per formare il senso di sé e della propria identità. Il bambino nutre naturalmente un bisogno ed una fiducia incondizionata, smisurata, che nel processo evolutivo va poi trasformandosi gradualmente in un rapporto più maturo, indipendente e realistico.

Ciò che crea la differenza è il modo in cui questi adulti e le circostanze occorrenti, gestiscono e assolvono il compito di accudimento e accompagnamento del piccolo, nella vita e nella crescita. La maggiore esperienza, capacità e potere dell’adulto infatti, dovrebbe essere veicolata da un’altrettanta attenzione al bambino stesso, ai suoi bisogni, alle sue naturali inclinazioni, alle sue ragioni (Bettelheim).

Un primo fondamentale fattore a favore di una crescita sana, risiede nel fatto che, la posizione di “superiorità” dell’adulto non dovrebbe esulare dal rispetto del bambino, in tutte le sue componenti: la condizione di “inferiorità”, di necessità, la fiducia smisurata, le naturali inclinazioni, le idee ed i sentimenti.

Un secondo fattore, risiede nella capacità di osservare il naturale andamento interno dell’individuo. Come ha ben descritto Winnicott, per favorire la realizzazione del vero sé, è necessario che l’adulto sappia dosare vicinanza e assenza, in modo che la prima non si trasformi in intrusione e la seconda in abbandono. La vicinanza deve assumere la funzione di protezione, amore, rispetto, sostegno, aiuto e non di prevaricazione, sostituzione, svalutazione. L’assenza a sua volta, deve essere guidata dalle necessità del bambino stesso, che in alcuni momenti è caratterizzata da un tempo e uno spazio di tranquillità, necessari per ristabilire un equilibrio interno e trovare un senso a quanto accade. Si tratta di un momentaneo e rispettoso ritiro dell’adulto e non di abbandono, distanza emotiva, vendetta, rivendicazione, rifiuto, ecc.

Un terzo importante elemento è costituito dalla capacità d’autoriflessione e di meta comprensione, da parte dell’adulto. Questi proietta naturalmente i propri bisogni, aspettative, desideri, insoddisfazioni, sui bambini (figli, allievi, pazienti, ecc.). Ma se non si crea uno spazio di riflessione e consapevolezza (almeno parziale), circa il ruolo che questi fattori rivestono nella relazione coi piccoli e nel loro modo di educarli, si creerà una notevole confusione e sofferenza da entrambe le parti, nonché il mancato rispetto delle due condizioni sopraelencate.

In questo caso infatti, non ci si trova di fronte a quello specifico bambino, ma a sé stessi da bambini, in relazione con le proprie figure di riferimento. Più l’infanzia sarà stata difficile, costellata di eventi traumatici e di relazioni morbose, più queste proiezioni saranno dannose, indifferenziate e pervasive.

Da quanto detto emerge che, lo stesso rapporto di dipendenza fra bambino e adulto, può condurre a risultati molto diversi. Se ci sarà rispetto, accettazione, ascolto delle sue fragilità e necessità, autosservazione e co-crescita, allora si otterrà un individuo sempre più sicuro di sé, autonomo, indipendente, fiducioso nelle proprie capacità e negli altri, sicuro della loro presenza e delle loro intenzioni. All’inverso la mancanza di queste componenti in toto o in parte, condurrà alla sopraffazione di una parte sull’altra, all’imposizione di regole e di un’educazione subita, alla svalutazione del bambino, delle sue risorse e della sua autonomia. Ne risulterà un individuo pieno d’insicurezze e rancori, incerto sulle proprie capacità e pertanto bisognoso di un appoggio e rassicurazione continua.

Il mancato rispetto del bambino, può veicolare messaggi diversi. Di fondo passa una non accettazione, trasmessa in ogni minimo sforzo per cambiarlo, imporgli le proprie idee, convinzioni, comportamenti e atteggiamenti. Il piccolo può attribuire questa non accettazione alla sua presunta non adeguatezza, “non sono abbastanza capace, non abbastanza intelligente, non intraprendente, ecc.”, oppure alla presunta “cattiveria”, “sono cattivo, faccio cose cattive, sporche, vietate, inadeguate, ecc.”. Alla base, troviamo lo stesso sentimento di non amore. Non si è amati per ciò che si è, ma solo a condizione di “essere più bravi, più capaci, più intelligenti, educati, disponibili, acquiescenti, ecc.”, diversi insomma. Pertanto, inconsapevolmente passa che i propri genitori non amano noi, ma ciò che vorrebbero che noi fossimo, magari ciò che loro avrebbero voluto essere.

Questi bambini perdono ben presto la capacità ed il diritto di gioire del semplice fatto di essere vivi, delle piccole cose, dei piccoli gesti di vicinanza, delle piccole grandi sorprese che il mondo li circonda, del piacere di imparare, di sentirsi capaci e apprezzati nella loro presenza. All’inverso, saranno ben presto presi da profonda angoscia e instabilità, da un’insicurezza e da un tremito di costante paura, da continuo bisogno di controllare l’ambiente, di scrutare ogni minima espressione e gesto degli altri, per poterne trarre un punto di riferimento, una guida e rassicurazione. Il mondo non è più un ambiente curioso da esplorare, ma una fonte costante di pericolo e incertezza.

Da qui, nasce il bisogno costante e inesauribile d’appoggio e d’amore, una voragine che non si riempie mai. Qualsiasi espressione d’amore non sarà mai sufficiente, perché non andrà mai a riempire il vuoto originario e quel senso di accettazione incondizionata, necessaria proprio da parte delle figure di riferimento fondamentali.

Qualche anno dopo avremo un individuo, che ci appare un adulto nel suo aspetto esterno, in molte condotte e scelte, ma ancora un bambino nel mondo interno, nelle relazioni ed emozioni, espresse nel continuo confronto con gli altri, nell’adesione parziale o totale a modelli esterni, nel continuo aggrapparsi a modelli esterni, per essere  al sicuro da “errori imperdonabili”. Quest’individuo ha bisogno di sentirsi amato a tutti i costi e come tale cercherà di compiacere l’altro in qualunque modo, pur di sentirsi lontano da eventuali abbandoni o rifiuti.

