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18 febbraio 2013 1 18 /02 /febbraio /2013 11:42


Qualcuno volò sul nido del cuculo
Regista
Milon Forman


1975 Usa

 

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Tema: ospedale psichiatrico, malattia mentale, sanità,
repressione, violenza

Questo film rappresenta la brillante traduzione dell'omonimo libro di Ken Kesey,
scritto dopo un periodo di volontariato presso un ospedale
californiano, per veterani di guerra.
Il film datato ma attuale e sorprendentemente sottile nel cogliere
la violenza psicologica, la pressione emotiva del personale
ospedaliero, nei confronti dei cosiddetti malati psichiatrici.

Una serie di piccoli, invisibili incastri, costrizioni, che impediscono di volare via nel proprio nido.

Quegli incastri che perpetuano e ricordano i ruoli familiari.

Talvolta ruoli auto imposti, creati all’idealizzazione e dall’amore, talvolta dal troppo amore, dal controllo, dall svalutazione, ecc.


Il bravissimo Jack Nicholson recita il ruolo di un detenuto, che
furbescamente tenta di evitare il carcere mostrando un'instabilità
psichica, che alla fine gli costerà cara.

 

Di fatto Nicholson nei panni di McMuephy,

 porta
una pò di vitalità ed intraprendenza in questo gruppo di “mattarelli”
eterogenei, che del tutto matti non sono, anzi per lo più, sono
persone che hanno rinunciato alla vita e continuano a farlo grazie
alla pressione della cura repressiva.

McMurphy, nel suo ruolo di ribelle, porta lì dentro

Il tema del nido, la convinzione che si possa uscire

da lì, a favore di un proprio progetto.

Non riuscirà poi ad avvalersene, ma lo farà un altro “mattarello”, l’imponente indiano che volerà sul nido di Nicholson, il nido del cuculo appunto.

Quest’uccello infatti, possiede il merito di far proprio, il nido di altri.

Rappresenta un'ottimo spunto di riflessione sul livello di
sanità/malattia, sul confine che li separa, sulla responsabilità di ciascuno nella sanità/malattia,

nonchè sul livellodi curabilità e sanità dei curanti,

sul grado di umanità delle
strutture preposte alla cura dei "non sani" e ....

in ultimo, ma nonultimo per importanza, costituisce un ottimo esempio di buon cinema e
di un cast eccezionale!

 

Se ci riuscite, recuperate anche le interviste agli attori, ai produttori, regista e altri addetti

scoprirete interessanti curiosità, improvvisazioni che hanno reso eccezionali o particolari alcune scene.

Il produttore è Michael Douglas, che ha deciso di volere questo film perché suo padre, Kirk Douglas, anni prima aveva creduto molto in questo libro e in ciò che narrava e lo aveva messo in scena per il teatro.

Ma aimè lo spettacolo non ebbe grande successo e gli attori, anch’essi convinti dell’importanza di quanto stavano rappresentando, hanno insistito molto con lo spettacolo, anche a loro spese!

E quel che non è riuscito a Kirk è riuscito a Michael, ad uno strumento diverso quale il cinema, in un tempo diverso, forse più maturo …..

 

Di sicuro questo film ha ancora da insegnarci veramente tanto!

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Psiche-Soma in libertà - in cinema
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18 dicembre 2012 2 18 /12 /dicembre /2012 14:54

L'uomo che non c'era

Joel e Ethan Coen

 

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parole chiave: responsabilità, delitto, copione, tradimento, sogni,illusioni,relazione

Film in bianco e nero dei fratelli Coen (Joel e Ethan), raffinati come non mai nell'esibizione esasperata di una realtà emotiva e relazionale, assai comune ai giorni d'oggi.

Siamo in America alla fine degli anni '50 ed è lo stesso protagonista Ed Crane, a raccontarci la sua vicenda.
Crane è un barbiere di paese, annoiato e ritirato dalla vita da sempre, ormai passivo di fronte a tutto: non c'è appunto!
Accetta tutto, compreso il tradimento della moglie, protrattosi da tempo lontano ormai.

