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12 ottobre 2011 3 12 /10 /ottobre /2011 11:35

L’effetto “Truman Show”

Un archetipo?

 

Dott. ssa Sabrina Costantini

 

 

Il film The Truman Show ha riscosso un indubbio successo, coronato oltretutto dal Golden Globe, sicuramente per la genialità del tema trattato, per il modo in cui è stato sviluppato e per l’interpretazione dei suoi attori, ma oltre a ciò direi che la popolarità è nata dal fatto che questo film ci ha sorpreso, descrivendo una realtà apparentemente lontana, eppure così frequente e vicina.

Come terapeuta ho incontrato varie persone che si sono riviste drammaticamente in questa realtà e questo mi ha fatto molto pensare. Mi ha fatto anche rabbrividire.

Queste, di sesso, età e storia diversa l’uno dall’altro, si sono riviste in un’esistenza fatta di manipolazione, sotterfugi, di raggiri, menzogne e tradimenti. Una condizione che riguarda primariamente la famiglia più stretta e questo è estremamente doloroso. Scatta il senso di tradimento e di abbandono, da parte di una famiglia che dovrebbe accudire, sorreggere, accompagnare, aiutare, permettere di volare ed invece non lo fa, anzi sembra proprio pugnalarti alle spalle, ancorarti pesantemente a quella condizione restrittiva, apparentemente irreversibile.

Le persone identificatesi con Truman, vivono come se non fossero completamente padrone della propria vita, come se qualcuno avesse deciso per loro sulla loro sorte, senza esplicitarlo chiaramente, ma operandolo in modo tacito e manipolatorio. Questo vissuto mina profondamente la stima di sé, la fiducia negli altri, la possibilità di crescere e scegliere le proprie alternative, mina l’indipendenza concreta ed emotiva.

Capita spesso che questo vissuto abbia inizio già nell’infanzia o nell’adolescenza, come una matassa che gradualmente si dipana il sospetto prende sempre più piede, creando ulteriormente un effetto Truman Show sulla vita e sul mondo in divenire, stabilendo un’impronta quasi indelebile, un binario ferreo, un’ombra mai più cancellabile.

Per altri questo pensiero e questa rappresentazione di sé, è una sorta di copia del film, da adulti si esperisce un risveglio da un’esistenza, che improvvisamente appare diversa da quanto apparso fino a quel momento. Per altri è desumibile da un vissuto meno apparentemente drammatico, si sente di aver sempre fatto ciò che la società desiderava o si aspettava, ciò che la famiglia riteneva più appropriato, quanto la moglie/marito chiedeva, ecc., come se questo ruolo fosse stato assai desiderabile, perché foriero di approvazione. Ma questa stessa condotta, ad un certo punto comincia a stridere, a non essere più così soddisfacente, senza saperne ragione.

Rivediamoci un po’ la trama ed entriamo in questa dimensione. Truman Burbank, un trentenne apparentemente normale, vive la sua quotidianità fatta d’impegni, lavori, famiglia, interessi, relazioni, con apparente serenità e piacere. In realtà la sua esistenza è il fulcro di uno spettacolo televisivo, il "Truman Show", incentrato sulla sua stessa vita, ripresa in diretta sin dalla nascita, quando fu prelevato dalla sala parto, in qualità di figlio non desiderato.

Il paese dove abita, situato su un isolotto, non è altro che un gigantesco studio televisivo. Tutte le persone che Truman incontra e con le quali si relaziona sono degli attori, compresi i genitori, il migliore amico e sua moglie, la sua vita in ogni dettaglio è pensata e manipolata dalla produzione. Il giorno e la notte sono artificiali, così come il cielo (dipinto sulla cupola del mega-studio), il mare ed i fenomeni atmosferici.

Truman vive la ripetitività quotidiana con un costante sorriso sulle labbra, con tono giocoso e scanzonato, ma nel profondo si muove la curiosità di qualcosa di nuovo, diverso ed eccitante, che tradisce un’insoddisfazione per un’esistenza troppo perfetta, poco contrattata e contrastata. Non a caso di nascosto, con ritagli di giornale, cerca di ricostruire il volto di colei che ha incontrato fugacemente molti anni prima, Lauren.

La sua voglia di fuga però cozza con il progetto televisivo, lo sceneggiatore infatti si vedrà fuggire l’oggetto principale dello show e sarà obbligato ad inventarsi nuove soluzioni, architetterà ogni sorta di freno, persuasione, tranello pur di dissuaderlo da questa intenzione.

Ed essendo ormai turbato da sottili dubbi e incongruenze incomprensibili, il protagonista va alla ricerca di quella che nel finale diventerà una certezza. Osserva e cerca di rileggere alcuni episodi della propria vita, tra i quali l'incontro con la giovane ragazza, Lauren, compagna di scuola che si era ribellata allo staff e aveva cercato di mettere in guardia Truman, senza risultato.

Truman non aveva infatti mai smesso di pensare a lei e sperava di raggiungerla alle Fiji, dove si era trasferita con la famiglia (almeno così gli avevano detto). Ricordava con grande nostalgia questa ragazza di cui si era innamorato all’istante, in un brevissimo incontro di sguardi, forse perché unico sguardo veramente autentico ed onesto, di quella sua esistenza.

Così, superando la paura dell'acqua, condizionata volutamente fin da piccolo, attraverso la morte del "padre" annegato, Truman si sottrae alla routine delle telecamere e trova la via d'uscita dalla cupola del mondo fittizio, congedandosi dal regista, ideatore dello show. Christof lo mette a dura prova, prima con tempeste, mari impetuosi, lampi e tuoni, poi gli parla in prima persona come ultimo tentativo per trattenerlo a sé. Sul filo dell’emozione, gli ricorda che lui l’ha seguito fin dalla nascita, passo dopo passo in tutti i suoi momenti importanti, ha vissuto con lui, accanto a lui, in una cupola parallela. Alla fine però, dopo quest’ennesimo tentativo si rende conto che ha perso ogni potere su di lui e lo lascia andare. Truman esce da quel grande mondo fittizio, sfondando il falso orizzonte per sbucare nella realtà, dove a sua insaputa lo attende Lauren.

La storia viene narrata mediante una serie di flashback sui ricordi di Truman, alternati con la visione di alcuni telespettatori del mondo reale, che guardano con ingordigia il programma, diventato un vero e proprio fenomeno mediatico. Le persone vivono costantemente accompagnate da questo spettacolo, nel momento della pausa pranzo, al bar, di sera prima di addormentarsi, nella vasca da bagno, ecc. Il tutto integrato con un servizio giornalistico rivolto a Christof che concede un’intervista, presentato ad arte per recuperare la trama della storia. Tra gli spettatori, c'è anche Sylvia (Lauren), che vive la vicenda dalla parte di Truman e segue passo passo le incertezze, i dubbi e gli impulsi di libertà di Truman.

Ciò che fa di Truman un soggetto ad alta identificazione è proprio il punto di vista della narrazione, che come Lauren, è dalla parte del protagonista e della sua graduale presa di coscienza, nel vedere il suo mondo sgretolarsi sotto il velo della falsità e della costruzione.

Questo film s’ispira ad una moda nascente in quegli anni negli Stati Uniti, in Italia a tutt’oggi non del tutto tramontata, di raccontare la vita in televisione attraverso i reality shows, drammatizzandola e portandola alle estreme conseguenze. La vita nello show si dipana e s’intreccia con una modalità da soap opera, vivace e ben condita, quasi ad un livello fittizio, quello eccessivo della soap opera appunto, con un retrogusto amaro difficilmente eliminabile però.

Il film infatti, condanna il regista e con esso il mezzo televisivo, ma anche lo spettatore che si nutre di questo scempio, partecipando a crearlo e mantenerlo.

Molte sono state le chiavi di lettura che hanno cercato di dipanare simboli e allegorie di quanto presentato, quella antropologica, quella religiosa, sociale, mediatica, ma alla fine le persone che guardano non fanno tante elaborazioni teoriche o mentali, sono toccate da ciò che risuona con il loro motivo di fondo, con ciò che hanno vissuto profondamente. E quello che capita è che molte persone s’identificano con Truman.

Subito si penserà a persone deliranti, che vivono la loro realtà alla luce di una mente distorta dalla psicosi. Direi proprio di no, solo una piccola parte di coloro che s’identificano con lui, risponde a questa descrizione, la grande maggioranza invece possiede una lucidità e consapevolezza normale o fuori dal normale, in termini di maggiore profondità e ampiezza di vedute.

Credo che la persona altamente sofferente, presa da un vortice delirante, che si vede un mondo organizzato intorno, abbia purtroppo veramente poche chance di uscirne, perché non si può fidare di nessuno, non può fare nulla, è solo e senza mezzi, con poche risorse personali, perché quelle che ha vengono sprecate in una costante fuga, dal mondo malvagio. Mancando l’esame di realtà infatti, non può utilizzare e avvalorarsi delle proprie capacità e delle possibili vie d’uscita, concrete e non.

Questa è la condizione più drammatica. Ma anche chi possiede un sufficiente esame di realtà, si trova in una delicatissima situazione. Di solito la sensazione di essere un Truman riguarda principalmente e primariamente la famiglia d’origine e arriva fin dall’infanzia. E’ un gran guaio perché anche in questo caso la fiducia in sé è minata profondamente, proprio là dove dovrebbe fondarsi e crescere. Il bambino dovendosi difendere proprio dalla famiglia, dal nido, avrà dei profondi dubbi su sé, su chi è, sulle sue qualità, sulla sua amabilità, su chi fidarsi, su cosa poter fare nel mondo, su dove andare senza incorrere in rischi seri.

Il bambino vive come se tutti lo stessero ingannando, come se avessero costruito uno scenario in cui farlo recitare, mentendogli, facendogli passare la finzione per realtà. Tutti sanno tranne lui, tutti in accordo tranne lui, tutto fatto alle sue spalle senza ragione. Una condizione che crea uno sconcerto terribile, perché …… allora che fare? Può lui, fuggire dalla recita? Può fare diversamente? E cosa vuol dire fare diversamente, come si traduce all’atto pratico, per lui che non sa niente del mondo fuori della cupola? Ma soprattutto, è vero ciò che sta percependo o è una sua immaginazione?

Per lui è veramente difficile capire se ha ragione oppure no. S’insinua il dubbio, che lo mina alle gambe, che gli impedirà per molti anni di andare là dove sente di andare. Che abbia ragione o meno, gli impedirà in ogni caso di scegliere liberamente. Non si fida di sé e non sente il diritto o la capacità di scegliere.

Io credo che se un bambino sente questo, c’è senza dubbio un fondo di verità.

Christof nel film apre il dialogo con Truman dicendo: “Io sono il Creatore ……. di uno show televisivo” e con questa apertura, ci traduce il ruolo ed il potere del genitore, che è il creatore della famiglia e del bambino stesso, quindi delle regole familiari, delle convinzioni, delle abitudini, dei ritmi, ecc. E l’isola stessa ci viene disegnata come una sorta di Eden in cui Truman è perfettamente protetto, dagli abusi e dalla malvagità del mondo.