In questo modo si crea una Dipendenza d’Amore, non si può fare a meno di perseguire in modo ossessivo, rassicurazione, attenzione e amore. Senza questi elementi, la propria identità sembra andare in pezzi, ci si sente individui inutili, inetti, incapaci, assolutamente tremolanti davanti ad ogni decisione o azione autonoma. Non si può fare a meno dell’altro, della sua accettazione e del suo presunto amore incondizionato.

L’altro diventa come una droga, serve per mantenere l’equilibrio minimo di sopravvivenza psicologica. La relazione quindi sarà impregnata non dall’Amore, come si pensa o ci s’illude, ma da profondo bisogno e nello stesso tempo da un segreto risentimento. Si odia l’altro perché se ne ha bisogno. Si odia l’altro proprio perché si suppone che ci ami per la nostra acquiescenza, non per ciò che siamo. Si odia l’altro perché se ne continua ad avere bisogno, nonostante la consapevolezza di essere amati “a condizione di”, esattamente come già successo nelle relazioni primarie. Si cerca un amore riempitivo, ma alla fine si riproduce la ripetizione di quanto già vissuto nel passato.

Il ruolo dell’altro poi, può assumere varie sfaccettature, in ogni caso è sempre collusivo con i bisogni e i disagi del dipendente. Il partner quindi, non potrà mai essere un reale rifornimento di amore, rispetto e attenzione, ma colluderà con i bisogni di dipendenza, passività e svalutazione. Gli stessi genitori, che cercano di piegare i figli secondo i propri modelli, alla fine amano e rispettano assai più, quelli che in realtà non si adeguano, mostrando una loro testarda autonomia. Confermando così la svalutazione ed il rifiuto dell’individuo acquiescente, che pur avendo fatto di tutto per essere amato, ancora una volta, non riceverà che disprezzo e desolazione.

Un esempio di questo meccanismo, lo ritroviamo nel film Vento di passioni. Un colonnello, amareggiato dalle politiche del governo nei confronti degli indiani, si ritira dall’esercito per liberarsi “dalla sua pazzia”, vivere coi i suoi tre figli maschi e la moglie, in uno splendido scenario del Montana. Ben presto, la moglie lo abbandona e si ritroverà da solo a fare i conti con sé stesso e con i figli. Il primo di questi, Alfred, rappresenta la sua copia esatta di individuo corretto, retto, educato, fedele alla sua patria e al governo (farà carriera politica), innamorato di una donna che non lo ama e non lo amerà mai, esattamente come la madre Isabel nei confronti del padre. Il secondo figlio, Tristan, è esattamente l’opposto, ribelle, selvaggio, insensato, violento e fuorilegge (contrabbanderà alcool) e sposerà Isabel due, che però al contrario della madre, lo ama e lo aspetta fin dall’infanzia.

Ebbene, il padre ama e amerà sempre in modo incondizionato Tristan, che pure rappresenta quanto di diverso ha insegnato ai suoi figli. Il primogenito infatti, sembra quasi urtarlo, sino al rifiuto esplicito, dopo l’impegno politico. Gli nega qualsiasi scelta, insultandolo velatamente e svalutandolo nelle sue azioni, fino a maledirlo per l’amore nei confronti della promessa sposa di Tristan. Susan, prima di fidanzarsi con Tristan, è stata precedentemente la promessa sposa di Samuel, il terzogenito morto in guerra, questo però non comporta lo stesso disprezzo per Tristan.

Notiamo cioè un comportamento chiaramente disparitario, il capitano non riesce ad apprezzare ed amare il primo figlio, che pure rappresenta il suo esempio in persona, con la stessa intensità con cui ama il secondo, l’esatto opposto. Da una parte cerca di insegnare e promulgare dei valori, dall’altra però si riempie di stima e d’orgoglio verso il figlio che rispetta sé stesso e cresce secondo gli indirizzi della propria natura. Questo padre mostra chiaramente che da una parte vorrebbe spingere i figli a seguire il suo modello, dall’altra poi in realtà apprezza la loro spontaneità.

Due i motivi fondamentali di ciò, da una parte i ritorni di Tristan, gli fanno vivere un amore profondo e sincero, proprio perché provengono da un figlio ribelle che parte per poi tornare. Un figlio, che ama il padre per quello che è, nonostante le diversità. L’amore di Alfred invece è ambiguo, è intriso di rabbia e risentimento, nonché di gelosia e rivendicazione verso il fratello. Questi infatti, si è da sempre sforzato di essere amato, cercando di compiacere in ogni modo, con tanta fatica e scarso risultato. Dall’altra, questo modello paterno in realtà non è stato scelto liberamente, ma imposto a sua volta dal proprio padre, “la propria pazzia” appunto. Cioè il colonnello non esprime sé stesso negli insegnamenti promulgati, ma ripete un modello genitoriale impostogli, che non condivide e che riesce a rifiutare solo in tarda età. Per cui, il primogenito e anche il terzogenito, non fanno che rimandargli a specchio l’immagine di sé stesso, di figlio che tanto ha fatto, per adattarsi ai desideri del proprio padre. Alfred e Samuel, come del resto il padre, soffrono per una ferita di non amore profonda. Samuel non sopravviverà alla guerra, Alfred invece dopo aver perso la donna che amava, si libererà di questa ferita, scegliendo un gesto finalmente autonomo, un gesto fuorilegge e fuori dalla legge “del padre-del padre”.

Questo film è un chiaro esempio di quanto le scelte e le cecità dei genitori ricadano sui figli, fino al punto di passare un copione generazionale, che costringe la spontaneità e la libera espressione di sé stessi. In effetti Tristan, l’unico che ha vissuto rispettando fino in fondo sé stesso, è colui che vivrà più a lungo, vedrà morire tutti gli altri, avendo su di loro il medesimo effetto “dell’acqua che, incuneata nella roccia, gelando la schianterà”.

Quest’uomo, non fa niente di diretto per nuocere agli altri, è semplicemente sé stesso ed è questa sua naturalità, contro cui si scontrano le persone che invece soffrono per “il mal d’amore”, per il mal di sé stessi.

