Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
28 gennaio 2013 1 28 /01 /gennaio /2013 12:56

 

L'avete sentita questa?

 

 

 

Maschera per controllare i sogni

 

Avete sempre desiderato di poter far prendere una piega diversa ai vostri sogni? Avere il pieno controllo delle vostre azioni mentre state facendo un bel sogno?

Ecco Remee, la maschera che vi consentirà di controllare i vostri sogni mentre dormite, come se foste lucidi. Questa straordinaria invenzione permette di gestire il propriolato inconscio mentre si dorme. L'idea nasce da due ingegneri americani con la passione per i sogni lucidi.

Ma cosa sono i sogni lucidi? Con questa espressione si intende quella fase in cui siamo consapevoli di star dormendo e sognando, ma siamo capaci di mantenere il controllo e lacoscienza, avendo quindi l'abilità di dirigere i nostri sogni. Si tratta di un'abilità che è possibile affinare nel tempo.

Remee è già in vendita e ne sono già stati ordinati oltre 7000 esemplari. E' possibile acquistarlo al costo di 95 Dollari nel sito ufficiale sleepwithremee.com.

 

Ricordo che i sogni lucidi sono uno strumento molto importante per l'acquisizione di consapevolezza, forza interiore, determinazione, fiducia, ecc. Ma .....

mi viene il dubbio che se

Se il risultato (ammesso che ci sia davvero e che non si presentino effetti collaterali) è indotto da una mascherina, forse se ne perdono tutti i benifici, forse si acquisisce solo l'illusione di essere più determinati e forti e forse le cose non stanno proprio così.

Ancora una volta il denaro con compra ciò che deve essere acquisito con l'impegno, la costanza ed il desiderio individuale.

Condividi post

Repost0
20 gennaio 2013 7 20 /01 /gennaio /2013 15:14

Condividi post

Repost0
19 gennaio 2013 6 19 /01 /gennaio /2013 15:39

Maristella irrisolta

 

43838009
 


Quanto Mariastella sia irrisolta, o la sua storia, o il suo passato o le informazioni che si hanno di lei siano irrisolte, lo si vede già dal fatto che non so se si chiamasse realmente Maristella o Mariastella.

Non saprei, tutti la chiamavano Maristella, ma qualcuno la chiamava insistentemente MariaStella. Chissà …

Io la chiamerò Maristella.

Maristella era una ragazzina di 11-13-14 anni, non so bene, sembrava grande anche se non lo era poi così tanto. Cercava gli altri, si aggregava a piccoli e meno piccoli.

Non so, emanava un senso di solitudine profondo, un bisogno degli altri, a tutti i costi.

Sopportava e tollerava tutto, tutte le angherie, i silenzi, le aggressioni, le mancanze, le svalutazioni. Povera Maristella!

 

Figlia unica, non so perché unica, di due genitori già anziani o così sembravano.

Una famiglia di origine siciliana, modesta e riservata.

Occupati di lavori poveri.

Genitori, piccoli, consunti e ricurvi, sicuramente poveri di invidia, di astio, di gelosie, ma poveri anche di sicurezza, di determinazione, di spirito di autoconservazione, di lungimiranza e protezione dal mondo.

Forse poveri di amore o forse no, non saprei.

Forse solo poveri di vedute, incapaci di andare oltre.

 

Di fatto Maristella sembrava figlia di nessuno, sempre sola, mai con i genitori, mai con un gioco, un oggetto o un abito che spiccasse, solo lei e la sua bicicletta. Per lo più si muoveva in bici, veloce ad arrivare, veloce ad andare.

Lei stava volentieri, ma quando le cose si mettevano male, quando lei non aveva risposte, se ne andava.

 

Era sempre attenta, pronta ad integrarsi, educata, rispettosa, silenziosa, pronta a scusarsi per qualunque disguido, a prostrarsi rammaricata, ma non sapeva imprecare contro il mondo, neanche di fronte ad azioni empie che la riguardassero.

A scuola non poteva certo essere una cima, la scuola non serviva, alle persone come lei poi, a cosa doveva servire?

Non so neanche se abbia finito la scuola dell’obbligo.

E certamente non aveva spazio per hobbies o interessi.

 

Un giorno si venne a sapere che aveva confidato alla parrucchiera del paese che talvolta i genitori la lasciavano da sola con un amico di famiglia e questi si approfittava di lei, non so fino a che punto …. So che lei si era confidata e la confidenza aveva passato i confini del rispetto e delle quattro mura, so anche che chi aveva ricevuto la confidenza aveva avuto pena di lei, ma non a sufficienza per fare qualcosa, qualunque cosa, eppure Maristella era sempre pronta e disponibile per fare un piacere, per aderire a richieste.

Maristella a modo suo, aveva chiesto aiuto, forse a l’unica persona che gli era parsa disponibile, non a caso una persona che apparteneva ad un’altra isola.

 

Nessuno che gli abbia regalato un po’ del suo tempo, che abbia fatto un passo in più, che l’abbia adottata. Era un pulcino bagnato che cercava riparo.

L’avrà trovato?

Era così irrisolta, inquieta, movimentata, disperatamente sola ….

 

Mi chiedo quale sia stato il suo destino. Che fine avrà fatto?

 

Uno dei migliori destini che vedo per lei: fare la moglie e la madre devota, assolutamente accondiscendente, dedita agli altri, dimentica di sé.

Come Maria, la vergine, Stella della vita familiare, stella dell’umanità intera, sacrifica al mondo.

Ma è veramente uno dei migliori    

 ……. Spero che il fato mi smentisca

……. Spero un giorno di sapere che il fato mi ha smentita.

Condividi post

Repost0
9 gennaio 2013 3 09 /01 /gennaio /2013 19:10

Nessuno mai potrà amarti come noi!


festival-mongolfiere-new-mexico gal autore 12 col landscape
 

 

Riflettevo su questa frase.

Nessuno mai potrà amarti come noi!”

 

Un’affermazione che molti genitori ripetono ai loro figli.

E’ capitato anche a voi?

Che effetto vi fa? Come vi suona?

L’effetto è quello di un sapore sinistro, una sorta di anatema. Vorrebbe suonare setoso, avvolgente, caldo e rassicurante, ma non lo è affatto, lascia un’incertezza, un dubbio che taglia le gambe. Una sorta di ricatto d’amore!

Per la verità, ciò che affermano questi genitori è vero, è la sacrosanta verità. Voglio dire che in effetti nessuna persona, coetanea o non, potrà mai amarti nel modo incondizionato in cui ti amano i genitori.

Per quanti errori possano fare i propri genitori, per quanto imbranati e di poca esperienza, però di fatto c’è da dire che la loro attenzione esclusiva, il pensare per, il pensare prima, il preoccuparsi, il dare senza misura né condizioni, è una prerogativa esclusiva del genitore, che nessun altro può e sa ripercorrere.

Questa condizione è la logica conseguenze delle cose, della qualità della relazione stessa, della sua natura e non può che essere così.

Quindi di fatto è vero ciò che affermano i genitori. Il problema nasce nel momento in cui l’affermano.

Questo tipo di relazione, unita ad altre componenti, infatti è la base per la fiducia e la sicurezza in sé, per acquisire la certezza di essere “amabili”. Nel momento in cui tale realtà viene affermata nella fatidica frase o simili, toglie tutta la sicurezza, che dovrebbe fornire questa condizione.

La parola, in questo caso toglie!