E’ vero che Truman è stato rifiutato alla nascita e quindi probabilmente il suo destino sarebbe stato triste e forse anche drammatico, certo se guardiamo questa parte della storia, il regista dello show è veramente un Dio buono che lo ha salvato da sorte avversa, che lo ha sottratto ad una condizione di soprusi e dolori. Nello stesso tempo però, se ne appropria e lo usa come fosse un oggetto, decidendo per la sua vita e la sua sorte, senza chiamarlo in causa, nascondendogli la verità su sé e mostrandogli un mondo fasullo, costruito a sua immagine e somiglianza, per scopi assolutamente egoistico-esibizionistici, che a livello più esterno è rappresentato dallo successo televisivo, a livello più profondo pesca nel bisogno narcisistico di Christof.

Oltretutto Truman è stato scelto fra altri quattro bambini non voluti, perché è stato il primo a nascere, in anticipo rispetto alla scadenza prevista, quello che si allineava perfettamente la data d’inizio dello show. Con questa sua venuta al mondo ha espresso più degli altri la voglia di uscir fuori, esplorare il mondo, di separarsi e di essere indipendente e neanche a farlo apposta, più di ogni altro è stato castrato proprio lì, frenato in questa sua corsa, relegato ad una vita controllata sotto ogni possibile aspetto, fino al punto di essere messa in scena, divulgata e spettacolarizzata.

E non è molto lontano dalla realtà di molti figli messi in vetrina, usati per avere attenzione, importanza, ruolo, per sentirsi amati, potenti, per riscattarsi dalla propria famiglia, dalla vita, ecc.

Ora, se prendiamo a modello la figura di Christof e la sovrapponiamo a quella del genitore che, volendo proteggere a tutti i costi i propri figli da certe esperienze, da certi vissuti, gli determina rigidamente l’esistenza, privandolo della possibilità di andare fuori binario, allora vedremo due figure sostanzialmente simili, che passano dalla protezione, cura e attenzione alla svalutazione, al bisogno personale, al mero uso narcisistico. Questa condizione non è così estrema e diversa dalla nostra realtà, non così tanto quanto si pensa.

Poniamo l’esempio di una coppia che fa nascere molti figli (diciamo da quattro in su, ma talvolta anche meno) perché ama la famiglia allargata, ama i bambini, ecc., quindi con delle buonissime intenzioni direi. Ora, vediamo come questo nido si gestisce la quotidianità, come le buone intenzioni si traducono nella realtà. E’ inevitabile che per la sopravvivenza, per l’organizzazione, per la gestione minima della giornata, è necessario programmare strettamente gli orari, gli spazi ed i ruoli. Ognuno deve rientrare nel tempo e nel luogo che gli è stato assegnato e non può andare oltre, pena la caduta dell’intera struttura. In questa realtà, ciascuno deve prendersi impegni e responsabilità che di solito non sono propri di un bambino, dall’aiuto e accudimento dei fratelli più piccoli, dall’accompagnarli e riprenderli a scuola, dal sostegno emotivo e morale, alle cose concrete del lavare, pulire, riordinare la casa, far la spesa, cucinare, spostare carichi pesanti, fare commissioni di tutti i tipi, al di là della loro sicurezza e responsabilità.

Riflettendoci è normale che sia così, non potrebbe essere diversamente, è una questione di sopravvivenza di base e gli adulti possiedono risorse limitate rispetto alle richieste contingenti.

Se guardiamo questa stessa condizione dalla parte del bambino, del suo vissuto, della sua crescita e sanità emotiva, mentale, sociale, ci sono sicuramente dei vantaggi, impara ad essere autonomo presto, a doversi fidare delle proprie capacità, ad affrontare ostacoli che spaventano, cresce più facilmente senza freni né limiti, non di meno, questa condizione portata all’eccesso e soprattutto regolata con cardini stretti, conduce a tante mancanze. Il bambino non può avere sufficiente attenzione, tempo, affetto, consolazione, protezione, non può avere la sensazione di qualcuno di adulto che gli guarda le spalle, lo sorregge nei momenti bui, che lo aiuta a passare i temporali, non ha neanche la possibilità di vivere la propria età, di spaziare nella propria individualità e potenzialità.

Sembra un paradosso ma non lo è, da una parte non ha gli occhi puntati del genitore e questo potrebbe far pensare ad una minore pressione, a tanto tempo libero, tempo per sé, ma non è così, il genitore non è lì a guardarlo, guidarlo, a imporgli i suoi voleri, ma lui non è comunque libero, perché in sua vece vigono regole molto strette, procedure e impalcature predeterminate, non c’è scampo insomma. Ci sono dei doveri da assolvere, non si può pensare di organizzarsi autonomamente il tempo.

Certo, tutti anche i bimbi più piccoli hanno doveri ed è buono che sia così, ma qui si va oltre. Questi bambini devono assolvere i compiti propri dell’età (andare a scuola, riordinarsi la camera, mettere a posto i giocattoli, ecc.) e quelli che appartengono propriamente agli adulti appunto. Alla fine la loro esistenza non gli appartiene e non lo sanno. Tutto verrà passato come se fosse naturale, come se dovesse essere così, come fosse la condizione standard, privandolo quindi anche della possibilità di lamentarsi o cercare altro.

Vedete, alla fine anche questi bambini crescono su un’isola un po’ particolare, dove non c’è nulla di autonomo e propriamente spontaneo. La loro vita è diretta da altri, che a loro volta non hanno il tempo di interagire liberamente, ma devono stare nel ruolo che gli compete. E spesso, la perfezione dell’incastro viene mostrato orgogliosamente, esibito al pari di un trofeo di caccia o di uno show televisivo!

La stessa condizione si può verificare anche con un numero inferiore di figli, talvolta con un solo figlio, quando per esempio uno dei coniugi non assolve il proprio ruolo per motivi vari, dalla malattia (fisica e mentale), all’incapacità, al non desiderio, per assenza, per morte, ecc. In questo caso capita spesso che il figlio prenda il posto del genitore assente (in senso reale o affettivo-relazionale) e funga da partner del genitore presente, sia nel senso concreto di occuparsi di cose che non lo riguardano, sia nel senso emotivo di dare appoggio al genitore, fungendo da altro partner della relazione.

In questo caso, come nei precedenti, il bambino vive una realtà distorta, si fa passare come naturale qualcosa che non lo è, gli si chiede di assumere un ruolo che non lo riguarda e gli si ruba la libertà, l’età, la consapevolezza, la vita. Lo s’inganna, gli si presenta questa condizione come l’unica realtà esistente, indiscutibile e inevitabile.

Ora, andando avanti possiamo avere altri tipi di esempio, più o meno estremi. Pensiamo ai figli di genitori malati a livello psichiatrico, che hanno delle visioni, allucinazioni, deliri, ecc., che sono religiosi fino al fanatismo patologico, che appartengono a sette con regole e fini insani (vedi ad esempio la setta svizzera che anni fa, ha condotto tutti i partecipanti al suicidio). Si mostra e si propone una visione del mondo, degli scopi nella vita, delle relazioni, un sovrannaturale, ecc., molto specifico e determinato, all’interno di un confine stretto, imponendo condotte e relazioni solo in un raggio limitato, deciso dai canoni del credo stesso. Qui il palcoscenico è visibilmente patologico, alterato e nocivo, a livello di sanità mentale e della vita stessa.

Ci sono alcune religioni che per loro credenze e impostazioni, rendono impossibile addirittura le cure mediche o la psicoterapia, che pure rientrano nelle procedure laiche.

Il bambino quindi crescerà, guardando sé, gli altri e tutto ciò che gli succede o gli potrebbe succedere, sotto quella luce ristretta, inconsapevole dell’esistenza di una visuale più ampia.

Ma pensiamo ancora alle credenze delle persone, apparentemente sane e ben adattate, che cercano di sostenere e aiutare i figli nella loro crescita, che mostrano il mondo in un certo modo, es. pericoloso, rischioso, non sano, troppo lontano, distante, diverso, avverso, contemporaneamente offrono una visione delle proprie risorse in un certo modo, come ridotte, insufficienti, onnipotenti, geniali, ecc. Pur con le migliori intenzioni, di fatto il genitore passa l’idea di un mondo e del proprio ruolo, sotto una certa luce, ben rigida  e determinata, riducendo la possibilità di una sperimentazione personale, della libera scelta e dell’errore.

Un altro elemento simbolicamente significativo del film, è rappresentato dal fatto che Truman non è desiderato dai suoi genitori. Un bambino non desiderato che viene al mondo è una contraddizione in termini, ormai da anni non ci sono più segreti, riserve o difficoltà su nessun tipo di contraccettivo (dal profilattico alla pillola del giorno dopo), né sulla possibilità di interrompere una gravidanza. Eppure, nascono figli indesiderati e questo non è solo un film, ma la realtà, la realtà dell’ambivalenza direi, una costante del genere umano. Questo fa sì che nel concreto molti bambini nascono, ma vi sono sentimenti contrastanti nei loro confronti e se da una parte li si vuole, si desidera il meglio per loro, ci si sente pronti per fare i genitori, dall’altra non si vuol rinunciare a niente di proprio per loro, non si vuol calarci a loro livello per comprendere le loro ragioni, per lasciarli liberi, non si è realmente capaci di amarli.

La realtà dell’ambivalenza ci mostra la natura di una tale genitorialità, non dettata da chiari istinti aggressivi o perversi, ma semplicemente determinata da pulsioni ed emozioni contrastanti, per lo più inconsapevoli. L’inconsapevolezza e la rigidità, il rifiuto ad andare a vedere il riflesso di noi stessi sui bambini, crea la ripetizione e la consistenza dell’errore, che diventa sempre più dannoso, cronico e crea un mondo a sé invalicabile. Non a caso nel film Truman non è l’unico a vivere su un’isola, lo stesso Christof e tutto il suo staff vivono in un loro mondo, separato dalla vita reale, raggiungibile solo sporadicamente grazie alla gentile concessione di un’intervista. L’isolamento è uno strumento del non cambiamento, che concede la permanenza delle proprie convinzioni e dinamiche.

Inoltre, è un po’ come se Christof fosse un padre adottivo, colui che salva Truman da una triste sorte, direi che ciò rappresenta simbolicamente il genitore non naturale, ovvero il genitore che pur essendo quello biologico non riesce ad amare e godere di questo processo naturale, la genitorialità, con tutte le implicazioni riguardo ai ruoli, responsabilità, doveri, ecc. Un po’ la stessa cosa riscontrata nelle fiabe, dove la matrigna compare frequentemente in vece della madre, a rappresentare non una reale sostituta materna, ma una cattiva funzione materna, al posto di una buona funzione materna mancante. Parlare di matrigna è più accettabile e accessibile per il bambino, è meglio pensare che quella non è la reale madre, perché sarebbe emotivamente intollerabile pensare che la propria procreatrice, possa essere realmente così “cattiva”. Come la fiaba, anche il film rappresenta questa realtà simbolica, è preferibile pensare di avere un padre adottivo (il regista) piuttosto che accettare che i propri genitori ci usino per i loro bisogni.

