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11 giugno 2012 1 11 /06 /giugno /2012 10:32

La sottile linea fra sostenere e confrontare 

Dott. sa Sabrina Costantini

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Sommario

Questo articolo prende in esame il difficile legame fra due funzioni fondamentali, utilizzate in psicoterapia, rappresentate dall’atto di sostenere e di confrontare il paziente.

Il sostegno ed il confronto descrivono due operazioni evolutive importanti, fondanti la stabilità e coerenza del sé, sostenute dalla funzione materna e paterna rispettivamente. Il terapeuta si trova a dover ripercorrere queste due funzioni, prestando sempre speciale attenzione al loro reciproco andamento, evitando di spostarsi eccessivamente nell’una o nell’altra parte del continuum, con possibili effetti deleteri rispetto al cambiamento.

 

Summary

 

This article appraisal the difficult connexion between two basic function, praticated in psychotherapy, formed by the practice to assist and confront the patient.

The assistance and confrontance express two important evolution stap, fondant the stability and self cohesion, derived by respectively maternal and paternal function. The therapist must go in this old way through this two function, whit special attention to their relathional modulation, avoid to shift too in each element of continuum, with dangerous possible interference in the change.

 

 

Uno dei problemi di fondo quando ci occupiamo di psicoterapia, in special modo con alcuni tipi di pazienti, riguarda la capacità all’atto pratico di dosare sapientemente e intuitivamente due delle componenti fondamentali del processo di cura, ovvero la capacità di sostenere e confrontare, intesi come indicativi di tutto una funzione articolata nell’uno e nell’altro senso.

Il termine sostenere infatti, rimanda a tutte le funzioni supportive ed empatiche, compreso esortazione empatica, convalida, suggerimenti, consigli, nello stesso modo il termine confrontare rimanda a tutto un lavoro di chiarificazione, osservazione, interpretazione, ecc.

L’atto di sostenere il paziente consiste fondamentalmente nella pratica di appoggiarlo emotivamente, di essere dalla sua parte incondizionatamente. Si tratta di riprodurre la relazione madre-bambino ai primordi, ovvero l’appoggio che una madre fornisce nel consolare il proprio piccolo che si sente male, che si è procurato una piccola ferita, che si sente maltrattato da un compagno, ecc. Lo si consola, lo si rassicura e gli si fa sentire che si è dalla sua parte, che è stato “trattato ingiustamente”, comprendiamo bene la sua sofferenza e siamo lì a consolarlo, senza remore, né condizioni.

Parlo di rapporto madre-bambino e non di genitore-bambino, perché per quanto questa funzione possa essere assolta anche dal padre o da un altro componente familiare, solo la buona madre in continuità con un processo simbiotico fondato sul corpo, può dare un primario e reale appoggio incondizionato.

L’atto di confrontare invece, è in parte antitetico col precedente, perché riguarda il mettersi a tu per tu con l’altro, mostrandogli una visione più ampia della situazione da lui descritta, mostrandogli un esame delle cose in termini di causa-effetto, concausa, di vari punti di vista, della propria responsabilità, ecc. In pratica, di fronte ad una chiara espressione della propria visione, dell’insoddisfazione, del sentirsi maltrattati, usati, ecc., s’introduce l’esame di realtà, l’esame obiettivo delle cose. Se vogliamo, potremmo chiamarla funzione paterna, ovvero l’introduzione di regole, di un pensiero più obiettivo, della visione di un terzo, di un mondo esterno.

La suddivisione in funzione materna e paterna, non rimanda al sesso degli individui, ma all’origine fondante. Se anche la funzione materna inizia e viene principalmente assolta dalla madre e la funzione paterna inizia ed è utilizzata sostanzialmente dal padre nel suo incipit, questo non esaurisce la loro direzione e non limita i rispettivi ruoli. Sia la madre che il padre, sia la donna che l’uomo assolveranno la funzione materna e paterna, senza esclusione rigida. Non di meno, il terapeuta deve saper dosare e miscelare le due funzioni, in modo costruttivo ed evolutivo.

Riprendiamo ora i due concetti a partire dalla loro origine. Inizialmente il bambino nasce ed è in una situazione d’indifferenziazione rispetto agli altri e al mondo, si sente un tutt’uno con colei che lo ha generato, che lo ha tenuto con sé, che gli ha dato vita attraverso la separazione e differenziazione di una parte di sé, ovvero l’ovulo fecondato che è stato cresciuto grazie e attraverso un ambiente protetto e nutriente. Il bambino quindi, nasce in un atto fisico più o meno naturale e viene separato dalla madre solo in parte, non è più parte di lei, ma è vicino a lei in tutto e per tutto, in costante contatto corporeo, si nutre col suo corpo (allattamento al seno) ed è accudito da lei.

Il taglio del cordone ombelicale, non ha ancora determinato la nascita psicologica, la separazione, che si forma gradualmente con il passare del tempo. con l’accrescersi della consapevolezza e della cognizione. Piaget parlava di schemi circolari, per riferirsi a quelle azioni ripetute costantemente che creano la base dei primi semplici concetti, delle prime forme di consapevolezza. Con la ripetizione si crea la sicurezza di alcune costanti nell’ambiente e con esse anche la base della separazione fra sé e l’altro. Se all’inizio non c’è distinzione fra ciò che è del bambino e ciò che appartiene alla madre, a causa del legame biologico, della mancata capacità di pensiero organizzato, ma anche grazie alla risposta immediata ai suoi bisogni, dopo la ripetizione di questa esperienza gradualmente si formerà questa distinzione, importante per la separazione e costituzione della propria identità.

Nonostante questa progressiva e crescente acquisizione, la madre sufficientemente buona come intesa da Winnicott, continua a sostenere emotivamente il bambino, a stargli vicino, ad appoggiarlo nelle sue esplorazioni che lo portano lontano da lei. Così facendo gli fornisce il rinforzo necessario circa il suo comportamento, adeguato e riconosciuto come buono e gli fornisce un porto sufficientemente sicuro dove rifugiarsi nuovamente e temporaneamente, nei momenti di crisi (Margaret Mahler). Questa fase è fondamentale, determina quale sarà l’andamento del bambino nel mondo da piccolo e poi anche da grande.

La madre che sostiene nel momento di differenziazione infatti, gli mostra che non ha niente da rimproverargli, non si sente rifiutata da lui, gli rimanda quanto sia giusto che lui metta in moto la sua sperimentazione diretta e vada là dove sente di andare. Nello stesso tempo, costituire una base sicura su cui far affidamento nel momento in cui il bambino si sentirà sperso e impaurito del mondo, gli fornisce quell’appoggio emotivo importante e basilare per la costituzione della fiducia in sé, per avere quella nuova spinta a riprendere il suo viaggio. Il sostegno gli manda questo specifico messaggio: capisco quanto tu possa essere spaventato mio piccolo caro, hai ragione a volte il mondo è difficile, ti è capitata proprio una brutta cosa, non ti preoccupare però ci sono io, non sei solo, sei bravo, puoi farcela, ecc.

Ritroviamo questa funzione, nella descrizione di Kohut (non a caso un teorico della Psicologia del sé) sui due tipi di transfert osservati nel paziente narcisista, ovvero il transfert speculare e idealizzante.

Il transfert speculare si riferisce ai pazienti che si rivolgono all’analista per ottenere una risposta di conferma e validazione, da Kohut descritto come il “brillio negli occhi della madre” in reazione allo sfoggio esibizionistico del bambino, detto Sé grandioso-esibizionistico (Gabbard). La reazione tansferale ripercorre una fase evolutiva precoce in cui la madre, attraverso il sentirsi orgogliosa e soddisfatta del proprio figlio, offre approvazione e rinforzo della condotta stessa, il bambino quindi si sente adeguato, approvato e amato. L’approvazione empatica e la conferma è fondamentale per la costituzione di un senso di sé stabile e forte. Il bambino che non lo riceve, si sforzerà a più riprese di apparire sempre più bravo, sempre più perfetto, pur di ottenere quell’approvazione così importante. Quest’assenza produrrà, nel percorso psicoterapico i transfert speculare, ovvero il paziente anche qua fa di tutto per essere considerato “bravo” dal terapeuta-genitore.

Nel caso di transfert idealizzante il paziente vive il terapeuta come genitore dotato di poteri straordinari, che ha la capacità di consolare, risanare, di rigenerare. Se il terapeuta è perfetto, non solo lui potrà avvalersi dei benefici di questi poteri, ma avrà a sua volta anche lui elementi di perfezione, solo per il fatto di essere in relazione con lui. Il transfert appena descritto deriva da una mancanza materna, determinata dall’incapacità di empatizzare con il suo bisogno d’idealizzazione. O meglio, la madre non offre un modello degno di essere idealizzato, non offre un’immagine di sé positiva al punto da essere considerata speciale, da esempio.

Entrambe queste due esperienze mancanti, conducono ad un sé frammentato, un sé difettoso o carente, congelato nelle sue naturali espressioni.

Le considerazioni clinico-teorico mediate Kohut ci permettono di comprendere l’importanza della funzione di sostegno, in special modo nelle prime fasi di crescita. Il bambino deve sentirsi approvato, amato e corrisposto nei sui bisogni, compreso quello illusorio di una madre ideale risanatrice.

Questa funzione è fondamentale nelle prime fasi di vita e una volta stabilite, una volta che hanno offerto la possibilità di creare un letto sicuro al senso di sé, devono lasciare il posto ad un esame di realtà e ad una maggiore presa di consapevolezza-responsabilità. Questo secondo passaggio è possibile solo in misura della creazione pregressa di un’identità integrata e di un senso di sé stabile, pena il rifiuto della realtà.

La confrontazione riguarda proprio il mettere in evidenza elementi della realtà che il bambino ed il paziente poi, non vogliono vedere. Quindi c’è la percezione di quel dato evento, tema, ecc., ma c’è il suo rifiuto, il disconoscimento fino alla negazione. Confrontarsi, mettersi a tu per tu, comporta introdurre l’altro in un aspetto nuovo, quello dell’esame della realtà, del tener presente tutte le componenti, compreso il proprio potere e la responsabilità. Quest’operazione può essere condotta senza ledere l’autostima e la fiducia della persona, né la relazione stessa, proprio grazie al fatto che sono stati soddisfatti tutta una serie di bisogni evolutivi di convalidazione empatica. Se invece il bambino non ha vissuto la simbiosi ed il sostegno totale, non potrà permettersi di far entrare nel proprio mondo elementi incontrollabili.

Poniamo l’esempio di un bambino che non ha sentito di avere una madre soddisfatta e fiera di lui, che non gli ha mostrato di essere speciale e quindi non gli ha fornito la sensazione di potersi appoggiare incondizionatamente per qualunque problema gli si presenti. Il suddetto bambino, di fronte ad interventi che gli mostrino di aver attuato una data condotta sbagliata (es. picchiare un compagno), reagirà col rifiuto e l’offesa, semplicemente perché il suo sé non è in grado di sostenere un esame delle proprie mancanze, deve pensare a tutti i costi di aver fatto bene, pena lo sgretolamento del mondo interno. Solo quando avrà la piena consapevolezza di essere amato comunque, qualunque cosa faccia e che qualunque complicazione o sbaglio o situazione può essere risolta, che può sempre ricorrere ai propri genitori, allora e solo allora potrà permettersi di mettersi in discussione, ampliando la visione di sé e del mondo.

Analogamente, in terapia sarà indispensabile la creazione di un legame stabile, di fiducia reciproca e di approvazione incondizionata, il paziente deve sentire che il terapeuta è emotivamente dalla sua parte, qualunque cosa succeda, qualunque azione compia. Quando si sarà stabilito questo contatto, si potrà introdurre un esame di realtà che metta insieme le cose, che ampli la visuale, che introduca l’ottica del prisma con le sue mille facce.

Con una parte dei nostri pazienti l’operazione preliminare di sostenere è relativamente facile e veloce, la capacità empatica, la capacità di offrire una condotta coerente, stabile e affidabile, permettono un livello di fiducia ottimale, tale da connettere il sentire al pensare, da poter impiegare velocemente un’analisi della realtà, che ridimensioni certi vissuti o certe esperienze o all’inverso dia importanza a ciò che è stato sottovalutato. Si procede quindi ad un lavoro dove ogni cosa viene posizionata nel suo naturale luogo d’origine, in modo che il tutto assuma senso e congruenza. La  confrontazione del resto, non introduce solo alla responsabilità, ma anche alle potenzialità e alla capacità di introdurre il cambiamento.

Vi sono però molti pazienti, che hanno avuto esperienza di madri incapaci di sufficiente empatia, anaffettive, incapaci di godere dei processi di crescita dei figli e della relazione stessa, incapaci di fornire un buon modello di identificazione, che mancano di un sé coeso ed integrato. In questi casi, sostenere e confrontare diventano due elementi sempre presenti, sempre in contesa, lungo un filo difficilmente definibile in anticipo. E’ evidente che non si può confrontare se non ci crea legame e se non si rinsalda il sé, non di meno, in assenza di confrontazione si corre il rischio di avvallare il diniego in modo costante e cronico.