Proietta un pò di speranze, sognando sul futuro
di una ragazzina figlia di amici.

Speranze illusorie e staccate dalla
realtà.
In un momento di ribellione, compie un atto sconsiderato, che non lo porta certo ad esserci, al contrario gli si ritorcerà sull'intera esistenza, è la resa dei conti: verrà accusato per un delitto non
commesso e passerà impunito rispetto al delitto realmente commesso.

L'eleganza scenica e concettuale di questo film, ne fa una pellicola da non perdere assolutamente.
Il messaggio fondamentale, espresso con originalità e sottigliezza,
ci ricorda di "stare qui" e affrontare la propria vita, fatta anche di insoddisfazioni e arrabbiature, preoccupazioni e fallimenti, di non volare via come il
protagonista, che non era lì, non c'era momento per momento della sua
vita nella sua vita, con la rabbia che avrebbe dovuto provare che lo avrebbe reso
vivo, così come non era lì al momento del delitto non commesso(il titolo originale infatti è The Man who wasn't there), ma di cui alla fine, ha
subito la terribile punizione, anche questa volta passivamente.

Ha accettato proprio tutto!

La paura alla fine, ti rovescia la vita, senza riuscire mai ad  afferrarla nella sua essenza.

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Psiche-Soma in libertà - in cinema
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31 gennaio 2011 1 31 /01 /gennaio /2011 07:45

“Il marito della parrucchiera”

 

Sabrina Costantini

 

 

     Un film lieve e denso nello stesso tempo, che attraverso un clima emotivo leggiadro, ondeggiante fra realtà e sogno, mostra una condizione umana, intrapsichica e intersoggettiva.

     La realtà del destino del desiderio.

     Il viaggio del desiderio dall’infanzia all’età adulta. La trasformazione di un sogno in realtà, tale e quale si prefigura negli occhi di un bambino.

     Lecont ci accompagna nell’autonarrazione silente, confidenziale e intima, grazie alla quale, il protagonista ci svela il suo mondo.

     Fin da piccolo Antoine, amava crogiolarsi nella sensualità dei movimenti pelvici delle danze orientali e nella sinuosità della parrucchiera alsaziana, da cui si recava assiduamente per rinnovare il taglio. Una parrucchiera dai rossi capelli, pelle di porcellana, curve generose. Amava e gustava ogni gesto, le carezze mancate, le sforbiciate e gli odori intensi di lei, “il profumo d’amore che emanava dal suo corpo”.

     Aveva trovato nella ritualità del taglio, quella pienezza che coinvolgeva tutti i sensi, quello stato che, inebriando sospende due metri da terra.

     Fino al suicidio di lei: un taglio definitivo. Non per Antoine però!

     Ecco il suo grande progetto di vita: sposare una parrucchiera! Confondendo la prestazione della professionista con il calore umano, ancor più con quello sensuale e femminile, coltiva questo progetto sotto la spinta infantile onnipotente del: basta desiderare fortemente qualcosa, perché si avveri. Se non si avvera, significa che non l’hai voluto abbastanza! Non c’è sogno irrealizzabile. Spinta derivata direttamente, dall’insegnamento paterno.

     In effetti, ormai adulto, incontra Matilde, una parrucchiera a cui chiede “la mano”, già al primo taglio. Ed è esattamente ciò che si attaglia al suo desiderio. Una parrucchiera sensuale, che già al primo contatto gioca ad alimentare seduzione e desiderio. Lo lascia desiderare, attendere e al secondo taglio, acconsente a sposarlo.

     Il padre si rifiuta di accettare questo desiderio d’infanzia realizzato e né lui né la moglie si fanno vivi al matrimonio.