Lo stesso concetto esplicitato chiaramente, lo ritroviamo nel film Maria Montessori, una vita per i bambini, dove il padre dice chiaramente alla figlia, che nonostante abbia sempre seguito la strada indicatagli dal proprio padre, questi non è mai stato fiero di lui, come invece si sente lui nei confronti della propria figlia, che ha sempre agito contrariamente ai suoi insegnamenti.

Non a caso, Maria Montessori riuscirà a vedere ciò che gli altri non hanno mai visto, a credere in sé e negli altri come nessuno ha fatto fino ad allora. Per tutta la vita, non smetterà di cercare l’individualità, la naturalità e le risorse dei bambini di varia età, compreso di quelli reclusi nei manicomi, definiti deficienti, di quelli appartenenti ai ceti più svantaggiati, dei più difficili. I suoi genitori hanno creduto in lei e lei ha moltiplicato questa fiducia e quest’amore per tutto il mondo!

Il Principe delle maree all’inverso, costituisce un esempio eclatante di distruttività genitoriale, infatti sembra rappresentare l’espressione filmica di un manuale di psicopatologia familiare. Siamo di fronte ad un padre violento, concreto e per lo più assente, sia fisicamente che emotivamente, madre frustrata, scissa, razionale, anaffettiva e manipolatrice. Il risultato: tre figli, il primo, Luke, morto per difendere la casa appartenente alla famiglia da sempre, la seconda, Savanna, dedita al suicidio fin da piccola, scrittrice di talento immersa in un mondo incantato fra la protezione e la denuncia della propria realtà familiare ed infine Tom, secondogenito gemello di Savanna, il più pauroso e meno intraprendente, arrabbiato, cinico, ritirato dalla vita ed in procinto di perdere moglie e figlie.

La madre Laila, promuove ai figli dei valori contrastanti, da una parte passa loro la creatività, l’amore per la natura, la passionalità, il coraggio, dall’altra l’ambizione, la risolutezza, l’unione collusiva, triangolante, simbiotica e mortifera. Odia profondamente la sua vita, il suo matrimonio e ciò che non ha, ma protegge a tutti i costi la facciata della famiglia, sostenendo un mutismo pieno di segreti drammatici e dolorosi.

Questa donna, attraverso continui doppi messaggi, triangolazione dei figli, negazione degli affetti, insegna loro a non sentire, a non esprimere le proprie emozioni, a far finta che tutto vada bene, insegna a proteggere il presunto “buon nome” della famiglia, ma non ad amare realmente la propria famiglia. Stabilisce un patto mortifero, non si può infrangere il silenzio, né le mura domestiche, oltre le quali non possono uscire i traumi ed i drammi subiti. In definitiva, gli insegna a fuggire dalla realtà, a non rispettare sé stessi ed i propri bisogni. Fa capire ben presto loro, che il suo amore ha un prezzo e se non lo si vuol perdere, non si possono infrangere i dettami imposti. Lei stessa, che sembra cercare una realtà di maggiore rispetto e soddisfazione, in realtà cerca e otterrà un nuovo matrimonio, con un uomo solo più agiato e appariscente economicamente, ma non per questo realmente rispettoso.

I tre figli ormai adulti, mostrano chiaramente una Dipendenza d’Amore molto forte e dannosa, Luke esalterà la propria appartenenza familiare, attraverso un eroismo portato all’estrema conseguenza, teso ad immolarsi per difendere la propria casa materiale. Non morirà in Vietnam per la causa nazionale, ma per una guerra personale fra sé ed il governo. Ma in realtà, la guerra è con la madre che ha venduto l’isola al governo e che dopo aver sacrificato l’infanzia e la vita dei figli ad una causa fittizia, li tradisce per perseguire le proprie mire di ricchezza. Savanna, che vive sé stessa come una sopravvissuta dell’olocausto, trascorre la propria esistenza a combattere fra la vita e la morte, fra il silenzio e la rivelazione dei segreti familiari, scrivendo libri per bambini e poesie attraverso un nome inventato. Tom, si dibatte fra un presente ed un futuro ricco di amore e di figure amorevoli (la famiglia e gli allievi) ed un ritiro totale dalla vita, un lento suicidio emotivo. Anche il rapporto con le figlie, seppur mascherato da ironico gioco, è contraddistinto da costante richiesta di amore adesivo e incondizionato, una sorta di bisogno narcisistico assai simile a quello materno.

Tutto questo rappresenta il risultato di tre figli umiliati nella dignità, raggirati e risucchiati fin dalla nascita.

La loro dipendenza si esprime proprio nella loro ribellione. Quella che nell’infanzia era stata un’adesione totale, ad un certo punto si trasforma in ribellione altrettanto totale, oggetto principale ed esclusivo della propria vita. Non c’è spazio per una propria esistenza, costruttiva e autonoma, ma solo per il passato e il legame conflittuale con la madre, tanto potente e presente. La dipendenza si esprime proprio nella misura in cui, non decidono ciò che sentono meglio per sé, ma ciò che aggrada o si oppone a Laila. E’ ancora lei, la madre, il centro della loro vita.

Non a caso, è proprio Tom, il più debole e pauroso, meno intraprendente in questa ribellione, quello che sopravvive in modo più “banale” e “comune”, eppure in modo più costruttivo alla famiglia, colui che infrangerà la cortina di silenzio e di morte, raccontando alla psichiatra della sorella, i segreti tanto celati e pericolosi. Questa cesura, lo proietterà nella vita a tal punto, da fargli amare due donne per la sua intera esistenza, la moglie e la psichiatra. Che è un po’ come dire che riuscirà ad amare sia sua moglie, il suo presente ed il suo futuro, che sua madre ed il passato, con tutte le sue imperfezioni e pietose mancanze. La psichiatra infatti lo ha riportato a casa, facendogli vivere la rabbia, il dolore, l’amore e l’accettazione, gli restituisce l’infanzia e la madre, svincolandolo dalla sua ferita di non amore, aprendogli così le porte del futuro.

La ferita in questo caso, nasce da un amore condizionato da divieti e leggi materne. Si ama a patto che vengano rispettati i criteri e che ci sia un’adesione incondizionata, a scapito dell’altro coniuge, del resto del mondo e della propria esistenza. Qui, non c’è ombra di una coppia genitoriale che sostiene e accompagna i figli, in modo più o meno corretto, ma c’è una madre che allontana i figli dal padre, che chiede loro di schierarsi dalla sua parte e di essere amata in modo totale, a loro spese. Non ci sono dei bambini con le loro esigenze, ma una coppia litigiosa e violenta, che fa dei figli “gli unici ostaggi, della propria guerra privata”.