Ricordiamo brevemente la distinzione fra negazione e diniego. Entrambe meccanismi di difesa, ma nella negazione si rifiuta il legame emotivo con l’evento, ovvero si nega che si è provato dispiacere, dolore, rabbia, ecc., nel diniego invece si nega la percezione stessa della cosa, come se non esistesse, come se non ne fosse stata avvertita l’esistenza.

Ora l’eccessivo uso del supporto in terapia, può rinsaldare il diniego nella misura in cui si dà minore importanza al contenuto in analisi, rispetto alla relazione asimmetrica e rispecchiante. Come ci spiega Henry Smith, il paziente tenderà ad utilizzare la funziona analizzante, per ottenere gratificazione erotica. Quanto emerge dalla terapia diventa secondario, il contenuto inconscio viene messo da parte, per dare risalto invece ad una relazione gratificante a livello narcisistico.

Abbiamo visto quanto sia fondamentale che il terapeuta sia in grado di produrre un brilluccichio nei confronti del proprio figlio-paziente, soprattutto con paziente con un difetto funzionale del sé, nonostante ciò, dare quasi esclusivo spazio a questa funzione rende la terapia un’isola felice in cui rifugiarsi (rischio da cui Freud tentò di mettere in guardia) e non uno spazio di introduzione di cambiamento, attraverso l’empatia, l’esame di realtà, l’ampliamento di vedute, ecc.

D’altra parte non è utile neanche eccedere con la funzione critica, col confronto e con una realtà, che deprivi eccessivamente il sentire, la funzione di appoggio emotivo ed accudimento. Questo estremo infatti conduce al rischio di un rifiuto drastico della realtà e di una chiusura della persona, che eccessivamente difesa diventa impenetrabile alla relazione e al cambiamento.

Solo quando si sente di aver ragione, di aver diritto a sentire quello che si sente, ad essere arrabbiati, addolorati, a desiderare a qualcosa di diverso, a protestare, solo allora si può comprendere che anche gli altri possiedono lo stesso diritto e lo stesso bisogno, si smette quindi di essere unici nell’universo per essere soggetti attivi nella relazione di scambio.

Allora ci si chiede qual è il confine fra l’una e l’altra funzione. Come si faccia a trovare il giusto equilibrio, il magico punto di contatto.

Non c’è in teoria, ma è un processo di ricerca attuato nella pratica, con ogni specifico paziente e non è certo facile, come non è facile per un genitore ad un certo punto introdurre il No, le regole, i limiti, ampliare le vedute, mostrare le responsabilità, ecc. Talvolta si corre il rischio di sentirsi un cattivo genitore-terapeuta, solo per il fatto di sottrarre appoggio emotivo a favore di una funzione maggiormente paterna, altre volte ci si scontra con la resistenza ad essere visti in termini più realistici o con la disillusione rispetto ad un’idealizzazione del terapeuta, della terapia e del paziente stesso.

In alcuni casi paradossalmente, l’unica possibilità di introdurre le regole, un confine ed un esame di realtà, è costituito dalla chiusura della terapia stessa. Una chiusura anticipata rispetto all’obiettivo di contenuto e strutturale, ma in questi casi, il termine stesso sembra porre le uniche basi per un contenitore indispensabile.

Ovviamente si preferisce sempre non arrivare a tanto, perché suona come ultima spiaggia, una sorta di sconfitta, ma forse non lo è, forse è solo un atto fondante per qualcosa che verrà molto dopo, ma si ha fiducia che verrà e si lascia andare il paziente-figlio perché si ha fiducia che farà la sua strada.

E forse la bellezza di questo lavoro, di questo viaggio per entrambe le parti della relazione sta proprio nel fatto che non c’è niente di dato, di scontato, di precostituito, tutto è un processo di scoperta, di crescita e creatività continua.

 

 

BIBILIOGRAFIA

 

Gabbard G.O. (2007). Psichiatria psicodinamica. Raffaello Cortina, Milano.

Kohut H.E. (1977). Narcisismo e analisi del sé. Tradotto da Boringhieri, Torino, 1980.         

Mahler M. (1975). La nascita psicologica del bambino. Tradotto da Boringhieri, Torino, 1978.

Piaget (1966). La rappresentazione del mondo del fanciullo. Torino, Boringhieri.

Smith H. (2006). Analizzare l’attività del diniego: la resistenza fondamentale in analisi. Seminario tenuto presso il Centro Psicoanalitico di Firenze, 24 maggio 2006.

Winnicott D. W. (1953). Sviluppo affettivo e ambiente. Tradotto da Armando, Roma, 1970.

 

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14 novembre 2011 1 14 /11 /novembre /2011 12:35

LA NOSTRA STORIA

Narrata

 

Dott.sa Sabrina Costantini

 

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Più volte ho messo in evidenza l’importanza delle fiabe nella nostra vita, nella vita di piccoli e grandi, nel fornirci serenità, appoggio emotivo, soluzioni, uno spazio per noi stessi e valore per il mondo interno.

Vari autori ci suggeriscono come le fiabe contengano elementi simbolici, universali ed evolutivi, di grande aiuto nell’elaborazione delle problematiche naturali, dei conflitti vitali, delle ambivalenze presenti nelle varie fasi di vita (Benini, Bettelheim, Marcoli, Santagostino, Von Franz, Scheidre).

Le fiabe, le narrazioni, i miti sostengono i bambini nei loro processi di crescita, attraverso la proiezione dei propri conflitti interni, in oggetti esterni simbolici, che fungono da rappresentati dei temi inconsci. Il racconto poi, sostiene il bambino nel percorso stesso, nel darsi forza per affrontare la situazione e nella risoluzione dei conflitti stessi. Tutto avviene in modo indiretto e triangolato, così da smorzare la tensione e l’emotività connessa con le problematiche interne. Il distanziamento dal proprio coinvolgimento, permette di avvicinarsi alla tematica, di vederla più chiaramente e di ritenerla affrontabile. Cosa che non avverrebbe altrettanto facilmente, se fosse vissuta in prima persona dal diretto interessato. In questo caso infatti, le emozioni coinvolte creano ansia e spingono ad attuare meccanismi di difesa quali negazione, disconoscimento, diniego, rimozione, ecc., che aggirano il problema, fuggendolo.

Non di meno le storie sono di grande aiuto anche per gli adulti, che pur desiderando ormai un po’ di pace e di serenità, continuano ad essere istigati al cambiamento dagli eventi, dalla vita in perpetuo mutamento. Gli adulti stessi quindi, sono portatori di perplessità, complessità, dubbi e problematiche, meglio affrontabili attraverso l’utilizzo di oggetti di proiezione e distanziamento, che ne aumentano la visibilità.

Non a caso molti curandero di varie parti del mondo, i cantastorie, gli uomini medicina, molti psicoterapeuti, utilizzano storie e fiabe per nutrire l’anima e lenire le ferite (Estés, Jung, Marcoli, Scheidre). Sono ottimi mezzi per incontrare noi stessi, per guardarsi allo specchio, per scorgere ciò che si nasconde nella nostra anima e nel nostro destino.

Pensate un po’ alla fiaba preferita della vostra infanzia. Ve la ricordate? Avete fatto mente locale?

Ricordate trama e personaggi, cosa succede, quale il punto di partenza, l’eroe, l’antieroe, gli eventi, il percorso, l’esito ed il cambiamento?

Adesso riflettete sul perché proprio quella, è stata la vostra preferita. Cosa vi ha colpito? Quale melodia del vostro mondo interno, ha risuonato? Quale elemento della storia, vi ha dato sollievo? Quale spunto ne avete tratto?

In seconda analisi, riflettete sul fatto che se quella storia vi ha tanto affascinato, catturato, quasi stregato, sicuramente vi ha anche guidato nella vita, ha dato via ad alcune vostre mosse, decisioni e ha anche fornito una forma peculiare ad alcune vostre scelte. Magari al limite più estremo avete realizzato pienamente, in senso reale o simbolico, quanto contenuto nel racconto stesso.

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Pensate ad esempio alla giovane, che attende il “principe” che la vada a risvegliare dal sonno e dalla noia della sua vita, che la porti via, che la sottragga ai pesi familiari, alle incomprensioni, ecc. Non è così lontano dalla realtà, che vi siano giovani propense a pensare che sposandosi, la loro vita cambierà!

Nello stesso modo, non è poi così lontano dalla realtà il pensiero di alcuni ragazzi: “Quando incontrerò una donna che mi sappia amare davvero, allora mi sentirò pienamente realizzato.” E via dicendo per molti altri esempi.

Qualunque di queste possibilità vi appartenga, ci ricorda quanto siano fondamentali le narrazioni. Del resto, se perdiamo la nostra narrazione di vita, il filo che lega la nostra storia dalla nascita fino al presente, ne siamo oltremodo confusi, disorientati, spersi. Ci manca un senso, l’appartenenza, il nido, la casa d’origine.

Spesso infatti, le persone vanno in terapia, o chiedono un consulto psicologico perché hanno perso il loro centro, la visibilità sul senso della loro vita, su dove andare, su dove si trovano e perché vi ci si trovano, su dove vogliono andare. Se capita questo è perché non si è ancora ben compreso chi siamo, cosa e chi ha determinato ciò che siamo, quali sono i nostri mezzi, gli strumenti, quali i diritti che ci appartengano. E’ come se non riuscissimo a comprendere il senso della nostra vita, come se avessimo smarrito il filo che lega tutti questi eventi che ci hanno attraversato. Questo capita a giovani in fase di crescita, a giovani adulti che si affacciano in un mondo di scelte, ad adulti in fase di cambiamento o di stasi, a chi ha subito un trauma di vario tipo, a chi ha subito una perdita significativa, a persone non più giovani che si affacciano nella fase di stasi e vanno verso la rivalutazione regressiva di quanto è stato, di quanto hanno realizzato, ecc.

Leggere storie, raccontarle, sentirle raccontare è una grande possibilità di rassicurazione e cambiamento. Uno stimolo, un seme che si getta oggi e non si sa quando germoglierà, ma fidatevi … germoglierà!

Nella loro semplicità, nel contenere elementi significativi, ridotti ai minimi termini e usati in senso simbolico, universali, nell’intervento di mondi altri, della magia e di forze misteriose, si racchiude l’importante opportunità di andare oltre la concretezza e la riduttività degli elementi oggettivi, per dare spazio al mondo interno, a quelle forze sconosciute che popolano il piano sotterraneo, la cantina, il sottosuolo, con la potenza che la contraddistingue. Le fiabe e le storie collocano l’individuo nell’inconscio, esattamente come i sogni, ma diversamente dai sogni agiscono di giorno, coinvolgendo in seconda contemporaneamente anche consapevolezza e coscienza.

Le fiabe rappresentano una fonte di grande rassicurazione perché forniscono la speranza di possibilità nascoste, mai viste prima, c’è sempre una soluzione dentro il cappello del prestigiatore. Nulla è impossibile, se l’eroe s’impegna lungo il suo percorso di crescita e di conquista (il castello, la principessa, l’anello più bello, sciogliere l’incantesimo, la prova da superare, ecc.), l’obiettivo sarà superato appieno. Chi ascolta la narrazione si sentirà consolato dalla possibilità di avere una possibilità, di andare oltre l’impotenza annichilente.

Il passaggio “orale” della fiaba da un individuo ad un altro inoltre, stabilisce un momento magico, di profonda condivisione a livello inconscio ed emotivo, fra chi racconta e chi ascolta, una complicità intensa e profonda, altamente rassicurante e nutriente. In questo caso esiste un doppio apporto, quello della fiaba e quello del legame con chi narra, consolidato dall’atmosfera emotiva narrante.

Non a caso le storie, le fiabe, costituiscono dei modi ottimali di accompagnare il bambino, lungo il transito dallo stato di veglia a quello del sonno e lo rendono possibile perché lo fanno sentire meno solo, più fiducioso, pieno di occasioni.

Anche per gli adulti è un mezzo importante, in terapia (Calabretta, Jellouschek) ma anche nella vita di tutti i giorni. Pensiamo ad esempio ai libri, ai romanzi. Non sono forse delle storie più o meno avvincenti, più o meno vere?

Ebbene, spesso passiamo un po’ del nostro tempo a trastullarci, a farci accompagnare, a farci sorprendere, meravigliare, riempire, rassicurare dalle storie scritte nei libri. E’ uno strumento, un modo di esprimere i nostri contenuti interni, ma soprattutto è un accompagnamento nella nostra vita, come fosse qualcuno che ci tiene per mano e cammina a fianco a noi.

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Eppure sono solo parole di qualcuno che neanche conosciamo, talvolta si tratta di storie inventate, eppure possiedono un’efficacia, un fascino, un sostegno indicibile. E stranamente, misteriosamente, noi incontriamo nella nostra vita, i libri che siamo pronti a leggere in quel preciso momento, che hanno un senso in quella fase esistenziale. Lo stesso testo poi, letto in momenti diversi ci dirà delle cose diverse, in modi e tempi diversi. L’incontro fra noi e la narrazione, ha un preciso tempo, modo, un preciso scopo.

