Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
14 maggio 2012 1 14 /05 /maggio /2012 10:05

EPILOGO

 

 images-1---3-.jpg

Che cosa dire d’altro?

So che ci si aspetta un discorso finale, un filo che ritrovi tutti gli elementi comuni di queste storie, che unisca le parole e i fatti in un tutt’uno armonioso. So che ci si aspetta una conclusione e dei saluti, un commiato sensato e bello.

Non è facile trovare le parole di commiato. Dopo tutto questo viaggio, salutarci è dolce ma anche difficile, faticoso! Doloroso. Questo è il mio saluto: doloroso.

Adesso che sono alla fine, ripercorro mentalmente i vari passaggi, li rivedo uno per uno, vedo tanti animaletti, tante vicende, tanti bambini, tante emozioni, riflessioni di ogni sorta.

E’ stato difficile incontrare ciascuno di loro, stare con ognuno mettendo un po’ di me e prendendo un po’ di loro, cercando di ascoltare con ogni mia parte, con gli occhi, con le orecchie, ma soprattutto con la pelle e con la pancia, abbattendo ogni possibile barriera del pregiudizio. Mi è costato molto, mi ha richiesto molta energia, attenzione, disponibilità, ho dovuto veramente rompere l’involucro esterno, far entrare e far uscire al di là di ogni mia paura. Tutto ciò ha preteso e richiesto che andassi a spasso con le mie paure e superassi me stessa.

Ed ora che tutto questo processo è giunto a termine ne sento già la mancanza, ne percepisco già il vuoto ed il pieno insieme, il dolore e la bellezza. Sono arricchita, stracolma di cose nuove, di emozioni, ho recuperato cose dimenticate, messe lì, ma adesso si preannuncia una perdita, mi manca il viaggio stesso, il percorso insieme a tutti loro e a tutti voi. Mi mancherà l’appuntamento giornaliero di dialogo con voi e con me stessa, quello spazio che si era creato dentro di me, con me, per me, che se pur faticoso per i ripetuti tentativi di trovare il connubio perfetto fra forma e contenuto di quanto avveniva i me che voleva essere narrato, per i ripetuti tentativi di far star tranquille le mie figlie salterine, nonostante questo e molto altro ancora, questo spazio è stato oltremodo incommensurabile, prezioso e mi mancherà.

E’ stato un gran da fare e ora che sono tornata su questa banchina affacciata sul mare, su quello scoglio nero e lucente rimembrando e riguardando tutto il viaggio, mi rendo conto che è stato bello e importante, ma è stato anche costellato da un costante conflitto.

Una parte di me continuava a dirmi di fuggire.

Cosa ti metti a fare? Il tuo posto è qui sulla banchina, il mondo ed il mare non fanno per te!

Non ti arrischiare in cose di cui non sei capace, non fa per te. Fai finta di esserne capace senza farlo realmente, almeno né tu né gli altri lo sapranno veramente.

Questo suggeriva vigliaccamente, una parte imponente di me.

L’altra parte, voleva essere vista a tutti i costi. Non si arrendeva, non ne voleva sapere, ha detto basta! Basta far finta, basta stare relegata su una banchina di porto, ad ignorare che al di là esista ben altro, basta al baule di una camera, basta al sentirmi stretta e denigrata. Basta al buio sicuro e soffocante di un terreno arido. Basta all’ignoranza, al silenzio, alla ripetizione bieca. Basta ad un confine troppo chiuso, basta alla pochezza, all’indifferenza, basta, basta, basta. Batteva i piedi come un bambino imbizzarrito.

E ancora …… la prima parte, quella adulta, seria, razionale e bacchettona, pur di non correre rischi, a più riprese ha fatto ricorso a tutte le sue armi! Fino ad arrivare alla vergogna.

Non metterti e non mettermi in ridicolo, non ne sei veramente capace, non puoi competere con gli altri, con quelli che hanno successo e che ottengono veramente ciò che desiderano. Tu non sei così! Tu, non ne hai le capacità!

Ma veramente pensavi, di esserlo?

Smetti di giocare e prosegui con le cose importanti!

Questa parte Spaventata ha richiamato la vergogna più profonda e nascosta in me e di me. Ha usato un’arma bieca e difficile da gestire, dolorosa.

Questa volta non mi voglio vergognare, non mi voglio far relegare, annullare, non voglio essere messa in gabbia.

Non vincerai!

Tu non sei più importante di me!

E questa battaglia è andata avanti per un bel po’, fino a trovare momentanee tregue, incontri, scontri, comprensioni. Alla fine l’una ha ceduto all’altra, l’una ha sostenuto l’altra e si sono decise ad andare per mano.

La paura non mi ha mai abbandonata ed è ancora qui, alla fine di questo lungo viaggio! Ancora mille dubbi, timori e impedimenti!

Cosa penseranno gli altri di me? Penseranno che non sono così capace e forte? Perderanno l’immagine positiva che hanno di me? Perderanno la fiducia in me? Tutto questo racconto, che fine farà?

Ed invece no! Il fatto che voglio essere vista, non vuol dire che non ci sia niente da vedere, che non merito di essere vista, non vuol dire che non ne vale la pena.

E’ solo una paura, non la realtà! E nel momento in cui ho detto “basta, voglio essere vista” è nata la mia forza, una determinazione e una vitalità inaspettate!

Eppure, sono sempre stata molto determinata, quindi non dovrebbe essere niente di nuovo. Ma questa volta è stato diverso, prima era per rabbia, ora è per autoaffermazione. Prima era un No agli altri, ora è un Sì a me stessa. Prima mi difendevo, ora mi promuovo. Ora voglio spuntare fuori dalla terra sicura, per librarmi nell’aria profumata e fresca. Voglio nascere!

Sì!

Sì a me stessa.

E dicendo sì, sono arrivata fin qui. Non so come, so che quando ho detto sì, la battaglia è stata meno estenuante. Ad un certo punto, quando ho smesso di nascondere la presentazione di me, i miei denti neri, quanto c’era e quanto mancava, tutto è scivolato via con molta semplicità, le parole e i ricordi scorrevano come scorre l’acqua del fiume, che percorre naturalmente il suo letto senza fatica, dalla sorgente lungo tutto il suo decorso come deve essere e niente altro.

E anche le lacrime sono scivolate via con lo stesso andamento del fiume, soprattutto ricordando il dolore di ogni bambino dimenticato, bistrattato, recluso, maltrattato, depredato, violato. Un dolore mai raccontato, mai alleggerito.

Quelli per altro, sono solo alcuni dei tanti bambini persi nel mondo, che non hanno avuto la loro giustizia, il loro posto, la loro infanzia.

Sentire quel dolore mi ha fatto bene. Mi ha fatto sentire, mi ha risvegliata, ha infranto quella cortina di equilibrio, che suonava anche come copertura impermeabile, come sorriso a denti stretti. Mi ha fatta sentire ancora una volta, insieme a tutti quei bambini, mi ha fatto percepire di meritare quel grande regalo, che tutti loro mi hanno donato.

Questo grande traguardo, è arrivato proprio dopo aver ritrovato la mia piccina chiusa nel baule, prigioniera di uno specchio che non le rimandava più la sua immagine. Quando ho trovato il coraggio di dire ho sbagliato, quando ho trovato la forza di andarla a cercare, di chiederle le giuste scuse, di farla ancora piangere gocce di rugiada e ridere a bocca aperta, solo allora il fiume ha ripreso a scorrere nella direzione sua propria.

Superare il senso di colpa che talvolta ancora mi attanaglia, è un obiettivo che intravedo costantemente nel mio orizzonte.

Senso di colpa per aver sbagliato, per aver chiuso quella bambina in uno sgabuzzino, per aver commesso quel delitto. Senso di colpa per non essermi difesa, per non aver saputo rassicurarmi e proteggermi rispetto alle superbie del mondo. Per non essermi saputa vedere, esattamente come non hanno visto quella bambina, molto tempo fa.

Sarà lunga, sarà dura, ma anche questo avverrà. Saprò perdonarmi.

Ho compreso, ho sperimentato, ho vissuto che alla fine, nei momenti di grande incertezza, quando tutto sembra perduto, quando la disperazione più nera si impadrona di noi, quando il dolore più profondo che sembra spezzarti, in quei momenti veramente duri, così veramente tristi, da cui senti di non uscirne viva, solo un’alleanza, solo un legame forte con lei, con la nostra piccina può salvarci. Solo questo sodalizio, può far superare ogni momento truce della nostra vita, senza distruggerci, senza spezzarci, senza morire.

La bambina ha una grande capacità di amare e di perdonare e noi possiamo imparare da lei proprio questo. La piccola ha bisogno dell’adulta e l’adulta ha profondamente e disperatamente bisogno della piccola. Che c’è di più bello?

Di più bello niente! Ma di altrettanto bello, c’è stato raccontare a voi tutto questo, viverlo e ripercorrerlo con voi!

Spero di riviverlo e ripercorrerlo mille e mille volte ancora, rinnovando ogni volta questo messaggio, questo legame indiscindibile, sentendomi ogni volta mille cose, diverse da niente. Sentendomi infinite volte fragile e forte, spaventata e gioiosa, confusa e sicura, grave e sollevata, allieva e maestra, piccola e grande!

Spero anche che voi abbiate fatto questo percorso con me, che siete saliti sulla magica scopa della simpatica Rossella, lasciandovi trasportare per volare via e ritornare tutti insieme dove eravamo prima, ma mai più come prima. Non è possibile essere come prima, adesso siamo altro, abbiamo nuotato, volato, attraversato il nostro infermo ed il nostro paradiso e ne siamo usciti in due, mano nella mano.

Rompendo la mia cortina ho visto quanto siamo tutti quanti corrazzati e quanta difficoltà mostriamo ad aprirci un varco attraverso di essa. Ho anche dolorosamente rivisto quanto sia difficile amare. Quanto sia veramente complesso e raro riuscire ad accogliere senza pregiudizio e senza limiti, dare senza remore, senza tornaconti, senza egoismi. Sembra veramente difficile uno scambio alla vita, procedere per un viaggio così grande e pur tanto potente. Siamo così capaci di dare consigli ed insegnare. Dobbiamo sempre insegnare agli altri, essere maestri, far vedere quanto siamo bravi, ci poniamo su una cattedra solo perché non siamo capaci di stare sotto, tremiamo alla sola idea di vivere fra i banchi della vita.

Siamo profondamente e nascostamente avari. Abbiamo perso la capacità di avere fiducia, in noi, negli altri, nel mondo, nell’abbondanza, nei mille tesori nascosti in fondo al nostro mare.

Siamo presi dalla paura e non lo sappiamo. Viviamo terrorizzati e annientati da mille piccoli e grandi eventi reali e non reali, possibili e impossibili. Finché non riusciremo ad essere onesti con noi stessi, finché non andremo a spasso con la paura, con la nostra cara paura, non sapremo mai chi veramente siamo.

Noi siamo anche quella paura!

Guardiamoci allora, riprendiamo la fiducia in noi e apriamo, portando a spasso la nostra compagna di viaggio.

Io stessa non credevo, ma c’è ancora musica in me. C’è tanta musica. Pensavo di averla persa per sempre ed invece per sempre la musica sarà dentro di me. E se non lo scambierò con gli altri, tutto questo andrà perso. Tutto questo avrà perso il suo significato d’essere.

Spero tanto che si apra una strada alla fiducia e all’amore. In me si è aperta, non sarà facile ma mi impegno a mantenerla spalancata.

Ringrazio tutti quelli che sono arrivati fin qui, ringrazio le tante persone che mi hanno aiutato ad arrivare fin qui, ringrazio i molti bambini che hanno condiviso generosamente con me le loro tristezze ed il loro profondo dolore. Spero che di tanta abbondanza saranno ricompensati nella vita, come meritano.

Ringrazio il coniglietto per aver saltellato allegramente nel bosco, sbucando da un albero ad un altro, ringrazio lo scoiattolino di aver fatto così tante volte capolino, di aver fatto piccoli dispetti piacevoli, il falco, così alto e leggiadro, di aver guardato in lontananza, di aver sorvolato nel cielo sopra di noi proteggendoci.

Li ringrazio di avermi accompagnata allegramente in questo misterioso viaggio.

Sorrido a tutti loro. Rido a bocca aperta con tutti loro, con tutti voi.

E spero che il filo comune che lega tutto questo, che lega tutti noi sia un percorso un po’ meno Spaventoso e un po’ più Gioioso. Che tutti noi, riusciamo ad essere aperti alla vita e all’amore.

Alla fine dopo tanti ringraziamenti e riconoscimenti, devo ringraziare anche me stessa, per essermi permessa di farmi sconcertare, disorientare, trapassare ed insegnare dalle molte persone, occasioni, storie, ricordi, che ho incontrato fino ad oggi. Grazie.

Ho stretto questo patto con me stessa, cercherò di andare a spasso con la paura per il resto dei miei giorni e più che mai procederò mano nella mano con la mia piccola, perché non debba rivederla quando è troppo tardi, magari di spalle, per l’ultima volta mentre si allontana definitivamente da me e quando ogni possibilità è ormai persa. Io voglio trascorrere il mio tempo con te, piccola mia.

I bambini, hanno sempre ragione! Tu piccola, hai sicuramente sempre ragione!

I grandi, troppo grandi, troppo rigidi, superbi, inconsapevoli, rattrappiti, i grandi troppo spaventati non riescono a vederlo, non lo riconoscono e non diranno mai: scusa. Ma …. I bambini hanno sempre ragione!

 

Alla Farfalla

Alla Pantera

                    A Sabrinella


BIBLIOGRAFIA

 

 

Donaldson J. (autore), Scheffler A. (illustratore) (1999) A Spasso col mostro. Trieste, Emme Edizioni.

Donaldson J. (autore), Scheffler A. (illustratore) (2003). La chiocciolina e la balena. Trieste, Emme Edizioni.

Donaldson J. (autore), Scheffler A. (illustratore) (2010). Gruffalò e la sua piccolina. Trieste, Emme Edizioni.

Donaldson J. (autore), Scheffler A. (illustratore) (2010). Zog. Trieste, Emme Edizioni.

Donaldson J. (autore), Scheffler A. (illustratore) (2011). La strega Rossella. Trieste, Emme Edizioni.

Graad M. (1998). La principessa che credeva nelle favole. Come liberarsi dal proprio principe azzurro. Milano, Piemme Ed.

La Spina E. (2010). Mille volte niente. Milano, Piemme Bestseller.

Marcoli A. (2009) E le mamme chi le aiuta?Come la psicologia può venire in soccorso dei genitori (e dei loro figli). Milano, Mondadori.

Repost 0
Psiche-Soma in libertà - in A spasso con la Paura
scrivi un commento
18 aprile 2012 3 18 /04 /aprile /2012 10:11

CAPITOLO XI

 

IL Seme Spaventoioso

 

 guatan-tavara-2[1]

 

C’era una volta in un paese di cui si è perso il nome, un piccolo orticello.

Lì, non si sa come non si sa perché, se per caso oppure per volere di qualcuno, era finito un piccolo seme. Finito sotto terra, piantato insomma come deve essere per ogni seme.

Si chiamava Spaventoioso e stava ben nascosto in quello spazio tutto suo, ricavato nel terreno. In quella tana c’era caldo e umido, talvolta passavano di lì dei piccoli vermetti che strisciavano allegramente in cerca di qualcosa di buono o semplicemente per fare un pisolino, talvolta capitava anche che ci fosse troppa acqua quando pioveva e pioveva per giorni e giorni, poi all’inverso poteva anche capitare che ci fosse molto caldo e secco, neanche l’ombra di una gocciolina di rugiada che rinfrescasse. Insomma, un po’ così, alle prese con le stagioni, coi cambiamenti della natura, degli eventi, ma tutto sommato andava bene, tutto era nella norma delle aspettative.

Era come tanti altri, almeno in apparenza. Un piccolo seme, leggermente oblungo, di colore chiaro, ma ben tornito e solido. Il suo involucro dava proprio l’idea di essere ben sano e forte.

L’interno era un’altra cosa.

Questo nostro tenero seme era assai gioioso, possedeva una sorprendente grande spinta alla vita, un desiderio irrefrenabile di nascere, di spandere le proprie radici nella terra e le foglie fuori, lì in alto, nel cielo illuminato di azzurro e di sole. Aveva una propensione speciale a librarsi nell’aria, a vivere in terra e in cielo, ancorato e libero.

Nel contempo, aveva una gran paura, era spaventato a morte. Di cosa? Di un sacco di cose. Temeva qualunque cambiamento, qualunque incontro, qualunque evento che lo potesse mettere di fronte a delle richieste, a delle prove, ad ostacoli con cui misurarsi, confrontarsi per il resto dei suoi giorni.

E che c’è di male in questo? Vi chiederete voi.

C’è che il nostro caro semino, si sentiva sempre inadeguato, incapace, vergognoso di sé. Per cui ogni confronto, ogni messa alla prova, l’avrebbe posto di fronte a questa sua pesante sensazione, facendolo sentire incapace e umiliato di fronte al mondo, così bravo, pronto e pieno di risorse.

Oltretutto, non si sa da chi, aveva udito storie spaventose, che gli narravano di cose terribili, impossibili da affrontare, di quelle che ti fanno rabbrividire, tremare fino al midollo.

Si narrava che nella foresta buia e frondosa si possono incontrare dei Gruffalò o il Topo Tremendo, con tutta una serie di animali feroci. Poi in qualunque luogo, ad assediare castelli, a volare, combattere, a catturare streghe, a sputar fuoco, può sempre essere in agguato un gran drago. Che paura!

Non parliamo poi del mare e di tutto quello che può farti incontrare, squali, sardine, polpi, temporali, ghiacci polari e dio sa cos’altro. No, no, non ne parliamo per carita!

Poi ci sono bambini nascosti nelle cantine, soffocati e repressi, solo perché  troppo allegri e gioiosi, troppo rumorosi, disturbano con la loro allegria. Bambini che non possono stare lì, ad infastidire chi deve assolvere dei doveri importanti, quelli necessari per vivere, per diventare grandi, adeguati, seri.

Insomma, figuriamoci se questo nostro semino poteva pensare di essere capace di far fronte a tutti questi mostri e avversità. No, proprio no! Brrr … un brivido gli percorreva subito tutto l’involucro, tremava al solo pensiero e la linfa gli si gelava in ogni anfratto.

Chissà perché mai pensasse questo di sé stesso, perché si vedesse così fragile proprio non si sa. Non si sa ….. ma forse lo si può intuire.

Papà e mamma semi, gli avevano sempre fatto mille raccomandazioni, avrebbe dovuto stare molto attento al mondo, a dove andava e a cosa faceva. Nel mondo ci sono molte contrarietà, esseri malvagi e misteriosi, calamità naturali, l’uomo crudele e potente, eventi che sicuramente non avrebbe saputo affrontare.

Lui era piccolo e indifeso, oltretutto proveniva da una famiglia modesta. I suoi genitori e i suoi nonni prima di loro, erano semi per bene, gran lavoratori, ma semplici semi, di quelli che il mondo truffa facilmente, di quelle di cui ci si approfitta, senza remore, gli si taglia radici e foglie senza pietà. Loro sono incapaci di difendersi da tutto questo, ingenui e onesti come sono.

Poi come se non bastasse, loro non sono così scaltri, non così abili, arrivisti, nel farsi una posizione nel mondo. E quindi fanno parte degli umili e dei deboli, di quelli che ubbidiscono, stanno rintanati quanto basta e si espongono quanto basta, niente di più niente di meno.

Tanto valeva rimanere lì al sicuro, dove tutto era noto e sotto controllo, alla loro portata insomma! Loro non c’avevano mai pensato ad andare oltre quei confini, fuori di lì c’era un mondo che non era fatto per loro.

Glielo dicevano solo per il suo bene, che si levasse ben presto quei grilli dal capo, che sarebbe stato sicuramente più felice. Lui era uno di loro e non poteva pensare di avere un destino diverso! Ma che idee strane sono quelle! Via, ben presto avrebbe capito, intanto doveva ubbidire poi un giorno li avrebbe ringraziati.

“Comprendi bene, che tu sei nato qui ed il mondo dei grandi terreni non è fatto per te! Il mondo fuori di qui, alla luce e al sole è assai misterioso, oscuro, imprevedibile. Sappi oltretutto, che ci sono semi che vivono per più di cento anni, senza sbocciare mai! Loro resistono in quiescenza senza dover fare tanti sforzi, stanno lì pasciuti e beati. Ricordatelo Spaventoioso!”

Ed ecco fatto! Il semino, doveva essere umile, bravo, riconoscente verso le persone gentili ed intelligenti, così avrebbe anche lui piano piano, ricavato una sua nicchia nel mondo, in cui stare al sicuro e guadagnarsi di che vivere.

In fin dei conti, cos’altro voleva nella vita? Avrebbe anche lui incontrato una brava e onesta semina e se dio voleva avrebbe continuato la specie, facendo nascere tanti bei piccoli semini, tali e quali a loro. Bello no? Che altro si può volere?

Forse il mistero sta tutto qui. L’origine della confusione sta proprio in queste convinzioni, nelle raccomandazioni più amorose. Quel tremolio, quella paura costante hanno una precisa ragione d’essere.

Ma …. forse il nostro semino, non era così semplice e umile come gli dicevano loro, forse era anche molto intelligente, resistente, tenace e abile, forse non era esattamente come loro lo dipingevano, come lo volevano vedere, che corrispondeva a come vedevano sé. Probabilmente, non era esattamente come loro.

Di fatto, gli mostravano questo di sé, del suo destino e lui non poteva che accoglierlo, non poteva che crederci, in fin dei conti sono i suoi genitori!

Perché mai dovrebbero mentirgli? Perché mai avrebbe dovuto essere diverso lui?

Eppure, dentro di sé ogni tanto si muoveva qualcosa, un pizzicorio gli animava le ossa, velocizzava la linfa, facendolo incredibilmente saltellare all’impazzata. Qualcosa che non riusciva a fermarsi, a stare in quella realtà, in quella convinzione.

Per quanto si nascondesse, il sole fuori arrivava fino a lui, là giù in fondo alla terra, si faceva sentire e ancora di più l’animava, addirittura gli sembrava di sentire gli odori e i profumi soavi della primavera in fiore e in foglia. Tutto questo mondo esterno e sconosciuto, attivava i suoi desideri di vita, di espansione, di piacere. Risvegliavano in fondo al suo cuore, una gran voglia di vivere!

Si muoveva stranamente e inconsapevolmente una gioia di vita misteriosa ma potente, veramente molto potente, così forte, che spaventa forse più delle raccomandazioni e dei divieti. C’era una gioia, una gran gioia, di quelle che ti riscaldano e ti riempiono oltre ogni misura, oltre ogni logica consapevole. Arrivava addirittura ad invidiare il vermetto che se ne andava arzillo, libero di andare, o il piccolo insetto che entrava e usciva dalla terra con estrema facilità e lui invece lì inchiodato in quel sottosuolo.

Ma subito dopo, come la gramigna nel grano, persistente rispuntava ancora la paura, come per smorzare quella spinta curiosa e imponente, come a ricordargli qual è il suo posto, i suoi confini, la definizione di sé, oltre la quale non si deve assolutamente andare. Non si deve osare!

Gli tornava a mente di una storia che gli avevano raccontato, di un seme in un paese lontano da lì. Di un seme tanto amato e desiderato dai due guardiani dei fiori, che già prima che lui nascesse, se l’erano prefigurato bello, alto, forte e giallo come il sole.

Lo amavano proprio tanto, all’inverosimile. Ma, il guaio è che quel fiore non era affatto alto e giallo come il sole, lui era un semplice ma delizioso fiore di campo, come tanti altri fiori di campo, che però un volta spuntato fuori, non ha potuto essere semplicemente ciò che era. Ha dovuto sforzarsi a tutti i costi, di essere ciò che loro si aspettavano da lui.

Da quanto gli hanno raccontato, per quel fiore è scoppiato un vero guaio dei guai. Infatti quel fiore di campo, pur di non deludere i due guardiani che gli volevano così tanto bene, avrebbe fatto qualunque cosa e si sforzava a più non posso, allungandosi all’inverosimile ed esponendosi il più possibile al sole, per diventare giallo come lui.

Il risultato però è stato un triste risultato, alla fine s’è ripiegato verso terra, incurvato su sé inesorabilmente. Quando s’è guardato, si faceva anche un po’ pena, lì così ricurvo su sé.

Mai e poi mai, il nostro semino avrebbe voluto ritrovarsi in quell’orribile situazione, mai e poi mai! Troppo difficile, troppo doloroso, tremava dallo spavento di aver dovuto tollerare tutto questo, di non esserne in grado, di non saperlo gestire, di non poterlo tollerare.

Come avrebbe mai potuto superare tutto ciò?

No, no, assolutamente no! Non sarebbe mai uscito di lì, non ci pensava proprio. Ma per chi? Ma per cosa? No e poi no! Neanche se lo venivano a prendere per forza.

Del resto, lì si stava proprio bene. Insomma, benino. C’era sufficiente caldo e umido, c’era protezione e sicurezza, tutta la terra pressata intorno a lui lo faceva sentire privo di rischi. Ah, che delizia, che beltà!

Senza rumori eccessivi, senza sbalzi impensabili, senza lampi folgoranti. Tutto era ovattato e solido.

Sì, certo a volte si sentiva un po’ compresso, un po’ soffocato in quella morsa stretta, quando provava a spostarsi anche di pochi millimetri, non poteva, non c’era gioco, non c’erano altre possibilità.

Per dire il vero, c’era anche buio, un po’ troppo buio. Un buio talvolta rassicurante perché, nascondendo i dettagli non faceva sorgere sospetti e domande angoscianti, ma anche un buio indifferenziato, vuoto, stracolmo di ogni possibile sorpresa, di infiniti pericoli invisibili.

E la fantasia si sa, può creare mostri ancora più orribili e grandi, di quelli che esistono realmente.

E poi una noia, una noia abissale, plumbea e abissale. Uffffffff ….. tutto uguale, niente stimoli, nessuna novità, nessun bel suono, odori nuovi …. Uffff …. Niente di niente.

Ma in verità, pensa che ti ripensa, gli viene in mente la seconda parte della storia, quella del seme. Sì, se l’era quasi dimenticata, perché lo spavento provato l’aveva atterrito, ma c’era un seguito che rassicurava e alleggeriva assai.

Fatto sta che i guardiani che volevano così bene al fiore di campo, ad un certo punto sono andati a consultare la Vita, per capire cosa stava loro capitando e in cosa avessero sbagliato.

Lì hanno capito l’inghippo e hanno anche trovato la soluzione. Hanno tolto immediatamente quel bel quadro, del fiore alto e giallo come il sole e vi hanno appeso un bello specchio, pulito proprio a dovere, in modo che il piccolo fiore si potesse finalmente vedere per ciò che realmente era e non per ciò che loro desideravano fosse.

E tutti hanno lasciato andare ciò che non era e tutto è diventato più semplice e naturale. Ah, che sollievo.

Questo lieto fine infondeva al seme Spaventoioso tanta fiducia, gli faceva credere che c’è sempre una soluzione, c’è un’alternativa, che si può essere sé stessi, si può anche cambiare e si può sfidare la paura. Che il mondo, forse non è così inaccessibile come aveva sempre sentito dire.

Sfidare la paura …… una frase che gli faceva venire in mente altri lieto fine. Per esempio, quella chiocciolina lì sulla banchina affacciata sul mare, un giorno decise di andare in giro per il mondo, per il vasto mare, a discapito del consiglio giudizioso di tutte le altre chioccioline, che le raccomandavano di non inoltrarsi in un mondo che non le apparteneva. Lei era nata lì e questo aveva un senso.

Ma lei, che era veramente piccola ma anche veramente coraggiosa, ha sfidato questo suo destino e ha chiesto un passaggio per mettersi in viaggio ed è partita ben presto, con la grande balena marina.

Aveva anche sentito narrare che la chiocciolina in quell’avventura, ne aveva viste di tutti i colori e nei momenti più critici aveva dovuto far forza su sé stessa, aver fiducia ed andare avanti. E …… quasi da non credere, verso la fine del viaggio la piccolina aveva salvato la vita alla grande balena marina, lei piccola piccola era riuscita a salvare la grande balena. Era stata proprio brava e proprio coraggiosa la chiocciolina! Mammamia!

    Di coraggio ne aveva avuto tanto anche il topolino gioioso, che trovandosi in mezzo al bosco buio e frondoso, aveva dovuto affrontare una serie di animali feroci che se lo volevano mangiare. Pensa un po’, lui così piccolo e indifeso era stato veramente ingegnoso, s’era inventato un mostro grande e grosso, con un nome assai tosto e anche un po’ buffo, mi pare che fosse Gruffalò, sì dovrebbe essere Gruffalò.

E alla fine il topolino ha avuto la meglio su tutti quegli abitanti della selva e non solo su di loro, ma anche sul Gruffalò vero e proprio, che ad un certo punto s’è materializzando, comparendo magicamente non si sa da dove. C’è mancato poco, per finire nella sua pancia, ma con grande maestranza è riuscito ad imbrogliare anche quell’orrendo mostro. Alla fine lo ha fatto fuggire con la coda fra le gambe.

Ci credereste voi? Un Gruffalò grande e grosso, con gli occhi arancioni, ma ve lo immaginate che scintille di fuoco sprizzava?

La lingua penzolona, ginocchia nodose, un bitorzolo verde in cima al nasone e aculei violacei sulla pelliccia! Ble, che schifo!

Eppure, quel piccolo e innocuo topolino l’ha fatta franca, ha spaventato così tanto quel mostro, che addirittura nel tempo il Gruffalò ha disegnato sulle pareti della rupe quell’orribile avventura, narrando alla propria piccina la terribile vicenda, causata dal Topo Tremendo.

Addirittura quel topolino è diventato il Topo Tremendo, dalle braccia forzute, i baffi d’acciaio e gli occhi infuocati!

Ma allora, se così è stato, forse …. forse … anche lui, piccolo semino innocuo e indifeso, può permettersi di andare per il mondo, forse può cedere a quel richiamo verso la vita, forse può permettersi di radicarsi nel terreno, forte e sicuro come una quercia. Forse può anche spuntare fuori da quel terreno, può finalmente assaporare il tepore del sole, il profumo dell’erba fresca, dei fiori appena sbocciati, degli alberi vigorosi, vedere uccellini che svolazzano felici e farfalle leggiadre e soavi. Forse può finalmente vedere che fiore è, che pianta è! Chi è il seme Spaventoioso? Che cosa è destinato a diventare, veramente?

Forse può! Ah …..

Ma forse ….. ma …. mille dubbi e paure ancora girano intorno come un vortice e lui ne è al centro. Brrr …. solo a pensarci gli viene un brivido di freddo e di paura, le certezze si confondono, si prendono gioco di lui, tutto sta per svanire nuovamente ………

Oddio. Ma, la vita è forte e chiama in modo deciso. Vuol vivere, vuol rischiare, vuol pensare di riuscire in qualche modo ad affrontare i mille mostri tremendi, che ci sono là fuori. Almeno potrà dire di averci provato, almeno potrà tornare e narrare di essersi fatto coraggio in mezzo alla tempesta più maestosa, in mezzo a mille intemperie e ai tanti imprevisti.

Alla fine potrà dire: io ho compiuto un atto più grande di me! Forse non sono così piccolo allora!

Almeno non dovrà un giorno, rimpiangere di essere rimasto lì in quel terreno sicuro, senza sbocciare mai, senza vedere il mondo, pieno di ma e di sé, pieno di rimpianti e ancora più, pieno di paura. Di quelle paure che si nutrono del dubbio e dell’incertezza, che s’ingigantiscono nel buio e nell’ignoranza più totale e devastante. Di quelle paure che diventano Gruffalò grandi e grossi, con un aspetto orrendo e una gran fame.

Almeno non dovrà rimpiangere ciò che non ha osato, quando ormai non c’è più tempo e non più possibilità, perché tutte le occasioni germinative sono passate, anno dopo anno, stagione dopo stagione, primavera dopo primavera, inesorabilmente, inevitabilmente, tristemente, desolatamente ……

No, val la pena di osare. Se morirò, almeno lo farò sorridendo per aver visto qualcosa di diverso da questo buio e da questo angusto spazietto.

E allora sì alla vita. Aria, sole, verde aspettatemi, ci sono anche io! Sto arrivando!

E il nostro semino Spaventoioso, un po’ Spaventato e un po’ Gioioso, va coraggiosamente nel mondo, cercando la propria strada, con il suo fagottino sulle spalle, a volte pesante, a volte utile, cercando sé stesso, con tutta la curiosità e l’intuizione di un bambino, con la paura più profonda di un bambino, ma anche con la determinazione di chi sa che rinunciare sarebbe ancora più doloroso e deleterio.

E il nostro semino, un giorno di primavera fece capolino nel mondo, spuntando in un posto verde, giallo, rosso e azzurro, emozionato e felice.

E sapete cosa? Mentre faceva capolino con le sue prime fogline verdi, improvvisamente vide sfrecciare qualcosa, alto nel cielo, ma cos’è, cosa sarà mai?

Non riesce bene a capire e un po’ spavento, si disorienta. Ma in un attimo quella cosa volante è lì, proprio lì vicino a lui. E’ un animale strano, arancione, con una lunga coda e porta con sé una ragazza ed un cavaliere. Ma …….

“Siamo i primi dottori volanti, io mi chiamo Sabrina e studio medicina. Hai bisogno di noi, per caso? Piccola piantina, sei un po’ tremolante.

Di qualunque cosa tu possa aver bisogno, facci un fischio e noi correremo da te! Spesso voliamo da queste parti ad aiutare chi è in difficoltà.

Ah che maleducata, scusa, questo è Ubaldo, prode cavaliere e questo Zog, la nostra ambulanza volante. Noi siamo amici per la pelle!”

Ed il seme Spaventoioso ascoltava incredulo, non poteva credere a quelle parole, di fatto ascoltava scuotendo il capo, facendo cenno di aver capito, accennava appena ad un sorriso e taceva ….. non aveva parole!

Ma …….. mentre accadeva tutto questo, sapete un’altra cosa? Spaventoioso ha visto un’altra cosa che sfrecciava nel cielo azzurro e luminoso, un po’ meno veloce ma altrettanto strana. Ecco che si avvicina, sempre più sempre più …… atterra …. Ma …

“Sono la Strega Rossella e volo con la mia scopa e i miei inseparabili amici. Ti presento il gatto, il cane, la rana e il verde pennuto, abbiamo tutte le comodità su questa scopa volante, anche un bel calderone e una bacchetta magica.

Miao

    Bau

        Cra

             Ciop  ……….. All’appello!

Se per caso volessi venire con noi, ci stai anche tu, micigadula e bodidibu …… “

E via volò la Strega come una saetta.

La nostra piantina era stupita e sollevata, incuriosita e … felice, ci credereste mai?

Era felice di essere al mondo e di volersi espandere sempre più. Ma che bello il mondo!

E allora il seme Spaventoioso, orami pianticella sempre meno Spaventata e sempre più Gioiosa ha deciso di crescere e librarsi libera nell’aria e nella terra. Vale proprio la pena di rischiare, si dice.

Ah! Che bella giornata, che dolce è la vita!

Repost 0
Psiche-Soma in libertà - in A spasso con la Paura
scrivi un commento
14 marzo 2012 3 14 /03 /marzo /2012 11:35

CAPITOLO X

 

Ridere d’Abbondanza

 

 

 

E così è iniziata una nuova era, io e lei insieme, che facciamo, che cerchiamo di fare molte cose insieme, ridiamo, scherziamo, cantiamo, discutiamo, litighiamo, insomma cerchiamo di recuperare il tempo perso.

Lei piccola Gruffalina, è sempre allegra, saltellona, imbronciata, ironica, spensierata, creativa, ha mille idee, se ne inventa una al minuto, mi riempie la vita, sì veramente la vita.

Quando le vengono le ciricoccole poi c’è veramente da tremare, mi fa un sacco di scherzetti, mi mette nei guai, mi fa sentire in imbarazzo, senza parole, in castagna, è birichina assai ma leggera e spensierata, immediata, diretta.

Ma la cosa che più amo di lei, quella che apprezzo di più è la sua capacità di guardare le cose, con occhi immensi, aperti alla vita, senza pregiudizi e con una sapienza oltre ogni pensabile confine.

Non smetto mai di sorprendermi di come lei mi sorprenda. E’ piccola, eppure talvolta vede molte infinite cose più di me. Ha la capacità di sentire ed intuisce ciò che si nasconde sotto la facciata delle cose e delle persone. Può vedere veramente oltre. Pur stando con gli occhi aperti, sente e vede con l’anima!

Allora sempre più, trovo il coraggio di darle ascolto, di lasciarla parlare, di lasciarla guardare liberamente, di lasciarle spazio, di non censurarla in alcun modo.

Vi assicuro che non è facile, ciò che vede è bello, curioso, interessante ed intelligente, ma anche profondo e vero. Di quel vero talvolta scomodo e doloroso, quel vero che richiama alla terra, alla responsabilità, chiede di farci coraggio dentro di noi, come chioccioline di fronte ad un mare in tempesta.

E dunque ci provo. Andiamo insieme e cerchiamo di arricchirci l’un con l’altra.

Ogni giorno, vivendo la mia quotidianità con lei, andando a lavoro con la piccina al mio fianco, mi osservo e osservo i genitori che portano i loro figli al nido, all’asilo, a scuola, osservo le persone sconosciute dentro le loro auto durante il tragitto, osservo le persone al supermercato, nei bar, negli uffici, nelle loro postazioni lavorative.

Osservo chi attraversa frettolosamente le strisce, chi attraversa senza strisce, chi pretende di passare a tutti i costi, chi urla e strombazza di prima mattina, chi non ti degna neanche di un saluto, chi si nasconde dietro occhiali scuri, chi fuma, chi discute, chi telefona all’infinito, chi si strafoga di brioche ancora prima di aver aperto gli occhi sul mondo, chi mastica cewingum, chi mastica pensieri e rimugina per proprio conto, chi si digerisce il proprio stomaco, chi si rode il fegato ……..

Osservo e osserviamo tutto il movimento intorno a noi, il frastuono ed il silenzio assordante, le luci, i bagliori intollerabili, l’immobilità, la rigidità, l’ignoranza, l’egoismo, il menefreghismo e ancora peggio la freddezza.

Osserviamo, ci osserviamo e ci scambiamo commenti. La piccina ne dice di tutti i colori, si sorprende in continuazione, fa domande e chiede spiegazioni, che spesso non so trovare.

Ma guarda quello lì! Che espressione, sembra che ce l’abbia con qualcuno! Che sorriso, a me non pare che sia contento! Non si diverte. Che starà pensando? Perché ha gli occhi all’ingiù?Perché fa quel gesto? Con chi sta parlando? Che sta dicendo al suo piccino? Dai, dimmi perché! Ma perché è così, perché? Ma che strano, ma …… ma ….. Non ho risposte.

Non so che dire. Sono perplessa.

Ma com’è vestito? Sembra un cow boy! Quello sembra un pilota della formula uno. E quella lì è la sorella o la mamma? Sono vestite uguali o quasi uguali. Quella mamma lì, sembra come …. Sì, sembra Saylor Moon, che strano! Ma perché urla così? Cosa ha fatto il suo bambino?

Sì, anche i piani sono stravolti e oltre alle facce anche gli atteggiamenti e l’abbigliamento parla di tipi, di ruoli, di figure, che non necessariamente corrispondono ad un contenuto. Ma questa è un’altra storia, per ora tralasciamola per non andare troppo in là e confonderci anche noi.

Vedo facce sempre tristi, arrabbiate e di rimando la piccina mi dice guarda, là che faccia incarognita, quella sembra proprio impegnata, seria, quella sembra assai preoccupata, pensierosa.

Ancora le mostro facce professioniste, facce sapienti e saccenti, sarcastiche e arroganti, vedo tante facce indifferenti, sofferenti, assenti, misteriose, guardinghe, trasformate, trasformiste. Maschere. E lei mi chiede: perché?

E’ una domanda molto difficile. Una di quelle domande che solo i bambini si fanno e ci fanno. Porgono a noi, detentori dell’adultità e della sapienza, a cui non riusciamo così facilmente a rispondere però.

Tutti noi, siamo tutto questo. Non un bello spettacolo, in verità. Non una realtà serena. Siamo tante cose, ci trasformiamo in base alla realtà del momento, alle richieste, alle esigenze del mondo esterno, del lavoro, degli interessi, degli hobbies, delle amicizie, della famiglia, si corre, si sta fermi, si saluta, s’ignora, si lavora a testa bassa, si procede a passo lesto, si ruggisce, ci si allena, si suda, si legge, si studia, si insegna, si apprende, si forniscono sapientemente dei dati, le statistiche, ci si informa, si digita, si parla. Si fanno un sacco di cose, in modi e momenti diversi. Molte maschere.