E toglie molto. Perché affermare questa condizione innesca una sorta di pagamento, una sorta di richiesta di fedeltà assoluta alla relazione originaria, una sorta di avvertimento circa la pericolosità del mondo, mettendo quindi in dubbio l’amabilità del figlio stesso.

Affermare “Nessuno mai potrà amarti come noi!”, in questi o altri termini, in modo diretto o indiretto, equivale a dire: “Guarda che l’amore che trovi qui con noi, non potrai mai trovarlo fuori, solo noi possiamo amarti (e qui ci sta un mondo di possibili cause), quindi se vai nel mondo non potrai mai essere amato, perderai l’amore, non potrai fidarti di nessuno, ecc.”

Potremmo disquisire per ore su quali possibili significati possa assumere “solo noi possiamo amarti”, ciascun bambino o ragazzo troverà la risposta che più suona con la sua condizione emotiva e relazionale, nonché copionale. Per es. un bambino che si senta sempre rimproverato perché troppo vivace, monello, agitato, ecc., penserà che non potrà essere amato perché si comporta male, perché non sa fare il bravo, ecc. Un altro, rimproverato di essere troppo indipendente, di fare di testa propria, ecc., penserà che non riuscirà ad essere amato perché nessuno, tranne i genitori possono accettare che lui abbia desideri diversi dagli altri. E mille e mille altre possibilità.

La conseguenza di questa frase, quale potrà mai essere?

Potrebbe essere quella di creare figli dipendenti anche in età adulta, figli che si sentono in colpa di andare nel mondo, di realizzarsi, perché questo suona come tradire i genitori, uniche persone che sanno amarli, potrebbe essere quella di dare vita a persone che non si sentiranno mai amate, incapaci di vedere l’amore degli altri, incapaci di cerare davvero una relazione sana e amorevole, ecc. Potrebbe dare frutto anche a persone sfiduciate nel mondo e negli altri, spaventate oltremisura dai pericoli e dalla glacialità della vita.

Insomma, diventa un atto che toglie peso e valore, pienezza alla stabilità dell’amore che è stato effettivamente dato.

Sembra strano … in fondo le parole danno tanto, permettono di scambiare, di chiarirsi, di nutrirsi, di arricchirsi, ma talvolta diventano armi, armi sottili e affilate, che lasciano una traccia indelebile, una ferita che dissangua lentamente senza che il ferito se ne renda conto. Mi fa venire in mente quelle ulcere sanguinolente, che non producono sintomi, la persona si indebolisce, si dissangua lentamente e non sa cosa gli sta capitando.

Così, insieme al sangue, perde pure l’aria, lentamente perde libertà di pensare, di desiderare, di prendersi spazi, decisioni autonomamente, di vivere! E non sa di farlo!

O si spera che un giorno o l’altro si accorga del proprio pallore, del dissanguamento, senta che c’è qualcosa che non va e si tuffi nel mondo e vada a vedere, se davvero davvero non c’è proprio nessuno che possa amarlo.

Sicuramente non c’è nessuno che può amarlo come i suoi genitori, ma c’è qualcuno che può amarlo in un modo diverso e c’è qualcuno da amare, in un modo diverso …..

Fare e basta, senza dare peso a ciò che si fa attraverso le parole, senza pretendere risposte, un controvalore, una fedeltà, un ringraziamento, nutre senza togliere.

Impariamo a vivere, facendo più silenzio dunque!

Condividi post

Repost0
8 gennaio 2013 2 08 /01 /gennaio /2013 09:45

Condividi post

Repost0
27 dicembre 2012 4 27 /12 /dicembre /2012 15:35

Ancora a proposito di farmaci e di sperimentazione, ho trovato quest'articolo assai interessante, chiaro ed esplicativo. Purtroppo anche drammatico ......

38152475

NEUROPSICOFARMACOLOGIA COME REPRESSIONE

Prospettive assistenziali, n. 17, gennaio-marzo 1972
 

DOCUMENTI

GIULIO A. MACCACARO

(1) Intervento presentato alla IV riunione della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (Bologna, 23-24 ottobre 1971).

Ripubblicato su: www.fondazionepromozionesociale.it 

Se a questo mio intervento seguirà una di­scussione, mi auguro che nessuno riterrà neces­sario ricordarmi che ci sono psicofarmaci ca­paci di dare beneficio a certi malati e malati che trovano sollievo nell’assunzione di certi psico­farmaci.

Il problema che intendo proporre è un altro: il passaggio dalla sperimentazione psicofarmaco­logica come caso particolare del più generale uso medico dell’uomo – già analizzato altrove come momento di violenza classista – all’uso dello psicofarmaco come modello generale di quella gestione repressiva della società capita­lista che nella medicina ha soltanto uno strumen­to particolare.

Non mi sfuggono né la gravità di questa enun­ciazione né il dovere di giustificarla, né la diffi­coltà di adempiere a tale dovere nel breve tempo a mia disposizione.

Per questo, consegno alla Presidenza fotoco­pia di un lavoro intitolato «Sperimentazione tera­peutica dellapropericiazina in bambini di 3-6 anni» a firma di G. Battista Cavazzuti, Filadelfo Amore e Maurizio Giacalone, pubblicato da pag. 288 a pag. 302 del volume 98 della rivista «Neu­ropsichiatria infantile» del 1969.

È possibile e mi auguro che gli autori siano presenti in quest’aula perché il lavoro è stato compiuto a Modena, come collaborazione dell’Ufficio Igiene e Sanità del Comune, diretto dal prof. F. Vivoli e della Clinica Pediatrica Univer­sitaria, diretta dal prof. Renato Pachioli.

Il mio intervento sarebbe già svolto se dessi lettura integrale di questo lavoro, scelto solo per ragioni di prossimità topografica tra molti altri analoghi. Dovrò invece riassumerlo e cor­redarlo con qualche altra notizia:

1) Il lavoro precisa che il farmaco sperimentato è il «Neuleptil», una specialità della ditta Farmitalia, che vieneringraziata in una nota a piè di pagina 295.

2) Da autorevoli fonti, non industriali, di lingua inglese, leggo testualmente che il «Neulep­til» «è usato per la cura della schizofrenia acuta e cronica e per la correzione delle tur­be comportamentali nelle malattie psichiatri­che gravi. È anche utile nella cura della an­sietà grave e degli stati di tensione».

3) Dalle stesse fonti leggo che gli «Effetti tos­sici» gli «Antidoti» e le «Controindicazio­ni»del Neuleptil sono gli stessi della Clor­promazina, con una segnalazione particolare di «ipotensione posturale e tachicardia» per i bambini.

4) Leggo infine che, nei bambini affetti dalle ma­lattie per le quali il Neuleptil è indicato, la dose iniziale non deve superare 0,5 mg al giorno per anno di età e cioè 1,5 mg per bimbo di 3 anni e 3 mg per un bimbo di 6 anni.

Date queste documentate premesse è natu­rale chiedersi in quale ospedale psichiatrico i colleghi di Modena abbiano trovato i loro piccoli pazienti, e da quali «gravi malattie psichiatri­che» gli sventurati fossero affetti.

La risposta la leggo testualmente nel lavoro a pag. 293: «Per le nostre esperienze abbiamo scelto i bambini frequentanti le Scuole Materne Comunali di Modena. Tale materiale ci ha assi­curato una soddisfacente omogeneità di speri­mentazione, trattandosi di soggetti osservati dal­lo stesso personale, negli stessi orari e nello stesso ambiente. Inoltre il rilievo dei comporta­menti dei bambini ha potuto essere effettuato da persone competenti, libere dalla suggestione fa­miliare».