     Inizia così la loro “vita vera, un battello immobile”.  In uno spazio senza tempo si sposano e trascorrono la vita diurna nel negozio di lei, fra un cliente e l’altro, la vita notturna, nell’appartamento soprastante il negozio. Ma non c’è che breve traccia della notte, in realtà la giornata nel negozio è uno spazio pubblico e privato, reale e onirico, diurno e notturno contemporaneamente. L’unica notte che trova spazio nella rappresentazione è un momento di trasgressione, d’uscita dalla realtà, attraverso lo stordimento da lozioni e profumi, ingeriti come alcool.

     Antoine, ama Matilde per il desiderio ed il piacere provati, nei confronti dell’altra parrucchiera. A sua volta con questa, spostava l’origine del desiderio, attribuendo i continui tagli, al volere di un’altra donna: la madre.

     Madre che, investiva su di lui in modo parziale, acchitando le sue parti intime, con odiosissimi costumi fatti a mano, irritanti da indossare e anacronistici (arricchiti di pon pon-ciliegia). Insegnandogli indirettamente, “l’importanza dei suoi genitali”!

     Ogni cosa non è mai al suo posto, ogni aspetto è oggetto d’investimento parziale o proiezione su altri fronti. Non ci sono confini, non c’è distinzione, non c’è esame di realtà.

     In un clima di sogno, irrealistico ed ovattato, la coppia permette ai clienti, di entrare ed uscire nella loro vita, come fossero brevi intermezzi. Lui passa il tempo a compilare cruciverba, a guardarla e a godere. Del resto il padre gli ha insegnato che le donne sono come i cruciverba, “più ti resistono e meglio è quando cedono.” “Lo capirai quando sarai grande!”.

     Lei legge rotocalchi, lo seduce, lo invita a terminare cruciverba, taglia capelli e si fa amare. Matilde appare leggera e leggiadra, una figura delicata, piacevole ma inconsistente. Non porta dietro, niente del passato, non ha conservato alcuna foto di sé. Non mostra, del proprio mondo interno, che qualche episodica angoscia.

     E’ una vita a due senza condivisione. La presenza di altri, viene da loro vissuta come segno di sgretolamento della coppia. Assistiamo infatti, ad un’unica uscita di cortesia, nei confronti dell’ex proprietario del negozio, ormai ospite in un ospizio, in attesa di morire.

     Ogni elemento che sconfini dalla diade rintanata nel negozio, sembra produrre dileguamento, angoscia, perdita.

     Nella sua sconfinata beatitudine, lui non si accorge della profonda angoscia della moglie. L’angoscia di sempre, di venir dimenticata, di invecchiare, di non essere più al centro del desiderio, di perdere la lucentezza della propria immagine, su cui ha investito una professione e la vita intera.

     Infatti, seguendo il copione dell’altra, Matilde si suicida.

     Malgrado ciò Antoine, non riesce che ad impersonare il ruolo di marito della parrucchiera e a tenere in piedi il proprio sogno. Continua a compilare cruciverba, accoglie clienti ignari, intrattenendoli con danze orientali, sussurrando “fra un po’ la parrucchiera arriva”.

     Come se quella danza funzionasse come colpo di spugna su ogni evento, pronto a cancellare dispiaceri e malumori.

     Mostra di non riuscire a lasciare niente del passato, porta dietro tutto, in modo palese e uguale a se stesso. La sua testa “è ingombra di pensieri ingombranti”.

     Evidenzia così l’incapacità di elaborare, evolvere e sublimare il desiderio. I sogni, in questo caso, non rappresentano spinte alle realizzazione e crescita interna, ma rimangono puri progetti da concretizzare. L’immagine di sé infatti, sembra confinata al desiderio e al sogno. Non si vede in altro modo se non come oggetto parziale: il marito della parrucchiera. Un ruolo disegnato sull’immagine dell’altra.

