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28 maggio 2012 1 28 /05 /maggio /2012 09:53

Le Regole.

Costano, Mancano, Servono, Nutrono, Crescono …..

 

Dott.sa Sabrina Costantini

 

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Negli ultimi decenni si discute spesso e a buon ragione, del tema Regole e Genitorialità.

Un tema assai importante e dibattuto come non mai, nei testi, negli articoli, ma soprattutto nella vita di tutti i giorni, nei centri di consulenza, durante il ricevimento scolastico, nelle riunioni, durante i corsi di aggiornamento, durante le supervisioni e in mille altri posti.

Infatti, già autorevoli teorici (Bettelheim, 1987; Phillips, 1999; Bollea, 1995; Marcoli, 2009) hanno sottolineato l’importanza e la problematicità del tema.

Il problema che affligge le ultime generazioni di genitori risiede proprio nella grande difficoltà, fino ai casi estremi nell’incapacità, di fornire regole e farle rispettare ai propri figli. E questo non è poco, perché da qui ne consegue tutta una serie di problemi relativi allo sviluppo, alla stabilità emotiva, alla struttura di personalità, al comportamento, alla condotta deviante, alla scolarità, alla prestazione, alla progettazione del futuro, alla relazionalità e via dicendo. Tutto ruota intorno alle regole!

Vi sembra eccessivo?

No, non lo è. In fin dei conti regole vuol dire confini, quindi vuol dire comprensione, vuol dire ambiti di esplorazione, vuol dire serenità, vuol dire chiarezza, stabilità di rapporti e tante altre cose.

E’ come se le regole costituissero uno dei grandi fondamenti per costruire il contenitore, entro cui accogliere dei contenuti: affetti, messaggi, relazioni, pensieri, parole, fantasie, comportamenti, ecc.

Immaginate il neonato, che all’inizio non ha chiare capacità di comprensione, comunicazione, di pensiero, ecc., ne ha solo dei prodromi e inizialmente vive in funzione dei suoi bisogni primari, la fame, la sete, il freddo, il bisogno di protezione, l’accudimento emotivo. Perché si formi un senso d’identità e di sicurezza in sé, è importante che vi sia risposta a tali bisogni. Non da meno, è importante che tali bisogni assumano un senso, un messaggio intellegibile rispetto a sé e alle relazioni. Perché ciò accada è necessario il senso di continuità, è indispensabile la giusta combinazione di presenza e assenza (Winnicott), pena un vissuto di deprivazione e d’abbandono da una parte (nel caso di eccesso di assenza), di intrusione e confusione dall’altro (nel caso di eccesso di presenza).

La giusta combinazione di presenza e assenza, si raggiunge grazie alle regole. Ad esempio il cibo a determinati orari, seguito da pause di assunzione, il sonno ad orari più o meno prefissati, il tempo per il gioco, il tempo per la scuola e lo studio, il tempo per lo sport, il tempo per lo svago e via via col crescere dell’età, nei vari impegni. Anche la poppata a richiesta, per chi la predilige, prima o poi dovrà cedere ad un ridimensionamento del pasto ad orari prefissati. Ovviamente la rigidità non è salutare per nessuno, ma la presenza di contenitori entro cui inserire le condotte, le emozioni, i pensieri, ecc., è di enorme aiuto.

Ad esempio, è importante che il bambino capisca la quantità di cibo necessaria, per sentirsi sazio per due o tre ore e si impegni in questo, stando a tavola. Questo ha un grande riscontro sulle conoscenze dei propri bisogni, sulla comprensione di certe attività, compiute in un certo modo, sulla capacità di stare fermo a tavola, su ciò che può e non può fare, ecc. Pensate, se il bambino avesse il permesso di mangiare a tutte le ore, in ogni momento che desidera, si creerebbero molte confusioni, prima di tutto non impara a darsi confini di riempimento e non riesce a tollerare il vuoto, organico ma anche emotivo, rischiano di utilizzare il cibo per quietare ogni disagio emotivo e relazionale. Inoltre rischierebbe di crescere con l’idea di non avere confini, di poter fare qualunque cosa in qualunque momento e la realtà ci dice che non è così.

All’inizio i bambini non sanno regolare sonno-veglia, non sanno contenere la loro energia, esuberanza, ansia, ecc. quindi è importante che ad una certa ora il genitore lo metta a letto, facendogli capire che deve imparare a mettere a freno l’agitazione, dal momento che è stanco deve cedere al sonno e arrendersi. Se non si verificasse questo passaggio, imparerebbe che non ce la fa a lasciarsi andare, a fidarsi di sé e a lasciare che la coscienza venga temporaneamente meno, non si fiderebbe dei genitori che lo accompagnano in questo, non imparerebbe a sviluppare le proprie strategie nell’addormentarsi, non sarebbe in contatto con i propri bisogni, non acquisirebbe l’uso di oggetti transizionali (Winnicott), futuri mediatori mentali fra lui e il mondo, fra il visibile e l’invisibile (pensieri, emozioni e fantasie), ecc.

Poniamo un altro esempio più di tipo emotivo, dove le regole possono essere espresse in modo indiretto. Ci sono situazioni in cui è inevitabile un certo vissuto, ad esempio alla morte di un caro, è giusto che gli adulti si mostrino dispiaciuti, tristi, addolorati e che piangano, non c’è nulla da nascondere, questo vissuto è congruente con l’affetto per la persona e con la situazione di perdita. Anzi mostrare che si può sentire, tollerare, gestire, parlarne, fornisce anche qua un confine fondamentale, fornisce le basi per la capacità emotiva del contenere.

Nello stesso modo, ad es. di fronte ad una nota dell’insegnante, il genitore deve mostrarsi arrabbiato e preoccupato, perché è congruente con la situazione ed il bimbo viene aiutato a guardare la realtà, a prendere la responsabilità della propria azione e a tollerare anche il disappunto di genitori e insegnanti.

Ma lo stesso apprendimento del linguaggio è costituito di contenuti e regole, ogni parola veicola un significato ed è un contenitore linguistico, che per essere usato correttamente, per arrivare allo scopo di essere capiti e capire, deve essere impiegato secondo certi criteri, regole, modalità e contesti. E’ un ottimo esempio di mediazione fra ciò che intendiamo comunicare e quanto è necessario per ottenere quest’obiettivo (la comprensione, il risultato, la soddisfazione, ecc.).

Del resto J. Piaget ci ha chiaramente insegnato che lo sviluppo stesso del pensiero, a partire dai suoi arbori, dai prodromi dei primi mesi, avviene grazie alla ripetizione, che procede entro certi termini e confini, quelle che lui chiamava azioni circolari ripetitive (primarie, secondarie, terziarie).

L’apprendimento di qualunque disciplina, di strategie, di attività, richiede tempo, ripetizione e rispetto delle regole. Poniamo il gioco del calcio, il bravo calciatore, non è colui che va a rete a tutti costi o evita l’attacco a tutti i costi, bensì colui che riesce nel suo scopo, all’interno delle regole del gioco, che prevedono solo l’uso dei piedi e solo sulla palla, prescrivendo gli spostamenti ed i lanci entro certi confini (le linee del campo), entro certi tempi, in collegamento e collaborazione con gli altri giocatori. Le regole, definiscono anche quando si è fuori regola, ad es. il fuori gioco, ecc., definendo anche la relativa condotta riparativa.

Persino le attività ludiche più semplici e spontanee, possiedono delle regole, dette o non dette, esplicite o meno. Questo si inserisce in un apprendimento più diretto, nei riguardi delle relazioni, dei rispettivi confini, del rispetto dell’altro, dell’attesa del turno, dei limiti imposti dalla presenza di altri, ecc.

Contenitore e contenuto devono andare di pari passo, in qualunque ambito ci si trovi.

In linea generale, mostrare con la propria condotta e regolare attraverso indicazioni, aiuta il bambino a comprendere, contenere e gestire, costituisce il fondamento della stabilità emotiva e della fiducia.

Non a caso, molti dei pazienti in terapia, con problemi più marcatamente cronici, contraddistinti da forte instabilità emotiva, insicurezza, ansia e somatizzazioni, sono spesso caratterizzati da una storia anamnestica contraddistinta da genitori incapaci nel contenerli.

La capacità di contenimento deriva proprio dalla forza con cui i genitori sanno rassicurare, sostenere emotivamente, indirizzare, proteggere, nutrire nei bisogni fondamentali, ecc. Ma questo non vuol dire che questi genitori non si siano prodigati in tal senso, ma solo che non ci sono riusciti.

Una delle variabili fondamentali sono i confini e le regole. Ai figli non piacciono i no e i confini, ma ne hanno un gran bisogno, perché sono le pareti entro cui sbatteranno, ma che li terranno al sicuro e forniranno loro il senso di poter stare anche con il disappunto, il dispiacere, con il contrasto. Sono proprio quelle pareti, che costituiranno il trampolino di lancio da cui potersi tuffare nella vita. I figli non sufficientemente contenuti infatti, faticheranno a trovare la propria strada, a separarsi e individuarsi definitivamente.

Il grado con cui si opporranno alle nostre regole, dipende dalla stima che hanno in noi e questa a sua volta si basa sulla solidità. Il bambino ha bisogno di vedere che le persone intorno a lui sono capaci, coerenti, solide, consapevoli, se un adulto cede di fronte alle loro richieste non può essere niente di tutto questo, è lui il più forte! Ed il bambino non ha bisogno di questo! E’ un controsenso.

Insomma, non crediate che dirgli no comporti non amarlo, che lui in risposta ci rifiuti o non ci ami, non dobbiamo cadere nell’errore di usare lo strumento della compensazione, pensando di sopperire alle nostre assenze (in termini di tempo, energie, disponibilità e capacità) con l’eccessiva disponibilità e cedevolezza. Ci semplifica apparentemente le cose, ma crea ulteriore confusione, perché si risponde ad un bisogno con un altro strumento, appartenente ad un altro piano, creando solo confusione e incapacità.

Tutti questi esempi per rimarcare l’importanza delle regole, a discapito poi della difficoltà attuale nel porle concretamente, nella vita di tutti i giorni.

Uno dei motivi fondamentali di tale difficoltà, consiste nel passaggio veloce da un sistema educativo rigido ad uno ben diverso. Il sistema educativo precedente si basava su un andamento che si ripeteva da generazioni, dove le regole erano ben chiare e stabilite, non si discutevano in alcun modo, non ci si interrogava se fossero corrette o meno e tutto era inserito in tempi e luoghi ben definiti, relazioni comprese. Dall’inizio del ‘900, il bambino ha cominciato ad essere un’entità a sé, sempre più messo al centro, fino ad arrivare agli ultimi anni, dove il sistema educativo si è incentrato nettamente su lui e sui suoi bisogni. Gli strumenti preferenziali sono la comprensione, il dialogo, l’empatia, l’apertura.

Un buon sviluppo direi, una flessibilità ed una riflessione continua, desiderabile. Questo processo però, ha perso per strada le regole.

E’ come se non si fosse ancora trovata la misura della presenza-assenza, come se, insieme al dialogo e alla comprensione, non si fosse trovato posto per il confine. Come se si fosse sguarniti di un accompagnatore, che ci guidi in questo difficile compito, che vede la difficile traduzione del sapere nel fare.

Ed è vero, è così, in fin dei conti il modello che noi adottiamo in ogni circostanza è ciò che noi abbiamo vissuto, che abbiamo appreso dall’esperienza diretta, quindi tenderemo ad applicare quanto abbiamo visto fare dai nostri genitori, verso noi come figli. Ma in questo caso si verifica un grave gap, perché ciò che abbiamo incorporato con la nostra esperienza di figli, non corrisponde a ciò che noi desideriamo fare con i nostri bimbi (figli, allievi, ecc.), a ciò che pensiamo sia giusto, a ciò che i teorici ci suggeriscono. E qui nasce un grosso guaio. Talvolta si fa un misturotto, tal altra si fa confusione in noi e in loro, a volte ripetiamo semplicemente ciò che abbiamo subito con o senza consapevolezza, ma di sicuro con grande dispiacere e rammarico.

Alla fine, dopo tanta fatica, tanto impegno, tanta applicazione, i risultati sono opposti a quanto desideravamo e ci aspettavamo. Ci sentiamo un vero disastro! O all’inverso pensiamo che i nostri figli sono un disastro, che non ci amano, sono dei delinquenti, degli aggressori, sadici, scemi, ecc. O entrambe le cose ed è un vero sfacelo.

Ci vuole un bel po’ di lavoro e di attenzione in questa direzione, per colmare quanto è rimasto indietro. Ma ricordiamoci di vedere il bicchiere mezzo pieno, non buttiamo via tutto, una gran parte è stata fatta, dobbiamo adesso contornarla e definirla.

Non a caso in uno degli interventi di Prevenzione ed Educazione alla Salute, a cui ho fatto capo di recente, si è lavorato proprio su questo tema. Si trattava di un lavoro svolto  prima con le insegnanti, poi coi genitori ed infine con genitori ed insegnanti, di una seconda elementare. Agli incontri hanno partecipato 17 genitori (di 25 allievi), di età media di 42,41 anni, con  i valori minimi e medi attestati su 36 e 56 anni rispettivamente, tre maschi e 14 femmine. Quindi un gruppo di genitori non eccessivamente giovane, per cui sicuramente con una certa importante dose di esperienza, personale e genitoriale.

Durante l’incontro con i genitori è stato chiesto di riempire un breve questionario sulle regole appositamente creato (vedi Tab. 1), che indagasse i modi, i tempi, le reazioni alle regole, dei figli e dei genitori al momento del loro essere figli.

Un primo dato interessante emerso dal questionario, riguarda il concetto di regola stessa. Si è chiesto cosa facesse venire in mente questa parola e le risposte si sono attestate due concetti, che potremmo dividere e far rientrare genericamente in due categorie:

1)    Rigidità-disciplina

2)    Rispetto- miglioramento

 

Una parte dei genitori cioè identificando il concetto di regole con quello di disciplina, traduce la visione di una modalità di trasmissione generazionale, espressa in modo “rigido”, autoritario, come fosse un contenitore in cui i figli devono rientrare.

L’altra parte, quasi all’opposto vede il passaggio di regole come di una forma di rispetto verso sé, gli altri, l’ambiente e quindi un mezzo per potersi migliorare.

Ora, se guardiamo il significato della parola Regola, vediamo che si riferisce all’asticella, alla squadra (dal latino regola), ovvero al metro di misura con cui confrontarsi, quindi al precetto, norma, alla modalità di eseguire un dato compito.

Mi sembra quindi, che l’interpretazione che ne hanno fornito i genitori, descriva nel primo gruppo, il modo ovvero il modo fermo di portare avanti un compito, la qualità ferrea della disciplina, mentre nel secondo gruppo si sottolinea le conseguenze delle regole, ovvero il fatto che si vive con maggiore rispetto e congruenza di sé e del mondo esterno.

Queste due sfumature, lasciano supporre che la visione del concetto sia altamente influenzata dalle emozioni, dalle proprie esperienze emotive e relazionali, su questo tema. Si può quindi desumere che non sia affatto facile, valutare la propria condotta in relazione ai figli e alle modalità educative.

Nella maggior parte del campione inoltre, si è riscontrata congruenza fra il proprio modo e la frequenza di impartire le regole e quello dei propri genitori (sia di quelli appartenenti al primo che al secondo gruppo). Tre genitori invece sentono di avere una modalità incongruente rispetto ai genitori, vissuti come autoritari, la loro modalità più orientata al dialogo, attuata quotidianamente, a fronte di un impegno più occasionale, dei propri genitori. Questo ci ricorda che la propria gestione dei figli arriva direttamente dall’esperienza personale come figli e dal modello parentale, offerto dai propri genitori.

Nelle considerazioni conclusive inoltre, ad eccezione della soddisfazione di due genitori, emerge la sensazione di difficoltà rispetto al far rispettare le regole e ad impartirle, soprattutto confrontandosi con i propri genitori, si evince inoltre la visione di un quadro attuale assai più complesso, dovuto sia al maggior numero d’influenze ambientali, sia alla maggiore apertura verso i bambini, sia ad una condizione dell’infanzia più libera e vivace.

Nell’ultimo degli interventi, quello in cui si mettevano a confronto genitori e insegnanti, è stato proposto un lavoro che rendesse la discussione più agevole. Si è fornita per iscritto una situazione-problema (Tab. 2), per molti versi assai simile a quanto esperito, dal gruppo classe in questione.