Leggo ancora a pag. 294: «Su un totale di 629 bambini di età compresa tra 3 e 6 anni frequen­tanti 6 scuole materne, sono stati scelti per la sperimentazione 150 soggetti, segnalati per tur­be del comportamento nell’ambito della scuola».

A proposito di tale segnalazione merita di es­sere ricordato che in una noticina a piè di pa­gina 293 «gli autori ringraziano il corpo inse­gnante delle scuole materne comunali per la va­lida collaborazione».

Alla segnalazione-denuncia segue l’istruttoria, cioè usando le parole degli autori: «tutti i bam­bini sono stati sottoposti ad un periodo di osser­vazione preliminare di 6 giorni, durante il quale, giorno per giorno, sono state annotate l’inten­sità e la frequenza dei disturbi».

Alla fine i capi di accusa contro i 150 piccoli criminali di 3, 4 o 5 anni sono ormai formulati con la inappellabile severità del linguaggio me­dico-scientifico: «aggressività, crisi di collera, isolamento, mutacismo, anoressia nervosa, vo­miti funzionali, enuresi diurna o notturna, enco­presi, onicofagia, masturbazione, fobie, sonnam­bulismo, balbuzie».

Ma che città è Modena, dove 1 infante su 4 nelle scuole comunali ordinarie è in queste con­dizioni? La domanda ha tanto più senso se si ricorda che alla guida della ricerca partecipava il direttore dell’Ufficio igiene e sanità del Co­mune. Ma egli non poteva porsela perché aveva già stipulato con gli altri autori la clausola meto­dologica che si legge a pag. 294: «restare nel piano dell’osservazione obbiettiva, quindi feno­menologica, senza spingersi ad interpretazioninosografiche e motivazionali dei comporta­menti».

Il dibattimento è dunque inutile, la flagranza è indubbia, la sentenza definitiva: si tengano 50 bambini in osservazione come controllo e agli altri 100 si somministrino per 40 giorni da 4 a 6 mg al giorno di Neuleptil: cioè il doppio della dose massima indicata dai trattati internazionali.

I risultati appaiono subito eccellenti: i piccoli rei di aggressività e crisi di collera diventano «adattati, socievoli e tranquilli». Quelli colpe­voli di «isolamento e mutacismo» si omogeniz­zano con gli altri. Qualcuno che aveva il «vomito funzionale» non sporca più. Uno che si mastur­bava perde interesse alla faccenda. Con gli enu­retici e i balbuzienti lecose vanno meno bene ma non sarà questo ad impedire agli autori di affermare compiaciutamente a pag. 296 che ilNeuleptil ha operato nei bambini un vero «cam­biamento di carattere». Pertanto il «Commento conclusivo» da pag. 298 apag. 299 può essere prima illuminante quando dichiara che i compor­tamenti devianti sono «fenomeni reattivi di per­sonalità affettivamente immature», poi sugge­stivo quando afferma che il Neuleptil è un medi­camento capace di «aprire ai pazienti prospetti­ve di corrette relazioni interumane e ambientali» perché, tra l’altro «sembra rimuovere quelle ca­riche aggressive che condizionano la reattività abnorme», infine trionfale quando conclude l’elo­gio definendolo: «farmacoelettivamente socia­lizzante anche per il bambino di 3-6 anni frequen­tante la scuola materna».

Le insegnanti, già ringraziate, ringraziano com­puntamente. La Farmitalia, compuntamente o no, non è certamente da meno.

Ed il lavoro va alle stampe su una rivista scien­tifica il cui comitato direzionale e referenziale è probabilmente molto rappresentato in questa sala.

Ebbene, questo lavoro – che non è più censu­rabile di molti altri – è una piccola summa di tante cose.

La manifesta incapacità di intendere del sog­getto della sperimentazione, il diaframma alzato tra i bambini-cavia e la loro famiglia, l’uso disin­volto di dosi elevate, l’esposizione a pericoli di vario genere: sono i connotati di un volto che abbiamo già conosciuto e descritto come quello di una sperimentazione che è violenza sull’uomo, compiuta nell’indifferenza morale camuffata da neutralità scientifica. Riconoscerli sulla base di questo e di molti altri lavori che aggravano il mio archivio significa constatare che la speri­mentazione neuropsichiatrica in generale e quel­laneuropsicofarmacologica in particolare non si distinguono eticamente dalle altre concepite e compiute in diversi settori della medicina clinica. Questa era la prima parte della tesi che ho inizialmente proposta.

Vorrei dedicare i minuti che mi restano allo sviluppo della seconda. Posso farlo riferendomi ancora al già citato lavoro.

Sulla scena che vi ho presentata, leggendone fedelmente il copione, sono apparsi i quattro personaggi di primo piano in ogni storia di que­sto genere: l’industria, l’istituzione, la scienza e l’autorità. La parte dell’industria farmaceutica è abbastanza risaputa; cito da SCIENCE: «al fine di espandere il mercato potenziale per i suoi pro­dotti, essa cerca di ridefinire e riclassificare, come problemi medici che richiedono l’uso di farmaci, un ampio spettro di comportamenti uma­ni naturali che sono parte dei cimenti e delle prove della nostra esistenza…» (LEONARD, EP­STEIN, BERNSTEIN e RANSON, 1970).

Che cos’è infatti l’aggressività di un bambino? Risponderò con SHIELDS (1971): «il tentativo di costringere l’ambiente ad occuparsi, anche reat­tivamente, di lui, a mitigare la sua delusione affettiva».

È la domanda di un bene smarrito, non di 10 gocce di Diazepam. Cosa significa la collera di un fanciullo? Risponderò con WINNICOTT (1958): «un segno favorevole nella misura in cui è in­terpretato ed usato come superstite possibilità di recuperare un rapporto perduto», non una pa­stiglia di clordiazepoxide.

Cosa significa il primo furto di un ragazzo? Risponderò con ZILBOORG (1954): «chi di noi non è cresciuto un ladro è stato un bambino for­tunato. Fortunato perché nel giorno del suo pri­mo piccolo crimine egli è stato amato ed ha po­tuto restituire il suo amore» non perché gli sono stati somministrati 6 mg di propericiazina.

Ma non tutti i bambini sono fortunati e quelli poveri lo sono meno degli altri.

Per essi aggressività, collera, furto sono non soltanto l’espressione di una delusione affettiva ma di una deprivazione obbiettiva, dicono non solo l’insufficienza di un rapporto familiare ma anche quella di un possesso di cose con le quali

e sulle quali gli altri bambini crescono e diven­gono. Chi erano socialmente quei 150 fanciulli «segnalati» dalle insegnanti, quali discriminanti di classe avevano contribuito a separarli dagli altri per farne degli «imputati di devianza»?

Non c’è traccia di risposta a questa domanda, anzi ce n’è il rifiuto. Non sarà certo l’industria farmaceutica ariproporla. Il suo pensiero in pro­posito ci è noto perché – quali ne siano le buo­ne intenzioni coltivate nei laboratori e dichiarate nei congressi – il suo messaggio, diffuso tra i medici e insinuato nella popolazione, è sotto gli occhi di tutti: dice che il LIBRIUM può tacitare l’ansia prodotta negli operai da un lavoro peri­coloso e da un cottimo assillante; suggerisce l’ATARAX per domare l’inquietudine dei giovani e alla depressione degli sconfitti propone il con­forto del TOFRANIL.