Io lo vedo naturale, comune, frequente, ma per fortuna lei noi, lei percepisce l’assurdità di tutto questo e continua a non comprendere, a non condividere affatto. Si sorprende. Continua ad interrogarsi e ad interrogarmi.

Magari ci stupiamo, quando vediamo noi stessi riflessi nei nostri bambini, ci stupiamo della piega della loro bocca, degli occhi all’ingiù, della loro desolazione, della tristezza, del mutismo, dell’incapacità di sorridere ai loro compagni, di dire una parola gentile. Ci stupiamo e non capiamo perché non ci salutano quando andiamo via, perché non ci danno spontaneamente un bacio, perché non ci guardano nemmeno quando andiamo a prenderli, perché non ci sorridono e non ci accolgono con calore.

Perché i nostri figli sono così? Si chiedono i più fortunati di noi.

Ma la piccina non si stupisce affatto, vivendo tutto questo da tempo, anche lei si ammutolisce, smette di aver voglia di saltare, ridere, cantare, com’è suo proprio e se anche lei tace, è un bel guaio! Siamo in un  bel guaio! Siamo arrivati al capo linea.

In effetti, noi due insieme forti della nostra unione, vediamo poche facce sorridenti e serene! Nessuno di noi ride e basta, nessuno più ride di piacere e di gusto, con la pancia che si muove e la bocca spalancata.

Perché mai deve essere così difficile ridere? Perché mai, dobbiamo farci travolgere dalla valle di lacrime? Perché mai, dobbiamo privarci della leggerezza e dell’abbondanza?

Leggerezza non significa superficialità, non priva il nostro impegno quotidiano di importanza e serietà.

La bambina me lo dimostra giornalmente, saltellando e ridendo impara molte più cose di noi adulti, la sua flessibilità, la sua intuizione, la sua comprensione è su un altro universo, non c’è paragone. Giocando, lei progredisce momento per momento, va avanti in continuazione, diventa sempre più piena di cose, gaiamente saggia e consapevole.

Siamo sicuri che fare con un cipiglio cupo e serio, produce un miglior risultato ed una maggiore professionalità? Siamo sicuri di doverci ammantare a tutti i costi, di questa serietà?

Siamo sicuri che la bocca all’ingiù, tesa e serrata sia più appropriata e salutare di quella all’insù? Siamo sicuri che dentro la gioia e la serenità, non ci sia molta più comprensione, progressione, creatività e creazione rispetto a quanto risiede nella severità e nella rigidità?

Pack Adams ce l’ha dimostrato, a discapito del clima serio e compunto della medicina e degli ospedali, a discapito della gravità abissale della morte. Sapersi prendere con leggerezza, saper ridere, stare con semplicità anche nel dolore e nella malattia, rende più umana e avvicinabile la guarigione.

Finché lo stesso Pach era ricoverato in psichiatria, era ancora più lontano dalla guarigione, l’etichetta fornitagli e l’impegno serioso del medico che si prendeva cura di lui, non faceva altro che lasciarlo paradossalmente in quel baratro.

Pach Adams comprese anche che le persone supposte “pazze” rispondevano semplicemente alla complessità della vita con paura, rabbia, tristezza e disperazione, che avevano solo bisogno di attenzione e amore. Guarda un po’!

Lui stesso ha cominciato a guarire nel momento in cui ha rifiutato quell’etichetta e tutta quella serietà, prendendo in mano la propria vita con il sorriso e l’abbondanza, allentandosi del peso inutile della vita. Eppure ha conosciuto la disperazione, la voglia di morire, il confine fra  sanità e follia, eppure ha deciso che ci poteva essere altro, che c’era un’altra strada.

Lui piace molto ai bambini! Ha un naso divertente e scansonato. Rosso e abnorme! Non si sa se per le lacrime o se per le risa. Un po’ si prende gioco di noi, un po’ si prende gioco di sè! E’ simpatico. La piccina si diverte un mondo, come con tutti i pagliacci del circo!

Ma del resto, la vita non è come un grande circo, con animali di ogni sorta?

Fino a qui l’abbiamo visto quanti ce ne sono, topolini allegri e gioiosi, la volpe astuta, la civetta, il serpente, la chiocciolina marina, la balena e ……

Oltre a ciò, la mia piccola mi suggerisce nell’orecchio, giusto per farmi fare buona figura, che serietà e avarizia sono colleghi.

E’ vero, non c’avevo mai pensato. Che stolta adulta, che sono.

In fin dei conti la persona seria e computa, proprio come me, certo è affidabile, presente, costante, precisa, ma è avara, avara con sé stessa rispetto ai piaceri della vita, avara rispetto ad un po’ di calore umano, avara di riconoscimenti, avara di leggerezza, di semplicità.

La serietà dunque, ha pochi mezzi a disposizione, perché si priva della generosità e dell’abbondanza. Di quel dare senza un senso specifico, senza un motivo, senza un tornaconto, senza una direzione, senza paura alcuna. Si offre un sorriso, anziché un grugnito e si riceve un sorriso, si offre una luce e si riceve un colore.

E poi, serbare perché? Per chi? Con quale significato, quale guadagno?

Io ho serbato del mio corredo, le cose migliori in soffitta. E quanto il tetto ha fatto acqua e sono dovuta andare a riprendere tutto ciò che vi avevo riposto gelosamente con cura, ho trovato una brutta sorpresa. Un topolino aveva trovato assai squisiti, i miei asciugami migliori.

Ben mi sta! Ho serbato, per dar di che pranzare ai topi!

Lo stesso vale per una parola gentile, per un sorriso, per un abbraccio di conforto. Perché ci riserviamo? Per chi lasciamo, tutto questo? Li teniamo da parte per cosa?

Abbiamo idea di quanto perdiamo? Di quante privazioni inutili?

Perché ci costa così tanto aprire veramente la nostra porta?

Di solito noi crediamo di aprirla agli altri, ma in realtà non è così, stiamo solo dietro lo spioncino. A distanza, protetti, rinchiusi e avari, a spiare senza mostrare niente di noi.

Speriamo di non accorgersene troppo tardi.

Ma non voglio rivolgere lo sguardo verso ciò che manca, ma piuttosto verso ciò che c’è e so che l’abbondanza richiama abbondanza e alimenta le infinte risorse dentro di noi. L’arcobaleno ci illumina gli occhi e le speranze, il sole alimenta il nostro buon umore, la vicinanza ci unisce al mondo, la fiducia ci permette di realizzare i nostri sogni, l’amore produce rispetto.

Se ci limitiamo a dare solo acqua alle nostre piante, le manteniamo in vita, ma progressivamente proprio quell’acqua scolerà gradualmente dal terreno, tutte le sostanze nutritive in essa sciolte, occorrerà allora anche concimarle per dare colore e abbondanza di fioritura. Solo così si avranno piante rigogliose. L’amore e l’abbondanza, le renderanno rigogliose e belle, incommensurabilmente belle.

Vedo tutto questo grazie alla mia piccina oggi qui con me, che mi aiuta a distanziarmi da questa realtà di noi tutti, a cui ci siamo ormai assuefatti senza senno. Lei mi permette di discernere tutto perché semplicemente guarda con aria interrogante, si stupisce, si acciglia e si chiede. Lei non comprende tutto questo spreco, questa serietà, questa tristezza negli occhi di tutti.

Lei guarda senza filtri mentali. Lei guarda! Lei guarda e vede! Che occhi grandi che ha. Occhi puri, puliti, occhi che vedono.

Perché mai diventare adulti, porta necessariamente a diventare seri e tristi? Io non so risponderle alla prima. Ancora una volta, non so dare una risposta sensata. E rimango di stucco, immobile, inebetita e silenziosa.

Ma non c’è. Non c’è necessità di perdere il sorriso ed il piacere. Si può crescere con leggerezza, con sufficiente leggerezza anche in mezzo alle orribili pesantezze, che spesso la vita ci riserva. Si può ancora giocare, si può sognare.

In fin dei conti, il Topolino è allegro e gioioso, è questa luce nei suoi occhi che permette alla sua mente di trovare soluzioni ingegnose, anche quando si trova di fronte al mostro più orrendo della sua anima, anche quando sembra non esserci soluzioni, quando si vede un buon pasto del mostro.

La mia piccola Gruffalò mi ricorda che tutto ha inizio, quando i grandi vogliono imporre a tutti i costi il codice reale, allora lo sappiamo bene cosa succede. Qual è la nostra triste sorte, l’abbiamo visto molto bene e l’abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Abbiamo visto quante tristi vicende hanno subito miliardi di bambini di tutto il mondo, di accenti e colori diversi.

I grandi, dall’alto della loro sapienza e della loro ferrea regola, sono saldamente convinti che il loro ordine sia l’ordine, sia tutto ciò che deve essere, la cosa buona e giusta, sia la vita, ciò che deve essere, la crescita. Sono proprio ottusamente ancorati a dei pensieri, a delle modalità immutate nel tempo, nei secoli dei secoli, eppure sempre più caricate di rancore e odio, di catene sempre più pesanti, di fantasmi che si aggiungono da generazione a generazione.

Si continua a mietere vittime, ma questo non basta, non è sufficiente ad aprire la mente, la consapevolezza. L’umiltà sembra suonare insensatamente come una debolezza.

La bambina che è in me, si sta agitando angosciosamente, di fronte alla vista di questi sepolcri imbiancati, di fronte a delle mummie immote, a regole scolpite sulla pietra col sangue, trasportate con grande dolore e fatica sulla schiena di gente per bene, di gente povera, sulle spalle della gente semplice e umile, resa schiava da un’idea esterna, sulle spalle di bambini, di innocenti e del loro libero futuro.

Si promulga una legge, perché senza legge non si può vivere, senza ordine ci sarebbe il caos, la specie umana scomparirebbe e questo non lo si può permettere assolutamente. Che ne sarebbe di noi? L’anarchia non è pensabile.

Neanche la monarchia però. Siamo in due e non si sa perché, uno dei due deve perire o semplicemente ubbidire. Forse possiamo trovare altre strade, forse possiamo prenderci per mano e sfruttare l’uno la forza dell’altro. Forse si può vivere in pace, ma molto più di questo, si può godersi la vita, si può viverla saltellando leggeri e leggiadri come farfalle, ruggendo come pantere, spuntando da cespugli come coniglietti curiosi, librandoci alti nel cielo come falchi e sbirichinando sugli alberi come scoiattoli.

Non è un mistero, un segreto o una verità per pochi, è la realtà che abbiamo vissuto tutti noi. Quando una parte di noi viene sabotata, negata, repressa, rinchiusa in un buco scuro, annullata, allora una parte importante viene meno, una parte della nostra vita si perde per strada. La nostra emotività, la vitalità, l’intelligenza più fresca e mobile, la voglia di vivere, il sorriso, l’ingenuità, la bontà di sentimenti se ne vanno con un soffio. Non resta neanche l’ombra di tutto questo.

Che rimane di noi? Qual è il colore della nostra vita?

Non siamo che pesantezza. Viviamo come gusci vuoti, fino a quando non abbiamo ritrovato tutto questo, quella parte dimenticata.

Siamo stati bravi, professionali, pieni di tecniche, adattivi, intelligenti, pieni di capacità, con cui abbiamo ottenuto meriti, onori, riconoscimenti, visibilità, soddisfazione. Il nostro Ego, con la E maiuscola, s’è riempito, è ingrassato opulentamente come il fegato d’oca, ingozzato con l’imbuto, giusto per il nostro piacere di mangiarselo. Ah, bello pieno e rigonfio, proprio come le vetrine che riempiono gli occhi, attraverso luci fittizie e ninnoli riempitivi

Il nostro Ego ciondola di nutrimenti artificiali, insensati e vuoti. Si mostra in tutto il suo sfarzo, nell’opulenza, nell’esteriorità più bieca e inutile. E’ fumo, proprio come il Gruffalò, grande e grosso, con un aspetto mostruoso, aculei violacei, artigli affilati, ma poi scappa via senza ritegno, senza peso né consistenza, senza dignità di sé stesso.

Di giorno l’Ego si mostra grande e grosso, forte, potente, ma la notte poi, quando tutto il nostro controllo, tutta la nostra razionalità vacilla, la notte quando ci sentiamo soli, ci giriamo nel letto, disperati, vuoti e senza via d’uscita, ci lambichiamo, ci torturiamo, ci sferriamo colpi di ogni tipo, ci ossessioniamo e cerchiamo di far tacere tutto questo angoscioso sentire, utilizzando disperatamente i nostri bravi mezzi tecnologici, le comunicazioni fasulle e alterate, attraverso un frigo che trabocca di cibo spazzatura, attraverso sesso sfrenato e chissà cos’altro. Girovaghiamo per le strade e locali, beviamo a più non posso, balliamo, parliamo, ci stordiamo con droghe, ci costringiamo al sonno con farmaci, addormentiamo la mente con video immagini e false promesse.

Noi non siamo niente, siamo metà, siamo assenti a noi stessi, siamo tristi, non sappiamo più ridere, non sappiamo stare insieme. Siamo soli. Noi, non sappiamo cosa farne di noi stessi.

Non soffriamo insieme agli altri, non ci arrabbiamo con gli altri, non godiamo con loro, non viviamo con loro. Siamo mancanti, assenti, privi, deprivati e risucchianti.

Esseri efficienti, macchine di produzione e niente altro. Siamo vuoti, incapaci di vero ascolto, di scambio, di attenzione, di amore.

Non ci stupiamo più di nulla, non ci sorprendiamo, non sentiamo nulla, non ci interessa realmente più nulla. Non ascoltiamo più niente e nessuno, facciamo finta di farlo, solo per poter parlare poi di noi, qualunque appiglio è buono per parlare di noi, per avere finalmente l’attenzione di cui necessitiamo voracemente. Ma non parliamo realmente neanche di noi, in effetti.  Non mostriamo il centro di noi, solo il nostro involucro.

Ma la soluzione è altrove, è nel fondo di quella cantina che ha visto sepolto il nostro bambino. Là giace l’allegria, la semplicità, la luce, l’ascolto, le idee strambe, le fantasie più astratte, le immagini sovrapposte, il dialogo, la tristezza, la tenerezza, la dolcezza, la lealtà, l’amore, l’incapacità e mille altre cose ancora.

Lo so che tanta gente si gira sulla sedia, che molti fantasmi si rivoltano nella tomba, ma è così cari miei. Non può essere che così. I nostri bambini hanno molto da insegnarci, anzi, loro hanno sempre ragione. Loro non parlano con la mente ma con l’istinto, con la spontaneità, la semplicità e la ricchezza. Non conoscono l’avarizia, siamo noi che gliela insegniamo, gliela imponiamo, stupidi stolti. Ignorano il calcolo e la ragione più bieca, impoverita della creatività della pancia.

Se allungate l’orecchio, sentirete una risatina gioiosa e complice, lì in fondo a voi stessi c’è un bambino che forse comincia a sentirsi visto. Comincia ad uscire fuori tutto impettito e spavaldo, l’aria un po’ sognante e vanagloriosa di chi finalmente ha conquistato una medaglia!

Non conosco vanità più piacevole e tenera. La pienezza di qualcosa di molto piccolo eppure così importante. Il sorriso per aver trovato uno spazio per sé.

Finalmente quella botola si è aperta e con essa s’è aperta la strada per una nuova vita insieme, noi due insieme la piccola e la grande, sapienti e forti più che mai, ma finalmente un po’ più allegri, sorridenti, spensierati.

Non a caso vorrei concludere con un’altra storia di J. Donaldson. Mi sembra giusto che lei, la Gruffalina abbia il suo tempo ed il suo linguaggio, lo spazio e le immagini giuste per il piacere ed il sorriso.

Ho scelto proprio la più leggera delle storie, quella scansonata e ricca al tempo stesso: La Strega Rossella.

Questa narrazione ci porta da una strega, Rossella appunto, non certo bella, ma neanche truce e spaventosa. Si presenta coi rossi capelli raccolti in una treccia, occhi vispi e sguardo aperto al mondo, vistoso bitorzolo sul naso adunco, nero mantello con spilla avita, vestiti dai colori vivaci ed una grande allegria.

Vediamo la Strega con la sua scopa volante, che quando lei vuole decolla all’istante, portando con sé il suo gatto ed il calderone annesso e connesso, per lei molto importante.

Se le giornate son tiepide e belle riesce a volare fino alle stelle.

Ma il vento là in alto è un po’ pazzerello, in quattro e quattr’otto s’è preso il cappello!

Cercano in giro Rossella e il suo gatto il cappello scomparso, ma …… niente di fatto!

Finché Rossella, fra funghi, arbusti e cespugli, si accorge che il suo cappello è finito in mezzo ai denti di un cagnetto, che lo sta riportando e glielo porge gentilmente. Il cappello per lei è prezioso, è bello e funge da ombrello.

Il cagnetto, su due zampe come un ometto, tutto orgoglioso e cortese le chiede:

Mi scusi vi ho visto volare, se poi ripartite, mi fa risalire?

Ma sì, salta su, ci stai anche tu!

E …… salagadula, con arte e magia i tre passeggeri se ne volano via!

E così, la Strega Rossella, il gatto, il cane ed il calderone volano via sulla scopa volante. Osservano il panorama e un vecchio castello in lontananza, fra scoiattoli e coniglietti che guardano incuriositi.

Ma il vento un po’ bislacco, prima s’è preso il cappello ed ora anche il fiocco.

Tra il grano, la strega col cane ed il gatto cerca il suo fiocco, ma ….. niente di fatto!

Ad un tratto, in mezzo a quel giallo frusciante e al rosso dei papaveri in fiore, il cane vede arrivare un uccello di verde piumato e annuncia a Rossella il ritrovamento del suo fiocco, che tutta felice lo accoglie.

Il verde pennuto le porge il fiocco, che lei lega ai rossi capelli.

Mi scusi, è una scopa da tre, oppure c’è un posto anche per me?

Ma sì, salta su, ci stai anche tu!

E …….. salagadula, con arte e magia, la strega e gli amici se ne volano via!

Inizia la pioggia e gran nuvoloni, lampi, tuoni, vento e contrarietà. I quattro continuano il viaggio fra pesci che saltano nel fiume, aironi bagnati, pecore acquattate sotto un salice e tutto annebbiato. La strega guida con prudenza e sapienza in mezzo a quel guazzabuglio, ma all’improvviso, in quella tormenta la bacchetta le sfugge di mano.

Allora, tutti quanti, l’uccello, il cane, la strega ed il gatto cercano in giro, ma niente, la bacchetta non si trova.

Tra canne e ninfee con grazia perfetta spunta una rana con la bacchetta. Cantando cra cra alla strega la rende, che tutta contenta se la riprende.

Vi ho visti arrivare, che bell’atterraggio! Non è che potete darmi un passaggio?

Ma sì, salta su, ci stai anche tu!

E …… salagadula, con arte e magia, la strega e gli amici se ne volano via!

Rossella, ancora adorna dei suoi accessori, il cappello, il fiocco, la bacchetta, il calderone, riparte abilmente con la sua scopa e con tutti i suoi amici, ma mentre la rana fa un balzo, LA SCOPA SI SPEZZA!

L’uccello e la rana, il cane ed il gatto cadono giù, mentre la nostra Rossella vola sul manico rotto, un po’ spaventata fra le nuvole scure.

Ad un certo punto si sente un ruggito strano e sinistro, la strega ha uno sguardo perplesso e ….

Sono un dragone e ho una gran fame, per cena mi pappo STREGA COL PANE!

Grida Rossella: “Aiuto! Aiuto!

Ma il drago affamato l’abbatte col fuoco. La povera strega stremata ed esausta aspetta la fine crudele ed infausta.

Il drago è vicino e ha già dichiarato: Mi sembra perfetta per uno stufato!

Ma ecco d’un tratto davanti al dragone si leva dal fango un orrendo bestione. Con viscide squame e zanne taglienti e piume verdastre e orribili denti! Il verso del mostro è un grugnito tremendo,

MIAOBAUCRACIOP!

E’ un suono orrendo!

E così il drago spalanca gli occhi, non può credere di avere davanti a sé un mostro così orribile e spaventoso. Sotto quel cielo scuro, in mezzo alla natura che dorme, con la preda da sbafarsi prima del riposo, ecco un essere di tal sorta che grugnisce in modo inconcepibile e gli dice a chiare lettere di essere anche lui affamato e la strega gli appartiene.

Il drago si arresta, non sa che dire o che fare e …..

Ehm, mostro, mi scusi, non posso restare: impegni importanti, perdoni la fretta …..

E zoooom, via nel cielo come una saetta!

La rana, l’uccello, il cane ed il gatto, scendono da quella piramide umana e si tolgono il fango di dosso, che crea l’effetto di viscido mostruoso. E Rossella, appena ripresasi dal grande spavento, incredula dell’abile stratagemma, ringrazia i suoi amici che l’hanno salvata dalla padella.

Così, la strega gioiosa fiduciosa riempie il calderone, chiedendo ai quattro animaletti di portare ciascuno una cosa, loro corrono a cercare i preziosi ingredienti e il cane tornerà con un bell’osso, l’uccello con un leggero rametto, il gatto con la pigna e la rana col fiore rosso.

E tutti sognano e immaginano mille tesori e le sorprese che sarebbero uscite da quella misteriosa magia.

Ma dal calderone …..

UNA SCOPA ESCE FUORI!

Con nido e poltrone

e acqua corrente

Si viaggia davvero

             Splendidamente!

E micigabula

             E bodidibù

Dài salta veloce,

             ci stai anche tu!

 

E sorprendentemente, la nostra cara Strega Rossella usa la sua magia, non per far uscire tesori immensi e vantaggi, ma per creare uno spazio comodo per tutti quanti.

Cerca di soddisfare tutte le necessità e rinsaldare la loro amicizia, per un viaggio che prosegue insieme. E con la luna piena, tutti insieme volano via, il gatto capofila sorseggia la sua bibita, il cane dietro di lui legge il suo libro, Rossella conduce comodamente seduta sulla sua poltrona, munita di calderone e di bacchetta magica, l’uccello se ne sta appollaiato sul suo nido sotto il lampione e la rana si gode la sua doccetta.

Che gran ganza, la Strastrega Rossella. Iuppi, vengo anche io!

Sabrinella saltella felice, di trovare in questo libro, parole per lei! E ha ragione, i bambini sono sempre fieri di trovare uno spazio per sé, a loro dimensione, creato per loro, lasciato per loro, un orecchio per loro, un po’ di attenzione rivolta solo e unicamente a loro, una parola di comprensione, una frase scherzosa e dolce. Loro amano giocare e ridere con noi!

Rossella è proprio una gran strega. Finalmente una strega benevola e generosa. Ci insegna la semplicità e l’abbondanza. Perché misurare lo spazio, perché riservarsi le parole, perché essere guardinghi?

Certo ci sono le disavventure, i problemi, i guai grossi, stava per essere divorata da un drago, che c’è di peggio? Eppure, nonostante questo si può far salire tante persone sulla nostra barca, c’è spazio per tutti, c’è un sorriso che si apre al mondo, si può procedere con allegria e serenità.

E quello che si dà torna indietro duplicato, i quattro amici diventano una forza e una salvezza, rispetto al drago che se la vuol mangiare!

Quattro piccoli animali, ciascuno da solo basterebbe giusto per sé, ma tutti insieme riescono a far spaventare un drago tremendo. L’unione è veramente una forza! Ma l’unione nasce dalla disponibilità, dall’apertura, dalla generosità, dalla capacità d’amare.

La gioia apre alla vita e alla relazione, la paura divide. Prima di tutto divide da noi stessi.

E’ la paura che ci ha fatto abbandonare la nostra piccina, relegarla tanti anni fa, costringerla in uno spazio angusto, che ci ha imposto di nasconderci e ci mostra un mondo buio, senza soluzioni, senza possibilità!

La paura è un drago, lì pronto a divorarci, a papparci per cena, a bruciarci, a ridurci in cenere. L’unione diventa veramente la nostra forza, l’unione è lo strumento che ci protegge dalla paura, che ci permette di tollerarla e superarla, ci difende da ogni possibile mostro. L’unione accresce e moltiplica le nostre minuscole possibilità.

La gioia rende la vita più semplice e leggera. Non cancella le avversità, ma ci permette di affrontarle più fiduciosi, quando queste si presentano.

Si può affrontare la vita per ciò che è. Non si deve necessariamente vivere sotto l’egida del dolore che arriverà, dell’imprevisto nascosto dietro l’angolo, del dispiacere che ci atterrerà, della delusione inevitabile.

Si può stare semplicemente e si può guardarsi col sorriso sulle labbra, si può volare via col falco e con la luna piena, felici di essere nati.

E allora micigadula, bodidibù, dài salta veloce, che ci stai anche tu!

 


Repost 0
Psiche-Soma in libertà - in A spasso con la Paura
scrivi un commento
29 febbraio 2012 3 29 /02 /febbraio /2012 09:17

CAPITOLO IX 

Dichiarazione d’Amore

 

imagesCAPB0OTP

 

Dopo tanti anni di dimenticanza, di costrizione, di repressione, di buio, un giorno mi sono ricordata di te piccola mia, ho sentito che c’era qualcosa nel profondo di me stessa, c’era qualcuno in un angolo che si agitava, che non poteva stare zitta. Si lamentava, mugolava silenziosamente ma costantemente, chiedeva senza proferir parola.

Allora è comparso un barlume, un’immagine, allora …… mi sono ricordata. Mi sono ricordata del momento in cui ti ho messo via, come una scarpa vecchia ti ho messo da parte, come qualcosa che non serve più. Mi sono ricordata della mia decisione di rinunciare, di abdicare, di credere e seguire il codice reale, l’unico possibile per essere veramente amati e rispettati. Non ne potevo più di rimbrottate, rimproveri, botte, minacce, sguardi di disapprovazione, punizioni, ma soprattutto solitudine e rifiuto. Non volevo più tutto questo, volevo essere una brava figlia e niente più.

Tu non ce la facevi e non mi permettevi di farlo, saltavi sempre fuori a rovinare tutto, non ce la facevi a stare composta, ferma, ad rispettare gli orari, le regole, il turno. Indisciplinata!

Eri un vero terremoto e arrivavi a distruggere sempre tutto, ogni mio faticoso tentativo di fare ciò che dovevo. Sempre a tirare fuori la lingua, una parola di troppo, un gesto scomposto, una mimica che a loro infastidiva tanto tanto, una battuta, una ganzeria o una sgarberia. E non c’era proprio verso! Loro s’infuriavano all’impazzata! Ed era un guaio totale. E a te non importava. Ci rimanevi male, ma dopo poco tutto ripartiva come prima, come se tutto fosse passato.

Dovevi metterti da parte, altrimenti saremmo morte tutte e due, morte di dolore. Nessuno ci voleva così, nessuno ci apprezzava, nessuno ci amava. Non andavamo bene, punto e basta!

O decidevamo di piegarci o ci aspettava il collegio, allora sì che ci avrebbero piegato, ci avrebbero pensato le suore a farlo! O quella legge o la disapprovazione ed il rifiuto esterno. La negazione del nostro essere nascente, di quel fiore delicato che avrebbe potuto appassire in breve tempo, ancor prima di schiudersi.

Ma per te non era sufficiente, non ce la facevi proprio a stare ferma. Era nella tua natura! Così ho dovuto tradirti, abbandonarti, rinchiuderti. Non avrei mai creduto di doverlo fare, eri la mia più cara amica, la mia unica e vera confidente, la mia sola compagna di vita. Ho dovuto tradirti …. Non ho trovato altra scelta, non c’era alternativa. Io non l’ho trovata! Loro non me l’hanno fatta vedere. Loro non avevano interesse a farlo, a loro non interessava. Io non ho visto alternative.

Volevo solo un po’ d’amore, non potevo farne a meno. Non potevo.

Volevo attenzione, volevo uno sguardo che si fermasse su di me esattamente su di me, dentro di me, uno sguardo benevolo, un sorriso rassicurante e amoroso. Uno sguardo di complicità, di intimità, una mano sulla spalla, dita che mi accarezzavano dolcemente la chioma. Avevo bisogno di calore.

Volevo tutto questo! Volevo un po’ di calore! Calore e nutrimento per poter crescere e spalancarmi al mondo, per sapere di poterlo fare.

E così è stato, ti ho messo da parte, ti ho isolata, annullata, ti ho tolto ogni diritto, solo per abbonirti un po’. Per sopire quella tua energia irrefrenabile, quella tua vitalità, la creatività, quell’innata propensione ad uscire dalle righe e dai noiosi schemi.

Io, in fin dei conti non ci stavo così male, forse per mia natura gli schemi mi appartengono, mi rassicurano, mi guidano e questo mi attraeva molto. Mi son detta, ma sì, in fin dei conti si tratta solo di rassicurarli per un po’, di far vedere che abbiamo messo la testa a posto, solo per un po’.

E poi …….. è andata che le cose sono procedute bene, cominciavo a vedere i risultati, dopo tanti sforzi, loro iniziavano a tacere, a non urlare più, a non disapprovare, a non umiliarmi, a non lanciarmi quelle occhiate fulminanti, a non travolgermi più come tornadi e piano piano è arrivata la pace. Più nessuna disapprovazione, nessun brutto sguardo! E dopo un po’ si sono convinti, non era un caso, ero proprio cambiata, avevo deciso di essere brava e miracolo dei miracoli hanno ceduto e si sono ravveduti, non solo non mi riprendevano più ma erano persino orgogliosi di me, sì di me.

Finalmente erano contenti di me, finalmente mi amavano! Ma ti sembra mai possibile? Era veramente bello, sai?

E così, piena di questo grande traguardo, della mia medaglia d’oro appuntata sul petto, dimentica persino di quanto mi costava, di quanto perdevo per strada, di quanto mi consumava, mi sono scordata di te, mi sono dimenticata di averti rinchiusa in quello scantinato, mi sono addirittura dimenticata che c’eri. Non mi sono rinvenuta della tua esistenza.

Non so come possa essere accaduto, proprio non so. Che rammarico, desolazione raccapricciante. Di questo sì, c’è da vergognarsi! Da nascondersi senza pietà.

Ecco perché, seppur all’inizio avevo pensato di venirti a prendere assai presto, in realtà sei rimasta lì molto tempo ancora. Pensavo che ti avrei tenuta buona per un po’, giusto il tempo di conquistarli e poi saremo tornate nuovamente insieme, vincitrici e vittoriose.

Ma invece no, le cose non sono proprio andate così. Gli eventi mi hanno preso la mano, sono andati sempre più avanti e poi sembrava che non bastasse mai, l’approvazione è stata lunga ad arrivare e faticosa da mantenere, non potevo mai mollare la guardia, tutto doveva essere sotto controllo, tutto perfetto, tutto come loro desideravano e prescrivevano. Il codice reale è rigido e non lascia spazio alla spontaneità.

E così …. sei rimasta lì, ormai zittita e impotente, smorzata nella tua voce, acquietata nei tuoi turbamenti, ammutolita. Addormentata, mummificata in ogni tua vitalità, in ogni slancio di vita e di vitalità. Povera, piccina!

Avrai aspettato tanto, con gran fiducia e speranza, con attenzione ad ogni minimo rumore, ad ogni possibile segnale, ad ogni sbuffo minuscolo di vento, ad ogni indice del pur minimo cambiamento.

Aspettavi, aspettavi ……

Poi, chissà quando, chissà come hai cominciato ad affievolirti, come un lumicino ormai consumato assai, arrivato fino al termine. Ogni speranza, ogni fiducia nei miei confronti ha vacillato, eri sola, abbandonata, rifiutata, detestata, rinchiusa, ormai con poca luce, poca aria e senza ossigeno si sa, il cervello si annebbia e perde la lucidità, il cuore si svuota di amor proprio e la psiche, perde ogni punto di riferimento. E’ stato il disorientamento più totale, il detrimento, il deperimento, il deterioramento, la deprivazione ad ogni possibile livello. Avitalità. E’ difficile trovare anche i termini, perché nel buio tutto diventa nero, uguale, senza senso né slancio.

Mi spiace di tutto questo, mi spiace per tutto quanto hai sofferto! Desolante tristezza che m’invade, anche solo quando il pensiero di tutto questo mi sfiora! Mi vergogno profondamente di me stessa, mi vergogno e mi detesto a più non posso. Non ho scusanti, non ho dignità, non ho mostrato alcuna fiducia e ancor più non ho mostrato alcuna forza! Che infima!

Io, dall’alto della mia adultità, della mia sapienza, della mia razionalità possente, non sono stata capace di fare nulla di buono per noi, con questa mia potente razionalità. Io non sono stata nulla di creativo, non sono stata umana, né calda, né vitale.

Oltretutto, io non ho avuto in cambio nulla di importante. Ho ceduto me stessa, una parte importante di me, cioè te, in cambio di nulla, del fumo, dell’illusione di qualcosa che non c’è.

Lo so, che quello non è proprio amore! Ora lo so, lo so che non si ama a condizione. Lo so che l’amore che mi davano era di plastica, era preconfezionato, è l’amore dell’era industriale, della multi tecnologia, della prestazione, è orgoglio narcisistico. Un baratto. Un amore che non c’è.

Ora lo so, ma forse lo sapevo anche prima, nei meandri della mia consapevolezza più astrusa e recondita, lo sapevo e lo sapevo anche bene. Ma quello, quell’amore era meglio di niente, era meglio delle urla, degli sguardi di disapprovazione, del rifiuto, della rabbia, delle psicobotte, dei lividi invisibili, delle fratture insanabili.

Volevo solo un po’ d’amore! Entrambe, volevamo solo un po’ d’amore.

Non potevo accettare che loro non mi amassero, non potevo pensare che loro, proprio loro non mi accettassero, non mi volessero per ciò che ero.

Non so come, quel giorno ho realizzato che tutti i traguardi raggiunti, tutti i meriti, tutte le conquiste e gli sforzi, non erano valsi a rendermi veramente felice. Non ero felice, non so, forse mi sono vista di sfuggita in uno specchio e poi ancora mi sono sorpresa riflessa su una vetrina, non ho visto gli oggetti esposti in vetrina, ma me stessa riflessa e non mi è apparso niente di bello, c’era una persona seria, tutta impuntita, impettita, secca e dura, la faccia più di ogni altra cosa mi ha colpito, seria, dura e triste come non mai, come non avrei mai pensato.

Ma chi è quella? Per un attimo non mi sono riconosciuta. Ho pensato ma guarda quella professoressa arcigna! Ma guarda che faccia da funerale, che espressione triste!

E’ stato tremendo, mi sono rinvenuta, mi sono svegliata all’improvviso con una pugnalata proprio al centro del petto, quella ero io, quell’immagine ero io e non mi ero riconosciuta. Chi ero diventata?

Nel tempo non mi sono resa conto di cosa mi stava capitando, quella era ciò in cui mi ero trasformata. Non me ne ero proprio accorta. Non mi ero neanche accorta di tutto ciò che avevo lasciato per strada. L’attenzione verso glia altri, verso le aspettative, verso le norme, verso la rispettabilità, la serietà, mi hanno fatto perdere la vista, l’udito, il sentire e io non c’ero più.

E in effetti, non ridevo più da tempo, sorridevo educatamente, ma non ridevo più, nessuno tranne il mio dentista aveva mai più visto i miei denti e le mie tonsille. Non sognavo più, né di giorno né di notte, né con gli occhi aperti né con gli occhi chiusi. Pensavo semplicemente, i pensieri che servono per fare le cose, per capire come devono essere fatte nel migliore dei modi, i pensieri per fare i conti, i pensieri per valutare se il risultato era sufficientemente buono, se poteva aggradare chi mi stava intorno, chi mi avrebbe fornito una valutazione e punto, questo era tutto ciò che mi restava di me stessa. Un po’ poco, anzi molto poco.

Non giocavo più, non sapevo neanche più cosa fosse giocare, quella è roba da piccoli, un perditempo, una sciocchezza per adulti indolenti. Lavoravo sodo e m’impegnavo e rendeva bene, tutti erano soddisfatti, contenti, i risultati ben visibili, i conti soddisfacenti, i conti tornavano, secondo la certa logica della mente, ma non secondo la logica del cuore.

Un mondo arido, vuoto in realtà. Privo di tutto quello per cui avevo fatto tanto. Non c’era amore, non c’era consolazione vera, non c’era soddisfazione, non c’era pienezza, non c’era compagnia. Non c’era felicità. Non ero felice.

Quando la notte mi alzavo quasi in trance, a mangiare ciò che mi capitava, magari del formaggio o del dolce, morbido e piacevole, c’era una voce in me che mi ricordava che qualcosa non tornava. Quando le giornate senza impegno mi annoiavano terribilmente, ma molto più che annoiarmi, mi angosciavano a dismisura, senza posa dovevo fare assolutamente qualcosa, sentire qualcuno, avere un minimo cenno, uno stimolo, allora e solo allora, dopo ripetute angosce incolmabili e insanabili, il tarlo s’è insinuato nei miei pensieri, nei miei sonni, mi sono sentita incompleta e sola, angosciosamente sola.

Qualcosa non tornava, non andava. Ma cosa?

Eppure mi sembrava di avere tutto, proprio tutto. Mha!

Quando ho sentito tutto questo, quando mi sono fermata ad osservare e ad accogliere tutto quanto, ho finalmente capito cosa mi mancava, cosa mi agiva il sonno e la quiete, il fondo dell’assenza, la vera fonte che mi avrebbe dissetata, il cibo vero che mi avrebbe sfamata, il calore che mi avrebbe riscaldata e rincuorata, eri tu mia cara bambina, mia dolce e tenera piccola, era tu farfalla, coniglietto, scoiattolina, falchetto, topolina sfarfallina che mangia formaggio sotto il letto, occhi profondi, pulcino giallo occhi di laghetto, capelli color del grano, piccola che corre……...

Eri proprio tu! Tu solo tu. Allora come una scossa, come un fulmine a ciel sereno mi si è illuminata la vera fonte dei pensieri e ho capito con la testa e con la pancia insieme, ho ricordato te, ho avuto ben limpida la tua immagine davanti agli occhi, alla mente, al cuore.

Nostalgiando ho ripercorso le nostre lunghe chiacchierate, le risate all’infinito, le confidenze della sera sotto le coperte, i sogni sotto la luna, i nascondigli sotto il sole, le barzellette, gli scherzetti, le storielle. Tu, allegra, spensierata, canterina, amabile e bella. Tu che miravi l’uomo delle stelle e te ne facevi illuminare.

Bella di una luce tua propria, bella come le stelle, bella da far paura, bella di un’innocenza e di un amore senza condizione. Bella ed eterea, concreta e vitalmente forte. Affidabile e fidata fino alla morte!

Abbiamo trascorso dei momenti indimenticabilmente belli, spensierati, allegri, pieni, pieni all’inverosimile. Il tempo non esisteva, non esisteva la pesantezza delle giornate che trascorrono, l’orrore abrutente degli impegni inderogabili, dei compiti, delle regole. Era tutto libero e leggero, tutto era, esattamente come doveva essere.

Che nostalgia di quei tempi così squisiti, così indimenticabili, unici, momenti che non torneranno più!

Se penso a tutto questo, se penso a quanto ho fatto, che orrore ho di me. Che mostro sono stata. Che orrore, ti ho rinchiusa al buio per non sentirti più, per non farti più vedere al mondo, per mostrare di me solo la parte concreta, razionale, volenterosa, ubbidiente. Ho reso te inanimata e me un soldatino marciosamente addestrato. Ho impoverito ciascuna di noi, ho dissanguato ciascuna metà, fino a ridurre entrambe all’osso. C’è rimasto ben poco di ciascuna di noi due.

E la cosa peggiore, è che alla fine mi sono dimenticata di te! Ho dimenticato che esistevi, che eri rinchiusa lì, che avevo promesso di venirti a prendere presto. Presto!

Chissà, quanto hai aspettato povera piccola mia. Quanto avrai atteso quel presto, lo avrai contato, valutato, soppesato, interpretato per dargli un senso, per far trascorrere il tempo, per dare un significato accettabile all’interminabile attesa. Chissà quante lacrime hai pianto, quanto hai gridato, quanta disperazione, quanta desolazione, quanta solitudine infinita. Sola, sole, siamo entrambe sole! Tu sola, io sola e neanche insieme in questa nostra solitudine. Anzi, nemiche, invece che amiche, separate invece che parti indiscindibili.

Ho dovuto essere grande davvero, essere coraggiosa e forte quanto te, per potermi ricordare cosa era successo, cosa avevo fatto, per recuperare il mio tradimento, per potermi prendere tutta la responsabilità di quanto avevo tristemente compiuto, di tollerare la vergogna di me stessa, il peso e l’onta, per potermi riconciliare con te, per trovare lo spessore di chiederti scusa!

Scusa.

Scusa, mia cara e unica amica, mia piccola bambina, unica fonte delle mie emozioni, della mia gioia, della spensieratezza di quei giorni trascorsi insieme, saltellando e ridendo a piena bocca, con denti scintillanti, con briciole saltellanti, del ridere, ridere a crepapelle, finché non ci si fa più, finché si procede piegati in due, del ridere senza motivo, ridere solo perché siamo al mondo e stiamo bene insieme. Ridere ed essere pieni di una complicità e di un’alleanza unica e indescrivibile, che si condivide e si comprende con una semplice occhiata furtiva.