La terapia psicologica, la consulenza, il sostegno psicologico, hanno questa funzione di recuperare una narrazione che consoli, che esprima delle possibilità e soprattutto che ridia un senso ad un’esistenza che in qualche modo l’ha persa. Ecco perché raccontarsi ad un altro è importante, perché insieme si ritrova il filo perso o se ne trova un altro, più adatto al momento, tradotto in un linguaggio più esplicativo ed esemplificativo.

Talvolta in terapia si usano le storie di altri, le fiabe antiche, talvolta le proprie storie, talvolta si porta la persona ad impersonare i propri personaggi, a disegnarli, talvolta si spinge ad inventare storie di proprio pugno. Quest’ultima pratica costituisce un’altra grande possibilità di rassicurazione e cambiamento.

Sembra banale, ma non lo è.

Sembra facile, ma non lo è.

Non lasciatevi ingannare dalle apparenze.

In cosa consiste? Semplicemente, è uno strumento assai utile nei momenti di crisi individuale, quelli in cui vi sono scelte da compiere e non si ha chiarezza, quelli in cui si è confusi e non si sa perché, quelli in cui c’è malessere ma non se ne trova ragione. In tutte quelle circostanze in cui non si sta bene nei propri cenci, come avrebbe detto Dante Alighieri, allora le storie ci vengono incontro, le si possono leggere, ricordare, ma le si possono anche inventare, le si possono tradurre dal fondo della propria anima, scovando parola per parola, immagine dopo immagine, personaggi, intrighi, luoghi, tempi, eventi e ……….

Come ci ricorda Santagostino P. la fiabazione è utilissima come strumento conoscitivo, sia per il paziente che per il terapeuta, in quanto permette di conoscere le dinamiche profonde con notevole rapidità e ricchezza di elementi. Di per sé, inventare una storia contiene un elevato effetto terapeutico, infatti avvicina alcuni processi in corso, per lo più inconsci, al livello di coscienza, rendendoli più comprensibili e gestibili. Inoltre l’esplorazione immaginativa, costituisce un modo innocuo di esplorare le risorse e le possibili soluzioni alle problematiche in corso.

In effetti, le tappe fondamentali della fiaba sono costituite proprio da: presentazione del problema, crisi, soluzione. I tre momenti fondamentali e necessari per individuare con chiarezza la situazione ed escogitare una risposta costruttiva, gli stessi adottati nelle tecniche di problem solving. Come tale costituisce un metodo per favorire l’autoguarigione, per sviluppare consapevolezza e creatività, elicitando un percorso parallelo e di sostegno alla terapia, ma anche un processo che può proseguire per proprio conto, per il resto dell’esistenza.

Come la narrazione costituiva un rituale per l’intera tribù, ritengo che abbia questa funzione anche per l’individuo, in quanto si fonda su elementi significativi ripetitivi, che devono diventare passi di un processo, di uno strumento risolutivo e conoscitivo. E’ un rito che ciascuno compie ripetutamente con sé stesso, armonizzando cognizione, emotività, corpo, relazione. L’immaginazione inoltre, costituisce quello spazio intermedio, transizionale (Winnicott) fra conscio e inconscio, veglia e sonno, quello che permette il passaggio dall’uno all’altro, offrendoci l’esperienza del sonno, del gioco di fantasia, della costruzione di senso, dell’elaborazione artistica, dell’intuizione, ecc.

Ed è proprio la formulazione tipica dell’inizio delle fiabe “In un paese molto lontano”, “In un tempo ormai sconosciuto”, “In un tempo in cui desiderare serviva ancora a qualcosa” ….. e così via, ad introdurci immediatamente in un altro mondo, diverso da quello concreto e cognitivo, il mondo dell’inconscio, dove tempo, spazio, significato, desideri hanno un altro peso e confini sconosciuti. Proseguendo poi oltre le prime parole, per cogliere le prime frasi, già ci inoltriamo nel vivo della questione. Esattamente come le prime parole del primo colloquio (G. Lai) (sia in un contesto terapeutico che non) ci introducono ed esplicitano chiaramente i termini della questione, allo stesso modo le prime frasi di una fiaba già delimitano il tema centrale.

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Prendiamo ad esempio la formulazione “In un tempo in cui desiderare serviva ancora a qualcosa …”  come avvio della fiaba Il principe Ranocchio o Errico di Ferro (nei fratelli Grimm). Questa ci esplicita subito qual è il problema: desiderare. Il senso finale della fiaba infatti ritorna qui: se desideri realmente qualcosa, se sei disposto a tutto e ti prendi la responsabilità di questo tutto, che talvolta può essere pesante e spiacevole, ma alla fine avrà un senso e ti ripagherà, se farai tutto questo allora avrai esattamente ciò che desideri.

In questa fiaba infatti, la principessa più piccola ha smarrito la sua palla d’oro in una polla di acqua profonda e pur di averla promette ad un ranocchio di portarlo con sé a corte e di condividere tutto con lui, il piatto, il bicchiere, la tavola, il letto. E così è stato, il ranocchio le ha ripescato il balocco e lei, responsabilizzata dal padre, seppur di mala voglia, ha condiviso tutto col freddo e viscido ranocchio, che sul più bello si è trasformato in un bel principe. Desiderare dunque è importante, costituisce una forza vitale, la spinta alla crescita, al cambiamento, all’autorealizzazione. Desiderare ha un peso e un costo, ma ripaga sempre. E’ importante credere nei propri desideri: ecco il senso.

L’elemento significativo delle fiabe è che si propongono non i “come” ma i “perché” delle storie, degli eventi, delle azioni, ridando appunto un senso, un significato perso o mai trovato, a ciò che ci capita. Vanno a rintracciare le cause, gli antecedenti di una data scelta, di un sentire e di una condizione. Ripescano l’origine e quindi il desiderio di base, il bisogno ed il conflitto.

Cenerentola ad esempio, è triste e sfaccendata, presa da mille lavori, perché è sola di fronte ad una madre buona che ha lasciato il posto ad una matrigna, alleata alle sue figlie legittime. La storia ci dice che la ragazza è triste perché l’alleanza con la propria madre non è possibile, è morta per sempre, lasciando posto all’elemento competitivo e malevolo della relazione al femminile. Ed è grazie all’intervento della fata, di una madre buona non più naturale e primaria, ma magica e secondaria (quale potrebbe essere un terapeuta con una buona funzione materna, una curandera, ecc.), costituisce la fiducia di poter trovare una funzione materna sostitutiva, che restituisca potere alla propria femminilità e forza al proprio destino. Anche Cenerentola ha diritto a desiderare un futuro ricco e pieno d’amore e la fata l’aiuta a realizzare questo suo desiderio.

A maggior ragione che le fiabe sono l’espressione pura e semplice di processi psichici non solo dell’individuo, ma dell’inconscio collettivo, rappresenta il linguaggio internazionale di tutta l’umanità, di tutte le età, razze e civiltà (Von Franz). Bettelheim ce l’ha dimostrato con la fiaba Cenerentola, di cui se ne trovano versioni persino nella Cina antica e addirittura nell’Egitto faraonico.

Alcuni intendono la storia che ci appartiene dalla nascita alla morte, come una sorta di espressione di archetipi universali, secondo un andamento proprio, che sostiene ora l’uno ora l’altro elemento, quale l’innocente, l’orfano, il viandante, il guerriero, il martire, il mago, rappresentanti di figure simbolo di funzioni psichiche comuni (Pearson). Come se la nostra realizzazione prendesse le mosse da una serie di personaggi interni, ciascuno con spinte proprie, paure, meccanismi, obiettivi, ecc.

E allora tuffiamoci nelle storie, nelle fiabe, ma ancora di più recuperiamo le nostre storie, narriamoci la nostra vita attraverso la fantasia e l’immaginazione. Doniamoci questo strumento conoscitivo e di auto guarigione. Inventiamo le storie che ci appartengono, lasciamo che questi personaggi nascosti vengano alla ribalta e ci chiariscano le dinamiche della vita quotidiana. Lasciamo che il nostro mondo cosciente sia popolato, almeno per un po’, da draghi, castelli, principesse, gnomi, folletti dei boschi, fate, streghe, rospi …………..

Come si procede? Come si inventano le storie?

Dopo aver riflettuto sul vostro dubbio, sul problema, sui termini della scelta, cercate un luogo tranquillo, in un momento in cui potete concedervi tempo, lontano da rumori o invasioni. Fate in modo che questo spazio venga protetto, spengendo cellulari, telefono, TV, chiudete le finestre e le imposte, riparatevi da qualunque altro elemento possa essere disturbante.

Dunque fate un po’ di rilassamento, sdraiandovi sul letto, su un tappetino, facendo una meditazione, un rilassamento guidato o qualunque cosa vi aiuti a rilassarvi e a sgomberare la mente da pensieri di qualunque sorta. Di seguito, con in mano foglio e penna, attendete che i personaggi arrivino a voi.

Abbiate fiducia, tempo e pazienza. Non giudicatevi, non arrendetevi. Se non arriva nulla, aspettate finché ce la fate, se non arriva ancora nulla, ripetete l’operazione in seguito, in un altro momento propizio.

Può anche capitare che arrivino personaggi e intrighi, ma ad un certo punto non sappiate più come andare avanti. C’è un blocco. Non importa, aspettate e se non arriva, riprovateci successivamente. Non c’è fretta, non ci sono tempi stabiliti o preferiti. Ognuno ha i suoi tempi. L’inconscio non rispetta gli orari usuali della vita.

Può essere che se non siete allenati a rilassarvi, ad ascoltarvi, a lasciarvi andare alla fantasia e alle vostre immagini interne, non arrivi nulla nell’immediato. Non vi scoraggiate, è solo una questione di esercizio, di tempo e pazienza.

Prendetevi tempo. Vedrete che riprovandoci ripetutamente, intanto si creerà uno spazio di serenità, uno spazio per voi, poi si creerà uno spazio dell’introspezione ed infine della libertà, dove i propri contenuti potranno volare fuori senza remora e senza regole. Non ci sarà niente di più bello!

Vedrete che le storie che emergeranno, saranno significative, avranno un senso rispetto al dubbio iniziale, al problema o alla scelta, dovete solo saperlo vedere.

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Vi invito a provarci e sperimenterete uno spazio magico, veramente magico, creato senza l’ausilio di bacchette fatate.

Non svalutate quest’operazione, non deridetevi, non giudicate quanto state facendo, non sminuite ciò che emergerà, date spazio anche al sentire, all’immaginazione, non lasciate che queste parti siano sepolte nel passato della vostra infanzia. Anche se la vita è piena di impegni, doveri, lavoro, scadenze, spese, non possiamo cedere alla brutalità di una vita fatta solo di urgenze, pressioni e cose concrete. Esiste anche altro. Esistiamo noi!

Dentro di noi, dentro ciascuno di noi risiede un luogo spesso sconosciuto a noi stessi, popolato di personaggi, fantasie, immagini, emozioni, intrecci, una realtà parallela e pur in forte connessione con quella di superficie, quella che conosciamo meglio. Laggiù si nasconde la nostra forza, la carica, la creatività, il caos fonte di crescita e vita.  Non priviamoci di tutto questo, non escludiamo dalla nostra vita un po’ di colore.

Sicuramente ci saranno voci dentro di voi, figure oscure che vi diranno di non provarci neanche, non è roba per voi, non ci riuscirete di certo, sono solo sciocchezze, cose da bambini e così via. La razionalità cercherà di sabotarvi, non permetteteglielo, lasciatevi andare al fiume del vostro respiro, al ritmo del vostro cuore e lasciate che emerga altro da voi.

Chiunque decida di inventare delle storie, di provarci, di farsi questo grande dono e decida anche di voler condividere con gli altri quanto emerso, farà un gran regalo a sé e agli altri, chi vorrà potrà trovare spazio di pubblicazione in questo blog. Sarò ben felice di condividerlo con voi e di metterlo in condivisione con gli altri.

Inviatemi pure le vostre storie!

L’indirizzo è sabrina.costantini1@tin.it

Recuperando la propria storia, narrata in una creazione propria, sarà un vera festa.

Buona storia e buona scoperta!

 

 

Bibliografia

 

Benini E., Malombra G. (2010). Le fiabe per vincere la paura. Franco Angeli.

Bettelheim B. (1977). Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe. Milano,Feltrinelli.

Calabretta M. (2011). Le fiabe per affrontare litigi e conflitti. Per grandi e piccini. Franco Angeli.

Estés C.P. (1993). Donne che corrono coi lupi. Il mito della donna Selvaggia. Piacenza, Frassinelli.

Grimm J., Grimm W. (1951). Fiabe. Torino, Enaudi.

Jellouschek H. (2003). Amore e incantesimi. Fiabe e miti per ritrovare l’amore di coppia. Roma, Edizioni Magi.