Così facendo e così assumendo per sé quell’onere e quell’onore della ricerca cui accennava con tanta considerazione il collega Buscaino, es­sa non serve soltanto il capitale farmaceutico, ma si rende benemerita del capitale quale siste­ma: per farlo come si deve ha bisogno però, a sua volta, di essere servita dalla scienza medica e dall’autorità sanitaria.

Ed ecco allora comparire l’una e l’altra sulla scena della nostra favola nera. Ecco il pediatra universitario che sceglie i suoi soggetti speri­mentali secondo criteri e giudizi dei quali si ri­tiene il solo autorizzato titolare, secondo scelte e discriminazioni per le quali non ha ritenuto necessario il consenso, secondo propositi e ri­sultati dei quali incredibilmente si compiace. Chi gli ha dato il diritto di «cambiare il carattere» di un bambino? Chi gli ha permesso di compiere questa così violenta operazione «libero da sug­gestioni familiari»? per conto di chi ha chiuso gli occhi su tutto ciò che in quel carattere di quel bimbo poteva essere ietto intorno alla si­tuazione di quella famiglia?

E in nome di quale autorità il Medico Capo del Comune, che qui doveva tener luogo di quel «Comitato» cui non credo anche se credo che il collega Terrori ci creda, ha legalizzato questa «strage delle devianze innocenti» aprendo al nuovo Erode in pillole le porte di quelle Scuole Materne cui le madri consegnano ogni mattina i loro bimbi con ben altre intenzioni, con ben altre speranze? Facile operazione del resto in una istituzione – il quarto personaggio! – che segnala il 25% dei suoi membri come portatori di «turbe del comportamento» avviandone per­ciò stesso più d’uno alla carriera di stigmatizzato ed escluso, come alternativa a quella di concul­cato e represso.

A questo punto l’esperimento può diventare «routine» e infatti, a distanza di 20 mesi e di venticinque chilometri, si scopre che nell’asilo-­nido dell’ONMI di Reggio Emilia il VALIUM 2 vie­ne somministrato sistematicamente a lattanti perfettamente sani al solo scopo di evitare che piangano e disturbino.

La repressione neuropsicofarmacologica può cominciare dalla culla, è già cominciata. Ma per l’istituzione, l’autorità, la scienza medica e l’in­dustria essa ha altro nome: si chiama socializ­zazione. È questa incauta parola, usata dai nostri colleghi, che rivela l’identità del mandante: il sistema capitalista che sta facendo qui come altrove le sue grandi manovre per trasferire nell’area medica e risolvere nel piano farmacologico la conflittualità sociale e particolarmente giova­nile.

È questo sistema, che dettando alla società i suoi modi di produzione, subordinando alle esi­genze del suo profitto quelli della convivenza, piegando al suo bisogno di conformismo l’origi­nalità dell’individuo, sacrificando alla divisione del lavoro l’unità del singolo e della famiglia, ef­fettivamente lacera il tessuto, sfregia il volto della società.

È lui che produce la malattia come conflitto, ed è quindi ancora lui che gestisce la medicina come repressione, perché la ribellione sia espul­sa come malattia e la malattia sia soffocata co­me ribellione.

È questa medicina che dopo aver aiutato l’indi­viduo a interiorizzare tutte le contraddizioni del sistema fino a soffrirne come di proprie, fino a smarrire ogni equilibrio e benessere, gli vieta persino l’espressione della sua sofferenza che sarebbe denuncia delle sue cause: all’appello dei sintomi risponde o negandoli, con il trasferimen­to del malato nel ruolo del disadattato, o silen­ziandoli con il bavaglio della sedazione farmaco­logica.

Così anche i rapporti più naturali si deforma no, come ha detto bene anche il collega Giberti: chi doveva essere difeso è definito offensore, chi doveva difendere è abilitato all’offesa. Con l’uso sociale dello psicofarmaco è il medico chesi di­fende dal malato, l’insegnante dall’allievo, il pa­dre dal figlio.

Più atrocemente ancora è il fanciullo che viene indotto a difendersi da se stesso, da ciò che in lui è più naturale, vivo ed urgente. Quel fanciullo diverrà ragazzo, giovane e uomo: e avrà impa­rato che c’è un altro modo di porsi in rapporto con la realtà. Non già come impegno di lotta soli­dale, ma come fuga solitaria: nel farmaco o nella droga, che differenza fa? Eppure fa differenza perché se il primo lo avrà ridotto alla conformità necessaria, cioè alla autorepressionespontanea, egli sarà tollerato da chi invece non gli conce­derà alcuna pietà se nella seconda avrà cercato un’illusione di rivolta.

È comunque e sempre una rivolta contro il terrore di non essere, una domanda di aiuto per ­esistere ciò che grida nel pianto di un bimbo, nel gesto aggressivo di un fanciullo, nel tremore di un ansioso, nel lamento di un depresso. nellaimprecazione di un folle.

Quando avremo soffocato questo grido, quando la protesta sarà afona, la sofferenza muta, la collera spenta, quando finalmente crederemo di poterci ascoltare l’un l’altro, non resterà più nulla da dirci: soltanto un vuoto silenzio nel qua­le risuoni la voce del potere.

Ho finito. Anch’io sono stato aggressivo, col­lerico, urtante ma non mi giustifica l’inconsape­volezza del bimbo.Eppure, come la sua anche la mia accusa è una domanda, la mia protesta è una speranza. Formulate dall’interno di unsiste­ma nel quale io stesso vivo il mio impegno, ma anche la mia contraddizione.

Per questo non ho caro quello che ho detto, ma l’ho detto per chi mi è caro: un altro medico come me, un altro ricercatore come me, un altro insegnante come me che dia a me la certezza che ho cercato di suscitare in lui. Che in ogni punto del sistema – in ogni sede, in ogni lavo­ro, in ogni funzione – c’è un posto di lotta se vogliamo combatterla insieme, insieme con i compagni della unica lotta che conti.

Condividi post

Repost0
24 dicembre 2012 1 24 /12 /dicembre /2012 23:57

imagesCAMFLNX8

 

 

PRIMA LEZIONE.

 


Dopo qualche mese alla facoltà di medicina, il professore ci diede un
questionario. Essendo un buon alunno risposi prontamente a tutte le
domande fino a quando arrivai all'ultima che era: "Qual è il nome di
battesimo della donna delle pulizie della scuola?"

 


Sinceramente mi pareva proprio uno scherzo! Avevo visto quella donna molte volte, era alta, capelli scuri, avrà avuto i suoi cinquant'anni, ma come
avrei potuto sapere il suo nome di battesimo?

 


Consegnai il mio test lasciando questa risposta in bianco e, poco prima
che finisse la lezione, un alunno domandò se l'ultima domanda del test
avrebbe contato ai fini del voto. "E' chiaro!", rispose il professore.

 

"Nella vostra carriera voi incontrerete molte persone. Hanno tutte il loro
grado d'importanza. Esse meritano la vostra attenzione, anche con un
semplice sorriso o un semplice ciao".

Non dimenticai mai questa lezione ed imparai che il nome di battesimo
della nostra donna delle pulizie era Mariana.


SECONDA LEZIONE.