Vediamo quindi, quante possibilità possono portare il bambino a non sentirsi nel proprio corpo e nella propria vita, fino alla sensazione di essere un Truman show, ingannato dal mondo.

Ma come avviene questo passaggio? Avviene nel senso di mancata congruenza, nell’impossibilità di avere totale fiducia.

Il senso d’incongruenza si crea nella misura in cui un bambino avverte che quanto gli viene propinato come giusto, corretto, la strada appropriata, la scelta inevitabile, non gli torna in questi termini, non gli suona proprio così, non è esattamente ciò che vorrebbe, ciò verso cui si sente portato.

Capita spesso che noi tutti, bambini compresi, non possiamo fare ciò che desideriamo e questo fa parte della realtà delle cose, delle contingenze, delle necessità, delle regole sociali, dell’esame di realtà. Ma non è questo il punto, perché se sappiamo quali sono i termini della rinuncia, il perché della rinuncia, se c’è fiducia nell’altro, si possono fare delle rinunce, più o meno a cuor leggero, si fanno e si può anche trovare del buono in questo. Il danno nasce quando non c’è scelta, quando si passa per verità unica e indiscutibile qualcosa che non lo è, quando non si fornisce scelta né consapevolezza, quando non si riconosce al bambino di avere effettivamente il diritto a quella data cosa, ma in quel momento non può averla, non per causa sua ma per mille altri motivi. Ed ha tutto il diritto a chiedere, a desiderare, ad essere arrabbiato e triste per ciò che non ha avuto.

 Allora, se il bambino si rende conto di questo, se discerne che la verità propinata non è vera, che gli sono stati tolti dei diritti che aveva, appesantendolo oltretutto con sensi di colpa, s’incrinerà la fiducia nel genitore e sarà una grave mancanza per la sua vita, perderà la cosa più importante.

Un bambino che cresce pensando di non potersi fidare dei propri genitori, diventerà un individuo che non può fidarsi di nessuno, neanche di sé. Alla fine è arrivato a questa conclusione, a sbucare fuori dal palcoscenico, perché si è fidato più di sé di quanto gli veniva detto, ma il risultato è che comunque dubiterà sempre anche di quanto ha percepito e a buon ragione, perché possiede una casa senza fondamenta, perché lo specchio degli altri è fondamentale per vedersi in senso più ampio, ma lui non lo può utilizzare, ad ogni angolo teme che vi sia una falsa immagine di sé, un raggiro, un’appropriazione indebita. Non può mai stare.

Quest’individuo crescerà in parte o del tutto sconnesso dalla realtà e da sé, perché non può scegliere liberamente, non può sentire, non può pensare spontaneamente, ma deve fare sempre un duplice lavoro di ascoltare sé, ascoltare gli altri, chiedersi se hanno ragione, dove lo vogliono fregare e in che modo salvare le penne. Un processo stancante e lungo, che fa perdere di vista se stesso, che fa smarrire il vero obiettivo: portare avanti le proprie attitudini, i desideri, crescere insieme agli altri, affrontare le tappe del momento, godersi la vita. Un vero sfacelo, difficilmente arrestabile.

In questo caso si tratta dell’individuo che si è sempre reso conto che c’era qualcosa che non andava, che ha sempre avuto la sensazione di recitare un ruolo imposto da altri. Ci sono poi casi in cui, per qualche motivo, il bambino e successivamente l’adulto non si accorge, si fida ciecamente dei genitori, di quanto gli viene propinato, fino a che per qualche motivo, proprio come Truman, arriva a percepire una discrepanza, a metterci il dito nella crepa e ad allargarla fino a creare una finestra su un altro mondo, su un’altra realtà. In questo caso il passaggio è brusco, bruciante e shoccante e non tutti sentono di potervi far fronte. Il personaggio del film è stato temerario e fiducioso, al punto da volersi prendere la propria libertà e l’esistenza a rischio di morte, ma non tutti scelgono questa via.

Questa seconda condizione, per quanto shoccante ha comunque il merito di aver creato delle fondamenta di fiducia, certo si è data fiducia alle persone sbagliate, ma la persona sa cosa significa avere e dare fiducia, conosce il riposo e la quiete dell’affidarsi all’altro, sa cos’è un nido. Questa consapevolezza crea la base per crearsi successivi rapporti, maggiormente meritevoli di questo stare. I bambini della condizione precedente invece, sono minati profondamente in questa capacità e per loro la fiducia sarà qualcosa di nuovo, mai esplorato, dove il dubbio antico mina alla base, la possibilità di crearla in un secondo momento. E’ assai difficile cercare qualcosa che non si conosce.

Quello che non si vede nel film è l’effetto scoperta, ovvero il dolore determinato dallo smascheramento, rendersi conto che i propri genitori non sono i veri genitori, che i fratelli non sono i veri fratelli, che il partner non è il vero partner, una scoperta che crea una frattura profonda. Uno sconvolgimento profondo.

Nel Truman Show il perché è evidente, sono solo attori che recitano la parte di madre, padre, fratello, amico, nonno, coniuge, ecc., nella realtà è un po’ meno immediato, ma alla fine è la stessa cosa, ci si accorge che quell’individuo recita solo la parte di genitore ma non ha realmente il desiderio di essere genitore, con c’è una motivazione profonda, una capacità di amore pieno, il senso della rinuncia, il desiderio e la capacità di un’intimità emotiva indispensabile. E’ un ruolo che porta ad un risultato emotivo e concreto importante per lui, assolve ad un bisogno narcisistico fondamentale, ma non conduce al senso di scambio, amore, crescita reciproca.

Il disorientamento, il dolore e la rabbia si mescolano in un turbine, facendo piombare in una tempesta a rischio di vita. Alcuni temono proprio di non farcela, di morire o di impazzire, di perdersi e non ritrovare mai più la strada. E’ difficile trovare la forza per crederci ed uscire, è veramente difficile. Truman l’ha fatto, altre persone reali l’hanno fatto a loro volta. Non è facile né immediato però.

Il film poi sottolinea un altro aspetto relazionale importante, un meccanismo patologico invischiante, ovvero il ricorso al senso di colpa. Truman viene bloccato inconsapevolmente proprio da questo meccanismo, utilizzato ad arte nei momenti di possibile fuga. Quando vuol andare alle Fuji per seguire Lauren, la madre si ammala e lui non può certo lasciarla da sola, la morte del padre, viene manipolatoriamente attribuita alla sua responsabilità da parte della madre, attraverso la negazione, lei gli dice qualcosa come “Certo uscire in barca con quel tempo ….. ma io non ti ho mai incolpato della morte di tuo padre e non ti incolpo ora”, suggerisce sottilmente che la colpa è proprio sua, non lo si dice per amore, per risparmiargli una sofferenza, ma in realtà è stata colpa sua e di nessun altro per un suo capriccio, tanto più che lui era lì e non è riuscito a salvarlo. Lo stesso amico, rinnova il senso del legame e la richiesta della fiducia, con il ricatto emotivo ricordandogli che per lui ha  rischiato anche la vita, ad es. quando per accontentarlo ha dormito in tenda e si è preso una polmonite, che lo ha allontanato da scuola per un mese.

Attraverso questi ed altri potenti meccanismi, si affermano delle realtà che non esistono, si rinsaldano i legami non con la sincerità, la discussione, la libertà e la scelta, ma attraverso il peso, la colpa, l’obbligo morale e materiale. Si costruisce una gabbia invisibile, dove l’individuo si sente oppresso, raggirato, usato, non amato, ma non sa perché, non sa neanche se è vero, perché non ha i termini per valutarlo. Fino a che un giorno si crea la crepa nell’impalcatura della scena, fino a che s’insinua il dubbio, si da peso alle incertezze, alle intuizioni e pensieri, ritenuti fino ad allora bizzarri.

Si crea un vissuto di grande dolore, disorientamento, spossatezza, privazione, desolazione, solitudine.  Si crea un vero circolo vizioso, qual è la realtà vera? Dove sta la finzione, dove la verità, dove l’onestà? Cosa è meglio fare, cos’è meglio per me? Dove andare? Chi sono veramente io? Quanto devo credere agli altri, a quegli altri che mi dicono come uscirne?

Le domande si ripetono e s’insinuano in ogni angolo dell’esistenza, proprio ad impedire la vita per come deve andare.

Alla fine, lo stesso percorso di cambiamento, il percorso terapeutico diventa assai complesso, talvolta quasi interminabile o impossibile, perché ciò che abitualmente è una condizione di base, diventa il primo obiettivo: la fiducia nell’altro. Senza essa, tutto il resto non è possibile. La fiducia è il prerequisito delle relazioni, prima di tutte della relazione terapeutica, dove si crea lo spazio del sé. Capita infatti spesso, che persone entrate in crisi, passino per anni da un medico ad un altro, da una disciplina ad un’altra, da un terapeuta ad un altro, aggiungendo ogni volta una tacca al totem della sfiducia, che alimenta la convinzione di non potersi fidare di nessuno, di essere circondato solo da detrattori, di non avere altre chance, di non essere amabile, di essere rinchiuso in un destino incancellabile. Non c’è possibilità, non c’è cambiamento.

In realtà, qualunque persona avvicinata, qualunque disciplina e terapia è inefficace proprio per mancanza di fiducia, vi ci si avvicina già con paura e sospetto. Spesso la sfiducia è inconsapevole, ma c’è e mina ad ogni angolo il cambiamento e la costruzione. Tutto è impossibile, l’altro non ha armi, non ha strade, non ha gioco, deve solo recitare il ruolo imposto in modo rigido dal paziente. La persona in questo caso, ripropone inconsapevolmente il ruolo e la recita impostagli, costringendo l’altro ad un copione unilaterale, senza interpretazioni personali di alcuna sorta, pena l’incongruenza e la sfiducia. Per cui, se l’altro recita la parte, il risultato è che non c’è possibilità di cambiamento, se assume un suo ruolo personale, diventerà un aggressore, qualcuno da cui difendersi, con dubbie intenzioni, che chiede e offre qualcosa di sconosciuto e pericoloso.

Non c’è via di scampo! Non riescono ad andare verso una dimensione diversa, una dimensione totalmente diversa. Esiste una sola possibilità, un solo ruolo, il palcoscenico del Truman Show! Un palcoscenico ed un copione che si ripete anche fuori dal setting. Per quanto fuggano da esso, continuano a portarselo dietro, perché non riescono ad osare e ad allargare la crepa dello scenario conosciuto.

Per fortuna questa è la condizione estrema, nella realtà si verificano tutta una serie di condizioni che mitigano la severità di questo anello, permettendo realtà alternative, che in ogni caso devono essere conquistate caramente.