     Del resto entrambe i genitori, gli hanno fornito insegnamenti parziali e fini a se stessi, come mere procedure o credenze, rimaste immutabili nel tempo. Gli passano un’educazione un po’ “didascalica” e rigida, che non trova integrazione e forza nell’insieme della persona, nelle varie fasi di crescita. Questa realtà concreta, povera di nutrimento emotivo, porta Antoine a cercarne un surrogato: il contatto con una parrucchiera, al momento del taglio! E’ disposto a perdere qualcosa di sé, per ricavarne contatto, calore e desiderio.

     Separazione e taglio, che ricordano le iniziazioni rituali (alla vita, alla morte, alla pubertà, ecc.), di molte tribù. Come se solo attraverso di esso, il marito trovasse diritto alla vita e al vivere: il suo scopo di vita appunto.

     Entrambe i coniugi inseguono il bisogno incolmabile di essere amati, ma non riescono a coltivarlo e crescerlo. Ciascuno vive nel proprio sogno, proiettato nell’altro, restando soli con le proprie illusioni e angosce. In primis Antoine, che non si accorge dell’incrinatura del loro vivere. Interagisce con risposte da “definizione”, generalizzando superficialmente. C’è solo piacere e godimento, rifiuto e fuga, negazione e diniego della realtà, anche a costo di trapassare la morte.

     Il vago sapore erotico del film, nasconde sotto una facciata leggera e piacevole, una fatuità, un’inconsistenza dell’essere e una desolante solitudine dell’anima, mai pienamente espressa e condivisa, se non esibita nei gesti più estremi, come il suicidio. Una solitudine che non trova le parole per essere espressa e lenita, trasformandosi appunto in angoscia distruttiva.

     Lecont mostra sapientemente e argutamente ciò che capita al desiderio primitivo, non elaborato (la realtà del protagonista scissa dalla realtà degli umani e delle cose), al corpo separato dall’immagine e dal sentire, al pensiero sconnesso da tutto il resto.

     Mostra anche ciò che capita al desiderio sublimato, al corpo che procede all’unisono col sentire e il pensare: il risultato che ne consegue, è la creazione di un film come questo, che lascia il segno, senza giudizio né rammarico.

 

Regista: Patrice Leconte

Produzione: Francia, 1990

Protagonisti Principali: Anna Galiena, Jean Rochefort

Durata: 82’

 

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17 gennaio 2011 1 17 /01 /gennaio /2011 14:21

Confidenze troppo intime

Dott.sa Sabrina Costantini

 

Con questo film, ancora una volta Lecont, ci spinge ad “un guardare”, tutt’altro che passivo. Incuriosisce con tracce sottili, per lasciare a noi il compito di tirare le fila, di quanto c’invita a comprendere.

La scena ha inizio con Anna, che si reca al primo appuntamento con uno psichiatra d’orientamento psicoanalitico, ma ….. bussa alla porta sbagliata, ovvero entra nello studio di un famoso fiscalista.

Si siede ed inizia a raccontare la propria vicenda. Lavora come commessa in una boutique ed è sposata con un uomo da vari anni, che ha perso il lavoro e anche l’interesse per lei. Ormai non la cerca più neanche sessualmente, anzi il marito la spinge a cercarsi un altro uomo, per poter lui stesso, assistere al rapporto fra i due. Ormai, è un’ossessione per lui!

Anna, fuma, piange, parla, senza lasciare molto spazio all’altro. Del resto il fiscalista, accortosi della confusione solo verso la fine della conversazione, non esplicita la propria identità. Riservandosi di farlo, al secondo appuntamento. Cosa, che non accade.

Scosso da quanto sta capitando, il fiscalista ne parla con l’ex moglie, che lo spinge a dire il vero e lo deride, ritenendolo incapace di aiutare qualcuno, in materia di relazioni. Questa lo ha lasciato ben sette volte e al momento intrattiene una relazione sentimentale con un culturista. Non manca però di ricercarlo sporadicamente, per fugaci incontri sessuali.

Il fiscalista, si rivolge così allo psichiatra, per spiegare quanto successo e chiedere consiglio. Questi, gli rimanda la “Sua” necessità di una risposta d’aiuto, individuata nella donna, col verificarsi del malinteso.