Ah, che bello ridere, ora è solo un miraggio ormai, un lontano ricordo. Ora non rido più da tanto tempo e tu non ridi più da tanto tempo ormai.

Non so, se potrai mai perdonarmi, se riuscirai a ritrovare il colore di un tempo, se riuscirai ancora a volermi bene, se ce la farai a fidarti di me, a rinnovare la fiducia illimitata che riponevi in me!

Hai confidato e hai atteso, hai atteso e hai confidato, ma vanamente. Capisco che non è facile, io ti ho tradito, ho distrutto il tuo mondo. Noi due eravamo tutto il tuo mondo e anche il mio! Io ho distrutto il nostro mondo!

Pur di essere amata, mi sono venduta e ti ho venduta, ti ho messa da parte, ti ho annullata, ti ho ferita, ho fatto finta che non esistevi. Ho permesso che loro con il loro codice reale, ti mettessero in gabbia, alla gogna e io ti ho fatto entrare lì, ho chiuso a chiave e ho nascosto la chiave ben bene.

Mi sono dimenticata di te! Ho venduto te e me, mi sono prostituita, ho rinnegato il fondo più vero di me: te!

L’unica che veramente, ingenuamente, innocentemente, gratuitamente mi amava con tutto il suo essere, con tutta la sua passione. Ho cercato l’amore altrove, quando invece ce l’avevo già, avevo lì a portata di mano tutto ciò che mi serviva. Ho cercato invano. Ho cercato acqua nel deserto. Che assurdità, che pazzia, nel deserto non c’è acqua!

Non ci sono scuse, non ci sono giustificazioni. Sono imperdonabile, lo so. Sono stata insensata, folle fino alla follia pura. Chissà cosa credevo. Cosa pensavo di fare, di cosa mi ero illusa. La vera verità è che io non posso fare a meno di te, non sono nulla senza te, non esisto, s’intravede solo una scorza, un abito, una forma, un codice, un fare, una prestazione. Una vera schifezza. Un nulla. Il vuoto.

Io ti voglio tanto bene. Io ti amo, mia compagna di cuore, unica vera perfetta compagna di vita. So chi sei, so cosa sei, so il tuo valore incommensurabile. Conosco la tua onestà, la tua semplicità, la franchezza e la freschezza del tuo cuore. So che il tuo amore è indescrivibile, totale, completo, unico!

So che ti ho lasciata, ma non voglio mai più perderti. Voglio te, voglio ritornare a quella sintonia di un tempo, voglio che siamo due anime in un nocciolo, come siamo state un tempo, come saremo ancora, come non potrei con nessun altro.

E adesso, che hai perso le tue ali, che hai corso tanto, che ti hanno venduto la tua tromba, che ti hanno sottratto indebitamente le tue lettere d’amore, che hai subito soprusi, violenze, aggressioni, pretese, aspettative, accuse. Dopo che hai perso il tuo posto ed il tuo diritto. Dopo che ti hanno deprivato dell’aria per respirare, dell’energia per crescere, dell’amore per credere in te, della fiducia per poter volare, della forza per poterti sostenere.

Ora dopo tutto questo, io voglio solo amarti, starti vicina, curare le tue ferite, curarci le nostre ferite. Non metterò più sale nel tuo dolore, ma ti nutrirò con latte e miele, come meriti e come mai sei stata nutrita. Voglio costruirti un giaciglio caldo e comodo, per farti riposare e vegliare su di te, osservando ogni tuo minimo sussulto, intravedere nel tuo volto i movimenti della tua anima in sogno, voglio ammirare rapita l’uomo delle stelle con te, mia piccola. Prometto che ogni sera ti leggerò la tua fiaba preferita, prometto che staremo tanto tanto tempo lì accovacciate a raccontarci storie di paura, storie dolci, poesie, soavi melodie, canteremo finalmente insieme, faremo un baccano indescrivibile.

Adesso che so quanto sei importante e unica, non mi preoccuperò più che si dica che i tuoi giochi sono stupidi e le tue risa di troppo. Non mi sentirò più ridicola in tua presenza, non mi vergognerò più di te! Non ti nasconderò mai più.

Che scema sono stata, non ho capito nulla, non ho proprio capito che tu eri il mio vero orgoglio! Tu, la mia forza, la mia fantasia. Tu la mia energia, la mia vita, la passione più potente, la magia di un abbraccio senza posa, tu mille emozioni, mille bollicine, un fremito, una scossa che ti percorre tutto il corpo senza darti posa.

Lo so che sono ripetitiva e noiosa, ma non so fare altrimenti, non conosco altro modo per farmi perdonare, non so come posso alleggerirmi e alleggerirti di questa mia vita insensata e vuota, di questo delitto compiuto nei tuoi riguardi, di questo pensiero ossessivo di cui non so darmi ragione, che mi tormenta giorno e notte.

Ti amo e ti chiedo perdono all’infinito. Spero che tu ci creda, spero che ancora tu riesca a fidarti di me, che tu voglia giocare con me, che ancora mi vuoi un po’ di bene, che ancora mi vuoi!

Io non so se sarò capace di tanto, di tutto questo. Non so se avrò questa tua forza, questa capacità di amare. Non so, se ce la farò a sentire ancora come un tempo, se questo mio terreno arido riuscirà mai a tornare fertile.

Perdonare è un grande gesto, un gesto di amore profondo, senza condizioni, senza possesso, senza giudizio, senza paure. Tu sei grande, veramente grande, la forte e la passionale delle due. Quella veramente ricca.

Io, scarna di vitalità e affidabilità, ormai ridotta ai minimi termini dell’umanità, ormai solo l’ombra di me stessa, non so neanche più se sono ancora capace di amore autentico e se lo sono mai stata realmente.

Nonostante tutto questo, nonostante tutte le macerie che ti sono crollate addosso, che io ti ho fatto crollare addosso, le macerie di quella nostra casa, che doveva essere la nostra roccaforte, nonostante questo e molto altro, tu sei ancora lì, che mi guardi, mi osservi, hai già smorzato il suo sguardo di rabbia e mostri languidamente il tuo amore, mostri le tue braccia che si aprono, che mi attendono, che si avvicinano teneramente.

Grazie, grazie del tuo perdono e del tuo abbraccio. Le tue braccia sono il segno della più grande generosità, il tuo timido sorriso mi commuove, i tuoi passi silenziosi sono una soave melodia, la tua presenza eterea quasi invisibile è come un fiore che si anticipa col suo profumo.

Che beltà! Grazie.

Non posso crederci. Non ci lasceremo mai, mai più!

Spero di meritarmelo, di non tradire la tua rinnovata fiducia e di essere degna di tutto questo. Spero di avere la forza, la dignità, la prontezza, di essere capace di mantenere tutto quello che mi doni ancora una volta. Sento tanta responsabilità su me, sento però che è giusto così, che tu sei tanta e meriti tutto questo, non una virgola di meno. Già una volta non l’ho capito, già una volta ci sono passata sopra, già una volta ti ho denigrata.

Adesso no, adesso sta a me capire, accogliere, impegnarmi, stare semplicemente con te. E poi, non posso che guadagnarci, non ne ricavo altro che divertimento, che pienezza, che vita.

Per te non sarà così semplice, ne sono consapevole. So che ci vorrà tempo, che quelle dannate ferite fanno male, frizzano anche solo a guardarle, so che le cicatrici non si cancelleranno mai dalla tua pelle, mia piccolina.

Quelle ferite ormai hanno lasciato la loro impronta, un solco, una strada indelebile e di lì, tu andrai per tutto la vita. Avrai ancora la tendenza a metterti da parte, lo farai per molto molto tempo, lo farai per tutta la vita. So che ti faranno molte cose che tu subirai, so che accetterai in silenzio molti soprusi, che abbasserai la testa negandoti il diritto della rabbia e chiederai anche scusa. E se proverai a lamentarti, non sarai ascoltata, dalla tua bocca uscirà solo un flebile sibilo, una lamentela inudibile ed inafferrabile, che il mondo calpesterà.

So bene, che ancora per anni e anni, ti si avvicineranno ogni sorta di prepotenti e ti porteranno via con sé, faranno di te ciò che vogliono e tu non dirai nulla. Venderai il tuo corpo e tutta te stessa per molto poco, anche per niente talvolta, perché così è stato e così deve essere. Non ci sono alternative per te.

Quelle cicatrici, non si cancelleranno mai più, per il resto della tua vita. Ma, io che ho contribuito a procurartele, adesso non ti lascerò mai più! Io veglierò su te, giorno e notte, ti difenderò di giorno e ti consolerò la notte. Non permetterò a nessuno di prendersi gioco di te, di derubarti, maltrattarti, strattonarti, dimenticarti. Ti ricorderò e ti insegnerò, giorno per giorno il rispetto di te, la pretesa del rispetto da parte degli altri.

Io imparerò insieme a te, ma siccome sono la grande delle due e un po’ di cose sul mondo l’ho imparate, sono più forte e consapevole, io ti aiuterò a non accettare, a non subire, a guardarti allo specchio. Io per prima mi guarderò allo specchio, ti guarderò allo specchio, io desidero ancora riconoscermi, ritrovarmi finalmente. Voglio finalmente vederti per ciò che sei e desidero che tu ti veda per ciò che sei.

Sarò orgogliosa di te e tu di me e tu di te e io di me! Saremo una la paladina dell’altra, io e te non ci lasceremo più. Io e te, non siamo niente da sole, io e te insieme siamo una forza, siamo uno e uno non può dimezzarsi.

Nessuno verrà a prenderti, nessuno ti tratterà come uno zerbino, nessuno ti farà scomparire. Io non lo permetterò.

Nessuno ti farà sentire ancora mille volte niente, nessuno ti farà vergognare di te, come se fossi un cane rognoso, una trovatella, una senza famiglia. Tu ce l’hai una famiglia, siamo noi la nostra famiglia e un giorno saremo molti di più.

Se puoi, perdonami e amami ancora, piccola mia grande bambina!

Io sarò la tua grande piccola mammina!

Siamo sorelle, ma io sono la grande, l’adulta ed è giusto che mi prenda cura di te e ti accompagni, come una mamma amorevole fa col suo piccino. E così sarà, e così sia!

Sai, anche io con la tua assenza non ho fatto che azzopparmi. Nonostante io sia l’adulta, a volte mi sento come se fossi ancora una bambina, incapace e inutile. Troppe volte mi sono sentita negletta, imbarazzata, impotente di fronte ad un mondo che non so gestire né controllare, un mondo troppo grande per me. Un mondo talvolta semplicemente splendente ed abile, talvolta ignaro della mia presenza, talvolta indifferente, fino al menefreghismo e alla crudeltà. Un mondo lontano, distante da me eppure talvolta vicino ed inglobante, richiedente. Un mondo grande.

Talvolta mi reprimo e deprimo solo perché non riesco a sostenere lo sguardo dell’altro, di qualsiasi altro, non importa chi, anche un altro senza importanza o significato per la mia vita, come il negoziante all’angolo, il giornalaio, un passante, il tassista. Eppure, mi vergogno solo a guardarlo, a mostrargli la mia essenza, a chiedere una cosa semplice come un’informazione, una notizia, un servizio pagato, per altro.

Sembra assurdo, veramente assurdo, mi vergogno come se ci fosse in me qualcosa che non va, qualcosa da nascondere, di terribile, o forse questo qualcosa è solo un senso di mancanza e di incapacità. Alla fine mi sento incapace di fare anche la pur minima cosa, incompetente, impotente, ignorante, inutile. E qualunque cosa faccia, non basta mai. Non arrivo mai, non sarò mai all’altezza.

E’ una sensazione veramente forte, devastante per tutto il mio essere. Sono povera e mi impoverisco ancora di più, mi costringo in una morsa di insicurezza e nullità. Non posso mostrarmi, non posso chiedere, non posso osare, non ne ho il minimo diritto.

Mi ritrovo allora rannicchiata in un angolo, ad avere solo tanta paura e vergogna di me e della mia inadeguatezza, delle mille interminabili incapacità. Allora mi capita che esattamente come te, mi viene un gran mal di pancia, oppure mi si stringe lo stomaco, la mia testa duole così tanto che non riesco più a stare neanche con gli occhi aperti, tanto meno a parlare, ascoltare, riflettere, nulla. Non sono più capace di nulla.

Ho solo voglia di nascondermi, di rintanarmi sotto le coperte e scomparire da questo mondo difficile.

Altre volte capita che la mia grande paura si trasforma in rabbia, in risentimento contro tutto e tutti, ce l’ho con l’universo intero, mi riempio di astio e persino rancore e sto lì sola con me stessa, in quel gran pantano. Vedo ingiustizie ovunque, vedo che gli altri mi maltrattano, non mi ascoltano, non mi vedono, non riconoscono ciò che sono, mi sento denigrata e derisa e ne sono infinitamente rancorosa, senza rimedio. Tutto appare nero e senza via d’uscita.

Magari, mi risveglio con rinnovato entusiasmo e speranza, con una visione alleggerita e sbiadita, non ci sono più così tanti nemici nel mio mondo, ma le cose nel frattempo non sono cambiate, si sono solo ammansuetite, ridimensionate.

Tutto questo succede, questo immenso vissuto profondo di incapacità e di inutilità deriva solo dal fatto che manchi tu. Manca tutta la vitalità, il brio, la passionalità, l’emotività che ti contraddistingue. Manchi tu, mia piccola cara.

Lo so che tutto questo ti stupisce, mi guardi con quegli occhi sbarrati e increduli, lo so. Tu credevi in me, ti aggrappavi in me ed io facevo la parte della dura, della sapientona, ma in realtà anche io nascostamente mi aggrappavo a te, anche io ero rincuorata dalla tua presenza, della tua esistenza. Tutto quel mio rigore, quella razionalità, senza te diventano solo esercizio aritmetico, esecuzione di calcoli, applicazione di formule, niente più di quello che fa un computer.

Senza di te, non sono niente. Senza di te, sono solo una scatola vuota! Senza te io soffro immensamente, vivo con un buco nel centro della mia esistenza.

Solo insieme riusciremo a tollerare la triste realtà che i nostri genitori non ci hanno amato come avrebbero dovuto, che non ci hanno amato come avremmo avuto bisogno. Solo insieme riusciremo ad accettare che non ci vedono per ciò che siamo, che non riescono ad accoglierci per ciò che siamo, a lasciarci essere noi stessi, a sbagliare, a cambiare, ad urlare, ad essere.

Insieme potremmo alleviare il dolore per essere state misconosciute, maltrattate, violate e alla fin fine abbandonate.

Forse solo se saremo insieme, la rabbia interminabile, la frustrazione e l’incomprensione di tutto questo non ci distruggerà, ma si trasformerà in una forza propulsiva, in qualcosa che misteriosamente si trasforma trasfigurando la sua natura originaria per diventare un universo parallelo.

Io sono l’adulta ma tremo come una bambina, tu sei la bambina ma vivi saggiamente come un’adulta. Siamo una commistione unica.

Noi due insieme riusciamo a sentire e a stare in questa dimensione unica. Noi due insieme, siamo veramente una forza!

Grazie che esisti.


imagesCAPB0OTP

Repost 0
Psiche-Soma in libertà - in A spasso con la Paura
scrivi un commento
8 febbraio 2012 3 08 /02 /febbraio /2012 11:42

CAPITOLO VIII

 

Abbandoni

 

 

Si fa tanto clamore su certe sorti terribilmente avverse, su eventi che sembrano incredibili, azioni deprecabili che diventano inesorabilmente e tristemente notizie di cronaca, come nel caso di genitori che dimenticano in auto i propri figli sotto il sole.

Non ci si può proprio credere! Ma come? Ma com’è possibile? Come si può mai, un’atrocità del genere? Come può un genitore, arrivare a tanto?

Qualcuno, ha detto che non sono certo i primi né gli ultimi bambini lasciati sotto il sole: ha proprio ragione! Quante ne sono successe.

Tu piccolo lo sai, lo sai bene che è vero. Ti è capitato di essere lasciato in auto, com’è successo a tanti altri bambini, magari per ore, magari in compagnia dei fratelli e delle sorelle, così che non si sentissero troppo soli.

Tutto questo accade unicamente perché in certi posti, i bambini non possono entrare, in certi posti è bene che non entrino, come in ospedale per esempio, si spaventerebbero troppo, rimarrebbero shoccati e questo non deve proprio avvenire. In certi luoghi i bambini si annoiano, come negli uffici, alla posta, in banca. Allora è meglio che stiano ad aspettare in auto, tutti insieme, chiusi dentro, così sono al sicuro, in fin dei conti è una salvaguardia della loro salute. Poi così, il genitore fa prima, più agilmente, più tranquillamente, capisce tutto ed è più facile per ciascuno. Certe cose, d’altra parte devono essere compiute, non si può fare altrimenti. E’ la vita.

A te quel giorno, è toccato di aspettare da solo in auto, pur avendo molti fratelli e sorelle, in quell’occasione eri da solo ed eri molto piccolo, non andavi ancora a scuola.

Non ricordi neanche se il papà ti ha detto cosa andava a fare, dove andava e quanto ci metteva, ti sei girato, rigirato e ti sei visto solo, in quell’auto, ti giravi, guardavi, osservavi ogni angolo, ma di lui neanche l’ombra. Hai tentato di fare l’uomo, almeno l’ometto, come ti dicevano i tuoi. Hai provato a fare il duro, ad aspettare impassibile ed in silenzio.

Tuo padre ci tiene tanto che tu mostri le palle, esattamente come lui, proprio come lui, suo padre prima di lui, i suoi fratelli e i tuoi fratelli più grandi. Questa è una famiglia di uomini con le palle, non te lo dimenticare. Insomma, non avevi molta scelta, dovevi mostrarti degno di appartenere a questa famiglia di tori, di essere veramente forte e di saper far fronte alle situazioni, ma, ma, ma nonostante questo, nella tua testa tutto si era annebbiato, non vedevi nessuno punto e basta, non c’erano palle in giro e in quel momento, le tue non sapevi neanche dove fossero.

Ti sei sforzato fino al midollo, contraendoti invisibilmente nel tuo corpo, ogni muscolo rattrappito si stringeva in sé, tutto per resistere, per non sbottare, per non sentire, per non pensare ………… tutto quello sforzo non è servito, non ce l’hai fatta, la pressione era troppa, proprio come una pentola a pressione sei esploso in un pianto dirompente, non c’erano argini né confini, sei proprio esploso. Le lacrime e le urla uscivano senza ritegno, senza misura, senza palle. Era solo una grande esplosione incontenibile. Non c’erano alternative, non c’erano ragionamenti possibili, né rassicurazioni, non c’erano palle, no, non c’erano! E dov’erano mai? E cos’erano mai?

In mezzo a quelle lacrime tristi, angosciosanti, clamorose, qualcuno ti ha sentito e si è avvicinato, una signora preoccupata, poi un’altra e forse un’altra ancora, quelle urla strazianti non potevano esser ignorate. Erano lì intorno a te, per capire cosa ti fosse successo, ti hanno preso e ti hanno fatto uscire dall’auto, era anche aperta dunque. Erano lì intorno a te, cercavano di tranquillizzarti, consolarti, ti chiedevano cosa fosse capitato, dove fosse tuo padre e tua madre, ma tu di fronte a tutto questo eri anche più smarrito. Chi erano quelle persone, non le conoscevi, non sapevi chi erano e cosa volevano da te. Che fare?

Le lacrime si erano bloccate, non perché tu fossi più tranquillo, ma perché a tutto quello spavento si era aggiunta un’incognita, l’incertezza, l’imbarazzo, forse quella situazione sarebbe diventata vergogna estrema, vergogna di te e di tutta la tua famiglia, se non fosse sopraggiunto tuo padre a toglierti dai guai. Sì, perché non avevi diritto a chiedere, a piangere, a pretendere, ad urlare. Come dovevi comportarti allora, di fronte a quelle persone che ti facevano intravedere qualcosa che suonava come un imbroglio, una dura prova, un test, che non eri pronto ad affrontare e che non avresti mai superato?

Arrivato il papà tutto si è risolto. Finito il dilemma e iniziato un nuovo sconquasso. Sì, quel padre così tanto duro ed esigente, impermeabile a qualunque emozione, quell’uomo con le palle si era premurato di mostrare preoccupazione e affettuosità verso il piccolo in lacrime. Il suo, piccolo in lacrime, per essere stato da lui, lasciato solo! Abbracci e parole dolci, dolci fino a diventare intollerabilmente caramellate, appiccicose e false. Tutta una scena, un teatrino schifosamente avvizzito, non vedevi l’ora che finisse!

E chissà, cosa sarebbe capitato dopo!

Stavolta non piangevi più davvero, non perché fossi rassicurato, ma eri congelato in ogni minima reazione. Che fare? Sicuramente, senza nessunissima ombra di dubbio, dovevi tenere la parte! Dovevi fingere di essere figlio di un padre attento e premuroso, che si sente amato e consolato dalla preoccupazione di un padre, che ti ha lasciato ingenuamente e quasi inavvertitamente per un brevissimo attimo in auto da solo.

Ma, cosa avresti dovuto veramente provare? Quale l’emozione giusta? Quale il comportamento appropriato? Quale la risposta?

Tu non lo sapevi, non l’avevi mai saputo, non potevi neanche chiedertelo, non ti era dato. Ecco, la soluzione era semplice, a portata di mano, fare l’uomo con le palle! In fin dei conti, te l’hanno sempre detto!

E allora eri lì, con quegli occhietti interroganti, con il corpo ancora contrito e costretto in una morsa di paura. Eri tutto un blocco, povero piccolo, senza espressioni di alcun che, almeno così eri al riparo, non potevi sbagliare. Eri inintelligibile, così non avrebbero potuto dirti niente, se non decifravano non potevano lamentarsi.

Hai imparato bene e l’hai fatto per tutta la vita, non mostrare mai un moto, una reazione, non lasciarti sfuggire nulla con quell’espressione da alieno bambino, presentandoti alla vita con un corpo unipezzo, senza articolazione né segmenti, con una faccia immobile, senza opinioni evidenti, senza tradimenti, né cedimenti, così che, se mai avessi provato una minima emozione nessuno se ne sarebbe certo accorto e tu non eri obbligato a capire cosa dover esprimere, come reagire, cosa volere, cosa si aspettavano gli altri, la giusta condotta.

E chissà se ha funzionato davvero, se ti ha salvato la vita o se ti ha condannato in trame invischianti e oscure. Chissà se tuo padre si è accorto che rifiutavi di avere le sue palle, chissà se si è mai accorto che un giorno adulto, hai scelto come tuoi compagni, uomini che le avevano loro, le palle! E poi …. tu non l’hai mai avute, quindi non poteva che essere così.

Ma i bambini non vengono lasciati soli soltanto in auto, anche in casa o al cinema. Tu lo sai bene, vero pulcino, occhi di laghetto?

Ho ancora i brividi ripensando al tuo racconto, costantemente misurato e commentato dall’espressione attonita di quegli occhi di laghetto, che non traboccavano mai.

Quel ricordo era ritornato quando ormai eri grande, quando ormai non te l’aspettavi più, quando ne subivi solo le conseguenze senza saperne l’origine. Da quel giorno, quel ricordo non ti ha più lasciato, stravolgendoti l’esistenza più di prima.

Eri al cinema con tuo fratello, da soli, lui tre e tu sei anni circa, non ricordi neanche a vedere cosa, non è più importante da quel giorno ormai, tutto è passato in secondo piano. Come spesso capita, non solo nei racconti o nelle raccomandazioni profuse dagli adulti, ma anche nella realtà vera, si sono spente le luci, buio in sala, inizia la proiezione e sotto l’inconsapevolezza o l’indifferenza dei presenti, vi ha avvicinato un uomo, garbato, con modi seduttivi. Come spesso capita, vi ha comprato caramelle, gelati, era a disposizione, è stato gentile veramente.

Tu sapevi, occhi di laghetto che non c’era da fidarsi, ma non sai perché, non sai come, non riuscivi a fare nulla, eri bloccato e non sei riuscito a dire neanche una parola. Da bravo pulcino biondo, educato, proprio come ti hanno insegnato, hai ringraziato per tutte quelle gentilezze rivolte a te e al tuo fratellino, non potevi essere scortese, così ti hanno insegnato.

Non sai perché, non sai per come, ma ricordi di esserti trovato nel bagno con quell’uomo così gentile, non sai perché, ma sai che tu l’hai fatto per lui, per il tuo fratellino, per proteggerlo, per paura che capitasse qualcosa a lui, a lui che era più piccolo e che te lo avevano caldamente affidato.

Assurdo no? Ma tu non avevi armi, non avevi strumenti per difenderti, per difenderlo, se non immolarti, farti avanti forse, chissà, non si sa come sono andate le cose, cosa mai sia successo. Tu non ricordi, occhi di laghetto.

Questo ti ha dilaniato per anni occhi di laghetto e continua a dilaniarti, tu non sai cos’è successo in quel bagno di quel cinema con quell’uomo gentile. Hai solo un flash, un’immagine fissa nella tua mente. Non lo sai, non lo ricordi e forse non lo saprai mai. Non lo sai perché non lo ricordi, non lo sai perché hai una paura angosciosa di saperlo, non sai cosa potresti scoprire, non sai cosa ti è successo, non sai cosa ti succederebbe se venissi a scoprirlo!

Cosa ne sarà di te? Cosa ne è stato di te? Che angoscia!

Ma non basta, per incrementare la vergogna, la colpa, all’uscita di quello spettacolo, il tuo papà è venuto a prendervi e tuo fratello subito ha rivelato la novità, un signore gentile vi ha offerto le caramelle e tante cose buone. Chi, chi è stato? Chi è? Cos’è successo? Chi, chi, chi!

Come un treno, tuo padre andava a diritto e ti tartassava di interrogazioni, occhi di laghetto. E tu, sì tu, eri vicino a quell’uomo, l’hai guardato, ti ha guardato, c’è stato uno sguardo d’intesa forse e hai taciuto. Hai taciuto! Hai taciuto! Non rispondevi, non lo sapevi.

Eri confuso, come sei stato confuso e stordito tutta la vita, occhi di laghetto! Hai fatto di tutto per dormire il resto della tua vita. Per non sentire, per non pensare, per non vedere, per non ricordare cosa sia veramente successo.

Non sai perché hai taciuto. Non lo sai perché. Quale patto hai rispettato? Che paura avevi? Chi non volevi tradire? Chi hai tradito?

Avevi paura che tuo padre lo aggredisse, gli andasse addosso e tu temevi tutto questo? Perché? Dannatamente perché? Forse perché ti sentivi responsabile, ti sentivi complice, ti sentivi sporco, di qualcosa che non sai neanche cosa sia!

Eri responsabile di aver dovuto proteggere tuo fratello e di non esserne stato in grado, se non immolandoti per risparmiarlo. Sì, perché ti avevano raccomandato lui, che era il più piccolo e dovevi proteggerlo, dando per scontato che tu saresti stato in grado di cavartela, eri grande del resto. Ma, in quest’implicito, in questo pesante fardello, passava il messaggio che le sue sorti erano più importanti delle tue e che lui era da proteggere. Tu, poco contava cosa ti poteva succedere. Temevi fortemente, che ti avessero dato anche dello stupido e dell’incapace! Che ti avessero accusato di non averlo protetto, come dovevi.

Non ti preoccupavi minimamente dei loro timore per te?  Perché? Perché tu non eri nella tua mente? Perché, nella tua mente non eri nella loro mente?

E cosa vuoi, tuo padre era grande e grosso, era bravo lui ad urlare “Chi è stato?” Lui avrebbe ammazzato tutti, tu invece eri piccolo e incapace! Lui sì che era bravo! Tu temevi proprio che in quel cinema sarebbe scoppiato un vero caos, ti prefiguravi urla, strattoni, botte e chissà cos’altro. Ti vedevi al centro di tutto questo e non ce la facevi proprio, non potevi tollerare lo sguardo inquisitore di tutta quella gente, le domande, i dubbi, i mormorii, la vergogna più totale.

I tuoi non hanno mai capito questo tuo dramma, non l’hanno mai capito e non lo capiranno forse. Tanti figli da tirare su, i pensieri per sfamare tutti e farvi crescere nei migliori dei modi. Ogni tanto vi permettevano anche il cinema, era per darvi anche questo, ma costava troppo e loro non potevano accompagnarvi. Ma tanto, tu ormai eri grande! Lo avevano già fatto anche i tuoi fratelli più grandi, anche tu saresti stato ben in grado di farlo, esattamente come loro lo avevano fatto prima di te! Non era difficile, vi accompagnavano e vi riprendevano.

Non era difficile! C’era solo da stare lì, a godersi lo spettacolo!

Chissà mai, se ti perdonerai, chissà se un giorno ce la farai occhi di laghetto! Chissà, se riuscirai mai a dare ad ognuno la sua colpa, ad essere arrabbiato con loro.

Chissà se un giorno quel piccolo pulcino biondo, che piange solo per procura, tornerà a pigolare allegramente di vita! Chissà, se occhi di laghetto tracimerà mai lacrime proprie, per lasciare spazio ad altro! Chissà ….chissà.

C’è stato poi un destino veramente terribile, che è spettato a te povera piccola! Avevi sei anni, ma forse di più, ma forse no. Ne avevi sei, in verità è così difficile accettare il fatto che tu ne avessi solo sei, una parte di me non ci crede e si vuol convincere che ne avevi di più, almeno due o tre in più.

Ricominciamo dall’inizio, avevi sei anni, solo sei anni e sovente ti lasciavano a casa ad accudire tuo fratello, che ne aveva circa tre. In una famiglia si deve collaborare, che diamine, la mamma doveva andare a fare tante commissioni, la spesa, la banca, la posta, la spesa e poi la banca, insomma capitava che per sbrigarsela alla meglio, vi lasciava a casa.

Del resto, poverina era sola, come doveva fare? Senza nessuno che ti aiuti, è veramente difficile con due bimbi piccoli! Veramente difficile!

Era una delle tante volte in cui eravate lì insieme da soli e tu, che avevi sei anni, ma eri pur sempre la grande, avevi l’incarico di vegliare su lui che era piccolo e indifeso. Tanto la mamma avrebbe fatto presto e poi ormai tu sapevi cosa si fa e cosa non si fa, cosa si tocca e cosa no, cosa fa arrabbiare la mamma e cosa no. Insomma, tutto semplice, si trattava solo di stare a casa a giocare, come se niente fosse, come se tutto andasse bene così! Come tante altre volte era già successo.

Avevate anche un piccolo giardinetto davanti casa, in estate era bello stare lì con il sole a strappare un po’ di erbacce ma anche qualche fiore, a far girare la trottola, a fare il bagno alle bambole e poi farle asciugare al sole. Lui, si divertiva con la palla, con il triciclo e stava lì, a volte un po’ dispettoso ti rubava le tue piccine, a volte litigava col gatto e il tempo passava. In effetti, ce la faceva a passare, a volte più sonnolosamente lento, altre più rapido e lesto. Così era.

Quel giorno, che sembrava come tanti altri, il tempo sembrava più pigro e lungo del solito, non so se era il caldo, la noia, la stanchezza o la mamma che ritardava più di sempre. Uff! E’ capitato che anche il gatto si annoiava e ha deciso così di fare qualche piccolo dispetto, con un balzo è saltato giù dall’albero, ha fatto i suoi bisogni davanti alla porta di casa ed scivolato rapidamente dentro. E tu piccolina,  preoccupata che combinasse qualche guaio, che poi sarebbe ricaduto sulla tua testa e sulla tua responsabilità, ti apprestasti come un fulmine dietro di lui, urlandogli di tornare indietro, che lo avresti ammazzato di botte e via alla ricerca affannosa di quel tuo micio così insolentemente imprevedibile e dispettoso.

E ….. mentre tu cercavi di evitare l’evitabile, non si sa perché, forse per noia, per stanchezza, per andare chissà dove, per fare un dispetto anche lui, per l’inaspettato momento di totale liberà, il piccino aprì quel cancellino, lesto lesto montò sul triciclo e s’intrufolò fuori, oltrepassò il cancello prendendo il via con la discesina e piombando come un missile nel centro della strada. Fu la fine, lì si è fermata la tua vita, la sua ed insieme la tua vita. Una vita che non ripartirà mai più fino alla morte.

Quel tuo fratello, che aveva solo tre anni, si trovò davanti una macchina, che vide solo per un brevissimo istante, ma sentì fortemente sul proprio essere in un impatto che lo spazzò via per sempre. Per sempre!

Chissà cos’ha provato in quel momento. Cosa ha sentito in quell’istante eterno. Non ci fu replica per lui, non ci fu salvezza. Non ci fu replica per te, non ci fu salvezza.

Vostra madre, ti accusò violentemente di averlo fatto morire, di non averlo guardato, di odiarlo così tanto da aver fatto in modo che lui sparisse. Quelle parole, ripetute in ogni buona occasione, nel tempo lasciarono spazio ad un silenzio eloquente e pesante, che odorava di minacce e rancore. E gli anni della crescita sono diventati interminabili, tutti uguali, indifferenziati. Tutto è morto dentro di te.

E’ così che sei andata avanti, con un fardello che ti ha schiacciata giorno dopo giorno, inesorabilmente e ineluttabilmente. Ed è così che sei diventata grande, fuggendo dalla realtà, da questa orrenda realtà, ora con i sogni, ora con fantasie deliranti, ora con farmaci, ora con droghe. Qualunque cosa pur di non pensare, pur di non ricordare chi non c’è più. Pur di non ricordare di essere la responsabile di quell’assenza. Pur di non doversi chiedere quanto detestassi realmente quel fratellino morto, quanto desiderassi veramente la sua fine. Pur di non sentire un odio furibondo, verso chi ti aveva dato la vita e te l’aveva tolta, quasi fosse il padrone di tutto!

Forse tu, cara piccola, vittima innocente, non ne uscirai più! La via della realtà sarebbe solo una via di solitudine e di delitto, o te o lei, qualcuno deve perire.

Il piccolo non c’entrava, non era lui che odiavi, non era lui che doveva perdere qualcosa, non era lui a dover pagare! Ma nessuno ti ha mai dato il diritto di pensarlo, di sentirlo, di urlarlo al mondo, di urlarlo stramaledettamente a quella tua madre di gomma! A quella madre che ha lanciato il sasso e poi ha ritirato la mano.

Che dio la maledica!

Tu eri responsabile di quella fine, tu e la tua colpa, appesantita giorno dopo giorno, potevate solo tacere ed espiare, espiare per quel dolore, per quella perdita inflitta a quei poveri cari genitori. Che sorte è toccata loro!

E della tua nessuno si occupa, della tua vita nessuno s’interessa. Non capiscono che loro, per propria mano, hanno perso due figli in un colpo solo! Loro poveri, cari genitori.

Che Dio li maledica!

Un abbandono insensato e clamoroso, è toccato a te piccolo fantasma della vita. Avevi vissuto una vita dimenticata, fra casa di tua madre, affidamenti vari, istituti. Una vita difficile e dimenticata da tutto e da tutti, almeno fino a che qualcuno non ha cercato di sbattertela davanti per restituirtela, fino a che non si è cercato vanamente di tessere un filo che la mettesse insieme.

Non hai mai saputo cosa veramente apparteneva alla tua esistenza, al tuo passato e cosa era pura invenzione e delirio, quello che tua madre ti aveva raccontato era che tu appartenevi ad una famiglia mafiosa del sud, che tuo padre era venuto al nord molti anni or sono per portare avanti un progetto di vita onesto. Era un poliziotto bravo e rispettabile, ma un giorno, proprio il giorno della tua nascita, lui è morto per un colpo di arma da fuoco, un colpo inferto durante una sparatoria nel corso di una rapina.

Tu sei nato e lui è morto. Tu non l’hai mai potuto conoscere, tu sei cresciuto senza di lui, senza la sua forza, il suo sostegno, la sua onestà, il suo appoggio, il suo denaro, sei cresciuto senza la sua verità. Tu hai dovuto capirci qualcosa, senza capirci qualcosa. Tua madre quando era ubriaca, sempre che non fosse rincasata con qualcuno, ti riempiva di racconti e di dettagli. Ma spesso questi racconti non tornavano con quelli della sera prima. E tu raccoglievi solo ciò che potevi comprendere, ciò che potevi accettare, quei dettagli che ti facevano sognare e immaginare di avere anche tu una storia, una famiglia, qualcosa di buono e meno buono da raccontare.

Ma lei era bella, era tua madre, con quei capelli neri lunghissimi, con quello sguardo lucente, ti amava, si occupava di te. Quando usciva di casa per ore, si preoccupava di lasciarti apparecchiato e la cena sui fornelli, almeno per un po’ d’anni. E’ vero, non era molto presente, ma tu eri libero di fare come meglio credevi, avevi tante cose intorno a te, per dire il vero non ricordi bene quali, ma sai che avevi tante cose, così ti ha raccontato e rimproverato.

Poi degli istituti, delle famiglie affidatarie tu non sai nulla, non ricordi proprio nulla. Qualcuno ti ha chiesto di questo quando eri grande, ma non hai ricordo. Tu rammenti solo di essere stato per un po’ a casa di parenti, tua madre era malata e non poteva occuparsi di te, quindi loro erano stati così gentili da ospitarti, ma tu eri stato un po’ birichino e loro non erano stati molto contenti, forse sei anche fuggito e così ti hanno rimandato al mittente.

Ma tu, non potevi che esserne contento, era con lei che volevi stare, con la tua mamma, con quella bellissima e amata mamma. La tua unica mamma.

Sopra ogni cosa in questa tua grande libertà, ricordi quelle tue girate in bicicletta, interminabili e spensierate, nelle pinete d’inverno ma soprattutto d’estate col sole. Andavi con passione, volavi via come un uccellino senza posa, il mondo era nelle tue mani, semplicemente nelle tue mani e si dispiegava con un solo battito d’ali. E in quelle pinete di mare hai conosciuto molte cose, hai imparato ad andare, hai conosciuto amicizie interessate, hai imparato a vendere il tuo corpo per raggranellare qualche soldino, hai sperimentato la marijuana e qualcosa di più, per stordirti ed essere più felice.

Mio piccino, tu fantasma della bicicletta e della vita, andavi, giravi, non t’importava di nulla, riuscivi a dimenticare tutti i dispiaceri, le frustrazioni, le mancanze, non le mettevi neanche in conto, per te non esistevano. Non avevi metri di paragone, non sapevi come avrebbe dovuto essere davvero.

Non sapevi cos’era una vera mamma.

Poi un giorno, quando ormai la legge diceva che eri grande e adulto, tua madre ha cominciato a lamentarsi di te, sempre di più, sempre di più, ha chiamato i servizi per denunciare il tuo uso di sostanze.

Lei era disperata, non sapeva proprio più come prenderti e per una donna sola che lavora dalla mattina alla sera, più che altro la sera, è veramente dura, dura, non sapeva più che pesci prendere.

Di lì a poco ti ha allontanato, ti ha cacciato di casa, accusandoti di non essere un bravo figlio, di non comportarti bene, non poteva più reggere quel peso, non sapeva che fare. Dovevi cambiare, dovevi impegnarti, non c’erano vie d’uscita.

Così i servizi hanno dovuto occuparsi di te e ti hanno trovato una nuova casa, una struttura che si sarebbe fatta carico di te e della tua supposta dipendenza da sostanze. E tu hai vissuto lì, per un bel po’ di tempo, faticando ad adattarti ad un posto isolato, lontano dalle pinete, a nuove regole, a regole, ad impegni, alla presenza di autorità e di coetanei. Una gran fatica, un gran dolore.

Ma il dolore più immenso era quello di pensare a questa madre che non ti voleva, ti aveva cacciato, ti rifiutava. Tu piccino, avevi già provato e riprovato a suonarle ancora alla porta, a cercarla, a chiamarla, ma nulla, lei ti aveva risposto che finché non cambiavi non ti avrebbe più ripreso. Dopo un po’ non rispondeva neanche più, riattaccava il telefono in faccia, non apriva la porta, spiava silenziosamente dalla finestra e niente altro.

Là eri relegato, non avevi libertà, non avevi foto con te, neanche ricordi, né una visita, una telefonata, nessuno che si ricordasse di te a Natale o a Pasqua. Quelli erano momenti veramente tristi, i più tristi, dove verificavi il tuo effettivo e più totale abbandono. Eri solo e in quei giorni andavi in letargo, ti negavi totalmente.

Questo era il tuo più grande dolore. Ma tu ti difendevi vivendo obnubilato da te stesso e dal mondo, dormendo all’infinito, fuggendo ogni possibile contatto, ogni impegno, ogni attività. Dormivi e ti annebbiavi di farmaci per la depressione, per l’ansia, per le allucinazioni, per dormire, per stare sveglio ….. dormivi e t’imbottivi. Tutto per non vivere, per trapassare in questa vita come un fantasma a tutti gli effetti.