I partecipanti, riuniti in tre gruppi, si sono confrontati sulla situazione descritta e su quali possibili strategie potessero essere utili, per risolvere il problema. Successivamente, le considerazioni sono state condivise nel gruppo intero.

Da quanto riscontrato, tutti i gruppi, hanno messo in luce gli elementi principali della situazione, che hanno contribuito a creare un contesto problematico, dove le regole non vengono assolutamente rispettate. Genitori ed insegnanti hanno ben evidenziato: ambiente non del tutto adatto, scarsa presenza di regole, scarsa determinazione nel esprimere le regole, incongruenza fra le indicazioni verbali e gli aspetti non verbali (es. voltare le spalle, guardare di lato), un programma scarsamente definito, mancata assegnazione di ruoli e responsabilità alle allieve, materiale non del tutto funzionante e pronto all’occorrenza, scarsa costanza nel ripetere lo stesso esercizio fino alla sua esecuzione o inizio di corretta esecuzione, mancato rispetto delle regole da parte dei genitori (es. merenda negli zaini), assenza di coinvolgimento genitoriale (es. nel chiedere com’è andata la lezione), comunicazione non chiara e diretta dell’insegnante (si lamenta con le bimbe di aver detto ai genitori della merenda, ma non con i genitori), ipotetiche cause della scarsa forza nel proprio ruolo da parte dell’insegnante (la vicinanza d’età con la propria figlia), rabbia e frustrazione non espresse, comportamento riparativo e manipolatorio delle allieve (abbracciano e baciano l’insegnante che si lamenta), scarso esame della situazione da parte dell’insegnante, ecc.

Il gruppo insomma, ha mostrato di aver colto con molta chiarezza e sottigliezza gli elementi costitutivi della situazione problema, esprimendo una grande capacità di leggere i problemi.

Non dimenticandoci dell’effettiva difficoltà di traduzione nel concreto delle proprie conoscenze, dobbiamo riconoscere che vi sia stata un’ottima lettura del materiale, per cui una valutazione assai positiva di genitori ed insegnanti.

Sperando che non sia una condizione ottimale, ma la norma, ci auguriamo di trovare, tutti quanti insieme la capacità di affrontare questo gap, di superare il valico fra sapere e saper fare, fra emozioni che aiutino a vivere ed emozioni che frenino. E’ importante imparare a non additare, ma a collaborare, per trovare le soluzioni migliori. Capita spesso invece, che i genitori si aspettano molto dalle insegnanti e queste a loro volta si aspettano molto dai genitori, in questo modo le energie sono disperse fra accuse, dispiaceri e incomprensioni.

Penso anche che spesso i sensi di colpa ci rendano deboli di fronte ai nostri figli. La nostra difficoltà a gestire gli impegni quotidiani, l’incapacità di riconoscere i propri limiti e a darsi il diritto alle proprie incapacità, ci rendano vittime e impossibilitati ad utilizzare tutte le nostre risorse.

Da questi incontri, dall’osservazione del questionario, dai temi di discussione, emerge che questo gruppo di genitori è assai sensibile ai problemi dei propri figli, è attento e desideroso di trovare strategie più efficace. Nello stesso tempo, si evince la fatica nell’essere efficace, nel far fronte ai molti impegni quotidiani, nel sentire di avere in mano la situazione.

Un genitori ha espresso in modo chiaro la situazione emotiva, in questa frase “Siamo vittime degli abbracci e dei baci dei nostri figli”. Come dire che il legame con i propri piccoli è forte e carico di emotività e anche di preoccupazione, al punto talvolta di diventarne vittime, perdendo la visibilità della situazione.

Sicuramente i ritmi attuali, gli impegni, il maggior liberismo dato ai bambini e ai ragazzi più grandi, rende assai complessa l’interazione con loro, non di meno la parte emotiva, come un po’ trasudata dal questionario e dal confronto, forse costituisce l’elemento che ci impedisce di dare il giusto peso alle cose e di applicare le consapevolezze acquisite. Inoltre, è anche emerso come l’adulto abbia perso potere, abbia svilito il proprio ruolo e l’autorità, agli occhi dei figli, degli alunni, ecc.

C’è poi da aggiungere che il mondo circostante, scuola compresa, è assai richiedente, molto più che negli anni precedenti. Sicuramente si offre di più alle nuove generazioni, ma questo ha anche un costo, quello della competenza e della responsabilità su molti più fattori, a livelli sempre più elevati, ciò sovraccarica genitori e figli di richieste prima impensate.

Forse questa condizione, arriva da un passaggio generazionale, dove la centralità del bambino, come acquisizione più recente, ha fatto perdere di vista il ruolo e l’importanza dell’adulto. Tutto è a misura di bambino e delle sue necessità e questo è un ottimo indirizzo educativo, che però non deve escludere l’altro nella relazione, l’adulto appunto, che non può essere parificato al piccolo per conoscenze e posizione decisionale.

Inoltre c’è forse da dire che si è passati dall’autorità, ottenuta con severità, con punizioni, con assenza totale di attenzione al bambino, alla ricerca di un altro modo, che escludesse una posizione dura, per includere il dialogo e la comprensione. Alle nuove generazioni di genitori dunque, spetta il difficile compito di trovare un nuovo modo di avere potere e ruolo decisivo. Questa strada, percorre la via del rispetto e della stima, fondate sull’amore, sull’esempio di una condotta coerente col dire, sul rispetto, sulla libertà di decisione, adeguatamente concertate con il rispetto delle norme e regole.

Mi sembra una strada tutta aperta, da scoprire e modificare giorno per giorno, sicuramente faticosa e richiedente, rispetto ad una modalità automatica di impartire “ordini”, sicuramente si apre verso una buona combinazione di esperienza, sperimentazione, autorità, autorevolezza, stima, amore.

Sarebbe più facile per tutti applicare delle ricette, delle massime, ma non è possibile, altrimenti cediamo nuovamente nella rigidità di regole imposte a prescindere dalle persone coinvolte e dalle loro risorse. Il nostro contesto socio-culturale ormai ci ha portato altrove e noi dobbiamo trovare la nostra personale strada per raggiungere autorevolezza e contenimento.

 

BIBLIOGRAFIA

 

Bettelheim B. (1987). Un genitore quasi perfetto. Milano, Feltrinelli.

Bollea G.  (1995). Le madri non sbagliano mai. Milano, Feltrinelli.

Marcoli A. (2009). E le mamme chi le aiuta? Come la psicologia può venire in soccorso dei genitori (e dei loro figli). Milano, Mondadori.

Phillips A. (1999). I no che aiutano a crescere. Milano, Feltrinelli.

Piaget (1966). La rappresentazione del mondo del fanciullo. Torino, Boringhieri.

Winnicott D.W. (1968). La famiglia e il suo sviluppo. Roma, Astrolabio Editore.

 

 

Tab. 1

Questionario sulle Regole

 

 

Età _________            Sesso ________

 

 

Cosa ti fa venire in mente la parola “Regole”?

 

 

Quali Regole impartisci a tuo/tuoi figlio/i?

 

 

In che modo impartisci queste regole?

 

 

Con quale regolarità?

 

 

Qual è la sua reazione alle regole?

 

 

Quali Regole ti venivano fornite da bambino/a dai tuoi genitori?

 

 

In che modo te le impartivano?

 

 

Con quale regolarità?

 

 

Qual era la tua reazione?

 

 

C’erano altre figure che ti impartivano regole?

 

 

Considerazioni Conclusive

 

 

 

Tab. 2

SITUAZIONE PROBLEMA

 

Siamo in una scuola di danza, durante un corso di danza propedeutica.

Le allieve variano di volta in volta in numero e vanno da 6 a 10, hanno un’età compresa fra i 3 e i 5 anni e mezzo circa. 

L’insegnante è una ex ballerina, ha 34 anni e ha una figlia di 5 anni.

La durata della lezione dovrebbe aggirarsi sui 60 minuti, che in realtà si traduce in una lezione di 40 minuti circa, compresi i tempi di preparazione iniziale e finale e intermedia del materiale (spostare tappetini, step, palle, bastoni, preparare percorsi, rimettere a posto, ecc.).

L’ambiente piacevole, confortevole, aperto negli spazi e luminoso, non sempre adeguatamente riscaldato e in alcuni punti non del tutto sicuro (parchè dissestato ad esempio).

Per volere dell’insegnante, i genitori lasciano da sole le figlie durante la lezione.

 

Lezione di danza del giorno XX: sono presenti 7 bambine.

Inizia la lezione, tutte le bambine si apprestano a fare gli esercizi iniziali, l’insegnante annuncia loro velocemente che inizieranno a lavorare, poi volta le spalle e si reca ad accendere la musica, facendo partire un file sul computer, che però non parte subito. Le bambine si disperdono, urlano, saltano, si rincorrono. Parte la musica e l’insegnante deve recuperare le allieve, quando ci riesce dopo vari tentativi, la musica è finita, si dirige nuovamente al computer e le allieve riprendono a rincorrersi.

Dopo vari tentativi riescono a fare alcuni esercizi di riscaldamento. Spesso le bimbe si accalcano intorno al computer, per far partire la musica.

Si passa ad organizzare un’altra attività, l’insegnante invita le allieve a prendere il materiale, cinque birilli, due step, cinque bastoni, cinque tappetini, tutti corrono a prendere tutto e alla fine c’è materiale in abbondanza e anche confusione. Tutto il materiale viene accolto e più o meno usato.

L’insegnante spiega il percorso, mentre una parte delle allieve si rincorre. Iniziano il percorso, una parte lo esegue e una parte che non ha ascoltato, compie il percorso a modo proprio, l’insegnante per lo più le lascia fare. Dopo poco, si rimette a posto per riprendere con un’altra attività. Con questo andamento, per tutta la lezione.

Durante l’intero corso, due allieve si recano sistematicamente nello spogliatoio a prendere biscotti e bibite, dopo un paio di occasioni l’insegnante, mentre si reca a cambiare musica, voltandogli le spalle e guardandole lateralmente, dice loro di non andare negli spogliatoi e di non mangiare. Nessun effetto, le bimbe proseguono e contagiano anche le altre, che si lamentano e chiedono di mangiare e bere. L’insegnante si lamenta di aver detto ai genitori, che le figlie non devono mangiare durante la lezione. Le bimbe le si accalcano intorno, facendo a gara per baciarla ed abbracciarla ed il sorriso torna sulle sue labbra e tutto riprende come prima.

All’arrivo dei genitori, le allieve sono ancora un po’ agitate e cariche, l’insegnante esausta dichiara chiusa la lezione (circa 10 min prima), delegando nuovamente le bimbe alle rispettive madri e dirigendosi verso la prossima lezione, saluta velocemente.

 

 

 

 

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Psiche-Soma in libertà - in psico-educazione
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15 febbraio 2012 3 15 /02 /febbraio /2012 09:47

Scusi ho sbagliato!

Dott.sa Sabrina Costantini

 

Psicologia dubbio autostima[1]

 

Fare le scuse a qualcun altro ormai sembra una moda in disuso, un’educazione sorpassata, non si fa più, è un atto ormai ritenuto scontato, ma alla fine denota una sorta di barriera fra noi e gli altri.

Sembra quasi che chiedere scusa rappresenti un peso, un’onta, una vergogna, un cedere qualcosa e non si sa bene cosa.

Non si chiede più scusa neanche di fronte a visibili errori, neanche di fronte ad un’atroce sofferenza, al disorientamento e al dubbio, quasi che la non intenzionalità di un dato effetto ci sottraesse dalle nostre responsabilità, dagli effetti dei nostri atti, che seppur involontari possono essere comunque nocivi e lesivi nei confronti degli altri.

Al di là del fatto che ciò che ci spinge non sono le motivazioni coscienti ma quelle inconsce, è bene ricordare che nonostante i nostri sforzi e le nostre buone intenzioni, c’è sempre la possibilità di poter ferire gli altri, se non altro per la realtà della nostra individualità. Ciò che a noi può sembrare innocente e innocuo, può ferire profondamente la sensibilità di un’altra persona, che ha una storia diversa dalla nostra e un modo tutto suo di vivere, percepire ed interpretare gli eventi.

Facciamo il banale esempio dell’insegnante elementare che chiede agli alunni di scrivere un tema, sull’importanza del padre nella  propria vita. L’intenzione e le parole pronunciate non contengono elementi irrispettosi, violenti, svalutanti o altro, eppure può essere che quella richiesta ferisca uno degli allievi, in quanto orfano di padre.

Di fronte al dolore dell’altro, fisico o psichico che sia, ritengo sia profondamente umano dire “Mi spiace”, come segno di reale comprensione dello stato dell’altro, segno di interesse verso l’altro, pur sconosciuto che sia. Naturalmente non è sufficiente pronunciare una formula vuota, ma è comunque necessaria una reale comprensione e compartecipazione al sentire di chi ci sta di fronte.

Aggiungere poi “Scusi ho sbagliato” diventa un gesto altamente riparativo, che pure spesso ci rifiutiamo di assumere. Siamo talmente trincerati dietro la forza della nostra motivazione conscia, dietro il fatto di aver ragione, di non aver voluto nuocere a nessuno, che ci dimentichiamo le vie sotterranee della nostra responsabilità, la vastità dell’effetto di ciascuna delle nostre azioni. Ci fermiamo al piano esterno dell’avere ragione, della competizione e della contesa, tralasciando quanto realmente è accaduto, le emozioni in ballo e le persone che ci sono sotto.

Dietro questa condotta, s’innesca una profonda sofferenza, solitudine, una vita all’insegna della vendetta e della giustizia a tutti i costi. Chi soffre spesso nasconde il dolore sotto la rabbia, sotto una richiesta di risarcimento (emotivo, morale, giuridico, economico, ecc.), che può durare tutta la vita, all’insegna della rincorsa con qualcosa che non appagherà mai, non sanerà mai la vera origine della sofferenza. Tutto per una parola mancata, che rappresenta un atto mentale, una risposta riparativa e risanante, che riconosce l’altro, gli riconosce la propria posizione e il diritto all’offesa, all’umiliazione, alla sofferenza.

Nonostante questo, nonostante l’enorme importanza dello stare di fronte al nostro interlocutore, di dare peso al suo e al nostro mondo, molto spesso nel nostro immaginario chi chiede scusa viene identificato con colui che realmente ha torto, con un debole, uno che si fa mettere i piedi in testa da tutti. E allora, è bene non abbassarsi troppo, non far credere di essere dispiaciuti, disponibili, che si hanno buoni sentimenti, altrimenti qualcuno se ne approfitterà. Si crea una sovrapposizione di piani, un conto è chiedere scusa, essere in contatto con l’emotività e la visione dell’altro, un conto è non permettere che ciò porti all’approfitto. Anche ci fosse stato un errore, questo non dà comunque diritto di surclassare l’altro e i suoi diritti. E’ giusto chiedere scusa, non di meno l’errore non fornisce il potere all’altro di uno sconto o di un approfitto.

Lo stesso vale per la parola “Grazie”, spesso associata ad una persona debole, indifesa, inconsapevole e può condurre ad arrogare dei diritti o a comportarsi come maestri o padroni della situazione.

Facciamo un altro esempio del concetto di colpa, questa volta prendiamo dell’automobilista che si trova coinvolto in un incidente, in cui una persona perderà la vita. Naturalmente non era sua intenzione fare del male ed in base a com’è andata la dinamica dell’incidente, non si sente minimamente responsabile di quanto accaduto. Ammettiamo che la persona in questione abbia effettivamente ragione e non abbia alcuna forma di responsabilità neanche indiretta, anche in questo caso rimane vero che una persona è morta. Ora se il nostro automobilista, forte della mancata responsabilità, desidera solo il risarcimento del danno materiale per poter cancellare l’evento dalla sua vita, agisce senza tener conto che un essere umano ha cessato di esistere e che ci sono delle persone che lo amavano che non hanno più possibilità, che non possono riportarlo in vita, soffrono immensamente per una perdita subita improvvisamente. Pur avendo ragione, non tenendo conto di tutto questo, ignorando la sofferenza dei parenti, si pone in un atto di profondo egoismo ed isolamento.

Dal punto di vista dei familiari il loro caro è morto e di chiunque sia la colpa, di fatto non c’è più e non ci sono alternative. Nel vedere l’automobilista indifferente, che non rivolge loro neanche una parola, s’indignano, si offendono, si arrabbiano senza posa. A loro volta, chiedono giustizia!