Non c’è rispetto per le loro aspirazioni, per i bisogni di vicinanza e di isolamento. Essi rappresentano solo dei soldati resi docili e obbedienti, che rispondono agli ordini impartiti, fino al punto da ingaggiare essi stessi, le loro guerre personali. Alla fine, i due coniugi risolvono le loro contese con una “semplice” separazione, i figli invece, che hanno assorbito tutto il copione familiare a detrimento della propria vita, rimangono tragicamente ostaggi di questo limbo fra la vita e la morte.

Il film Shine, descrive un altro tipo di copione, anche in questo caso, portato avanti ad ogni costo. David “la stella” è la storia autobiografica del pianista David Halfgott, il secondo di quattro figli, di una famiglia ebrea accampata in una baraccopoli australiana. Il padre, sceglie David, in quanto figlio maschio, quindi fonte diretta di identificazione, come suo allievo prediletto e come oggetto delle proprie mire di successo, in campo musicale. Riversa su lui, i propri sogni e progetti mancati, nonché l’angoscia e la responsabilità di sopravvissuto, rispetto alle sorelle, vittime dell’olocausto. Rende il figlio, il sopravvissuto e l’eletto, colui che dovrà glorificare l’intera famiglia, a prezzo della propria vita.

Quest’uomo tiene i figli e David in particolare, in una sudditanza emotiva, attraverso un incastro d’amore potente e mortifero. Solo lui lo può amare in modo così forte ed incondizionato, nessun altro! Ma se lui deciderà di lasciare la casa familiare non sarà più suo figlio e quindi nessuno lo amerà mai!

Anche in questo caso, il bambino con le sue esigenze, desideri, bisogni, spinte di autonomia e ribellione, non esiste, non viene visto, non c’è spazio per tutto ciò. Esiste solo come stella nascente, stella che per altro, non può rifulgere in tutto il suo naturale splendore nel firmamento della vita, ma deve essere confinata nei limiti angusti che il padre impone. David deve mostrare a tutto il mondo la grandezza della famiglia, ma non può andare oltre i “limiti” e il controllo paterno.

La madre, anch’essa spaventata e succube del marito, risulta totalmente assente e ritirata da qualsiasi decisività.

Il ragazzo, ormai alle porte dell’età adulta, dopo aver perso l’opportunità di studiare musica in America, decide di ribellarsi, partendo per l’Inghilterra ed una nuova borsa di studio. In realtà, questa fuga non fa che preservare il dettame paterno, attraverso la realizzazione del copione assegnatogli: diventare una stella, suonando il Rack III.

Neanche quest’obiettivo, gli porterà l’amore e il perdono paterno. Arriverà alla pazzia: alla perdita di sé stesso, di ogni autonomia e dignità, all’attaccamento infantile e smanioso, ad ogni figura di riferimento minimamente affettuosa, con un’estremizzazione tale da renderlo stravagantemente ridicolo e bizzarro.

A David non era concesso vivere la propria vita, non aveva scelte, non aveva una propria vita ed un proprio futuro, solo un amore unico ed esclusivo, così confinato al punto di diventare morboso, condizionato dal rifiuto della sanità e della costruttività. Ha perseguito questo copione di vita, questa Dipendenza d’Amore fino all’estrema conseguenza, ha sacrificato tutto pur di essere amato e accettato dal padre! Un padre padrone, aggressivo e violento, incapace di provvedere in modo decoroso alla propria famiglia, ma pur tanto superbo ed orgoglioso, lontano dalla concretezza e dalla realtà, al punto da distorcere la visione delle cose, per presentare vantaggiosamente il proprio mondo.

Dopo anni di vaneggiamento da un istituto ad un altro, da una casa ad un’altra, David recupererà faticosamente una parte di sé, riuscendo a sopravvivere al copione. Non accetterà più di fare da scudo alle proiezioni genitoriali, di magnificarlo per fargli meritare il ruolo di sopravvissuto. Non c’è più amore, né rancore nel suo cuore. Accetterà il non amore e l’assenza genitoriale, trovando nella musica un ruolo ripartivo e nell’amore di una donna, una propria condizione adulta. Il concerto, che lo vede nuovamente trionfare sulle scene, questa volta come un uomo libero, gli restituisce anche una madre, anch’essa dipendente d’amore, finalmente capace di gioire autonomamente per il successo del figlio.

Gli esempi citati fino ad adesso, ci permettono di vedere in itinere, il processo di formazione del legame di dipendenza, fin dai suoi esordi per poi condizionare l’intera vita adulta dell’individuo. Il film Holy Smoke (Fuoco sacro) invece, ci presenta il risultato finale, di un processo che possiamo solo desumere retrospettivamente. Si tratta un altro esempio di Dipendenza d’Amore, espressa in modo più sofisticato e più frequentemente incastrante.

Ruth, nel corso di un viaggio in India viene sedotta da un Sai Baba che la inizia alla conoscenza, all’illuminazione, facendole il dono del terzo occhio. Sua sposa per sempre, non torna a casa, cambia nome, abiti, sguardo, clima emotivo. Si ferma.

L’amica, in viaggio con lei si reca dai genitori, raccontando l’accaduto. Questi, fermandosi su dettagli di superficie, non capiscono cosa stia realmente accadendo alla figlia. Tutte le figure appartenenti al nucleo infatti, genitori, figlio, nuora, compagno del figlio, sono espressione evidente di concretezza, mostruosità e banalità.

I genitori, la riportano in Australia con un inganno e la recludono in una casa isolata, insieme ad un de-programmatore che costa loro molti soldi: cow boy americano che si occupa di rivitalizzare gli umani, oggetto di condizionamento e perdita di consapevolezza, come accade in seguito all’esperienza all’interno di sette e condizioni simili.

L’obiettivo consiste nel liberare dal velo che offusca la consapevolezza, la lucidità e l’autonomia, senza portare la vittima verso la propria conoscenza, lasciando la libertà di scegliere in base al proprio sentito e ad una visione adulta. Disilludere da una fede cieca, per arrivare a fiducia e conoscenza.