Poi l’incontro con una persona e con te stesso ti aveva risvegliato alla vita, ti faceva essere di più, partecipare, pensare. E lì cominciavano i guai. Tornava a galla tutta la forza del dolore e della rabbia, l’incomprensione e l’inaccettabilità di quella madre che ti aveva freddamente messo alla porta. Tornavano alcuni ricordi, i pensieri, il senso di colpa per la morte di tuo padre, avvenuta proprio il giorno della tua nascita, la vergogna di una madre che viveva prostituendosi.

Ma tu piccolo caro, la amavi lo stesso, la volevi lo stesso e avevi ricominciato a scriverle. Tutti i giorni scrivevi una lettera per lei, in cui le decantavi la sua bellezza, l’amore e l’importanza che aveva per te, per la tua vita, la lusingavi, l’adoravi senza mezze misure. Lettere che spedivi, spedivi e immancabilmente non aveva risposta alcuna, non c’era deroga. Quella donna non voleva saperne, non voleva e non poteva riprenderti.

Hai quindi smesso di spedirle e poi ha smesso di scriverle.

Il tuo desiderio di droga è ritornato forte e imperterrito, giusto per ritrovare un vecchio torpore, un antico sapore che acquietava la tua smania non si sa bene di cosa.

E un bel giorno poi, anche quel luogo ha deciso che non poteva più prendersi cura di te ed è arrivata una nuova casa, una nuova sistemazione, con un lavoro, impegni da adulto, una nuova bicicletta. All’inizio, per gestire il passaggio, il rinnovato abbandono, raccontavi inorgoglito il tuo nuovo destino, il passaggio importante, i meriti, gli impegni, il ritorno alla pineta, ma poi in breve tempo la tua vita è crollata, caduta ancora più in basso, con eventi che si sono succeduti giorno dopo giorno, fino a portarti non si sa come e perché, in meandri sconosciuti e distruttivi, fino a condurti nel posto più buio e solo che tu potessi scoprire: il carcere.

Anche lì, con la tua tenerezza, la semplicità, la disperazione, hai saputo trovare delle mamme che si prendessero cura di te, ma niente bastava, niente era sufficiente per tornare indietro, per farti recuperare ciò che avevi perso, per darti ciò che non avevi mai avuto. Eri pieno di tatuaggi, di delusioni, amarezze, abbandoni, la luce dei tuoi occhi s’era affievolita, opacizzata ed il tuo corpo s’era ammalato, tremava all’impazzata, si sbatteva da ogni parte, perdevi coscienza delle cose e tu varie volte avevi cercato di mettere fine alla tua vita, senza riuscirci. Sono stati momenti duri, bui, sempre più bui, senza via d’uscita, senza posa.

Hai ricominciato a scrivere lettere, scrivevi ad una seconda mamma, scrivevi e scrivevi, questa volta avevi risposta, ma niente era sufficiente a ridarti ciò che la vita non aveva voluto generosamente donarti. Questa volta sei tu ad aver smesso di scrivere, hai diradato fino ad interrompere senza proferir ragione.

Non si sa che ne sia stato di te, abbiamo perso le tue tracce, sei sparito come un fantasma, non si sa se nel regno dei vivi o quello dei morti!

Chissà quale mamma e quale casa ti ha accolto, chissà se in terra o in cielo.

Poi c’eri tu, che in fin dei conti non ti mancava proprio nulla, un padre, una madre, un fratello, dei nonni, i parenti di rito, la casa e tutto quanto. C’erano le vacanze stagionali, la domenica al mare, c’erano stimoli intellettuali in famiglia e quant’altro potesse servirti. Veramente, non c’era di che lamentarsi!

Non navigavate nell’oro, ma stavate bene, la mamma insegnante, il babbo un professionista, non si sa bene in cosa, ma un professionista, lui in effetti si occupava di varie cose. Insomma, tutto andava come dovrebbe andare per un bambino. Veramente, non c’era di che lamentarsi.

Peccato che un giorno tuo padre è sparito, scomparso improvvisamente, senza dire una parola. Per molto tempo è scomparso e nessuno ha mai saputo cosa fosse successo, dove fosse andato. Almeno, questo è quello che sai tu!

Sai solo che è sparito e si è portato con sé tutti i soldi, i risparmi della famiglia, ma non solo, con la sua assenza sono venuti alla luce gli imbrogli, le truffe, i falsi appellativi che si attribuiva, si spacciava per ingegnere. E con tutto ciò, sono arrivati i debiti, sì vi siete trovati la casa ipotecata, l’inizio di un lungo tunnel scuro.

Il nonno, una persona rispettabilissima, ha messo tutto il suo impegno per tappare le falle, ma non è stato sufficiente e così avete rischiato di ritrovarvi al freddo e senza un tetto.

Da grande poi, saresti stato proprio tu a riscattare la casa di famiglia. Quanta strada hai dovuto fare! Quanto impegno! Quanti bocconi amari.

La cosa più folle però, non è stato l’aver perso tutti quei soldi non si sa in cosa, ma il fatto che lui ti avesse abbandonato, che ti avesse lasciato solo con quella madre. Sì con lei.

Ma cosa ti faceva? Ti picchiava? Ti torturava? Ti faceva mancare qualcosa?

No, in effetti no, proprio no, niente di tutto questo. C’era quello che serviva e tutto il resto, eppure quella donna ti aveva travolto la vita, molto più di quel padre che se n’era andato e forse se n’era andato proprio per salvare se stesso, da quella donna. Ma non aveva salvato te, non ti aveva donato un’altra via d’uscita, una speranza. Tuo padre ti aveva mostrato l’esistenza di due uniche possibilità: la prigionia o la fuga, o si soccombe o si scappa.

Lui era fuggito e aveva lasciato te prigioniero di quella piovra dall’aspetto bonario.

Tu non sai bene descrivere cosa ti abbia fatto tua madre, è indescrivibile, impalpabile, indecifrabile, eppure tu lo vivevi sulla tua pelle, ne sentivi le conseguenze, una condizione permanente di assenza. Assenza di emotività, di affetto, di comprensione, di libertà, di democraticità, di schiettezza e per completare il quadro, una valanga di ansietà sopperiva alle innumerevole mancanze. Tu hai vissuto deprivato, in un mondo dorato, in un vuoto mai definibile né colmabile. Ti sentivi come una viola mammola, senza consistenza, senza valore, una sorta di nullità, di essere senza spina dorsale. La viola mammola non è un simbolo di gran virilità, anzi e forse proprio questo, lei voleva da te: un mezzo uomo, un altro uomo da controllare, manovrare, comandare.

Apparentemente la tua vita era migliore di altre, ma in realtà era caratterizzata dalla costante privazione, dal ricatto, dal baratto, dalla fatica, dalla noia più assoluta. La gabbia più grande era proprio la ripetizione, la noia, l’impossibilità di cambiamento. Sembrava che quella via non ci fosse, non fosse possibile per te e tutto era stato duro, la routine quotidiana, la domenica con la solita girata di rito, gli esami universitari, la strada giornaliera per andare a scuola e via dicendo.

Poi c’erano tutti quei sottili ricatti che ti propinava quotidianamente. Ricordi che per avere la vespa come tutti gli altri ragazzi, hai dovuto accettare di farti fare la permanente. Ma si può vedere una cosa del genere?

In quegli anni, non era neanche usuale per gli uomini. Che voleva da te? Perché ti ha chiesto questo? Perché l’ha preteso? Voleva una figlia femmina, al posto di un maschio? O semplicemente voleva un bambolotto bello, tondo e con i riccioli d’oro? Un ciccio bello!

E tu, pur di avere una minima parvenza di normalità, di parità con gli altri, hai dovuto venderti, barattare la tua dignità, la tua mascolinità. Non c’era scampo, non c’erano vie d’uscita. Di questi piccoli grandi episodi se ne potrebbe raccontare tanti, vero piccolo? Ma non servirebbe a spiegare oltre. Non c’è niente di spiegabile.

Lei ti voleva come diceva lei, come ne aveva bisogno, ti doveva avere sempre accanto, come lei desiderava, senza neanche una virgola fuori posto. Non a caso tuo padre è scappato da questa morsa!

Un’altra bella favola che ti raccontava fin da piccolo, era che per te non bastava una ragazza, ci voleva assolutamente una principessa! Che bel destino. Guarda caso eri designato a rimanere solo, perché nessuna avrebbe mai potuto essere una vera principessa, nessuna sarebbe mai stata degna di te, all’altezza di tutto il tuo splendore, riccioli d’oro.

E tuo fratello è cresciuto alle tue spalle, dietro la tua ombra, non si sa se è stato un bene o un male, questo proprio non si sa. Non si sa chi dei due ha perso di più, chi ha più dimenticato se stesso.

Sì perché sei cresciuto senza sapere chi eri, ti sforzavi, facevi molte cose, sperimentavi, cercavi a tutti costi di fare cambiamenti, di improvvisare, per sentire, per cogliere il pur minimo sussulto della tua anima, per capire da che parte eri nascosto, ma non ci riuscivi, ormai avevi smarrito la strada, lei  te ne aveva fatto perdere le tracce, avevi perso anche la tua ombra.

E da grande, quando ormai tuo padre era tornato da tempo, tu l’hai anche reintegrato, l’hai redento come si fa con i carcerati, gli hai fornito un lavoro. Avevi così tanto bisogno di lui, così tanto bisogno di te, di un’altra possibilità che l’hai ripreso con te, l’hai perdonato, forse. Hai cercato di sottrarlo alle dicerie, alla vergogna, al nascondimento, alle grinfie totali di tua madre. Lui non l’ha fatto con te, ma forse tu potevi farlo con lui e anche con te stesso.

Sì perché tu c’hai messo tanto a ritrovare te stesso, hai girato, vagato, farfugliato, imbrogliato, hai stravolto la tua immagine, le tue abitudini, hai comprato auto, ne hai cambiate tante, hai cercato l’amore, l’amicizia, hai cercato di farti una famiglia, di trovare una donna che fosse una principessa, hai scavato nel fondo di te stesso, sempre più nel fondo, fino a chiederti quasi ossessivamente cosa ci fosse di sbagliato in te, cosa non andesse bene, cosa doveva ancora essere modificato, limato, trasformato, plasmato, ribaltato. Continuavi a chiedertelo e a cercare risposte, a darti da fare in ogni dove, fino a che un giorno qualcuno ti ha detto che dovevi fermarti lì, dovevi imparare ad accettarti e amarti per ciò che sei, né più né meno, per ciò che sei, non per ciò che gli altri vogliono da te! Dovevi amarti riccioli d’oro, senza condizioni!

Tu non l’hai capita, non potevi capirlo, non c’eri abituato. Non eri abituato a ricevere senza per forza dover essere altro, senza fare altro,senza fare fatica. E forse, ti sei sentito rifiutato, abbandonato, ma non era così.

Non lo potevi capire. Almeno non subito, ma forse un giorno ……. Chissà se poi alla fine, sei arrivato in quel porto sicuro!

E tu piccola dai capelli color del grano, non avevi avuto certo una sorte migliore. Vivevi in una famiglia di altri tempi, con un suo rigore, una grande rispettabilità, un’educazione e un saper fare fuori dagli schemi.

Non a caso la tua famiglia possedeva il cinema del paese da generazioni, per cui conoscevi una realtà preclusa a tanti, un benessere precluso ai più.

Era una famiglia un po’ speciale. Forse per questo che non tutti provavano totale simpatia per voi, diciamo pure che forse c’era una sorta d’invidia nei vostri confronti, di pretesa sotterranea mai detta, un conto aperto. Un ramo della vostra parentela in particolare, che non era del tutto benestante, emanava questo sottile livore, ben celato ma pur sempre presente, questa indegna attesa che la vita pareggiasse le sorti.

Un personaggio spiccava fra questi, un cugino di secondo o terzo grado, che aveva libero accesso alla vostra casa e al cinema, era un bel po’ più grande di te, una quindicina d’anni o più. Tu l’avevi sempre visto fin da piccolissima, provavi un misto di attrazione, curiosità, interesse e anche un po’ di diffidenza, a cui non sapevi dare un significato. Era un polo attrattivo per te e la tua famiglia lo lasciava interagire liberamente con te e tua sorella, entrava e usciva senza difficoltà da quella casa.

Un giorno come tanti altri lui era lì che gironzolava, tu eri poco più che una bambina, avevi un delizioso vestitino color petalo di rosa, ornato con farfalline e cuori, ti ha chiamato furtivamente e con un’occhiata d’intesa segreta ti ha fatto cenno di seguirlo. Tu piccola dai capelli color del grano, eri stupita, sconcertata, ma oltremodo eccitata da quel possibile segreto, dalla sorpresa che ti attendeva, da questo gioco a cui lui alludeva misteriosamente, a cui ti invitava.

Così, ti ha condotta in una stanzina ormai in disuso, una di quelle stanze accanto al palco, che servivano per dare la voce allo spettacolo, al film quando ancora era muto. Era una piccola stanza, lontana da quelle più frequentate e abitate, quasi dimenticata. Tu fiduciosa l’hai seguito e lì all’ombra della polvere e dello stantio, senza remore, senza chiederti il permesso, senza darti spiegazioni, quel giovane uomo con la bava libidinosa alla bocca, ha insozzato per sempre il tuo bel vestitino d’infanzia color petalo di rosa, ti ha fatta sua per sempre, ti ha marchiata come sua proprietà esclusiva.

Adesso lui prendeva con diritto una cosa di quella famiglia, che tanto era generosa con lui, ma che lui invidiava e odiava mortalmente. E le tue farfalline non volarono più ed i cuoricini sanguinavano inesorabilmente spezzati.

In quella stanza, da quella stanza, nessuno dava voce a te, al tuo dolore.

Così, si consumava la sua vendetta. Una vendetta cieca e stolta, che non si rifaceva sul denaro o sulla proprietà, bensì su una persona, una bambina, ignara e inconsapevole ancora, delle cose dei grandi. Tu piccola dai capelli color del grano, hai pagato per tutti, hai pagato per la tua famiglia, per la loro abbondanza, per la loro generosità, per la loro inconsapevolezza, per la loro mancanza di possesso che diventava stupidamente mancanza di confini e di protezione, delle persone più fragili e care.

E tu hai pagato per questa logica indifferenziata della famiglia allargata, che non ha consapevolezza della misura e del merito, del diritto e del rispetto. Una famiglia che, ingiustamente pone tutti sullo stesso piano, distribuisce averi e saperi, senza tener conto del merito, del forte e del fragile, senza sapersi prendere cura dei più piccoli, senza occuparsi, ma delegando semplicemente.

E tu piccola dai capelli color del grano, hai vissuto tutto questo con stupore, incredulità, dolore, con scoperta, una scoperta incommensurabile, impensabile, devastante. L’hai vissuto e hai taciuto, esattamente come ti ha detto lui, come ha bisbigliato sobillosamente nelle tue orecchie dopo essersi impossessato di te, in quella stanza buia.

Hai taciuto e non hai osato farti giustizia, non potevi, non rientrava in quei canoni. Non era contemplato.

E poi tu, farti giustizia? Di cosa? Di quale diritto?

Non c’erano individui, c’era l’entità famiglia, almeno finché faceva comodo così, quindi non c’erano diritti personali. Quando sei nata tuo nonno, questo grande uomo di questa grande famiglia, era lì che si apprestava ad accendere e consumare finalmente il sigaro della festa, al primo colpo era andata male, ma ora sicuramente non poteva andare ancora così, ora sarebbe finalmente arrivato il maschio tanto desiderato. Ma no, sei arrivata tu, una femmina a sciupare la festa ed il sigaro è rimasto ancora spento ed il povero nonno a bocca asciutta.

E tu guastafeste, cosa potevi pretendere? Niente certo.

Poi non si può dire che ti trattavano male, sempre curata, ben vestita, molto amata, ti hanno anche fatto studiare, tu sei stata una delle poche a fare l’università, come tua sorella del resto. In più avevi anche due mamme, tua sorella era sufficientemente grande da fare da seconda e lei era sempre ligia al dovere.

Che fortuna! Non si può volere niente di più.

Allora, quel gesto così inatteso, incomprensibile e violento non aveva ragione di essere accusato. Quella grande famiglia ti aveva dato e ora aveva preso, aveva preteso qualcosa da te!

Che c’era di strano? Ti avevano chiesto di risarcire un conto, una colpa, che tu non sapevi neanche esistesse, ma era in conto a tutto quel clan e tu ne facevi parte.

Certo, avevi fatto qualcosa che non si fa e tu temevi proprio questo, che ti accusassero che era stata colpa tua, che avevi fatto qualcosa di riprovevole, che non eri una brava ragazza. Ma tu che ne sapevi, che ne potevi sapere di certe cose?

Ma forse se lui ti aveva insultata carnalmente e moralmente, qualcosa l’avevi pur fatto, forse una qualche responsabilità ce l’avevi. Non dovevi seguirlo in quel posto, è possibile che non sai certe cose? Le donne, sanno sempre certe cose, le donne sanno come far fare le cose agli uomini! Loro lo sanno.

Tu lo sapevi, dunque era colpa tua. Sì d’accordo lui era più grande, ma era pur sempre uno di famiglia e poi le donne crescono molto in fretta, molto più in fretta di quanto si pensi. Stava a te, preservare la tua innocenza, la purezza, la tua dignità di donna.

Tu non hai detto nulla, per timore di essere accusata ma tu per prima ti accusavi, tu ti sei accusata silenziosamente per tutta la vita, annullandoti in ogni tua possibilità, in ogni diritto di libertà vera.

E crudeltà delle crudeltà, la scena si è ripetuta una seconda volta. Ancora una volta, un po’ di tempo dopo quell’uomo ti ha condotta in quella stessa stanza buia e dimenticata, ancora senza chiederti il permesso ha fatto ciò che desiderava fare senza ritegno.

Questo più che mai ti ha tappato la bocca, la seconda volta sanciva definitivamente la tua responsabilità, non c’erano alternative. Se per la seconda volta, gli hai permesso di fare di te quello che voleva, se non hai urlato, non hai strillato, non hai fiatato, se non hai mosso capello, allora vuol dire che segretamente è colpa tua, lo desideravi quanto lui. Tu lo desideravi, silenziosamente.

Così hai tenuto dentro di te, nascosto e quieto questo evento, questo sconquasso, la violenza che s’era impressa indelebilmente sul tuo corpo per sempre, per sempre.

A tuo marito hai raccontato a metà, solo a metà per molti anni, per timore che lui pensasse proprio questo, sospettasse che tu lo avevi voluto, indotto, istigato, che tu avessi osato perdere la tua verginità, fuori dai canoni consentiti, fuori da una promessa eterna.

Lui non l’ha pensato, ma tu sì. Senza neanche saperlo, senza potertelo dire, tu credi ancora dopo tanti anni dentro di te, in un piccolo angolo nascosto di te, di essere stata responsabile di quell’atto impuro, di quello scempio sul tuo corpo. Tu ti incolpi misteriosamente senza saperlo, senza pietà, senza darti secondi appelli.

Non sai di questa condanna, ma ne subisci le conseguenze da una vita. Per quanto ti sei lambicata, non hai mai capito, non hai mai voluto capire il perché di certe cose. Hai aperto solo l’anticamera della tua casa, tu sei sempre stata come un fortino ben difeso agli altri e prima ancora, a te stessa. Tu non hai mai aperto completamente la porta alla vita e alle mille possibilità.

Tu, sei rimasta sempre desolata e sola. Hai accettato e subito di tutto da tutti. Hai lavorato fino allo sfinimento per marito, figli, nipoti, per la tua famiglia, per la famiglia di tuo marito e hai ingoiato silenziosamente ogni tipo di rospo. Ed insieme ai rospi hai ingoiato una grande quantità di cibo, senza riuscire più a controllarti, senza riuscire ad avere comprensione e accettazione di te.

Ti sei dannata, accusata, denigrata per questa tua incapacità e per questo tuo aspetto non così fiero e asciutto, tipico della tua famiglia. Ancora guardi le foto di tua madre, bella, altera e magra, magrissima. Non capisci proprio perché, non capisci come tu non riesca a tornare come un tempo, magra e assottigliata come loro, come loro ti volevano.

Ma tu piccola dai capelli color del grano non sei come loro, non lo sei mai stata e ancor di più ne hai avuto certezza quel giorno, in cui grande e con famiglia, hai osato dire a loro, hai osato presentare un piccolo conticino di quanto avevi subito, di quanto non ti avessero vista, rispettata e tua sorella, che si era immolata per la famiglia, ha risposto per tutti: Tu ci hai pugnalato alle spalle.

Ti ha congelata, ti ha tolto ogni diritto di replica.

Indignata se n’è andata con loro, ha voltato le spalle e ha chiuso senza possibilità di replica, portando via tutto l’impegno e la dedizione rivolta alla vostra famiglia, che era rimasta la sua unica famiglia, rivolta anche alla tua famiglia, l’impegno come mamma dei tuoi figli, mai richiestole, l’impegno a dare indicazioni morali, consigli di vita, a fare da esempio.

Che dio ce ne scampi e liberi, piccola dai capelli color del grano! Tu non devi niente a nessuno, tu non hai debiti, tu non hai colpe, tu non sei una donnaccia, tu non hai sobillato nessuno.

Anzi, sei tu che hai un conto sospeso con la vita, che hai dei crediti attivi. Prenditi tutto ciò che ti spetta. Amati e rispettati, rivolgi a te, tutte le tue cure ed il tuo amore. Perdonati, per la tua fragilità. Prendi per mano quella piccola bambina dai capelli color del grano.

Perdonati per la fragilità della tua infanzia e della tua innocenza!

Poi c’eri tu, nata da altri tempi, piccola che beveva solo latte. Fino a sei anni, hai bevuto solo latte e solo dalle mani di tua madre. Avevi tante sorelle e fratelli, più di quanti ne riuscivi a vedere e a contare, piccola!

Era una famiglia molto attenta alla forma, all’educazione, alle maniere gentili, alla generosità, alla rispettabilità.

Che parola la rispettabilità! Purtroppo solo una parola! Per altro, una di quelle parole di cui ci si riempie la bocca, usata unicamente per farne un canone di vita, una regola ferrea, una linea guida.

Tua madre ci teneva molto e si sforzava che non si mancasse, che non si uscisse dai canoni, dalla rispettabilità, che non si mostrasse, che non si facesse parlare e sparlare, ma poi lei per prima a suo tempo era uscita dagli schemi, ma quella era un’altra storia, una di quelle che non si può conoscere, quelle sepolte nel dimenticatoio e nel silenzio.

Lei teneva ben nascosta la sua verità, la sua realtà e tu a tua volta, quando l’hai conosciuta l’hai portata segretamente con te, fino alla tomba, senza mai rivelarla a nessuno, guai! Ne sarebbe andato del buon nome, del rispetto di quella famiglia, di tua madre soprattutto.  Quella madre infaticabile, instancabile solo per voi. Lei faceva di tutto e tutto da sola, si toglieva anche il pane di bocca per voi. Tutto da sola, col sudore della fronte ed il lavoro delle sue uniche braccia, senza dire una parola, ma nutrendo segretamente un odio e un rancore crescente per quell’uomo, che è diventato suo marito solo molti anni dopo e ha seppellito molto presto.

Vostro padre tornava ogni tanto, per farsi vedere, ma poi ripartiva in men che non si dica, senza contribuire alla famiglia e ai figli, se non depredandola. Aveva sì un nome importante, una famiglia importante e possedimenti, ma voi non ne avete mai visti, non ne avete mai potuto godere di tutto questo sfarzo, presente solo nelle parole e nei racconti.

Non per niente lo chiamavate Babbo Natale!

Compariva una volta all’anno coi suoi bei doni e i racconti fantastici, ma in breve era già andato a fare il Babbo Natale, da un’altra parte del mondo.

Tuo padre non aveva fatto certo di meglio, in termini di correttezza e rispettabilità, anzi, lui sì che ne aveva fatte! Aveva girato per lungo e largo e in ogni luogo aveva messo su un nido, con moglie e figli annessi e connessi, ma anche questo, per quanto hai potuto l’hai taciuto, a chi veniva dopo di te, almeno! Certo, a chi viveva accanto a te, al vicinato, al piccolo paese era quasi impossibile nascondere, le voci corrono veloci, c’è sempre qualcuno che vede, che interpreta un dettaglio, una frase, un’azione ….. e poi al bar, sotto i fumi dell’alcool e dell’illusoria vanagloria si narrano molte cose indicibili.

Di cose se ne sapeva e ne giravano, di parole, dicerie, allusioni, frasi troncate ma la famiglia è la cosa più importante, deve essere salvaguardata a tutti i costi, anche a costo dell’amore e della vita. A tutti i santi costi, non dimenticarlo piccola!

Un giorno, molti anni dopo, ti sei lasciata sfuggire che quando andavi a scuola i tuoi compagni ti hanno rincorso e preso a sassate. Non si sa bene perché l’hai raccontato e con quale finalità. Quando ti è stato chiesto perché, tu hai risposto “Perché avevo la cartella di cartone. Non potevo permettermi altro!”

Ma tu, c’avrai veramente creduto a quello che stavi dicendo? Ci credevi davvero?

Perché per quanto i bambini possono essere crudeli, forse i motivi erano altri. Lo sai piccola, che erano altri. Dentro di te, lo sai molto bene. Ma è sicuramente più lieve pensare che loro erano così crudeli, verso una compagna più sfortuna, più povera di loro, insensatamente crudeli.

E sicuramente tu non ti difendevi, non ti opponevi, non presentavi nessuna rimostranza. Non facevi nulla perché i motivi erano altri. Ameno i motivi di cui vergognarsi.

Non era certo la povertà o la cartella di cartone, ciò di cui ti vergognavi mia piccola, ma il disonore della famiglia, le mille vicende impossibili da nascondere, l’origine della tua nascita, dei tuoi fratelli e sorelle.

Tu lo sapevi, ma presa da quel tuo mutismo, da quel grande rispetto, da quel patto mortifero non hai mai aggiunto altro. Quel patto con tua madre e i tuoi fratelli conviventi, era così forte che ti saresti buttata anche nel fuoco pur di non rivelare, pur di non mettere a nudo, pur di non svelare. C’era un’omertà insensata e rischiosa che tu non hai mai infranto, come se l’origine fosse molto più importante di tutto ciò che viene dopo, di te stessa, dei frutti del tuo coltivare, sentire, amare, fare.

Tu, hai abbandonato te stessa da sempre!

Non si sa bene perché, ma quel legame con tua madre era così forte, inespugnabile, ma anche deleterio e insano. Ti aveva insegnato che ci si può fidare solo della famiglia, che il mondo è pericoloso, che i panni sporchi si lavano assolutamente in casa, che il legame con i genitori è indissolubile, oltre la vita e la morte stessa.

Avevi creduto e portato avanti questo patto oltre ogni ragionevole senso. Anche quando lei ti ha abbandonato e tradito, sì ti ha tradito nella tua decisione di vita più importante, imponendoti la sua scelta, pena il perderla per sempre, tu avevi dolorosamente ceduto. Tu piccola, non hai osato andarle contro, contraddirla, dire sì a te e alla vita, hai ceduto per sempre il tuo destino, per un amore incastrante, imprigionante, che ti nutriva solo di latte, ormai annacquato da tempo.

E così hai proceduto per tutta la vita, sottomessa e ubbidiente, repressa ma anche depressa e piena di rimpianti, sogni nascosti. Da lì in poi hai fuggito costantemente il presente, non hai vissuto, né goduto dei piccini che ti sei regalata. Sei fuggita sempre.

Alla fine, senza saperlo li hai traditi, esattamente come lei aveva tradito te. Non ti sei donata pienamente e hai passato loro il tuo pacchetto, il tuo destino, esattamente come lei ha fatto con te!

Col silenzio ha mantenuto una catena forte e resistente, hai portato quei segreti con te nella tomba e loro portano sulla loro schiena un peso di molte persone, di molte sofferenze, di tanti destini infausti, di persone non viste né riconosciute nel loro diritto.

Ti hanno tolto la vita, piccola che beve solo latte dalla mamma. Hai mantenuto un silenzio che non aveva senso di essere, perché la realtà non cambia comunque. Quel patto tacito non ha reso onesto chi non lo era, non ha restituito dignità ad una famiglia che non l’aveva, non ha prodigato calore e presenza a chi non lo riceveva. La parola però, poteva cambiare la tua sorte e quella della tua famiglia, la verità poteva fornirti altre strade e tu c’hai rinunciato.

Tu sei stata abbandonata, ti sei abbandonata e hai abbandonato a tua volta! Era un destino segnato, che nessuno ha osato scalfire, contraddire e così è andata.

C’era una bambina molto coraggiosa, che era sempre contro tutto e tutti, lei andava per la sua strada imperterrita, era la pecora nera in casa e fuori casa, era bollata qualunque cosa facesse, non aveva più molto scampo, ormai da nessuna parte.

Aveva uno specchio nella sua camera e talvolta ci si guardava, capitava  di riconoscersi in quello specchio, ma ancora più spesso capitava di non sapere chi fosse! Talvolta, quell’immagine le suonava estranea, interrogante, incerta, dubbia, rabbiosa, si chiedeva perché senza trovar risposta.

Era il periodo di Natale quanto tu, allegro canarino, che amavi cantare facevi parte del coro della parrocchia. Ti avevano dato da studiare alcune canzoni in inglese, quelle in italiano non avevano bisogno di essere studiate, le imparavi alla perfezione in un attimo. Per quelle in inglese occorreva un po’ più d’impegno, eri ancora piccola e quelle parole erano estranee ed incomprensibili. E’ arrivata la tua cara mamma e ti ha chiesto, si fa per dire chiesto:

“Cosa stai facendo?”

Naturalmente, senza aspettare la risposta, che non le interessava.

“Invece di perdere tempo con le sciocchezze, perché non studi?”, il contraccolpo dissacrante.

E tu, hai smesso, hai messo via per sempre quelle carte. Non per ubbidirle, non per accontentarla, del resto tu eri l’oppositiva per definizione, le hai messe via per desolazione, delusione, per sfinimento, come se rappresentasse l’ultimo barlume di piacere, che ti veniva inesorabilmente tolto.

Non ne hai diritto, cara mia! Devi piegarti, fare ciò che ti dicono, ciò che è giusto fare, ciò che fanno tutti. Le sciocchezze le devi lasciar perdere, non ti danno il pane! Non si può sempre giocare.

Ma ….. penso proprio che non ti sia dimenticata, cos’è successo quando al momento del coro, tu cantavi solo le canzoni italiane. Hai sentito una voce a fianco a te “Hai visto? Gli altri cantano anche in inglese, tu no! Hai visto come sono bravi, loro?”

Lo specchio ha rimandato un’immagine che non ti apparteneva. Non la riconoscevi più. E non si sa quale fosse vera e quale no. Desolazione.

E’ mai possibile che non si ricordasse cosa aveva detto? Possibile che non si rendesse conto?

No, in effetti non si rendeva conto, lei non aveva aspettato la risposta, lei non l’aveva neanche fatta la domanda, lei non voleva effettivamente sapere cosa stavi facendo, cosa fossero quelle carte.

Così, s’è rinnovato il senso di svilimento, di deprivazione, d’incomprensione, di solitudine più profonda, inesorabile, ineluttabile, l’abbandono. Ti sei presa quel rimprovero e non hai mosso ciglio, hai ingoiato e sei sprofondata un altro po’, ti sei inchiodata al suolo ancora un altro po’.

E, tu con te stessa hai imparato a fare esattamente la stessa cosa, mia cara piccina. Ti sei sempre lasciata sola! Ti sei abbandonata. Ti sei tagliata le gambe, ti sei inchiodata e appesantita. Non ti sei riconosciuta nello specchio, per molti molti anni. Non hai coltivato te stessa ed il tuo animo che aveva tanta musica dentro.

In mille e mille occasioni hai trascinato la tua stessa vita con solitudine e sofferenza.

Forse per estraniarti, forse per ritrovarti, per sfidarti o non si sa perché, amavi andare sulle montagne russe fin da piccola, ma quella volta, che non sembrava diversa da tutte le altre, quella volta tu sei salita e hai chiuso gli occhi, ti sei lasciata sola, profondamente sola anche lì!

E’ stata l’angoscia più totale. Non c’era scampo. Hai tremato di spavento e ti sei rintanata dentro di te, fino allo spasmo, fino quasi a scomparire, a scoppiare di spavento. Ti sei aggrappata fortemente a quell’asta, fino alla fine, senza più riuscire ad aprire lo sguardo sul mondo, senza più guardarti in uno specchio diverso dal tuo.

Nascondendoti la vista del mondo che si muove vorticosamente, hai nascosto anche la vista di te stessa, di una te che può muoversi insieme al mondo. Hai subito tutto, tutte le strapazzate, tutte le sterzate, tutte le accelerazioni, le salite e le discese vorticose da sola, senza risorse, senza confine. Inesorabilmente.

E così è stato, da lì in poi hai compiuto il tuo destino, sei scomparsa agli occhi del mondo, hai vissuto tutto da invisibile, da persona insignificante, che si nasconde agli occhi di tutti, che teme ogni minima cosa e guarda per prendere, per capire, imparare silenziosamente, per succhiare e nutrirsi, nascondendo quel mostro che si celava dentro di te, nascondendo l’immagine dietro lo specchio.

Continuavi a guardarti allo specchio, continuavi a non riconoscerti. Ti eri nascosta davanti alla vita, ti eri vergognata di te, annullando ogni tua risorsa, annullando il potere degli occhi per guardare, della voce per farti sentire, dell’imposizione del corpo per farti vedere! Sei salita e scesa da quelle montagne russe, senza guardare cosa ti stava succedendo, senza poter scegliere di esserci e così hai fatto per tanta parte della tua vita.

Hai perso la vita e nessun rimpianto ti farà tornare indietro.

Alla fine, per non continuare a rincorrerla vanamente hai dovuto rinunciare a lei, hai dovuto lasciarla andare, permetterti di perderla, l’ultima cosa che volevi. O te o lei! Hai dovuto scegliere per la cosa più dolorosa, che potesse capitarti!

Hai rinunciato a quella madre tanto importante e inafferrabile, quella grande donna che non aveva saputo trovare sé stessa e aveva trovato il suo posto, unicamente come mamma. Ormai eravate tutti grandi e lei un po’ faceva notare fra le righe della libertà, che non vi vedeva poi così tanto, che non chiamavate, sì che in fin dei conti non avevate più bisogno di lei. Come dire che c’era una scelta da compiere, bisognava andare da una parte o dall’altra.

Lei sentiva questa scelta.

Erano parole misteriose e confuse, che echeggiavano sotto lievi gesti d’amore e di rimprovero. E così un giorno, l’ultimo giorno in cui l’hai vista mia piccina, lei con una frase sibillina, di avvertimento ti ha detto “se mi dovesse succedere qualcosa, la collana che ti spetta la trovi là, i libretti sono là e ……”

Ma tu, non l’hai neanche ascoltata, hai preso quella frase come una delle tante raccomandazioni, una delle infinite preoccupazioni e ansie inutili, te ne sei andata senza ascoltare, ridendo e un po’ deridendola. “Non ridere” ti ha detto. Queste parole ti hanno un po’ inquietato, ma non potevi che continuare ad andare e ignorarle.

Era già un po’ che se n’era andata, aveva cominciato a ritirarsi dal mondo, a sentirsi male, ad avvicinarvi agli ospedali, come per prepararvi, come per ammonirvi, come per ricordarvi della sua presenza e della sua partenza. C’era qualcosa che non ti tornava, che suonava come un contrappunto, ma non osavi indagare, rifletterci, non osavi, non potevi, altrimenti non saresti più andata davvero e sarebbe stata la morte per te.

Certo, avresti potuto darle un bambino, qualcuno da farle accudire, il suo nuovo impegno, molte cose da fare, di cui occuparsi, l’avresti fatta sentire nuovamente utile, importante, indispensabile.

In questo modo si sarebbe rinnovato e rinsaldato il rapporto. Ma tu non volevi creare un altro bambino-ostaggio, tu non eri pronta per avere un bambino, tu eri ancora una bambina spaventata e disorientata, non avevi ancora trovato la strada! Non potevi, non ce la facevi. In fondo a te, lo desideravi tanto, tantissimo, ma non potevi, non era ancora arrivato tempo per questo. Volevi finalmente vederti con lo sguardo del mondo e sul mondo.

Non avevi ancora cominciato a vivere, stavi timidamente riaprendo gli occhi, per vedere cosa succedeva su quella giostra e non ce la facevi proprio a caricare un altro passeggero.

Se avessi avuto un bambino, sicuramente lei non se ne sarebbe andata, si sarebbe sentita nuovamente chiamata alla vita, al ruolo, all’amore da dare e ricevere, ma tu non saresti più tornata e il bambino-ostaggio forse non te l’avrebbe mai perdonata!

E così, come preannunciato lei se n’è andata, è stata portata via con gran violenza, da un momento con l’altro, ma lei è riuscita ad andare con classe anche questa volta, compiendo l’ultimo gesto di grande amore e generosità.

Mia piccola bambina, a questa e a tante altre cose hai rinunciato! Quanta sofferenza, quanto dolore, quanta umiliazione, quanta desolazione hai sofferto! Sei sola, sola, completamente sola!

Sei cresciuta sola e abbandonata, dovevi solo stare zitta, non farti vedere, né sentire, non essere punto e basta. Dovevi solo ubbidire e piegarti, niente più! Rigare dritta come un soldatino, occuparti dei fratelli più piccoli, essere riconoscente, fare, studiare, guarire …….

Questa era la tua sorte. Stare rinchiusa in uno scantinato, in un baule e non disturbare chi sapeva il fatto suo! Lasciar fare a chi era grande e capace, lasciare il posto alla razionalità, al raziocinio e al duro impegno quotidiano, senta tanti grilli in testa.

Ti abbiamo sepolta piccola, sotterrata, depredata, offesa, bistrattata, ma tu non sei morta. Neppure questo ti ha ucciso! Per fortuna!

Ancora oggi sei viva e straviva! Non ti sei mai arresa, vivi nell’ombra oppressa e soppressa, ma ci sei, scavi nel buio, ti aggiri furtiva, senza diritti ma ci sei, niente si è acquietato in te!

E’ un mistero da dove arrivi tanta energia, tanta vitalità, tanta forza e capacità di vivere.

C’è ancora la rabbia, la tristezza, il dolore più profondo, c’è paura. Una paura inesorabile. Non hai diritti, non hai diritto a nulla, ma tu non ti arrendi, non ti puoi arrendere, non ce la fai.

Tu sei viva!

Hai rinunciato a tante cose, a tutto, alla dignità, al posto che ti spettava, all’attenzione, alla realizzazione, alla tua ingenuità, alla genuinità, a mille persone, cose, occasioni, giochi, eventi, alle canzoni in inglese, ai riconoscimenti, ma non hai mai rinunciato alla vita. Poteva essere una povera vita, misera, depauperata, rattristata, rancorosa, ma tu non c’hai rinunciato, mai!

In fin dei conti, hai un unico grande bisogno: essere amata! Hai tanto amore da dare e vuoi solo essere amata!

E allora credo proprio che ti spetti piccola Gruffalina. Sì ti spetta giustamente. E’ giusto che tu venga amata, che tu abbia ciò che chiedi.

 

Repost 0
Psiche-Soma in libertà - in A spasso con la Paura
scrivi un commento
1 febbraio 2012 3 01 /02 /febbraio /2012 14:53

CAPITOLO VII

 

Legami per la vita

 

ImagePsicologiaTrauma-1-.jpg

 

 

Non si possono dimenticare neanche le tue lettere d’amore. Eri solo una ragazzina, vivevi sola e isolata in quella casa che tanto odiavi. La noia e la solitudine più totale, più invadente, più infinita che tu abbia mai sentito e conosciuto. Che angoscia, le giornate sempre uguali, sudate di monotonia e polvere.

Per fortuna che c’era la scuola!

Ma ve lo immaginate, la scuola che rappresenta una fortuna?

Eppure era una via d’uscita, una novità, l’ambiente sociale per eccellenza, il luogo che ti era permesso con libero accesso. Là dove non venivi controllata e forzata, almeno in apparenza.

E proprio lì che sei uscita dalla noia e dal controllo, ti sei innamorata, hai preso una di quelle cotte micidiali, che solo a quell’età possono essere così potenti e magiche, che portano via, via lontano da qualunque posto ci si trovi.

Era una cotta, una cotta da ragazzi, per te la prima, era fantastica, stratosferica, era la rinascita, ma in fin dei conti una cotta fra ragazzi, innocente e ingenua. Che ne sapevi tu del mondo? Che ne sapevi di malizia?

Volevi solo amare ed essere amata. Solo banalmente questo!

Tuo padre non la vedeva così, ti avrebbe voluto controllare in tutto e per tutto, spaventato fino allo spasmo di chissà cosa potesse innescare tutto ciò, di dove si sarebbe andati a finire. Il fatto è che era lui il primo ad essere malizioso e metteva malizia da ogni parte, temeva inaccettabili eventualità.