I loro ruoli poi, non sono così diversi, entrambe analizzano il dichiarato e il sommerso degli esseri umani! Lo psicoanalista, dal punto di vista dell’economia psichica, il fiscalista da quello dell’economia tributaria.

Lo psichiatra evidenzia come non possa più tirarsi indietro, la relazione è ormai stabilita, la signora si fida di lui e lui ha aperto un varco nel proprio mondo, costituito dall’universo femminile.

E così le sedute proseguono, anche dopo che viene svelato l’inganno. Anna continua a recarsi agli appuntamenti col terapeuta-fiscalista. Lei gli svela squarci della propria storia passata e lui mostra i suoi giocattoli dell’infanzia, posti con cura nello studio.

Anna, ha vissuto in una roulotte con la madre, sempre in spostamento verso il sud, verso il sole. Ogni tanto, la madre portava lì, uomini, dimenticandosi della figlia, che aspettava fuori.

Il fiscalista, vive e lavora nella casa del padre, ereditata a sua volta dal proprio padre, dove insieme ad oggetti, sono tramandate consuetudini, il lavoro e una segretaria, che si comporta con lui, con fare possessivo e intrusivo. Nonostante la loro morte, mantiene ancora intatta e chiusa, la camera dei genitori.

Ed è proprio ciò che entrambe ripetono, nella loro relazione. La pseudo-paziente lo introduce nella propria camera nuziale, lasciandolo lì a guardare. Lo pseudo-terapeutala ascolta, accoglie, si fa incuriosire e la tiene fuori dalla propria camera.

Fino a che il marito di lei, dopo averlo minacciato, lo induce ad assistere alla ritrovata sessualità con la moglie, conducendola in un albergo antistante lo studio.

Il fiscalista, taglia la relazione esplicitando il suo sentire, il suo ruolo di oggetto-mediatore nella coppia e il suo rifiuto di andare avanti. Si è spinta troppo oltre, con “confidenze troppo intime” della ritrovata intimità, senza tenere conto di lui, che è lì a guardare e dei suoi sentimenti.

Si realizza quanto ciascuno temeva ed evitava attraverso queste pseudo ricerche: l’ex moglie con i nuovi pseudo-compagni, Anna con uno pseudo-terapeuta, il fiscalista con una pseudo-relazione. L’errore stesso è uno pseudo-errore, in realtà Anna teme un vero terapeuta!

Ma … il processo evolutivo è già in atto, innescato dalla ricerca stessa e la separazione-separatezza ne rappresenta la sana conclusione.

Da ciò si realizza, quanto reso chiaro dallo psichiatra, la terapia ha come scopo il taglio del cordone ombelicale. Infatti, così avviene per tutti i personaggi.

Anna ha perso il “padre” nella stanza dei colloqui e il fiscalista le restituisce “l’accendino del padre”. In effetti, l’errore si verifica per evitare di lasciar andare il padre e le modalità relazionali infantili. La separazione dal marito, ripetizione del “là e allora” relazionale padre-bambina, la conduce all’individuazione dalle dinamiche familiari. Il fiscalista, le mostra un nuovo mondo di possibilità e di calore umano.

Il film ci fa vivere, con leggerezza e densità allo stesso tempo, il processo d’identificazione materna, da parte della donna, e paterna da parte del fiscalista, modellato con creatività, in relazione ai rispettivi bisogni. C’e separazione e rinnovamento, non rifiuto in toto, di quanto fa parte del bagaglio familiare.

Infatti, il finale vede Anna, stabilitasi al sole del sud, a realizzare la sublimazione di un sogno (diventare ballerina). Il fiscalista, compra un nuovo studio nello stesso paese di lei, con un nuovo stile, una rinnovata luce, una nuova vita.

E le “sedute” riprendono da persone libere ….

 

Regia: Patrice Le conte 2004, Francia

Attori: Sandrine Bonnaire, Fabrice Luchini, Michel Duchaussoy.

 

 

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