Jung M. (2002). Il piccolo principe in noi. Un viaggio di ricerca con Saint-Exupéry. Milano, Edizioni Magi.

Lai G. (1980). Le parole del primo colloquio. Boringhieri.

Marcoli A. (1993). Il bambino nascosto. Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli. Milano, Oscar Mondatori.

Marcoli A. (1996). Il bambino arrabbiato. Favore per capire le rabbie infantili. Milano, Oscar Mondatori.

Marcoli A. (1999). Il bambino perduto e ritrovato. Favole per far la pace col bambino che siamo stati. Milano, Oscar Mondatori.

Marcoli A. (2009). E le mamme chi le aiuta? Come la psicologia può venire in soccorso dei genitori (e dei loro figli). Milano, Mondadori.

Pearson C.S. (1990). L’eroe dentro di noi. Sei archetipi della nostra vita. Roma, Astrolabio.

Santagostino P. (2004). Guarire con una fiaba. Usare l’immaginario per curarsi. Milano, Urra.

Scheidre J.R., Gross B. (2006). Fiabe e costellazioni familiari. Immaginario e storie nella terapia sistemico-fenomenologica. Milano, Urra.

Von Franz M.L. (1980). Le fiabe interpretate. Torino, Bollati Boringhieri.

Winnicott D.W. (1968). La famiglia e il suo sviluppo. Roma, Astrolabio Editore.

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11 luglio 2011 1 11 /07 /luglio /2011 08:54

La Ripetizione dell’Essere

Dott.sa Sabrina Costantini

 

 

 

La ripetizione rappresenta una costante della nostra vita, fonda l’automaticità e la serenità, di tante azioni quotidiane. Si tratta della ripetizione tipica dei rituali, che ci accompagnano ogni giorno nelle mille azioni da noi intraprese, da quelle vitali e salutari (mangiare, bere, cucinare, lavarsi, vestirsi, camminare, ecc.), a quelle legate alle necessità più infrastrutturali (lavorare, guidare, ecc.), a quelle sociali (salutarsi, scambiarsi convenevoli sul tempo, sulla salute, luoghi comuni, ecc.).

Insomma, certe azioni, frasi, pensieri ripetuti costantemente, si trasformano in elementi automatici e inconsapevoli, che vanno a produrre delle abitudini, una parte (spesso grande) della nostra vita.

L'abitudine (dal latino habitudo, habitudinis) rimanda alla struttura fisica o morale. Sta cioè ad indicare la disposizione o attitudine, acquisita attraverso la ripetizione d’esperienza. Arriva il concetto di qualcosa che, attraverso la ripetizione diventa una struttura, si concretizza e si incarna in noi, contribuendo a costruire ciò che siamo.

Comprendiamo quindi che la ripetizione e l’abitudine sono fondamentali per donarci una struttura, per dare una stabilità, solidità e sicurezza, a ciò che siamo e che saremo. Del resto pensiamo ad esempio all’importanza della ripetizione, per il neonato. Se non vivesse la continua esperienza di pianto-soddisfazione dei propri bisogni fondamentali (fame, sete, pulizia, protezione), sarebbe impossibilitato a sviluppare una propria idea di sé, un’impalcatura della propria personalità. Se successivamente, non sperimentasse ancora la ripetizione nella relazione, ad esempio nell’essere lasciato all’asilo e poi ripreso puntualmente, verrebbe oltremodo a mancare la possibilità di costruire un’immagine di sé di persona amata e amabile, nonché la fiducia in sé e negli altri. Infine, se non sperimentasse la ripetizione nel gioco, non potrebbe interiorizzare le regole, un contenitore presente e stabile entro cui muoversi serenamente e consapevolmente, in relazione con gli altri.

Nonostante ciò, esiste una ripetizione disorientante e dolorosa. Si tratta della ripetizione di una condotta che, anziché rassicurarci e solidificarsi, ci ferisce ed è distruttiva per noi. Mi riferisco ad esempio a tutte le condotte di dipendenza, da droghe, alcool, da videogiochi, da internet, dallo shopping compulsivo, dal sesso compulsivo, dalla pornografia, dal vomito, ma soprattutto alla dipendenza emotiva e in genere a tutte quelle condotte acquisite nell’infanzia, con grande valore adattivo nel momento in cui sono nate, ma con grande effetto deprivante, per l’espressione del proprio sé.

Sto pensando al gran dolore delle donne che, dopo tanto sforzo e sofferenza per liberarsi del loro carnefice, proprio quando cominciano a sentirsi al sicuro, si ritrovano ancora una volta risucchiate da quel filo, che le lega a quel lui in modo così prepotente e viscerale.

Sto pensando a tutte quelle persone che, dopo l’ennesimo fallimento amoroso, si ripromettono di non caderci più, di non farsi più fregare e quando meno se lo aspettano, vedono trasformarsi il partner, ritenuto così diverso, nell’ennesima espressione della stessa tipologia.

Sto pensando a tutti coloro che ancora una volta, si sentono fregati ed usati dagli amici, conoscenti, colleghi e si ripromettono che non accadrà più, mai più, quando all’ennesimo “si”, si accorgono che sono ancora lì e hanno intrapreso l’ennesimo giro di giostra.

Sto pensando al genitore che dopo aver picchiato nuovamente il proprio figlio, promette e si promette di non farlo più, quando poi una semplice frase, una bizza o un rifiuto, innesca il solito andamento.

Sto pensando a quel bicchiere di vino, disprezzato così tanto da giurarsi di non avvicinarvici più, che in un brevissimo attimo di disperante confusione, ritorna velocemente nelle proprie mani.

Ancora, sto pensando alle scommesse e quel gioco ripetitivo ed ossessivo, che non si può evitare, nonostante la realtà dei fatti ci mostra un progressivo impoverimento ed indebitamento, che porteranno a perdere beni e relazioni.

Sto pensando a quella quantità e varietà di cibo così disgustosa, affogante, insensata, inumana, che non vogliamo più, che in men che non si dica, finisce nuovamente e voracemente nelle nostre bocche e poi altrettanto velocemente e furiosamente nel nostro stomaco e poi ancora velocissimamente ma dolorosamente nel nostro WC.

Penso di aver dimenticato sicuramente, tutta una serie di condotte che fanno parte della condotta ripetitiva, non produttiva, dolorosa e disadattava. Ma questa è già una bella quota di esempi su cui riflettere.

Per essere oltremodo esemplificativi, pensiamo ad una forma esterna di dipendenza, come il fumo. Una sostanza che (pur essendo infinitamente più lieve, negli effetti e nel legame fisiologico di dipendenza, rispetto alle altre) determina un così forte legame con la nostra psiche, da rendere assai ardua l’astinenza.

Anche dopo molti anni (dieci, venti, trenta), il desiderio della sigaretta può tornare, quando meno te lo aspetti. Talvolta è l’odore del fumo, talvolta un gesto, un’abitudine associata (caffè, la guida, ecc.), una persona, una circostanza, un ricordo, un’emozione, una sensazione ad elicitare un tale desiderio. Di fatto, dopo tanti anni, ancora aneliamo qualcosa, di cui abbiamo effettivamente fatto a meno senza problemi per tanto tempo, ma la viviamo come se senza essa, non saremmo capaci di stare tranquilli, sereni, riposati, soddisfatti, pieni, ecc. Nonostante l’evidenza dell’esperienza trascorsa, ancora pensiamo che senza quella piccola cosa, quella sigaretta, saremo incapaci di vivere nella piena soddisfazione. Sì, perché sentiamo che c’è un buco dentro di noi, dentro la nostra esistenza e privarci di quella specifica piccola cosa, comporterebbe privarsi della possibilità di riempirlo, di essere pieni, sperimentando quella condizione di deprivazione costante e ineluttabile.

Ma di fatto, con o senza sigaretta, siamo comunque deprivati, perché viviamo l’ardente bisogno di quella specifica sostanza, senza la quale siamo incompleti e “privi”.

Da qui, la ripetizione di un meccanismo, di un gesto, di una relazione, di una modalità. Siamo schiavi e dobbiamo mantenere lo schema, perché angosciati dalla deprivazione e dalla mancanza.

La ripetizione di una modalità relazionale, di una modalità di affrontare il mondo, è assai analoga alla ripetizione di un gesto di dipendenza quale prendere una sigaretta, accenderla, fumarla, spegnerla, ecc.

Anche in questo caso la reiterazione forzata e obbligata, si scatena per una mancanza, per un vuoto. La deprivazione di uno dei bisogni e diritti fondamentali (quali il diritto di esistere, di essere se stesso, di essere amato, di essere visto e ascoltato), produce un meccanismo relazionale riparativo, il tentativo di ripristinare il guasto, di recuperare ciò che manca.

Pur non essendo efficace nel produrre l’effetto desiderato, verrà ripetuto e ripetuto e ripetuto infinite volte, perché è l’unica modalità trovata, per far fronte a questo senso di angosciosa assenza. Non serve, ma produce dei vantaggi momentanei, produce la sensazione di poter far qualcosa, di poter intervenire attivamente, di essere soggetto attore della propria vita e non unicamente vittima degli eventi.

Da qui emerge che queste forme di reiterazione, al contrario di quelle che fanno parte della routine rassicurante, non sono scelte e volute, ma sono una sorta d’imperativo, il prodotto di forze nascoste e sconosciute, appartenenti al nostro inconscio. Non la si vuole, non ci rasserena, ma non possiamo farne a meno e ci ritroviamo dentro, sepolti fino al collo.

All’interno di un setting terapeutico, la ripetizione di meccanismi relazionali, viene definita transfert e costituisce uno strumento fondamentale di conoscenza e terapia. Ma tale processo, non è affatto limitato al setting terapeutico, anzi quello è solo un caso particolare di una modalità usuale (Gabbard).

La ripetizione, ha sempre varie funzioni.

La prima, è rappresentata dal tentativo di risolvere quel dato conflitto, che ci angustia la vita. E’ come se, ripassando dalla stessa strada, con lo stesso ingorgo, ci cercasse per l’ennesima volta di uscirne indenni. Purtroppo inutilmente, perché se non è andata bene la prima volta, non andrà neanche la centesima volta. Infatti, il fallimento iniziale non è determinato da un caso fortuito, ma da una specifica modalità di vivere le cose, le persone, sé stessi e le proprie risorse, nonché da tutta una modalità di reazioni, pensieri, emozioni e comportamenti, scatenatisi più o meno automaticamente. Per cui, la convinzione più o meno inconsapevole, è che ripetendo un certo comportamento, sfruttando l’esperienza, avremo modo di cambiarlo. Di fatto poi non è così e non può esserlo.

La seconda funzione è data dall’espressione di un bisogno, costituisce cioè un modo indiretto per dire delle cose di sé. Facciamo l’esempio della persona che si avvicina sempre agli altri, lamentandosi delle proprie disgrazie. In questa costante ripetizione troviamo, non solo una qualità relazionale, ma anche una comunicazione su sé, questa persona ci sta dicendo quanto sia triste, sfiduciata, sola, bisognosa, ecc.

La ripetizione costituisce anche una modalità relazionale, ovvero uno schema inconsapevole di entrare in contatto con gli altri, basato su una serie di convinzioni riguardanti sé, il mondo, esperienze ed emozioni. L’esempio appena citato ci mostra una persona che probabilmente vede sé come poco attraente, simpatica, con scarsa capacità di attirare la simpatia degli altri, se non attraverso l’espressione delle proprie disavventure. Non si mostra chiaramente con le proprie difficoltà e con le proprie mancanze, che si tradurrebbe con una domanda più esplicita, diretta e onesta, bensì attraverso le aggressioni del mondo (mi è successo questo e quest’altro) e in seconda battuta appare lei come vittima, di un mondo pieno d’imprevisti incontrollabili e spiacevoli. Per cui, l’idea di sé di persona con scarso valore, si traduce nella richiesta di vicinanza in base ad un bisogno, scaturito dalle avversità della vita, particolarmente incanite contro di lei.

Ritornando alla prima funzione, potremmo pensare che questa persona, nell’infanzia non ha ricevuto la sufficiente attenzione, cura, valorizzazione, tale da farla sentire apprezzabile e amabile, per cui per essere vista e avvicinata ha sviluppato una sua strategia, si lamenta delle proprie disavventure, che si traduce nell’idea di essere sfortuna e di meritare per questo, aiuto e sostegno. Ma come non ha funzionato all’ora, non funzionerà neppure ora. In passato non si è sentita vista e amata, parimenti oggi non si sentirà amata, neanche con questa supposta espressione di bisogno.

La ripetizione, assolve le ulteriori funzioni di svalutazione e resistenza. Si parla di svalutazione (per lo più inconsapevole) dell’altro, che non viene visto per ciò che è realmente ma per ciò che abbiamo bisogno sia, quindi non esiste in quanto individuo a sé stante ma come personaggio della nostra trama interna.