Ma l’automobilista che c’entra? Non ha fatto nulla, è lui la vittima dello scontro ed è stato fortunato ad essere ancora vivo! E non è certo per questa “fortuna” che deve qualcosa a qualcuno.

Di fatto è così però, ammesso che si possa veramente stabilire che la responsabilità sia tutta da una parte, è poi così importante? E’ poi così deresponsabilizzante, a livello morale? Ci autorizza a fregarcene, come se avessimo solo dato un calcio ad un sasso incontrato per strada?

Pur avendo ragione, perché ci costa tanto dire “Mi spiace!” ancor prima che “Mi scusi”? Cosa mai perderemo di noi, in queste poche parole?

Sicuramente l’automobilista non deve nulla, non di meno la mancanza di quest’atto lo porta a una condizione di assoluta cecità, di avarizia.

In una cultura come la nostra, veloce, materialista, virtuale, estetica, esibizionista, parcellizzata, ogni cosa deve stare al suo perfetto posto e in nessun altro, non ci si può fermare ad ascoltare, a sentire con qualcun altro, a valutare il peso emotivo su quanto ci sta capitando, ancor prima di valutare l’entità del danno, da pretendere legalmente.

Giustizia, abbiamo tutti bisogno di giustizia, vogliamo sapere che la ragione è dalla nostra, non abbiamo niente da dare a nessuno, come se l’attribuzione di una qualche responsabilità comportasse chissà quale dovere, chissà quale coinvolgimento ed impegno, chissà quale privazione. Infatti, non sappiamo più affrontare le questioni della vita quotidiana, se non litigando, se non ricorrendo ad un legale, alla denuncia, alla minaccia, allo scontro bruto, di parole, di atti, di usurpazioni, di violenza, di colpi intellettuali, di cavilli legali. Non sappiamo più venirci incontro, confrontarci, scontrarci, andando al centro della relazione stessa.

Qualunque errore o difetto, costituisce un’occasione per chiedere uno sconto, un potere, un favore, una posizione di comodo. Quasi dovessimo a tutti i costi stabilire un suddito ed un dominatore, non sappiamo più neanche competere in modo onesto e rispettoso.

Penso che se ci disponessimo ad ascoltare maggiormente noi e gli altri, se riuscissimo ad empatizzare con il sentire di chi ci sta di fronte, anziché lanciarci in supposizioni, articolare giustificazioni, motivazioni che ci discolpano, allora forse ci sentiremo tutti meno incompresi e soli, forse i tribunali non sarebbero così carichi di cause civili e penali.

Ancor di più, quest’atto di profonda umiltà, assume un valore incommensurabile quando siamo di fronte ad una relazione asimmetrica, come quella del genitore-bambino, insegnante-alunno, medico-paziente, terapeuta-paziente, datore di lavoro-dipendente, ecc. Le scuse di chi sta nel polo favorito dell’asimmetria sono assai rare, più che mai interpretate come atto di debolezza, perdita di posizione. In realtà, le scuse, l’avvicinamento emotivo all’altro polo della relazione, non fa perdere posizione o potere, ma aggiunge alla relazione “professionale” o comunque alla relazione dettata dal ruolo, una relazione, una dimensione umana, che sta sotto quella definita socialmente.

Chi sta al “potere” non perde la responsabilità ed il ruolo di decidere, di avere un peso sulla progettazione (di vita, professionale, scolastica, ecc.), ma tiene conto dell’altro come persona che ha delle proprie emozioni ed un proprio pensiero, ma tiene conto anche di sé, non unicamente come di chi deve assolvere un compito, ma come persona totale.

Pensate alla rabbia, al disorientamento, al senso di annullamento che vive la persona che si trova nel polo più debole della relazione. Riflettiamo per esempio sulla relazione genitore-bambino, è inevitabile che il genitore sbagli, sarebbe anomalo il contrario e dunque se è così perché non riconoscerlo? E’ un controsenso, è contro educativo, è una negazione della realtà.

Probabilmente sotto questo mancato riconoscimento dell’adulto, risiede il tentativo di non perdere la credibilità agli occhi del figlio. Non di meno è un controsenso appunto, perché la credibilità non risiede nella perfezione, ma nella coerenza fra ciò che si dice e ciò che si agisce. Ad esempio se si desidera insegnare che per imparare a fare le cose è necessario avere la pazienza di fare esperienza, la costanza di esercitarci in ciò che non ci riesce, la voglia di capire e di cambiare, il genitore per primo deve applicare su sé questa regola. In fin dei conti, anche se è un adulto, il ruolo di genitore è qualcosa di nuovo per lui, che deve gradualmente imparare a fare e a migliorare. In questo, sono compresi gli errori ed i cambiamenti di rotta. Non accettare anche per sé stessi questa realtà, insegna che a parole si dicono delle cose ma a fatti nessuno vuol sbagliare, nessuno vuol riconoscere gli errori e vuol veramente capire gli effetti dei propri errori, su sé e sugli altri. Il più grande insegnamento che un genitore può passare ad un figlio è proprio l’esempio diretto di errori, visti, riconosciuti, trasformati, mostrare quindi che gli errori sono occasione di cambiamento e di relazione umanamente alla pari. I figli così, impareranno che è veramente naturale sbagliare, che si deve tenerne conto, usandolo per incontrare noi stessi e gli altri in modo più ottimale.

Poniamo ad esempio il genitore che voglia insegnare ai figli la tolleranza e la non violenza, ma che di fronte alla disobbedienza del figlio, per rimettere a posto i ruoli, usi le mani. Se l’adulto dopo tale reazione, comincia a giustificarsi, trovando dei buoni motivi per il suo atto, es. che il figlio è veramente difficile, indomabile, incontenibile, toglie la pazienza a chiunque, ecc., allora quello che insegna è che se si ha un buon motivo, la violenza va bene e nelle situazioni difficili diventa un’arma efficace. Se invece l’adulto comprende che ciò che ha fatto non va bene, che non è riuscito ad utilizzare altre risorse, perché lui non crede di averne ed è ricorso all’unica modalità che ha subito come bambino, allora forse rifletterà sul fatto che non sa quali siano le alternative ma sa che ci sono e desidera impegnarsi per trovarle, esattamente come vuole insegnare al proprio figlio.

Parimenti, una situazione analoga può accadere fra docente e discente. Poniamo il caso del docente che voglia insegnare all’allievo, non solo un contenuto specifico (italiano, storia, matematica, ecc.) ma voglia anche fargli comprendere che l’apprendimento necessita di una condizione di curiosità ma anche di umiltà e riconoscimento della propria ignoranza, in modo da disporsi a vedere ciò che deve essere colmato con motivazione ed interesse. Il messaggio più importante che può passargli è che imparare è bello, stimolante, eccitante, perché con le nuove conoscenze ci si sente più vivi, più padroni di noi e del mondo, più consapevoli del contesto in cui viviamo (fisico, relazionale, ecc.) e via via. Mettiamo che il docente non sia a conoscenza di una nozione richiestagli o che sbagli nel dire un concetto, anche in questo caso, può arrogarsi il diritto di non essere contestato nella propria posizione e difendere una risposta errata e congettata lì per lì, oppure può semplicemente riconoscere l’errore, la mancanza e mostrare in modo diretto che non si finisce mai di imparare e che ignorare qualcosa non è vergognoso ma umano, lo stimolo per andare a cercare ciò che non si sa.

Se l’insegnante non riconosce il proprio errore o mancanza, insegnerà agli alunni che ciò che conta non è ciò che impariamo e come sappiamo usarlo, ma ciò che conta veramente è la capacità di far finta di sapere e la posizione di potere, necessaria per essere nella condizione di intoccabilità. Ecco allora che con l’intenzione facciamo una cosa ma poi coi fatti ne facciamo un’altra ed i risultati ce lo mostrano. Risulta ancor più duro e disorientante se, chi ha prodotto questo risultato non ne riconosce la paternità e inveisce contro gli altri, contro le nuove generazioni, i giovani, gli studenti, i figli, i dipendenti, ecc.

Possiamo proseguire con gli esempi e includere il rapporto medico-paziente, terapeuta-paziente. Partiamo dal forte sbilancio che caratterizza la relazione, sia in termini di sapere sullo specifico ambito, sia in termini emotivi. Il paziente si trova in un profondo stato di sofferenza ed il medico/terapeuta per formazione, competenza, esperienza, può lenire, può intervenire, quindi viene ancor più innalzato fino ad essere talvolta idealizzato, possedendo un ascendente fuori misura sul paziente. Ma se guardiamo la cura (medica, psicologica, sociale, logopedia, ecc.) nel nuovo panorama concettuale, essa s’inquadra in una crescente presa di responsabilità del paziente rispetto a sé, in un’ottica di prevenzione (primaria, secondaria e terziaria), di riabilitazione e cura. Se svalutiamo qualunque sensazione, ipotesi o autonomia del paziente, imponendo sempre e comunque la propria idea di cura, di proposta diagnostica e terapeutica, misconoscendo l’importanza delle informazioni che giungono dalla persona in questione e negando qualunque fraintendimento, non comprensione o errore, allora remiamo contro l’impostazione teorica e l’obiettivo che ci siamo prefissati. Rafforziamo prepotentemente l’idea che il paziente deve accettare passivamente qualunque ipotesi, qualunque accertamento e cura proposta, senza mettersi nei propri panni, cercando di comprendere il proprio vissuto ed esperienza a quanto gli viene proposto.

Anche in questo caso si rafforza a tutti i costi l’idea di uno dei due della relazione, in primo piano rispetto all’altro in termini di conoscenza, potere, decisività. A parole si privilegia la relazione, lo scambio, la reciproca responsabilità, nei fatti si pretende un’accettazione incondizionata di quanto proponiamo, giusto o sbagliato che sia per quella specifica persona.

Si tratta della profonda negazione della presenza dell’altro, in quanto essere pensante con uguali diritti e doveri, ma anche negazione di noi stessi, dei nostri errori, della nostra fragilità e del nostro bisogno di crescere, confrontandoci con gli altri.

A questo proposito potremmo ricordare l’interessante film “La macchia umana”. L’inizio si presenta col la scena di un incidente stradale capitato al protagonista, ormai in età avanzata, e alla giovane donna dalla vita travagliata, con cui intrattiene una relazione amorosa. La sua storia viene raccontata da uno scrittore amico di lei.  Narra il suo enorme impegno e dedizione all’insegnamento, praticato tutta la vita. Proprio quest’investimento, ad un certo punto lo porta alla più grande delusione mai provata, ad un dolore ed una rabbia mai estinta, neanche dopo tanti anni. Quello stesso dolore che ha fatto morire la moglie, che non è riuscita ad accettare la situazione.

Il protagonista, impersonato da Antony Hopkins, è stato uno stimato docente di letteratura al New England College, che in una delle sue tante lezioni, adirato per l’assenza di un alunno di colore, inveisce contro con “quello zulù”. Da qui scatta il caso, polemiche, denuncie, fino ad arrivare al tribunale scolastico, dove il corpo decenti capeggiato dal preside della scuola, lo condanna inesorabilmente per un atteggiamento razzista nei confronti dell’allievo e quindi lo caccia dalla scuola.

Andando indietro nella sua storia, emerge che quest’intellettuale ebreo, in realtà è un negro che ha interrotto da anni la relazione con la sua famiglia. Pur essendo di pelle bianca, diversamente dal resto della famiglia, è negro e fin da giovanissimo ha lottato per cancellare questa macchia dalla sua pelle, le sue origini tanto deplorevoli, di cui ha dissolto le tracce, efficacemente anche alla moglie.

Fino alla fine, l’insegnane deplora la propria presunta innocenza antisemita, ma alla fine è il più colpevole dei colpevoli. La sua macchia arriva dall’aver voluto cancellare dalla propria vita ciò che era, la propria famiglia, le radici, volendosi trasformare in qualcosa di totalmente diverso: un intellettuale ebreo. Guarda caso sceglie di fare la vittima della violenza altrui, ma non nei panni di nero, i suoi veri panni, ma in quelli di una minoranza maggiormente riconosciuta, accettata e considerata “superiore”. Non vuole più essere fra gli ultimi, fra gli inferiori, gli zulù!

Proprio questo misconoscimento di sé gli impedisce di riconoscere il suo razzismo ed il suo errore nel chiamare zulù, l’allievo. Per quanto cerchi di difendersi, di giustificarsi, andando all’origine etimologica del termine, con quest’affermazione esprime proprio ciò che pensa dello studente, esattamente ciò che pensa della propria famiglia e quindi di sé: i neri sono zulù, ignoranti. Dato questa profonda convinzione, per elevarsi ha dovuto rinnegare tutto questo, costruendosi un’identità totalmente diversa.

Ha sofferto molti anni della sua vita, pensando di aver subito una grande ingiustizia dal comitato scolastico, ha dedicato tanto impegno e amore all’insegnamento, da non aspettarsi di essere ricompensato così. Non si è reso conto che ciò che è successo è stato solo frutto del proprio operato. Probabilmente se avesse riconosciuto sé, la propria origine, il proprio errore, avrebbe impiegato tutta quell’energia per cambiare piuttosto che per macerarsi nella frustrazione e nel dolore.

Questa storia ci mostra anche palesemente che se non ci sono i presupposti, le fondamenta, tanto sforzo modifica solo la superficie della persona, non nella profondità. Il docente, per quanto si fosse sforzato di diventare un’intellettuale, non poteva realmente vivere l’identità d’intellettuale ebreo, perché sotto c’era una voragine incolmata. Ha realizzato questa meta non per ottenere un obiettivo costruttivo, ma solo come mezzo di fuga, non aveva il sapere profondo della condizione che gli avrebbe permesso di utilizzare quanto realmente raggiunto. E la vita l’ha riportato esattamente là, dove era fuggito e lo ha messo di fronte ad un grande bivio, o continuare a negare la propria negazione originaria, il proprio razzismo di fondo, il rifiuto di sé stesso o riconoscere il proprio errore e chiedere scusa allo studente, che comportava chiedere scusa alla propria famiglia, alla propria origine ma anche a sé stesso e riprendere in mano la propria esistenza da dove era stata interrotta, a favore di panni non propri.

Il docente ha scelto la prima alternativa, quella apparentemente più facile e indolore, che però ha comportato la perdita di quanto faticosamente raggiunto dopo tanto lavoro. Ciò ha condotto anche alla morte della moglie, che non ha compreso né accettato quanto capitato e alla sua dannazione, fatta di rabbia, rancore, incomprensione, di scivolamento di agiti incongruenti con la vita condotta fino ad allora.

Vediamo quindi che un semplice gesto mancato, il rifiuto di pronunciare una parola “scusa” con il seguito o il prodromo “mi dispiace”, rappresenti molto più di quanto mostri in apparenza. Non sono le motivazioni esplicite che fanno la differenza, ma quelle implicite e inconsapevoli, che conducono al rifiuto e alla negazione della propria responsabilità, posizione, emozione, condivisione, ecc.

Del resto, ogni azione e mancata azione possiede un’importanza relativa, rispetto a quanto si muove sotto, alle ragione di quel fare, alle emozioni, alle pulsioni, ai desideri sottostanti, che esplicitano molto di più di quella persona e della sua storia.

E’ importante fermarci a riflettere su noi e sul nostro comportamento, come fonte di conoscenza e sui fili del nostro mondo interno, che governano tutta la nostra esistenza. Ciò ci permetterà di vedere più chiaro su ciò che siamo e su come lo esplichiamo, disvelandoci a noi stessi, mostrando che non siamo così difficili e incomprensibili, ma solo mossi da motivazioni plurime.

“Scusi, ho sbagliato, mi dispiace” dunque, ci permetterà di incontrare noi stessi e gli altri. Parimenti la parola “Grazie” ha lo stesso peso e lo stesso andamento.

Non c’è nulla da vergognarci nel dire Grazie, non c’è debolezza né sudditanza, ma semplicemente abbondanza e riconoscimento all’altro per la sua presenza e per la relazione.

Ritengo di estrema importanza fermarci a riflettere sulle nostre piccole grandi cose di tutti i giorni, sulle parole, sugli sguardi, sulle carezze, sugli atti e su ciò che gli altri ci rimandano facendoci da specchio.

In fin dei conti è bello pensare di essere ancora così giovani (di qualunque età siamo) e flessibili da poter sempre leggere noi stessi, in visione di un cambiamento e di un miglioramento del nostro stare.