Osò rufolare nelle tue cose e gettarti via le lettere d’amore e i piccoli doni, così delicatamente, timidamente scambiati e conservati! Si arraffò prepotentemente questo diritto, senza chiedere il permesso, senza proferire parola, come un saggio che sa e ha diritto sul mondo. Pensando poi che toglierti tutto ciò, potesse cambiare quello che sentivi e quello che eri.

Come ha potuto farlo? Come ha potuto osare? Senza dire, senza informarsi, senza conoscere, senza pronunciare una parola, senza chiedere il permesso! Per lui era tutto legittimo. Lo poteva fare, anzi lo doveva fare per il bene tuo e di tutta la famiglia. Lui era un onesto e responsabile padre di famiglia, un infaticabile lavoratore e doveva proteggerti dalle insidie della vita e degli uomini, a te ancora sconosciute!

Solo per il tuo bene! Solo per amore! Tu non lo capivi, perché non capivi come va il mondo, ma un giorno lo avresti saputo e lo avresti ringraziato! Un giorno, quando sarai genitore vedrai! Allora sì, che capirai. Allora mi ringrazierai. Sì, mi ringrazierai sicuramente!

Tu però, eri infuriata e lo eri lì in quel momento, non un giorno, non quando saresti stata grande, non quando saresti stata un genitore. Venivi calpestata, ignorata, bistrattata, trattata come un oggetto ed eri orlandamente furiosa, furibonda, fuori di te, avresti potuto qualsiasi cosa con quegli occhi fuori dalle orbite!

Ma niente, non importava a nessuno, tu non ne avevi diritto di essere arrabbiata e basta, senza fare tante storie. Un giorno avresti capito e basta, dovevi fidarti.

Dopo tutto questo inutile divampare, dopo la furia più sconcertante e incontenibile, scattava lo sconcerto, la tristezza e ancor di più il dolore profondo, quel dolore che ti colpisce direttamente al cuore, senza remora alcuna, per passarlo da parte a parte dissanguandolo lentamente, lasciandoti anemica e pallida.

Come può accadere tutto questo? Perché la mamma glielo permette? Perché non ho diritto a questa gioia, a questa euforia? E’ davvero sbagliato tutto quanto? Io sono sbagliata? Devo ancora rimanere in questa gabbia? Per quanto ancora, dovrò stare in questa gabbia dorata?

Tutte quelle parole che volavano leggere e soavi come il tuo cuore, che ti riscaldavano pur vibrando frescamente, tintinnando come campanelle curiose, erano spazzate via con un soffio, con un gesto di rottura, un gelo devastante, una bruttura che si prendeva gioco di te, ti annientava fino allo sfinimento. Ti sfibrava ora dopo ora, giorno dopo giorno, divieto dopo divieto.

Dov’erano ora tutte quelle sensazioni? Dove se n’erano andate? Dove erano svanite le emozioni più lievi? I sogni, dov’erano?

Non c’era più posto per loro. Quelle emozioni, lasciavano spazio solo alla rabbia bruciante. E la rabbia era sconcertante, ma almeno per un po’ anche quella fa sentire vivi, allontana la noia ed il vuoto. Anche la rabbia, è pur sempre qualcosa da maneggiare, qualcosa di cui occuparsi. Triste …. Eppure è proprio così.

Ma anche il fuoco più ardente, che tanto ci riscalda, alla fine si sopisce e poi si spenge definitivamente. Quando non c’è più nulla da ardere, anche il fuoco più intenso lascia solo cenere, che vola via con il vento. Così, inesorabilmente è stato per la tua rabbia.

E così, ancora sepolta in quel deserto di sale per molti anni ancora, per molte tristezze ancora, per un’infinita quantità di sbadigli, per un’infinita serie di rospi amaramente ingoiati, hai trascorso molte primavere e molte estati, molti gelidi inverni, in quella infinitesima lunga, insensata noia.

Quando poi è arrivato il momento di partire, di andare, di prendere finalmente la tua strada, di andare per la tua formazione, si è ripetuta la scena. Incredibile ma vero. Nulla era cambiato. Tu non potevi andare.

Cosa ci andavi a fare? Non conosci il mondo, non sai quante insidie si celano dietro l’angolo. Tu sei un tenero e fresco fiorellino di campagna, coltivato con cura e non sai cosa succede nelle fioriere di città! Che diamine, è possibile che non lo capisci? Oppure sei tu che ti vai a cercare qualcosa di male? Sei forse una poco di buono? Vuoi fare la puttana?

Come una mannaia, queste parole ti hanno risuonato tanto quanto colpi d’accetta sulle spalle, sulla testa, sulle braccia, sulle gambe, sul cuore. Così che alla fine dei conti, non saresti più stata in grado di andare da nessuna parte, non avevi più gambe per camminare, braccia per accogliere, spalle per sostenere, mani per prendere, testa per pensare, cuore per amare. Non c’era più da andare da nessuna parte, dopo quel flagello! Ormai tutto era annullato, annientato. Un deserto! Tutto fatto in pezzi.

Ma questo, è quello che credevano loro, quello che chiunque potrebbe credere. Tu invece, tirando fuori la rabbia che ancora bruciava sotto le ceneri, la vitalità che ancora ardeva nascosta in un angolo, hai trovato un compromesso e sei andata, questa volta sei andata e non ti sei fatta fermare.

Certo sei andata un po’ zoppa, faticando molto, perdendo la leggerezza dell’essere, ma ti sei creata la via di fuga, la via per il mondo, che hai pagato caro, caro varie e varie volte, ma almeno potevi sperare ora!

Ora potevi udire tutte le parole del mondo, potevi leggerle, dirle, potevi camminare, fuori da quella noiosa prigione, da quel buco depressivo, dal vuoto totale. Che sollievo!

Oh, finalmente. Si riparte. E stavolta tu piccola …… puoi trovare una via, un percorso dentro e fuori di te!

Non si può certo dimenticare quando così piccola, ancora incapace di sapere di poter nuotare, tremavi ogni volta che scoppiava un temporale. Non erano i bagliori che ti spaventavano, non erano i rombanti rumori che ti squassavano le orecchie e il petto, ma l’acqua che cadeva, che veniva rinnovatamente annunciata con forza, ancora più forza, ad ogni lampo, ad ogni tuono, ad ogni goccia che si aggiungeva alla precedente tu tremavi, tremavi di paura. Nessuno capiva che tremavi perché temevi che l’acqua salisse, salisse fino a farti affogare. Sì, temevi di affogare, perché non sapevi nuotare. Non era la solita paura dei temporali, ma la paura di affogare, perché tu eri incapace, non sapevi fare il pesciolino e non avresti avuto via di scampo.

Già eri stata tanto derisa proprio per questo, dalle suore. Ogni volta che ti portavano al mare e tu stavi guardinga a distanza dalle onde, venivi pubblicamente sbeffeggiata e derisa. Guardatela lì, torna indietro, scappa via. Ah, ah! Ma che paura hai? Che pericolo c’è in mezzo centimetro d’acqua? Ah, guardatela, bambini! Guardatela! E tu,vieni qui, fifona!

Quanta umiliazione e vergogna! Lì, non c’era proprio nessuno a difenderti, eri proprio sola e indifesa, piccola, piccola, incapace di far fronte a tanta derisione, a tanta ignoranza, a tanto odio.

Ma adesso sei qui, in casa tua, con i tuoi cari genitori, non con sconosciuti, non con sadiche suore frustrate. Fuori imperversa uno dei tanti temporali che tanto ti terrorizzano e tu pensi che non ci sono mezzi, non ci sono vie d’uscita.

Che fare?

Andavi in camera dei tuoi, ma nel letto non ti ci volevano, allora ti accampavi sul tappeto di tuo padre, lì vicino al letto, portavi anche coperta e cuscino. Ma anche di lì ti cacciavano, non era il posto adatto per te! I bambini non devono stare in terra. Allora tentavi un’altra carta: provavi con il bagno. Portavi tutto l’occorrente, ancora coperta e cuscino nella vasca, almeno lì saresti stata al sicuro da un’eventuale inondazione.

Finalmente eri salva, era la soluzione, proprio la soluzione giusta, ah …. Che sollievo!

Eppure neanche lì, andava bene! Scocciati di questo tuo comportamento assai bizzarro e stolto, ti riportavano in camera tua! Che diamine!

Ormai non c’era più un posto dove potersi rinfrancare, nessuna tana dove nascondersi dal mostro, nessun papà Gruffalò a proteggerti e a tenerti stretto a sè, non c’era angolo che poteva salvarti.

E, proprio come la chiocciolina marina, anche per te non rimaneva che farti coraggio e rintanarti dentro il tuo mondo!

In quella immensa solitudine, in quel terrore devastante, tu stavi rannicchiata lì, al tuo interno, sentivi tutta la paura del mondo, il terrore di annegare, l’impotenza di non saper nuotare, di non avere soluzioni, la grande solitudine di non avere nessuno alle spalle, nessuno che ti proteggesse, che ti tendesse quella mano salvifica.

Ma, quando tutto sembrava perso, quando non c’erano più speranze, tiravi fuori dal cilindro una gran magia. Tu eri la tua unica risorsa, tu eri sola ed eri piccola, incapace di far fronte ad una marea, ad un’inondazione, ma tu usavi te stessa e le ricchezze presenti in te, usavi la tua stessa paura. Immaginavi di stare sul ring a boxare col temporale, un pugno di qua, uno di là e …… eri così abile e astuta che vincevi l’incontro ed il sonno vinceva su te, finalmente potevi rilassarti e riposare.

Che genialità! Che astuzia! Brava chiocciolina marina.

Buona notte, piccola cucciola indifesa!

E tu donna che corre con le stagioni, eri stata tanto una bambina persa. Dopo molti giorni e notti, trascorsi a piangere da sola, a sentire che non c’era possibilità di essere compresi e visti, hai imparato a fare, a fare, a darti da fare, disegnavi, cantavi, giocavi a giochi senza frontiere, sì proprio come facevano in televisione. Andavi, correvi, scorrazzavi, ti divertivi, sognavi, ridevi, cantavi, facevi tutto da sola, ma almeno eri piena. T’inventavi le storie più avventurose e incredibili possibili, facevi in modo che le tue bambole venissero trattate giustamente e amorevolmente, non erano mai sole, le accudivi con grande attenzione, le pettinavi, le vestivi, le lavavi, correggevi i loro compiti errati senza essere dura, senza umiliarle. Stavi con loro!

Fra quelle tue tante divagazioni mentali fantastiche e fantasiose, sognavi di essere stata adottata, che quella non era la tua vera famiglia, ma di appartenere a un altro nucleo originale. Ecco perché ti trattavano così, semplicemente perché non eri realmente una di loro, appartenevi a qualcun altro, eri di un altro posto, di un altro gruppo. Non eri tu, a essere quella sbagliata!

Svelato l’arcano. Adesso si trattava solo di aspettare che la tua vera famiglia, che tanto ti amava e ti desiderava, ti sarebbe venuta a riprendere, tutto sarebbe stato perfetto allora. Non più fatica, non più sofferenza, non più dolore, non più incomprensione. Non più diversità. Dovevi solo aspettare.

E così sei cresciuta, sei andata avanti, ti sei fatta forza, aggrappandoti ora all’una ora all’altra fantasia, ma soprattutto facendo, impegnandosi in mille attività, nella scuola, negli hobbies più strani, fare marmellate con i fiori, sculture con la plastica, gli sport e il movimento a tutte le ore.

Non a caso, eri poco più che una bambina e nelle ore vuote della domenica, dell’estate, prendevi il tuo cavallo a due ruote e andavi pedalando all’infinito, senza meta, per fuggire alla tristezza, alla desertificazione dell’anima, sperando di lasciare per strada tutto quel fardello.

E andando andando, quella desolazione svaniva quasi per incanto, per strada pedalavi e pensavi, pedalavi, pensavi, rimuginavi, fantasticavi, poi quasi improvvisamente senza neanche accorgertene, sulla strada del ritorno ti assennavi che i pensieri si erano perduti davvero per strada e arrivavi a casa più sollevata.

Niente era cambiato intorno a te, ma qualcosa si era mosso dentro di te. Quante e quante volte hai ripetuto questo processo, sei andata pesante e grave, sei tornata leggera e soave. Non allegra, no, questo è troppo, non c’era di che essere allegra, tanto meno felice. Ma lieve e fiduciosa di avere qualche forma di soluzione a questo stato, così tanto annientante e non era cosa da poco.

Nessuno ti chiedeva dove fossi stata, nessuno si preoccupava, né si occupava di te, ma non ci facevi molto caso, era la norma. Forse, anzi quasi sicuramente, qualche volta tua madre ti ha chiesto dove fossi stata, ma era come se non lo avesse fatto, era una richiesta di rassicurazione, la possibilità di essere a conoscenza, quindi di essere tranquillizzata, ma nessuno si chiedeva perché, cosa stesse succedendo a te!

Forse, non era neanche mancanza totale di interesse nei tuoi riguardi, ma paura della risposta o della mancata risposta, terrore di entrare in un tunnel dove lei per prima, non avrebbe saputo muoversi. Allora era meglio non scoperchiare troppe pentole!

La bici, si alternava alla corsa, con lo stesso meccanismo, le enormità del cuore che cercavano una strada del ritorno. Qui lo sforzo e la fatica, senza dubbio maggiore, ti permettevano di alleggerirti prima e ancor di più. I pensieri rimbalzavano come fardello insostenibile alle prime battute, ma poi dovevano essere velocemente scaricati, pena l’incedere rovinoso. Tornavi stremata ma rigenerata, rinnovata.

E poi comunque, da brava formichina avevi imparato a serbare un po’ di te, ti fermavi sempre prima di sfinirti, come una saggia quercia, come una chiocciolina di terra che sa di dover andare lontano e di avere molta strada da percorrere. Tenevi da parte un po’ di riserve per gli imprevisti, per gli sprint, per le battaglie inevitabili della vita, quelle che potevano far cadavere di te.

Ormai grande, avevi conservato proprio la corsa come tua unica alleata, fuga neanche tanto consentita, ma concessati da te medesima senza deroghe. Correvi a tutte le ore, in tutte le stagioni, al mattino presto, sotto il sole cocente, dopo pranzo, sotto la pioggerellina fine, sotto la pioggia battente, non potevi farne a meno, non potevi rimandare. Non potevi fermarti.

In questi tuoi percorsi, avevi individuato una sfida, un muro per te assai elevato. Era una sfida, una prova da superare, una prova di coraggio. Correre lassù ti creava una paura terribile, era alto, le gambe tremavano ed erano instabili, gli occhi evitavano di guardare giù, ma era come una calamita irresistibile e potente, continuavi a temere di cadere, temevi di non farcela, ti domandavi cosa avresti fatto se fossi caduta giù, come ti saresti tirata su. Non pensavi al dolore che avresti provato, alle ferite, ai danni causati dal cadere giù, no, pensavi a come potevi uscirne fuori, come appigliarti a quel muro così elevato per te, quasi impossibile.

Per un tratto, quel muro costeggia una casa con giardino e due cani da guardia incattiviti annessi e connessi. Cadere proprio in quel punto, sarebbe stato ancora più complicato, rovinoso direi!

Correvi lassù, tremando, muovendoti più adagio, circospetta, chiedendoti se ce l’avresti fatta, se saresti arrivata fino in fondo. Sapevi bene che se impiegavi tanta attenzione ed energia ad evitare la caduta, ne facevi una ragione di vita e rischiavi proprio quella fine. Per cui, lottavi contro te stessa, contro la paura ed i fantasmi che si affastellavano sull’immagine della caduta e ti sforzavi di non pensarci, di proporti verso la meta, di riuscire, di andare oltre.

Tutto questo non era che metafora di quanto ti avevano trasmesso, eri sola, non appartenevi a nessuno, non avevi un terreno solido su cui poggiarti, né le spalle coperte, questo ti faceva incedere con paura, incertezza e insicurezza, continuavi a temere di cadere perché sapevi che saresti stata sola, avresti dovuto cavartela con le tue stesse forze, ma soprattutto avresti rinnovato la certezza di essere abbandonata a te stessa: la cosa dolorosa che veramente ti spezzava il cuore.

Non avevi la capacità di vederti, non sapevi chi fossi veramente, andavi senza sapere se ne avresti cavato veramente le gambe. Andavi, correvi, ti rialzavi, facevi ciò che nessun altro riusciva a fare, ma non lo sapevi, continuavi a vedere solo le falle del tuo essere! Continuavi a concentrarti sulle cadute e t’impegnavi per evitare che si verificassero. Una vita all’insegna della caduta e della privazione! La paura dominava su di te costantemente.

Non vedevi invece ciò che c’era, ciò che riuscivi a fare! E non l’hai visto per molto tempo. Non scorgevi chi eri. 

Dopo tanti anni, è difficile fermarsi e vedere, guardare con occhi diversi, togliere l’immagine del quadro! Nessuno ti ha messo davanti uno specchio, hai dovuto gradualmente scoprirlo negli occhi degli altri, nell’ombra della tua anima. Ancora molta fatica, ancora molta paura nel tuo cuore.

C’era una bambina bella, bruna, con gli occhi scuri e intensi, con i lineamenti un po’ più morbidi della maggior parte dei bambini, di un’intelligenza ed una sensibilità sopra le righe, era speciale senza dubbio, diversa da tutti gli altri.

Per non dare eccessivo peso ai genitori che lavoravano tanto poverini, si gestiva da sola in tutto e per tutto, aveva i suoi risparmi, piccole monetine che metteva faticosamente, pazientemente insieme, con cui acquistava ciò di cui aveva bisogno o che desiderava, come i quaderni, le bambole, il ciccio bello, i vestitini per lui, caramelle, chewingum e via. Andava a scuola da sola, tornava, salutava il padre in negozio e poi si dirigeva a casa, dove da sola si apprestava a prepararsi il pranzo, a riscaldarlo o aspettava la mamma che rincasasse.

Finché non aveva iniziato la scuola, andava con mamma al lavoro e stava lì buona buona in un angolo a giocare, senza disturbare nessuno, come se non ci fosse! Proprio come se tu non ci fossi, piccola bambina tonda, avevi imparato ben presto molto bene, a non essere di troppo. Ma per fortuna che il tuo corpo non proprio esile, ti faceva notare, faceva ricordare che c’eri, c’eri anche tu, per fortuna.

Poi, quando sei cresciuta, hai dovuto cedere ad impegni più importanti come la scuola e allora non sei più potuta andare con lei.

La scuola ti piaceva, ti piaceva imparare, eri molto intelligente, volenterosa e brava, arguta, ma quel luogo era un supplizio lo stesso. Qualcuno doveva sempre ricordarti che assomigliavi ad un bignè. E forse questo era il complimento migliore, si aggiungeva assai di peggio, fra le risa generali e l’indifferenza della maestra, osavano dirti di tutto, le parole non avevano confine. Forse non ci sentiva bene la maestra poverina, forse aveva un difetto d’udito, ma forse anche di vista!

E non puoi dimenticare il tuo primo saggio di danza. Tutte le piccole ballerine facevano il loro ingresso una per una, quando sei arrivata tu, nel tuo tutù rosa, felice di esserci, non si sa perché è esplosa una risata generale. Ti sei sentita incapace, inadeguata, brutta, anzi orrenda. Tuttora non capisci perché. Guardandoti nelle foto, a più di trenta anni di distanza non ti vedi poi così grassa, così schifosa, così diversa dalle altre, solo un po’ più rotonda, solo un po’ meno esile. Ma ridevano indignitosamente, indiscriminatamente, senza ritegno alcuno.

Perché? Perché hanno riso tanto? Perché?

A te sono arrivate come stilettate e ti hanno marchiato a fuoco per sempre. Per sempre indelebilmente.

 E non hai certo avuto conforto dai tuoi, non hai potuto piangere fra le braccia di tua madre, rasserenata dalle sue vellutate carezze e dalle sue dolci parole. No, non potevi! Non c’era dubbio.

Nello stesso modo non potevi certo raccontare loro delle prese di giro a scuola, dei nomignoli, delle risate, delle villanerie, lì il messaggio si rinnovava appesantendosi sempre in modo persistente, aggiungendo fuoco sul fuoco.

Tua madre, dall’alto della sua over size, ti odiava, non voleva vederti grassa. Lei si odiava, non voleva vedersi grassa, non lo tollerava, ma in fin dei conti per lei era diverso, era stata tutta colpa tua, dalla tua nascita il suo corpo si era sfigurato indelebilmente, tu eri avida anche in pancia, tu eri quattro chili! Famelica e ingorda!

E da allora la poverina non aveva avuto scampo. Tu però non avevi giustificazioni! Tu non avevi fatto figli e forse non ne avresti mai fatti, non riuscivi a trovarti neanche un fidanzato. E probabilmente segretamente ne godeva, così non ti avrebbe mai persa, non sarebbe mai rimasta sola.

E neanche a farlo a posta, cucinava dolci e dolcetti, portava a casa dei barattoli enormi di nutella, ma a te ci pensava e per preservarti li metteva in bella mostra sì, ma lontano dalla tua portata, così elevati che tu non potessi cedere alla tentazione ed esagerare. Ci pensava a te e voleva aiutarti a trovare una misura, lei che la misura non ce l’aveva.

Ma tu, che ogni giorno vedevi in cucina quel barattolo di nutella, su quella mensola, bello, succoso, luccicante, invitante, enorme, non potevi fare a meno di figurarti il suo sapore, il suo odore, l’unica soddisfazione che avevi in quel mare desolato! Mhhhh ………. dev’essere squisita ….

Per farle vedere, per farle capire che contro di te non poteva niente, che non poteva costringerti ad essere ciò che voleva lei, tu avevi trovato il modo di arrampicarti su quella mensola e andavi al barattolo, era enorme e ce n’era proprio tanta, che buona! Piano piano, coi giorni, come il topolino furbo, la mangiasti tutta dall’interno, lasciando intatto l’esterno, le pareti, così che non se ne potesse accorgersene, almeno finché non avrebbe aperto il barattolo. Da fuori era tutto perfetto e intatto, ma non dall’interno.

Che ganza sei stata, piccolina!

Quando lo scoprì! Lì scoppiò il finimondo! Quella tua cara mammina, diventò una belva furibonda, ti sputò a dosso, come tante altre volte, ma questa volta con una violenza rinnovata, una marea che ti travolse veramente. Ingorda! Sei un maiale, fai schifo! Non ti vedi, quanto fai schifo? Che schifo, che figlia immonda! Un maiale.

Che atrocità è riuscita a dire quella tua cara mamma, che oscenità, che bestemmie, la donna che ti aveva dato la vita. Te l’aveva data e ora, come mille altre volte te la toglieva con la non curanza, con la violenza, con la disperazione, con le botte, con la crudeltà!

Quelle erano vere bestemmie, di quelle che dovrebbero portare diritto all’inferno, non quelle rivolte ad entità soprannaturali ed invisibili. Travolgere con tanta violenza una bambina, la propria unica figlia, deve necessariamente far bruciare nelle fiamme dell’inferno.

Il resto l’hai dimenticato. Non occorre altro. Tutto il resto è stato un crescendo, la tua vita si è dispiegata nella fatica e nell’orrore che dietro l’angolo, potessero nuovamente spuntare quelle parole “Sei un maiale, fai schifo!”.

Quelle parole hanno impresso per sempre dentro te un segno indelebile, hanno dato diritto di abitazione permanente alla paura!

La paura ha preso residenza dentro di te.

Guai a contraddire gli altri, guai a non essere disponibile, d’aiuto, comprensibile, svelta, intelligente, silenziosa, mansueta, adattabile, piena di risorse e d’energia. Non c’eri e nessuno ti vedeva. Ti vedevano e ti vedono sì, ma solo per il grasso che ti circonda! Il mondo ha imparato a vederti solo per questo! Tua madre ha imparato a vederti solo per questo! Tu hai imparato a vederti solo per questo! E niente più ….

Non a caso ti sei trovata un lavoro dove nessuno ti vede, mia piccola cara. Non a caso hai passato la vita a fare e sfare diete, a tenerti sotto controllo e a sbottare, a guardare quel barattolo di nutella e a finirlo tutto, finirlo con rabbia e sfida. Non a caso, un giorno, guardando una ragazza in forma smagliante, hai pensato “Se avessi un fisico così, sarei la donna più felice del mondo!”

Ma non è così e non sei felice! Non sei mai stata felice, neanche quando avevi un fisico piacevolmente snello. Quando avevi un fisico smagliante, tu eri ancora grassa, eri un maiale e non a caso andavi ancora a scegliere le taglie di un tempo. Non ti vedevi, non riuscivi a vedere oltre, guardavi il barattolo di nutella e ne vedevi solo l’esterno!

Il tuo mondo interno, è ben rappresentato da quell’immagine di quel libro che tanto ti ha colpita. E’ proprio così, un terreno innevato, immacolato, non tanto per l’abbagliante biancore, ma per l’incolumità del suo manto, nessuno vi ha mai messo piede! Nessuno è mai riuscito ad oltrepassarlo. E chissà se mai qualcuno, riuscirà a lasciare la sua impronta lì da te, dentro di te.

Forse sei destinata a rimanere incolume e sola!

E tu, piccola nata in una famiglia di persone per bene, grandi lavoratori, ma semplici e modesti. Piccola che tacevi e tutto vedevi, ascoltavi, intuivi, sentivi ma tacevi, accoglievi nel tuo gran cuore e davi, davi senza confine, esattamente come tua madre faceva con te e tua sorella. Occhietti immensi che tutto vede.

Un giorno, con l’arrivo di un fratellino non eravate più in due ma in tre, non potevi provare niente di male verso di lui, era tanto amato quanto te e la tua sorellina. Ma il suo arrivo è stato breve, ben presto lui s’è ammalato e un angelo se l’è portato via rapidamente.

Era lì in quella culletta, freddo freddo, c’era tanto dolore contrito in chi amavi, tu non capivi bene, capivi solo che era freddo, tanto freddo e immobile. Niente e nessuno lo smuoveva di lì, lo riscaldava, lo rianimava. Nessuno poteva.

Avresti fatto qualunque cosa pur di alleviare quel dolore, pur di spazzare via quella grande nuvola nera, pur di scaldarlo un po’. Era inverno e c’era il camino acceso, pensasti bene di andare a scaldarti le mani, per poi scaldare lui, scaldarlo, scaldarlo fino a farlo guarire, fino a farlo rianimare. Andavi su e giù, dal camino a quella culletta, su e giù, ma niente, fu tutto vano. Quell’incedere continuo e assiduo, pieno di speranza e d’infinito amore, fu inutile. La culla era lì ed il suo corpicino rimaneva immobile e freddo, duro, gli occhi chiusi.

Avranno capito i tuoi, cosa stavi facendo, occhietti immensi che tutto vede?

Che abbiano visto o no, meritavano tutto questo, lo meritavano. Tua mamma lo meritava, tu le avresti offerto la tua vita, così come lei offriva il suo lavoro, il suo tanto sudore, la sua vita, per farti studiare, per curarti quando fosti malata, ci teneva tanto a te! Avrebbe fatto qualunque cosa, nonostante i poveri mezzi.

E proprio perché guaristi con tanta pazienza e col tempo, lasciandoti un po’ fragile, che tanto pensò a te e al tuo futuro, tanto pensò a farti studiare e a non farti faticare. Ancora oggi, non sai come abbia fatto.

Lei meritava questo e molto più. Lei meritava che tu ti sforzassi allo spasmo, per ridare vita a quell’esserino immobile.

Non se ne parlò più di quel fratellino morto. Lei custodiva gelosamente le sue cose in una cassapanca, era il suo dolore privato, era il suo ricordo unico, erano le sue cose e vi aveva vietato assolutamente di metterci mano, l’unico luogo della casa che vi aveva interdetto.

Un giorno, tu e tua sorella capiste finalmente cosa c’era in quella panca, osaste venir meno al divieto e capiste, mai più siete andate oltre, mancando di rispetto al suo volere, al suo dolore, ad un minuscolo angolo privato di quella grande mamma che tanto lavorava.

Così grande era il tuo amore, la riconoscenza e la dedizione, che le avresti dato anche la vita, le avresti dato la tua vita, hai fatto tutto ciò che credevi possibile pur di darle ragione del suo sforzo, pur di renderla fiera di te, pur di non vanificare tutti quegli sforzi. Ti sei anche sentita in colpa quando lasciasti gli studi universitari per lavorare e sposasti.

L’hai amata così tanto da essere arrivata a donarle la vita di tuo figlio, del tuo primo figlio che chiamasti proprio come quel fratellino, che vi aveva lasciato tanto presto. 

Vivesti per tanti anni il gran terrore che quel tuo figlio, potesse andare inesorabilmente via, che oltre al nome avesse davvero ereditato anche il destino, di quell’esserino ingiustamente morto!

Ti sei sforzata oltre l’umano, hai lavorato, lavorato, hai fatto di tutto, hai tenuto il controllo su tutto e tutti, facendo un percorso immane da sola, pur di evitare quella grande angoscia di morte, che albergava nascosta nel tuo cuore.

Cara piccola occhietti immensi che tutto vede, per fortuna hai visto anche questo! Ma non è stata fortuna, è stata la forza del tuo amore, la forza della tua intelligenza, la forza della tua profondità, la caparbietà. E’ stata la tua forza!

Tu sei occhietti immensi che tutto vede, allora come ora. Niente può sfuggirti. Niente può non riuscirti, niente ti è interdetto. A te spetta, tutta la vita del mondo!

E tu piccolo genio, hai avuto ben poco di quello che ti spettava, avresti meritato molto di più, veramente di più. Invece, hai avuto così poco al punto da dover escogitare ogni minima strategia per sopravvivere, per conservare l’essenza della vita, proprio come fanno le lucertole nel deserto, in un ambiente così ostile e poco ospitale. Hai centellinato ogni goccia d’acqua, ogni briciola di pane, ogni secondo d’aria, ogni forma di vitalità. Hai risucchiato in te e per te, ogni minima espressione di amore, attenzione, investimento e rispetto.

Così tu, sei diventato davvero un piccolo genio, hai dovuto trovare ogni possibile forma per vivere, ogni possibilità d’investimento, ogni mirabile soddisfazione, il più piccolo piacere possibile, in quel gioco di equilibri sottili.

Il fatto è che si aspettavano molto da te, sì, eri figlio unico e appartenevi ad una famiglia speciale, anche tu avresti dovuto essere sicuramente speciale. Non c’erano proprio dubbi.

Ma in cosa, quando, come?

Che angoscia. La prestazione ha iniziato ben presto a spaventarti, ad angosciarti, a pesarti, a toglierti l’aria, a rallentare tutte le tue funzioni vitali.

E tutta la famiglia intorno a te, non faceva che rinnovare questo messaggio, dovevi essere bravo, anzi speciale, far parlare di te per ciò che avresti detto e fatto. Non si può fare altrimenti. Per avere l’eredità, dovevi dimostrare di meritartela, dovevi guadagnarla a tutti gli effetti, niente è gratuito.

Ma ricorda che devi fare tutto questo con modestia, senza sguainarlo troppo, mantenendo la vita di un qualunque coetaneo, essere speciale ma far finta di essere un adolescente qualunque, o quasi.

Del resto già la tua nascita era costata tanto, sì tanto. Ti hanno atteso tanto e ti hanno tanto voluto, non so bene per quale scopo, ma di fatto è costata enormemente. Quando sei venuto al mondo, con un parto così difficile e lacerante per lei, tu non volevi uscire e oltretutto eri enorme, lei ti spingeva a nascere, lo voleva a tutti i costi anche prima del tempo e così, in questa lotta contro natura, per farti uscire da una parte e per restare ancora un po’ in quella tana dall’altro, sei nato tu mio piccino.

Ha persino implorato i medici di farti nascere diversamente, più facilmente, ma loro, stupidi tradizionalisti, hanno obbligato la poveretta a questo estenuante travaglio. Così, la lotta è stata più dura e lunga che mai. Dopo tanta fatica però, sei nato tu, eri bello e sano e lei per ringraziare di ciò ha pensato: oddio chi è quest’essere orrendo, questo mostro che mi porta via la mia bellezza, la mia giovinezza, che mi arreca così tanto dolore? E ora che ci faccio?

Sei cresciuto creando ancora fastidi, non dormivi mai, non si sa che diavolo avessi ma non dormivi. In fin dei conti eri trattato come un principino, ma a te non bastava, non bastava niente e non dormivi e facevi impazzire tutti. Con tutte quelle notti insonni, tua madre vedeva ancor più sfiorire la sua bellezza. Il sonno è il primo alleato della gioventù e lei si ritrovava al mattino con nuove rughe, con la pelle avvizzita e stanca e s’infuriava, non poteva accettarlo, non poteva capire che tu dopo tanto amore le facevi questo, proprio a lei, sì che tu facessi questo a lei! Giusto per il gusto di farla impazzire.

Allora hai dovuto imparare presto ad andare in letargo, a non disturbare, ad usare il minimo d’aria, di luce, il minimo di attenzioni e di amore, il minimo della loro presenza.

Se andavi al mare con loro, c’era sempre la nonna che si occupava di te, tua madre doveva prendersi cura di sé, riprendersi da un possibile ed eventuale esaurimento, si sa avere un figlio è faticoso. Per cui se ne stava un po’ più in là con il suo asciugamano, l’ombrellone, col suo cellulare a parlare, parlare, parlare con le amiche, gli amici, i colleghi. Altrimenti c’era la radio o il pisolino ristoratore.

Di giorno stavi all’asilo o coi nonni, perché dovevano lavorare e la sera capitavano cene di lavoro, cene di coppia, di famiglia, le serate al casinò, lì i bambini non possono andare, è bene che non vedano certe cose, non è un posto per loro.

C’erano poi i week end fuori o le settimane di vacanze. Dove? Questo tu non lo sai, perché tu non eri contemplato nel pacchetto viaggio. Andavano loro, del resto la coppia deve ritrovarsi, deve stare anche un po’ da sola, altrimenti le famiglie si sfasciano.

In quelle lunghe serate interminabili, in quelle giornate tediose, nelle settimane senza nome e senza fine, la noia e la solitudine s’impossessavano di te, ma ancora di più, l’ansia faceva capolino inesorabilmente. Una delle angosce più grandi e devastanti riguardava il timore che a loro potesse capitare qualcosa, o addirittura che potessero morire, magari a causa di un incidente stradale. Allora dovevi inventarti delle strategie, dei giochi mentali ossessivi per riprendere il controllo su te stesso e avere l’illusione di possedere anche il controllo su quanto poteva capitare, sul mondo, ma soprattutto su loro che erano così aerei e sfuggenti. Stavi lì, in quella casa ad aspettare, a contare ogni cosa, a fare congetture, a pensare delle scadenze mentali, dei giochi rassicuranti, ti affacciavi alla finestra, al vialetto per verificare quanto ancora fossero lontani e via e via ad aspettare.

E tu, piccolo genio non potevi che essere bravo, che essere il migliore, almeno per far vedere che c’eri e che valevi il sacrificio di vita di tua madre. Ad ogni interrogazione, ad ogni verifica, ad ogni eventuale elemento fuori programma, che potesse metterti in imbarazzo, mostrare una qualche falla, si creava in te uno scompiglio, un’angoscia interminabile. Che angoscia, che fatica, non c’era proprio via d’uscita, non c’era. Che battaglia ogni giorno. Una battaglia persa!

Non c’era via d’uscita né dentro né fuori. Proprio per questo tuo immane sforzo di bravura, eri diverso dagli altri, non potevi certo ridere, scherzare, lasciarti andare nei giochi, nelle frasi buttate lì, nel tempo perso, nelle sciocchezze. Tu dovevi misurare tutto, proprio tutto, non potevi lasciare niente al caso, dovevi essere preciso, cauto, diplomatico, informato, professionale, capace.

E come potevi avere amici? Come potevi divertirti? Come potevi godere della competizione, in forme non contemplate? Come potevi lasciar libero il corpo, correre, andare, saltare?

Eppure i tuoi si rammaricavano di questo, si preoccupavano e si dispiacevano. Perché il nostro piccino non è come gli altri?

Avrebbero voluto vederti socializzare di più, avere molti amici, vederti con altri compagni. Ed invece tu gli davi pensieri, eri così asociale, diverso, non ti integravi. Ti hanno spinto a fare mille sport. Ti avrebbe fatto molto bene, del resto avevi un corpo esile ed esangue, ma anche lì niente, per te era solo una gran fatica, non ce la facevi, ci provavi ma dopo un po’ ti volevi tirare indietro, loro alla fine cedevano e ti ritiravano con dispiacere e frustrazione.

Fra le tue abilità non era contemplata la socializzazione! Chissà perché.

A ben vedere, in realtà eri così capace, caparbio e anche tenero, che riuscivi ad essere un punto di riferimento per tanti compagni, ragazzine, avevi molte spasimanti, ma la cosa triste era che nessuno era amico per te, nessuno di cui fidarsi, a cui affidare la propria vita, con cui poterla condividere nelle gioie e nei dolori. Nessuno.

Sei cresciuto solo in quella grande casa, in quella casa antica, piena di storia, di libri, si stanze, di polvere, di soprammobili e abbellimenti, tende lucenti, lampade e centrini. Sono trascorsi i secondi, i minuti, le ore, i giorni, le stagioni, faticosamente, razionalmente, angosciosamente, prova dopo prova, esame dopo esame, voto dopo voto, approvazione dopo approvazione. Ad ogni sforzo saliva il livello, aumentavano le richieste, la complessità, ma anche le possibilità. In cuor tuo, l’unico sogno che ti allietava, che ti faceva andare avanti era l’idea di avvicinarti sempre più all’adultità, a certi tipi di scelte e quindi alla libertà. Sì, finalmente la libertà.

E tu sapevi già molto bene cosa volevi fare, come avresti conquistato la tua libertà, le tue mete. C’era da faticare molto però, c’era ancora da tollerare tanta angoscia, da superare mille conquiste, incertezze. Cercavi di andare avanti inesorabilmente, passo dopo passo.

Nel frattempo ti eri anche innamorato, avevi già avuto delle ragazze, ma questa volta ti eri veramente innamorato. Un evento che all’inizio ti aveva disorientato, ti aveva colto di sorpresa, era fuori da ogni schema da te pensato fino ad allora. All’inizio eri pieno, caldo, sconvolto, ma finalmente compreso. Poi anche questa cosa è finita come tutto il resto e quella ragazza ti ha deluso. Non hai mai rimpianto di esserti innamorato, ma ora sapevi di cosa si trattava e potevi catalogarlo come tutte le esperienze avute e le conoscenze acquisite. Adesso eri nuovamente solo.

Del resto, l’unica realtà che conoscevi. L’unica realtà possibile, per te.

Poi, un giorno quando meno te lo aspettavi, ci sono stati eventi che hanno rotto con quella noia, con la monotonia più pressante, il tuo mondo è crollato a cascata. Hai finalmente visto, hai visto cose che non avresti mai voluto vedere, hai compreso cosa stavi vivendo, chi erano i tuoi genitori, chi erano i tuoi parenti. L’hai visto come non l’avevi mai visto.

La vita, vi ha messo di fronte ad eventi e realtà che non potevano essere decisi e controllati.

L’equilibrio così sottile e precario s’è incrinato e poi rotto irrefrenabilmente. Non c’è rimasto altro per te, che capitolare clamorosamente. Hai resistito fino allo stremo, a più non posso, hai fatto di tutto e loro con te, ma a niente è servito. Nonostante ti crollassero macerie addosso da ogni dove, si continuava a chiederti di essere bravo, efficiente, magari un po’ meno, ma sempre molto bravo, dovevi portare avanti i tuoi e i loro obiettivi, non poteva essere altrimenti. Hanno fatto di tutto, ma proprio di tutto per aiutarti, per far sì che riuscissi in questo, per alleggerirti di questo gran peso, ma niente è servito. Del resto nel loro cuore girava un’ombra appena percepita, velata ma presente che oscurava il sole di giorno e la luna di notte.

Avrebbero voluto che tu fossi un grande guerriero, un guerriero della nuova era, intelligente, raffinato, colto, di successo, benestante, pieno di fascino e di donne, ma tu eri qualcos’altro, tu eri altro, tu sei tu piccolo genio.  E d’intelligenza ne hai da vendere, di caparbietà, di bontà, di forza, ma non come volevano loro, non nella direzione che loro desideravano, non per i loro scopi.

Loro, non riuscivano neanche a riconoscerti il diritto di soffrire, di mancare, di fallire. E alla fine tu mio piccolo, non hai più retto al peso di tutto quanto: la sofferenza dentro di te, la delusione, l’impotenza, lottavano arduamente con la voglia di andare avanti, di passare oltre il più velocemente possibile, nel modo più indolore possibile. La stanchezza ed il dolore si scontravano con la rabbia e la reattività.