Generalmente la presenza di altre figure parentali, figure extrafamiliari, sia adulte che non, che abbiano fornito un modello relazionale più emotivo e autentico, costituiscono degli antecedenti, dei semi di possibile fiducia, fondano il vissuto di qualcosa di possibile. Anche la sperimentazione di capacità e riconoscimenti in ambiti propri, il successo dovuto a capacità personali, al di fuori di ruoli imposti, permettono la scoperta di una soddisfazione, di una possibilità diversa dalla frustrazione e dal sospetto.

Spesso capita anche che il poter stringere alleanza con fratelli/sorelle o con coetanei in situazioni analoghe, crea un ponte per una condizione emotiva di fiducia e di sostegno reciproco. Il rapporto con l’adulto è minato, ma nella realtà esiste l’opportunità di sperimentare piacere, condivisione, scambio, affettuosità con gli altri pari. Il mondo non è tutto sospetto e pericoloso.

Ciascuno è una combinazione unica e irripetibile di una serie di fattori, che si mescolano creando la persona come la conosciamo, come non la potremmo conoscere altrove. Un insieme di infinite sovrapposizioni di Vero sé e Falso sé, come inteso da Winnicott, tale da far propendere la bilancia dall’una o dall’altra parte. Ed il cambiamento può essere più o meno possibile, in base a questa miscela unica e inestricabile.

Certo, a ben vedere c’è sempre un grande occhio alla George Orwel o una grande telecamera del Grande Fratello, c’è sempre una Società, un contenitore di regole, norme, imposizioni, divieti più o meno espliciti, che stringe la visuale su noi, c’è sempre una famiglia che cercando di proteggerti, ci costruisce attorno un set appositamente strutturato. E come dice un attore del film, è tutto vero, niente è falso, è solo controllato. Come se il fine giustificasse i mezzi, come se il fatto che i genitori ti permettano di nascere, ti seguono nei primi passi, il primo giorno di scuola, il primo bacio e via dicendo, come se tutto questo, esattamente come espresso dal regista Christof, fornisse il diritto di decidere, di imporre, di impossessarsi della libertà di un figlio.

E’ vero che esiste un contenitore esterno, è vero che la società vorrebbe importi un faro controllante, ma è vero che c’è anche la nostra volontà, la nostra arbitrarietà, la responsabilità che noi decidiamo di assumerci di noi stessi, di ciò che riusciamo a fare e ciò che non riusciamo, delle riuscite e dei fallimenti. E’ nostra la responsabilità di andare a mettere il dito su quell’orizzonte fasullo e costruito, ad allargare la crepa fino a crearne un passaggio.

Truman decide per qualcosa di sconosciuto, pericoloso, ma decide per la libertà, per la scelta, anche a costo della vita. Non sa cosa andrà ad incontrare, ma sa ciò che ha vissuto e ciò che non vuole più. Questo è sufficiente, gli da forza e lo fa andare, oltre le sue stesse paure, oltre il terrore.

Pensando all’effetto Truman Show, mi chiedo se non sia un archetipo, se non ci sia comunque una condizione umana universale, almeno nella nostra cultura, dove ogni individuo deve fare le proprie scelte, deve trovare la propria strada, deve individuarsi come individuo, comprendere ciò che gli appartiene e ciò che non gli appartiene del suo ambiente di riferimento.

Certo, questo non vuol dire che tutte le famiglie sono manipolatorie e intrappolanti, vuol dire che comunque c’è una fase di differenziazione e di crescita che spinge ad andare a vedersi comunque altro. Vuol dire che ci sarà sempre un disincanto verso chi ci circonda, verso quelle persone da cui abbiamo dipeso fino a quel momento, da cui ci siamo fatti appoggiare incondizionatamente. C’è il disincanto rispetto ad una famiglia adorata e idealizzata, vissuta così forte, impotente e invincibile, che come tale è irreale. Arriva inevitabilmente il momento di crescere, di prendersi carico di sé, delle capacità e dei limiti, esattamente come hanno fatto i propri genitori a suo tempo, rischiando e sbagliando, assai lontani dalla perfezione supposta. Ad un certo punto arriva il tempo di ciascuno, di osare e scegliere, di uscire dalla cupola protettiva di quel mondo ovattato.

Il mondo dell’infanzia, di una famiglia sempre presente (nel bene e nel male, in senso protettivo e oppressivo), di scelte condivise, di direzioni concertate e incoraggiate, rappresenta l’Eden dell’origine, un’isola felice, che prima o poi deve essere abbandonata a favore di qualcosa di diverso, di più ampio, per un universo che si spiega lì di fronte a noi. L’effetto Truman Show aiuta a lasciare questa felice realtà, se non ci fosse la disillusione e la scoperta di altro, se non facesse capolino la rabbia, sarebbe assai difficile andare altrove, prendere le proprie mosse. Meglio rimanere nel nido caldo!

Di fatto l’adolescente ed il giovane adulto hanno bisogno della rabbia e della disillusione verso i propri genitori, senza questo sarebbero divorati famelicamente dalla paura, che gli impedirebbe di individuarsi e di andare per la propria strada. Se tutto rimanesse perfetto e ideale per sempre, che senso avrebbe andare a rischiare nel mondo? Non sembra ci siano molti vantaggi! Per cui, non solo l’effetto Truman Show sembra un archetipo, una condizione base, ma anche un elemento evolutivo importante ed utile.

Poi, come abbiamo visto ci sono le condizioni estreme, appartenenti alle famiglie patologiche, che creano dei baratri, creano un abisso fra la realtà ed il palcoscenico costruito appositamente. E lì il disincanto diventa terribile, sgretolante, talvolta impossibile, pena la frantumazione della propria identità. Allora si passa ad impersonare un Truman senza chance, in preda al pubblico famelico e immorale. In questo caso, non ci sarà crescita ma perdita di una importante possibilità, perdita della fiducia con tutto ciò che essa dispiega.

Se davvero fosse così, se l’effetto Truman Show fosse realmente un archetipo della cultura occidentale, allora comprendiamo bene il perché di tanta popolarità del film. A quanto ci hanno mostrato, dobbiamo poi aggiungere tutto il bagaglio emotivo, i pensieri, le consapevolezze, le difficoltà, che ci appartengono talvolta pesantemente e drammaticamente.

L’effetto Truman Show si gioca lungo una linea sottile fra sanità e patologia, in un continuum che contempla due estremi contrapposti, che richiamano ora la crescita ora l’immutabilità.

Ognuno ha il suo palcoscenico e una vita dietro le quinte. L’intreccio di queste due realtà, la qualità e la possibilità della loro integrazione, porterà ciascuno di noi in un luogo privo di rischi o in un antro oscuro, in un paradiso o in un inferno, ma più spesso in un luogo di transito, con oscillazioni e rimandi ora all’una ora all’altra condizione.

E chissà se ne sapremo ridere, sorridere o piangere.

A noi la scelta adesso.

 

 

BIBLIOGRAFIA E FILMOGRAFIA

 

Weir Peter (regista) (1998). The Truman Show. Attori principali: Jim Carrey, Laurea Linney, Noah Emmerich. America. Gen. Drammatico.

     Winnicott D.W. (1968). La famiglia e lo sviluppo dell’individuo. Armando editore.

 

 

 

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18 aprile 2011 1 18 /04 /aprile /2011 13:54

Segreti e Bugie

Di Sabrina Costantini

 

 

Un film interessante e squisito, sui segreti familiari, sulle bugie e le verità della mancanza. Si parla d’amore e della difficoltà ad amare, della paura di perdere l’altro e dell’assenza di ciò che non si è mai avuto.

La narrazione scenica ha inizio nel momento in cui Hortense, in seguito alla morte della madre adottiva, decide di rintracciare la madre naturale.

Hortense è una giovane donna di colore, laureata, single, con una propria professione: l’optometrista, guarda negli occhi degli altri, per migliorarne la visibilità

La madre naturale Cynthia, è una donna ancora giovane, bianca, che vive in ristrettezza economica ed emotiva, lavora come operaia, è nubile e abita con la seconda figlia Roxanne.

Quest’ultima, contraddistinta da un’espressione marmorizzata, di tristezza e sfiducia, imprigionata nel ruolo della “stupida”, lavora come operatrice ecologica, rifiutandosi di investire sulla propria intelligenza.

Nessuno sa dell’esistenza della prima figlia (il cui nome originario Elisabeth, apparteneva alla nonna materna), eccetto lo zio Maurice e la moglie Monica.

Maurice, è una figura discreta, sensibile, intelligente, il perno maschile del film, che unisce maschile e femminile, con decisione ed emotività. Fotografo di successo, si sforza di far sorridere gli altri, di coglierne il “lato migliore”. Riempie di soldi la moglie, che trascorre il tempo ad occuparsi della casa nuova, in sostituzione di un figlio, che non può avere.

Cynthia vive in un rapporto conflittuale con Roxanne, intrattiene con lei una continua danza di rabbia e rivendicazione. Dopo la morte della madre Elisabeth, avvenuta assai presto, si è “dovuta” occupare del padre e del fratello Maurice, ritrovandosi quindi “rinchiusa” in quella realtà. Continua a vivere nella casa familiare, conservando vestiti e oggetti del nucleo originario.

Maurice, dal canto suo, ha condiviso con Cynthia e il padre, le proprie relazioni e il tempo di coppia. Eccetto che per quanto riguarda la moglie Monica, che scambia con “santa Cynthia” una reciproca relazione di rivalità e risentimento.

Dopo varie paure e rifiuti, Cynthia accetta di incontrare Hortense: il colore della sua pelle è un vero choc, per lei. Solo vedendola, comprende che il padre non è colui, cui aveva sempre pensato. Infatti, al momento del parto, a soli 16 anni, rifiuta di vederla. Se l’avesse fatto, l’avrebbe tenuta con sé e non poteva, il padre non le aveva fornito scelta.

Le due si frequentano spesso, trascorrendo ore piacevoli, nella franchezza e rispetto reciproco.

Cynthia, sembra rinata, riprende una vita privata interrotta tanti anni prima. Arriverà a portarla con sé dal fratello, in occasione del 21° compleanno di Roxanne, presentandola come collega.

I festeggiamenti a base di vino e grigliata, vede riuniti Maurice, Monica, la segretaria di Maurice, Cynthia con le due figlie e il fidanzato di Roxanne, giovane apparentemente insignificante, che ancora si divincola dalla rete materna.

La recita dura ben poco, Cynthia confessa la vera identità di Hortense, rivelazione che dopo lo scompiglio e lo choc iniziali, permette una serie di confessioni e di esplicitazioni, ad opera di Maurice. Quest’uomo, così accomodante, con una sua autostima e sano senso dell’ironia, dichiara il suo profondo dispiacere nel vedere le tre persone che più ama, in continua lotta fra loro. Lui si trova dolorosamente nel mezzo. Confessa “per Monica”, l’impossibilità della moglie ad avere figli, scambiata per egoismo. Tutte le pene, gli interventi e le visite, ma soprattutto la frustrazione, rischiano di rovinare il loro matrimonio. Cynthia si muove verso Monica, in un abbraccio materno e riparativo. E’ stato gettato un ponte fra loro.