In una notte di pioggia c'era una signora di colore, al lato della strada,
il temporale era tremendo. La sua auto era in panne ed aveva
disperatamente bisogno di aiuto. Completamente inzuppata cominciò a fare
segnali alle auto che passavano.

 


 Un giovane bianco, come se non conoscesse i conflitti razziali che
laceravano gli Stati Uniti negli anni '60, si fermò per aiutarla. Il 
ragazzo la portò in un luogo protetto, le procurò un meccanico e chiamò un
taxi per lei.

La donna sembrava avere davvero molta fretta, ma riuscì ad
annotarsi l'indirizzo del suo soccorritore e a ringraziarlo.

 

Passati sette
giorni, bussarono alla porta del ragazzo. Con sua grande sorpresa era un
corriere che gli consegnò un enorme pacco contenente una grande TV a
colori, accompagnata da un biglietto che diceva:"Molte grazie per avermi
aiutata in quella strada, quella notte. La pioggia aveva inzuppato i miei
vestiti come il mio spirito e in quel momento è apparso Lei.

Grazie a Lei
sono riuscita ad arrivare al capezzale di mio marito moribondo poco prima
che se ne andasse.

Dio la benedica per avermi aiutato.

 

 Sinceramente, Mrs. King Cole"

 


 

TERZA LEZIONE.

 


Qualche tempo fa quando un gelato costava molto meno di oggi, un bambino di dieci anni entrò in un bar e si sedette al tavolino.

Una cameriera gli portò un bicchiere d'acqua.

"Quanto costa un sundae?" chiese il bambino.
"Cinquanta centesimi" rispose la cameriera. Il bambino prese delle monete
dalla tasca e cominciò a contarle. "Bene, quanto costa un gelato
semplice?".

In quel momento c'erano altre persone che aspettavano e la ragazza
cominciava un po' a perdere la pazienza. "35 centesimi!" gli rispose la
ragazza in maniera brusca. Il bambino contò le monete ancora una volta e
disse: "Allora mi porti un gelato semplice!".

La cameriera gli portò il gelato e il conto. Il bambino finì il suo
 gelato, pagò il conto alla cassa e uscì. Quando la cameriera tornò al
tavolo per pulirlo cominciò a piangere perché lì, ad un angolo del piatto,
c'erano 15 centesimi di mancia per lei.

Il bambino non chiese il Sundae per riservare la mancia alla cameriera.

 

 

 
QUARTA LEZIONE.

In tempi antichi un re fece collocare una pietra enorme in mezzo ad una
 strada. Quindi, nascondendosi, rimase ad osservare per vedere se qualcuno si prendeva la briga di togliere la grande roccia in mezzo alla strada.

Alcuni mercanti ed altri sudditi molto ricchi passarono da lì e si
limitarono a girare attorno alla pietra.

Alcuni persino protestarono contro il re dicendo che non manteneva le
strade pulite, ma nessuno di loro provò a muovere la pietra da lì.

Ad uncerto punto passò un campagnolo con un grande carico di verdure sulle
spalle; avvicinandosi all'immensa roccia poggiò il carico al lato della
strada tentando di rimuovere la roccia. Dopo molta fatica e sudore riuscì
finalmente a muovere la pietra spostandola al bordo della strada.

Tornò indietro a prendere il suo carico e notò che c'era una piccola borsa
nel luogo in cui prima stava la pietra. La borsa conteneva molte monete
d'oro e una lettera scritta dal re che diceva che quell'oro era per la
persona che avesse e rimosso la pietra dalla strada.

Il campagnolo imparò quello che molti di noi neanche comprendono:
"Tutti gli ostacoli sono un'opportunità per migliorare la nostra condizione".



"Lavora come se non avessi bisogno dei soldi. Ama come se nessuno ti abbia mai fatto soffrire. Balla come se nessuno ti stesse guardando. Canta come se nessuno ti stesse sentendo. Vivi come se il Paradiso fosse sulla
 Terra".


(fonte sconosciuta)

Condividi post

Repost0
18 dicembre 2012 2 18 /12 /dicembre /2012 14:54

L'uomo che non c'era

Joel e Ethan Coen

 

body-worlds-tel-aviv_gal_autore_12_col_landscape_sh-1-.jpg


parole chiave: responsabilità, delitto, copione, tradimento, sogni,illusioni,relazione

Film in bianco e nero dei fratelli Coen (Joel e Ethan), raffinati come non mai nell'esibizione esasperata di una realtà emotiva e relazionale, assai comune ai giorni d'oggi.

Siamo in America alla fine degli anni '50 ed è lo stesso protagonista Ed Crane, a raccontarci la sua vicenda.
Crane è un barbiere di paese, annoiato e ritirato dalla vita da sempre, ormai passivo di fronte a tutto: non c'è appunto!
Accetta tutto, compreso il tradimento della moglie, protrattosi da tempo lontano ormai.

Proietta un pò di speranze, sognando sul futuro
di una ragazzina figlia di amici.

Speranze illusorie e staccate dalla
realtà.
In un momento di ribellione, compie un atto sconsiderato, che non lo porta certo ad esserci, al contrario gli si ritorcerà sull'intera esistenza, è la resa dei conti: verrà accusato per un delitto non
commesso e passerà impunito rispetto al delitto realmente commesso.

L'eleganza scenica e concettuale di questo film, ne fa una pellicola da non perdere assolutamente.
Il messaggio fondamentale, espresso con originalità e sottigliezza,
ci ricorda di "stare qui" e affrontare la propria vita, fatta anche di insoddisfazioni e arrabbiature, preoccupazioni e fallimenti, di non volare via come il
protagonista, che non era lì, non c'era momento per momento della sua
vita nella sua vita, con la rabbia che avrebbe dovuto provare che lo avrebbe reso
vivo, così come non era lì al momento del delitto non commesso(il titolo originale infatti è The Man who wasn't there), ma di cui alla fine, ha
subito la terribile punizione, anche questa volta passivamente.

Ha accettato proprio tutto!

La paura alla fine, ti rovescia la vita, senza riuscire mai ad  afferrarla nella sua essenza.

Condividi post

Repost0
12 dicembre 2012 3 12 /12 /dicembre /2012 12:15

Automobilista Disperato O Folle?

Automobilista alle prese con sé!

 

 

 

 

Un invito a riflettere sulla guida in auto: occhio ragazzi!

Può sembrare banale, che c’è di difficile?

Basta seguire le vecchie istruzioni dei nostri insegnanti di scuola guida.

 

-      Muoversi all’interno della carreggiata, secondo il giusto senso di marcia

-      Seguire le strisce, di direzione, di prescrizione, di divieto, ecc.

-      Seguire i cartelli stradali, verticali, a terra, in alto (li ricordate no? Gli stop, dare la precedenza, scuole nelle vicinanze, manto sdrucciolevole, ecc.)

-      Mantenere la corretta velocità, in base al tipo di strada di percorrenza

-      Segnalare sempre gli spostamenti di carreggiata

-      Controllare gli specchietti retrovisori per spostamenti, sorpassi, per l’apertura dello sportello, segnalazioni acustiche, ecc.

 

Non sembra difficile, no?

In realtà lo è! Non è mica così semplice viaggiare in auto oggi.

 

Voi procedete per la vostra corsia, secondo una tabella di marcia, rispettando tutti i codici stradali possibili e immaginabili, ma ….. ma ad un certo punto potreste trovarvi a subire un sorpasso a destra, magari uno a destra e uno a sinistra e non sapere più dove guardare.