Dopo tanto lottare piccolo guerriero genio tu, non ce l’hai più fatta, non hai retto più al peso di quelle pressioni costanti, incessanti ed un giorno, un giorno come tanti altri, preceduto da una delle tante notti insonni e devastanti, non ce l’hai fatta più, hai ceduto, ti sei arreso e in un attimo un pensiero è apparso nella tua mente, come tante altre volte era già successo.

Quel pensiero parlava di morte. Quel pensiero era forte ed era supportato dalla dolorosa fatica di andare avanti, di non volerlo fare più, di non sapere perché e per chi, avresti dovuto ancora fare, vivere. Sentivi una pressione in te troppo forte, che cercava una via d’uscita. Avevi bisogno di alleggerirti finalmente!

Hai pensato tutto molto lucidamente e velocemente, c’avevi già pensato mille e mille volte, hai preso l’occorrente, calcolato ogni minimo dettaglio e dunque … hai appeso la corda a quella trave di quella grande casa antica, hai costruito un cerchio, non troppo grande, giusto per far entrare il tuo collo e così hai deciso di farla finita, senza remore, senza sconti, senza possibilità alcuna.

E la tua vita è finita. La tua vita che era costata tanto, è finita in un brevissimo attimo.

Tutta la tua vita, costata così tanto, sudata allo sfinimento è volata via in un brevissimo istante e tu non c’eri più mio piccolo genio.

Poi c’eri tu topolina sfarfallina, che mangiava formaggio sotto il letto. Tutto era duro e intollerabile durante l’arco dell’anno, doveri, impegni, rimproveri, pesantezze, tante pesantezze, poi l’estate, l’estate era noiosa a casa, lunga, vuota, ufffff.

Però per fortuna c’era un mese al mare con i nonni, gli zii, i cugini, lo zio preferito e le cugine preferite. Era tutto uno scorazzare, al mare, poi in giro, lo zio che non finiva mai di comprarvi gelati, coca cola e pizza a volontà, di portarvi di qua e di là. C’erano le girate per le campagne assolate e profumate, a raccogliere la frutta di stagione, il piacere di avere un gatto da coccolare, quel contatto morbido e caldo, almeno lì, in quei giorni.

Tante cose nuove, calde e divertenti. Erano giorni spensierati e belli, senza troppe regole, troppi doveri, senza troppi fari puntati addosso.

Eppure, in quel panorama sereno, privo di nuvole, c’era sempre la possibilità che dall’antro buio delle montagne si svegliasse l’orco. Quando gli veniva in mente che questa o quella cosa non doveva essere fatta, erano gran guai! In genere era mansueto come un agnellino, forse la vicinanza con la sua famiglia, forse le vacanze, o non so che, ma di fatto era tutto più sereno. Però quella stessa famiglia che lo ammansuetiva, poteva in un attimo trasformare l’agnello in belva feroce, le orribili vesti che indossava nei restanti undici mesi dell’anno. Allora usciva dalla sua tana ed erano proprio guai.

E questo successe quel giorno. Proprio lo zio preferito doveva andare a fare un acquisto importante, forse per avere un’opinione, una compagnia o non so cos’altro, desiderava portarvi con sé, per cui aveva invitato tutta la famiglia, la tua e la sua, ad andare con lui.

Ma l’agnorco ha pensato che voi eravate in troppi e non sta bene arrivare in tanti in un negozio, fare confusione, sembrare proprio una famiglia del sud, caciona e caciottara, maleducata, terrona insomma. Rifiutare una richiesta della famiglia non poteva e la soluzione era lì, semplice, avrebbe portato con sé la moglie e il piccolo, te e tua sorella sareste dovute rimanere a casa. Tanto forse c’erano i nonni, non è che stavano proprio lì in casa con voi, come al solito erano all’orto, ma in fondo era vicino, non c’è mica da preoccuparsi, ci saranno stati solo un paio di chilometri dalla casa, con la macchina è in un attimo! Non eravate proprio sole.

Tu topolina sfarfallina guardavi in silenzio, gli occhietti tuoi guardavano l’agnorco dal basso, come era inevitabile vista la tua posizione, forse interrogativi, forse increduli, forse supplicanti, non so bene, ma non osavi proferire parola. Figuriamoci tua sorella, che ormai aveva imparato l’educazione da tanto tanto tempo, lei aveva già accettato di buon grado quella decisione inderogabile, senza neanche rivolgergli una qualche occhiata vagamente pretenziosa.

Voi siete state zitte, non avete osato nulla, ma lo zio, si è ribellato. Non è assolutamente possibile, ma figuriamoci, vengono anche loro, ma che noia danno. L’agnorco, sempre meno agnello e sempre più orco, si è impuntato e ha proferito la sentenza: loro rimangono qui! Un po’ come due pacchi, in una casella postale.

Lo zio incredulo, vi ha fatto l’occhiolino e ha mandato l’orco avanti, vi ha fatto salire velocemente in auto, voi due topoline avete anche esitato, come si fa a contravvenire agli ordini dell’orco? Era un sacrilegio solo pensarlo, chissà quali sarebbero mai state le conseguenze. Brrr …. Venivano i brividi solo a pensarlo. Ma lui ha insistito, con aria amichevole e ammiccante, era un altro adulto che decideva per voi piccine e forse si poteva fare e poi in effetti sarebbe stato difficile anche opporsi a lui. Dunque siete salite e vi siete nascoste, serene del clima giocoso, che tutto vi ha fatto dimenticare, almeno per il poco tempo del tragitto.

Quando siete arrivati a destinazione, l’orco ha sgranato gli occhi, non ci poteva credere, i globi quasi gli sono usciti dalle orbite, era diventato nero dalla rabbia più cupa e furibonda, rosso alternato a nero, duro e rigido, con un’espressione indicibile, suscitava il terrore più totale e poi quelle parole hanno fatto il resto: quando torniamo a casa facciamo i conti!

Lo zio burlone, che fino a quel momento non aveva capito e rideva furtivamente quasi a dire “Te l’abbiamo fatta!”, ha cercato di smorzare, sminuire la scarica del temporale furibondo, prendendosi la responsabilità dell’atto e della decisione.

Ma nulla è servito. Siamo noi che abbiamo disobbedito ad un suo ordine, alla sua legge e noi avremmo fatto quei conti con lui, con lui e nessun altro. Non ha detto altro e ha fatto ben comprendere che non desiderava dire altro, né discuterne di alcunché.

Il negozio è stato esplorato per lungo e per largo, giocosamente e allegramente, con un’incredibile serenità. Ma non per te topolina che mangia il formaggio sotto il letto, stavolta quel formaggio lo avresti pagato molto caro, lo sapevi bene dentro te. L’aria era leggera, ma nel sotto suolo stagnava quella promessa fatta, sotterrata solo per la circostanza, sospesa solo per il tempo necessario, procrastinata al luogo adeguato.

La visita per voi due, non è stata del tutto serena. Non lieve.

Finito il giro, siete rimontate in auto con lo zio, non so chi l’abbia deciso, ma è andata così e arrivati a casa, tu topolina sfarfallina per la tua bontà, per la tua ingenuità, per negazione di tanta violenza, ti eri quasi dimenticata della promessa o forse incredula, non pensavi ti sarebbe successo niente di male. Ma tua sorella, più grande, più esperta, più consapevole è corsa subito in camera e ti ha urlato di andare con lei, siete corse e vi siete chiuse dentro.

Lui è arrivato con una furia omicida, sbattendo i pugni sulla porta, ordinando ancora più fortemente di uscire di lì, che poi sarebbe stato peggio. Urlava e urlava all’impazzata, sbatteva i pugni e prometteva un bel futuro. Ancora lo zio è intervenuto, prendendosi la responsabilità, distogliendolo da quell’insana condotta, ma niente è servito e dopo un po’ anche lui ha desistito. Eravate lì tremanti e incerte, immobili dietro quella porta, lui continuava ad inveire, ancora non avete aperto, ancora una volta non avete ubbidito e lui è andato a cena.

Ohhh! Un sospiro di sollievo, forse questo lo avrebbe distolto, smorzato, forse un po’ di pace, forse la soluzione, forse si sarebbe ravveduto o semplicemente dimenticato.

La cena non è durata molto, non per lui almeno, non avete dovuto attendere così tanto, quei minuti erano stati un sollievo ed un’attesa terrificante, straziante, quasi interminabile, non so cosa stesse urlando la tua pancia ed il tuo stomaco piccola, topolina farfallina, si stringeva in una morsa terribile, si contorceva e ululava come un lupo in cattività.

Quanto costava quel formaggio rubato e mangiato sotto il letto!

Lui era tornato, l’orco non si era sfamato con la cena ed era imperterrito, il cibo non aveva placato la sua fame di vendetta e di giustizia, anzi era ancora più avido e pretenzioso. Continuava ad ordinare di aprire, imperterrito ordinava, tu sfinita non ce la facevi più, volevi cedere, tua sorella continuava a dire di no, lei non avrebbe aperto di certo. Ma tu non ne potevi più, l’attesa era troppa, la tua emotività, la tua psiche non poteva reggere oltre, il contenitore era arrivato all’orlo, traboccava. L’angoscia che provavi non poteva più essere trattenuta.

Ti sei detta che forse aprendo, obbedendogli almeno in questo, avrebbe abbonato le sue promesse, sperando in una sorte non troppo nera, in quest’amnistia del condannato o almeno in una riduzione della pena, hai tentennato, c’hai pensato ancora e con tua sorella che si rintanava in un angolo, tu piccola topolina spaventata alla fine hai aperto, non potevi fare altro, non potevi più aspettare e sopportare. Hai recuperato dentro di te tutta la forza ed il coraggio che possedevi e hai aperto.

L’orco non si era per niente abbonito, non si era placato minimamente, dell’agnello non c’era neanche l’ombra. Con la bava alla bocca si è catapultato su di voi, picchiandovi a dismisura, mani, piedi, tutto ciò che veniva, ha scaricato tutta la sua rabbia, il suo rancore, il livore, l’odio profondo e lontano, su di voi, voi che avevate osato disobbedire, disobbedire a lui! Lo zio ha tentato timidamente di dissuaderlo, ma una tempesta, un tornado in viaggio non può fermarsi, deve fare il suo inevitabile percorso e parimenti lui, ormai nel pieno del suo potenziale, dopo aver caricato per ore, tenendo duro allo stremo delle sue forze alla fine doveva scaricarsi, senza troppi mezzi termini! Non poteva assolutamente fermarsi!

Che grand’uomo! Un vero uomo. Già, dimenticavo che non era un uomo, ma solo un orco! E cosa ci si può aspettare da un orco?

Sì, un animale, che invece di pensare agisce e basta, niente può fargli cambiare idea, né prima né durante, né dopo. Un animale non può frapporre il pensiero fra il sentire e l’agire, non ha questa capacità. Quando l’ira funesta si scatena, non può che travolgere tutto!

Tutto, si fa per dire, quell’ira alla fine aveva travolto solo voi due, le uniche persone indifese, due bambine! Le uniche a non avere responsabilità di nulla, neanche della sua rabbia. Voi non avevate chiesto di essere messe al mondo, voi non avete chiesto di essere femmine, voi non avete chiesto di essere così numerosi, voi non avete chiesto di essere portate al negozio. Voi non avete chiesto un sacco di cose. Ma a chi importa questo? Voi eravate solo l’anello più debole, l’ultimo, quello veramente più piccolo, quello plasmabile e controllabile in balia totale delle sue mani. Quel piccolo anello che lui poteva schiacciare facilmente, quando e come voleva.

Tutto il resto non lo era. Per far fronte a tutto il resto, avrebbe dovuto essere un vero uomo. Ma nel profondo di sé, non sapeva di essere un vero uomo, non voleva affrontare sé stesso, non voleva dimostrare di esserlo e certe cose sono più importanti, la famiglia, l’apparenza, l’onore, il rispetto, l’obbedienza, i buoni propositi e così via. Lui non avrebbe mai potuto travolgere il fratello che si prendeva gioco di lui e delle sue decisioni educative, delle sue direttive indiscutibili, della sua posizione di fratello maggiore, di capo famiglia, lui non poteva. Lui non poteva trovare soluzioni al fatto che voi eravate tre e alla fine, tre più due fa cinque ed è una famiglia numerosa, che suona come meridionale e deprecabile. Lui non riusciva a combattere contro gli stereotipi fuori di lui e dentro di lui. Lui non riusciva ad arrabbiarsi col mondo, con suo padre, un fantasma che non era stato capace di mostrargli come fare il padre e prima ancora l’uomo. Non poteva inveire contro una madre che prima lo aveva allontanato, poi ripreso per sobbarcargli il peso della famiglia, una responsabilità più grande di lui, che gli aveva fatto odiare la sorella, invece che essere sua complice, che gli aveva tolto l’infanzia, l’adolescenza e anche l’adultità.

Non poteva andare oltre sé stesso. Aveva paura, ma non lo riconosceva a sé stesso.

Lui non riusciva in tutto questo! Ma riusciva molto bene a picchiare voi, a scaricare la rabbia di una vita, di una vita intera, passata, presente e futura e forse di più generazioni, su di voi, sì su di voi che avevate osato contravvenire ai suoi ordini.

Quelle botte sono state dure e caramente salate, non credo che riuscirai a dimenticarle topolino farfallina! Non so se tua sorella ricorda, ma tu ricordi bene e hai smesso sempre più, di mangiare il formaggio sotto il letto!

Non l’hai mai capita, tutta quella ferocia contro di voi! Lui vi odiava e basta, non si sa perché vi avesse fatto nascere, a cosa gli servivate. Forse proprio per scaricare la sua rabbia, eravate due pungiball perfetti, una buona scusa. Ma tu non capivi, non potevi capire, non riuscivi a capire, non potevi tollerare, non potevi preservarti, hai dovuto rinunciare al tuo formaggio, hai dovuto smettere di sfarfallare, di volare e hai solo imparato a marciare diritta, mia piccola topolina. Da sola, imperterrita, senza nessuno a tuo fianco. Perché la rabbia macerata, l’odio, rompe tutte le relazioni, i fili visibili e invisibili, non permette che si creino alleanze e comprensioni, c’è solo divisione e aggressività.

Così, non avevi neanche tua sorella dalla tua, ognuno per conto proprio. Neanche quella volta è servita ad unirvi, come non sono servite mille altre volte andate così o peggio!

Ognuno da solo va per il suo destino.

Sarà duro non ripetere, sarà difficile non scaricare tutto l’odio di almeno tre generazioni sui tuoi piccoli cara topolina, che hai ripreso a mangiare di notte cacio sotto il letto.

Ma tu, ci provi, tu non ti rassegni e ci provi con ogni forza del tuo essere. Tu sai di avere paura.

 

Repost 0
Psiche-Soma in libertà - in A spasso con la Paura
scrivi un commento
16 gennaio 2012 1 16 /01 /gennaio /2012 15:14

CAPITOLO VI

 

Filo verde

 

 

Se rivedo noi due insieme come allora, ci vedo d’estate, nel periodo caldo, nel periodo di più grande libertà.

Noi due a giocare con la terra, nell’orto a far finta di piantare ortaggi, ad annaffiare, scavare, riempire, raccogliere verdure. Che bello, che giornate calde, lunghe, rinfrescate dall’acqua del secchio la sera, illuminate dalle lucciole notturne, rallegrate dal rimpiattino del dopo cena mentre i grandi parlavano a capannello, riuniti tutti fuori. C’erano tante persone di tutte le età, parole, chiacchiere, era un mondo libero, pieno di gioco, risate, scoperte. Che bello veramente!

Non c’era la scuola con la sua tortura, con i doveri, i compiti, i continui rimproveri, i continui “non va bene”, che arrivavano da ogni dove. Uffffff.

D’estate no, eri libera da tutto questo. Eravamo libere tutte e due ed è per questo che eravamo felici, felici e libere di andare, volare come uccellini. E allora più che in ogni altro momento eravamo insieme, sì io non dovevo fare tutta quella fatica di farti rigare diritta, di farti studiare, fare e farti fare le cose che “dovevamo”.

E d’altra parte tu, non dovevi sempre sentirti incalzare da sera a mane, sentirti ordinare, indicare, disapprovare, rimproverare, spingere, svalutare. La vita non era così tanto programmata, in quei momenti.

L’estate, almeno per un po’ è stato un periodo veramente libero, veramente felice, insieme. Insieme, finalmente, leggiadramente  insieme io e te bambina. E a buon ragione, che divertimento! Noi due ne abbiamo combinate di tutti i colori.

Ci vedo ancora correre felici all’impazzata con quella biciclettina verde, che nostro padre ci vietava di prestare agli altri e che puntualmente tu, non riuscivi a fare. Lui non l’ha mai capito, del resto non te l’ha mai chiesto il perché. Continuava a dirti di non prestarla a nessuno con l’indice puntato che suonava come una minaccia, altrimenti si sarebbe rotta. Ma tu la prestavi ugualmente, non per fargli dispetto o per disubbidire, ma semplicemente e unicamente perché non riuscivi a dire di no, non riuscivi a vietare agli altri questa tua importante biciclettina. Tu piccola, non sentivi di aver diritto a dire di no. Ma lui non l’ha mai capito e ogni volta che tu la prestavi, sicura del fatto che non era nei dintorni e non poteva vederti, puntualmente venivi smentita, non si sa come e dove fosse, ma c’era e ti aveva visto. Tu non l’avevi visto, ma lui sì e la sera te ne rendevi conto!

Ma a cosa serviva? Qualunque la conseguenza, non cambiava le cose, tu continuavi a prestarla, ogni volta che te la chiedevano, vivevi un profondo conflitto, c’erano le parole di tuo padre che risuonavano tremendamente in te, c’era quel gran NO, ma era un no che tu non riuscivi a pronunciare e c’era quella richiesta che a te suonava come un imperativo, una pretesa ….. così a discapito di tutto e tutti, usciva fuori un SI.

Ma del resto a che serviva? Cosa ti portavano via? Tu volavi comunque, andavi, correvi, eri allegra e piena di energia. Tu non perdevi nulla di te, tu rimanevi ciò che eri. E lui ti dava un carico che non ti spettava e che tu piccola, non sapevi gestire.

Correvi a piedi, in bici e ogni tanto non si sa come finivi in terra, ti ritrovavi lì, con i ginocchi sbucciati e doloranti, andavi a casa, ti rimproveravano, ti medicavano, ti rimbrottavano e via verso nuove avventure.

Che dolci giornate, che tempo soave. Un tempo che pure non aveva confine, andava veloce come te su quella biciclettina verde, mia cara.

Ma ora che ci penso, anche la tua ciambella era verde. Forse dello stesso verde. Ma non è che eri pazza del verde, neanche lo odiavi, ma non lo amavi alla follia, eppure avevi così tante cose verdi. Chissà, perché.

Di fatto anche la ciambella, non so se fosse una tartaruga o cos’altro, era verde ed era la tua ancora di salvezza, era importantissima. E ogni volta che andavi al mare, continuavi a chiedere insistentemente a tua madre se aveva portato la tua ciambella. Chiedevi e richiedevi per tutto il tragitto, perché l’idea che non l’avessero portata ti angosciava tantissimo e le sue risposte, il suo sì, non riuscivano a rassicurarti. Chiedevi e chiedevi infinite volte, fino allo sfinimento, perché non ti davano la risposta corretta.

Il suo sì, diventava sempre più pesante e angosciato, perché quella domanda incompresa appesantiva e snervava. Non si voleva comprendere che quella era l’unica ancora di salvezza in un vasto mare, in un mondo che non sembrava fatto per te. Senza, non avresti potuto avvicinarti al mare, non potevi proprio, non riuscivi a scorrazzare nell’acqua libera, come facevi in terra.

Quel sì, non era una rassicurazione alle mille domande che ci stavano sotto. “Posso andare?” “Riuscirò” “Non sprofonderò?” “Ci siete?” “Mi sostenete?” “Mi salverete?” “Mi posso fidare?” ……………

Era un’affermazione solo rispetto all’azione di aver portato la ciambella e niente più. Niente più. E tu continuavi a formulare quella domanda, perché ad ogni sì, la tua angoscia non si placava, anzi forse i dubbi si accrescevano.

Ed in virtù del tuo legame con essa, al legame sviluppatosi, continuavano a dirti di stare attenta a come la usavi, a dove l’appoggiavi, dovevi trattarla con cura, fare tanta attenzione, tenerne di conto, altrimenti si sarebbe bucata e dopo non c’era più!

Che angosciosa possibilità. Per fortuna i bambini dimenticano velocemente, altrimenti ne saresti stata annientata. Saresti annegata alla sola idea di forare la tua ciambella e di non averla più! Saresti annegata per l’angoscia!

E forse è proprio per questo, per questo grande valore di vita, per il valore emotivo, di sollievo, di salvezza, che si è stabilito questo grande amore e legame con altre tre tartarughe.

Con una tartaruga di pezza, comprata all’estero durante una visita importante, ma evidentemente pesante. Una bella tartaruga grande, gialla e verde chiaro, era semplice, non aveva effetti speciali, materiali innovativi, suoni o cose particolari, ma a te non importava, non era quello di cui avevi bisogno. L’hai custodita per tanti tanti anni nella tua camera. Inconsapevolmente continuava a rappresentare una ciambella, un’ancora di salvezza anche quando ormai sapevi nuotare, si fa per dire.

Probabilmente in quel luogo straniero, avevi avuto bisogno di una ciambella che ti salvasse da un disagio sconosciuto ma pressante, che ti portasse via dal vomito e dalla morte, dal rifiuto di qualcosa di posticcio e falso, da legami complessi e faldoni di altre generazioni.

E ha continuato a salvarti tacitamente, per tanti anni ancora. Non faceva nulla, se ne stava lì vicino al tuo letto, ma tu provavi per lei un affetto incomprensibile, privo di fondamenta, apparente. Ti bastava che stesse lì. Non volevi che si spostasse o si toccasse, doveva stare esattamente lì, vicino al tuo letto, sul tappeto e successivamente su quella poltroncina gialla ocra, regalatati da una vicina, così tanto amorosa con te.

La seconda tartaruga che ricordo è una piccola tartaruga di acqua dolce, tanto desiderata, regalata da un caro zio. Questa era verde scuro ed era molto arzilla, per giunta si mangiava degli enormi pezzi di carne cruda, altro che mangime per tartarughe, aveva ragione quella roba era veramente puzzolente. Una volta si era attaccata persino al pelo di un tappeto rosso, ho sempre pensato che l’avesse scambiato per carne!

Era una gran forza Pucetta, era sopravvissuta veramente molti anni, fino a che un giorno durante la passeggiatina giornaliera fuori dall’acqua, era scappata via e non l’abbiamo mai ritrovata. Qualche giorno dopo i bimbi vicini, quelli a cui non dovevo dare la bicicletta, mostrarono magicamente di avere una tartaruga, ma io non avevo diritto a dire no e neanche a chiedere, tantomeno a pretendere.

E così è andata.

Non c’era una grande interazione anche con lei, era lì nella sua vaschetta, mangiava, dormiva, ad una certa ora la facevamo uscire a camminare per tutta casa, le piaceva molto era una gran camminatrice, la prendevo un po’ in mano ma niente di più!

Eppure era rassicurante averla lì, sapere che c’era, passavi e la vedevi.

C’era anche con lei un legame silente, ma importante e viscerale. Incomprensibile direi, ma fondamentale, vitale, tenace.

Quando se n’è andata non hai detto una parola, ma ha lasciato un vuoto che non riuscivi a comprendere, a descrivere e alla fine ne hai avuta un’altra e poi un’altra ancora, ma non è stato più uguale, la prima è quella che ha lasciato il segno. E poi Pucetta, la prima era veramente unica e speciale, nessun’altra tartaruga ha più avuto la sua vitalità.

La terza tartaruga, tenendo fuori dal conto la ciambella tartaruga, era un libro: Luca Tortuga. Era un libro regalatoti da tuo padre, uno dei pochi doni ricevuti in assoluto, non solo da lui ma dal mondo intero.

Non ricordi bene di cosa parlasse, ma il protagonista era una tartaruga-moschettiere, molto valorosa, con la spada sguainata si faceva giustizia. Aveva il guscio verde scuro e chiaro a scacchi alternati e poi un cappello con una piuma voluminosa. Non amavi molto leggere mia piccina, ma ti piaceva infinitamente guardare le figure e quel libro ti piaceva molto, veramente molto.

Era nuovo, ancora perfettamente nuovo dopo un po’ che ti era stato regalato. E non perché tu non lo sfogliassi, ma perché ti avevano insistentemente ripetuto di trattarlo bene, di non sciuparlo, che era costato denaro, che le cose si rispettano e via dicendo.

Insomma, dopo un bel po’ di volte visto e rivisto, Luca Tortuga era ancora come il primo giorno, bello, colorato, nuovo, la copertina perfetta. C’eri veramente affezionata e forse ora capisci il perché, ora io ne capisco il perché. Tu lo sapevi, ero io che non lo comprendevo. Lì c’era un’altra salvatrice, un’altra tartaruga con la spada che si faceva giustizia. Dei fogli in cui immergersi per non annegare, per non soccombere alle lunghe giornate invernali, alla noia e alla pesantezza, all’incomprensione e alla solitudine più totale.

Queste quattro tartarughe insomma, la ciambella tartaruga, la tartaruga di stoffa, la piccola tartaruga di acqua dolce, Luca Tortuga, rappresentavano l’ancora di salvezza rispetto al mare profondo, pieno di pericoli e di richieste incolmabili per te piccola, rispetto ad una selva pericolosa, violenta e denigrante, rispetto ad un mondo pieno di noia e di cecità. Erano ciambelle rassicuranti. Con loro, saresti stata al sicuro. Quieta, almeno per un po’, almeno in parte!

Erano importantissime per te e questo i grandi lo avevano ben capito, non capivano perché ma sapevano che non dovevano toccarle, dovevano rispettarle con reverenza e così era.

Proprio per questo, per la loro grande rilevanza nella tua vita hai deciso di regalarne una, Luca Tortuga, proprio perché così importante. Un regalo deve essere veramente un regalo, deve essere qualcosa che ha valore, significativo, altrimenti non ha senso, è uno scarto, un ripiego. Questo tu pensavi. Io non so da dove ti fosse venuta fuori questa convinzione, in fin dei conti eri piccola, ma ce l’avevi, era un giglio prezioso lasciato a sé stesso.

Ricordo che eri in terza elementare o giù di lì, c’era stato il terremoto in Friuli e la maestra chiese di portare oggetti di ogni tipo, anche usati, penne, fogli, quaderni, astucci, libri, qualunque cosa fosse possibile regalare ai bambini del terremoto. Pensasti e ripensasti, non avevi molti oggetti e dovendo immaginare qualcosa di importante per te, ti venne subito in mente quel libro, quello che in quel momento rappresentava una delle tue ancore di salvezza. Solo regalando un oggetto così significativo, tu sentivi di aver veramente donato qualcosa ad un altro bimbo come te, un bambino sfortunato, deprivato, depredato e triste.

Chiedesti il permesso, tua madre volle sapere se eri veramente convinta, ricordandoti che dopo non l’avresti più avuto. Non ci furono dubbi e l’hai mandato, l’hai deposto delicatamente in quello scatolone indirizzato ai tanti bambini del terremoto, allo scopo di allietare le loro giornate.

Hai salutato Luca Tortuga col pensiero. C’hai messo tutto il tuo amore e l’hai donato.

Ogni tanto c’hai ripensato, hai ripensato a quel libro, non ti sei mai pentita. Hai pensato spesso, hai immaginato, sognato, ti sei chiesta a chi sarà andata la tua tartaruga Luca, chi era quel bimbo o quella bimba. Certo, sarebbe un miracolo se un giorno tu incontrassi proprio quel bambino, sarebbe veramente un miracolo, sarebbe proprio bello. Che strano, conoscere, vedere quel bambino a cui è arrivata quella tua ancora di salvezza.

L’adulta di noi, negli anni ha anche ventilato l’ipotesi che per qualche motivo, quello scatolone ed il libro non sia mai arrivati, se ne sente tante, di imbrogli di ogni tipo, aiuti umanitari non pervenuti. Ma no, tu non c’hai mai voluto credere, non ci puoi credere, non puoi pensare che quel tuo sacrificio sia stato vano, che nessun bambino abbia potuto averlo. Sarebbe troppo!

Spero tanto, che questo tuo grande dono sia servito ad alleviare le giornate tristi di qualcuno, che lo abbia aiutato a traghettare in quell’infanzia difficile, in quel mare in tempesta. Solo questo spero per te, mia piccina.

Questa serie di ricordi mi aiutano a comprenderti meglio mia piccina, a recuperare e ad ammatassare un filo che sembrava assente, invece c’è, è significativo e lega gli eventi, dandogli un valore. Ora so perché, hai tanto amato le tartarughe! Ora vedo un filo verde, che lega tanti significati della tua infanzia.

E chissà chi ti ha salvato, chi o cosa ti ha fatto veramente volare!

Sono partita ricordando le scorrazzate e poi, accompagnata da un colore sono arrivata ben oltre. Quanti ricordi, quante immagini! Sembravano perse, dimenticate e ce ne sono molte altre.

Ma dopo tutto questo mostrare, dopo tutti questi patti e alleanze, dopo i buoni propositi, ci sono delle cose da ricordare, rimembrare lucidamente, esplicitamente, fotogrammi significanti da menzionare, pieni di colori di ogni sorta.

Oltremodo, urgono scuse importanti da fare.

Delle scuse, sì. Tu mia piccina, ne hai subite di cose, di provocazioni, di umiliazioni, dimenticanze, ferite, torti e chissà quant’altro. Hai subito e ti sei trovata troppo spesso schiacciata inesorabilmente.

Non solo dall’esterno, ma dall’interno. Da me, verso me. La parte che doveva rispettarti, proteggerti, sostenerti, amarti, non l’ha fatto! No, quella parte non l’ha fatto, non ti ha protetto al pari di quelli che intorno a te, dovevano amarti, difenderti, crescerti, insegnarti, appoggiarti, vederti, rivalutarti ………….

Tu cara mia piccola sei rimasta lì, da sola. Da sola contro tutti e tutto, contro il mondo, contro il re, la regina, il regno, le regole reali. Tu principessina, alla fine hai dovuto inesplicabilmente piegarti.

Continuavi a ricevere rimproveri e disapprovazione. Non c’era spazio per altro. Dovevi solo piegarti. Cambiare, cambiare esattamente come dicevano loro, fare esattamente ciò che ti dicevano di fare, dire esattamente le parole che dovevi dire, comportarti come prescriveva il codice familiare e sociale, mostrarti per come il mondo richiedeva. Recitare una parte decisa da altri, senza l’intervento di alcuna tua volontà.

Non c’era spazio per te! Non poteva essere accettato altro.

Tutto ciò che mostravi, non era adeguato, non era tollerato. Non poteva essere. Era inappropriato, non faceva parte di questo mondo! Che stai facendo? Ma che scemenze ti saltano in mente? Ne pensi una più del diavolo! Non ci dormi la notte, per studiarle!

E ti hanno insegnato loro, a stare al mondo! Loro del resto lo sanno, non tu che non sai nulla di come vanno le cose. Lo hanno fatto proprio bene. Il fine giustificava i mezzi. E che fine! Che alto fine, un impegno amorevole, pedagogicamente impegnato, d’infinito valore!

Ti hanno mentita, raggirata, direzionata, strattonata, spintonata, indotta, piegata, trasformata, illusa, svuotata. Un bel risultato! Hanno fatto un bel lavoro. Anzi, abbiamo fatto un bel lavoro! C’è proprio da esserne fieri.

Sì, nel momento in cui ho permesso che tutto ciò accadesse, io l’ho fatto con loro, sono stata loro complice, alle tue spalle, ho fatto il voltafaccia proprio con te, la persona più debole e indifesa. Ma non per questo, la più insignificante, non per questo quella da cambiare, non per questo la sbagliata! Eri solo la più indifesa, la più piccola, l’ultima arrivata.

Tu non eri sbagliata, tu non sei sbagliata, sei solo te stessa. Diversa, energica, allegra, giocosa, triste, umile, spavalda, narcisista, sognatrice, poeta, sentimentale, lagnosa, lacrimosa, dispettosa, invadente, appiccichettosa, mite, dolce:

una bambina! Una gran forza della natura! Una bambina!

E allora? Che c’era di male in tutto questo?

Proprio un bel niente, un bel niente. Ma in questo niente, abbiamo visto mille cose, mille ragioni per lavorarci su, per trasformarle, per negare una realtà indiscutibile e vera: te, con tutta la tua dolcezza e l’innocenza.

Mia piccola bambina! Povera vittima di tutto questo carneficio, di questa brutalità, di un livore insensato, di un’ostinazione e di una ruspa demolitrice, devastatrice. Povera, mia piccola cara bambina indifesa. Che scempio.

E allora, è arrivato il momento di chiederti umilmente e sentitamente scusa. Scusa per tutte quelle volte che ti ho lasciata da sola, scusa per averti deriso, per aver permesso che ti deridessero, per averti umiliata, ridicolizzata, svalutata, messa da parte, per non averti difesa e sostenuta di fronte al mondo. Scusa per averti dimenticata, per averti abbandonata in un angolo, per essermi vergognata di te, per averti umiliata profondamente nel tuo essere, per aver tradito quella fiducia che riponevi incondizionatamente in me.

Scusa, scusa, scusa. Ti chiedo umilmente scusa.

Ci sono tante cose di cui vorrei chiederti scusa, tante cose che ricordo, che vorrei farmi perdonare, che vorrei discutere con te, che vorrei narrarti ancora, con la luce della comprensione e dell’accettazione. Vorrei poter spalmare un balsamo magicamente invisibile e dolce su tutte quelle ferite, così profonde e inosservate. Così dimenticate e non viste, ma pesantemente doloranti e dolorose fino allo spasmo, alla compressione, all’implosione di te.

Scusa per tutte le cose fatte e per quelle non fatte, mia dolcezza. Scusa per il tempo che ti ho negato e rinnegato. Scusa per non averti sorretto, per non essere andata nel mondo con te.

Io, che sono la più razionale delle due, l’adulta, la forte, quella che aveva cognizione di causa dovevo proteggere te, quella fragile, emotiva, affettiva, la bambina! Non ho compreso allora. Oggi però comprendo e ti chiedo umilmente scusa. Spero anche di poter rimediare e di poter fare un pezzo di strada insieme!

Spero proprio che tu riesca ancora a volare alto. Spero proprio che possa restituirti le tue ali, mia cara.

Già, le tue ali ……..

Ricordo molto bene le tue ali di angelo, argentate e pelose. Ci tenevi tanto, le amavi più di te stessa. Ti avevano accompagnata a quelle recite di Natale, l’unico momento speciale dell’anno, era un breve momento ma tu eri veramente felice, eri libera di volare, di far volare via le note nell’aria, di essere.

Libera, libera, libera, libera di essere, volante e farfalleggiante.

Non c’era nessuno. Tanta gente intorno, ma per te non c’era nessuno. Non era dei plausi che t’importava. Quello era il tuo spazio, il tuo tempo, uno spazio di veramente libero movimento. Lassù potevi essere, sentire di essere. Certo con un copione, eppure eri lo stesso, in quel contesto era legittimo che ci fosse un copione e comunque nessuno t’imponeva rigidamente di osservarlo.

Lì, a cantare con quello scenario, fra palme, deserto, sassi e dune, sotto un cielo stellato, fra sogni e viaggi, volando lontano da lì, volando nel corpo, con il corpo, lì eri. Uno splendore, un incanto stregato, un dolce viaggio, un sogno d’inverno.

Quelle ali, erano state la prima cosa bella che avevi mai ricevuto! Da non credere, te le avevano regalate! Senza chiedere niente in cambio. Da non credere proprio! A te, proprio a te, anche a te!

Che meraviglia, con queste si può davvero volare, con queste ci si trasforma davvero in angeli. Qualcuno credeva davvero, che tu potessi essere un angelo! Qualcuno che credeva in te, che ti vedeva! C’erano ali per te, come per tutti i tuoi compagni e potevi portarle a casa.

Eri senza parole. La gratitudine ti esplodeva dentro, chissà se qualcuno l’ha vista, se è trapelata in qualche modo, non hai trovato neanche una parola, neanche un gesto, eri bloccata dall’incredulità e dalla gioia.

Certo che quelle ali, erano veramente importanti per te! Un tesoro, la cosa più preziosa che avevi mai conosciuto, il volo!

Le avevi messe da parte e fuori dalla recita non osavi neanche toccarle, per il timore si sciupassero, le guardavi da lontano, sapevi che erano lì, in un posto sicuro nella tua casa e nel tuo cuore.

Avevi chiesto, implorato, pianto, pur che non venissero buttate via. L’hai chiesto e implorato più volte e per un po’ ha funzionato, ma alla fine l’hai chiesto ma non c’è stato rispetto.

Per un po’ sei riuscita a tenerle per te e poi un giorno, le hai cercate e non c’erano più! Erano state buttate! A discapito della tua ripetuta richiesta, a dispetto di tutto quello che rappresentavano per te! Buttate via!

Tu non ci potevi credere. Ma non è uscita neanche una parola, non una domanda, non un’espressione, non un insulto, non una protesta, non una lacrima. Nulla. Attonitamente desolata e annientata in ogni volontà, in ogni diritto d’esistenza.

Il tuo mondo è stato schiacciato inesorabilmente in un attimo, ignorato e buttato via con quelle ali. Non hai più potuto volare, non più per molti, molti anni! Sei rimasta a terra, schiacciata come un verme, l’ultimo essere schifosamente insignificante di questa terra.

Tu, dopo il silenzio incredulo hai mostrato un flebile lamento ed infinita tristezza, una desolazione indefinibile. Ma a che è servito? Nessuno ti ha difeso e ha lottato per te, con te! A che servivano? Le recite non c’erano più e allora? Perché tenerle? Erano inutili e ingombranti. S’impolveravano e basta. Ma poi, quante storie, cosa dovevi farci?

Schiacciata a terra come un verme, schiacciata e sotterrata, infossata senza remore. Non potevi certo volare più!

Ma, tu non ti sei mai arresa, neanche dentro l’antro più buio e disperato. Non so perché non ti sei arresa, non so da dove hai trovato la forza, non so dove hai trovato la fiducia per credere in te! Davvero non lo so, non riesco neanche ad immaginarlo.

Alla fine dopo tanti anni e tanti sforzi hai ripreso a volare, a sognare, a sollevarti timidamente da terra. Ti è costato tanto, hai penato, hai dolorato, hai pianto e poi pianto e pianto tutto il veleno e il sangue possibile, il dolore più pesante e nascosto di te. Ed ecco che i sogni sono tornati, ti sei alzata ancora da terra e hai sentito una leggerezza e un sollievo mai vissuti prima. Aprivi le braccia al mondo e questo veniva da te, senza rischi, pericoli o pesantezze. Le braccia si erano trasformate in arti pennuti, erano tornate ad essere nuovamente ali.

E proprio dopo che tu, hai ripreso a volare, le ali da fata sono tornate, ali da angioletto colorate, brillantinose, impalpabili, leggere, trasparenti, magiche. Tue e solo tue!

Eccole! Custodite gelosamente e segretamente, questa volta non scapperanno più, questa volta nessuno potrà mai portarle via, io farò in modo che questo non accada in alcun modo, che tu lo creda o no, mio angioletto! Questa volta veglierò su te e su quelle ali mia piccina, stanne certa.

Che dire poi di quella volta in cui sei stata messa in punizione, per aver trasgredito un divieto che non avevi capito, che si erano ben guardati da spiegarti! L’hai trasgredito perché non lo capivi e ti vietava qualcosa d’importante per te!

E proprio mentre eri in punizione, il tuo cucciolo se n’è andato, quando se lo sono venuti a prendere, perché è stato regalato senza chiederti il permesso, hai chiesto di poterlo salutare, ma ti è stato duramente negato, senza neanche una spiegazione.

Era bianca a macchie marroni, dolce e affettuosa, tirava sempre giù i pantaloni di tuo fratello. Arrivata in una cesta, inaspettata, aveva allietato tutti con infinita allegria. Al rientro in casa, salutava tutti con grande gioia, era lì ad attendervi. Lei era veramente contenta di ritrovarti, voleva giocare senza fine, non si stancava mai, non aveva altre cose da fare, non chiedeva di stare zitti, buoni, di non combinare guai, di studiare, di ….. mille altre cose ancora.

Lei era se stessa, punto e basta, senza troppi fronzoli o mediazioni. In fin dei conti non chiedeva molto, era piccola anche lei, era affettuosa, era dolce. Un’altra bambina.

Era il tuo cucciolo, il primo della tua vita e solo per far piacere ad un bimbo sfortunato, ti è stato portato via, senza rispetto, senza considerazione, senza consultazione! Con ingiustizia ingiustificabile!

Quel bambino stava peggio di te e siccome nel vedere la tua cucciola aveva detto semplicemente “bellina”, allora si doveva fare così. Ma lui non aveva detto niente, forse non gli è stato neanche chiesto se la voleva o meno, gli è stata regalata e basta, quasi per alleggerirsi del senso di colpa di avere dei figli sani, per gestire qualcosa che non si sapeva gestire in altro modo, per acquietare un sentire intollerabile.