La segretaria, altra figura semplice e marginale, fra le lacrime, dichiara quanto avrebbe desiderato un padre come lui, un padre meraviglioso.

Roxanne, finalmente conosce l’identità del padre, un giovane americano, studente in medicina, che finita l’estate se n’è andato senza una parola e senza sapere della paternità. Una brava persona! Mentre s’intuisce che, non fosse altrettanto per il padre di Hortense.

La scena finale, vede queste tre donne, madre e figlie, a prendere il te, in un giardino fatiscente. Ma non importa, come non importa che le due siano sorellastre, anzi desiderano che lo sappiano anche gli amici. La semplicità e piacevolezza con cui, finalmente affrontano la loro realtà, riesce persino a togliere al termine “sorellastra”, la connotazione svalutante e negativa.

Sembra che ognuno alla fine, abbia avuto ciò che gli spettava, in qualità di ruolo, riconoscimento, affetto e serenità. Ciò ad opera di ciascuna figura dell’intreccio, anche della più insignificante. Non è l’arguzia, l’intelligenza o una sensibilità acuta ciò che conta, ma la semplicità delle emozioni e della realtà, tale e quale si manifesta.

Il film risulta una continua confutazione del concetto “non può mancare, ciò che non hai mai avuto!”. Non è così per Monica, che non può avere figli, non è così per Roxanne, che non conosce l’identità del padre, non è così per Cynthia, che non ha una vita e una dignità propria, non è così per Hortense, che non conosce la propria origine.

Ciò che ti manca, che tu lo conosca o meno, crea disagio, rancore, invidia, gelosia, competizione, dolore, fino a spingere nei casi migliori, alla ricerca della verità. Una verità che non è mai così inconfessabile e terribile, come temuta, ma è resa tale solo dal suo rifiuto e misconoscimento, dal dolore, che lo rende inconfessabile.

I segreti e le bugie, nate dalla paura e dal giudizio, rendono le relazioni familiari tormentose e conflittuali, esacerbando il dolore e la vergogna. Sono proprio le bugie, ad accrescere il senso di mancanza di ciò che non si ha, rendendolo ancora più gigante e mitico. Mentre la verità fornisce liberazione e leggerezza.

Per quanto Cynthia si lamenti e inveisca contro la propria sorte, in realtà non ha mai smesso di amare le figlie, anzi pur non volendo vedere Hortense, le dona il nome della propria madre. Con questo gesto, la inserisce nella propria famiglia a tutti gli effetti, con un grande investimento, attribuendole il compito di proseguire la discendenza.

 Hortense e la nonna infatti, sono le due figure che se ne sono andate, lasciando Cynthia nella sofferenza e nella lamentela. Anzi è Cynthia stessa ad averle allontanate, rifiutando la propria femminilità, ma soprattutto la maternità, il sentire più profondo.

E questa figlia rinnegata le restituisce la vita, la cerca e la guarda negli occhi, migliorandone la visibilità! Al di là di tutte le lamentele, Cynthia, non si è mai sentita tanto serena e realizzata se non in armonia con l’intera famiglia.

Del resto, è per merito dell’amore e alla chiarezza dei genitori adottivi, che Hortense vive la sua adozione senza drammi, c’è dolore, ma non c’è rancore né verso la madre naturale né verso quell’adottiva. E’ un passo importante, rintracciare la propria origine ma senza rabbia.

Maurice dal canto suo, esprime profondo affetto e gratitudine verso la sorella, grande amore verso la moglie e la nipote. Accetta ciascuno così com’è, desidera soltanto poterle amare, senza dover scegliere o doversi dividere.

Persino il ragazzo di Roxanne, figura assai semplice, di poche parole, riesce con molta naturalezza ad aiutare Roxanne, ad andare verso la madre.

Questo film tratta temi assai drammatici, spesso battuti e dibattuti quali: l’amore, l’abbandono, l’adozione, la verità! Ma, a differenza di altre volte, qui sono presentati con estrema semplicità ed eleganza, con naturalezza e sensibilità.

Il regista ci mostra, come una realtà così imponente e significativa, possa essere vissuta con estrema leggerezza, sotto la spinta dell’amore e del legame. I segreti e le bugie allontanano, la verità lega e solleva il cuore.

Hortense rappresenta il veicolo dell’accettazione: è il filo interrotto, che ripristina il legame di tre generazioni, permettendo a Cynthia di smettere di lottare contro sé stessa e il proprio destino.

 

 

Produzione: Inghilterra, 1996

Regista: Mike Leigh

Attori protagonisti: Brenda Blethyn, Timothy Spall, Marianne Jean-Baptiste, Claire Rushbook.

Genere: drammatico

 

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30 marzo 2011 3 30 /03 /marzo /2011 11:58

“Lezioni di Piano”

 Sabrina Costantini

 

 

 

Gli abissi inconscio-mare e l’onda che ci agita dentro, rappresentata dalla cadenzalità musicale, quasi ossessiva, costituiscono il mondo in cui ci accompagna Jane Campion.

Ci troviamo nell’Inghilterra dell’800, dove Ada scopre il linguaggio della musica a soli cinque anni. A sei anni, smette di parlare e “nessuno sa perché”, nessuno lo comprende.

Malgrado ciò, lei non si vive come un essere silenzioso, il piano rappresenta il suo linguaggio e l’interlocutore preferenziale è rivestito dalla sua mente.

Lì decide il suo copione di vita: la ribellione silente, che paradossalmente la porta ad essere perversamente succube e dipendente. Nata in una famiglia incapace d’amare, che la tratta come oggetto di scambio, decide di fuggire in un mondo tutto suo, appassionato ed intenso, vero, senza vincoli, né confini. Una realtà protettiva, rassicurante, perché sotto il suo controllo e deserta: non ci sono pericoli.

Comunicando con gli umani, attraverso intermediazioni che fungono da barriera, vive nella dimensione dell’inconscio, isolata e beata del proprio mondo interno, che vola via e si espande sulle ali delle note, attraverso il suono accorato e sconcertante della sua musica.

Adulta e con una figlia, Flora, nata dalla relazione con l’insegnante di musica, viene promessa in sposa dal padre, ad un accaparratore di terra, in una colonia in Nuova Zelanda.

Madre e figlia arrivano a destinazione, sbarcando sulla piaggia attraverso un mare in tempesta, ma lì nessuno è presente ad accoglierle, a causa del cattivo tempo.

Orgogliosa e tenace, Ada costruisce un “riparo femminile”, che permetterà loro di sbarcare anche la notte. Il giorno seguente al risveglio, troverà il promesso sposo, che l’accoglie senza delicatezza, attenzione o affettuosità, che vede la minutezza del suo corpo ma non il disorientamento della sua anima. “Si deve andare, la strada è lunga, c’è fango, la boscaglia lacera gli abiti”, ordina ai Maori che vengano trasportate le casse, ma non il piano forte.

L’uomo, in quest’atto, mostra sé e la propria visione: la vita è dura, si devono fare sforzi e sacrifici, con rigore e moralità. Non c’è spazio per il linguaggio dell’anima. Dell’anima si occuperà Dio, come ricompensa dell’obbedienza e dell’osservanza rigida, delle regole. Vive timorato di Dio, ma solo nella forma, senza relazione con gli altri, senza ascolto, in una vita concreta e avida, senza tempo d’incontro. Pieno di giudizio e pregiudizio, dove tutto si cataloga, si compra e si usa.

Ada, deve lasciare con dolore il suo mondo, il suo piano, lì su quella spiaggia.

Il matrimonio inizia con l’assurda celebrazione ritualistica pagana, forzata e insensata, di una foto in abito bianco, fra fango e pioggia battente.

Nessuno coglie, né comprende il disorientamento di madre e figlia, catapultate in una realtà completamente diversa dalla loro, non scelta, né desiderata. Coppia che, si fa forza di quest’unione simbiotica, costituita da gesti, movimenti e sguardi eloquenti, dolci e misteriosi, dove nessuno sembra poter entrare. Unite ulteriormente, da una mitica e misteriosa, quindi improrogabile, origine, una storia d’amore conclusa con la nascita di Flora.

Mentre il novello sposo è preso a comprare a basso costo, della nuova proprietà dai Maori, Ada e la bimba, grazie alla forza dell’ostinazione si fanno riaccompagnare sulla spiaggia da George, un inglese fuggito dalla civiltà, per assimilarsi alla popolazione locale. Una giornata all’insegna della danza dell’anima, fra note accorate, giochi, salti e balli, fra alghe, conchiglie e sabbia. Le due donne rinascono.

George, sotto la scorza di uomo concreto e imbarbarito, intuisce e intravede la realtà dell’anima, il suo linguaggio, così intenso in quella spiaggia. Comprende la realtà dell’incomprensione e della solitudine, da lui stesso sofferta ormai da tempo, forse dall’abbandono della moglie.

Fa quindi in modo, che il piano venga trasportato nella propria capanna e lo compra dal marito, il quale ben contento di avere altra terra, gli promette che Ada gli impartirà lezioni di piano. Ancora una volta, lei non ha scelta, né possesso, né diritto. Per ricomprare il suo piano, accetterà il patto offerto da George: lei suonerà e lui ascolterà, guarderà, toccherà. Suonare con la gonna sollevata, le fa riavere tutti i tasti neri!

Il disgusto, lo sdegno, lo stupore, il pudore, iniziali, lasciano gradualmente posto a risveglio di curiosità, desiderio, affetto, legame. Per la prima volta nella sua vita, il contatto col piano, deve essere mediato dalla realtà concreta e da quella relazionale, dallo scambio necessario. Non può più viverlo, secondo il suo bisogno esclusivo.

E quando ormai George, ossessionato e innamorato di lei, cede regalandole il piano, Ada si concede a lui in un incontro appassionato. Lui però non si accontenta del suo corpo, vuole conoscere la sua anima e le chiede di più.

Nel frattempo la figlia, ammansita a dovere nei giusti confini della moralità, che distingue i civili inglesi dagli incivili Maori, rappresenta la massima espressione del copione materno, l’ultimo anello della catena: obbedienza e dipendenza. Riproponendo poi, sui più deboli (gli animali domestici), ciò che subisce: sopraffazione e violenza. Atteggiamento imparato dalla madre. Ada infatti, riversa sulla figlia ciò che ha subito: la usa come prolungamento di sé, come strumento di comunicazione, intermediario col mondo, delegandole le proprie responsabilità.

Per giunta, adirata con la madre per la sua rottura della relazione simbiotica, Flora la tradisce rivelando al nuovo padre, la strana modalità di impartire lezioni.