Questi però, esattamente come il santone indiano, instaura una relazione perversa, fornendo una risposta onnipotente e totale, ad una richiesta totale, di chi è confuso e sofferente. Usa anche lui il fuoco, per illuminare nuovamente l’anima della giovane e aprirle la strada. Ma è un fuoco che in realtà offusca. Il fumo che si cela dietro l’apparente illuminazione, bagliore fornito da coloro che si propongono come sapienti, illuminati, salvatori, disperde la chiarezza delle cose e delle rappresentazioni interne.

Il de-programmatore infatti, cede ad una risposta onnipotente, ideale, in funzione del dolore, che non riesce a tollerare e ad una richiesta di accudimento, per lui difficilmente sostenibile. Cede all’atto, procurando rassicurazioni attraverso la passione di una notte. Per poi il mattino seguente, negare la propria responsabilità, la portata della risposta fornita alla giovane, ancora persa: “è stato uno sciocco errore, non succederà più, ritorneremo come prima!”

La situazione non è come prima e Ruth, facendosi forte dell’attrazione che la giovinezza, la lusinga, esercita sul suo narcisismo di macho non più giovane e desiderato, usa a sua volta una risposta perversa, di potere e supremazia. S’instaura così un gioco manipolatorio, un tira e molla, comandato talvolta dall’uno talvolta dall’altro.

Fino a quando la giovane, lo spezza a favore della ricerca di sé e di relazioni sane. Lo trucca e abbiglia da donna, mostrandogli in modo palese e innegabile la sua realtà: può amare solo sé, il rimando di sé, l’immagine nello specchio.

L’atto perverso viene in entrambi i casi veicolato dalla luce, luce magica, sacra, come unica risposta illuminante, unica soluzione, che accende il desiderio, come il fiammifero il fuoco, che in realtà non produce cambiamento, ma delirio, abbaglio di una verità assoluta e non umana. Sotto l’apparente gesto d’amore del genitore, viene alimentata l’immagine di adulto onnipotente, che produce ammirazione e amore illimitato da parte del piccolo. Un’immagine, che col crescere non si ammanta di concretezza, ma rimane immutatamente irrealistica.

Se guardiamo questa vicenda, si può notare chiaramente come le relazioni adulte della ragazza, non siano altro che la ripetizione delle relazioni infantili con i genitori, dove prevale il bisogno di amore totale, di accoglimento e guida. Il non amore in questo caso, conduce alla perdita totale di sé, della propria lucidità, della consapevolezza, della propria dignità ed integrità. L’unica forma di accudimento genitoriale infatti, consiste nella guida attraverso la menzogna e l’investimento economico.

Ed il tentativo di recuperare un amore perduto, conduce in qualunque posto, che lasci intravedere una promessa di illuminazione e amore. La ragazza cerca quella chiarezza e quel riconoscimento, impossibili in quel nucleo. Il padre infatti, possiede da sempre una famiglia alternativa e contemporanea con la segretaria, di cui tutti sanno e nessuno parla. La madre, vive come una cieca negando la più evidente realtà delle cose, affamata d’aria e d’amore, ma incapace di aprire e scambiare qualunque forma di umanità.

Il finale vede Ruth, in India con la madre, ad occuparsi di progetti concreti, con un ragazzo reale e concreto. Sia lei che il de-programmatore però, conservano dentro, in un angolo di sé, quell’incastro irresistibile e mortifero, che appartiene loro come il dna, come una cicatrice indelebile: l’incastro copionale del non amore, che mantiene un’attrattiva tanto forte quanto pericolosa.

Un ultimo interessante esempio, ci viene fornito dal The believer. Un film che presenta da vicino la vita di un giovane skinhead, violento, appartenente ad una banda che picchia, aggredisce e distrugge tutto ciò che rappresenta la debolezza e la minoranza, in particolare, la minoranza ebraica.

Danny, è letteralmente disturbato dagli individui remissivi, timorosi e accondiscendenti, al punto da fargli subire la propria forza e supremazia, in ogni forma. Nello stesso tempo è ossessionato e tormentato dalla storia biblica di Isacco, che viene offerto dal proprio padre, come agnello sacrificale, in risposta alla richiesta di Dio. Nella sua mente, inscena continuamente situazioni analoghe, con dei finali ribaltati, dove la vittima non subisce ma si ribella.

Da bambino ha vissuto uno stato di impotenza e svalutazione schiacciante, continua. Cresciuto in una condizione in cui non si sentiva minimamente protetto neanche dal padre che, per obbedire al volere del proprio padre, in questo caso ultraterreno, avrebbe sacrificato la vita del suo unico figlio. Danny si è trovato in totale balia degli eventi dell’umano e del sovraumano, al punto di decidere di voler assumere il potere ed il controllo della propria vita, con la legge della forza e della supremazia. Non a caso il film s’intitola “il credente”. Proprio grazie al suo credo, al legame profondo e pressante con la sua religione, perde la lucidità e la stabilità emotiva, sufficiente a direzionare le proprie abilità, in altri ambiti di vita.

Attraverso sprazzi del passato ed il rispetto per il testo sacro ebreo, che i compagni tentano di distruggere, si comprende la sua origine ebrea. Non solo è un ebreo, ma è stato un devoto e diligente allievo. Ha amato tanto i testi sacri, li ha tanto discussi e contrastati con i suoi insegnanti. Questo grande amore e dedizione infatti, si scontrava inspiegabilmente con una visione remissiva della vita, con un atteggiamento sacrificale, con un padre che rinuncia al suo amore.

Evidentemente il ragazzo, ha combattuto tutta la sua vita per farsi amare e accettare, per ciò che era e non in quanto figlio di Dio, privo di scelte e autonomia. E non riuscendo in questo suo intento, ha deciso di combattere questo sistema di non amore, cercando ancora una volta di farsi vedere nella propria forza ed individualità, seppur questa volta, votata alla violenza e distruzione. Non di meno, in un bisogno ancora infantile di dipendenza, si appoggerà ad una coppia adulta, come punto di riferimento e guida. In questo contesto, incontrerà e s’innamorerà della loro figlia, anch’essa ebrea antisemita, che recita la parte dell’intollerante, nascondendo la propria origine.