Se osate andare piano o secondo una velocità prescritta, scatteranno sicuramente gli esigenti, quelli che hanno fretta, che hanno mille impegni e suoneranno, vi taglieranno la strada, imprecheranno i peggiori aggettivi del mondo, chi chiameranno di tutti i nomi…..

 

Lo stesso vale agli incroci, non perdete alcuna occasione, perché sarete finiti. Meglio tirare su con un po’ di coca, che attiva l’attenzione, perché non si può aspettare, bisogna essere scaltri e veloci, via, scattare a più non posso!

 

Succede di tutti colori, magari pedoni che attraversano fuori dalle strisce, con andamento lento e diagonale, che sembra non finiscano mai! Magari neanche guardano, troppo impegnati a pensare ad altro o a parlare al cellulare.

Può capitare poi, che chi vi sta dietro vi incalzi con clacson, sfanalate, accidenti vari, dovete farlo passare a tutti i costi e subito, subito, immediatamente!

 

Può capitare che mentre voi parlate e gesticolate in auto con chi vi accompagna, magari i vostri figli, il fatidico automobilista che vi vuol sorpassare a tutti i costi perché ha molta fretta, la viva come un fatto personale e interpreti i vostri gesti rivolti a lui. Non mancherà allora di farvene a sua volta e magari di sbraitare dal finestrino, quando finalmente riuscirà a sorpassare! Sperate anche, di non fermarvi al semaforo, se è veramente spietato scenderà anche dall’auto per chiedervi cosa volevate dire! I pericoli, si nascondono ad ogni angolo.

Non dimentichiamoci poi, le auto parcheggiate ovunque, dove non c’è posto, subito dopo una curva, nei pressi di un incrocio o in mezzo alla strada.

 

Perché?

Bhe, per chiedere un’informazione, per scambiare un saluto con un amico fermo nella corsia opposta, per far scendere o salire un passeggero, per non dover camminare troppo, insomma per fare i propri comodi!

Non pensate poi, di passare tranquilli il tempo della fila, sicuramente vi salterà a dosso chiunque possa chiedere soldi, per lavare vetri, per chiedere l’elemosina, per derubarvi, ecc.

Poi …. forse la cosa peggiore è che l’auto non scatena solo gli altri automobilisti, ma anche noi stessi. Noi, che pensiamo di esser le persone più equilibrate di questo mondo, che siamo sempre pazienti, gentili, carini, alla fine chiusi in quella scatoletta, quando meno ce l’aspettiamo ….

 

Daremo il via al mostro che c’è in noi.

 

Uscirà fuori la nostra Ombra, il lato peggiore del lato peggiore. I nostri modi passeranno dall’aggressività, alla marcata violenza, ad un linguaggio scurrile, insensato, ad atteggiamenti incontrollati, folli e …. Chissà cos’altro!

Non l’avremmo mai detto, ma accade …. E possiamo anche nasconderlo, far finta che non accade, tanto siamo soli con noi stessi.

Anche questo …. Ci dice come noi stiamo con noi stessi e con gli altri. Alla fine l’auto, diventa una sorta di macchina della verità, la cartina tornasole!

 

Gli altri che conosciamo non ci vedono, ma NOI SI’!

(Tratto dall'Ebook Come sto con me come sto con gli altri)

Condividi post

Repost0
8 dicembre 2012 6 08 /12 /dicembre /2012 14:49

Riflettendo su .... L’assenza della Madre

Madre Buona/Madre Cattiva

 

                                                            Dott.sa Sabrina Costantini

 

imagesCAQVBVL2.jpg 

 

Vorrei riflettere con voi, su un elemento presente in molte fiabe: l’assenza della Madre.

Nelle storie che parlano di bambini o adolescenti, l’assenza assoluta della Madre o l’assenza della Madre Buona, è un elemento costante e rappresentativo.

L’assenza assoluta (nel senso che non c’è e non se ne parla) ad esempio la riscontriamo in La bella e la bestia, Il principe ranocchio o Errico di ferro, Storia di uno che se ne andò in cerca della paura, Re bazza di tordo, Il forno, Lo spirito nella bottiglia, Barbablù (storia e non fiaba), ecc.

L’assenza della Madre Buona invece la verifichiamo in Cenerentola, Fratellino e Sorellina, Hänsel e Gretel, Biancaneve, La guardiana delle oche, ecc.

Quest’elemento narrativo costituisce un elemento evolutivo fondamentale, un punto di partenza per un percorso di crescita.

La madre infatti, rappresenta la prima figura fondamentale, colei che ha fornito la vita, il nutrimento, la protezione, il calore, il rapporto esclusivo. Rappresenta anche la prima fonte di identificazione.

Mentre per il maschietto, ad un certo punto passare al legame col padre, diventa una necessità nella formazione dell’identità, per la femmina non è così e le cose si complicano. L’identità sessuata infatti, per il maschio arriva dal padre, per cui il bimbo si rivolgerà naturalmente al padre, modificando il rapporto simbiotico con la madre in una direzione di maggiore autonomia, senza che questo urti emotivamente la madre. La madre non si sentirà rifiutata da tale allontamento, ma lo vivrà come necessario e naturale.

Per la bambina, le cose sono più complesse, apparentemente infatti, non ha nessun motivo per ridurre la forza del legame al femminile. L’identità sessuata proviene ancora dalla madre e qualora se ne allontanasse, rappresenterebbe agli occhi della madre, come un rifiuto.

In verità, è indispensabile che anche la bimba ad un certo punto allenti il legame simbiotico, per trovare la propria identità, fatta di una sua peculiare individualità. Ma, questo processo non è affatto semplice e lineare, perché la madre potrebbe sentirsi deprivata di un ruolo e potrebbe vivere questo processo, come un rifiuto, competizione, perdita, invecchiamento, ecc.

Parimenti, per la bimba è difficile lasciare il legame conosciuto e rassicurante con la madre, per avventurarsi da sola nel mondo, correndo il rischio di perdere l’approvazione, l’appoggio e l’amore sicuro della genitrice.

Bhe, queste fiabe ci suggeriscono un processo necessario e sano. Se non ci si stacca dalla madre, almeno dalla madre buona e non si impara a superare le insidie della madre cattiva, allora non si troverà mai la propria fortuna, la vera strada che ci appartiene.

La madre buona e la madre cattiva (di solito rappresentata dalla matrigna o dalla strega), non rappresentano solo due possibili madri, o meglio due lati della stessa madre, ma anche due aspetti di sé.

La fiaba le separa, ce le presenta come elementi diversi, perché se vissuti su due persone diverse, sono maggiormente accettabili, ma lo scopo finale è di mettere insieme la parte buona e quella cattiva, quella accettabile e quella inaccettabile, sia della madre che di sè.

Dal momento che per il bambino è difficile lasciar andare la buona madre, percorrere una strada diversa, andare verso ciò che è sconosciuto e pauroso, attraverso la morte della madre, o la sua totale assenza, le fiabe introducono le fasi obbligate della crisi, della confusione, della scelta e dell’evoluzione.