 

 

FILMOGRAFIA

Robert Benton “La macchia umana”. Attori protagonisti: Antony Hopkins, Nicole Kidman, Ed Harris, Gary Sinise. Gen. Drammatico, 2003 Usa.

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Psiche-Soma in libertà - in psico-educazione
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25 maggio 2011 3 25 /05 /maggio /2011 07:42

L’uomo Nero

Dott.sa Sabrina Costantini

 

 

 

L’Uomo Nero costituisce da sempre una figura emblematica, spaventosa e misteriosa, che racchiude ed esprime molte delle paure infantili. Spesso si presenta come mezzo educativo, uno “spauracchio” utilizzato inappropriatamente, con lo scopo di indirizzare la condotta in una direzione anziché in un’altra: “Se non fai il bravo, viene l’uomo nero!”

Partiamo dal dato di fatto, rassicurante per i genitori, che le paure infantili sono un normale e sano processo evolutivo. Infatti, il bambino di pochi mesi, non possiede alcuna paura o quasi. Certo, un rumore improvviso lo spaventa, ma in questo caso è l’invadenza e l’aggressività dello stimolo, che lo rende difficilmente codificabile e gestibile, soprattutto nel suo carattere di immediatezza. La paura del bambino è rivolta alla sua incapacità, all’immaturità appunto, che gli impedisce di gestire il mondo esterno, in questo caso un rumore che passa la sua barriera di “accettazione percettiva” e comprensione.

Altro esempio è costituito dall’abbandono totale, quindi dalla mancata risposta ai suoi bisogni fondamentali (fame, sete, sonno, protezione), che lo porta a vivere in una condizione di terrore psichico indifferenziato. Renè Spitz, nei suoi studi condotti in orfanotrofi, aveva osservato condizioni di angoscia totale, che arrivavano fino ad uno stato di letargia irreversibile.

Ma a parte questi esempi estremi, il neonato, mancando di chiara consapevolezza del mondo, soprattutto mancando di separatezza fra sé ed il mondo, non sperimenterà stimoli discriminati in modo fine, potenzialmente spaventosi, che invece esperirà nel corso della crescita.

La cosa può sembrare paradossale: più crescono e più si spaventano. I genitori si chiederanno: ma in cosa abbiamo sbagliato? Cosa non capiamo? Cosa dobbiamo fare? Derivandone un gran senso di incapacità, inadeguatezza e svariati sensi di colpa.

Al contrario, c’è da dire che le paure sorgono proprio con l’accrescersi di capacità, acquisizioni, consapevolezza e sono tipiche del normale processo evolutivo.

Freud infatti ha delineato una serie di paure diverse, in base alla fase di crescita. Man mano che si procede dal primo tipo di paura all’ultima, ci descrivono la qualità evolutiva raggiunta dal bambino: in quest’evoluzione si osserva l’accrescimento di fiducia, “eleganza cognitiva” ed elaborazione psicologica. Si parte dalla paura di disintegrazione del neonato  appena citata, ad esempio un rumore forte ed improvviso minaccia l’integrità, l’incolumità del bambino, che si sente travalicato rispetto alla capacità di farvi fronte. L’assenza di continuità nelle esperienze fondamentali, la frustrazione dei bisogni primari, ne rappresentano un altro esempio.

Si passa successivamente verso l’anno di età o poco prima, alla paura di perdere l’oggetto d’amore, per lo più la madre, ma possono essere altre figure significative quali il padre o sostituti genitoriali, che implicherebbe la perdita delle figure che lo sostengono emotivamente e materialmente, senza le quali si sentirebbe perso. Dall’angoscia di essere disintegrato, si è passati alla paura di perdere chi fornisce il sostegno. L’oggetto di paura è lo stesso, chi lo accudisce, ma in un caso è in primo piano la disintegrazione di sé, nell’altro l’insoddisfazione del bisogno (compreso quello di amore), questo sottile ma significativo passaggio ci mostra l’evoluzione psichica, che ha preso una sua forza e stabilità tale, da temere di sentirsi deprivato, ma non più disintegrato, annullato come entità.

Dalla paura di perdere la persona, si passa come ulteriore passaggio, alla paura di perdere l’amore (tre anni circa), il bambino cioè comprende che il genitore c’è, non scompare magicamente, ma in alcune circostanze (se si comporta male, se nasce un fratellino, se i genitori assumono altri interessi, ecc.) potrebbe perdere il suo amore, sentendosi affettivamente deprivato e psicologicamente incapace, di procedere per la propria strada.

Andando oltre, troviamo la paura di perdere la fiducia, di non essere in grado, quindi di non essere reputato “bravo”. Ci troviamo negli anni della scuola elementare, dove il bambino è chiamato a mettere in pratica una prestazione, in casa (“ormai è grande”) e fuori casa (scuola, casa degli amici, sport, ecc.). Il bambino quindi, ha raggiunto una sua autonomia, indipendenza e senso di sé, tale da sapere di poter fare da solo alcune cose, ma il dunque adesso è sentirsi bravo, capace, ma soprattutto sentirsi dire “bravo”, sapere che va bene così, cioè avere l’approvazione dei genitori, insegnanti, amici.

Infine, arriviamo alla paura tipicamente adolescenziale, di non essere capace di un comportamento morale, quindi di non essere ritenuto degno e valido, dal punto di vista della condotta verso sé e verso gli altri: educato, moralmente adeguato, approvato nella condotta sociale, adeguatamente religioso, ecc.

Ogni paura successiva prevede che quella precedente sia stata superata e che ci sia stata una crescita di capacità e consapevolezza tale, che i timori precedenti siano stati acquietati, a favore di una risoluzione dei conflitti e di un’acquisizione di abilità, che rasserenano rispetto alle angosce passate. Ogni volta che il bambino supera una difficoltà, sa ciò che è stato capace di fare, ma non sa se sarà altrettanto bravo rispetto ai nuovi compiti che gli si prospettano davanti, per cui si aprono nuovi fantasmi. Ecco perché l’incrementarsi di paure non rappresenta un’incapacità del genitore, ma semplicemente un normale processo.

C’è anche da ricordare che le paure non vengono mai superate completamente in un momento solo, ma richiedono tempo. Succede che nuove acquisizioni permettono la consapevolezza di nuove abilità che rassicurino momentaneamente, ma perché la nuova abilità sia inserita nell’archivio delle acquisizioni sicuramente proprie, è necessario tempo e il ripetersi di condizioni in cui si ripresenta la difficoltà, soprattutto che si presenti in situazioni leggermente diverse, in modo che il bambino possa generalizzare e possa ritenersi certo di quanto ha conquistato. Faccio un esempio molto semplice, la prima volta che il bambino riesce a saltare lo scalino sarà felicissimo, questa certezza però svanirà ben presto, riproponendo incertezza e paura di fronte allo stesso scalino, magari solo poche ore dopo. Solo dopo aver rivissuto ripetutamente l’incognita dell’ostacolo e l’abilità di superarlo, in quello come in altri contesti (scalini di diverse altezze, di posti diversi, di svariati materiali), allora comincerà veramente ad essere sereno e a credere che non deve più temere gli scalini: ora è capace di saltarli!

Piaget (vedi Petter) ci ha descritto chiaramente questo processo, differenziando due sotto meccanismi definiti: assimilazione e accomodamento. Facendoci così vedere come, l’apprendimento e lo sviluppo cognitivo, siano frutto di un modellamento fra individuo e ambiente, attraverso un modellamento interno progressivo.

Ricordiamoci quindi, che le paure spariscono lentamente, dopo che si è sperimentata la propria abilità più e più volte. La ripetizione e la costanza infatti, sono fondamentali per l’acquisizione. Non ci  perdiamo d’animo dunque, se dopo una strategia ben riuscita, nostro figlio ricade nel vecchio timore. Non è tornato indietro, sta solo imparando. Fa parte del processo.

Più i bambini crescono e più le paure si differenziano e si accrescono, sia perché quelle nuove si sommano, almeno per un certo periodo a quelle precedenti non del tutto superate, sia perché accrescendo le proprie capacità psicomotorie, si aumenta notevolmente ed esponenzialmente lo spazio di libero movimento, ma anche l’allontanamento dai confini e certezze familiari, l’aumento di possibili incontri con persone, cose e situazioni del tutto ignote.

Pensiamo ad esempio al bambino che comincia a camminare, prima di tutto si alza la prospettiva del suo sguardo, in piedi vede molte più cose ed in modo diverso, rispetto a quando era a sedere o gattonava. Inoltre, una volta acquisita sicurezza nella nuova abilità, si può allontanare molto più velocemente dalle figure di riferimento e dall’ambiente domestico. Come ha detto M. Mahler “il mondo è la sua ostrica”, si aprirà in lui il senso di essere padrone del mondo, di avere adesso gli strumenti per poterlo fare proprio, nella sua mente è già in suo possesso.

Ben presto però, l’illusione e l’onnipotenza infantile, si scontreranno con i limiti imposti dalla realtà e dalle difficoltà concrete, si creerà frustrazione, la consapevolezza di non essere poi così capace e che ci sono molte cose che gli sfuggono, che non conosce e non può controllare. Immaginate quali paure si scateneranno!

Riflettete su come vi sentite, quando provate la terribile sensazione di perdere il controllo su ciò che davate per certo e nelle vostre mani (la persona cara, l’auto, la casa, il lavoro, le amicizie, la salute, ecc.). Pensate parimenti a cosa può provare il bambino, che in aggiunta ha a suo sfavore la mancanza di un bagaglio di consapevolezza di sé, di certezze e di esperienze, che invece possiede un adulto.

Detto questo, capiamo bene perché il bambino è sopraffatto da paure e da angosce, capiamo anche che è un fenomeno naturale e deve esserci, pena l’acquisizione di una consapevolezza di sé e delle proprie abilità. Capita spesso infatti, che le angosce genitoriali sulle paure dei figli, le rendano ancora più spaventose, inaccessibili e quindi insuperabili. I genitori si sentono così in colpa, così incapaci di fronte alle paure infantili, da caricare il figlio di quest’ulteriore responsabilità, che suona come un divieto in quella direzione. Il bambino, per non procurare preoccupazioni ai genitori o per non sentirsi in colpa di questo loro malessere, fingerà di non aver paure, non condividerà ciò che lo spaventa e sarà costretto ad affrontarle in sordina, come se stesse compiendo un atto illecito. Nelle peggiori delle situazioni inoltre, sarà spinto a scotomizzare l’esistenza e a negare totalmente il proprio vissuto emotivo, creando un buco emotivo profondo, una falla che lo azzopperà per tutti gli anni a seguire.

Ci si chiede spesso il perché di alcune paure, che pur essendo più o meno comuni, appaiono comunque bizzarre, strane e incomprensibili, come la paura del buio, dei tuoni, del temporale, del fuoco, di certi oggetti comuni, delle urla, di animali, dei ladri, ecc., per non citare poi le paure effettivamente più peculiari ed anomale: paura delle crepe, paura delle strisce pedonali, paura di oggetti molto comuni, di rituali usuali (mangiare, passeggiare, parlare, defecare, ecc.), di parrucche, del wc, ecc.

C’è da dire che questi sono soltanto gli epifenomeni dei processi interni, ovvero sono le corrispettive proiezioni di stati emotivi, su elementi concreti. Il bambino non è consapevole di temere la perdita della figura di riferimento, la perdita dell’amore o della stima, vive un’angoscia per lui indefinibile, che assume le forme che gli si presentano più accessibili, gli oggetti di proiezione più familiari, ma anche gli oggetti più facilmente affrontabili, in termini di evitamento e poi di eventuale superamento.

Voglio dire che la paura dell’estraneo per esempio, è più facilmente gestibile della paura di perdere l’amore e l’appoggio genitoriale, anche se in realtà la prima è la portavoce della seconda. Sono la medesima cosa, ovvero la paura di trovarsi di fronte ad un estraneo in realtà esprime la paura di trovarsi da solo di fronte ad un estraneo, quindi di non avere lì il genitore, di non avere il suo appoggio incondizionato, il suo sostegno. Ma quest’ultima paura trova una forma, maggiormente accessibile, comprensibile ed esprimibile, ma è anche più tollerabile. Pensare in termini chiari che i propri genitori ci possono abbandonare da un momento all’altro, costituisce un pensiero difficilmente tollerabile e soprattutto, difficilmente digeribile su lungo periodo. Per questo motivo, capita spesso che si verifichi uno spostamento della paura su oggetti diversi, anche se con un significato analogo.

Se neghiamo loro il diritto di avere paura (attraverso le nostre paure, attraverso la svalutazione, il ridimensionamento, ecc.), negheremo anche la natura della sua paura e l’importanza della sua relazione con noi.

Sempre con la stessa logica nascono le paure di esseri più o meno umani, più o meno indefiniti e/o mitologici: l’uomo nero, la strega, i fantasmi, i draghi, gli gnomi, ecc. Se di fronte all’estraneo si può rassicurare con la propria presenza, di fronte ad un essere invisibile, impalpabile e inesistente non lo si può fare, si è totalmente impotenti ed inermi.

Questo accade fino a che rimaniamo su un piano concreto e razionale, quello che ci fa dire che questi esseri non esistono. Se al contrario entriamo nella sfera emotiva del bambino, popolata di mostri, maghi, lupi neri, fate e draghi, allora questi esseri diventeranno veri e significativi, assumeranno un corpo e ci trascineranno verso un mondo comprensibile ed affrontabile.

Non a caso le fiabe ed i giochi infantili costituiscono due mondi e due modi, per accedere allo spazio interno del piccolo, di conseguenza due strumenti per trovare creativamente e serenamente, una via di rassicurazione e di risoluzione.

Proprio l’inizio delle fiabe “c’era una volta”, “in un paese lontano”, ecc. indica che stiamo entrando in un campo lontano dalla realtà concreta, sempre più in direzione dell’interiorità e del sentire. Spesso l’eroe è stupido, sciocco, il più semplice dei fratelli, apparentemente incapace, ciò sta appunto ad indicare non una condizione reale di stupidità, ma la condizione emotiva del bambino, il sentirsi “stupido” di fronte al mondo così grande e sciente. Parimenti capita che l’eroe sia povero, solo, negletto, non riconosciuto, rifiutato, un bambino di fronte ad un adulto malvagio, di fronte ad una strega vestita da matrigna  ecc. (es. Cenerentola, Fratellino e Sorellina, Raperonzolo, Hänsel e Gretel, ecc.). Anche in questo caso, si tratta, non tanto di una condizione concreta e obiettiva, quanto di un vissuto interno di impotenza, rifiuto, raggiro, manipolazione, ecc.

Del resto le fiabe suggeriscono una soluzione interna (Bettelheim B.), proprio perché inscenano rappresentazioni di movimenti interni e propongono dei percorsi evolutivi. Le favole al contrario, forniscono una conclusione moralistica e giudicante (ad es. La cicala e la formica), oppure una sorta di fuga (vedi il Brutto Anatroccolo che cambia famiglia), o mirano a produrre pena, compassione, come nella Piccola Fiammiferaia. Le storie da parte loro, per lo più producono soluzioni troppo semplicistiche e risolvono i problemi, come farebbe un adulto (es. I vestiti nuovi dell’imperatore, la principessa sul pisello, ecc.). Ma il bambino non ha bisogno di ammonimenti, rimproveri, giudizi, pena e soluzioni concrete, di tutto questo ne ha la giornata piena.

Il piccolo ha bisogno di riuscire a risolvere il proprio conflitto ed essere una persona normale, che riesce a fare ciò che fanno i suoi consimili. Infatti, se nella fiaba, all’inizio il protagonista è un eroe alla fine, dopo aver fatto i propri riti di passaggio, non lo sarà più. Così il bambino, sa che la sua vita non è totalmente dipendente dai genitori ma che lui ha un suo dominio, le sue risorse che gli permetteranno di passare da una condizione di “diversità” (eroe) ad una di normalità e serenità. Naturalmente, ha anche il dovere di impegnarsi per diventare una persona capace che conquista il suo regno, imparando a dominare le emozioni distruttive quali rabbia, odio, vendetta ed escogitando delle strategie più elaborate emotivamente, cognitivamente e prassicamente. In quanto tali, le fiabe costituiscono uno strumento utile per i propri conflitti e paure, talvolta suggeriscono soluzioni irrealistiche, come del resto sono spesso le sue paure, irrealistiche appunto. Ma non siamo sul piano concreto, ma su quello del simbolismo e del significato.