Il marito, spia l’incontro appassionato attraverso le fessure della capanna di lui. Infuriato per essere stato defraudato di una proprietà, a cui non ha ancora avuto accesso, imprigiona madre e figlia, serrando porte e finestre della loro abitazione. Reclusa, la donna riversa sul marito desiderio ed eros risvegliati, sperimentando con lui la dimensione dell’intimità a senso unico: non riesce a farlo entrare nel proprio mondo, ma tenta di “educarsi” alla sua vicinanza. Senza successo, però.

L’atto successivo segna una scena di grande drammaticità, la realizzazione del moralismo, dell’obbedienza bigotta e violenta, ben teatralizzata durante le feste, attraverso la messa in scena della storia di Barbablù. Nell’espressione della più alta inciviltà, compie un atto, che gli “incivili e selvaggi nativi”, aborriscono: le taglierà un dito, per punirla di aver voluto inviare attraverso la figlia, un tasto di pianoforte inciso con parole d’amore, al suo amante.

Parole scritte, che lui non sa leggere, al pari delle parole dette che lei non sa pronunciare. I due amanti si chiedono di entrare l’uno nel linguaggio dell’altro, come prova ulteriore del loro incontro.

In risposta il marito, utilizza la figlia per far avere al rivale, il dito di Ada

Ma ciò non basta a piegare la volontà e l’ostinazione di lei.

Consapevole di ciò, nell’impotenza più estrema, ascoltando le parole che lei non dice ma esprime con tutto il suo essere, ad un passo dalla follia, il marito la lascia andare, intimando l’altro a portarsela via al più presto, per far finta che niente sia successo.

George, Ada e la figlia tornano in Inghilterra. L’ordine viene ristabilito, le ali d’angelo lavate, la purezza ripristinata.

Durante il viaggio in mare, lei decide di disfarsi del suo piano, un taglio netto col passato, oltre al dito vuol rinunciare ad un’altra parte di sé, strettamente connessa con il suo mitico amore. Non appena questo viene gettato in mare, precipita in acqua con esso. Concretamente rimane impigliata da una corda, simbolicamente espressione del suo legame di vita e di morte con lo strumento.

Lì, si realizza per la prima volta la scelta, la separazione reale. Lascia andare il passato, fatto di morte e ritiro, a favore della vita, della creatività, dell’amore. “Che morte….. Che occasione….. e che sorpresa aver scelto la vita” Lascia per sempre il mondo dell’inconscio, oscuro e separato dal conscio, smette di vivere nella notte per il giorno.

In un angolo del suo cuore e dei suoi pensieri rimarrà quella possibilità rifiutata, il suo mondo fermo e silenzioso, isolato e mortifero, ma quieto e sicuro, nei profondi abissi del mare. Angolo tutto suo, al calare della sera, all’abbandono di controllo e volontà. “C’è un profondo silenzio dove non c’è mai stato suono, c’è un profondo silenzio dove suono non può esserci, nella fredda tomba del profondo mare”.

E la sua vita si apre ad un nuovo modo di fare musica, di insegnarla, di suonarla, con un dito rimodellato, con un linguaggio parlato, da riscoprire e riconquistare nel buio e nella solitudine, come schermo della vergogna: rimasuglio del copione di non amore.

Mentre Flora riprende la sua danza dell’infanzia, Ada ancora una volta si guadagna l’appellativo di “strana del villaggio”, ma questa volta senza ribellione, con serenità e ironia. Alla ricerca di un nuovo incontro fra conscio e inconscio. Ormai è lontano il giogo dell’isolamento e del rifiuto, quel tumulto emotivo continuo, ben trasmesso dalla tempestosità della colonna sonora, che sembra riprodurre e far vivere incessantemente nel corso del film, quell’onda interna di Ada, quell’andare e venire di passione, desiderio, dolore e impotenza. Una musica che ci attanaglia dentro e ci trasporta in un mondo sconosciuto, inquietante, ammiccante, ma senza possibilità di ribellione alcuna.

Ora è cambiata musica, si innalzano note spensierate e soavi.

Jane Campion in questo film, attraverso un susseguirsi continuo di immagini reali e simboliche, mostra, quanto in seguito svilupperà con ulteriori articolazioni (ad es. nel film Holy Smoke), ovvero la distinzione fra amore e passione, legame e ossessione, relazione sana e perversa, libertà di essere e copione, sentire e mostrare, conscio e inconscio, luce e ombra, suono e silenzio …………..

 

 

Regista: Jane Campion

Attori principali protagonisti: Holly Hunter, Harvey Keitel, Sam Neill

Genere: Drammatico

Produzione: Austria/Francia/Nuova Zelanda, 1993

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2 febbraio 2011 3 02 /02 /febbraio /2011 08:44

“Fuoco Sacro”

Sabrina Costantini

 

 

 

 

 

     La realtà delle relazioni rimanda all’asimmetria.

     E’ paritaria nei termini in cui tutte le parti hanno capacità di fornire un contributo, il proprio mondo interno. E’ possibile arricchirci e scambiare con tutti gli esseri umani, in uno spazio in cui ciascuno apporta possibilità e ricchezza.

     I rapporti però sono per lo più dispari.

     Ogni essere umano differisce dall’altro per una qualche caratteristica, che in contesti diversi assume maggiore o minore valore, autorità, autorevolezza.

     La disparità può riguardare l’età, l’esperienza, il sesso, la cultura, la conoscenza, la consapevolezza, la creatività, la razionalità, la sanità, la desiderabilità, l’affettività, la razza, la posizione sociale, economica, ecc.

     Quanto minore risulta la visibilità e dimostrabilità in termini concreti dell’elemento distintivo, tanto maggiore sarà il suo peso nella relazione, la difficoltà a definirlo e delimitarlo. Spesso tal elemento agisce la relazione al di fuori della consapevolezza, di una o entrambe le parti.

     Le asimmetrie fra due persone sono svariate e non necessariamente pesano tutte a favore della stessa parte, ma solitamente è una, quella a cui le persone forniscono valore.

     Ci troviamo di fronte ad un individuo “perverso”, ogni volta che questi utilizza la disparità a proprio favore, per accrescerla ulteriormente a discapito e con modalità inconsapevoli, per chi subisce. Il perverso utilizza il proprio potere per controllare, immobilizzare, confondere, rendere dipendente l’umano, suddito, oggetto, proprietà esclusiva (Hirigoyen, 2000).

     Il perverso lascia dietro di sé dei cadaveri viventi. Infatti, se le vittime rimangono inconsapevoli, vengono risucchiate della loro vitalità e autonomia.

     L’etimologia stessa della parola, ci rimanda al latino “pervertere”, ovvero rivoltare, rovesciare. Infatti, ci troviamo di fronte ad un rovesciamento continuo della realtà e della propria posizione. Non si sa dove trovarli, non vogliono essere individuati e come tale, confondono e rivoltano continuamente ciò che dicono e agiscono. Tutto ciò, nel “perfetto rispetto” della legalità, dell’apparente correttezza delle norme. Gli umani, oggetto della loro manipolazione si sentono a loro volta, “sotto sopra”, rivoltati nella loro integrità e continuità, disorientati.

     Il perverso non denuncia mai la propria posizione, pensiero, sentito, quindi non è in contatto con la sofferenza. E’ un malato subdolo e violento, proprio a causa di questa duplicità fra sentire e mostrare. Inoltre spesso riveste un ruolo di prestigio, autorevolezza e autorità. Come tale, sembra sfuggire ad una definizione descrittiva del disagio.

     Questa patologia quindi è individuata e compresa solo grazie all’osservazione della realtà interna, psichica ed emotiva, nonché relazionale. In effetti, la sua individuazione spesso avviene tramite il vissuto e la sofferenza della vittima.

     La psicoanalisi chiama masochiste le vittime, attribuendo loro un ruolo e una responsabilità in tale dinamica. Ma dal momento che c’è una violenza reale ed è attuata senza chiarezza, chi ne è oggetto subisce senza esserne consapevole. La vittima non ha vantaggi né godimenti, anzi sente su di sé la responsabilità e la colpa (Hirigoyen).

     Non ritroviamo qui il potere della vittima, tipico d’altre dinamiche. Potere caratterizzato da lasciare all’altro la scelta ed il controllo, per poi servirsene come oggetto di rivendicazione e rabbia (Wollams, Brown, pp. 184-187).

     Nella relazione col perverso, l’altro non si arrende, nutre l’aspettativa di poter modificare il rapporto, non ha idea di essere una vittima e non vuole assumere questo ruolo.

     In realtà è il perverso a fare dell’altro una vittima, in quanto caratterizzato da alta desiderabilità, di cui si approprierà, agganciandolo sulle “ferite non guarite”. Possiede infatti, un’abilità chirurgica nell’individuare le ferite narcisistiche, che diventeranno oggetto delle loro alchimie, riempimenti fumosi, apparenti.

     La responsabilità che la vittima sente su sé, la conduce in un labirinto senza fine, dove ogni vicolo può essere il possibile errore e l’eventuale riparazione. Inizia un circolo ossessivo vizioso caratterizzato da ansia, angoscia, panico del vuoto, dell’assenza di relazione. Ad ogni possibilità, ad ogni movimento si verifica uno scacco matto, blocco e confusione circa la realtà vissuta.

     Queste sono spesso persone che non hanno certezza di sé, come tali oggetti prelibati per le mire perverse. Ingenue d’esperienze umane di questo tipo, ne sono sprovviste o ne sono inconsapevoli, applicano quindi le proprie conoscenze a queste relazioni, che accrescono l’aspettativa onnipotente di poter cambiare l’altro. Ad ogni sconfitta, si rafforza senso di colpa e impotenza.

     Si tratta di quei bambini che nella richiesta della ripetizione del gioco, della fiaba, della relazione, non hanno avuto conferme della loro amabilità come esseri umani, a favore di un “comportamento amabile”. Sono adulti ancora inconsapevoli del diritto ad essere amati per la bellezza insita nella loro umanità. Si sforzeranno quindi di ottenere costantemente l’approvazione di coloro che incontrano, per confermare ciò che fanno e la modalità in cui lo fanno.

     La consapevolezza di essere state raggirate, manipolate e “violentate a livello morale” (spesso anche ad altri livelli), produce rabbia e vergogna circa la propria incapacità, ingenuità. Si verifica un brusco risveglio, come un ritorno improvviso all’esame di realtà. Un risveglio dall’anestetizzazione innescata dal perverso, che riapre al sentire della relazione, possibile solo in seguito alla distanza spazio-temporale da questi.

     Il perverso conosce unicamente rabbia e rabbiosità, distruzione e demolizione dell’altro, pena la propria disintegrazione psichica. Come il tossicodipendente, ha un unico scopo, da raggiungere a qualsiasi prezzo. Ma, per il tossicodipendente la consapevolezza della dipendenza affettiva, sottostante la schiavitù dalla cosa, apre la possibilità alla relazione. Per il perverso la strada è occlusa, nella misura in cui la dipendenza è negata, non esistente.