Per esempio se guardiamo la famosa fiaba Hänsel e Gretel, vediamo che la cosa è ancora più sottile, in verità la fiaba non si dice che la madre è morta, ma soltanto che un taglialegna viveva con la moglie ed i figli. La donna viene definita matrigna, solo dopo quando propone al marito di abbandonare i bambini nel bosco, sentenziando invisibilmente che è una cattiva madre (matrigna) quando antepone il proprio bene a quello dei bambini. Di fatto però non si parla della morte della madre e della sua sostituzione, come avviene in altre fiabe e questo avvalla l’idea che non si parli di matrigna in termini emotivi, cioè di “cattiva madre” e non di madre “non biologica”.

L’assenza della buona madre, o di aspetti di accudimento (non a caso la madre vuole abbandonarli perché non c’è abbastanza nutrimento per tutti), impone ai due bambini di darsi da fare, di utilizzare le proprie risorse.

Il fatto che Hänsel utilizzi le proprie strategie per tornare a casa, ci mostra la resistenza al cambiamento e l’attaccamento all’oralità, alla dipendenza. Infatti, i genitori, per liberarsi di loro e quindi di due bocche da sfamare, devono portare i bimbi ancora più lontano. Questo imporrà loro di prendere contatto con la propria oralità avida, che li condurrà direttamente nella tana della strega, rischiando di essere divorati. Per sopravvivere, dovranno andare oltre l’oralià, in direzione della separazione- integrazione fra maschile e femminile.

Infatti, per sconfiggere le parti distruttive dell’oralità (strega divorante-madre che risucchia l’identità), è necessario che i bimbi si separino (nel salire sull’oca che li traghetterà da un lato all’altro del fiume) e che uniscano le loro forze diversificate, per tornare a casa.

Se guardiamo bene infatti, il rischio di Hänsel risiede nella possibilità di essere inglobato, quello di Gretel consiste nel rischio di essere serva di una donna, che le comanda fin nelle minime azioni quotidiane.

Non a caso, i bimbi dopo aver sconfitto la strega ed essere passati dal fiume (che all’andata non hanno trovato), torneranno a casa con le tasche piene di ori e preziosi! Sono più ricchi di prima e la matrigna è morta! E al rientro è il maschile ad accoglierli.

Parimenti, Cenerentola inizia il suo percorso da orfana di madre buona, questa condizione le imporrà di confrontarsi con le richieste esigenti di una madre cattiva e con la rivalità di sorelle invidiose ed egoiste. Il confronto quindi, è con varie parti di sé, con un legame simbiotico, ma anche con la competizione al femminile, con la rivalità e l’invidia che ogni donna sperimenta nel proprio processo di crescita.

Grazie al recupero di una magia, della fata, della madre buona internalizzata, troverà la condizione di base per andare verso il proprio destino, la sperimentazione della propria identità di donna, alla ricerca del proprio compagno di vita. E’ attraverso questa forza interna, che contravviene al divieto di mostrarsi al ballo, “occasione mondata di una giovane donna in cerca del principe”.

Questa fiaba ci suggerisce la via per la crescita, costellata dalla giusta misura di intraprendenza, individualità e bontà d’intenti. Infatti, finchè Cenerentola tollera le angherie della matrigna e delle sorellastre, subendo ogni cosa, sarà al massimo della dipendenza, quando invece decide di desiderare una sua partecipazione al ballo, nel mondo, le cose cambieranno, combatterà ad armi pari. Il primo passo è desiderare e per farlo è indispensabile individuarsi, separarsi e contravvenire ai dettami imprigionanti.

Vassilissa, una fiaba russa assai interessante, ci suggerisce in modo assai chiaro quale deve essere la figura di un buon femminile, sia come figlia che sceglie la propria strada, che come madre che le permette di farla.

La storia inizia con la morte della madre (buona), che in punto di morte regala alla figlia una bambolina, vestita come lei, che la guiderà ogni volta che si presenterà una difficoltà. Vassilissa deve fidarsi di lei, interrogarla, ma non deve mai dimenticare di nutrirla. La bambola rappresenta una parte della ragazza, ovvero l’istinto, che sa cosa è bene per lei.

Presto Vassilissa sarà alle prese con una matrigna e due sorellastre, tre “roditori” (come a ricordare la rabbia che rode e macera), che per la loro invidia spingono la ragazza sempre accondiscendente-dipendente oltre il bosco, dalla Baba Jaga, una strega temutissima, per farsi dare il fuoco ormai spento nella loro dimora.

La Baba Jaga, rappresenta la madre ideale per la crescita di una figlia, decisa, forte, consapevole, saggia, ma anche selvaggia, esigente e un’ottima tutor di crescita. Infatti, la strega accetta di donarle il fuoco perché la ragazza lo chiede in modo esplicito e chiaro. E lo avrà ma solo dopo aver portato avanti una serie di compiti, di passaggi reali e simbolici, che rappresentano quanto è necessario per crescere, trovare la propria strada e acquisire le proprie responsabilità, quale saper alimentare l’irrazionale, discernere e separare ciò che è buono da ciò che non lo è, imparare a portare a termine un obiettivo, riplasmare l’ombra.

Al suo ritorno dalla casa della strega, Vassilissa troverà la matrigna e le sorellastre morte dal freddo. Il finale sembra indicare la strada maestra: se perseguiamo i nostri scopi, la parte rabbiosa, invidiosa, aggressiva, viene meno, a favore della costruzione creativa di sé. Questa nuova identità sarà diversa da ciò che la buona madre è stata, essa infatti muore per lasciarle spazi, in un percorso tutto suo. La ragazza da sola, deve scegliere: o continua nella dipendenza e accondiscendenza, accettando tutto come Cenerentola, oppure sceglie di cercare la strada della conoscenza, del fuoco e della luce.

Cappuccetto Rosso è un altro esempio interessante. In questo caso, la madre è presente, anzi vi sono due generazioni di madri, ma il messaggio è lo stesso.

E’ vero che la bimba incorre nel lupaccio cattivo proprio perché non segue i dettami materni, ma è anche vero che da una parte la madre la manda nel mondo a svolgere un compito che spetta a lei e non alla bimba, che usa come tramite con la propria madre, dall’altra quello che molti non sanno è che Cappuccetto Rosso, impara la lezione proprio dal suo errore.

Esiste un proseguio della storia che pochi conoscono, dove il Lupo si fa nuovamente vivo nella casa della nonna, ma questa volta, Cappuccetto Rosso non si fa ingannare e non apre al lupo, ma con la nonna gli prepara una trappola ed il lupo finisce nel paiolo bollente.

In considerazione di ciò, potremmo pensare che in verità la mamma di Cappuccetto Rosso, proietta sulla figlia la propria bambina ed un compito che non ha portato avanti fino in fondo, quello di imparare la strada sulla propria pelle e la bimba le mostra che funziona, ciò accade e si salva la pelle attraverso l’aiuto del maschile, che elimina la belva divorante e astuta la prima volta, attraverso l’apprendimento la seconda volta.

O semplicemente la mamma, pur consigliandole di non passare per il bosco, in verità la lascia crescere facendole fare il percorso, che lei per prima ha compiuto a suo tempo. Ma se fosse così, forse la nonna sarebbe stata più astuta e non si sarebbe fatta ingannare dal lupo.

A questo punto mi chiedo chi sia questa belva. La madre forse (o una parte di lei)?

Ancora vorrei parlarvi di altri due esempi. Prendiamo il Principe Ranocchio o Errico di Ferro, in questa fiaba la principessa, la terza, la più giovane e bella di tre figlie, deve confrontarsi col proprio desiderio e con l’impegno della propria parola, con la responsabilità di ciò che promette.