Un esempio concreto è dato da una bambina di 4 anni di fronte a vari compiti evolutivi, tutti rappresentativi di una grande tappa e della conseguente paura, cioè quella di crescere. In lei c’è il grande conflitto fra rimanere piccola come la sorellina, che ha un certo tipo di attenzione, assistenza, minori aspettative e richieste e crescere liberamente, sentirsi grande, in grado di affrontare nuovi compiti, richieste maggiori e più complesse. La piccola esprime questo conflitto e le paure conseguenti in vario modo (paura del buio, paura di fare le cose da sola, aggressività verso la sorella, masturbazione, ecc.). Il padre allora in un momento di intimità verbalizza queste paure, esplicitando il suo timore di diventare grande e rassicurando la piccola rispetto a questi temi. La bimba, in risposta tira in ballo la fiaba dei Tre porcellini, che potrebbe sembrare una risposta insensata, in realtà è una risposta simbolica e inconscia, sul piano che il bambino riesce a gestire, quello della fantasia. A quel punto i genitori hanno la brillante intuizione di inscenare la fiaba e mentre il padre simula il lupo che cerca i tre porcellini per mangiarseli, i tre porcellini, ovvero le due bambine e la madre si nascondono sotto il tavolo per non farsi prendere, proteggendosi con le sedie a mo di paratia. Non solo, nel corso del gioco, ovvero della fiaba diventata gioco creativo, la bambina più grande usa i calzini “puzzolenti” della madre come arma per far fuggire il lupo, riuscendoci pienamente. La piccola ha fornito la soluzione e ha mostrato che vuole crescere, perché vuole sconfiggere il lupo, trovando un suo strumento per farlo. Ricordo infatti che nella fiaba i fratelli più piccoli, proprio in quanto tali e inesperti, costruiscono delle case poco consistenti, mentre il grande sconfigge il lupo, perché più consapevole e giudizioso, costruisce un riparo, una casa più solida.

Insomma, quest’esempio vuol rimarcare la necessità di entrare totalmente nel mondo del bambino, nel lasciarsi andare alle emozioni, alla fantasia e all’intuito, che permetteranno di trovare la soluzione più naturale, efficace ed accessibile per il piccolo.

Anche qua però non ci si deve illudere di trovare la soluzione magica, si tratta in realtà di una soluzione attinta dal mondo magico del bambino, ma tenendo presente che non è magica, nel senso che non sarà la soluzione definitiva. Si tratta invece, di vivere ripetutamente quel dato conflitto e di trovare via via la risoluzione, che può essere sempre la stessa ripetuta, può essere la stessa soluzione modificata in alcuni elementi, possono essere di volta in volta una soluzione diversa, in base al momento particolare e alle risorse a disposizione.

Quasi sempre, il bambino trova da solo le strategie, si tratta di astenersi dal giudizio, di sostenerlo emotivamente, a volte anche a distanza, di guardarlo con benevolenza e saper star fuori o dentro la sua soluzione, in base alle singole circostanze.

Un altro esempio curioso e simpatico (Virgillito) c’è fornito da un bambino di 5 anni, che ogni volta che doveva andare a letto, lamentava la paura di un coccodrillo sotto il letto, che stava lì ad aspettare di mangiarselo. Una sera ha pensato bene di circondare il letto di smarties, in modo che il coccodrillo potesse saziarsene e non aver più bisogno di mangiare lui. I genitori, gli hanno permesso di adottare questa soluzione. Bhe, la mattina successiva il piccolo ha trovato ancora lì tutti gli smarties, quindi ha pensato che il coccodrillo non esistesse e si è tranquillizzato. Ha quindi mangiato lui tutti i dolcetti e gli è venuto un gran mal di pancia, in conseguenza di ciò ha pensato bene che il coccodrillo ci fosse, ma che fosse furbo e che non li avesse mangiati per evitare il mal di pancia, quindi ha pensato di mettere intorno al letto della cioccolata. Anche sta volta, la cioccolata era ancora lì la mattina successiva e data la ripetizione dell’esperienza s’è detto che il coccodrillo non poteva essere così pignolo e che forse non esisteva davvero.

Altro esempio ancora, rievocato nel ricordo di una giovane donna. Da bambina, non sapendo nuotare, aveva una gran paura dei temporali, soprattutto di notte, il timore più grande era proprio che piovesse così tanta acqua da poter affogare. I primi tentativi di farvi fronte furono, andare nel letto dei genitori, ma non le fu permesso, stendersi sul tappeto in camera dei genitori, ma non le fu permesso, dormire nella vasca da bagno con coperta annessa, ma ancora non le fu permesso. Alla fine, la strategia definitiva fu interna e produttiva, immaginava di boxare col temporale su un ring e così facendo si addormentava rassicurata dai colpi sferrati, che la facevano uscire dall’impotenza.

Questi esempi, come molti altri ci mostrano come sia nel contempo semplice e difficile, far fronte al mondo emotivo dei piccoli. Facile perché  hanno l’abilità intuitiva di andare verso la risoluzione del conflitto, difficile perché dobbiamo fidarci di loro e di noi, spesso dobbiamo solo esserci, senza fare nulla. Ma quanto vivono i bambini, richiamano il nostro mondo interno, le nostre emozioni e vissuti come genitori, come adulti, ma anche come figli e bambini. E’ quindi importante liberarsi dalle proprie paure, dalle proprie angosce, per poter “giocare liberamente” la vita con i nostri figli, per poter lasciarci dietro le spalle la concretezza e razionalità, che chiedono una certezza irraggiungibile, a favore di un’emotività piena, movimentata e illogica.

Quanto detto fino a qui, si è riferito principalmente al normale processo evolutivo, tralasciando quelle che sono le paure più patologiche, che permangono e si alimentano fino a diventare vere e proprie fobie, con rituali di controllo inevitabili, che costituisce una deviazione insana. Qui abbiamo trascurato queste condizioni, che meritano un’attenzione a parte.

Per continuare sul tema delle naturali paure, vorrei citare il film di Sergio Rubini “L’uomo nero”. Non è uno dei migliori film di Rubini nel senso della realizzazione, ma senza dubbio foriero di un tema assai importante ed interessante: quello dell’uomo nero appunto. Questa figura, così tanto conosciuta da adulti e bambini, troppo spesso proiezione di paure non definite e spesso inconsce.

Ernesto (Sergio Rubini), impersona un capostazione di un piccolo paese del sud, appassionato di Cezanne, a tal punto da passare tutta la vita a riprodurre i suoi quadri, nel tentativo di ottenere finalmente quel riconoscimento, mai avuto dal proprio padre, che gli ha impedito gli studi artistici. Trascorre quindi il proprio tempo libero, dedicando tutto sé stesso alla pittura, talvolta vivendo persino la presenza del figlio Gabriele, come un intralcio.

L’arrivo in una galleria delle vicinanze, di un quadro del suo pittore prediletto (l’autoritratto con cappello), lo indurrà a recarvicisi ripetutamente, per crearne una copia, da esporre insieme alle altre sue opere ed ottenere finalmente il consenso dei due dotti del paese, l’avvocato (e sua moglie) ed il professore.

Aimè, le cose non andranno come sperato ed il professore lo svaluterà e ridicolizzerà sul giornale locale. Ma Ernesto non si arrende, ci riprova, dipingendo una nuova copia, che esporrà proprio alla festa di compleanno del figlio. Ma ancora verrà minimizzato e svalutato, il suo quadro “non ha l’aria”, come tale non ha vita. Allora Ernesto esplode in una furia feroce, sbaracca torta e tavolo di festeggiamento, screditando e cacciando gli illustri invitati.

Il piccolo Gabriele vive fra le fissazioni artistiche del padre, i litigi genitoriali, fra la pressione dei dotti e della loro morale anche nelle sue relazioni amicali, la presenza di uno zio dongiovanni ancora scapolo, a lui molto vicino, il peso degli avi e del significato del matrimonio. Respira costantemente la famiglia ed il matrimonio come una perdita di stima ed interesse (vedi la moglie dell’avvocato), una perdita di libertà e di opportunità di realizzazione (vedi il padre), una perdita d’amore (vedi lo zio che alla fine sposerà una vedova che ha compromesso, anziché la fanciulla che desiderava), la perdita di un compagno giocoso (lo zio che andrà ad abitare altrove), ecc. Non di meno la famiglia è il luogo dove lui vive ed è il contesto in cui è nato. Si ingenera così confusione e ribellione.

Insomma, si ritrova spesso disorientato, ammonito, dimenticato, abbandonato e non a caso in alcuni momenti clou, l’uomo nero gli si presenta a spaventarlo ed ammonirlo: quando vaga per i meandri della galleria d’arte, fuggendo dai richiami del padre, quando gioca a nascondino scalzo per strada, con bambini ritenuti “poco raccomandabili”, quando fugge con la mente dalle conversazioni familiari, ecc. Questa figura che incombe sulla sua serenità, che un po’ insegue con gioco e un po’ evita terrorizzato, talvolta assume le sembianze dello zio e del nonno materno mescolate, talvolta le sembianze di una figura oscura, che ad un certo punto, scoprirà essere il macchinista buono, che lancia caramelle ai bambini orfani.

L’uomo nero, rappresenta proprio la sua realtà, in particolare l’ammonimento e le figure maschili, che un po’ lo amano e un po’ lo abbandonano, da cui non riesce a cogliere sufficiente sicurezza e appoggio. Vive nell’incertezza dell’amore, della presenza e del riconoscimento,

Arriviamo al termine del film ormai adulto, in cui scoprirà che la seconda copia di Cezanne prodotta da suo padre, in realtà non era una copia ma è il verso Cezanne, scambiato e trafugato dalla galleria, che il professore ha deriso così sapientemente. Comprende allora l’ira furiosa di suo padre, comprende quanto si sentisse stretto in quel posto e quanto lui non sia mai riuscito a trovare comprensione e appoggio, che gli permettessero di darlo a suo figlio. Quest’ultimo tentativo di delinearsi un autoritratto riconosciuto e approvato, attraverso l’autoritratto di un uomo tanto amato e apprezzato, lo ha relegato per tutta la sua esistenza in un angolo buio della stazione, il “capo” di un luogo fermo, immobile e stretto nell’ignoranza.

Allora, quello che era il suo vero “uomo nero”, non era così cattivo, ma semplicemente un uomo solo e non compreso, neanche dalla sua stessa famiglia. In punto di morte infatti, al figlio dirà un’unica parola “stronzi!”.

Tutta questa consapevolezza, permetterà a Gabriele di lasciar andare i genitori con serenità ed unione.

Alla fine il padre, come il macchinista, non erano due figure così scure e negative, ma due uomini troppo presi da sé stessi, incapaci di esprimere amore, perché costretti lungo un treno ed un percorso obbligato. Non di meno, grazie al non essersi mai arreso del padre, alle sue soluzioni ingegnose, Gabriele già da tempo se ne era andato da paese, per ottenere rispetto, professionalità e notorietà.

Da notare come l’uomo nero che più spesso lo perseguita è rappresentato dalla figura del capotreno, proiezione del padre capostazione. Non a caso si tratto di due figure capo-, due guide di conduzione, quindi di rassicurazione, in quanto detentori delle regole e di una sorta di lascia passare.

Questo film rappresenta appunto un’esplicitazione dell’angoscia infantile, sottostante la paura del fatidico”uomo nero”. Qualunque sia la forma che la paura assume, di fatto ciò che manca al bambino è la sicurezza e la tutela, rispetto al mondo. E l’uomo nero designa l’ignoto, l’incertezza, la solitudine ed il rischio dell’errore e del giudizio, quindi la violenza, una forza misteriosa e potente.

Di fronte a tutto ciò, capita spesso che i genitori, nel corso di consultazioni o degli incontri formativi-informativi, chiedano delle ricette, delle soluzioni e delle spiegazioni chiare e sintetiche, rispetto a quanto capita ai figli.

Ciò non è possibile, per comprendere si deve stare, immergersi e ascoltare, chiedendosi dove i bambini possano essere sostenuti in termini di fiducia e dove aiutati concretamente, dove si manca come adulti e cosa è mancato a noi come bambini.

Non c’è una soluzione a tutto questo, c’è un processo in atto e in divenire e l’esperto può fungere solo da osservatore esterno, che fornisce una lettura e possibili linee guida, sta poi alla famiglia viverle e gestirle autonomamente.

I genitori devono loro per primi affrontare il proprio “uomo nero”, i propri fantasmi e le paure mai risolte, per poter comprendere, stare e ascoltare l’uomo nero dei propri figli. E’ fondamentale accettare che i propri genitori sono stati un uomo nero per noi, una figura che nonostante tutto, poi ha mitigato le sue sfumature grazie ad elementi costruttivi e positivi. Questa consapevolezza è necessaria, per accettare che noi come genitori, rappresentiamo un po’ “di uomo nero” per i nostri figli. Siamo così importanti e necessari, che in quanto esseri umani comunque manchiamo in qualcosa, che comunque saremmo inevitabilmente frustranti e assenti in alcune circostanze. E in visione di ciò, siamo fondamentalmente buoni e anche un po’ deprivanti e angoscianti, la parte nera appunto.

Solo l’accettazione e l’accoglimento di questa figura dentro il nostro immaginario, ci permetterà di prendere a braccetto la parte nera di noi e dei nostri figli, per coniugarla con una parte rosa ed una in divenire. Ci permette anche di trovare autonomamente, una serie infinite di soluzioni creative.

 

 

BIBLIOGRAFIA e FILMOGRAFIA

 

Benini E., Malombra G. (2010). Le fiabe per vincere la paura. Franco Angeli.

Bernardi M., Scapparo F. (2006). La vita segreta del bambino. Feltrinelli.

Bernardi M., Tromelli P. (2004). La tenerezza e la paura. Ascoltare i sentimenti dei bambini. Feltrinelli.

Bettelheim B. (1977). Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe. Milano, Saggi Feltrinelli.

Bettelheim B. (1987). Un genitore quasi perfetto. Milano, Feltrinelli.    

Calabretta M. (2011). Le fiabe per affrontare litigi e conflitti. Per grandi e piccini. Franco Angeli.

Mahler M., Pine F., Bergman A. (1978). La nascita psicologica del bambino. Torino, Bollati Boringhieri.

Oliverio Ferrari A. (1992). Genitori e figli di fronte al cambiamento. Raffaello Cortina.

Petter G. (1961). Lo sviluppo mentale nelle ricerche di Jean Piaget. Giunti, Firenze.

Rubini S. (regia di) (Italia, 2009). Attori protagonisti: S. Rubini, V. Golino, R. Scamarcio. Genere Commedia.

Spitz R.A. (1989). Il primo anno di vita. Studio psicoanalitico sullo sviluppo delle relazioni oggettuali. Roma, Armando Editore.

Virgillito T. (08/07/05). I bambini e le paure. www.psicolab.net

     

 

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2 maggio 2011 1 02 /05 /maggio /2011 13:28

Il bisogno dei Sette Capretti

Dott. sa Sabrina Costantini

 

 

Dopo aver letto e riletto la fiaba del Lupo ed i sette capretti (vedi i fratelli Grimm), con insofferenza quasi liberatoria, mi sono detta: ma i capretti come possono fare, per salvarsi dal lupo?

Questa domanda, mi nasce dalla forte consapevolezza di un processo senza fine e senza utilità, vale a dire le raccomandazioni della mamma, non servono effettivamente a nulla. Ed il leggere e rileggere la storia, sembra proprio il tentativo (da parte dei bambini, ma non solo) di darsi un’altra opportunità, di vincere le fauci del lupo, ma inesorabilmente ogni volta disattendono l’aspettativa. Alla fine si salvano, ma non per loro merito, ma per l’intervento riparatore della madre.

Andiamo per ordine e per essere sicuri di capirci, vediamo a grandi linee la storia. Una vecchia capra, che “ama i suoi sette capretti come una mamma ama i suoi bambini”, dice ai suoi piccini che deve andare nel bosco, per procurare il pranzo. Loro devono stare molto attenti a non far entrare il lupo, che è veramente astuto e a volte si traveste. Lo potranno riconoscere da due elementi: la voce rauca e la zampa nera.