E’ vero che lui era stato veramente sfortunato, ma quest’altra ingiustizia non gli avrebbe restituito la vita persa, nè le gambe per correre. E sicuramente, non si ripara ad una ingiustizia con un’altra ingiustizia!

Ma, dovendoti anche tu sentire in colpa perché eri sana, non hai potuto dir nulla. Eri confusa, smarrita e addolorata, sì eri sana, ma non ti andava di regalare la tua cagnolina. Prima te l’hanno regalata, allietandoti la vita, poi con la stessa improvvisorietà te l’hanno portata via. Come un fulmine a ciel sereno, è entrata ed è uscita dalla tua vita. Molto velocemente, troppo velocemente e nel mezzo c’eri tu.

E’ stato breve, molto breve, ma nel frattempo è nato un amore, un legame. Una gioia che si rinnovava, si alimentava. Ma a quanto pare, chi è fortunato di avere tutto a posto, non deve chiedere altro, non ha diritto di prelazione, deve solo stare zitto.

Hai accettato quel verdetto, quel furto, senza dire alcunché, senza muovere una foglia. Più che accettato, si può dire che hai ingoiato, hai buttato giù un boccone arciamaro, hai sottaciuto quella condanna, colluso con quel furto.

Le parole te le avevano già portate via, molto tempo prima. Non so, dove si fossero fermate, dove si incagliavano, se nella bocca, nella gola o ancora prima. Sì, credo proprio che non c’arrivavano proprio alla gola. Non c’arrivavano più. Si bloccavano molto prima, forse proprio sul punto di essere pensate, messe insieme. Quando le lettere cominciano a staccarsi dal mucchio, per formare una parola e poi ancora un’altra, un’altra e poi la frase. Tutto questo non avveniva neanche. Guardavi le lettere un po’ in attesa e sospesa, ma queste rimanevano lì, nel mucchio, senza staccarsi minimamente e allora silenzio!

Forse l’unica parola che riusciva timidamente a crearsi, a staccarsi da quel mucchio era “Perché?” Perché, perché, perché, perché!!!!

Una parola che girava in testa all’infinito, ma rimaneva lì, senza posa, senza misura, mai uscita di lì. O forse sì, qualche volta è anche uscita, ma senza nessuna differenza.

Perché no! La risposta più esplicativa che ti veniva fornita. Perché no!

Per cui, ha preferito rimanere lì a girare invano nella tua testa come su una giostra che non si ferma mai.

Non c’era spazio per le tue parole, non c’erano i tuoi diritti, tu non esistevi. Nessuno ti ha chiesto il permesso di darla via, nessuno ti ha dato il permesso, l’opportunità, ti ha riconosciuto il diritto di salutarla.

Niente ti apparteneva davvero, non avevi diritti su niente e su nessuno. Tu non avevi diritti. Eri un niente!

La cosa più assurda, il dolore più lancinante e incredulo è stato successivo, quando hai saputo che quel tuo cucciolo dopo poco era stato abbandonato, lasciato per strada, per un motivo banale! Probabilmente avevano trovato una scusa per liberarsene, del resto non l’avevano mica chiesta loro!

Ma ci crederete?

C’hai dovuto rinunciare, per farlo poi abbandonare. Il bambino sfortunato, era veramente sfortunato, non per l’incidente che gli aveva tranciato le gambe, ma per il grave incaglio capitatogli alla nascita, per essere capitato in una famiglia di mostri!

E non so chi dei due è il più brutalmente sfortunato! Se la sana o il malato! Chi sarà stato il più disgraziato? Mma …… chissà!

Poi c’è stato l’episodio della tromba! Che smacco terribile! Che schifo! Da non credersi. E’ anche difficile raccontarlo.

E’ successo tutto nell’ambiguità, nell’indefinitezza, nel far passare con cura ciò che si vuole …….

E di fatto, non l’hai neanche capito subito. Hai accettato, credendo fosse la cosa migliore, un affare, la soluzione più adatta a tutti, a te per primo.

In quel momento eri altrove, lontano, eri fuggito più lontano possibile, eri fisicamente distante e la tua attenzione era rivolta altrove, non potevi minimamente immaginare come sarebbero andate le cose. Non sapevi che un giorno sarebbe affiorata la frase risentita e ribelle, velenosamente sputata quasi inavvertitamente “Mi hanno venduto la tromba! Mia madre, mi ha venduto la tromba!”

Forse, a quella richiesta avevi risposto vagamente “Va bene”, avevi acconsentito debolmente e inconsapevolmente. Avevi acconsentito, proprio per il senso colpa, sì eri in colpa di essere voluto andare via lontano, di non aver più tollerato di stare lì, di averli abbandonati. E allora, a discapito di quello che volevi veramente, di quello che sentivi, hai ceduto senza sforzo, senza rimostranze, hai accettato questo e mille patti ancora.

L’avevi comprata quasi per gioco, avevi sentito quella frase “io vendo la tromba, se sapete qualcuno che la vuol acquistare …..” “Io. La prendo io!”

Hai stupito tutti, ma proprio tutti, forse anche te stesso. Era qualcosa che forse ti girava in testa da un po’, ma non aveva ancora trovato una sua collocazione e ora che si presentava l’occasione, non te lo sei fatto dire due volte, con tutto l’entusiasmo e l’improvvisatorietà tipica dei bambini, avevi visto materializzarsi questa idea, questo sogno etereo e l’avevi colta al volo.

“Io, io, la voglio io la tromba.”

Che stupore, che apertura, che gioia, un mondo davanti a te! Il tuo mondo!

C’avevi messo un gran impegno, andavi a lezione, facevi i tuoi esercizi, con costanza e sforzo, giorno dopo giorno e poi ancora a lezione, ad impegnarsi, studiare. Ti sembrava che forse anche tu, avresti potuto arrivare ad una meta, avere il tuo strumento da suonare, far uscire la tua musica, le note del tuo mondo.

Avevi anche comprato la pelle di daino per pulirla meglio, con dolcezza e rispetto, ti prendevi amorevolmente cura di lei! Che grassa soddisfazione! Eri proprio bravo, mio piccino, piccolo pulcino.

Ma nessuno lo capiva in torno a te. Anzi, continuavano a canzonarti e maltrattarti, eri solo un disturbo, con quei suoni inutili e sgraziati. Rumore, rumore, rumore, solo rumore che infastidisce. Non ne possiamo più! Smettila di tormentarci, per amor del cielo!

Imperterrito, continuavi senza darti per vinto, senza farti abbattere, senza permettere a niente e a nessuno di farti smorzare nell’impegno e nel desiderio, in apparenza almeno …….

In realtà, un terreno che continua a ricevere inondazioni, apparentemente tiene, poi quando meno te lo aspetti sprofonda giù, lasciando un vuoto mai pensato, che ti porta via senza che neanche sai cosa sia realmente capitato. Hai pensato, che ci fosse stato un grande evento, una calamità, ma no, era soltanto il frutto di quella goccia, che cadeva da anni, che batteva sempre lì, goccia dopo goccia, giorno dopo giorno, con costanza, allo sfinimento, all’erosione, al cedimento definitivo. Una goccia che si alimentava e si appesantiva attraverso il senso di colpa, il non diritto di scelta, la non autonomia, il bisogno, il senso di inadeguatezza e di non appartenenza.

Anche se il terreno si inzuppava, tu hai tenuto, hai tenuto e tenuto finché sei stato lì. Quando poi la vita ti ha portato altrove, lontano da lì, la tromba è rimasta in mani nemiche, incustodita e indifesa. Non l’hanno certo lustrata, né guardata di buon occhio, ma l’hanno vista come un buon affare, un’opportunità di guadagno e di bravura, di mercanteggiamento.

Mentre eri via, un giorno ti è stato chiesto se volevi venderla, c’era giusto una persona interessata ad acquistarla, era proprio un vero affare, non poteva essercene di meglio! Che ne dici? Si fa? E’ una buona cosa no?

Tu, nella lontananza da quel luogo, dalla tua tromba e da te stesso, con voce leggera, priva di peso e di pensiero hai detto “Si!”.

Hai dato l’assenso. Hai detto Sì! Non ci si può credere, eppure hai pensato che fosse la soluzione migliore per tutti, te compreso.

Ma chi ci crede?

Tu lo pensavi. Chissà perché lo pensavi! Tu non pensavi, ecco perché!

Tu, non avevi il diritto di pensare, perché tanto c’era chi pensava per te, meglio di te, dovevi solo appoggiarti, affidarti, lasciar pensare gli altri e lasciar fare, ubbidire ed eseguire quanto ti avevano ordinato. Come un perfetto soldatino dovevi eseguire gli ordini e niente più. E del resto era quello che eri andavo a fare tanto lontano, avevi cambiato il luogo ma non la funzione.

Ma tu non lo sapevi, non sapevi tutto questo. Avvertivi solo il peso, che alla lunga si caricava sulle tue spalle, avvertivi solo una distanza che annusava di libertà. Libertà! Libertà, che tu non avevi diritto di avere. Non ti sbagliare, non confondere mio piccolo topolino!

Che bella parola, Libertà! Stavi lontano, ma non eri libero di scegliere, non eri libero di tenerti le tue cose, il tuo mondo interno non cantava note udibili, non potevi veramente urlare niente. La possibilità di fare come desideravi era solo apparente e si ritorceva contro di te!

Te la sei presa molto tempo dopo, la libertà. Hai cominciato ad intravederla quando hai sentito quel sottile astio pungente che ti solleticava, ti tormentava e saltava sadicamente fuori nel pronunciare “Mi hanno venduto la tromba”.

Non sapevi neanche tu perché uscissero quelle parole, che cosa volessero dire, ma qualche nota risuonava in un eco lontano, nell’ignoto di un passato nebuloso.

Erano le note della libertà e del diritto. Note che ti ricordavano che c’era musica dentro di te, che stava cominciando ad emergere timidamente, che hanno stroncato sul nascere.

Tanto tu non saresti mai stato un fiore alto, bello e giallo come il sole! Tanto vale, che smettessi subito, che ti risparmiassi la fatica! Te lo dicevano solo per il tuo bene! Guarda, è veramente meglio così, ci puoi credere.

Ma ….. forse in realtà, loro non si sentivano dei gran bravi guardiani dei fiori e allora, preferivano farti essere un semplice fiore qualunque, almeno avrebbero saputo gestirti, eri alla loro portata! Così facevi parte del loro orto, ciò che conoscevano meglio e più facilmente.

Quella tromba l’avevi pagata da solo, l’avevi voluta, saltellando dall’entusiasmo, la curavi come un gioiello, non avevi chiesto niente a nessuno, ma a qualcuno dava noia lo stesso. Te l’hanno dovuta vendere, hanno dovuto cercare l’affare e la convenienza anche lì. Come se nient’altro esistesse, come se contasse solo il denaro!

Denaro e soddisfazione personale. Sì, perché ancora una volta tua madre, aveva dimostrato che era stata un’abile affarista, una vera commerciante. Ah, se solo ne avesse avuto l’opportunità, ah se solo le avessero permesso di fare, se non le avessero tolto le possibilità ai suoi tempi, chissà cosa avrebbe potuto fare! Tutti sogni infranti tristemente!

E in ogni angolo c’era un affare, un’opportunità di dimostrare cosa il mondo avesse perso, cosa lei aveva perso, cosa le avevano tolto. Anche a discapito degli altri, compreso dei propri figli, in fondo lo scopo giustifica i mezzi.

Quando c’è una ferita, deve essere lenita in tutti i modi, costi quel che costi!

E tu, caro piccolo bambino sei rimasto lì, a leccare le sue ferite. Ma le tue, chi l’ha leccate? Chi mai le leccherà? Chi mai si accorgerà che tu stai crollando, che quel terreno così impregnato di gocce, di lacrime dopo lacrime mai piante, un giorno cederà?

Neanche tu lo sapevi, ma avevi capito molto presto che non c’era spazio per te, per la tua libertà, per la tua personale melodia. Potevi solo fuggire. E del resto avevi iniziato ad andartene già a tre mesi.

Fuggire, per ricominciare e poi ricominciare e ricominciare. Ripartire con un altro amore, con un’altra amicizia, con un’altra famiglia, con un altro lavoro. Fuggire e ricominciare, fuggire e ricominciare, senza neanche capire perché, pensando semplicemente di essere scostante, di non saper mantenere un impegno, di non saperselo gustare, di non saper stare fermo.

Ti sei preso delle belle colpe anche lì!

Ma è realmente così? Eri veramente incapace di intelletto, di solidità, di affidabilità e costanza? Eri veramente pieno di una passione che si appassisce voracemente, come un fiore sotto il sole? O forse erano solo mille modi per ribellarti, per rinnovare ogni volta la ricerca di te stesso? O forse era solo l’inaccettabilità di quel destino ingrato, di quel copione propinato subdolamente?

E … poi un giorno, quando meno te lo aspettavi, quando quel bambino non se lo ricordava quasi più, è tornata, quella tromba è tornata da te, a ridarti quel diritto che mai più nessuno potrà sottrarti, né con la forza, né con la lusinga.

So, che tu piccolo bambino saltellante te la tieni stretta sta volta e non la lascerai più andar via, costi quel che costi! Finalmente è nuovamente fra le tue braccia e la musica si scatena in te, senza chiedere il permesso a nessuno, senza scusarti con niente e nessuno.

Non c’è colpa alcuna!

C’è un mondo che ti aspetta a braccia aperte, c’è un cielo che solcherai ancora ma anche una terra in cui stare e radicarsi saldamente.

Penso che di scuse ce ne siano tante da fare. Penso che di bambini con cui scusarsi ce ne siano altrettanti ………

Torti a dismisura e atti privi di senso, ne è pieno il mondo! Ciascuno di voi ne sa qualcosa!

 


Repost 0
Psiche-Soma in libertà - in A spasso con la Paura
scrivi un commento
9 gennaio 2012 1 09 /01 /gennaio /2012 13:50

CAPITOLO V

 

Denti Neri

 

 

 

Poco tempo fa, ho conosciuto un nuovo dentista da cui ho curato un paio di denti. Questo dentista mi ha sconvolta con una proposta inattesa, sapete quale?  Sbiancare i miei denti.

Voi vi chiederete perché, questa innocua proposta mi abbia sconvolta così tanto, che cosa possa esserci di strano in quelle parole.

A questo ci arriviamo.

Io invece, mi sono chiesta perché mai nessun dentista, me lo avesse proposto prima! Perché mai la proposta giungesse proprio ora.

Non ho mai visto i miei denti bianchi, sono giallognoli tendenti al grigio e non per fumo, alcool, caffè, ecc., ma perché a sei mesi mi hanno somministrato del cortisone per curare una tosse canina ed i miei denti hanno abbandonato il loro antico splendore, anzi a dire il vero sono stati intaccati proprio sul nascere, o meglio ancora prima che ciò si verificasse, sono stati predestinati assai presto.

Me ne sono sempre vergognata, come se fosse un’onta della mia anima, una macchia indelebile, un difetto che andasse al di là della zona fisica, di ciò che realmente era, come se rappresentasse una mia incapacità, un handicap!

In fin dei conti quando ti presenti a qualcuno, la prima cosa che fai è aprire bocca, per parlare e per sorridere, per accogliere. E la mia presentazione è con queste macchie, con questi colori terribili. Non una bella presentazione!

E di fatti, non ho mai riso a pieni denti, ma ho sempre solo sorriso, stando ben attenta a non aprire troppo la bocca. Adesso, ormai da anni lo faccio automaticamente senza controllarlo, ormai è diventato una parte di me, del mio modo di esprimermi, del mio carattere, della mia personalità, è quasi entrato nel DNA e ho quasi timore di averlo trasmesso alle mie figlie!

Insomma, non rido mai con naturalezza! Nascondo il mio sorriso.

Ho provato mille polveri, dentifrici e rimedi naturali, come la salvia, ma niente è valso tanto sacrificio ed impegno, il loro colore non si è mai minimamente scalfito!

Oltretutto, sono l’unica in famiglia ad averli così! Sono una mosca nera!

Ops! Forse dovrei dire, una mosca bianca! Ma nel bianco non mi ci vedo. Di fatto, tutte le mosche sono nere! Un lapsus significativo direi!

Di fatto, che io sia una mosca bianca o nera, i miei denti sono neri e improvvisamente, quando meno me lo aspettavo, qualcuno mi propone di sbiancarli e neanche ad un prezzo così elevato: si può fare! Si può veramente fare! Non l’avrei mai pensato!

Finalmente, anche io potrò ridere a pieni denti, a bocca aperta, spalancata. Ridere, ridere, ridere, senza dovermi trattenere insensatamente.

Si può fare, è possibile, posso non vergognarmene più! Posso finalmente abbandonare questo strisciante senso di vergogna. Un vero sollievo, una liberazione. Liberazione lieve e imponente da un carico pesante che non ho scelto, non ho meritato, ma c’è e pesa fortemente su tutti i miei giorni passati.

Dopo questa proposta, nella mia testa è scontato che lo farò! Non ho dubbio alcuno.

I miei pensieri girano intorno a questo nuovo evento. Si è aperta nella mia vita, una grande possibilità! Una possibilità inaspettata! L’impossibile è possibile. Che forza! Che sorpresa!

La mia mente, non riesce neanche bene a focalizzarlo, a comprenderlo, a visualizzarlo con effettiva chiarezza. E’ un evento mai pensato fino ad ora e ancora non ha parole e immagini per descriverlo.

Ho passato giorni e giorni a pensarci, a fantasticare, a cercare di definire e vedermi con questo grande cambiamento, a cercare di intuire come mi sarei sentita, quali mutamenti emotivi poteva suscitare in me, quali risposte.

Cosa sarei diventata? In cosa, mi sarei trasformata? Cosa mi sarebbe capitato?

Pare banale, ma non lo è. Per più di quarant’anni ho pensato di essere in un certo modo, di essere indelebilmente marchiata da un dato elemento, di possedere dei confini invalicabili e ora improvvisamente in un modo impensabile, da una persona appena conosciuta, senza grandi reverenze, arriva un ma e un se, sepolti da tempo immemore. E’ caduto un velo, si è aperta una porta, si è spalancato un mondo che non credevo più esistesse. Ha fatto capolino un possibile cambiamento, che io pensavo non potesse verificarsi. Ormai mi vedevo fissa in quell’immagine, in quel ruolo. Tutto questo mi ha stupita, meravigliata, disorientata, sconvolta oserei dire.

Ma come? E allora, fino ad ora cosa mi hanno dato a bere? Cosa mi hanno fatto credere? Perché mai non mi hanno dato chance?

In verità, nessuno mi ha mentito. Nessuno mi ha detto niente. Nessuno mi ha detto una cosa per un’altra. Però il fatto è che nessuno mi ha detto ciò che poteva essere, ciò che poteva cambiare. E’ stato alluso, che probabilmente non si poteva fare altro, che ormai il dado era tratto, che il bosco è pericoloso e quindi è meglio mettersi l’anima in pace. Senza lode né infamia!

Forse. In verità, l’allusione ed il silenzio, la mancata ammissione della propria ignoranza, infliggono più danni della ferita mortale, sferrata apertamente e visibilmente. Grazie a tutto questo si sono sepolte davanti a me, dentro di me, delle strade, delle alternative, delle possibili scelte.

Ma la vita è strana, quando meno te l’aspetti, quando ormai non ci pensi più, quando ormai si era sepolta quell’idea, quella possibilità, ti restituisce ciò che ti è stato portato via, quanto meno ti offre l’opportunità di andare a riprendertelo.

In un personaggio, così esterno ed estemporaneo, in un curatore di denti e non certo dell’anima, è arrivato il riscatto, la possibilità, il possibile cambiamento, ma soprattutto lo svelamento di una realtà sommersa.

E se questo mondo si dispiega in me, con me, davanti a me, dipinto sui miei denti, sul mio sorriso ….. mi sono anche chiesta se gli altri se ne sarebbero accorti. Se i miei denti cambieranno, gli altri che mi conoscono, che mi vedono ogni giorno o quasi, lo vedranno?

Sicuramente sì. E chissà cosa direbbero o anche solo cosa penserebbero.

Mi sono chiesta, chissà cosa avrebbero pensato di me! Ma anche, chissà cosa io avrei pensato di me!

Dopo lo spiegamento di questa immensa possibilità, hanno cominciato a girarmi in testa delle domande, sempre di più, sempre più insistenti e vorticose.

Quanto sarebbe durato l’effetto? Avrei dovuto, continuare a farlo? Ne sarei stata schiava? Alla lunga forse, mi sarei stufata di continuare a mascherare. Questo trattamento, ha effetti collaterali a lungo termine?

Solo ora mi rendevo conto di aver accolto la notizia di questa possibilità, senza fare delle domande concrete, realistiche ed esplicative, per cui mi ero lasciata sola con mille dubbi, perplessità e interrogativi. E mi sono ripromessa di colmarli e avvicinarmi ancora di più all’evento, anche attraverso conoscenza e consapevolezza.

E così è stato, dopo aver girato e rigirato nella mia testa questa possibilità, mille immagini, sogni e fantasie sul passato e sul futuro, sugli ipotetici effetti, sui risultati, sui commenti, sulle emozioni, dopo aver indugiato largamente, alla fine ho formulato i miei quesiti e ho ottenuto le mie risposte richieste.

C’ho pensato ancora e poi ancora, incomprensibilmente direi, almeno lì per lì. Ho anche programmato l’evento nella mia mente, in termini di tempi, costi, impegni. Ero felice e sollevata.

Ma forse non del tutto, sotto sotto non ero né così felice né così sollevata. Non lo capivo molto, non volevo crederlo, eppure …. man mano che passavano i giorni, questo proposito, questo sogno perdeva peso e svelava la sua natura. Alla fine, non era proprio ciò che sembrava e ciò che volevo credere.

E sapete una cosa: non l’ho fatto! Non ho sbiancato i miei denti!

Dopo il primo grande stupore ed entusiasmo, provocatomi da me medesima alla notizia, dopo tutto questo rimuginare, ricordare, pensare, programmare, sognare, mi sono detta che forse non lo volevo più fare. No.

Anzi, se devo andare al fondo delle cose, non l’avevo mai voluto. Non era ciò che desideravo veramente. Non ora almeno. Forse da bambina sì, da ragazzina, quando cercavo l’origine della mia diversità  ed il luogo del possibile e del cambiamento, forse allora lo avrei fatto davvero, forse. Forse li avrei sbiancati tanti anni fa, quando nessuno me lo aveva proposto, quando il bisogno di abbellire la presentazione di me era forte, quando la necessità di sentirmi accettata era stringente. Adesso non è più così importante, non ho più bisogno di mostrare denti bianchi.

Un tempo forse lo avrei fatto, ma adesso, di sicuro no! Ormai è da tempo che sono andata al fondo di me, che sono arrivata nel bosco buio e frondoso e sono tornata indietro accompagnata dal Gruffalò.

Posso solo ringraziare questi miei denti neri. Sembra assurdo vero? Dopo tutta la lagna che ho fatto fino a qui!

Ma ve lo immaginate, che schifo, avere denti neri! Manca la brillantezza e la lucidità nel sorriso nella presentazione di sé, nel primo impatto! Blee!

Ma intanto, grazie a questi denti e a questa proposta, mi sono riappropriata di una parte di me, di un vuoto, di una mancanza, di una vergogna di me, che continuavo a subire senza rendermene neanche più conto. Subivo qualcosa di invisibile, perché ormai parte integrante di me! La vergogna, dettava un sentire permanente, facendo intravedere una condizione di fondo orripilante, una visione menomata di me, ormai invisibilmente e inconsapevolmente intessuta nella mia psiche e nel sentire quotidiano.

In tutti questi anni e per tutti questi anni, si è creata un’equivalenza fra denti neri e vergogna di me! E’ assurdo, ma è andata proprio così.

Poi, alla fine, non è certo sbiancando i denti che smetterò di vergognarmi, non è attraverso una pitturatina esterna, che cambia il sentire della mia anima.

Sbiancarli è solo un modo diverso di nasconderli. Loro rimangono ciò che sono.

E poi ……… Anche con i denti più splendenti, la sensazione di avere qualcosa di nero e di marcio, non cambierebbe certo!

Per dirla tutta, quel dentista mi ha anche fatto sapere che avrei potuto ricostruire la parte mancante dell’incisivo, che ho lì proprio di fronte a me, uno dei due principali, che si vedono proprio nel momento in cui si apre la bocca.

E come non ho voluto sbiancare i denti del loro colore, non ho voluto ricostruire neanche la parte mancante di quell’importante dente che incide sui cibi, su ciò che entra ma anche su ciò che esce, sulle parole per esempio.

Sapete perché? Perché quel pezzettino s’è rotto, s’è sgretolato grazia allo stringere i denti, al digrignare di notte, al bruxismo insomma. E anche questo segno è ben visibile, è proprio di fonte a me e non può essere ignorato.

Ho provato molta vergogna e ho stretto molto i denti nella mia vita e perché mai dovrei nascondere tutto questo? Forse è bene dirlo, dichiararlo a bocca aperta, denunciarlo ben chiaro e forte, perché ognuno abbia ciò che gli spetta e niente più.

Non voglio nascondere quel marcio, non più, mai più.

Mi sono detta che devo andare a scoperchiare quel marcio, dargli aria, vedere quel che c’è, pulire e rinnovare ciò che non va più bene! Pulire la ferita e farla guarire.

E allora andiamo a vederla questa ferita, allarghiamo i lembi della pelle e mettiamo il dito proprio nella carne viva, dove il sangue pulsa forte e senza sosta, dove c’è l’infezione ed il combattimento per la guarigione, per la vita. E’ là che nasce la vita, che c’è vita!

A sei mesi sono stata marchiata indelebilmente, esattamente come i tatuaggi degli animali da allevamento: il mio tatuaggio sta lì stampato in faccia, dentro la mia bocca e mi fa vergognare di me.

Perché? Perché mai?

Perché mi fa sentire diversa, come se ci fosse qualcosa di non sano, di non pulito, che si manifesta con i denti, che io non posso mostrare e mi tarpa proprio nella gioia, nel piacere, nella felicità. Posso sorridere, non ridere!

E del resto, nella mia mente sovente riecheggia “Ride bene, chi ride ultimo!” Come a rimarcare che è meglio non ridere, che quasi c’ho guadagnato, perché se capita qualcosa, non avranno da rimproverarmi che ho riso quando non me lo potevo permettere. Quasi quasi questa mia onta, mi ha salvata dalla maldicenza e dallo svergognamento!

Non si può ridere, si osa troppo, si rischia, poi il fallimento ti mette alla berlina, ti fa apparire stupido, ti mette in ridicolo, ti annienta e ti rende ultimo degli ultimi. E’ meglio apparire misurati e saggi, non traboccare mai, non andare troppo oltre, non farsi vedere insomma.

Non si può volare troppo alti, bisogna stare a terra, così non si rischia di cadere, né di mostrarsi troppo, né di sbagliare. Si deve stare nell’ombra, senza debiti, senza dicerie, ma anche senza gioia, senza vitalità, senza movimento, senza libertà! Senza osare mai!

No, non ci si può mostrare, non ci si può presentare direttamente per ciò che si è, si deve mediare, diplomatizzare, corteggiare, sedurre in modo sottile ed intelligente, in modo elegante. Oltretutto, non lo si fa direttamente per noi, ma per noi attraverso gli altri, con delicatezza ed educazione estrema, senza disturbare troppo, in punta di piedi, sottovoce e chiedendo scusa, l’unica vera strada accettabile, ammissibile e forse anche ammirabile.

E così, nessuno in effetti vedrà noi, ma solo l’ombra di noi, il riflesso della luna che tutto può indurre. Si vedrà il risultato di noi, la proiezione mascherata, ma non noi! Non ci siamo! Siamo dietro il pallore di una luna, dietro lo splendore di una facciata. Appariremo così grandi, potenti, intelligenti, forti, fieri, fiduciosi, competenti, apprezzabili, quando sotto siamo solo piccoli tremanti e indifesi, ignari e ignoranti di noi stessi. Forse gli altri non se ne accorgeranno ma noi sì, noi lo sappiamo bene e nel profondo di noi saremo sempre tremolanti e vacui.

Che tristezza! Desolazione.

Spesso, mi sono anche chiesta, se qualcuno se ne fosse accorto! Se qualcuno avesse notato che non ridevo a piena bocca.

Ma forse no, mi sono detta che proprio lo stare nell’ombra ha fatto sì che non ci fosse abbastanza luce per vedere e discernere i dettagli significativi. Nessuno ha visto, perché non mi sono mostrata. In questo gioco di luci ed ombre, in questo processo d’ignoranza reciproca, nessuno ha mostrato, nessuno ha visto.

Ma di fatto che l’abbiano visto o no, i miei denti sono neri ed io lo so. Io non posso nascondermi a me stessa, non posso raggirarmi.

Questa condizione suona come una colpa. Eppure io non ho fatto nulla, mi sono solo ammalata a sei mesi e hanno visto bene di marchiarmi! Il dentista ha capito subito che avevo preso anti-bios, da piccola! E’ un marchio appunto, tutti sanno che sono stata ammalata.

Ma la malattia del corpo è solo lo specchio, è solo la luce esterna. E’ di un’altra malattia che si parla, qualcosa di nascosto sotto l’opacità ed il buio che muove i fili di tutto questo teatrino.

Guarda caso, a sei mesi è proprio il momento in cui è morto mio nonno materno e mia madre non l’ha potuto salutare. Ne ha sofferto tantissimo! Ha sofferto in silenzio, ingoiando lacrime dolenti.

Allora mi chiedo se quei denti, non siano il segno del lutto.

Sì, del lutto. Prima ho barato, i miei denti non sono proprio giallognoli, sono più grigi che gialli, sono quasi neri in alcuni punti! Neri, il segno del lutto appunto.

Del resto, i denti sono il simbolo dell’aggressività e quindi della vitalità.

Me l’hanno tolta in partenza.

O meglio, c’hanno provato!

Evidentemente, la vita e la vitalità di un esserino appena venuto al mondo, era troppo discordante, dissonante rispetto alle noti gravi della depressione e della mancanza. Chi non c’era più, creava un vuoto che non riusciva a contenere chi invece c’era. Chi non c’era più, s’era portato via tante cose anche dei vivi. Delle possibilità importanti!

Quel piccolo esserino, che ero io, che si affacciava alla vita e ricordava un fiore che deve sbocciare, intravedeva e si accollava una colpa verso chi non poteva più spiegare le ali. Una vita scomoda, che richiamava tutto quanto era stato detto e non detto, fatto e non fatto, tutto ciò che non avrebbe avuto mai più possibilità alcuna.

Alla fine, il lutto non era il mio, ma di mia madre, ma questo lutto si è impresso su di me, quasi fosse una mia colpa, una mancanza, un’onta, ma non lo è. Sono stata l’ultimo anello della catena e ho somatizzato per loro!

Rappresentavo qualcosa di non permesso, almeno in quel momento. Ero nata esattamente nel momento sbagliato, rispetto all’andamento di una famiglia che aveva un suo ritmo e una sua assoluta logica.

Di fatto non è colpa di nessuno, non colpa mia, non colpa di mia madre, di mio nonno, di mia nonna, di nessuno. Non c’era colpa. Eppure, alla fine c’è una sorta di divieto inconsapevole alla vita, alla vita in senso pieno. C’era un vuoto, un’assenza, una mancata possibilità.

E ancora, s’insinua strisciando la biscia della paura e della vergogna, ancora della mancanza e dell’assenza. Un lutto. Qualcosa che non c’è.

Mentre racconto tutto ciò, una parte di me continua a ricordarmi di non dire queste vicende, questi segreti, di scriverli sì, così, ma poi di cancellarli immediatamente, di ricordarli solo a me stessa, come se dovessero continuare ad essere nascosti e segreti, sepolti dietro un morso serrato, dietro denti mostrati appena, solo intravisti e stretti al punto da non far uscire parola alcuna. Rinnovando ancora il senso di qualcosa che non va. Rimembrando che in quello che sto vivendo, si cela qualcosa di sbagliato.

Ancor di più, mostrarsi apertamente alla luce del sole, mi renderebbe visibile, limpida e chiara, esponendomi alla luce dei riflettori, rischiando di screditarmi, svilirmi. Ancora un peso, una dannazione, una colpa, qualcosa che deve essere nascosto!

Ancora una mancanza, una voragine. Non c’è spazio per dire e per mostrarsi, senza sbiancature, senza proiezioni luminose. E’ una vera vergogna!

Queste macchie, lo scuro, il nero, il pezzo mancante, mi spinge a tenere la bocca chiusa, a serrare i denti, evitando di sorridere ma anche di parlare, di dire a piena bocca, senza remore né reticenze, senza lasciare nulla nel dimenticatoio.

Perché mai? Che devo nascondere? Cosa non devo far sapere? Che colpa ho, io?

Forse ho la colpa di essere nata, ma anche qui …. non sono io che l’ho deciso!

Allora qual è la vera colpa?

Non so quale, sembra insensato, ma da qualche parte risuona una colpa, in un qualche angolo nascosto, esala il suo odore. Non ho nulla di cui vergognarmi, non ho nulla da nascondere, non c’è nulla di marcio, non c’è colpa. Non c’è da vergognarsi neanche delle mie macchie e della bruttura dei miei denti, che nonostante il colore, non hanno perso la loro vitalità e forza: li ho ancora tutti e ho poche carie!

Qualunque macchia mi hanno affibbiato, con consapevolezza o no, non è una colpa, non è niente di orripilante! E non è colpa mia!

La mia bocca poteva essere ancora più sana e vigorosa, mia nonna non è mai stata dal dentista e mio padre non ha neanche una carie. Aimè ho subito la perdita di mio nonno, la debolezza di una famiglia azzoppata, assai prima del lutto, dall’assenza di un perno fondamentale della famiglia! Questo li ha segnati e mi ha segnata indelebilmente.

Certo la mia bocca mi ricorda questo, se manca un pezzo nella nostra famiglia, noi zoppichiamo, manca comunque anche una parte di noi. Si crea un vuoto, si perdono le parole ed il sorriso. Si perde qualcosa, è inevitabile!

Esponiamo, mostriamo, misuriamo la perdita e conosceremo questa nostra mancanza. La verità libera sempre. La verità non ha vergogna e non deve temere alcunché. Fiorirà lo spazio per un nuovo andamento disinvolto, recuperando la scioltezza della parte lesa, reinvestendo gradualmente nella voragine, creando e costruendo ciò che sembrava inconcepibile.

Una bomba è esplosa proprio lì, al centro del mio mondo, nel cuore, nel fondamento della vita e ha lasciato dei segni indelebili. Ormai mi appartengono. Queste macchie, sono la mia ombra, ciò che mi riguarda nel profondo.

Ed essendo io l’ultimo anello della catena, ho anche ripetuto e la mia prima figlia è anche lei nata, sotto il segno del lutto. Quando è venuta ad allietarci con la sua presenza, mia madre era morta da un anno o poco più! Ho raddoppiato il tempo del lutto, ma la storia s’è ripetuta.

Ma io non le ho dato un anti-bios per curarla ed è stata spesso malata, nel primo anno e mezzo. Sicuramente nel mio latte non c’era solo miele, ma anche lacrime amare, ma la catena si ferma qui!

Non ci sono macchie che passeranno a lei. Non c’è silenzio, non c’è segreto e non c’è collusione, adesso non c’è più mistero fra me e nessun altro!

Sono stata terrorizzata dall’idea che chi mi guardava, vedesse di me solo una scatola vuota, che non ha più nulla da dare, nulla d’interessante o di utile da contenere. Di essere una pianta ormai così tanto assetata, da aver bisogno solo di essere reidratata. Ho temuto, che quelle macchie si rinnovassero e venissero ancora una volta alla luce.

Non più ormai!

C’è stata tristezza, dolore e lutto, ma questo fa parte della vita, è naturale ed è superabile, se ne può parlare ed è affrontabile. Il lutto si può mostrare, si può raccontare, non è una vergogna, è un evento doloroso della vita. La mancanza è naturale e fa parte di noi, è uno stimolo per noi.

In noi  c’è mancanza ed è la base del nostro desiderio e delle nostre relazioni.

Ogni mancanza, è una cosa propria e individuale, che ci distingue l’uno dall’altro. Appartiene alla propria storia e ci rende unici.

Adesso, non voglio più denti bianchi! Certo, nel fondo di me, una piccolissima parte di me, quella mia bambina, ancora sogna come sarebbe se avessi dei bellissimi denti scintillanti, uguali a tutti gli altri bimbi, soprattutto come sarebbe stato se li avessi avuti fin dall’inizio.

Quello che conta è che adesso è caduto un velo. So che se volessi potrei sbiancarli davvero, potrebbero essere come quelli di tutti gli altri. Almeno in apparenza.

Però, so anche che quei denti bianchi non mi appartengono, quelle macchie sì ormai fanno parte di me, mi sono state date e le ho prese. Ciò che non mi riguarda più è il loro peso, la vergogna e la menzogna!

Posso anche mostrare i miei denti, questo non mi toglierà niente, caso mai aggiungerà, darà al mio sorriso una peculiarità che mi appartiene, che non può essere cancellata.

Non è bello. Il mio sorriso non è bello, ma è questo e niente altro!

E’ il mio Gruffalò, la mia ombra nascosta che si è mostrata, che mi ha spaventata, mi ha bloccata, disorientata, ma ancora mi ha fatto pensare e sentire, ancora mi ha fatto trovare le risorse in me, quei tesori che un piccolo topolino non sa di avere, che scopre solo unicamente nel momento in cui affronterà il suo mostro.

Così che, un giorno potrò raccontare che il bosco buio e frondoso è difficile e pericoloso da attraversare, ci sono animali feroci, insidie in ogni dove, ma lo si può attraversare. Ce la si può fare.

Fa paura, ma insegna tante cose, aiuta a crescere come mai. Fa recuperare l’immagine distorta proiettata dalla luna, fa recuperare l’essere reale che c’è dietro. Mostra la vera selva che è dentro di noi e l’ardire possibile, creativo e sano.

Fa scaturire un patto, si rinuncia alla battaglia, si rinuncia alla corona e si diventa dottori volanti, in armonia e allegria.

Dal cappello del prestigiatore salteranno fuori una farfalla, una pantera, un falco, un coniglietto, uno scoiattolo …………..

Si può fare, si può attraversare il bosco buio e frondoso! Andiamo insieme!


Repost 0
Psiche-Soma in libertà - in A spasso con la Paura
scrivi un commento
2 gennaio 2012 1 02 /01 /gennaio /2012 10:29

CAPITOLO IV

 

L’altra faccia della Paura

 

imagesCAEIJVOQ.jpg 

 

Ci inoltreremo ancora nel bosco buio e frondoso (Il Gruffalò e la sua piccolina, J. Donaldons), lo stesso che abbiamo conosciuto grazie al topolino.

Questa volta però, ci troviamo a casa del Gruffalò, una caverna costellata da rappresentazioni rupestri, che descrivono graficamente la sua avventura di molto tempo fa, un’avventura difficilmente narrabile, colma di sorprese ed orrore.

Papà Gruffalò ammonisce la sua piccolina di non andare nel bosco, per loro è veramente pericoloso, tanto tempo fa lui c’è stato e ha incontrato il Topo Tremendo, che gli ha teso un agguato.

La piccina assai curiosa, vispa e sdentata, stringendo fra le braccia il suo balocco di legno, chiede fremente:

Che cosa ti ha fatto? Racconta, papà! E’ tanto brutto? Che faccia ha?

Il papà si siede, perché al solo pensiero gli gira la testa, si sente svenire, sì, oddio che terribile esperienza, sì perché quel topo

ha zampe forzute, possenti e pelose, la coda coperta di squame spinose, ha occhi di brace che brillano al buio e lunghi affilati baffi d’acciaio!

E dunque la notte era scura, il babbo russava la piccola invece un po’ si annoiava.

A me nessun topo ha mai fatto paura ….. Andrò all’avventura!

Il cielo era nero, la neve in tempesta, la piccola entrò nella fitta foresta.

Lei non ha paura, spavalda vuol andare a verificare oltre il divieto paterno, se esiste davvero il Topo Tremendo. Procedendo di notte, in mezzo alla neve e alla tempesta, incontra una scia tutta storta.

Chissà di chi è, chissà dove porta?

E, intravedendo qualcosa che avanza strisciano, pensa che possa essere la coda del Topo Tremendo, ma è solo un serpentello che ha gli occhi dolci e il musetto carino.

Il Topo l’ho visto, è un tipo assai tosto, mangia per cena gruffalò arrosto!

E la piccola dubbiosa, riprende il suo viaggio nel bosco frondoso, in mezzo alla notte e alla tempesta, arrestandosi alla vista di una traccia contorta.

Chissà di chi è e chissà dove porta?

Vedendo due occhi scintillare su un tronco, si dice

Il Topo Tremendo è lassù di sicuro!