La ragazza infatti, pur di recuperare la palla d’oro persa nell’acqua, promette al ranocchio di diventare suo amico e di dividere tutto con lui. Ma ottenuta la palla, scappa senza ottemperare alla promessa. Quando il ranocchio si presenta al castello, sarà il padre a spingere la ragazza a mantenere ciò che ha promesso.

In questo caso non si fa menzione della madre, che viene inclusa in modo generico, ma non ha potere nella questione, è il maschile, il padre portatore della regola e della “forma” della condotta, che l’aiuterà a trovare la strada della propria integrità, prendendosi il peso ed i meriti del proprio desiderio. Infatti, grazie a questo e al confronto con la rabbia, la principessa romperà l’incantesimo che vedeva il principe, imprigionato nel corpo di un ranocchio.

Parimenti nella Storia di uno che se ne andò in cerca della pauranon si fa menzione della madre, ma si narra di un padre con due figli. Il secondo dei due è il più stolto e avventato, non conosce la paura. Allora il padre, prima lo affida al sacrestano per fargli imparare un mestiere, dopo lo caccerà del tutto misconoscendolo, dandogli una dote in denaro e niente più.

Non ci sono remore, né rammarichi, né sofferenze, il figlio parte in cerca della paura, del sapere cos’è la pelle d’oca e questa sua qualità, che aveva tanto fatto inorridire il padre, gli farà davvero trovare la sua strada e alla fine conoscerà anche la paura, ma non come tutti volevano insegnargliela, ma sperimentando la pelle d’oca grazie ad una secchiata d’acqua fredda piena di pesciolini.

Anche qui si rimarca che ad un certo punto, la propria strada sta fuori dalle gonne materne e il padre, sembra essere più predisposto a lasciar andare i figli nel mondo ed è proprio quest’atto, condotto con fiducia o disprezzo, che conduce nel luogo migliore di sé. Anche la pelle d’oca, il ragazzo non la scopre grazie ai pensieri che inducono buio e terrore per lo sconosciuto, come passare dal cimitero, vedere spettri, ecc., bensì semplicemente e banalmente attraverso l’esperienza fisica della pelle d’oca. Stratagemma ideato da una domestica, come a ricordare che talvolta, la verità sta nella semplicità delle cose istintive e naturali.

Non a caso, molte fiabe come Fratellino e Sorellina, I tre omini, ecc., presentano un ulteriore prova finale, che si realizza nel momento in cui la ragazza, ormai donna, diventa madre. Spesso in questa fase, riappare la matrigna-strega e la sorellastra a portarle via questo ruolo, che solo la dedizione ed il desiderio autentico, possono far riacquisire.

In questo compito viene messo in questione il suo ruolo di madre, è passata dall’essere figlia all’essere madre e dovrà dimostrare di essere diversa dalla propria cattiva progenitrice.

 

Ora tutto questo, non tanto per dire che le madri devono tirarsi fuori per far crescere i propri figli, ma per indicare la strada dell’evoluzione. Nelle fiabe non si parla realmente di madre o di padre, ma di funzione materna e paterna, entrambe fondamentali e indispensabili.

Quando entrambe le funzioni sono portate avanti in modo sufficientemente adeguato, la natura fa il suo corso, quando si crea un intoppo, il figlio compie uno sforzo maggiore ed il rito di passaggio richiede delle prove più ardue. Questo capita quando la madre vive unicamente in funzione di questo ruolo e i figli rappresentano un elemento narcisistico imprescindibile. Non può permettersi di lasciar andare i figli o di lasciare che scoprano un’identità diversa dalla sua e separata da lei.

Ecco perché simbolicamente molte fiabe parlano di una madre assente o morta.

Per compiere questo passaggio, per trovare sé, è necessario separarsi dalla madre troppo buona, quella eccessivamente amorevole e eccessivamente disponibile, presente. La solitudine, la presa coscienza anche di altri sentimenti ed elementi di sé e della madre (la madre cattiva), la rabbia, la rivalità, l’invidia, ecc., mettono a disposizione ogni possibile parte di sé e quindi permettono di scegliere liberamente il proprio destino.

In verità, il modello di madre adeguata ce lo fernisce ancora una la fiaba. Prendiamo ad esempio Cenerentola, nella versione originale che pochi conoscono, un giorno il padre (che si è risposato), deve recarsi al mercato e prima di andare chiede alla figlia e alle figliastre cosa desiderino in dono (similmente alla fiaba della Bella e la Bestia). Le figliastre chiedono bei vestiti, mentre Cenerentola chiede di portarle il primo ramoscello contro cui sbatterà il suo cappello, durante il ritorno.

Cenerentola pianta il ramoscello sulla tomba della madre, dove si reca ogni giorno e dove piange tristemente. Le sue lacrime alimentano il ramoscello, che si trasforma in un bellissimo albero. L’albero rappresenta proprio ciò che Cenerentola coltiva (la madre buona) e ciò che diventerà: una donna forte. Quello che fa crescere la ragazza è il nutrimento dato dall’interiorizzazione della madre buona, che le permettono di affrontare da sola le avversità, generate dal mondo e da sé stessa.

Alla fine la buona madre è ciò che ci ha suggerito Winnicott, ricordandoci l’importanza della giusta combinazione di pieno e vuoto, di presenza e assenza!

E invece quella che può essere una cattiva madre, agli occhi e nel vissuto di una figlia, è ben descritto da questa descrizione personale tratta da Marie Lion-Julin “Madri, liberate le vostre figlie”.

 

Voglio bene a mia mamma. Lei è tutto per me. Sento che non è contenta della sua vita. Cerco di darle un po’ di felicità. Cerco di occuparmi di lei. E a lei piace molto tutto questo, ma non basta. Sembra sempre scontenta, infelice. E’ convinta che gli altri siano cattivi, egoisti, che nessuno la capisca. Io tento davvero di capirla, con tutta l’anima e provo ad assecondarla.

Ma lei mi dice che anche io sono egoista, che non le voglio bene quanto me ne vuole lei. Non capisco. Mi dice anche che sa benissimo che non mi interesso veramente a lei. Non capisco. Certe volte mi viene persino da piangere.

Perché non capische che le voglio bene e che mi preoccupo molto più di lei che di me stessa? Eppure sono sicura che lei mi vuole bene, me lo ripete in continuazione.

D’altro canto sento che ha bisogno di me, che sono importante per lei e questo significa che ci tiene a me.

Eppure mi sento a disagio cone me stessa. Non mi conosco, non so se ho delle qualità. La mamma mi rimprovera spesso, dice che non penso abbastanza a lei e così via. Mi fa pochissimi complimenti, anzi nessuno. Forse è normale, magari non li merito. Del resto ha ragione, mi vergogno di me stessa.

A volte oso pensare un po’ a me, ho delle amiche e mi piace anche divertirmi. Ma mi accorgo benissimo che questo le dà dispiacere. Non ha bisogno di dirlo, lo sento. Preferisce che resti vicino a lei.

Allora penso che sono terribilmente egoista a volermi divertire, mentre mia mamma non lo fa.

Mi dice che sono tutta la sua vita. E’ una frase molto forte, lei mi vuole bene sopra ogni cosa. Quindi, se lei non sta bene, la responsabilità ricade per forza su di me. Me la prendo con me stessa, mi detesto.

Come faccio a vivere se non riesco neppure a soddisfare la persona che mi vuole bene più di tutti al mondo?

                                                                

 

Condividi post

Repost0