I capretti, rassicurano la mamma e la lasciano andare tranquilla. Ma, come previsto, dopo poco arriva il lupo, che bussa alla porta fingendo di essere la mamma tornata dal bosco e porta con sé un regalo ciascuno. I capretti però, sentendo dall’altra parte una voce rauca, assai diversa da quella dolce della mamma, non si lasciano ingannare e dicono al lupo di averlo riconosciuto. Allora questi, va dal negoziante e acquista un pezzo di creta per addolcirsi la voce e così ritorna dai caprettini, che ancora una volta non gli aprono, perché vedendo la zampa nera, svelano l’inganno. Il lupo va dal fornaio, affermando di essersi fanno male ad una zampa e se la fa ricoprire di pasta, poi va dal mugnaio e gli chiede di imbiancarla di farina. Il mugnaio, insospettitosi si rifiuta, ma di fronte alla minaccia del lupo di mangiarselo in un boccone, si spaventa ed obbedisce.”Già, così fan gli uomini!” (commenta la fiaba).

Il lupo dunque bussa per la terza volta alla porta dei piccini, che sentendo la voce dolce e vedendo la zampa bianca, credono tutto vero e gli aprono. Appena entrato, i capretti si spaventano e si nascondono all’impazzata dove possono, sotto il tavolo, dentro l’acquaio, sotto il letto e così via. Il lupo lì trova e li mangia tutti! Tutti tranne l’ultimo, il più piccino, che si è nascosto nella cassa dell’orologio a pendolo.

Arrivata la mamma, gli toccò vedere quello scempio, tutto sotto sopra e distrutto e …………….. dei capretti, neanche l’ombra. Li chiamò uno per uno, ma nessuno rispose, eccetto l’ultimo, ancora dentro l’orologio a pendolo, che raccontò tutto alla mamma.

La vecchia capra pianse molto amaramente. Uscendo dalla casetta vide il lupo, che dormiva sazio sotto un albero e russava da far tremare i rami (come a rimarcare la sua temibilità).

Ma osservandolo meglio, vide che la pancia del lupo si muoveva, allora si disse: “vuoi vedere che quel mostro per ingordigia, se li è mangiati tutti interi?” chiese al piccolo di andare a prendere ago e filo e poi aprì la pancia del lupo. Ne uscirono i sei caprettini, sani e salvi. La vecchia capra fece loro andare a prendere dei grandi pietroni, con cui riempì la pancia del lupo, che poi ricucì senza farsene accorgere.

Quando il lupo si svegliò, fu preso dall’arsura, andò verso la fonte e si accorse che quelli che gli sembravano capretti invece erano “pietroni belli e buoni”, una volta chinato, i pietroni lo portarono giù e “gli toccò di affogare miseramente”.

I capretti, con la loro mamma, cantarono e danzarono intorno alla fontana, gridando “Il lupo è morto! Il lupo è morto!”

Ora se analizziamo questa fiaba, per altro apparentemente assai semplice rispetto ad altre storie, sia dal punto di vista strutturale che narrativo, vediamo che veicola un contenuto assai importante. Nella sua struttura, quasi semplicistica, ci offre uno spunto di verità assai profondo, una chiave di lettura importante nei riguardi di un aspetto evolutivo fondamentale.

Siamo di  fronte ad una situazione di separazione e d’indipendenza, dove la mamma cerca di fornire ai piccini, gli strumenti appropriati per poter far fronte ai pericoli del mondo, impersonati dal lupo. Si raccomanda di essere accorti, il lupo è astuto e si traveste spesso. Fornisce loro, due criteri fondamentali per riconoscerlo: la voce rauca e la zampa nera, opposti a ciò che è impersonato da lei stessa (voce dolce e zampa bianca). Rinnovando così, il messaggio che la famiglia è un luogo sicuro e protettivo, mentre il mondo è pieno di pericoli, da cui ci si deve guardare.

Nonostante tutti gli avvertimenti, i piccini cadono nelle fauci del lupo e non certo per disobbedienza. Anzi, sono così bravi da non lasciarsi sedurre neppure dalla sedicente proposta del lupo, che fingendosi la mamma, dice di aver portato una regalino per ciascuno. In realtà, hanno seguito alla perfezione le raccomandazioni, ma il lupo secondo la sua natura, riesce a raggirarli e ad eliminare le condizioni-criterio, che dovrebbero aiutare i piccoli a smascherarlo.

I capretti finiscono per essere divorati dal lupo, semplicemente perché mancano d’esperienza sul mondo, di pensiero astratto, anche di reversibilità, quindi di prevedibilità. Non riescono ancora a mettere insieme una serie di fattori e confrontarli con le conoscenze, con l’esperienze, con delle ipotesi di causa-effetto, operazioni necessarie, per rendere gli eventi più comprensibili e prevedibili appunto.

Insomma, in conclusione per quanto ci si raccomandi, per quanto si cerchi di fornire ai piccoli informazioni e astuzie contro il mondo, poi di fatto questo non basta a salvarli dai “mostri”. Il lupo della fiaba infatti, rappresenta simbolicamente il mostro, la mostruosità della violenza, dei pericoli del mondo. Non a caso la vecchia capra lo chiama mostro, proprio dopo che il lupo ha divorato i piccoli. Quasi per ricordare che anche l’essere o l’oggetto più comune o “innocente” (il lupo è solo uno dei tanti animali del bosco), si può trasformare in pericolo e in mostro, in base alle circostanze, ovvero in base all’atto di ingoiare e divorare. Infatti le paure infantili possono concretizzarsi sugli oggetti o animali più disparati: il lupo, il coccodrillo, lo scimpanzé, l’uomo nero, la befana, i fantasmi, il buio, un giocattolo, una parrucca, il wc, il fuoco, il temporale, lampi, tuoni, l’acqua, ecc.

Ma naturalmente i bambini, non sanno distinguerlo o non abbastanza velocemente, o semplicemente non hanno le risorse per farvi fronte. Nella fiaba infatti, solo il più piccolo si salva e questo assume vari significati. Prima di tutto, è una sorta di artificio terapeutico per il bambino che ascolta la narrazione, è una sorta di speranza, di via d’uscita rispetto al pericolo: ce la può fare, si può salvare. Rappresenta una rassicurazione rispetto al sentire di una specifica condizione, non solo relativa al mondo esterno ma anche a quello familiare, dove è difficile essere il piccolo della casa. E’ vero che in quanto tale, il bambino avrà molti vantaggi e coccole (nelle migliori delle ipotesi), ma è anche vero che rimarrà pur sempre l’ultima ruota del carro, quello escluso da una serie di attività e conoscenze, mai “all’altezza” di, mai ancora “in grado di”, “non abbastanza grande per” e via dicendo.

Insomma, in questa come nella maggior parte delle fiabe, il più piccolo è quello che se la cava, quello che ricava i vantaggi maggiori, il più svelto e intelligente, ecc. Il più piccolo inteso in senso più globale (l’essere bambini rispetto alla condizione di adulto), se la caverà. E’ una rivalutazione ed una rassicurazione per i bambini.

Ma il significato di fondo della fiaba non cambia. Infatti, il più piccolo si salva perché essendo piccolo e inconsapevole, sceglie il nascondiglio più assurdo e illogico, quello di cui solo lui può usufruire, in quanto adatto alle sue dimensioni.

E grazie a ciò, rappresenta il testimone di quanto avvenuto, il narratore, il continuatore della storia.

Ciò che succede o dovrebbe succedere nelle famiglie, i più giovani, quelli che sopravvivo della famiglia e alla famiglia, la proseguono, ne continuano le fila e la portano avanti. Per inciso, non a caso le persone profondamente in conflitto con la propria famiglia, spesso la fanno morire con sé stessi, mancando di creare legami e generazioni successive.

La fiaba Il lupo e i sette capretti sta parlando proprio del bambino, attraverso l’artifizio letterario-proiezione “una vecchia capra che ama i suoi piccini, come una mamma ama i suoi bambini”, che rende più leggero e tollerabile il racconto. Immaginatevi l’angoscia del pensare i propri figli rapiti, uccisi, divorati o chissà cosa, ciò toglierebbe lucidità e simbolismo alla fiaba stessa.

Dunque ci descrive la condizione dell’infanzia umana, della sua fragilità e della dipendenza, del bisogno di una guida genitoriale, delle regole, delle conoscenze adulte, ma soprattutto della presenza protettiva del genitore stesso (nel mondo umano assai più che nel mondo animale). La narrazione ce lo mostra molto chiaramente, per quanto i bambini possano essere giudiziosi e obbedienti, non sarà loro possibile far fronte al pericolo, applicheranno le regole in modo ferreo e ligio, senza saper articolare il pensiero, in base alla situazione. Questa loro modalità, da una parte rappresenta il segno di grande rispetto ed osservanza delle norme genitoriali, dall’altra esprime un meccanismo disfunzionale.

Parimenti disfunzionale per l’incolumità, risulterà l’inosservanza delle stesse regole, non necessariamente per sfida, come si potrebbe facilmente pensare, ma semplicemente per curiosità, per spirito d’avventura, per quel gusto di ciò che si preannuncia appetitoso, grazie alla sua presunta pericolosità, che ha acceso l’immaginazione ed il desiderio, di andarlo a conoscere e superare.

Insomma, le parole non bastano, anzi il più delle volte non servono a nulla. I piccoli imparano da ciò che vedono, da ciò che noi facciamo, da ciò che vivono con noi, che gli insegniamo come agire nelle varie circostanze, come pensare, come rispettare le regole, come cambiare le regole, come costruirne di nuove, come applicarle, come trasgredirle, come sognare, come amare, come stare in relazione a sé e al mondo. Alla fine, per quanto la raccontiamo, non potremmo mai nascondere ciò che siamo e ciò che realmente ci muove.

La fiaba delinea molto chiaramente che, per quanto noi diciamo di andare a lavorare, di andare nel bosco a recuperar il pranzo e lo facciamo per i nostri bambini, alla fine lo facciamo per noi stessi, per il nostro sistema di valori, per il nostro piacere, per la nostra necessità.

Ciò che funziona realmente in direzione del bambino, consiste nello stare con il bambino, quindi o nel rimanere a casa con lui ad affrontare il lupo, o nel portarlo con sé nel bosco pieno di insidie, o forse un po’ e un po’.

Con questo, non voglio sostenere che i genitori non abbiano diritto ad andare a lavoro, a fare le proprie cose, a prendersi dei propri spazi, ma come genitori, come educatori non devono affidarsi troppo alle parole, non devono pensare che i precetti sostituiscano i fatti, sostituiscano lui stesso. Non può essere così e non può gettare la responsabilità di ciò, sui figli stessi. I capretti non hanno colpa di essersi fatti ingannare dal lupo, loro sono stati ligi al dovere, hanno rispettato i dettami familiari, ma non hanno avuto l’arguzia, la malizia, la consapevolezza e l’esperienza di svelare l’inganno.

I bambini, pur possedendo un grande intuito ed un sentire infallibile, mancando di consapevolezza di sé, non sanno di possedere tutto ciò e non sanno dargli valore, per cui spesso credono all’apparenza delle cose, intesa in tutti i sensi (vedi ad esempio l’esperimento della reversibilità dei due bicchieri, di Jean Piaget in G. Petter).

E se l’adulto stesso, si ferma a questo livello, fornendo delle regole, delle indicazioni, credendo che ciò basti, non fa che lasciarlo solo nel mondo, magari arrabbiandosi poi per l’incapacità del figlio, per la stupidità, “in fin dei conti gli strumenti glieli ha dati!”

In questo senso, prima citavo il concetto di “salvarsi dalla famiglia”, sopravvivere ad essa, perché spesso il pericolo è insito nella famiglia stessa, nella falsa modalità di protezione, nella guida disfunzionale e destabilizzante. Quante volte si sentono genitori lamentarsi e rammaricarsi, del modo in cui i figli sono caduti nella vita, rispetto alle relazioni, al lavoro, al denaro, a disgrazie e disavventure varie, dicendo “eppure, con tutto quello che abbiamo fatto per lui!”, “Con tutto quello che gli siamo stati dietro!”, “Con tutto quello che gli abbiamo insegnato!”, “Con tutto quello che gli abbiamo dato!” e la lista potrebbe continuare a lungo.

Ma, per fortuna Il lupo e i sette capretti è una fiaba e non una favola, pertanto non contiene questa componente moralistica e giudicante, ma una forte svolta evolutiva e costruttiva. La vecchia capra infatti, nonostante il suo dolore e lo sgomento, mette a frutto la sua arguzia ed esperienza, ma soprattutto la forza della disperazione del non voler accettare che le cose siano in un certo modo, nel voler salvare a tutti i costi i piccoli e si dice che forse il mostro, per ingordigia li ha ingoiati tutti interi e forse non sono stati, stritolati, masticati, digeriti. Il mostro non li ha inglobati ancora e dunque riesce a sottrarli dalla sua pancia, li sostituisce con dei pietroni, come per renderli bocconi indigesti, pesanti fino a diventare fatali, la causa stessa dell’annegamento. Il lupo rimane così vittima, del proprio stesso misfatto.

Ancora una volta, nel finale la saggezza popolare ci rinnova che i bambini hanno bisogno dei genitori, solo loro possono salvarli, solo quei genitori che utilizzano il dolore ed il dispiacere, insieme alla determinazione e alla non rinuncia, al posto di parole, ordini e punizioni, possono veramente far uscire i mal capitati dalla pancia del mostro, dalle pericolosità del mondo. E probabilmente, la mamma capra comprende che sono ancora vivi, perché ha fruttato e sfruttato la propria esperienza personale, la propria condizione di vittima infantile.

Infatti, il messaggio finale della fiaba non è certo un ammonimento contro i pericoli del mondo, ma l’esaltazione del bisogno del bambino e della necessità della presenza dell’adulto, del suo “attaccamento” e delle sue capacità, come accompagnatore nella vita.

Non è neanche l’astuzia, l’esperienza, o il livello cognitivo quello che fa la differenza, ma la disperazione e l’amore, che danno valore a tutto questo bagaglio di acquisizioni. E’ il loro legame, il loro incastro che lo rende evolutivo ed essenziale. L’adulto separato e consapevole quindi, riesce a non far inglobare il bambino, dal mondo e da sé stesso.

Teniamo conto che il lupo sta a simboleggiare due tipi di pericoli: quelli del mondo esterno e quelli del mondo interno. I pericoli del mondo esterno fanno riferimento a tutti quegli elementi effettivi, verso cui può incorrere, che per essere fronteggiati richiedono risorse che il bambino non possiede: es. attraversare la strada, interagire con mal intenzionati, l’uso di oggetti pericolosi, l’uso improprio di oggetti, ecc. I pericoli del mondo interno si riferiscono alle paure del bambino (le naturali paure evolutive, le paure derivate da un attaccamento inadeguato, le paure patologiche) che spesso si travestono da mostri e da lupi neri, che rappresentano un vero disagio e blocco di crescita. Queste, al pari delle precedenti necessitano dell’intervento e co-costruzione dell’adulto.

Ovviamente, i primi chiamati in causa sono i genitori, ma non di meno altri familiari, educatori, insegnanti, ecc., fungono da figure di crescita e di accompagnamento.

Al proposito mi viene in mente l’uomo senza volto.

Questo film si apre con un sogno ricorrente del piccolo protagonista, ambientato nel corso di una festa all’accademia militare. Il ragazzo viene acclamato e festeggiato, accompagnato da ragazze avvenenti, mentre i suoi patrigni incatenati, sfilano come prigionieri di guerra, la sorella minore ormai libera dall’apparecchio ai denti (quindi libera da costrizioni), la maggiore con la bocca chiusa da un cerotto, non può più dir nulla, strozzata dall’invidia, per la sua superiorità intellettuale. Tutto questo trionfo si smorza nell’angoscia: in mezzo alla folla cerca un volto che non riesce a vedere, un volto di cui lui stesso non conosce l’identità.

Il bambino, Chuck Norstadt, secondo di tre figli, si trova in profondo conflitto con la sorella maggiore e la madre, troppo presa dai vari mariti del momento, per poter prendersi cura dell’emotività del ragazzo, orfano di padre e ormai alle porte con la pubertà. I tre, sono tutti figli di padri diversi e le sorelle, in particolare la maggiore, si allea con la madre, schernendolo e denigrandolo spesso.