     Il perverso usa sempre la seduzione per attrarre a sé gli altri, lasciando intravedere, senza mai mostrare apertamente, le illusorie conoscenze, capacità, bellezze, di cui dovrebbe essere detentore. Come i sassolini che si appropriano di scintillanti colori donati dai riflessi dell’acqua, tolti dalla quale, appaiono opachi e uniformi.

     E’ un individuo che proietta in modo costante e massiccio emozioni e desideri, controlla attraverso la sudditanza dell’altro. E’ come se desideri e affetti fossero pericolosi, costituissero minaccia di disintegrazione psichica, diffusione e assenza d’identità. Attraverso la proiezione quindi, inducono l’altro a contenere, gestire ed elaborare il proprio mondo interno. Inducono a pensare a loro e per loro, come se necessitassero di un contenitore esterno. Questo fa pensare all’assenza della holding, ovvero del contenimento e della mediazione materna, nell’accezione di Winnicott. Di quella funzione che protegge il bambino e gli permette di sperimentare il mondo, degli oggetti e degli esseri umani, senza sentirsene sopraffatto e in pericolo, senza sviluppare quel drammatico senso di pericolo, dettato dai cambiamenti.

     Per cui diventano adulti, carenti della parte femminile che “contiene”, accoglie i propri e altrui contenuti psichici ed emotivi. Non possono concedersi di modificare il mondo interno, stimolato e arricchito dalla relazione, perché temono l’annichilimento. Non può esistere parità e scambio nell’interazione.

     Nel caso in cui, si sentono incapaci e frustrati nel sedurre il diverso, questi individui instaurano una relazione omosessuale. Nel caso in cui la seduzione non riesce ad agganciare altri adulti, o anche il solo tentativo, risulta eccessivamente panico, piegano verso la pedofilia. Hanno bisogno dell’altro, del rispecchiamento dell’altro, chiunque esso sia.

     Il primo aggancio a questi umani, avviene attraverso la solitudine: emanano un senso di solitudine e abbandono, che attiva il senso di accoglimento. In seguito, in onore di questo ipotetico bello e dei momenti di poesia, che riescono a vivere e far vivere, bloccano il partner, attraverso l’illusione della continua ricerca di tali chimerici momenti. E’ questa parte piacevole e forse ancora sufficientemente sana che lega la vittima, che va poi a decadere con la maggiore vicinanza. In ricordo del bello di quel giorno, di quel attimo, il carnefice viene vissuto e giustificato come umano sofferente, quindi bisognoso di calore e aiuto. Le vittime peccano d’aiuto incondizionato dell’altro, meccanismi di salvataggio ripetuti.

     I perversi sono sicuramente umani sofferenti, ma il loro bisogno è illimitato e misconosciuto, come tale non assumono mai su sé la responsabilità del cambiamento.

     Questa modalità di relazione si scatena e accentua nel momento di crisi, quando l’individuo si sente incapace di far fronte ad un problema, ad una scelta. Mostra un’alta idealizzazione di sé, aspettative illimitate, che richiamano gli estremi opposti di svalutazione e vuoto, per il sottostante terreno fragile, costellato dal bisognoso dell’altro, che deve funzionare da satellite, per accrescere o confermare la propria luce, in realtà solo luce riflessa.

     L’individuo perverso è attratto quindi proprio dagli umani diversi, che possiedono quello che lui sente di non avere, in particolare la desiderabilità, la capacità di desiderare, l’umanità, l’affettività. Aspetti che poi non riesce a gestire, se non con la distanza emotiva e col controllo.

     Ha bisogno di appropriarsi del profumo di quel fiore, pertanto lo distruggerà e privandone l’essenza, non lascerà traccia di chi l’ha originato. Proprio come Jean Baptiste, protagonista del romanzo“Il profumo” di Patrick Süskind, che uccide giovani donne nel momento del loro sbocciare per carpirne l’essenza vitale, la desiderabilità, ottenendone un profumo che lo renderà amabile e amato, al punto di essere divorato. Nel suo delirio illimitato il giovane profumiere, prima conciario, uccide le vittime con precisione chirurgica, con lo scopo ultimo dell’immortalità, a costo del suicidio.

     Jean Baptiste era un umano con un passato doloroso, bambino abbandonato, non voluto, ceduto da una balia all’altra ed infine “ucciso”, perché ritenuto troppo vorace e richiedente, diventa quindi larva umana, puro calcolatore.

     Proprio nel momento in cui vedono l’altro “più forte”, i perversi non ne sono più attratti, devono lasciare di questi solo il cadavere, pena il continuo confronto con le proprie mancanze. Avendo scambiato umanità e affettività per debolezza, si ritrovano poi a dover fare i conti bruscamente, con la forza e determinazione dell’altro.

     Il perverso è incapace di amare, sé e l’altro, desidera ardentemente la capacità di amare che osserva nell’altro, anela sentirsi oggetto di amore e venerazione, in un rapporto ideale. Nel momento in cui l’altro chiede intimità affettiva, ricchezza, il perverso che se ne sente incapace, manifesta il bisogno di controllare e tenere a distanza l’altro, le sue richieste e la possibilità di sentirsene frustrato. Proietterà quindi sulla vittima la sua incapacità di amare, dichiarandolo privo di tale affetto, in ogni attimo della sua vita, per ogni minima richiesta e mancanza.

     La vittima continua a chiedersi “Cosa sta succedendo? Cosa ho fatto? Dove ho sbagliato?    Qual'è la mia colpa?” Inizia un processo senza fine di colpevolizzazione e giustificazione. Arriverà a pesare e controllare tutto, un processo che gli toglie la vita, in una relazione in cui lo sguardo dell’altro non si sofferma e lo trapassa come fosse aria: non esisti, sei invisibile! In un silenzio veto di esistere, di pensare, di essere.

     La condotta del perverso produce un unico risultato, fare dubitare di sé l’altro, non c’è in lui nessuna coerenza, né filo conduttore. Non si basa sulla propria certezza, ma su un processo destabilizzatore dell’altro, sostenendo una cosa e quella contraria e poi un’altra ancora, cambiando continuamente posizione. Insinuando dubbio e confusione, a partire dalla realtà delle cose, per poi innescarsi sulla realtà interna.

     Il vissuto d’impotenza costante è la risultante della massiccia proiezione di passività e incapacità di scegliere.

     Si tratta di transazioni bloccanti (E. Berne): l’obiettivo è congelare l’interazione. C’è un rifiuto della comunicazione diretta, a favore d’allusioni, sottintesi e mezzi distanzianti. Anche le affermazioni più innocue e i complimenti nascondono messaggi subdoli e svalutanti, con doppi sensi. E’ un maestro di “doppi messaggi”, come inteso da Bateson.

     Il perverso non prendendo mai su sé la responsabilità dei fallimenti e delle rotture, usa costantemente la svalutazione, l’ironia e la triangolazione, per rigettare la propria rabbia, sempre in modo indiretto. Ad esempio usa i figli per far arrivare in modo sottile e paralizzante, i propri messaggi al partner. Si trova spesso al centro della competizione fra due persone vicine: coniuge e amante, genitore e coniuge, coniuge e figlia/o, due dipendenti, due colleghi/e, ecc. Non prende mai su sé la responsabilità e assume il vantaggio di apparire la vittima, dell’aggressività altrui.

     La triangolazione infatti, come altre “manovre fantasma”, appare in massimo grado quando la vittima comincia ad aver chiarezza della situazione e sente la propria rabbia nei confronti dell’aggressore: reazione sana, al gioco perverso e alla manipolazione.

     Per riconoscere la propria rabbia deve riuscire a contattare l’aggressività e la violenza. Ciò gli fornisce chiarezza e diritto del proprio sentito, del desiderio di sottrarsi da una tale relazione devitalizzante.

     L’opera del perverso continua a spingere l’altro, ancora incredulo di tanta violenza, ad esprimere la rabbia in modo diretto e aggressivo, per assumere poi il ruolo di vittima di aggressione, che gli fornisce una ragione per allontanarsi. Il perverso spesso esaspera l’altro, che lo caccia e taglia bruscamente la relazione. E’ il perverso che assume i panni dell’abbandono e della “vittima”, con i vantaggi tipici di questo gioco.

     Solo dopo aver attribuito all’altro tutte le responsabilità del fallimento, del non amore, dell’incapacità, della mostruosità, potrà nuovamente reinvestire in un altro rapporto idealizzato e fatuo.

     Per fare un esempio di questa modalità, mi sembra esplicativo il film “Holy Smoke” (Fuoco sacro).

     Ruth, nel corso di un viaggio in India viene sedotta da un Sei Baba che la inizia alla conoscenza, all’illuminazione, facendole il dono del terzo occhio. Ruth sua sposa per sempre, non torna a casa, cambia nome, abiti, sguardo, clima emotivo. Si ferma.

     L’amica, in viaggio con Ruth si reca dai genitori, mostrando loro le foto della figlia. Il padre chiede quale macchina ha prodotto tante belle immagini. Presi dalla concretezza, razionalità, quotidianità fatta di menzogne e “morte”, non riconoscono la figlia: oggetto delle foto. Tutte le figure appartenenti al nucleo, figlio, nuora, compagno del figlio, non sono certo da meno nella loro mostruosità e banalità.

     I genitori, la riportano in Australia con un inganno e la recludono in una casa isolata, insieme ad un deprogrammatore: cow boy americano che si occupa di rivitalizzare gli umani, oggetto di condizionamento e perdita di consapevolezza.

     L’obiettivo del deprogrammatore consiste nel liberare dal velo che offusca la consapevolezza, senza portare la vittima verso la propria conoscenza, ma lasciando la libertà di scegliere in base al proprio sentito, possibilità che non sussiste nella manipolazione di santoni, capi-setta, truffaldini di ogni sorta.

     Questi, esattamente come il santone indiano, instaura una relazione perversa, fornendo una risposta onnipotente e totale, ad una richiesta totale, di chi è confuso e sofferente. Usa anche lui il fuoco per illuminare nuovamente l’anima della giovane e aprirle la strada. Ma è un fuoco che in realtà offusca. In effetti, se guardiamo il titolo del film, la traduzione letterale di “smoke” rimanda a “fumo”, l’immagine con cui si apre il film. Il termine in inglese e la traduzione italiana in “fuoco”, propongono le due facce della stessa medaglia, ovvero il fumo che si cela dietro l’apparente illuminazione, bagliore fornito da coloro che si propongono come sapienti, illuminati, salvatori.

     Il deprogrammatore infatti cede ad una risposta onnipotente, ideale, in risposta al dolore, che non riesce a tollerare e alla richiesta di accudimento. Cede all’atto, procurando rassicurazioni attraverso la passione di una notte. Per poi il mattino seguente, negare la propria responsabilità, la portata della risposta fornita alla giovane, ancora persa: “è stato uno sciocco errore, non succederà più, ritorniamo come prima!”