Questo film poco conosciuto, mostra in modo acuto il rifiuto della posizione di vittima, il bisogno smisurato di amore e accettazione incondizionato, protratto fino al punto di fare di sé una vera e propria vittima del proprio sadismo e del proprio odio, frutto dell’amore frustrato, del risentimento, che nasce dalla disperazione e dalla ferita profonda. Anche in questo caso, non c’è scelta e autonomia, ma una vita vissuta in “funzione-opposizione di”. Un altro sistema, al di fuori di sé, si pone al centro della propria decisione e del proprio desiderio.

Queste citazioni, vogliono rappresentare in modo descrittivo e leggero, la realtà di non amore, esplicata a vari livelli, nella vita delle persone. Attraverso essi, abbiamo visto un processo interpersonale e intrapersonale assai complesso, che ci mostra il legame di sudditanza dalle relazioni, dal successo, dalla vittoria, dai governi, dalle religioni, dalle ideologie, dalle idee, ecc. Tutte sfaccettature della Dipendenza d’Amore, di un bisogno profondo, illimitato, ancestrale, antico e infantile di amore, di un amore totale, simbiotico, riparativo di una frattura primitiva.

Il rifiuto o l’incapacità d’amore incondizionato da parte dei genitori già da un’età precoce, ha prodotto nell’inconscio una “sinapsi emotiva”, una sorta di tracciato, un binario di non amore, che verrà percorso e ripercorso molte volte, nella vita successiva. Tanto forte e unilaterale sarà il sentimento di amore condizionato, tanto più ostinato e disperato lo sforzo di essere accettati e amati a qualsiasi costo, anche a costo della propria sanità e integrità. Pur di sentirsi visto ed amato per ciò che è, l’individuo è disposto a perdere anche la vita stessa!

Come vediamo bene, si tratta di una vera e propria dipendenza a tutti gli effetti. L’oggetto del proprio bisogno diventa esclusivo interesse, principale elemento di attenzione, energia e tempo, trasformandosi in una vera e propria ossessione. Da adulti si cerca di ottenere assolutamente, qualcosa che è mancato nell’infanzia e che era legittimo proprio in quella fase e non in altre. Si rincorre una chimera, a costo di perdere ciò che di effettivo e concreto è presente nella vita attuale.

Questo tipo di dipendenza è assai dannosa, non meno di altre forme più clamorosamente distruttive, come l’alcool o la droga. In tutte le sue manifestazioni infatti, conduce ad un ritiro dalla realtà, a favore di una dimensione interna anacronistica e distruttiva. La persona è incapace effettivamente di amare e non riesce ad accettare l’amore adulto e costruttivo, predestinandosi in copioni lesivi.

L’incapacità di amare deriva proprio dalla ferita di non amore, dal rifiuto della propria individualità, che ha prodotto uno stato di bisogno cronico, che impedisce una reale sperimentazione e uno scambio.

L’altro non esiste, esiste solo il proprio bisogno frustrato, il risentimento e la pretesa. Non a caso, in tutti gli esempi citati, i personaggi dipendenti mostrano un attaccamento adesivo, un bisogno e un sottostante risentimento. Quel risentimento che nasce dall’umiliazione, dalla perdita, dal rifiuto, dall’abbandono della propria dignità, a favore dei desideri altrui. La pretesa ed il risentimento nascono proprio dall’odio per sé stessi, per la propria incapacità di opporsi, di rispettare la propria dignità, per l’incapacità di camminare con le proprie gambe, sostenendo “io sono”!

E come abbiamo visto, questo tipo di copione, porta alla perdita della coscienza, dell’autonomia e alla morte, allo stesso modo delle sostanze psicotrope. Direi che in questo caso è ancora peggio, perché si tratta di qualcosa di apparentemente innocuo, di un’esigenza naturale e umana, quindi legittima. Si tratta di una dipendenza nascosta e subdola, infatti non così immediatamente riconoscibile e accettabile, come nelle altre forme.

Abbiamo visto quanti esempi di ribellione, di apparente forza, autonomia e adultità, possono sviare e nascondere quest’ossessione, inducendoci in inganno. Molto spesso l’adesione totale all’altro, si esprime genericamente attraverso una compiacenza, ottenuta con la partecipazione a modelli di pensiero, di atteggiamento, di comportamento, di look, ecc. Ci si sforza di far parte di quella cerchia di persone ritenute adeguate, normali, vincenti, al punto di vivere con mille stampelle etero imposte. Si creano mille “legami” su face book, illudendosi che questo sia prova dell’essere amati, ci si rende sempre disponibili per essere indispensabili e quindi sicuramente non rifiutati, si cerca un “ruolo di potere” per poter controllare gli altri e non subirne le scelte, si porta sempre con sé il cellulare per essere sicuri di avere sempre gli altri a disposizione, ecc. Perdendo sempre più di vista, il reale bisogno sottostante e quindi la possibilità di trovarvi un cambiamento sano e costruttivo.

Tutti questi personaggi che abbiamo citato, hanno in comune l’incapacità di relazionarsi con l’altro alla pari, di vederlo per ciò che realmente è, a favore di una relazione ancora asimmetrica, esattamente come quella avuta nell’infanzia. Ci si aspetta sempre, che l’altro prenda la situazione in mano, prenda decisioni, ci ami, ci trascini, ci coinvolga, ci protegga, ecc. Si riscontra quindi, una distanza dalla realtà, la persona ormai adulta non si comporta affatto come tale, in base a quello che c’è nella sua vita nel qui e ora, ma continua a vivere come se nel presente esistente ancora quel là e allora. Vive in un mondo alternativo, che potrebbe essere assimilato a quello indotto dalle sostanze o a quello illusorio di internet, dei videogiochi, ecc., perdendo la possibilità di vedere realmente chi ha davanti, sé stesso e le opportunità che lo circondano.

