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21 marzo 2016 1 21 /03 /marzo /2016 11:06
Le narrazioni che ci forniscono un senso

Le narrazioni

che ci forniscono un senso

 

 

 

 

Capita spesso che i genitori in consultazione o durante dei seminari, chiedano strumenti, tecniche, o un’interpretazione della loro situazione specifica. E capita e ricapita che io dica la stessa cosa, che non piace affatto!

Il terapeuta migliore dei vostri figli, siete voi stessi!

Chi meglio dei genitori, degli insegnanti, educatori, conosce i bambini?

Non mi voglio sottrarre nel ruolo di esperto, che in certe circostante è fondamentale, ma prima di arrivare all’esperto e nonostante l’esperto, è comunque essenziale attingere al proprio patrimonio, utilizzare tutti gli strumenti a propria disposizione e vi assicuro, sono tanti! E sono anche semplici.

Semplici e complessi nello stesso tempo.

Quali?

Le parole del bambino (di solito poche se è piccolo e comunque non così chiare come vorremmo).

Le azioni di qualunque tipo, ma prima di tutto rivolte ai genitori e alle figure fondamentali.

Il gioco (reale, di fantasia, simbolico, da solo, in compagnia di pari, di adulti, ecc.)

Le fiabe, narrazioni e miti (raccontate, lette, chieste, inventate, ecc.).

Usiamo tutti questi strumenti! Non li sottovalutiamo.

Il fatto è che ci dimentichiamo che noi siamo molto più competenti di quanto si creda, che noi abbiamo un punto d’osservazione privilegiato rispetto ai nostri bambini e rispetto a noi stessi.

Inoltre, ci aspettiamo troppo dal linguaggio verbale, dal pensiero razionale e consapevole, diamo poco valore al linguaggio non verbale e paraverbale, all’emotività e all’inconscio.

Non è ciò che diciamo ad insegnare, bensì ciò che non diciamo, ciò che agiamo, come siamo, quello che facciamo. Tutto questo insegna molto di più!

Le fiabe e le narrazioni sono fatte di parole, direte voi. Sì, ma sono parole evocative, che usano dei tramiti comunicativi, usano un linguaggio simbolico, le metafore e le immagini, che parlano direttamente all’inconscio di ciascuno.

Costituiscono un materiale prezioso ed eterno, vivo e in movimento continuo. Infatti, attivano sia l’emisfero sinistro con la sua attività logico-razionale, che l’emisfero destro più propriamente emotivo e creativo, con la sua attività analogica.

Provate a riflettere.

Qual’era la vostra fiaba preferita dell’infanzia? Perché?

Che effetto vi faceva sentirla raccontare?

In quale momento della vostra vita, questa fiaba è diventata importante?

In che modo ha guidato le vostre scelte di quel momento e quelle successive?

Riflettendo su queste tematiche, vi accorgerete che la vostra fiaba del cuore vi era tanto di conforto perché descriveva proprio ciò che stavate vivendo e vi forniva rassicurazione e appoggio emotivo, vi faceva intravedere una soluzione tanto rigeneratrice per la fiducia e se badate bene, tutt’oggi vi dice ancora qualcosa.

Se riuscite a cogliere tutto questo, vi accorgerete che potete parlare ai vostri figli, parlare ai vostri allievi, ai vostri pazienti, aiutarli e sostenerli attraverso le fiabe, le narrazioni, le storie, dicendo molto più di quello che le parole dicono.

Potete usare voi stessi questo metodo, per i vostri momenti difficili, per le scelte complesse, per i momenti di tristezza, attraverso l’esercizio dell’inventare una storia, il vostro stato iniziale cambierà sorprendentemente. Vedrete che sarà fruttuoso.

Non costa molto, ma richiede fiducia in sé, la capacità di dedicarsi tempo, attenzione, di voler investire in tutto ciò che non si vede, ma si sente.

Ma la semplice azione del raccontarsi, se ci si pensa bene è già uno spazio di cambiamento.

Raccontarsi infatti, comporta dover focalizzare le proprie emozioni, pensieri, sensazioni, renderle chiare a noi e tradurle in parole comprensibili anche ad altri. Ecco la magia, ciò che era vago ed indifferenziato adesso si è reso concreto, reale, oggettivabile, ha un senso, con un inizio e un obiettivo!

Pensateci, parlare ci fornisce un senso. Ci fornisce un peso, un vissuto di esistenza, di coerenza, di realtà, di importanza.

Pensate poi a delle storie, alle fiabe, che ci dicono delle cose, senza che ne siamo totalmente consapevoli, magari ci fanno sorridere o piangere e sotto lavorano là dove devono lavorare, vanno a scavare nelle grotte per trovare il tesoro nascosto!