     La situazione non è come prima e Ruth, in una reazione di rabbia usa a sua volta una risposta perversa, facendosi forte dell’attrazione che esercita su lui, che ha bisogno di lei per colmare il proprio narcisismo di macho non più giovane e desiderato. Si instaura così un gioco manipolatorio, un tira e molla, talvolta comanda l’uno talvolta l’altro.

     Fino a quando la giovane lo spezza a favore della ricerca di sé e di relazioni sane. Lo trucca e abbiglia da donna, mostrandogli in modo palese e innegabile la sua realtà: può amare solo sé, il rimando di sé, l’immagine nello specchio.

     Pur presa da un attimo di compassione per il deprogrammatore, è consapevole che fra loro non può esservi altra modalità di relazione, che la sudditanza perversa e la devitalizzazione, la reificazione dell’umano.

     L’atto perverso viene in entrambi i casi veicolato dalla luce, luce magica, sacra, come unica risposta illuminante, unica soluzione, che accende il desiderio, come il fiammifero il fuoco, che in realtà non produce cambiamento, ma delirio, abbaglio, di una verità assoluta e non umana.

     E’ lo stesso meccanismo che si verifica quando l’adulto catturando una lucciola per il bambino, lo illude magicamente della trasformazione di quella luce, in denaro. Sotto l’apparente gesto d’amore, viene alimentata l’immagine di adulto onnipotente, che produce ammirazione e amore illimitato da parte del piccolo, che puntualmente troverà la sua moneta sul comodino, sotto il bicchiere, il mattino seguente.

     Tutte le persone incapaci d’amore sono perverse? Non c’è un’equivalenza così netta.

     Certo chi non è capace di amare usa in modo più naturale una modalità perversa, ma non tutti gli umani incapaci di entrare in contatto col proprio sentito, sono ugualmente perversi e manipolatori.

     A questo riguardo mi viene in mente la protagonista di “La lettera”, mademoiselle Chartes: sofisticata, di famiglia benestante borghese, glaciale nell’espressione, sguardo tristemente fisso. Tristezza che la madre cerca di alleviare regalandole un costosissimo gioiello.

     Alla ricerca di stabilità emotiva, diventa madame Cleves. Di lì a poco, sarà tormentata e divisa fra il rispetto e la stabilità fornita dal marito e la passione sbocciata per un cantante cileno. Passione subito colta dalla madre, che in punto di morte le ricorda l’importanza della rispettabilità per la donna francese.

     Incapace di amare madame Cleves, spaventata dall’amore e dall’abbandono, si muove nelle trame relazionali con freddezza emotiva e continui tormenti razionali, vuol ingabbiare le emozioni e scappare da ciò che la muove. Ne seguono due suicidi, l’ex fidanzato ancora innamorato di lei sarà “travolto da un auto”, il marito venuto a conoscenza della sua passione, si lascerà morire di sfinimento e dolore.

     Fuggirà inesorabilmente dalla passione del cantante, portando con sé la possibilità di un amore mai sbocciato e gustato. Stupita del perché dell’amore di missionarie in Africa, che continuano ad amare pur essendo dimenticate dal mondo. Scrive ad un’amica suora, di non capire come sia possibile tanto amore, che spinge verso gli altri. Lei, vive con la profonda paura di amare perché teme l’oblio, la dimenticanza dell’altro.

     Il cantante continua a cercarla, a cantare il suo amore ad una folla che lo acclama.

     Madame de Cleves, è incapace di amare, la paura la induce a fuggire dalle relazioni vive e ciò uccide chi la ama, che non si arrende alla sua marmoreità. Non è perversa però, non ha mai mentito o cercato di essere amata, chiede stabilità emotiva in modo chiaro, non mostra “bellezze” che non possiede. Non è perversa, in quanto consapevole di avere la capacità di amare, la sua mancanza risiede nell’aver lasciato che la paura del dolore la allontanasse dal vivere.

     Il cantante accetta questa sua realtà e rinuncia a far emergere quel bello che si nasconde in lei. Si arrende e costruisce sul proprio amore, la propria bellezza e realizzazione.

 

     Un aiuto alla risposta sopra formulata, può esserci fornita dalla descrizione di Lowen del narcisismo, sovrapponibile a quanto descritto fino ad adesso col termine “perverso”. Lowen si riferisce ad un disturbo della personalità, caratterizzato da esagerato investimento nella propria immagine, a spese del sé e del sentire. Il narcisista agisce senza sentimenti, in modo manipolatorio e deduttivo, aspirando ad ottenere potere e controllo sugli altri.

     In base alla storia evolutiva, Lowen descrive una gamma di comportamenti, che individuano cinque tipi di turbe narcisistiche, differenti per grado di disturbo e perdita di sé. Per cui la grandiosità ed il divario fra l’immagine e il sé, sono minimi nel primo scalino della turba (carattere fallico-narcisistico), massima nell’ultima (personalità paranoie).

     Potremmo quindi identificare le forme più complesse e carenti di narcisismo, con la descrizione del perverso riportata sopra. Nello stesso modo, potremmo definire come relazioni perverse, quelle forme estreme di relazione fra i distimici e i loro partner, che ripropone la manipolazione e triangolazione subita da uno dei genitori, a discapito dell’altro (Linares, Campo). Sarebbe possibile continuare ancora per un bel po’, alla ricerca delle mille sfaccettature della stessa problematica.

     La realtà della vittima e del perverso rimandano alla sofferenza e malattia, ma troviamo in cura molte vittime, raramente perversi. L’umano oggetto di manipolazione, assumendosi la responsabilità, la consapevolezza della propria sofferenza, chiede ascolto della realtà interna e desidera relazioni sane.

     Il perverso, usando proiezione e annullamento, non assume mai su sé la sofferenza, per cui cercherà solo di cambiare partner dell’interazione. Modificherà la realtà esterna, lasciando intatta quella interna e la consapevolezza, o meglio l’assenza di consapevolezza.

     Entrambe sono bambini deprivati nell’infanzia. Le vittime hanno vissuto una realtà di rifiuto, non sono state volute per ciò che erano. Hanno ottenuto amore grazie al fare, a discapito dell’essere. I perversi hanno avuto una realtà di non amore, non c’è amore! C’è solo aggressività che nasconde paura. Potere e successo, come armi di difesa dalle possibili aggressioni.

     La vittima, nella relazione attua dei cambiamenti che tengono conto dell’altro e del proprio mondo interno. Non sono cambiamenti creativi e sani, in quanto lontani dalla consapevolezza della relazione, sottendono comunque il desiderio di comprendere.

     Il perverso al contrario è contraddistinto da rigidità, ripetitività, identicità. Non può permettersi di essere toccato, avvicinato, mosso, destabilizzato. Questo, fa del comportamento perverso, “il perverso”. Ovvero un individuo perverso in modo stabile e strutturato.

     L’umano oggetto di perversione, contiene la possibilità di cambiamento e sanità nella misura in cui accetta l’impotenza e la disillusione dell’impossibilità del cambiamento, della relazione con questo altro, che cerca solo per un autorispecchiamento.

     Il protagonista del romanzo di Patricia Highsmith descrive l’impossibilità di scelta del perverso, che diventa vittima di sé stessa, costretta a rinunciare ad un abbraccio relazionale desiderato da sempre, per l’incapacità di mostrare la propria vera natura.

     Talvolta è possibile toccarli, è possibile che si appassionino a qualcuno o qualcosa, ma raramente si ripeterà, perché i perversi metteranno in atto qualsiasi strategia pur di non sentire. La loro forza è proprio l’insensibilità, l’anaffettività, grazie alla quale usano gli altri senza farsi toccare, senza provare emozioni né rimorso.

     L’unico aggancio possibile sussiste in un momento depressivo, dove la fuga dal dolore produce ansia debordante ed il vissuto di “essere travolti” dal mondo interno, incontenibile e intollerabile. In questa situazione, il primo obiettivo di cura, è costituito dalla trasformazione della relazione. E’ necessario che avvenga il passaggio del curante vissuto come salvatore, oggetto desiderabile e manipolabile, ad altro a cui affidarsi, farsi contenere, per poter sentire la possibilità di autocontenimento.

     La realtà della cura prevede che ci sia un curante e un curato, qualcuno che vuol essere curato, mosso, che permette il cambiamento. Nella misura in cui il perverso non lascia le redini all’altro nella cura e non introduce desiderio di cambiamento, può dirsi incurabile.

     Gabbard (2003, 54-55), identifica la forma maligna dell’odio, che impedisce la relazione terapeutica, nell’assenza del “come se”, ovvero il mancato riconoscimento che l’odio, rivolto al terapeuta non riguarda lui, ma una figura del passato, proiettato nel qui e ora della relazione.

     D’altro canto, non può dirsi relazione di cura, quella terapia in cui il terapeuta stesso, si avvale del potere dell’asimmetria, per nutrire bisogni narcisistici.

     In questo contesto, il curante che possa dirsi tale, mette a disposizione la propria conoscenza e capacità, a favore della crescita del curato, in un contesto caldo, protettivo e sicuro.

     La possibilità di fidarsi senza “rischi per la propria integrità morale e psichica”, costituisce un’effettiva esperienza riparatrice, perché permette di affidarsi nonostante l’asimmetria.

     Nel contesto clinico infatti, si riscontra una condizione d’uguaglianza riguardo la condizione di libertà, di scelta, di parola, di rispetto. Mentre l’asimmetria, ha motivo d’essere relativamente a competenza, direttività, ruoli.

     Un’asimmetria abusata e quindi subita dall’altra parte, è ciò che causa le ferite dell’infanzia. Un’asimmetria fonte di reciproco scambio ed evoluzione, costituisce la fonte del cambiamento.

     Del resto non esiste “fuoco sacro” che illumina la consapevolezza. L’unico detentore del proprio sapere è l’individuo stesso, che ha bisogno di trovare la strada della comprensione, insieme ad un compagno di viaggio esperto.

 

 

Bibliografia

     Berne E. (1971). Analisi transazionale e psicoterapia. Astrolabio.

     Hirigoyen M.F. (2000). Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro. Enaudi.

     Gabbard G.O. (2003). Amore e odio nel setting analitico. Astrolabio.

     Linares J.L., Campo C. (2003). Dietro le rispettabili apparenze. I disturbi depressivi nella prospettiva relazionale. Franco Angeli.

     Lowen A. (1992). Il narcisismo. Feltrinelli.

     Wollams S., Brown M. (1985). Analisi transazionale. Cittadella editrice.

 

Fonti Cinematografiche

     Antony Minghella (2000, USA). Il talento di Mr. Ripley. Protagonisti: Matt Damon, Gwyneth Paltrow.

     J. Campion (regista) (2000, USA). Holy Smoke. Attori Protagonisti: Havey Keitel, Kate Winslet.

     Manoel De Oliveira (2000, Francia). La lettera. Attori protagonisti: Chiara Mastroianni, Pedro Abrunhosa, Antoine Chappey. Film tratto dal Romazo di Madame La Fajette, La principessa di Cleves.

 

 

 

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