Il limite ed il non amore non è fuori, ma dentro di lui, in questo mondo dell’infanzia trasposto in un altro spazio e in un altro luogo. Queste persone hanno avuto un impatto traumatico proprio con l’amore: con ciò che dovrebbe rappresentare la forza propulsiva e lo strumento fondamentale, per la formazione della propria identità, della fiducia in sé e dello stile relazionale. E’ come se si costruisse una casa su di un terreno fragile e paludoso, questa non avrà mai consistenza e stabilità! Esattamente ciò che vivono queste persone, prese dalla continua ricerca di un appiglio esterno, di una stabilità esterna a loro. Qualsiasi cosa, pur di sentire di far parte, di essere approdati in un porto sicuro, di essere finalmente visti e amati!

Abbiamo già ricordato che un maternage sufficientemente buono, deve comprendere un processo equilibrato di presenza e assenza. A ben vedere, tutti i film citati presentano un chiaro esempio di abuso in un senso o/e nell’altro. Molto spesso sono presenti entrambe gli abusi, realizzati per i bisogni, per le ferite e voragini narcisistiche dei genitori. Il padre di David ad esempio, eccede nella presenza, nella pressione e direttività, fino ad essere intrusivo e violento in qualsiasi scelta, per poi passare al versante totalmente opposto e abbandonare il figlio, in momenti di effettivo bisogno emotivo. Parimenti i genitori di Ruth, desiderano gestire la vita della figlia, tenendola vicina a sé, ma quando questo si verifica, sono assolutamente incapaci di un livello che vada oltre quello dell’intrusione concreta e materiale.

Notiamo inoltre che, spesso il genitore altamente presente e intrusivo, è accompagnato da un coniuge assente, o perché lui stesso succube e spaventato (la madre di David) o semplicemente perché non coinvolto emotivamente (es. la madre di Tristan).

Da adulti, questi bambini tenderanno a trovare partner che saranno la riedizione delle figure familiari, o comunque proietteranno così potentemente questa realtà interna, da impedire altre possibili risorse relazionali. Ruth ad esempio, da adulta trova degli uomini altrettanto fumosi e inconsistenti del padre, Alfred, esattamente come il padre, amerà ad ogni condizione una donna che non può amarlo, il nostro Danny non può che trovare soluzione alla sua angoscia, attraverso la supremazia e la violenza, quanto subito nell’infanzia, in nome di un credo.

Essendo rimasti “fissati” in quella fase e in quella dinamica, non riescono a vedere alternative, c’è una sorta di ossessione e nel contempo di fobia, per l’amore: si rincorre da sempre qualcosa di cui si ha tanto bisogno, ma che si teme fortemente, perché fonte di grande sofferenza e dipendenza. Quindi, non si è capaci né di dare né di accogliere il vero amore.

Alla fine, ciò che il Dipendente d’Amore cerca, non è una relazione d’amore che prevede scambio e crescita, ma una persona a cui aggrapparsi prepotentemente, che riempia quei vuoti e quelle instabilità senza fine. La sua è una pretesa, gli spetta perché gli è stato negato da bambino, gli spetta perché ne ha bisogno, ne ha diritto perché cede tutto sé stesso all’altro, deve esserci per un senso di giustizia, deve essere così e basta!

La ferita fondamentale può avvenire in varie fasi dell’infanzia e può assumere connotazioni diverse, quanto più sarà precoce quanto più intaccherà il diritto all’esistenza dell’individuo e la consapevolezza del “io sono”, separato dall’altro, con un’identità ben precisa e rispettosa. Nelle fasi evolutive successive, la mancanza intaccherà, non tanto il diritto all’esistenza del bambino, ma la sua identità, la fiducia, le sue capacità, il diritto ad essere amato per ciò che è, espresse in “io sono così”, “io vado bene così”, “sono amato per quello che sono”.

In linea generale, la ferita del non amato s’identifica per lo più in una precisa modalità, con uno specifico messaggio, che ha inizio entro i primi due anni di vita e si protrae negli anni successivi. Potremmo dire che ricalca la personalità orale, come descritta da Lowen (1978, 1983), ovvero un individuo che è stato abbandonato nel primo anno e mezzo di vita, in senso reale con la morte o l’allontanamento (di solito della madre), o simbolico, attraverso il ritiro emotivo, la disponibilità e la cura. Il bambino improvvisamente abbandonato, senza terra sotto i piedi, con le spalle scoperte, avrà minato il senso della sua fiducia in sé e nella disponibilità degli altri.

Si sente cronicamente afflitto, da un dolore smisurato e impalpabile, da un sentire che lo inonda e lo sovrasta. E, nonostante ne abbia un bisogno smisurato, non può fidarsi e affidarsi. All’esterno si mostrerà eccessivamente indipendente e adulto per compiacenza, all’interno vivrà un bisogno smisurato di amore e accudimento, che gli farà coltivare segretamente, lamentosità e rivendicazione. La compensazione fra esterno ed interno, l’acquietamento dell’angoscia negata, avviene attraverso la dedizione sfrenata a forme di oralità secondaria e sublimata, che può manifestarsi nella dipendenza da sostanze, dal cibo, da oggetti (cellulari, auto, abiti, moda, ecc.), da attività (lavoro, shopping, sesso), da persone, in una dipendenza emotiva, ecc.

E’ una forma subdola di disturbo, perché facilmente negata e nascosta. Inoltre, l’individuo orale, così preso dal suo sforzarsi ad essere capace, adulto e indipendente, tendenzialmente suscita tenerezza, consensi e affiliazione, al punto da essere difficilmente assimilato ad un individuo disturbato. Nonostante sia contraddistinto da un bisogno divorante e accalappiante, al primo impatto e spesso per molto tempo, mantiene questa facciata d’indipendenza e autonomia. Vedi i figli del colonnello, che sembrano uomini adulti che prendono le loro decisioni autonome, oppure Ruth che ha l’ardire di vivere in un paese così diverso ed essenziale.

Spesso, l’incastro preferenziale si verifica con la personalità narcisista, un altro non amato a livello più distruttivo e profondo. Il narcisista (1985) infatti, risulta assolutamente incapace di un contatto profondo con l’altro e ancor prima, con sé stesso. Predilige l’immagine a discapito dell’essere, la prestazione a discapito del sentire. Confondendo queste due realtà, risulta incapace di trattare sé e l’altro come individuo con delle proprie esigenze, bisogni, emozioni, con un corpo vibrante. Essendo un bambino a cui è stato sottratto ogni diritto al sé più profondo, è diventato un adulto che tende a dominare, a tenere tutto sotto controllo, per evitare umiliazioni e privazioni ulteriori.