Inoltre, costituisce una resistenza, rispetto al cambiamento. Continuare a girare nello stesso circuito, ci impedisce di trovare delle strade alternative, migliori o peggiori che siano. Si mantiene così, lo status quo in cui ci troviamo, al riparo dal rischio e dall’azione. E più gli altri ci spingono a cambiare, più si “resiste” e si mantiene tutto inalterato, talvolta ci si sforza anche, ma senza nessun reale mutamento.

La resistenza e la negazione di alcuni contenuti emotivi, arriva ad essere incarnata persino nel corpo, nel senso che gli impulsi vissuti come troppo dolorosi, sono bloccati grazie e attraverso le tensioni somatiche e psichiche (Lowen). E’ doloroso succhiare un seno, quando non c’è nessuno a disposizione, stendere le braccia quando non c’è nessuno da prendere, piangere quando nessuno vi presta attenzione. Stringendo le labbra, serrando le mascelle e contraendo la gola, i bambini possono bloccare il desiderio e attenuare il dolore di un bisogno che non sarà mai soddisfatto. Quei bambini, da adulti saranno ancora bloccati inesorabilmente, quest’esperienze passata infatti, determina una modalità di stare in relazione e di costruire la propria personalità, compreso nella struttura corporea, nella postura e nella qualità del movimento (in termini di scioltezza, di forza, di energia, di vitalità, ecc.).

Ecco perché dalla postura, dalla posizione del corpo nello spazio, dal movimento, dal tipo di articolazione, dagli azioni, si evincono molti aspetti della personalità, ma soprattutto i blocchi energetici e le loro possibili origini.

Dobbiamo ricordare il radicamento, l’importanza e la consistenza di certe azioni ripetute. Per questo motivo, il cambiamento è particolarmente difficile e lento. In effetti, la condizione somatica interna ed esterna, costituisce la risposta adattiva ai traumi e alle mancanze ricevute, quindi a suo tempo ha acquisito una forza e una resistenza elevata. C’è poi da dire che queste risposte sono adattive e protettive rispetto all’emotività, cioè ci evitano il dolore e la sofferenza che pensiamo ci distruggerà, ma non lo sono rispetto alla vitalità. Pensiamo ad esempio al bambino prima citato, che ha imparato a serrare le mascelle e le labbra per evitare l’emergere di un desiderio che confronta con la frustrazione, forse sarà al riparo da tutto ciò, ma la rigidità e la chiusura della sua faccia, della bocca, gli impediranno da piccolo e da grande, di far entrare ed uscire con libertà e scioltezza, tutto ciò che viene da fuori e da dentro (aria, cibo, parole, amore, ecc.).

Siamo di fronte al conflitto di fondo, da una parte la ripetizione dell’essere costituisce una strategia di salvaguardia rispetto alla sofferenza, dall’altra costituisce una restrizione, una perdita di vita, vitalità, energia, potenzialità e possibilità

Ecco che nonostante i molti tentativi di cambiamento, in termini di tempo, energia, strategie, mezzi, alla fine si deve cedere alla consapevolezza della propria condizione, della continua ripetizione forzata. Si fa tanto, ci si sforza infinitamente, per poi non andare da nessuna parte, ci ritroviamo sempre allo stesso punto, con conseguente sofferenza, sensi di colpa, impotenza ed senso di inutilità.

Ancora attaccati a quella sigaretta, ancora col bicchiere in mano, ancora a pronunciare quel sì, ancora con quel partner maltrattante, ancora a svuotare il frigo, ancora ancora ancora …….

Per quanto ci addolori, ci sconcerti e ci sorprenda ritrovarci allo stesso punto, allo stesso errore, alla stessa cogente delusione, non si può far a meno di continuare la danza. Come per un danzatore esperto, i passi sono automatici e ormai quasi inconsapevoli, così i passaggi relazionali, sono come una danza appresa molti molti anni prima. Se vogliamo cambiare ritmo e partner, è necessario un lavoro importante di auto osservazione, consapevolezza e ricerca di strategie alternative. Si deve tener presente entrambe i lati del conflitto, le due parti di noi e anziché continuare a farli lottare l’uno con l’altro, metterli d’accordo, creare una sinergia esplosiva e curativa.

Di fondo occorre una bella dose di coraggio e di forza, per andare ad attraversare sé stessi, per scoprire qualcosa di sé così inaspettato, spiacevole, deprecabile, orrendo, spaventoso! Oltrepassare quelle resistenze al cambiamento e le mille paure sottostanti, i tremori, i dubbi, le sospensioni e le spiacevoli incertezze. Dobbiamo andare incontro alla nostra ombra: a tutto ciò che disprezziamo, deploriamo, odiamo e di cui siamo schifati. Sì, tutto ciò ci appartiene. Sembra strano, imprevedibile, improponibile, assurdo, ma è così! Noi siamo anche tutto ciò.

Una parte di noi, non è così altruista e disinteressata come crediamo, una parte di noi, quella in ombra appunto, perché deprecabile e non esprimibile, è egoista, sfruttatrice, manipolatrice, perversa, tornacontista. Che ci piaccia o no, è così.

Dobbiamo accettarlo e andar oltre il giudizio. Se questi aspetti albergano in noi, significa che ci sono serviti per sopravvivere, per proseguire nel nostro percorso di crescita. Non vuol dire che sono caratteristiche desiderabili, ma che in quelle circostanze, con quelle persone accanto, con quegli esempi, con le risorse a disposizione, quanto abbiamo trovato per cavarcela è stato proprio quello: il raggiro, la menzogna, il calcolo, l’uso, la strumentalizzazione, la passivizzazione, il masochismo, il sadismo, la violenza, ecc.

Ebbene? Questo è stato! Vogliamo continuare a nasconderci a noi stessi? Vogliamo continuare a sforzarci, di mostrare ciò che non siamo?

Forse conviene guardare e accogliere. Come prima conseguenza, potremmo vivere un gran senso di pace e rasserenamento. Potremmo cominciare a far pace, con noi stessi. Non dobbiamo più vergognarci di noi, non dobbiamo più nasconderci.

Non di meno, potremmo anche smettere di essere così tanto arrabbiati col mondo, non più così terribile e pericoloso. Forse il mondo, fatto da tante persone come noi, in realtà è pieno di quelle caratteristiche che ci appartengono e forse non è per aggressione verso noi, ma per propria incapacità, per inconsapevolezza, per ripetizione delle proprie figure interne.

Alla fine, forse il dolore più grande risiede proprio nella ripetizione, successiva alla comprensione. Ci aspettiamo cioè che, non appena lo abbiamo visto e compreso, tutto ciò che non ci va sparisca magicamente. Ma sta proprio lì, la prova della nostra accettazione, non basta comprendere ma si deve anche saper tollerare nel tempo e col tempo.

Ci si sforza tanto di cambiare, di non ripetere, di essere un “essere” diverso, di fare le cose come dovrebbero, di amarsi e rispettarsi, per quanto si lavori e si peni, poi quando meno ce lo aspettiamo ripiombiamo in quel vecchio meccanismo. Di giorno possiamo tentare di controllare ogni minimo dettaglio, ma la notte quando i freni inibitori vengono meno, esce l’impensabile, il mostro, tutto ciò che abbiamo tenuto a bada con fatica immane.

Del resto se vogliamo tenere la tigre in gabbia, dobbiamo pensare che la addomestichiamo, la rendiamo più mansueta, ma non smetterà mai di essere una tigre, sarà solo una tigre sedata. Forse val la pena di rispettare la sua natura e lasciarla libera di correre e andare dove vuole, qualora lo desiderasse, sarà lei a tornare e solo così avrà un senso nuovo.

Ricordo che tutti i nostri meccanismi, ormai sono danze automatiche, che hanno delle importanti funzioni. Anche se tale funzioni non sono più ottimali alle necessità presenti, sono però radicate in noi, sono ancora legate a pensieri irrazionali, incongruenti e costituiscono l’unico modo che conosciamo di esprimere noi stessi, di chiedere aiuto, amore, attenzione, di fare le cose, di realizzare i propri progetti, di stare con gli altri. E’ la certezza che non soffriremo, che non saremo esposti a quel dolore, che crediamo ci spezzerà!

Per cui, prima di scardinare tutto ciò, è importante un lento lavoro di rivisitazione del concetto di sé, delle emozioni e delle modalità relazionali. Infatti, i cambiamenti veloci, talvolta nascondono falsi cambiamenti, resistenze ed il doloroso ritorno alla condizione antecedente. Paradossalmente, siamo radicalmente attaccati alle vecchie modalità, convinzioni, idee ed emozioni, che ci hanno fatto soffrire così tanto. Hanno costituito le nostre compagne di percorso fino ad ora, ci hanno accompagnato e salvato, ormai fanno parte di noi ed è assai complesso rinunciarvi di punto in bianco. Noi siamo quello, o meglio, noi crediamo di essere quello! Sradicarle, comporta quindi la perdita del senso di identità, continuità, senso. Costituisce un grande rischio di disintegrazione della personalità.

Per lo più, non è un pericolo reale, ma anche in questo caso, si tratta una nostra convinzione erronea. Può succedere però, che se sotto c’è una personalità non sufficientemente strutturata, l’assenza dei vecchi meccanismi potrebbe portare ad una tale privazione, un tale vuoto e disorientamento, da rischiare di cadere in condotte ancora più nocive, senza riuscire ad uscirne indenni e rapidamente.

In visione del meccanismo proiettivo, spesso noi non rispondiamo a quella persona per ciò che è, ma per ciò che vediamo, per ciò che proiettiamo in lei. Talvolta sarà nostro padre, nostra madre, nostra sorella, la zia, il nonno, l’insegnante di latino, l’orrenda vicina e così via. Nei confronti di noi stessi, applichiamo la stessa modalità, non ci vediamo, vediamo ciò che ci siamo convinti di essere e anche le esperienze disconfermanti, non saranno sufficienti a destarci da quel torpore.

Nello stesso modo, capiterà di compiere azioni che non avremmo mai pensato, di cui ci sentiremo disturbati e turbati, quasi non fossimo noi. In effetti è un po’ così, non siamo noi, in base a ciò che scegliamo di essere consapevolmente, ma siamo attori di quel copione, deciso tanti anni fa, quando le cose che avvenivano, le subivamo senza ben comprendere cosa ci stava capitando. Il disorientamento nasce soprattutto dall’inconsapevolezza e dalla discordanza fra la nostra motivazione conscia e quella inconscia, fra i nostri obiettivi evidenti e quelli nascosti, fra ciò che conosciamo di noi e ciò che ignoriamo.

Capiterà quindi, che nella nostra idea di noi siamo persone per bene, responsabili, attente, amorevoli, ecc., ma nella realtà potrebbe non essere così, potremmo essere sadici che giustificano la propria aggressività dicendo che lo si fa per il bene di qualcuno, per proteggerlo, per evitargli ulteriori problemi. Potremmo anche pensare di essere vittime inconsapevoli della violenza degli altri, di non meritare tutto ciò, quando in realtà il proprio masochismo esprime una modalità silente di aggressività verso gli altri, che istiga una contro aggressione. Le combinazioni e le possibilità sono veramente infinite.

Quando noi diciamo “in quella circostanza, con quella persona, ci siamo buttati via”, neghiamo ciò che è stato e che siamo stati, esprimendo un duplice concetto. Da una parte neghiamo noi stessi nel suo complesso, ci innalziamo ritenendoci narcisisticamente migliori, eccezionali, di meritare di più e di meglio. Il partner viene denigrato e svalutato, come se incarnasse le qualità peggiori di quell’esperienza avuta, come se fosse il nostro “uomo nero”, il carnefice. Ma in questo modo non ci vediamo anche nelle nostre ombre e non ci vediamo nella nostra responsabilità, di avere scelto quella situazione e quella dinamica: anche a noi serviva e ci siamo stati dentro. Dall’altra, mostriamo il nostro ideale dell’io, l’ideale di noi stessi, ciò che vorremmo da noi, che suona anche con ciò che dovremmo essere. E’ una sorta di “imperativo morale”, una pretesa che avanziamo da noi stessi e si fonda su una serie di convinzioni circa la via da seguire, molto vicina alla perfezione e alla perfetta bontà di una data visione di sé! Assai dubbia, direi, perché culturalmente e soggettivamente determinata, oltre che impossibile.

Comprendo bene il senso di scoraggiamento, il dolore e la delusione della ripetizione, comprendo anche l’ansia di voler cambiare velocemente ed in modo indolore, ma la lentezza del cambiamento è protettiva, ci fornisce quel tempo di cui abbiamo bisogno per ricrearci e re imparare nuovi passi di danza, nuovi ritmi, per sperimentare qualcosa di sé non conosciuto prima, per verificarsi in queste nuove dimensioni.

Inoltre paradossalmente, la ripetizione è un meccanismo fondamentale per il cambiamento. In terapia (Lowen) la ripetizione assolve un’importante funzione, il paziente ha bisogno di rivivere l’esperienza rimossa, di rivivere la relazione perturbante, nella situazione terapeutica. Il risperimentare, il rimettere in atto, attraverso il transfert e l’agito, costituiscono due modi unici e indispensabili per conoscersi e farsi conoscere dal terapeuta, in tutta pienezza, si vede nel qui e ora, ciò che è stato e ci è capitato nel là e allora. Non di meno costituisce la vera spinta al cambiamento, perché il terapeuta che aiuta a mettere consapevolezza e chiarezza, introduce appunto la possibilità di una nuova risposta. Si ferma l’incastro e inizia un nuovo passo di danza.