Dopo il primo tentativo di fuga, attraverso l’ingresso a West Point, finito in un fallimento, decide di riprovare, impegnandosi a studiare per una parte della propria vacanza. A questo scopo, si farà aiutare da Mc Leod, l’uomo senza volto, interpretato da Mel Gibson, un ex insegnante, ormai relegato in solitudine dopo un brutto incidente stradale, costato la vita all’allievo che viaggiava con lui. E’ stata parimenti compromessa la sua carriera di docente e l’integrità della sua faccia.

Questo personaggio ormai sfigurato per metà del volto e per parte del corpo, vive isolato da tutto e da tutti, amareggiato, deluso e addolorato, vede in Chuck, anche lui ragazzo difficile, una seconda possibilità, l’occasione di poter rimediare al fallimento, con il precedente discente.

Per il ragazzo, rappresenta una sostanziale possibilità di avvicinarsi all’accademia e quindi al mondo del padre, deceduto in guerra, secondo i racconti familiari, in realtà finito suicida, in seguito ad un ricovero psichiatrico (verità sbattutagli in faccia per vendetta, dalla sorella maggiore).

In breve i due s'incastrano nei rispettivi bisogni, attraverso le figure del proprio inconscio, l’impossibilità di vedere un volto per il ragazzo ed l’assenza effettiva di un volto da parte dell’uomo, sfigurato dal fallimento e dall’indefinizione. L’uno, impersona l’ombra dell’altro, l’altra parte della relazione, non ancora concretizzata in una persona.

Non a caso, si presenta anche un’interessante analogia fra queste manifestazioni di Chuck, dove si ritrova a fissare il vuoto per ore, che i medici chiamerebbero “assenza o piccolo male” e l’assenza dal mondo, il grande male del docente.

S’insegneranno molte cose l’un l’altro. Il ragazzo passerà egregiamente il test d’ingresso, ma soprattutto imparerà l’importanza del rispetto, delle regole, della costanza, del lavoro, l’importanza del comprendere, la passione, la franchezza delle relazioni, imparerà a darsi una vera possibilità, a perseguire sé stesso fino in fondo. L’insegnante da parte sua, acquisirà un volto, i suoi veri lineamenti, imparerà a doversi conquistarsi la fiducia nel suo allievo, che non è scontata e gratuita. Essere un buon insegnante infatti non basta, è anche necessario essere un buon compagno di relazione, un compagno di vita, una guida anche in assenza. Ad un certo punto, il ragazzo non vedrà più le cicatrici, che scompariranno grazie alla definizione di tratti di una persona completa, in tutte le sue parti.

Un ulteriore richiamo ci viene fornito dall’appellativo “puer stultus”, usato dall’insegnante verso il discente. Dal latino, puer stultus ci rimanda al significato di ragazzo sciocco, insensato, senza senso appunto, senza definizione, che rispecchia appunto la condizione del docente stesso, senza lineamenti e privo di definizione.

I due cresceranno, quando troveranno il volto che stanno cercando, Chuck capisce chi è suo padre e cosa è lui, l’insegnante trova sé stesso nel volto dell’allievo, che gli restituisce rispetto e amore. Ciascuno recupera il proprio passato ed il proprio dolore, Chuck  recupera la verità sul padre ed una sua ipotetica e ipotizzata fragilità psichiatrica, Mc Leod recupera l’incidente, la condanna, la reclusione, la perdita.

Paradossalmente, la crescita si dispiega completamente proprio grazie alla separazione forzata ed imposta, avvenuta proprio dopo essersi trovati. Si rinnova il dolore delle perdite precedenti e l’opportunità di superarle “con presenza” e “grande costruzione”. Del resto, per andare verso il nuovo, altre possibilità ed il cambiamento, è necessario lasciar ciò che è familiare. L’unico modo. per lasciar posto ad altro appunto.

Questo film rappresenta un esempio di un processo evolutivo, condotto da un ragazzo e da una figura diversa da quella familiare, che assolve comunque un analogo ruolo, consentendo di recuperare e tamponare ciò che è mancato nell’ambito parentale. C’è un accompagnamento proficuo e reciproco, al di là delle parole, grazie ad una sintonia significativa, creatasi fra i due membri della relazione. Non c’è solo amore, ma c’è anche complicità, bisogno reciproco, rispecchiamento rispetto a figure inconsce, c’è un vivere insieme, un accompagnarsi crescendo congiuntamente.

Mc Leod, come tanti educatori e genitori, all’inizio è convinto di aver diritto a fiducia e rispetto, a priori. Ma ben presto si rende conto che non è proprio così, che anche lui deve impegnarsi nella relazione, anche lui deve stare in relazione, mettere tutto sé stesso, in modo consapevole, nel segno dello scambio. Anche lui deve prendersi le proprie responsabilità dei meriti e degli errori, presenti e passati, deve prendere atto di aver ceduto una parte del proprio potere, delegando al ragazzo la totale gestione della madre, sotto la falsa veste di una “totale fiducia”. Cede quello che è un suo ruolo: dare confini e regole.

Ed è quello che spesso capita ai genitori delle ultime generazioni, quello che rappresenta il problema più grande degli ultimi anni: le regole appunto! Troppo spesso si è assenti nel fornire una strada, che orienti e rassicuri.

Dare regole è un compito fondamentale e difficile, a cui spesso i genitori degli ultimi decenni, reduci da un sistema educativo assai rigido, hanno abdicato, arrivando fino all’assenza più o meno diretta.

Le regole infatti, non consistono semplicemente in indicazioni sul da farsi, sulla condotta migliore e sulle opzioni nelle varie situazioni, come ha fatto la vecchia capra coi figli, ma nel mostrare il buon esempio, nel vivere con, nel mettersi in gioco insieme, facendo ognuno la propria parte, senza travalicare o fraintendere i ruoli. Ed infatti, è proprio grazie al metro di paragone, che nella fiaba, i piccini possono distinguere il mostro, che ha la voce rauca e la zampa nera, dalle figure affettive (dolci e candide).

Ed invece, come è capitato a Chuck nel film, un po’ per stanchezza, un po’ per irresponsabilità, un po’ per inconsapevolezza, è frequente che ancora di più, in adolescenza, i genitori lascino i figli alla loro vita, credendo che ormai sono grandi e sono capaci di scegliere. Io credo proprio che sì, l’adolescente ha fatto passi da gigante rispetto al bambino, in termini di capacità, pensieri, relazioni, pensiero morale, ecc., ma nonostante ciò non è ancora in grado di gestirsi totalmente da solo.

Ad ogni età infatti, esistono lupi che attentano l’integrità, l’incolumità e la moralità. I bambini infatti, esprimono i propri disagi e ansie, inconsapevoli e inespressi, attraverso la proiezione su queste figure mitologiche, vede mostri sotto il letto, dietro la porta, fuori casa, nel buio, ecc.

L’adolescente a sua volta, avrà i suoi mostri, questa volta più sofisticati, espressi sotto altre vesti, talvolta con una forte componente realistica: i giudizi altrui, i voti, gli insegnanti, gli sconosciuti, i coetanei, i coetanei dell’altro sesso, viaggiare, fare una cosa nuova, tuffarsi dal trampolino, ecc.

In ogni caso, il mostro rappresenta una propria paura, una difficoltà di fronte all’espressione di sé, del dispiegarsi nel futuro. Il mostro non è altro che una parte di noi, la nostra ombra!

Se non accompagniamo i bambini ed i ragazzi, nel mondo, confrontandosi insieme con i vari mostri, ne rimarranno inesorabilmente schiacciati, ne periranno. Il lupo infatti, è astuto e si traveste, rende quindi difficile la sua identificazione.

La fiaba inoltre, mette al suo interno una figura come quella del mugnaio, che nonostante abbia intuito che il lupo stesse ingegnandosi per ingannare qualcuno, cede per paura e fa ciò che dice, senza prendersi la responsabilità di quanto ha compreso. Assumersi la responsabilità delle proprie azioni, dei propri errori, della propria paura, con i piccini e di fronte ai piccini, permette di integrare e superare la propria ombra senza rinnegarla.

E’ proprio il vivere con, che permette ai bambini di guardare con un altro occhio, di sentire, di dare ascolto all’intuizione, sostenuta dalla fiducia e dalla certezza di sé, l’unica in grado di sfatare l’inganno.

Vivere insieme significa trovare con loro un nuovo ritmo sonno-veglia, affrontare un mondo freddo e rumoroso, accompagnarli emotivamente il primo giorno d’asilo, il primo giorno di scuola e in tutte le nuove esperienze, significa accompagnarli nel sonno, attraversare la strada con loro, essere presenti al parco quando nascono diatribe sui turni dell’altalena, capire con loro cos’è successo in una data situazione, osservare cosa succede nelle sue relazioni, guardare insieme la nostra relazione, commentare insieme la TV, giocare, sognare, piangere, ecc.

Nella fiaba alla fine per il lupo, i piccini sono diventati pietroni indigesti ed è proprio il peso di ciò, la conseguenza delle sue azioni, che lo hanno condotto alla morte!

Nel legame e nella co-costruzione, i mostri periranno nell’indifferenziazione del passato, cedendo il posto a nuovi passaggi evolutivi.

Il bisogno dei capretti sarà soddisfatto, creando un ponte verso la crescita e l’individuazione. E le vecchie capre impareranno il dono della pazienza, della tolleranza, dell’accettazione e della creatività!

 

 

BIBLIOGRAFIA E FILMOGRAFIA

 

Grimm J., Grimm W. (1951). Fiabe. Torino, Enaudi.

Mel Gibson (regia) (1993) USA. L’uomo senza volto. Attori: Mel Gibson, Margaret Whitton, Nick Stahl, Feoffrey Lewis. Gen. Drammatico.

Petter G. (1961). Lo sviluppo mentale nelle ricerche di Jean Piaget. Giunti, Firenze.

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23 aprile 2011 6 23 /04 /aprile /2011 16:04

Scuola d’Infanzia?

Dott.sa Sabrina Costantini

 

 

 

 

 

La Scuola d’Infanzia o Scuola Materna, rappresenta uno dei primi luoghi, esterni alla famiglia, dove il bambino viene educato, tutorato e accompagnato nel processo di crescita, nel concreto della sua quotidianità.

Rappresenta il luogo, dove il bambino dai tre ai sei anni, trascorrerà dalle quattro alle otto ore o più della propria giornata, per cinque o sei giorni settimanali, per 10-11 mesi l’anno. Già questo semplice calcolo, ci fa prendere coscienza dell’importanza, del peso e della significatività che quest’esperienza avrà sulla mente, sul corpo, sull’educazione, sul benessere totale dei nostri piccoli.

Non a caso, sono più di cento anni, che si disquisisce di pedagogia, psicologia, pediatria, alimentazione, organizzazione, costituzione, arredi, ecc. In questo senso, Maria Montessori rappresenta l’antesignana e la promotrice, della ristrutturazione dell’ambiente a misura di bambino.

La dott.sa Montessori, ha avuto la grande intuizione e consapevolezza di dare risposta ai bisogni dei bambini, nei termini della loro dimensione, rispettando i loro modi, i lori tempi e gli strumenti preferenziali (es. l’apprendimento attraverso l’esplorazione percettiva), ridimensionando gli ambienti, gli strumenti, gli obiettivi, secondo la loro natura ed esigenza. Questa è stata la sua grande innovazione, lo stravolgimento teorico-pratico applicato alla sua Scuola dei Bambini. Non un ambiente a dimensione di adulto, ma a dimensione di bambino, nel rispetto della sua natura e naturalezza, nella libertà, sinonimo di creatività e disciplina, autoimposta dal bambino stesso, nel momento dell’impegno interessato.

Lei, insieme ad altri illustri pedagogisti italiani ed europei (le sorelle Agazzi, Binet, Clapared, Decroly, Cousinet, Mario Lodi, Don Milani, ecc.), hanno dato vita ad un movimento continuo, una spinta a comprendere i bisogni del piccolo, gli strumenti atti a favorire e sviluppare le sue risorse, gli spazi di crescita potenziali (Vygotskiy), gli ambienti più adeguati e confortevoli, ecc.

Del resto, qualche anno prima (1840) in Germania, nascevano i Kindergarten di Froebel, ovvero i Giardini d’Infanzia, che individuano nel “giardino” in senso simbolico, luogo aperto, sconosciuto e conosciuto, pieno di stimoli e di libertà, l’ambito preferenziale di crescita, dove il bambino-pianticella può essere “educato” dalle maestre-giardiniere, che ne rispettano la sostanziale natura.

Si mette dunque in risalto, il significato pieno e originale del termine “educare”. Educare deriva dal latino “e-ducere” ovvero “tirar fuori”, portar all’esterno, quindi rendere visibile e applicabile le spontanee inclinazioni e capacità dell’individuo. Non più una rigida disciplina, imposta dall’esterno, secondo dettami etero determinati, estranei alla logica d’infanzia, ma la centralità del bambino in tutte le sue varianti. Non c’è da costruire niente, ma da far emergere ciò che esiste già nella sua natura, nel suo bagaglio di possibilità.

Bene! A più di cento anni di distanza, si continua a parlare in questi “termini educativi”, si fanno convegni, seminari corsi di laurea, di specializzazione, master e quant’altro necessario, per capire la sua psicologia, per coglierne l’essenza, per applicare tutto ciò, per individuare il metodo didattico, la linea pedagogica più adeguata. Si sperimenta in continuazione, si prova, si riprova, si discute e si cambia.

Insomma, fin qui sembra veramente che il bambino sia al centro di sé stesso e di tutto il sistema educante. Al centro della Scuola appunto!

Ma …………. Caliamoci adesso nella realtà concreta, di quanto stiamo dissertando e osserviamo, per comprendere se è veramente così. Entriamo in queste fatidiche strutture a portata di bambino.

La maggior parte di noi ha uno o più figli: fermiamoci nell’ambiente in cui sono immessi! Non accontentiamoci di sapere, che sono in un posto sicuro!

E’ poi così sicuro, quel posto?

Per semplificare, tralasciamo la realtà degli “asili dell’orrore”, che ci auguriamo siano solo qualche rara eccezione. Anche perché, forse, non siamo ancora pronti per leggere i numeri in questo senso. Potremmo inorridire, pensando di essere tornati agli albori delle scuole d’infanzia, con metodi primitivi e rigidi, dove il bambino veniva lasciato a sé stesso, tutt’al più contattato con richiami alle regole, attraverso rigide punizioni corporali e psicologiche.

Torniamo ad osservare la nostra abituale, rassicurante realtà. Entriamo un po’ più all’interno delle Scuole d’Infanzia, che ci circondano.

A fronte delle svariate disquisizioni sull’importanza di una dimensione ed altezza di bambino, che favorisca la sua autonomia, la libertà di movimento e manipolazione agevolmente accessibile, talvolta non si è ancora giunti a tale livello, rimanendo ancora ad un’epoca pre-montessoriana.

Altre realtà, che evidenziano una ben compresa strutturazione “a dimensione di bambino”, abbondano poi in elementi poco sani e rassicuranti. Le migliori scuole possiedono ambienti nuovi, rinnovati, puliti e adeguati, ma non tutti sono così. Vi sono asili con crepe murali, con umidità strutturale, con infissi vecchi e deteriorati, per non parlare di ambienti non perfettamente puliti, giardini inadeguati e talvolta pericolosi (radici sporgenti, alberi mal potati, ghiaino, ecc.).

Vi sono poi strutture, il cui ingresso risulta affatto protetto. Si accede liberamente dalla porta aperta, previo cancello aperto, dove può non esservi nessun membro del personale, che filtra e accoglie chi fa ingresso. Ma anche qui, ci auguriamo che siano solo rare eccezioni!

Passiamo alla dimensione più curricolare. Tutti gli asili, si vantano dell’utilizzo del multi materiale, del materiale naturale e di quello riciclato. Ma nel concreto, quanti effettivamente utilizzano questi materiali? Quanti aiutano il bambino a  comprendere che se ne può ricavare qualcosa d'interessante, che i materiali possono essere riciclati intelligentemente e creativamente? Quanti piani educativi (che non siano nidi e non sempre neanche quelli) prevedono l’utilizzo di farine, zucchero, sale, sabbia, acqua, argilla, stoffa, ecc.?

Di tutti questi materiali, di tutti questi progetti, se ne fa un gran parlare, si riempiono articoli, riviste e libri, ma poi quando e come si utilizzino, è un gran mistero. Il più delle volte, vediamo il loro impiego nei ricordini per i genitori, in occasione delle decorrenze (Natale, Pasqua, fine anno scolastico, ecc.). Ciò, non fa che rimarcare un lavoro in funzione di un “far vedere”, di un “mostrare a” e non, un lavorare per far sperimentare, per far scoprire e apprendere, per tirar fuori.