Ma scende dal ramo una vecchia civetta, che un po’ sonnecchiando dichiara guardinga:

Se cerchi il Topo, dammi retta. L’ho visto da poco, è un tipo feroce mangia per cena gruffalò alla brace!

E ancora perplessa e delusa riparte per il bosco dai tanti alberi, senza paura e ……..

Oibò, che cos’è questa traccia strana? Chissà se porta dentro una tana? Ecco due baffi! Starà già dormendo, tranquillo e beato, il Topo Tremendo?

Ma è soltanto la volpe che noi conosciamo, con la coda rossiccia e senza neanche una spina sulla pelliccia.

Il Topo l’ho visto, dormiva da un po’, si è fatto un infuso di gruffalò!

Stufa e scocciata si siede su un sasso, lamentandosi che non ci crede, è solo un raggiro, non esiste nessun Topo Tremendo. Si stanno prendendo gioco di lei!

Finalmente, in quel paesaggio innevato, fra abeti imbiancati ed un cielo scuro, si trova finalmente davanti un bel topolino. E’ uscito dalla sua tana e ha costruito beffamente un pupazzo di neve, un bel gruffalò! Ma ci credereste? E’ anche insolente, questo topo.

Guarda guarda, che bello spuntino!

Io me lo mangio con pane e nutella, il Topo Tremendo è una sciocca storiella!

Ma il topolino, astuto più che mai, gli dice di aspettare, che un suo amico la vuol salutare, è grande e tremendo, abbia pazienza e lo vedrà, presto se ne accorgerà.

Il topo sale lesto su un ramo alto, con una ghianda sulla schiena e con un’espressione atroce, non appena la luna lo illumina, proietta in terra una terribile immagine:

una creatura possente e pelosa, coi baffi d’acciaio e la coda spinosa, grande e cattiva, con gli occhi di brace e sopra le spalle un’enorme noce.

Allora esiste il Gran Topo Tremendo!

Spaventata la piccina fugge nel bosco, tornando velocemente nella sua tana, dove il padre dorme ancora ignaro e beato, con i pipistrelli appesi a testa all’ingiù uno ad occhi chiusi uno ad occhi aperti.

Il topino, sotto lo sguardo curioso dello scoiattolo, segue quella grande traccia e ritrova la piccola nella grotta insieme al padre,

meno spavalda e meno annoiata.

Meglio dormire finché si può, nel caldo abbraccio di papà Gruffalò!

Ancora una volta, il topolino seduto su un sasso con aria giuliva e soddisfatta, si gusta la sua ghianda.

 

E adesso che abbiamo conosciuto meglio il Gruffalò ed il prosieguo della storia, ci troviamo davanti all’altra faccia della medaglia, la faccia della paura, che ha paura della paura.

Il mostro infatti, è la personificazione delle nostre paure, ma lui a sua volta, facendosi imbrogliare dal topolino, si spaventa di chi vive la paura di lui, di chi gli ha dato origine.

Non vi imbrogliate però, è solo un gioco di specchi!

E ancora una volta solo tu piccina, riesci ad essere fiduciosa e spavalda, al punto da voler guardare le cose non per come vengono dipinte dagli adulti, ma per come sono realmente. Tu, sapientemente, non credi a questa sciocca storiella, diventata ormai mito, disegno rupestre!

Tu soltanto sei capace di guardare il mondo con occhi semplici, privi di pregiudizi e di filtri. Tu sei la vera forza!

Ma aimè, ancora una volta il topolino vince e tu piccina, finisci per farti imbrogliare. Resisti alla proiezione della paura di tuo padre, alla proiezione della paura degli animali del bosco, ma non alla proiezione diretta del topo, alla sua ombra riflessa in terra, che in realtà non sei altro che tu stessa.

E’ un gioco di rimbalzi, di immagini riflesse appunto. Sembra complicato ma non lo è.

In verità, ancora ci facciamo fregare non da ciò che, è ma da ciò che pensiamo sia, da ciò che non desideriamo e rifuggiamo così clamorosamente, perché ci fa orrore.

Questa deliziosa storiella in rima, rappresenta ancora una volta la nostra ombra, ciò che non vogliamo di noi stessi, che non ci piace, che deprechiamo, che ci spaventa perché la deprezziamo e disprezziamo. Non desideriamo affatto ci appartenga, non l’accettiamo proprio!

Da veri ignoranti, da idioti completi, la fuggiamo solo perché non la conosciamo, non sappiamo né da dove origina, né di cosa si tratta, tanto meno la sua vera funzione, il suo valore e quanto sia adattiva per noi!

Da bravi adulti sapienti, o forse solo presuntuosi, ci vantiamo di saperne tanto, di avere la scienza in mano, di possedere esperienza, ma non è così, vediamo solo la superficie delle cose, la copertina, la patina più esterna. Non la conosciamo affatto. Non sappiamo proprio di cosa si tratta ed invece di cercare di comprenderla ed avvicinarla, la allontaniamo da noi ulteriormente, fisicamente, mentalmente, cognitivamente, emotivamente.

Se tu piccola, ignara di certi processi del mondo, fiduciosa all’eccesso dell’onestà degli altri, delle buone intenzioni, ti fossi fermata un po’ più ad osservare cosa veramente stavi guardando e da dove arrivava tutto questo, forse ti saresti accorta che ciò che vedevi era una proiezione, un film, un vecchio film che apparteneva a tuo padre. Sì, prima ancora che al topo, l’ombra apparteneva a tuo padre e se avessi avuto meno fiducia in lui, avresti seguito te stessa, quello che sentivi e credevi in partenza: che il Topo Tremendo è solo una sciocca storiella.

E’ a lui che appartiene quella paura, è originata dal suo mondo, dalla sua esperienza, dalla sua visione delle cose, dalla sua superficialità, dalla presunzione della sua posizione di forza, dal supposto sapere determinato dal suo ruolo di adulto.

Caro papà, sei stato un gran pasticcione! Che guai, con la tua piccolina.

Del resto, lei è lì perché ultimo anello della catena, la portatrice finale e visibile del disagio, del tuo orrore, del tuo buio, della pigrizia e dell’arroganza del tuo essere.

A lei spetta di liberare te padre, tuo padre prima di te e le generazioni a venire, dell’orrendo peso della paura. Sfida tutto e tutti, i tuoi racconti, le tue debolezze, il venir meno della tua forza, i disegni commemorativi di quell’incontro terribile, gli avvertimenti degli animaletti ammansuetiti, le raccomandazioni tremolanti.

Lei, la gruffalina, deve andare a verificare e vanificare quest’enorme peso e lo fa per liberare te!

E poverina, tu piccola ne sei rimasta schiacciata, sei ancora troppo piccola e sola! Il tuo coraggio e il tuo amore sono enormi, commoventi, riconoscenti, ma non sono valsi il sacrificio che hai compiuto. E’ toccato anche a te perire sotto l’alone della proiezione e ritornare di corsa a nasconderti, a farti proteggere da papà Gruffalò. Hai dovuto restringere il tuo mondo, la tua libertà d’azione, far proprie le raccomandazioni e i timori sconfinati.

Povera piccina, chissà mai se qualcuno se n’è accorto, chissà se hanno visto il sacrificio che hai fatto, se tuo padre ha visto il sacrificio compiuto per lui. Un sacrificio grande compiuto per lui, solo per lui, per l’amore che nutri nei suoi confronti, prima ancora che per te stessa.

Che spavalderia e che forza, mia piccola gruffalò, ne hai da vendere a tanti grandi e ne hai da insegnare! Con che cipiglio, con che arguzia, con quanta fiducia e propositività. Con quanto grande amore, ti muovi.

Ma ancora una volta, tu non lo sai, non sai di possedere tutto ciò e non puoi protestare contro chi non ti vede, contro chi non comprende l’ampiezza delle tue rinunce. Tu non sai, non sai di aver diritto a lamentarti, protestare, chiedere e pretendere.

Sì, tu puoi e devi pretendere delle cose per te!

Nell’aria c’è qualcosa che non ti torna, stona con tutto il resto, qualcosa che ti fa soffrire, ma non sai cos’è, non riesci a definirlo, non sai attribuirne un’origine. Non sai dove ti porterà! Non sai il prezzo di ciò che hai fatto. Non conosci i risvolti della tua rinuncia. Ti hanno imbrogliato. Tu non potevi e non dovevi fare quella scelta.

Il tuo destino piccola cara, è la dipendenza. Tu credi e crederai per molti anni a venire, di non essere capace di superare gli ostacoli da sola, di non poterti permettere di attraversare la foresta ombrosa, di non poter sfidare le tue paure, di non, di non, di non, di non …… non.

Alla fine crederai di non poter credere in te! Alla fine, non crederai più in te! Alla fine non crederai! Procederai con la testa sotto la sabbia, come una perfetta ignorante, che non vuol sapere d’altro, ingoia ogni boccone propinatole, buono o cattivo che sia, senza pronunciare una parola.

Che guaio!

Dovrai sempre far ricorso agli altri, dovrai sentirti bisognosa e terrorizzata dalla loro assenza, dal loro rifiuto, dall’abbandono. Sì l’abbandono, che bella arma di ricatto! Quante volte l’avrai subito e lo subirai?

Ma la cosa più tremenda, non è certo il Topo, ma il fatto che non potrai che dar loro ragione. Loro veramente sanno, cosa è buono e cosa no, cosa devi e cosa non devi fare. Loro, gli unici di cui fidarti!

E’ così! Del resto quando hai fatto la spavalda, quando hai fatto di testa tua, si sono visti i risultati, s’è visto cos’hai combinato.

Te lo sei meritato, ben ti sta! Credevi di esser capace di chissà cosa! Credevi di essere superiore, diversa! Hai visto ora? Sei convinta?

Hai sottovalutato le parole di tuo padre, gli ammonimenti, i divieti, le preoccupazioni e i consigli dei bravi animaletti del bosco. Hai veramente pensato di poterne fare a meno, di essere diversa tu! Tu piccolo mostriciattolo. Alla fine, hai avuto la giusta lezione, quello che ti spettava e niente più.

E per giunta, hai dimostrato a te e agli altri, che sei solo una sciocca bambina, impaurita e incapace! Adesso lo sanno tutti, proprio tutti.

Adesso tu lo sai, l’hai visto con i tuoi occhi, adesso non puoi più ribellarti, non puoi più credere di essere diversa, unica e speciale. Non puoi pretendere nulla! Devi solo ubbidire, piccola stupidina.

Lo sappiamo noi, quello che è meglio per te! Lo sappiamo noi, cosa sei in grado di fare e cosa no! Noi, ci siamo passati prima di te e i nostri genitori ci hanno sempre consigliato per il meglio e noi da bravi figli abbiamo ascoltato, seguito ciò che ci dicevano.

Devi fare e basta! Devi ubbidire. Ti devi fidare e niente altro. Non devi pensare con la tua testa, non ne sei in grado!

Alla fine, ti hanno annientato, annullato, azzerato nelle tue convinzioni, nella fiducia, nelle idee, nelle speranze e nei sogni.

Dovevano coltivare le tue risorse, far crescere giorno dopo giorno la fiducia in te, aiutarti a conoscere te stessa ed il mondo come un luogo del possibile, anziché ammonirti e spaventarti dovevano accompagnarti nel bosco e mostrarti che tutto si può affrontare, anche se ci sono tanti pericoli e paura. Dovevano camminare a fianco a te, stare con te!

Ed invece, hanno annientato gran parte delle infinite possibilità, ti hanno ridotto la vista, resa sorda, azzoppata, azzerata appunto, ridotta ai minimi termini, come un robot che segue gli ordini e niente più.

E chissà, se te ne rendi conto. Se comprendi la portata di quanto hai subito.

Penso proprio di sì! Ma è qualcosa di ancora vago e indifferenziato, è un sentire che sta nella nebbia e non si è ancora mostrato limpido e chiaro. E soprattutto, tu non sai di aver il diritto di accorgetene, di non volerlo, non sai di avere diritto a protestare, a lamentarti, a dire no, ad odiarli, a volere altro.

Tu hai pieno diritto a non sentirti in colpa, a non sentirti una traditrice, piccola gruffalina.

Tu non lo sai e non lo saprai, finché un giorno ormai grande, sarai costretta in mezzo al bosco, ad escogitare qualche strana alchimia per poter sopravvivere, in un ambiente di belve mal intenzionate. Allora, se riuscirai a recuperare un briciolo di quell’ardire, di quella spavalderia onesta e giusta, forse riuscirai lambicandoti a uscirne fuori, ridendo e scherzando, rinnovata e rinforzata come non mai.

Allora sì che sarà proprio un bel giorno, una bella giornata, una festa, una dolce vita. Ma prima di allora, dovrai attraversarlo il bosco. Dovrai trapassarlo per incontrare tutti i tuoi dubbi, i timori, i tremori, le ombre che si annidano silenziose nella tua anima, nella parte più recondita di te.

Dovrai vincere il tuo Gruffalò incarnato, diventando come il topolino furbo. Alla fine tu ti identificherai col topolino, ritroverai in te stessa, il tuo più acerrimo nemico, l’orrore di due generazioni, il sabotatore di sé stessi!

Alla fine Topo Tremendo e il topolino saranno la stessa cosa. Topolino e piccina di Gruffalò saranno ancora la stessa cosa, il bianco ed il nero, il buono ed il cattivo, il coraggioso e il codardo, la fiducia e la paura.

Ed il luogo più difficile da affrontare, non sarà il bosco, ma l’anticamera del bosco, la possibilità di entrare nel bosco: tuo padre!

Il Gruffalò grande, quello che ha paura del bosco buio e frondoso, del Topo Tremendo, delle novità, di ciò che non conosce, quello che ha paura di sé e delle sue possibilità, quello che non sa. Quello che continua ad ammonirti, ti rende zoppa e ceca di fronte al mondo, ti mette in guardia contro le difficoltà e le trappole della vita, tarpando gran parte della tua esplorazione, annientando i tuoi sogni di libertà e di gioia.

Lì è pericoloso, là ci sono difficoltà, in quel luogo non saresti capace, non è per noi,  attenta, vai piano, non ti fidare, non andare e via e via.

Un giorno sentirai di andare oltre quel mondo, di doverlo fare, non per ferirlo o disubbidilo, ma solo per te, per vivere, per sperimentare, per essere libera, per non avere più paura, per liberarti finalmente e alleggerirti.

Arrivato quel giorno, potrai attraversare il bosco e trovare te stessa, alla luce della luna, dell’atmosfera crepuscolare che tutto nasconde e svela.

E tu, grande Gruffalò, chissà se al risveglio di quella lunga notte, ti renderai conto di quanto è successo. Magari hai sognato di dolci spuntini, di tane calde, di una buona compagnia, assaporata con un infuso di bacche di macchia.

Tu hai dormito, anninnolato dal tuo stesso racconto, che ti ha condotto nel dolce sonno sicuro, fiero del tuo essere genitore, di aver protetto e istruito la tua piccina, dagli orrori del mondo, di essere tu per primo sfuggito tanto tempo fa a quel Topo Tremendo e a quella possibile triste sorte.

La ami tanto e faresti di tutto pur di non farla soffrire, pur di proteggerla e rassicurarla. Al risveglio, la ritrovi lì cucciolo cucciolo, accanto a te, sotto la tua ala, che dorme beata, stringendo il suo giocattolo in braccio. Con te, non può temere nulla, con te è al sicuro e crescerà grande, forte e intelligente. Lei sarà tutto ciò che hai desiderato, lei sarà migliore di te e di chiunque altro. Non può essere che così, è troppo l’amore e l’impegno profuso per lei, è veramente troppo, è tutta la tua vita!

Neanche ti sogni, quanto è successo nella notte! Tu dormivi, ma la tua piccolina, ha voluto liberarti, sfatando un mito. Ha voluto liberarsi! Ha voluto sapere di poter accedere al mondo, in modo sereno.

E l’ha fatto! Con grande coraggio è andata in contro al tuo e al suo destino. Ma povera piccola, non aveva chance perché era un compito che non spettava a lei, non da sola, non con ciò che le era stato trasmesso.

E tu dormendo e sognando lidi migliori, neanche ti immagini del viaggio di andata e di ritorno nel bosco frondoso, di tutti gli animali che ti hanno raggirato a suo tempo e oggi hanno raggirato lei, dell’agguato del Topo Tremendo, che in realtà è solo un topolino, ormai anche un po’ invecchiato, che cerca solo di tener cara la pelle.

Ma la tua piccina è andata con curiosità e brio, è tornata correndo spaventata, rifuggendo da ogni novità e inventiva. Ha sepolto dentro di sé ogni possibile diversità, ogni cambiamento, il seme della fiducia e della forza vitale.

Miei cari, che gran confusione!

Tu caro papà Gruffalò sei ignaro e soddisfatto, conservi la tua ombra dentro te e ti guardi bene da doverla incontrare ancora. Ti sei rifiutato di starle di fronte, di osservarla a tu per tu, senza volerla sbranare ed esserne sbranato, porgendole invece la mano, come fosse la tua più cara compagna di vita.

Forse tu stesso, ti sei trascinato un carico più grande di te, precedente a te, che appartiene ad altri, forse a tuo padre e a suo padre, prima di lui, in una catena infinita di rimandi e pesanti eredità.

Tu cara figlia Gruffalina, hai incontrato la sua e la tua ombra e sei corsa via spaventata a più non posso! Chissà quanta strada devi fare, chissà se in futuro, troverai la forza di scegliere quel bivio e volare!

Chissà quanto dolore e quanto terrore sono sepolti in te, senza che tu ne sei realmente consapevole. Che peccato.

E l’ombra è lì vicino, che guarda Gruffalò padre e figlia nel loro sonno, serena e felice si mangia la sua ghianda sul sasso, fra coniglietti, farfalle, falchi e scoiattoli!

 

Repost 0
Psiche-Soma in libertà - in A spasso con la Paura
scrivi un commento
28 dicembre 2011 3 28 /12 /dicembre /2011 14:51

CAPITOLO III

 

A spasso con la Paura

 

imagesCACLXRVF.jpg 

 

 

 

Un tenero e indifeso topolino dallo sguardo svelto e vispo (A Spasso col Mostro di Julia Donaldson) ci conduce in un bosco buio e frondoso. Ci mostra un percorso, dove si ritroverà ad affrontare una serie di animali, che già se lo figurano, come un buon bocconcino.

Sotto lo sguardo incerto del picchio rosso, il topolino si appresta al lungo percorso, che lo vede allegro e gioioso.

Primo fra tutti, sarà l’incontro con l’astuta volpe, che lo accoglie premurosamente.

Ciao topo, lo sai, la foresta è insidiosa … dai vieni da me che ti offro qualcosa!

Sei molto gentile, ma dico di no: mi vedo per cena con il Gruffalò.

E chi sarà mai?

Ma come, davvero tu non lo sai?

Ha zanne tremende e artigli affilati e denti da mostro di bava bagnati.

Facendo sapere quasi per caso alla volpe, che il Gruffalò,

a cena divora volpe impanata e lo incontrerà proprio lì accanto alla roccia dall’acqua lisciata.

E così, la volpe sparì senza farsi pregare.

Che volpe sciocca, pensate un po’: crede che esista il Gruffalò!

Il secondo imprevedibile incontro, avviene con la lungimirante civetta, che avvicinandosi pensa:

Ma che dolce spuntino! E senza indugiare si fece vicino. Ciao topo, di un po’, stasera sei solo? Ti va una cenetta ….. da prendere al volo?

Anche stavolta il topolino rifiuta, adducendo la scusa di un precedente impegno col Gruffalò.

E chi sarà mai?

Ma come, davvero tu non lo sai?Ha, ginocchia nodose e terribili unghione e un bitorzolo verde in cima al nasone. Lo incontro qui in riva al fiume …. Ah …. E mangia civette con tutte le piume!

E la civetta, spaventata da quella orribile prospettiva, volò via veloce, ignorando che il Gruffalò fosse solo una sua sciocca invenzione.

Proseguendo nel bosco, tutto contento, felice e gioioso, fu tempo del viscido e strisciante serpente, che subito pensò fra sé e sé

Ma guarda quel topo … che cenetta!

Ehi, topo, che fai solo nella foresta? Dai vieni da me, che facciamo una festa!

Sei molto gentile ma dico di no. Mi incontro per cena con il Gruffalò.

E chi sarà mai?

Ma come, davvero tu non lo sai? Ha occhi arancioni e lingua molliccia …… e aculei violacei sulla pelliccia.

Lo incontro qui in riva al laghetto. Ah! E adora i serpenti cotti al funghetto.

Serpenti al funghetto? Per dindirindina!

Così anche il serpente, ignaro della bella menzogna, spaventato dalla possibile triste sorte per l’incontro con un essere tanto agghiacciante, strisciò lontano.

E il topolino se la cava alla grande, superando i suoi predatori in astuzia, lungimiranza e raggiro. Tutto tranquillo e soddisfatto se ne va per la sua strada, ormai certo di aver scampato la brutta sorte.

Ma, quando meno se lo aspetta,

si ritrova davanti un tipo un po’ strano con zanne tremende e artigli affilati e denti da mostro di bava bagnati, ginocchia nodose e terribili unghione e un bitorzolo verde in cima al nasone! E occhi arancioni e lingua molliccia …… e aculei violacei sulla pelliccia.

Aiuto aiuto, si salvi chi può! Ma allora esiste il Gruffalò!

Vi potete immaginare l’angosciante sorpresa.

Per di più, il Gruffalò, più degli altri, si appresta a mangiarlo.

Dopo il primo sgomento, dopo essersi sentito perso, il nostro piccolo amico gli racconta che anche se non sembra, lui è la creatura di cui tutti quanti lì hanno paura e lo sfida ad andare a verificare di persona. Il mostro accetta e partono insieme all’avventura.

E così, questa volta sotto lo sguardo timoroso dello scoiattolo, il topolino compie il percorso inverso con il mostro, incontrando gli animali appena conosciuti, dall’ultimo al primo: il serpente, la civetta, la volpe.

Tutti loro, vedendolo insieme al Gruffalò, realizzano che quel mostro tremendo esiste davvero e non è solo un trucco di sua invenzione, per cui ancor più di prima, fuggono via veloci, nella loro tana.

Alla fine, il Gruffalò sconcertato, non capendo il raggiro, si convince che quegli animali hanno proprio paura di quel topolino apparentemente innocuo.

Ma è stupefacente!

Non sono uno che mente! Lo vedi da te! Qui attorno han tutti paura di me.

Ma ora mi sa che ho una gran fame ….

Che voglia di Gruffalò col Salame!

Gruffalò hai detto? Ehm, scusa, ho un impegno .. E via scappò il mostro, senza ritegno.

E così che il nostro topolino, beato e felice, gustando la sua ghianda, siede fra foglie, fiori e aghi di pino, con farfalle ed insetti liberi di andare:

che bella giornata, com’è dolce la vita!

 

Questo nostro amico ed il suo viaggio, ci mostrano una condizione umana imprescindibile: la Paura!

La paura di essere piccoli e indifesi, proprio nel momento in cui si deve attraversare il bosco, un mondo pieno di pericoli, insidie, belve pronte a sbranarti! Esattamente ciò che viviamo, quando ci sentiamo ormai grandi e ci svincoliamo finalmente dai nostri genitori, per sperimentarci nel mondo e poi ….. ci ritroviamo piccini di fronte alla vita e alle mille cose sconosciute.

Nonostante la paura immensa ed un mondo ignoto, molto più grande di te caro piccolo esserino, con astuzia e arguzia impensabili, riesci a superare gli ostacoli. Sicuro di te, inventi, improvvisi, raggiri, proietti un tuo proprio fantasma, un mostro tremendo, che allontana gli animali e le loro cattive intenzioni.

Ma da dove te la sei inventata? Da dove l’hai tirata fuori? Come hai fatto, tu così piccolo e indifeso, a diventare più grande e forte di un gigante?

E’ proprio vero, che i piccini vivono in un mondo tutto loro, pieno di sorprese e ricchezze inattese, che sanno tirar fuori dal cilindro il coniglietto magico, tutto arzillo e morbido!

Non potremmo mai finire di stupirci. Meraviglioso!

E ….. terminato il percorso, quando sembri aver ormai superato gli ostacoli, quando il percorso appare ormai liscio, la giornata limpida e bella, inaspettatamente sopraggiunge l’impedimento più grande, l’inatteso, la tua proiezione si materializza, ciò che temevi più al mondo esiste davvero, non è solo una tua invenzione.

Il mostro esiste! Eccolo lì, in tutto il suo orrore.

Allora sì, c’è da tremare! Che spavento, disorientamento, terrore. Facevi bene ad avere paura, a trattenerti, ad essere timorato di dio, il Gruffalò c’è ed è lì di fronte a te, ha fame e ti vuol mangiare col pane.

Ed è esattamente come te lo immaginavi, con quelle ginocchia nodose, con quegli artigli affilati, gli occhi arancioni dalla cattiveria, la lingua penzoloni, salivante dal desiderio di mangiarti e tutti quegli aculei violacei assurdi sulla pelliccia.

E’ tremendo! Che mostruosità! E’ brutto! Che paura! Panico! Ma com’è possibile, tutto questo?

Ora sei proprio in un bel guaio! Un guaio serio, serio. Che orrore, che terrore, stavolta non c’è uscita! Come si fa? Da che parte si va? Ora chi viene a salvarti?

In fin dei conti ti sta bene, chi credi di essere? Stupido! Chi pensavi di essere, per poter sfidare tutti quanti, per credere di attraversare il bosco tranquillamente? Come potevi anche solo pensare, di poter fare di testa tua?

Tu sei piccolo, sciocco e insignificante. Non l’avevi ancora capito? Non ascolti mai, fai sempre di testa tua! Ti sei montato la testa e ora guarda lì. Ma come pensavi di cavartela, da solo? Lo vedi? Lo vedi in che guaio ti sei cacciato?

Ti sta bene. Sì, ti sta proprio bene, ora vedrai! Così, impari davvero stavolta!

Che insolente, presuntuoso! Piccolo, insignificante marmocchio!

Questa volta, aiuto davvero! Voglio vedere, da dove lo tiri fuori il coniglio stavolta!

E … oplà, dopo il primo momento di panico, di smarrimento, giocosamente e gioiosamente, ancora ci hai stupito, ci hai fatto ricredere anche stavolta. Ancora, hai tirato fuori da quel cilindro dei magnifici trucchi. Che stupore! Che magia!

Hai applicato lo stesso bello scherzo, anche al mostro. Utilizzando i semi della paura, sparsi argutamente al cospetto degli animali incontrati nel bosco, ne sei uscito.

E’ incredibile, quanto ingegno!

Hai utilizzato la proiezione delle paure degli animali, per far fuggire la tua paura, quel mostro incarnato.

E’ un gioco di spavento! Del resto ai bambini come te, spesso piace giocare con la paura, spaventare e spaventarsi.

E’ un gioco di incontro e scontro fra colossi. Alla fine vince chi, nonostante il terrore, sta lì fermo senza indietreggiare. Alla fine tutti hanno creduto a ciò che tu piccolo topolino vuoi far credere, alimentando i loro timori di essere a loro volta divorati.

Tutti questi esseri, non s’incontrano proprio! Si relazionano unicamente in base alle rispettive proiezioni che il topolino svela, alimentandole a proprio favore.

Tu caro topolino, sei riuscito a oltrepassare il bosco da una parte all’altra, per ben due volte, nelle due direzioni opposte, hai mostrato fiducia in te e l’hai messa a frutto, elaborando delle strategie ingegnose, utilizzando come risorsa la tua stessa paura.

Hai vinto, a discapito di tutte le raccomandazioni, le indicazioni, i suggerimenti, gli ammonimenti ricevuti. Tu piccolo, senza senno, senza arte né parte, ribelle marmocchio, inutile zecca della società, tu avevi una gran forza, ce l’hai fatta, avevi ragione. Non ti sei piegato e hai mostrato di meritarlo. Tu sei!

Questa è la tua risorsa. Questa è la tua e la nostra grande risorsa!

Affrontare la nostra paura e andare a spasso con essa, come se fosse la nostra migliore amica, trattare la fragilità con delicatezza e rispetto. Nel momento in cui viene conosciuta e compresa, diventa la nostra forza, l’arma segreta, che elimina gli ostacoli non con violenza, ma con gioco e spavalderia.

Come una giocoleria, una maginetteria, con una leggerezza incredibilmente aerea, quasi insostenibile, hai abilmente affrontato la vita, vincendo su essa.

Nel nostro scrigno vi sono tante paure, sono naturali e sane. La paura è protettiva, emerge proprio in risposta a dei pericoli e ci prepara ad attaccare o fuggire. Ci allerta, rendendoci vigili e pronti ad escogitare i giusti rimedi.

Per di più noi adulti, nel nostro ambiente così culturalizzato, abbiamo creato una serie infinita di supposti pericoli, non tanto per la vita, quanto per la psiche propria e altrui, rischi per il senso di continuità del sé, della personalità, delle relazioni. Sono emerse paure sottilmente invisibili e misteriose, nascoste nel fondo del fondo di noi. Un vero mistero, un vero rompicapo!

Non di meno, queste nuove prove, questi invisibili ostacoli, ci forniscono anche punti di svolta per la propria crescita. Sono bivi e sono passaggi, scalini per la propria vita. Si può rimanere fermi, si può scendere o si può salire. Con prospettive e risultati ben diversi, per ciascuna possibilità.

Di sicuro noi non dobbiamo attraversare il bosco o la savana, piena di fiere o ambienti sconnessi, ma dobbiamo affrontare la realizzazione di noi e delle nostre capacità, cognitive, emotive, prassiche, in un ambiente assai competitivo, richiedente, necessitante, artificiale.

Ci scontriamo continuamente con l’immagine di noi stessi, nostra e degli altri, con le aspettative, con le fantasie, i desideri, le proiezioni, le ombre, le ombre nascoste nel buio delle nostre spalle. Un’infinita serie di psicobelve, pronte a sbranarci, impedendoci di vivere.

Ma, mentre gli animali in natura non possono vivere se malati, difettosi, privi di autonomia, l’uomo può farlo. Noi possiamo sopravvivere e vivere anche se malati, in difficoltà, fragili, soli, spaventati!

Gli animali devono andare avanti, pena la vita. Noi possiamo anche fermarci su quello scalino o addirittura scendere di qualche metro! Nessuno ci sbranerà, non perderemo il dominio sul territorio.

Che differenza fa? La scalata è veramente lunga, faticosa, infinita! Impensabile arrivare in cima! L’importante è il percorso, in definitiva un po’ siamo saliti. E così, ci accontentiamo.

In questo intermezzo la paura nutre sé stessa, può diventare così grande e potente da farci arretrare sempre più, scendere, scendere e poi scendere ancora, fino a farci ritornare al punto di partenza. Tanta strada per nulla!

Una paura divorante a tal punto fino a farci nascondere, vergognare, umiliare, bloccare, impedendoci di vivere nelle nostre naturali disposizioni, privandoci della possibilità di arrivare in alto, lassù, in cima alla meta! Impedendoci di volare via, secondo i nostri più elevati desideri.

Perché no? Perché non dovremmo arrivarci? Chi l’ha detto? La vita non è una valle di lacrime! Noi, possiamo volare!

Allora, non possiamo che prendere per mano queste stesse paure, le nostre amiche, compagne di viaggio, che ci ricordano il peso e l’importanza dei nostri compiti, aiutandoci a calibrarle meglio, a non sminuirle e a prendere atto di noi stessi e delle nostre risorse.

Siamo topolini piccoli e un po’ indifesi, ma siamo anche abili giocolieri, capaci di utilizzare le nostre risorse, portando a spasso per il bosco un mostro, che sta dentro di noi, ancora prima che fuori.

La sua proiezione, la sua realizzazione diventerà il nostro tesoro, la trasformazione di un timore che anziché agirci, rendendoci passivi, ci sosterrà nella crescita e nella fiducia in noi.

L’astuta volpe, la lungimirante civetta, lo strisciante serpente, sono fuggiti nelle loro tane, mentre tu, coraggioso topolino pur essendo piccolo e senza armi, hai proseguito il tuo cammino, trovando in te, la forza per affrontare il te stesso nascosto, diventato materia!

Anziché fuggire dalle tue ombre terrificanti, le hai affrontate con astuzia, lungimiranza e manipolazione, esattamente come coloro che volevano mangiarti.

Permettimi mia cara piccina, mia tenera topolina, di tenerti a mio fianco e camminare lungo il sentiero della vita, l’uno accanto all’altro, come compagne inscindibili.

Mi rendo conto sai, che dall’alto della razionalità e dell’adultità, spesso ho creduto di esserti di gran lunga superiore, di sapere io come va il mondo, di dover guidare la carretta. Di sapere io e solo io, come affrontare il bosco buio e frondoso.

Non volevo ascoltare la tua voce, le tue grida, le tue paure nascoste nel buio, i tuoi timori, tanto meno le tue idee, le tue soluzioni. Non ti vedevo e non ti volevo vedere. Ti ho lasciata per tanto tempo, marcire sulla banchina di un porto, facendoti pressione perché non ti facessi venire strane idee in testa. Lasciandoti credere che avresti dovuto essere bella, alta, forte e gialla come il sole!

Frenando ogni tuo entusiasmo, facendoti credere che non valessi molto, che il tuo destino fosse quello e niente più, ti ho convinto di non poter chiedere, né osare oltre. Ti ho repressa, esattamente come una principessa (M. Graad), un giorno ti chiuse dentro un baule per tanto tanto tempo, fino a dimenticarsi di te!

Ora e solo ora mi rendo conto, comprendo di aver fatto tutto questo perché avevo paura di te, sì di te, piccola topolina. Mi spaventavi, perché tu sei piena di vitalità, di gioia, di domande, curiosità e continui a saltare, a muoverti, a parlare, a guardare, a capire con quei tuoi occhietti rumorosamente silenziosi. Traboccante di emozioni di ogni tipo: la paura del buio, degli sconosciuti, del fuoco, dei lampi, del temporale, del papà, della maestra, di Gesù, del tuo compagno preferito, della zia, degli animali feroci, delle vespe e …………….. la gioia per un sorriso inatteso, per uno sguardo d’intesa, per una carezza rubata, per un tenero bacetto, per una nuova amicizia, per un giocattolo tanto desiderato, per una frase imprevista ……….. la rabbia per essere stati dimenticati, calpestati, umiliati, depredati, derubati, maltrattati, picchiati ingiustamente, inascoltati, pressati, travolti ……….. la tristezza di un mondo immenso e inaffrontabile, di uno sguardo triste, di un momento incomprensibile, di un’assenza intollerabile, di un rifiuto predatorio, di una lacrima pressante …….

Tu che continuavi a saltarmi addosso, a chiedere baci e abbracci, a piangere e poi ancora piangere, a piagnucolare, a ridere così rumorosamente, ad urlare, a lamentarti a sorridere e a fissarmi, chiedere e poi chiedere ancora, aspettandoti mille cose. Tu con un bisogno immenso, mai colmabile, con un amore infinito. Tu!

Tu eri scomoda, incalzante, invadente, fastidiosa, ingombrante, coccolona, esigente, amabile, stancante, impegnativa. Tutto questo, mi spaventava a morte, mi rallentava, mi rendeva meno accettabile, meno lesta, meno efficace, deludente sostanzialmente.

Tutto questo mi faceva sentire incapace, non sapevo proprio da che parte prenderti! Non avevo risorse, mi sentivo terra bruciata.

Oltretutto, io dovevo fare le cose serie, dovevo portare avanti i progetti, gli impegni, la realizzazione di noi due. Io dovevo fare la grande, la dura, l’adulta, non potevo pensare a tutte queste sciocchezze. Gli altri non me lo perdonavano, non me lo permettevano! Io, non me lo permettevo!

Dunque ….. Non c’era spazio per te!

Ci sono mille preoccupazioni, mille impegni e cose da fare, non si può pensare alle piccolezze. Del resto, te l’ho detto tante volte di mettere la testa a posto, di ascoltarmi, di ubbidirmi, di venirmi dietro, ma tu niente, niente di niente, facevi sempre come ti pareva!

E dunque, non c’era spazio per te!

Dall’alto della mia forza, è stato semplice chiuderti lì, in quel piccolo mondo, in quella tana, fatta da piccole pareti, sotto terra, dove nessuno poteva vederti né sentirti, dove pensavo tu fossi finalmente ammaestrata a dovere, ridimensionata, ammansuetita.

E che diamine, del resto sono adulta ormai e non posso certo disperdermi in certe piccole cose, in questi infantilismi, in sentimentalismi inutili e sciocchi!

Ma anche stavolta, quando mi sentivo ormai sicura, nei confini noti di una banchina affacciata sul mare, fiera, soddisfatta dei risultati in divenire … eccoti lì …..  quando meno me lo aspettavo, sei rispuntata fuori, come un turbine, mi hai travolto!

La tua paura mi ha confusa, disorientata, bloccata. Le mie gambe tremavano, mi sono passati mille pensieri, mille impossibilità, impedimenti di ogni genere e sorta, fantasmi orribili. Questa volta ero io a voler fuggire dentro una tana e non farmi più vedere e non pensare neanche di muovere un passo in più, oltre quello consentito.

Ma che succede?

La tua paura mi ha scombinato, mi ha raggirato facendomi fuggire in preda all’orrore di un Gruffalò spaventoso!

Che mostro terribile, aiuto aiuto! Non c’è via d’uscita! Voglio solo nascondermi, più in fretta  e più lontano possibile! Devo salvarmi.

C’è voluto un po’, ma alla fine ho capito: non è la tua paura che mi ha travolta, raggirata, scombinata, indebolita, ma è la mia paura, la mia e solo mia paura, che parla attraverso di te!

Tu piccola, sei solo il tramite, tu sei così coraggiosa e onesta che non ti nascondi e non puoi che mostrarti per ciò che sei, per ciò che ti succede, per ciò che si  muove dentro di te!

Il Gruffalò esiste, è diventato un mostro reale ed io me ne sono fatta spaventare, come se potesse ingoiarmi. Non c’è riparo da lui, non si può sconfiggere né combattere. Lui, è già dentro di me.

Pensavo che relegandolo con te, attribuendolo a te mia piccola bambina, sarebbe scomparso! Ma non è stato così. Era un’illusione! Che sciocchezza!

Che sorpresa e che angoscia! Io c’ho creduto, volevo crederci perché è ciò che temevo. Per quanto mi muova spavalda nel mondo, in realtà ho una gran paura che le belve mi divorino, paura di non essere realmente capace di percorrere il bosco buio e frondoso.

Se ascolto veramente nel fondo di me, se guardo tutto quanto con onestà, so che non c’è porto sicuro, non c’è traguardo raggiunto, non ci sono certezze. Anzi, sento di avere una maschera, di essere fasulla, di mostrare solo una parte di me, lasciando indietro la parte più importante. Sono grande solo in apparenza, forte solo per metà, sapiente a piccole dosi, alla fine tremo come una foglia, come te bambina e più di te, piccolo topolino.

Era proprio a questo, che serviva nasconderti! Eri tu la piccola, quella incapace, indifesa, emotiva, quella sbagliata, che non piace agli altri, che deve mettere la testa a posto, deve ascoltare e mille cose ancora. Tu dovevi cambiare, tu piegarti ai doveri, alle raccomandazioni altrui!

Ma no, non è così! Tu non sei sbagliata! Tu non devi nasconderti, tu non devi mai vergognarti di te!

Sono io ad aver sbagliato. Io a dover capire, io a doverti ritrovare in quel baule, a permetterti di fare il giro del mondo nel vasto mare, a fidarmi del tuo fiuto nell’attraversare il bosco, io devo lasciarti libera di ridere, scherzare, piangere, urlare, ballare, cantare.

Io ti chiedo scusa piccola.

Alla fine, io che dovevo proteggerti e amarti come parte di me, ti ho fatto tutto ciò che ti hanno fatto gli altri e anche di più, rifiutandoti e ferendoti a morte! Ho fatto di te, un fiore che si è allungato fino allo spasmo, fino a ripiegare verso terra, a ritornare esattamente da dove era venuto! Ho voluto vederti come l’immagine del quadro e non come ciò che esattamente sei.

Non so se potrai mai perdonarmi, non so se riuscirai a ritrovare la tua dimensione, non so se riusciremo mai a sostenerci a vicenda, ma adesso so che io non posso fare a meno di te. Senza di te sono sola e abbandonata, una nullità, un sacco vuoto. Una maschera, appunto!

Perché so di essere senza consistenza, se tu non ci sei. Sono solo un personaggio esterno, senza valore, se tu non lo fai vivere, mettendo il tuo brio, la tua dolcezza, le tue speranze, la tua fiducia, la tua paura!

Perdonami, adesso che ti ho ritrovata, non ti lascio più!

Saremo le più grandi amiche, due compagne di viaggio inseparabili. Noi due insieme! Per la vita, con la vita, con amore.

Adesso sono pronta ad andare per il bosco, mia cara topolina!

Repost 0
Psiche-Soma in libertà - in A spasso con la Paura
scrivi un commento