Noi ripetiamo in ogni contesto, compreso la terapia, noi non possiamo che portare in giro il nostro “essere”, con il suo modo di parlare, gesticolare, atteggiarsi, respirare, baciare, piangere, lavorare, ecc. Il nostro essere ripete sé, si presenta per quello che è e grazie a questo si creano infinite possibilità di uguaglianza e di cambiamento, in terapia e fuori dalla terapia.

I bocconi amari devono essere digeriti uno per volta. Smascherarsi troppo prepotentemente, potrebbe essere troppo umiliante e denigrante per la propria dignità e tolleranza. E’ importante che le cose, procedano secondo i naturali tempi di de-apprendimento e nuovo apprendimento. A sua volta il nuovo che sostituisce il vecchio, necessita anch’esso della ripetizione, questa volta sana che permette l’acquisizione consapevole e solida.

Il cambiamento necessita della ripetizione delle nuove strategie, modalità e convinzioni, in momenti, modi e con persone diverse. Il consolidamento richiede impegno, costanza ed esperienze.

Nuovo e vecchio, innovazione e ripetizione del proprio essere, devono formare un andamento articolato e costante.

Non abbiamo fretta e diamoci il giusto tempo per il cambiamento. Il nostro essere è e sarà solo sé stesso.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Gabbard G.O.  (2007). Psichiatria psicodinamica. Quarta Edizione. Raffaello Cortina Editore.

Gabbard G.O.  (2003). Amore e odio nel setting analitico. Astrolabio Ed.

Lowen A. (1982). Paura di vivere. Astrolabio Ed.

 

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13 aprile 2011 3 13 /04 /aprile /2011 08:54

DOTTORE, MI ASPETTO UNA MAGIA!

 

Dott. sa Sabrina Costantini

 

 

  

     “Dottore, sono venuto per capire cosa mi sta succedendo”.

Di primo impatto suona come una richiesta esplicita, chiara e sensata, in realtà, spesso sottende un’attesa d’altro tipo: “Dottore, mi aspetto una magia!” Ovvero, “non voglio sapere neanche cosa mi capita, voglio solo che mi passi, che me lo faccia passare al più presto!”

     Di fronte ad una tale previsione, è possibile o “chiuder bottega”, o cercare di tradurre in termini concreti e realistici, ciò che sta capitando e potrebbe capitare, a chi ci sta di fronte e a quanto ci sta chiedendo.

     E’ frequente, che dietro l’evidenza della richiesta, si nascondano una serie di fantasie, che demandano all’altro, la responsabilità di comprendere e risolvere quanto sta avvenendo. Si tratta di un’aspettativa “magica”, che ricorda la relazione tipica del bambino nei confronti dell’adulto, in questo caso “adulto-esperto”, di tipo asimmetrico e idealizzante.

     Per cui, come terapeuti avremmo di fronte un paziente, che arriva con un sintomo (psichico, somatico o misto), con una richiesta palese, una sottostante motivazione ed aspettativa. Ogni parte deve essere presa in considerazione ed esplicitata, per gettare le basi di una relazione oggettuale più sana e matura, fondamento per una consulenza e un intervento terapeutico efficaci.

     Quanto detto risulta molto evidente in un contesto psicoterapico, in realtà, è ben presente ed influente in qualsiasi relazione medico-paziente, o consulente-consultato, di svariati ambiti.

     L’aspettativa infatti, è una sorta di previsione (un insieme di pensieri, credenze ed emozioni) circa un qualche evento che ci apprestiamo ad affrontare. Ogni tipo di colloquio è permeato di aspettative, da parte di tutte le persone implicate. In massimo grado riguardano chi (nel nostro caso il paziente), chiede aiuto e necessita di una qualche risposta, più o meno urgente, relativamente ad un disagio, acuto o cronico.

     Pensiamo a quali delusioni e discussioni possono verificarsi in qualsiasi relazione (amicale, amorosa, genitoriale, terapeutica, ecc.), di cui non se ne comprende il motivo. Siamo arrabbiati, amareggiati, delusi, senza la consapevolezza di cosa sia realmente avvenuto. Magari ci sono stati piccoli gesti, parole insignificanti, che hanno innescato il tutto, ma la loro portata non è tale, da giustificare tanta rabbia.

     Quello che è successo riguarda le aspettative che avevamo nei confronti dell’altro, da questi ignorate perché non esplicitate. Le due persone non instaurano una reale relazione fra di loro, ma un’interazione con le rispettive aspettative, connesse con le figure interne, che fungono da modello e partner. Risulta un dialogo fra sordi e ciechi, ognuno risponde non all’altro di fronte a sé, ma all’altro dentro di sé.

     L’aspettativa, si differenzia dalla motivazione, perché più legata alla richiesta latente e affettiva, nei confronti del colloquio e del terapeuta (Lis, Venuti, De Zorzo, p. 28). Le caratteristiche affettive sono strettamente connesse con l’intensità del bisogno, l’urgenza del bisogno e la qualità del beneficio. Quindi altamente legate alla situazione attuale, a quella passata, all’immagine di sé e del mondo.

     Emozione e motivazione condividono la stessa radice etimologica, rimandabili ai termini latini emovere e movere. La prima fa riferimento al concetto di “muovere fuori”, la seconda a quello di “muovere verso”. Sottolineando, nel caso dell’emozione, l’urgenza e nel caso della motivazione, la direzione (Caprara, pp.75-76).

     L’urgenza di tipo emotiva si fonda, da una parte sulla natura stessa delle emozioni, di tipo irrazionale e spesso esplosiva, dall’altra sulla loro “rivelazione” di tipo immediato. Come ben ha sottolineato Lowen (pp. 29-31), le emozioni si manifestano solo quando si scontrano con il corpo. La manifestazione di un sintomo di qualsiasi natura (psichico o somatico) infatti, è il risultato dell’impatto di un movimento interno (biologico, energetico, emotivo, ecc.) con la superficie del corpo. L’impatto, scatena emozioni fino ad allora rimaste inespresse e inconsapevoli, che creano ulteriore confusione e spinta a “muovere fuori”.

     Le emozioni c’erano già, ma la loro rivelazione avviene istantaneamente, come una lampadina che improvvisamente si accende e mostra ciò che prima sembrava non esserci.

     La motivazione, è un processo psicologico complesso che implica un bisogno, uno scopo ed una strategia, per raggiungere quello scopo stesso. In un certo senso è un processo successivo all’emozione, che muove anche da emozioni, ma ha trovato un suo contenitore e un ordine attraverso il pensiero, che lo ha organizzato, in visione della sua esplicazione nella realtà.

     L’aspettativa invece, è un processo psicologico meno differenziato o non differenziato consapevolmente. E’ una sorta di spinta, con connotazioni sia emotive che cognitive (convinzioni), originata da una popolazione di figure interne ed esperienze pregresse.

     In ogni contesto infatti, tendiamo a proiettare sull’altro le proprie figure interne, in relazione con le immagini di noi stessi, dell’altro e della relazione stessa. Come tale, formuliamo delle ipotesi implicite, su ciò che prevediamo nella relazione stessa.

     Se una data persona fin da piccola ha vissuto in un ambiente violento e non protettivo, crescerà con l’implicita convinzione che non ci si può fidare di nessuno, gli altri tentano sempre di fregarti, e così via. Di fronte ad ogni nuova conoscenza si sentirà in allerta, guardinga e “mal fidata”, chiedendosi quale fregatura, si nasconde sotto ogni parola o gesto dell’altro.

     Prendiamo ad esempio l’ipotetico signor Carlo, che ha un’immagine di sé (supportata dalle proprie esperienze, tese a confermarla), di persona raffinata ed elegante. Mettiamo il caso che un amico gli si avvicini, ignorando il suo bel vestito nuovo. Il “povero Carlo” non può che esserne deluso, sentirsi non visto, invidiato o non amato. Tutto ciò, nella completa inconsapevolezza dell’amico.

     Fin da bambini, sulla base delle esperienze vissute, dei rimandi genitoriali e di altre figure significative, si creano delle rappresentazioni degli “oggetti” e delle relazioni, che permangono anche quando oggetti e relazioni non sono più presenti. Di seguito, la persona trasferisce queste rappresentazioni su tutti i nuovi contesti, indipendentemente da ciò che ha di fronte (Lai, 1976). Queste rappresentazioni, costituiscono una sorta di schermo selettivo, attraverso cui guardare, vivere il mondo e su cui basare le azioni e i comportamenti. Possiamo immaginare che confusione si crea, fra mondo reale e mondo interno!

     Se si verifica svelamento, distinzione graduale, fra queste due realtà, la relazione ha agio di procedere, altrimenti non si verifica reale incontro.

     Prendiamo ad ulteriore esempio un ipotetico paziente che, fin dall’infanzia s’è sentito di troppo. Non aveva spazio per le lamentele e i disagi da bambino, verso cui la madre rispondeva con: non ho tempo da perdere con te, devo andare a lavoro! Presumibilmente arriverà al primo colloquio terapeutico dicendo: “dottore, non voglio farle perdere tempo, magari ha di meglio da fare o pazienti più gravi di me, ma il mio problema è …..”.

     Ciò che proietta non appartiene a quello specifico terapeuta che, magari non ha ancora pronunciato parola, ma all’immagine che ha di sé e delle persone importanti per la sua vita. L’idea di sé, corrisponde a quella di una persona con scarso valore, i suoi disagi sono in secondo piano rispetto ad altro, è convinto che le figure significative non abbiano tempo per lui, molto occupate, prese da impegni di maggiore importanza, ecc. Sulla base di tutto ciò, le sue aspettative inconsapevoli, sono: io porterò il mio problema, che mi crea tanta sofferenza, ma di sicuro mi dirà che non ha tempo per me e mi rifiuterà.

     E di fatto agisce questa credenza, rendendosi invasivo, lagnoso, violento e facilmente rifiutabile. Si sente non amabile e di conseguenza si presenta come tale.     

     Se ascoltiamo la motivazione, sicuramente questa persona mostra il bisogno di alleviare la sua sofferenza e fra le altre strategie, ha scelto un consulto psicoterapico, psichiatrico, o di altro tipo. Manifesta quindi, un’adeguata motivazione e una strategia congruente con la situazione.

     Se invece osserviamo l’aspettativa, notiamo una contrapposizione e un ostacolo, per l’obiettivo della motivazione. Da una parte, osserviamo il disagio e la motivazione a risolverlo, dall’altro l’aspettativa o convinzione di non essere preso in considerazione e lui per primo non lo fa, delegando all’altro la decisione di curarsi o meno. Questa convinzione è fondata sul vecchio copione che, a sua volta preme per essere confermato, perché punto di riferimento dell’immagine di sé.

     Ciò lo conduce, da una parte a chiedere una cosa e a pensarne un’altra, dall’altra a due livelli di aspettative, la più superficiale riguarda il copione e l’idea di essere rifiutato, la più profonda ed evolutiva rimanda alla speranza che, finalmente qualcuno lo vedrà e gli permetterà di essere un bambino. Sostanzialmente è ciò che Weiss (1999) chiama il test al terapeuta. Solo se il curante evita di ripetere il copione familiare, si può creare la fiducia e la base per il cambiamento.

     Tutto ciò mostra la rilevanza della pratica di osservare, comprendere ed esplicitare questi due termini: motivazione e aspettativa.

     Nonostante ciò, non sempre si produce un ridimensionamento nel qui e ora, che permetta un incontro con l’altro. Ciò dipende dagli introietti, dalla loro qualità, persistenza, rigidità, funzione, dal rapporto col resto della personalità e dalla conseguente qualità relazionale.

     In ogni caso, la possibilità di stabilire una relazione più matura e realistica, è sempre uno degli obiettivi primari, se non l’obiettivo psicoterapeutico per eccellenza. Infatti, se il paziente fosse in grado di stabilire relazioni nel qui e ora, significherebbe che ha già modellato, modificato le rappresentazioni del “là e allora” e presumibilmente non sussiste più, un disagio così disturbante.

     I processi proiettivi, sono spesso anticipati da affermazioni rivelatrici, quali “come lei ben saprà ….. adesso lei mi dirà che …… so che dicendo questo, scatenerò una guerra …… so cosa sta pensando …. ecc.” Queste ed altre espressioni, ci comunicano cosa il paziente si aspetta da noi, sulla base delle sue convinzioni e relazioni passate. Attribuisce infatti, dei pensieri all’esperto, senza averne reale motivo. Non sta agendo e parlando in base alla realtà del momento, ma su quelle credenze interne.

     Quanto detto è proprio di ciascuna relazione medico-paziente, anche se la richiesta sembra delimitata rispetto all’ambito, come nel caso di una prescrizione farmacologica o dietologica.