Alla fine, per semplicità e comodità si usano matite e pennarelli, talvolta tempere. Magari s'insegna a scrivere prima del tempo, così che i genitori non possano che esserne contenti ed orgogliosi!

Basta guardare i grembiulini dei nostri figli, osservare di cosa sono sporchi o puliti e sapremo cosa hanno fatto o non fatto!

Ma è veramente questo, quello che vogliamo? Ma è veramente questo, quello che ci propongono le tante teorie, pedagogie, gli illustri pensatori? E’ questo che serve ai nostri piccoli?

Non credo sia utile, precorrere i tempi. Non credo serva, insegnare a leggere e scrivere, prima del tempo. Non credo sia giusto, relegare i bambini alla monodimensionalità, per altro rigida, di matite e pennarelli. E’ importante stare nell’età dei bambini e dare ancora spazio alla dimensione percettiva, corporea ed esplorativa, base e prerequisito, per l’apprendimento scolastico. Dando quindi risalto alla continuità con le attività dell’asilo nido. Il nido rappresenta proprio il luogo di “calore e accudimento” (almeno in teoria).

Spesso invece, si pensa che una volta arrivati alla scuola materna, i bambini siano ormai grandi e debbano andare verso la scuola, verso ciò che apprenderanno. Non si capisce perché, a tre anni si è già grandi e si deve essere responsabilizzati in modo abnorme! Eppure, avevamo detto che si tratta di Scuola d’Infanzia!

Ma fino a qui è tutto ancora, “abbbbbbbbastanza” tollerabile.

Andando oltre, proseguendo per il nostro cammino, troviamo lo spazio del corpo. Viene chiamato rigorosamente e “scientificamente” “educazione motoria”. Una bella parola, che sa proprio il gusto della pedagogia, dell’evoluzione dei tempi, sa di buono per il bambino, qualcosa di studiato minuziosamente.

Ma se andiamo a guardare dentro la parola e a calarci nel concreto, nel contenuto dell’educazione motoria, potremmo inorridire o sorridere, in base alle vedute. L’educazione consiste, fra le altre cose, nel far ballare i nostri bambini a tempo di “wakka wakka ieh”e far scimmiottare “un movimento sexy” o quant’altro detti il tormentone del momento e le veline di turno.

Dov’è stata messa l’esplorazione del corpo, dei suoni e del corpo a tempo di suoni, nella sua più totale naturalezza e semplicità? Mi chiedo dov’è stato messo l’innocente “ballo del qua qua” o la sapienza delle antiche canzoncine?

Qualcuno potrebbe sdrammatizzare, dicendo che sono solo attività innocenti, vissute da bambini innocenti, che vanno al passo con i tempi. I bambini sono sicuramente innocenti, ma non si sa perché li si vuole già ridimensionare ed indirizzare a suon di veline! Perché mai li si vuol portare a spasso, coi tempi della TV e delle mode?

Sembra che non si colga la mostruosità dell’effetto uniformante! Già si vedono e si sentono ovunque messaggi e spinte induttive, volte ad indirizzare condotte, azioni, idee, sentimenti, progetti, ecc. Non credo ci si debba mettere anche la scuola. Al contrario, proprio la scuola dovrebbe fare da contrappunto, da luogo di pensiero, di autonomia, di libertà, di crescita. La scuola dovrebbe fungere da alternativa!

Fermiamoci adesso alla TV. Credo che nessuno di noi, porti i propri figli alla scuola d’infanzia, per farli guardare la TV. Ne guardano già abbastanza a casa, dai nonni, nei bar, nei negozi, dal parrucchiere e in qualunque posto essi vadano (ormai anche l’ospedale riempie l’attesa dei pazienti con questo mezzo, dimenticandosi del ruolo della socializzazione).

Eppure, molti asili intrattengono abitualmente i bambini, attraverso questo mezzo, di solito dopo il pranzo o negli spazi di attesa (al mattino nell’orario d’ingresso, al momento dell’uscita, ecc.), come se non esistesse altro modo per impegnarli nei momenti di passaggio. Le fiabe e le storie, non esistono più! Si è persa totale memoria, dei fratelli Grimm. Si è perso di vista quanto siano importanti le fiabe per i bambini, soprattutto le fiabe narrate, interpretate e raccontate con partecipazione e passione (Bettelheim, 1977).

Spesso le educatrici, si difendono dicendo di mostrare solo cartoni assolutamente innocui, come quelli della Walt Disney. Ricordiamoci che la violenza della TV, come del PC o dei videogiochi (Costantini, 2009), risiede su un duplice versante: nel contenuto e nella forma. Tanti cartoni animati, apparentemente innocui, in realtà sono portatori di grande violenza diretta e indiretta, verbale e comportamentale, fisica e psicologica. Per cui, la non violenza di un innocente cartone, deve essere dimostrata e non presunta!

In secondo luogo, è la forma, ovvero la natura stessa dello strumento ad essere fortemente nociva. Il video infatti risulta deprivante, passivizzante, aggressivo, nella sua modalità di somministrare contenuti, con tempi e modi incalzanti, travolgenti ed invadenti, spesso sotto una forma subliminare.

In considerazione di ciò, mi sembra del tutto inappropriato, lasciare i bambini davanti allo schermo, tanto più da soli, anche fosse solo per attendere che i genitori o i nonni vadano a prenderli.

Non solo si sottopongo ad uno strumento violento, ma si toglie loro uno spazio importante: il tempo dell’attesa, indispensabile per contattarsi con le proprie emozioni di ansia, desiderio e paura. Tutti elementi utili per un passaggio casa-asilo, asilo-casa graduale ed emotivamente adeguato.

Le fiabe invece, come detto altrove, appartenendo al mondo simbolico, aiutano a transitare da uno spazio all’altro, attivando le emozioni e le risorse del bambino stesso. Le fiabe narrate inoltre, creano una relazione intensa e ricca fra il piccolo e l’adulto, che lo aiuta a spostarsi da una dimensione ad un’altra. Nonostante ciò, se n’è perso memoria a favore dei mezzi mediatici, più facili da fruire, meno richiedenti ed impegnativi.

Per incrementare la dose, capita spesso che anche la prima accoglienza del mattino venga sottovalutata e mal gestita, quasi fosse una timbratura di cartellino, i bambini entrano nella stanza senza essere accolti da nessuno o con un’accoglienza tutt’altro che affettuosa. Certo i bimbi sono tanti, ognuno ha la sua esigenza, ma non si può pensare di passare ore ed ore con loro, con lo stesso entusiasmo ed emotività con cui si lasciano passare i pezzi su un nastro trasportatore! Se un’educatrice non possiede la generosità e la capacità di un sorriso accogliente, quasi sicuramente non possiede la pazienza di comprendere dove stanno le risorse di quello specifico bambino, quale fase della sua vita sta attraversando e quali paure lo attanagliano.

Se vogliamo, la lista delle cose che non vanno, può essere lunga e significativa, diversificandosi su piani diversi, in base alla struttura in questione.

Un esempio fra tutti, può essere rappresentato dall’educazione a tavola. In alcune strutture si punta molto, in modo più o meno rigoroso, sul silenzio, sulla disciplina, sulla compostezza, sull’accettazione incondizionata del pasto. Ahimè, queste norme poi slittano su alcuni particolari “insignificanti”. Non si chiedono più i bavagli, perché i bambini di tre anni ormai sono grandi e poi ci sono i tovaglioli di carta a svolgere questa funzione, si scivola poi su condotte non proprio educate ed educative, nel momento in cui la carta finisce e la direzione non la fornisce più. In questi casi, la cattiva condotta di pulirsi al grembiulino, viene incoraggiata e favorita in modo più o meno diretto.

L’educazione a tavola dunque, diventa un tema discusso e contraddittorio! Pensate alla confusione dei bambini, quando i genitori a casa li brontoleranno, perché si puliscono la bocca alla manica della maglia!

Ci sarebbe poi da discutere su certi menù, che io mi auguro nessun pediatra abbia approvato, in quanto assolutamente fuori da una sana ed equilibrata alimentazione. In certi casi, l’equilibrio propende più per il portafoglio che per la sanità!

Per non parlare degli istituti dichiaratamente religiosi, che impongono ai bambini (dai tre anni in poi) l’indicibile violenza, di dover partecipare alla messa! Al di là della religiosità o meno di ciascuno, penso che non è per tutto questo, che portiamo i nostri figli alla Scuola d’Infanzia. A tre anni, non c’è lo spazio, l’attenzione e la comprensione globale, necessari per permettere un apprendimento libero. Credo proprio che nel 2000, in una società multiculturale, tesa alla totale promozione della libertà, non ci sia posto né ragione d’essere per l’indottrinamento, di qualsiasi tipo. Far partecipare un bambino di tre anni alla messa, in modo sistematico, significa proprio questo: “indottrinamento”.

Di sicuro gli asili non sono più giardini dove coltivare l’età infantile, le risorse, la creatività, l’emotività e l’educazione. Magari si riempiono i programmi di attività super ambite come il PC, l’educazione motoria, la lingua straniera, la danza, l’educazione all’ascolto musicale, ecc. Ma alla fine, si perde la finalità di fondo di questo luogo: coltivare l’individualità del bambino.

E’ l’individualità del bambino a dover essere coltivata e non l’interesse dell’adulto, le sue possibilità economiche, le sue potenzialità, la sua preparazione o impreparazione, il buon nome dell’istituto, ecc.

Comprendo che sia più facile pensare che la Scuola d’Infanzia, sia un buon luogo per i nostri figli. Ciò ci aiuta ad andare a lavorare tranquilli. Purtroppo non è detto che sia così, non diamolo per scontato, poniamoci in posizione critica rispetto a tutto ciò ed entriamo un po’ dentro il merito di quanto sappiamo solo in teoria, entriamo dentro queste stanze e nella quotidianità del bambino. Non basta pensare che non venga picchiato e che gli s'insegnino cose, reputate importanti.

Altrimenti, la TV, il PC ed i giochi in video gli istigano aggressività e passività, la scuola lo indottrina e lo abitua ad adattarsi. Cosa ne resterà di lui? Cosa ne sarà delle sue potenzialità?

La cosa ancora più sconcertante è, che per collocare i propri figli in questi asili, è necessaria una trafila difficile e complessa, talvolta quasi impossibile. Si devono fare carte false, per rientrare negli asili privati o essere in serie difficoltà per entrare negli asili pubblici. Secondo questa logica, dovremmo anche ringraziare, del posto che ci offrono. Allora quello che rappresenta un diritto, diventa una fortuna, una chance fortunata e non si può che star zitti e far finta che tutto vada bene.

Le liste di alcuni asili comunali, si basano su criteri incomprensibili. Fra le altre cose, chiedono se vi sono nonni in vita (talvolta se sono anche in salute). Come se questo bastasse, a far slittare in secondo piano la propria richiesta. Ma, avere dei nonni in vita non significa che questi siano abili a gestire dei bambini, che lo vogliano fare e che i genitori glieli vogliano affidare. Sembra una realtà dell’orrore, dove la libertà e la scelta, sono ormai scomparsi da lungo tempo.

Per non parlare degli addetti comunali che ritirano le domande, spesso assolutamente scortesi, maleducati e poco presenti sul posto di lavoro.

Ma chi controlla tutto questo? Chi ci garantisce i nostri diritti? Chi ci permette di tradurre le potenzialità nostre e dei nostri figli, nella piena serenità?

In fin dei conti, chiediamo solo di poter andare a lavoro tranquilli e sicuri del fatto che i nostri bambini, crescano sani e rispettati.

Talvolta, non sono sufficienti migliaia di corsi di formazione, a sensibilizzare e formare realmente il personale, che si occuperà di loro. Eppure, è molto più facile sgominare atti di violenza cruenta e insensata nei così detti “asili dell’orrore”, piuttosto che una serie di violenze sottili ed invisibili, dettate dalla mancanza di motivazione, sensibilità, formazione, teorizzazione, organizzazione, presenti nei così detti “asili normali”, che circondano la nostra quotidianità.

E proprio per questo, che questi atti violenti, diventano procedure collaudate che si ripetono stagione dopo stagione, equipe dopo equipe.

Il mio può sembrare un occhio troppo pignolo e critico. Forse lo è, ma se desideriamo che i nostri figli siano il più possibile sé stessi e siano felici, che sviluppino tutte quelle qualità che possiedono e che noi ci aspettiamo da loro, dobbiamo noi per primi rispettare la loro natura e non permettere che nessuno, la metta da parte.

Rifletto e discuto su tutto questo, con la forza della rabbia ma ancora di più con la luce dello sconcerto. Non riesco a capire, da che parte siano finite le nostre idee, le nostre voci e come mai ci sia silenzio e tacito accordo, su tutto ciò che ci “somministrano” prepotentemente!

Noi ci aspettiamo grandi cose dai nostri figli, ci aspettiamo che sappiano fare tutto ciò che noi, non abbiamo fatto nella nostra vita, forse anche loro si aspettano da noi che sappiamo fare tutto ciò che loro non possono fare, che abbiamo il coraggio di superare noi stessi!

 

 

AUTORE:

Sabrina Costantini, Psicologa Psicoterapeuta

Male: sabrina.costantini1@tin.it

Blog: http://sabrinacostantinipsicologia.over-blog.it

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

     Bettelheim B. (1977). Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe. Milano, Feltrinelli.

Costantini S. Il bambino e la TV: tra Tg e cartoni animati. Pubblicato varie parti, rispettivamente il: 09/10/09, 19/10/09, 02/11/09, 16/11/09, 30/11/09, 21/12/09, su www.psiconline.it.

Costantini S. Video Giochi: una dipendenza nascosta. Pubblicato il 30/06/09 su www.psiconline.it.

Fornaca R. (1985). Didattica e tecnologie educative. Storia e testi. Milano, Pricipato ed.

     Grimm J., Grimm W. (1952). Fiabe. Torino, Einaudi.

Montessori M. (1908). Come si insegna a leggere e a scrivere nelle “case dei bambini” di Roma. In Diritti della Scuola, anno IX, n°34, 31 maggio 1908.

Montessori M. (1970). Educazione per un mondo nuovo. Milano, Garzanti.

Montessori M.(1909). Il metodo della pedagogia applicata all’educazione infantile nelle case dei bambini. Città di castello, S. Lapi ed.

 

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22 febbraio 2011 2 22 /02 /febbraio /2011 14:00

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Proprio ieri, mi sono imbattuta in un articolo  sul sito Educare.it, che riporta un intervista del Prof. Bollea del 2008.

Sono stata felice di scoprire di non essere l'unica a pensare certe cose!

Qualcuno ha commentato che è la descrizione di un'utopia. Se è così, sono comunque contenta di non essere l'unica pazza visionaria.

In fin dei conti, il mondo si cambia grazie allo stimolo, di progetti senza un senso apparente, di follie, di progetti utopici.

 

Giovanni Bollea ci propone molte cose interessanti, fra cui l'idea che si deve insegnare ai bambini ad essere Rivoluzionari, cioé ad Amare!

Sembrerebbe un discorso da religiosi, ma no, è un discorso di altro tipo, è la spinta ad insegnare ad amare sè e amare gli altri, ad orientarsi verso chi ha bisogno, ad insegnare ad essere utili.

E' la logica di una scuola nuova, di una scuola che non esiste, ma che dovrebbe veramente aiutare a crescere nel rispetto!

Invece la scuola, orienta verso la logica del Denaro! Unicamente del Denaro, del Successo, della Fama, del Tecnicismo, ecc.

La scuola non forma i ragazzi, li riempie di nozioni, insegna ad essere competitivi, ad essere vincenti.

Invece fin dalle elementari, la scuola deve essere il luogo dei valori e

i Genitori non devono assolutamente pensare di essere destituiti dal loro ruolo. Anzi, i genitori continuano ad avere la responsabilità in prima linea, dei loro figli.

I genitori, insieme alla scuola devono prendersi l'impegno e la responsabilità del futuro dei propri ragazzi,

salvandoli dal materialismo, dal consumismo, dalla pubblicità e da tutti i falsi valori vigenti in questa società "usa e getta".

 

Direi proprio, che dobbiamo insegnare ai nostri bambini ad essere Rivoluzionari!!

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