Il Dipendente d’Amore andrà a nozze con questo tipo di persona, che prendendo l’iniziativa e il controllo, lo farà sentire rassicurato e protetto. Illudendosi di sentirsi amato per ciò che è, gratificherà il suo narcisismo in ogni minima forma, fino alla disillusione e frustrazione più totale, di scoprire una realtà molto più strumentale e copionale. Neanche questa volta può essere amato per ciò che è, ma solo per ciò che rappresenta, per ciò che fa, per la funzione rivestita. Ed il gioco ricomincia da capo, con lamentele e rivendicazioni.

Di fronte a tutto ciò, ci si chiede se esista reale possibilità di cura e guarigione. Direi che come tutte le forme di dipendenza, il percorso è lungo e articolato in varie fasi e tipi di intervento, che dipendono dall’individualità della persona stessa, dalla precocità della ferita, dal grado di negazione del disturbo, dalle esperienze favorevoli dell’infanzia, ecc.

Gabbard (2003) ha evidenziato che, la possibilità di relazionalità e quindi di recupero terapeutico, dipende dalla natura e dalla gravità delle esperienze infantili. Il transfert negativo può infatti andare da livelli analizzabili a livelli particolarmente nefasti, inanalizzabili e incurabili. In pratica, in base al grado di deprivazione e rifiuto subito, si otterrà una corrispondente capacità di amare in modo sano o di odiare in modo deprivante.

Perché possa esserci possibilità di cura, è necessario che l’individuo sia disposto a rinunciare alla pretesa, al rammarico e alla richiesta nei confronti dell’altro, per prendere in prima persona la co-responsabilità di quanto accade. Si deve privilegiare costruzione e riunificazione, rispetto a distruzione e divisione, amore rispetto ad odio e vedetta.

Il cambiamento e la crescita in queste persone è un processo assai complesso, prima di tutto perché molte di queste non riconoscono il problema, nascondendo la propria sofferenza dietro una serie di cose facilmente manipolabili e oggetti preferenziali di proiezioni. In secondo luogo, si sentono incapaci da una parte e in credito dall’altra, per cui si sforzeranno in ogni modo, di non assumere la responsabilità di sé e del cambiamento, continuando a lamentarsi e ad attribuire agli altri la colpa delle proprie disgrazie. Fino a che non compiranno questo passo, doloro ed inevitabile, indipendentemente da quanto è successo nell’infanzia, non ci sarà possibilità, di entrare realmente in contatto con i propri bisogni e con la capacità di soddisfarli autonomamente, senza essere infinitamente legate alle figure che sono state deputate a farlo.

Si tratta in altri termini, di far prevalere l’amore verso sé, rispetto all’odio e alla rivendicazione verso i genitori. Di rinunciare al “piacere” sadico e masochista insieme, di fare la vittima, a discapito di sé stessi, a favore di un lavoro costruttivo e faticoso.

 

 

FILMOGRAFIA

 

Barbra Streisand (1991, USA). Il principe delle maree. Attori protagonisti: Nick Nolte, Barbra Streisand, Kate Nelligan, Blythe Danner, Melinda Dillon.

Edward Zwick (regista) (1994, USA). Vento di Passioni. Genere Drammatico. Attori protagonisti: Brad Pitt, Anthony Hopkins, Aidan Quinn.

Gianluca Maria Tavarelli (2006, Italia). Maria Montessori. Una vita per i bambini. Genere Drammatico. Attrice protagonista Paola Coltellesi.

Jane Campion (regista) (2000, USA). Holy Smoke. Genere Drammatico. Attori Protagonisti: Havey Keitel, Kate Winslet.

Peter Hoffman (2001, USA). The Believer. Genere Drammatico. Attori Protagonisti: Ryan Gosling, Billy Zane, Theresa Russel, Summer Phoenix.

Scott Hicks (1996, Australia). Shine. Ispirato ad una storia vera. Genere Drammatico. Attori protagonisti Geoffrey Rush, Noah Taylor, Armin Mueller-Stahl.

 

BIBLIOGRAFIA

 

     Bettelheim B. (1977). Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe. Milano, Saggi Feltrinelli.

     Bettelheim B. (1987). Un genitore quasi perfetto. Milano, Feltrinelli.

Costantini  S. Dipendenze e falsi bisogni, 28/11/07, www.retenuovedipendenze.it.

Costantini S.  Cellulare e oralità secondaria, pubblicato il 20/03/08, su www.retenuovedipendenze.it e www.vertici.com/rubriche.

Costantini S. Cellulare e solitudine, 07/07/08, www.nienteansia.it

Costantini S. Internet quale realtà? Pubblicato contemporaneamente sul sito www.vertici.com/rubriche e www.retenuovedipendenze.it, il 16/04/08.

Fain M. (1983). Approccio metapsicologico al tossicomane. In Bergeret J., Fain M., Bandelier M. (a cura di). Lo psicoanalista in ascolto del tossicomane (pp. 30-38). Borla, Roma.

Gabbard G.O. (2003). Amore e odio nel setting analitico. Astrolabio.

Gabbard O.G. (1995). Psichiatria psicodinamica. Raffaello Cortina Editore.

Greenspan S.I. (1997). L’intelligenza del cuore. Le emozioni e lo sviluppo della mente. Milano, Oscar Mondatori.

Lowen A. (1978). Il linguaggio del corpo. Milano, Feltrinelli.

Lowen A. (1983). Bioenergetica. Feltrinelli.

Lowen A. (1985). Il narcisismo. L’identità rinnegata. Feltrinelli.

Harrison G. (1989). Il culto della droga. Cleup Editrice Padova.

     Pulvirenti L. (2007). Il cervello dipendente. La dipendenza non è una debolezza ma una malattia. Milano, Adriano Salani Editore.

Schellembaum P. (1995). La ferita dei non amati. Demetra.

Zoja L. (1985). Nascere non basta. Iniziazione e tossicodipendenza. Cortina, Milano.

     Winnicott D.W. (1968). La famiglia e il suo sviluppo. Roma, Astrolabio Editore.

 

 

 

 

 

 

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