     Prendiamo il caso di un paziente che si rivolga ad un ortopedico e poi ad un chirurgo, per un disagio reiterato ad un ginocchio. Il paziente, a livello manifesto, sta chiedendo una diagnosi, una terapia e una prognosi. Ad un livello sotterraneo, l’aspettativa riguarda il desiderio di tornare “come per magia”, esattamente come prima, a livello di arto e funzionalità, ma anche a livello di tutto ciò che vi è connesso: dell’immagine di sé, del senso di sé, delle relazioni (di persona atletica, scattante, giovane, simpatica, ecc.). Ovviamente, gli specialisti in questione, non hanno né la funzione né la formazione psicologica, ma la lettura personale di questi piani, rimane fondamentale. Colludere con le aspettative magiche infatti, comporta la delusione profonda e la svalutazione dell’operato medico, con una successiva ricaduta sulla guarigione stessa.

     Se il paziente in questione, dopo l’intervento medico, verifica che la sua vita non è tornata splendente come lo era prima, si sentirà deluso, frustrato e incapace. Tutto ciò ha una drastica influenza sulla compliance, sull’impegno attivo nella riabilitazione e sulla volontà di vivere. L’aspettativa iniziale, è di tipo magica e irrealistica, vi consegue quindi una delega totale di guarigione, che farà sentire il medico sovraccaricato e alla fine impotente.

     Da quanto detto, risulta più chiara l’importanza della comprensione ed esplicitazione di un livello realistico di aspettative e previsioni, responsabilizzando la persona stessa, al cambiamento dello stile di vita e alla cura.

     Lo scopo di un tale processo è duplice. Da una parte è fondamentale per la realizzazione del cambiamento e della cura, che vede impegnati paziente e terapeuta all’unisono. La condizione ottimale di cura, assume oltretutto l’ulteriore funzione di prevenzione secondaria e terziaria, nei confronti di possibili ricadute e cronicizzazioni. Dall’altra, rimanda ad una buona qualità di lavoro e di soddisfazione, scevro da senso totale di impotenza, cui spesso medici e altre figure della cura sono sottoposti, incrementando la possibilità di frustrazione e perdita di slancio professionale, nonché personale.

     Infatti, la motivazione personale che spinge ad intraprendere tale professione, lo stile di vita e la personalità, spesso portano a colludere inconsapevolmente, con le credenze e le aspettative magiche del paziente.

     Come già accennato, le convinzioni e le aspettative del curante, sono anch’esse influenti sulla pratica terapeutica. Anche qui, esistono svariati piani: quello più superficiale e chiaro, che riguarda l’obiettivo di curare, si avvale di competenza, capacità, esperienza e professionalità, quello sotterraneo, è più strettamente connesso con le motivazioni e aspettative personali, implicite e inconsapevoli. Il sapere non consegue necessariamente il saper fare e questo a sua volta non implica necessariamente una relazione di cura efficace e soddisfacente.

     E’ un po’ come se, sotto il mondo apparente di conoscenze, pratiche e tecniche, si nascondessero una serie di fili dipananti dal groviglio del mondo interno, mosso da emozioni e convinzioni. Fino a quando non ci fermiamo a comprendere ed osservare il proprio saper fare, negli specifici contesti, si osserverà uno scarto fra intenzione e reale azione, fra sapere e sua reale esplicazione.

     Prendiamo ad ulteriore esempio una paziente che, si rivolge ad un dietologo per ritrovare la linea, mettiamo che fin da bambina, sia stata sottoposta a rigido controllo e regolazione dell’alimentazione. Se vediamo bene, la signora non ha realmente necessità di una regola alimentare, ne conosce già troppe! In realtà, ciò di cui ha bisogno, senza saperlo, è il permesso al cibo e al mangiare, ottenendo il quale, non avrà più la spinta a trasgredire ciò che le viene negato e regolato da sempre, con grande sofferenza.

     La collusione del copione da parte del curante, in questo caso potrebbe avvenire per due motivi, per una non adeguata lettura della situazione e/o per una modalità personale, orientata alla rigidità e durezza. Ipotizziamo che lo specialista sia stato cresciuto ed educato in modo duro ed esigente e che lui stesso abbia appresso con sé e con gli altri, questo stile relazionale. Nel momento in cui fornirà alla signora, un modello alimentare strutturato e controllato, colluderà con i vecchi meccanismi e dopo un’iniziale adattamento della paziente, otterrà solo trasgressione e fallimento.

     E’ quindi importante sapersi fermare a guardare ciò che sta avvenendo, il proprio lavoro, la capacità di portarlo avanti, lo stile professionale e personale, la personalità. Tutto ciò è fondamentale per cogliere i livelli inconsapevoli e nascosti, della richiesta e dell’offerta di cura.

     Emerge anche l’estrema importanza di un lavoro concertato fra professioni diverse, che nel rispetto dei reciproci ruoli, sappiano scambiarsi competenze e consulenze. Il confronto, non solo accresce la professionalità di ciascuno, ma vivacizza e accresce l’interesse lavorativo e professionale.

     In un’ottica di crescente specializzazione, non ci dobbiamo dimenticare dell’interezza dell’individuo e del reciproco legame fra mente e corpo. Sia nei termini di malattie psicosomatiche, ovvero di disturbi funzionali o organici prodotti dalla psiche, sia nei termini della ricaduta emotiva, conseguente a malattie d’origine organica (pensiamo ad esempio allo svilimento dell’immagine di sé come individuo sano e funzionante, alla perdita delle capacità di portare avanti le abituali attività, alla paura della morte, alla paura della perdita delle persone care, ecc.).

     Non dimentichiamo poi, l’influenza dei vantaggi secondari della malattia. Ogni disturbo-malattia crea dei vantaggi psicologici e sociali, diversi da individuo ad individuo. Indicativamente si possono citare, l’esonero dalle abituali attività e responsabilità (lavoro, studio, relazioni, famiglia), lo spostamento di attenzione, di premure e cure da parte delle persone care, l’acquisizione di un indiretto potere decisionale del malato, ecc.

     Sull’altro versante, accogliamo con interezza il curante solo quando ne prendiamo ogni parte: formazione, sapere, professionalità, personalità, motivazione, emozione, ecc.

     Attribuire importanza quindi a motivazione e aspettativa, del consultante e del consultato, costituisce un approccio lavorativo maggiormente attento e costruttivo. Riporta il livello della richiesta, di entrambe le parti, su un piano di realtà e di flessibilità.

     Ritengo che sia un passo di consapevolezza e crescita, personale e lavorativa, la rinuncia all’onnipotenza di guarigione, corrispettiva alla delega totale del paziente. E’ di estrema utilità restituire competenza al paziente stesso e recuperare la propria, nell’ottica dell’insieme che si va a toccare. L’interazione poi di professionalità diverse (mediche, psicologiche, sociali, olistiche, ecc.), fornisce un intervento integrato e attento all’interezza di chi cura e di chi chiede di essere curato.

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

     Caprara G.V. (1994). Emozioni e motivazione. In Legrenzi P. (a cura di) Manuale di psicologia generale. Mulino.

     Lai G. (1976). Le parole del primo colloquio. Boringhieri.

     Lis. A., Venuti P., De Zorzo M. (1991). Il colloquio come strumento psicologico. Giunti.

     Lowen A (1978). Il linguaggio del corpo. Feltrinelli.

     Weiss J. (1999). Come funziona la psicoterapia. Bollati Boringhieri.

 

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4 aprile 2011 1 04 /04 /aprile /2011 11:24

"Chi guida l'elicottero?"

Il viaggio della terapia

 

di: Sabrina Costantini

 

 

 

"Se le do le chiavi del mio elicottero, lei sa guidarlo?", le prime parole del primo incontro con un uomo di 37 anni.

Domanda che trasluce angoscia, panico della nebbia, cecità e può diventare sfida, transfert negativo perché traduce: "Sei capace? Mi tieni? Prendi le mie ferite? Mi dici cosa devo fare/essere? Vivi tu la mia vita? ........."

Una sola possibile risposta di cura: la ricerca della verità.

In questa domanda di cura, che sottende la stasi, s'insinua una trappola per la persona stessa ed il curante. Infatti, la paura dell'oscurità, conduce alla negazione del movimento dell'esistenza e chiede una rassicurazione, una delega della propria vita, il permesso di fuga dal proprio elicottero. La doppia trappola risiede nella possibile risposta d'accudimento e rassicurazione: "non c'è oscurità ... non ti preoccupare, guiderò io il tuo elicottero!".

Questa è una menzogna e diventa intervento d'assistenza, che cristallizza dipendenza e identificazione. Una risposta salvifica che svaluta l'altro, disconoscendo la sua capacità di trasformazione.

Nello stesso tempo è negazione della realtà delle cose, della realtà interna dell'altro, della realtà dell'esistenza, nient'affatto limpida e lineare.

La cura non può sostituire il conducente del proprio elicottero, non può permettere la fuga dalla vita.

La Cura si traduce nella certezza del proprio sentire, mezzo unico ed esclusivo, che non ha urgenza di mostrare la capacità-prestazione-spiegazione. Certezza che restituisce all'altro la ricerca del senso, del sentito del corpo.

Ciò ricorda quanto sia importante il terapeuta nel suo essere globale, nel suo modo di credere, di vivere, che si traduce poi nel suo modo di curare, carico di senso, facilitante il senso del paziente.

Analogamente, "Non voglio più arrabbiarmi!" suona come "non voglio più vivere, non voglio più amare" perché questo spezza il cuore. Ha il sentore dell'abbandono della trincea, che nasconde una barricata da cui non filtra più neanche l'aria, un labirinto senza vie d'uscita.

La rabbia (come le altre emozioni) nelle sue mille sfaccettature, ha diritto di esistere e possiede una sua intrinseca funzione di vita. La sua repressione e negazione infatti, conduce ad una serie di espressioni psicopatogiche croniche, che vanno poi a contribuire alla strutturazione della personalità (AA.VV, 1992).

La rabbia repressa diventa aggressività e aggressione, lotta bramosa e invidiosa, che cerca autoaffermazione nella competizione, nell'umiliazione e distruzione dell'altro.

La rabbia invece, nel suo significato più primario e primitivo, strettamente connesso col corpo e con la sua sopravvivenza, rappresenta una difesa dell'individuo, affermazione della vita. Infatti, ogni qual volta l'individuo si sente minacciato e in pericolo (reale o vissuto), si scatena tutta una serie di reazioni fisiologiche di allerta, atte alla sua protezione ed una forte percezione di paura. La reazione successiva consiste nel vissuto di rabbia, che costituisce proprio la base per una reazione protettiva, nei confronti del supposto pericolo.

Si parla di "supposto pericolo", perché uno stimolo esterno può essere innocuo in sé e per sé, ma può essere vissuto come minaccioso nel sistema psichico dell'individuo, strutturato sulla base di specifiche esperienze passate.

Comprendiamo quindi, quanto sia fondamentale permettere alla rabbia di esistere, per la sua funzione, per il suo valore, per la sua vitalità. Se le concediamo il suo giusto spazio, trascenderà l'espressione più immediata fino a trovare forme di sublimazione elevate, che producono una miscela esplosiva di vitalità e creazione. La rabbia diventa il colore stesso della vita!

"Non voglio più arrabbiarmi" è un abdicamento alla ricerca, rabbia disconosciuta che diventa pressa che schiaccia, comprime, annulla in un lento suicidio. Negare la rabbia significa alimentare la paura che nutre il dubbio e la ricerca razionale, di un equilibrio fondato sulle cose, che si dimentica dell'equilibrio fondato sul proprio mondo interno.

La rabbia costruttiva e costruttrice, diventa determinazione e responsabilità, lascia le sue spoglie per una ricerca curiosa insieme all'altro.

Non a caso, le forme di rabbia represse e patologizzate, rendono la cura impossibile, attraverso l'instaurazione di un transfert quasi esclusivamente negativo, che impedisce il processo terapeutico (Gabbard, 2003). Il transfert negativo, consiste nel vissuto prevalente di rabbiosità, aggressività repressa inanalizzabile, perché misconosciuta e negata. Il paziente è incapace di vivere o riconoscere un'emozione positiva e una spinta propositiva, nei confronti del terapeuta. Si trova nella costante condizione di doversi proteggere e difendere dagli altri, impossibilitato a fidarsi e ad affidarsi.

Non accetta e non fa entrare alcun gesto affettuoso, nessun avvicinamento. Non può proprio credere, che ci sia un dare disinteressato e caldo. Si rifiuta di accogliere, pena la compromissione della propria barricata difensiva.

La cura è una relazione, uno scambio di vita guidato dalla certezza del curante-sano, all'interno del quale il rifiuto di guidare l'altrui mezzo si traduce in un no alla negazione, all'annullamento. Dall'altra, il paziente in un clima di fiducia, deve accettare queste condizioni preliminari, per dare inizio ad un processo di crescita.

La rabbia costruzione e affermazione di sé, si distingue dalla rabbia distruttrice, in quanto fondata sulla certezza di sé, che non ha necessità di verifica, approvazione, né distruzione.

Si può aprire il proprio mondo, si può far entrare l'altro e nello stesso tempo si può far uscire qualcosa di sé, che spinge all'esterno, in visione della propria realizzazione.

Ecco l'importanza della certezza nel proprio sogno, nella propria verità, che non può essere scardinata dalla paura, perché alimentata dall'amore per sé e dalla fiducia di credere alle immagini, che danno vita a quel sentire dell'altro che non ha ancora trovato parole per esprimersi.

"Io non so attraversare il dolore" "Non so come fare" "Nessuno mi vuole". Accettare questo, significa lasciare nel buio l'altro, portare un bouquet sul letto di morte, senza voler essere visti, significa non permettere di ricordare quante e quante volte il tunnel del dolore è stato trapassato fin dalla nascita. La nascita stessa ne è l'origine, in quanto passaggio, tunnel buio e doloroso, verso un viaggio sconosciuto, in direzione di una luce enigmatica.

Credere al proprio sogno significa dire no ai detrattori della vita, no al lasciarsi imbalsamare, no alla "razionalità che si nutre del dubbio".

La fiducia fondamentale in sé, innesca la trasformazione del sogno, nel viaggiare insieme, con la sola certezza del sentire, che significa viaggiare errante, che si permette l'"errare" tanto saggio e ricco di apprendimento. L'errore non è più un demone spaventoso, ma un vestito appeso alla finestra, che ondeggia con il vento e trasluce strane ombre.

Curare significa dunque restituire all'altro i sogni, perché chi cura crede ai propri e alla portata del loro significato, alla loro forza, alla trasformazione ciò che non è visibile, ma che può diventarlo.

"Non voglio pensare a te quando non ci sei" significa non voglio pensare a me, illudersi che la relazione finisca nel momento del "ciao", illudersi di essere identici, di non aver viaggiato, di aver fatto tutto quanto fosse nelle proprie possibilità. Diventa: Non voglio muovermi, voglio essere morto, voglio imbalsamarmi nella tranquillità, non voglio assumermi la responsabilità del cambiamento.

Significa negare al corpo il suo sentire e il corpo arriverà ad urlare con quanto fiato ha in gola, pur di musicare la vita.

Non a caso, spesso la sofferenza, la chiarezza del buio, arriva attraverso il sintomo fisico, l'unico segno ascoltato, l'unico che non può essere veramente negato, nascosto o trasformato.  E' un regalo che il corpo ci elargisce, offrendo ulteriore voce che chiede attenzione, urla trasformazione e cambiamento, riappropriazione della vita.

Come ci insegna Lowen (1978), la percezione del piacere origina dal movimento di espansione dell'energia dal centro dell'individuo verso la periferia. Mentre la percezione di dispiacere e angoscia è generata dal movimento dell'energia che dalla periferia si dirige verso il centro, producendo una contrazione biologica.

Rintracciamo un'espressione evidente di questo meccanismo, nell'osservazione del respiro. Quando l'aria è libera di fluire all'esterno, si crea il giusto spazio per una sua successiva immissione d'aria, in un movimento fluido e ritmico, in cui l'individuo si sente libero di essere, di esprimersi e di espandersi. Al contrario, se l'aria esterna rimane intrappolata nei polmoni e nel corpo, riducendo la successiva emissione e la nuova immissione di aria, si crea un blocco e una forte contrazione della vita.

Il paziente che entra in terapia ha perso i suoi sogni, talvolta anche la capacità o la fiducia di sognare, costringendosi in una vita costruita sul fare, su impegni, oggetti, falsi riempimenti. Ha quindi strutturato un rapporto con sé e con il proprio corpo, assai limitato e bloccante. Spesso si riscontra "una fame di vita", rintracciabile nella "fame d'aria" tipica dell'asmatico o dell'allergico, che trova sfogo in un modello riempitivo di tipo bulimico. Si fa entrare tutto ciò che lenisce la sofferenza e che riempie la fame di sensazioni (farmaci, droghe, lavoro, internet, gioco d'azzardo, sesso compulsivo, shopping compulsivo, ecc.), creando una costrizione imprigionante e dolorosa.

Ciò che succede a livello organico è soltanto l'epifenomeno o espressione esterna e visibile, di quanto succede all'interno nel mondo psichico, che andrà a determinare tutta la gamma comportamentale dell'individuo. Questi si trova ancorato ad una contrazione dolorosa, ad una costipazione interna, incapace di espandersi all'esterno con tutto se stesso, attraverso la libertà di movimento del corpo, attraverso la realizzazione dei propri sogni, attraverso l'avvicinamento dell'altro a sé.

La relazione che cura dunque, deve ridare spazio al corpo e al sentire ad esso connesso, rivitalizzarlo attraverso il processo relazionale stesso e quello intrapsichico. La culla della cura risiede nel ripristinare la fiducia in sé e nell'altro, attraverso un viaggio osservato in due, nella certezza della propria meta.

Questa consapevolezza è l'imbarcazione che concede il navigare: amare e farsi amare, senza temere di essere deludenti, accettando che ciascuno mette nella relazione la propria ricchezza, diversa da chiunque altro, in un "come" diverso da chiunque altro. Le relazioni infatti sono trecce, tanto più colorate quanto diversi sono i fili che la compongono.

La relazione terapeutica, può essere tale solo se assume la veste di "relazione d'amore", intesa nel senso più ampio e globale del termine. Rappresenta un luogo privilegiato dove sperimentare fiducia e relazione in modo sano e diretto, dove tutto può essere detto e sentito, nello stesso tempo sarà sicuramente esplicitato e riconosciuto. Diventa quindi lo spazio di crescita di quel bambino, rimasto intrappolato nelle macerie d'infanzia, che nascosto fra i panni dell'adulto, ancora piange.

Lo scopo sotterraneo della terapia, consiste nel dare fiducia anche là dove sembra non esserci più nessuna chance, alimentare la vita anche là dove sembra essere scomparsa (Quinodoz D.). Far vedere quello che non si vede, far toccare ciò che appare inavvicinabile, far sentire quello da cui siamo spinti inconsapevolmente.

Lo scenario terapeutico deve riaprire ad uno spazio interno, che faccia emergere le risorse non viste, le passioni, i desideri e gli affetti tanto vitali. Deve riaprire alla "possibilità".

"Tu ti sei arrabbiata perché noi non ci arrabbiamo, tutti si arrabbiano perché ti arrabbi ...... è stato incredibile" (le parole di una giovane donna in terapia di gruppo).

Le parole citate, sono un esempio di quanto detto fino ad ora. All'interno di questo gruppo di terapia, indirettamente è stato fornito il permesso di arrabbiarsi, perché la terapeuta per prima si è arrabbiata, rattristata e arrabbiata che a loro, fosse stato privato il diritto di arrabbiarsi e di mostrare la propria emozione. Per la paziente in questione è stata una vera rivelazione, una ristrutturazione cognitiva ed emotiva, rispetto all'insegnamento familiare: "non ti arrabbiare, mostrati gentile, educata, cortese. Non urlare, non metterti in mostra, ecc."

Credere al proprio sogno, alla propria ricerca concertata si traduce in tanti piccoli attimi di vera ricchezza che trapassano la realtà delle cose, per riacquistare nuova fiducia in sé e nell'altro.

Il disturbo psichico, il dolore psichico, scatena angoscia panica proprio perché non si presta alla realtà delle cose, a spiegazioni causali visibili e misurabili, non offre una spiegazione rassicurante e concreta, come la diagnosi medica. La cura può essere accettata solo se il malato abbandona la richiesta di accudimento, di delega, di una prova tangibile della propria miseria umana di vittima inconsapevole, prendendo su sé la responsabilità della propria condizione, del proprio desiderio e della ricerca di cambiamento.

L'amore o transfert positivo, è relazione di fiducia in sé stesso e nell'altro, che guida la ricerca di senso della propria vita, in direzione del proprio desiderio autonomo.

L'amore si traduce nel dare all'altro la possibilità di restare o andarsene, con la responsabilità della scelta, con la certezza del permanere della ricerca dell'altro-curante-sano, che continua ad amare e vivere, nonostante l'assenza. Lo spazio terapeutico quindi, analogamente a quello "familiare ideale", rappresenta un luogo di crescita, dove la separazione e l'indipendenza sono favoriti, senza causare pericolo o angoscia.

Amare diventa capacità di stare in un luogo di intimità affettiva che non ha bisogno di verifiche tangibili, ma risponde dando un senso non tangibile al mondo interno, che vive in modo originale e proprio, gli eventi del mondo esterno.

Dove le parole possono essere bisbigliate a filo di voce, senza che si perda niente, all'interno di un'intesa, ben lontana dalla soglia dell'udibile.

Attraverso questa relazione di fiducia e "amore" si riattiva lo spazio del pensiero stesso.

Si tratta di un pensiero e di una comprensione che passa per il sentito del corpo, la sola modalità che permette il passaggio dal concetto astratto-insignificante al conosciuto-vissuto.

E' un percorso già compiuto molte volte, in epoche evolutive diverse. Pensiamo ad esempio al processo vissuto dal bambino nella comprensione ed esplicazione del linguaggio, senza conoscenza delle regole della grammatica e della logica, che studierà solo in seguito. Il bambino vive il linguaggio, perché vive la relazione, preso dal sentire nel presente, colorato di ingenuità, meraviglia, amore, fiducia, scoperta.

In questo vivere insieme la certezza, il curante usa la parola come segno che apre ad un pensiero, produttivo di un senso storico (non cronologico), evolutivo e creativo, ad un sentire e alle immagini. Curare è condivisione nella "parola", varco che restituisce il diritto della parola carica di senso, diritto di vivere, di essere sé di fronte agli altri, di dare legittimità a sé stessi.

Ci riferiamo alla parola intelligente, comprensibile e traducibile in sensi multipli, che però ha un solo senso, in quella specifica relazione.

La creazione di senso avviene in un processo, che si fonda sul vissuto del corpo e del sentito. Lo stesso che ha compiuto il bambino nel momento in cui ha percepito il senso della parola "paura" (come di qualunque altra) nel momento in cui si è trovato di fronte ad una richiesta, vissuta al di fuori delle sue capacità, dove il corpo sembra fermarsi in un blocco: il cuore non fa sentire il suo battito, il sangue si gela, ogni muscolo si pietrifica, il pensiero si comprime, l'occhio diviene vitreo.

La comprensione e condivisione di ciò, permette la distinzione fra la realtà materiale delle cose, la parola come segno inequivocabile e la realtà psichica non tangibile, di quella specifica nicchia emotiva e relazionale.

L'interpretazione diviene consapevolezza dell'immagine, del sentito nella relazione, offerta con parole cariche di senso, comprensibili all'altro. Le parole diventano come un guanto che calza perfettamente la mano che le appartiene e non richiedono ulteriori spiegazioni, la relazione infatti crea uno spazio comune di condivisione e "complicità".

La parola diventa creazione perché frutto di comprensione, trasformazione e condivisione creativa, del sentito che l'ha originata.

La realtà delle cose non viene negata, ma non assume valore in sé, in quanto secondaria rispetto alla realtà interna.

Come tale la relazione è il contesto di produzione di senso e legittimazione del mondo affettivo, attraverso la parola vissuta.

La risposta dunque, non può iscriversi nello stesso registro della richiesta, formulata sulla base del dubbio e dell'oscurità, ma conduce ad una ricerca di risposte creative e sane. Ogni segno quindi, le parole, gli affetti,i comportamenti, i sintomi somatici, le idee, non sono puri indicatori, contenitori vuoti, ma racconti di fatti psichici, veicoli di senso, da tradurre nel percorso stesso.

Nell'ottica terapeutica entrano in questione frustrazione e soddisfazione, che nella realtà della cura, non possono essere viste come tecniche asettiche, ma costituiscono i fili  conduttori della relazione stessa. La frustrazione è guidata da scopi precisi, dall'assenza di risposta a domande che implicano negazione, stasi, ripetizione e morte della propria capacità di relazionarsi in modo diverso.

La gratificazione si iscrive nell'ottica dell'abbondanza, sottostante la sanità del curante, dove anche il silenzio non è vuoto, ma ascolto di mille colori, tradotto in immagini e parole. Reso possibile dalla capacità del curante che non teme di mostrare il proprio sentire, di ascoltare il proprio mondo interno, in relazione a quella specifica persona.

Abbondanza significa riconoscere all'altro la sua immagine, restituirgli la sua ricchezza, mai vista o dimenticata.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

AA.VV. (1992). Le rabbie croniche. Torino, Bollati Boringhieri.

Gabbard G.O. (2003). Amore e odio nel setting analitico. Roma Astrolabio.

Lowen A. (1978). Il linguaggio del corpo. Milano, Feltrinelli.

Quinodoz D. (2004). Le parole che toccano. Una psicoanalista impara a parlare. Roma, Borla.

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Psiche-Soma in libertà - in psicologia clinica
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