Ma cercheremo di dimostrarvi tutto ciò, nel concreto!

Riflettiamo anche sul fatto che le relazioni, familiare, amicale, amorosa, terapeutica, ecc., si definiscono in base alla storia narrata e riconosciuta, da tutti i partecipanti della relazione.

Ad esempio una famiglia dichiarerà di essere ben salda e unita, perché ha attraversato vari disagi e disavventure (economiche, materiali, di salute, lutti, ecc.), all’interno dei quali ciascun membro ha assunto certi ruoli, responsabilità, atteggiamenti, ecc. E ogni tappa narrata costituisce un puntello, un’isola riconosciuta e visibile a tutti quanti, a cui sono ancorati emozioni, pensieri, fantasie, speranze, progetti.

Parimenti ad es. si definirà il conflitto fra due parti, come risultato di una serie di episodi, dove ciascuno ha assunto una posizione, ha detto e fatto determinate cose. Traducendo tutto questo in uno storico degli eventi, che renda chiaro e comprensibile il risultato attuale delle cose.

La stessa relazione terapeutica, affatto scontata, è la risultante di una serie di momenti di condivisione, empatia, incontro, scontro, fasi, complicazioni, ecc. La conclusione della terapia vedrà il risultato di questa relazione, espressa all’interno di una narrazione implicita o esplicita, che ripercorre le fasi salienti o significative, ciò aiuterà a rendere chiaro e condiviso ciò che è evanescente e non definito.

Insomma, le storie ci aiutano a mettere insieme le parti di noi, le varie relazioni, i momenti diversi e a crearne un filo conduttore portatore di un senso, sempre in divenire.

E’ proprio la presenza di una narrazione comune, che crea il legame: nonostante le diversità di ciascuno, ci si può incontrare all’interno di un contenitore dotato di significato e di evoluzione.

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15 marzo 2016 2 15 /03 /marzo /2016 12:08
Cavalcando L'Onda Perfetta

 

 

Cavalcando l'onda perfetta

 

 

 

 

Il tuo curo è un gabbiano che vola libero nei cieli

della vita.

Lascialo andare senza paura,

ti saprà condurre

alla felicità.

Finché ascolti il tuo cuore

e fai di tutto per essere felice,

sei tu a condurre il gioco

con le regole che tu stesso ti sei dato.

Credi alla forza

dei tuoi sogni

e loro diventeranno realtà.

Il futuro sembra sempre lontano,

ma avanza rapidamente: occorre prendersi

il tempo per vivere, per essere felici,

prima che sia troppo tardi.

 

(Sergio Bambarén in "l'onda perfetta").

 

 

 

Il tempo per vivere ............

Penso che prendersi tempo comporti fermarsi ed essere consapevoli, sentirsi in ogni angolo di sè, in ogni minima sensazione del corpo, in ogni fremito, in ogni emozione, in ogni sussulto, in ogni pensiero che attraversa velocemente la mente, che passa mascherato attraverso un sogno notturno e uno diurno.

Credo che l'autonarrazione silente o rumorosa, canora, ritmata, ticchettata, ninnolata, il rispecchiamento in altre narrazioni, vecchie, nuove, antiche, universali, particolari, costituisce un modo per fermarsi e per fermare la consapevolezza ed il contatto con sè.

Le emozioni, i nostri sogni, le fantasie, costituiscono tutto ciò di più volatile esiste in noi, di indefinibile, incalcolabile, inafferrabile, inquantificabile .... eppure tutto ciò che ci fa essere, ci rende felici.

Felici non perchè ci va tutto bene, ma perchè siamo in armonia fra ciò che sentiamo, pensiamo, facciamo, siamo, semplicemente.

Le storie, le narrazioni, col loro linguaggio simbolico, sono un tramite fondamentale di comprensione, ma soprattutto di scambio con sè e con gli altri.

Pensate un pò, persino il genio della fisica, dell'ingegneria, dell'arte di Leonardo da Vinci, scriveva delle storie e sarete sorpresi quanto me, nel vedere che quest'uomo tanto geniale quanto scontroso, solitario e rabbioso coi suoi simili, credesse alla forza del cuore e del sentimento.

 

 

Lo potete vedere da soli, attraverso la lettura di una delle sue storie.

 

 

- Il calore del cuore -

I due giovani struzzi erano disperati.
Ogni volta che si mettevano a covare le uova, il peso del loro corpo le rompeva.
Un giorno decisero di andare a chiedere consiglio ai loro genitori che abitavano dall'altra parte del del deserto.
Corsero per molti giorni e molte notti, e finalmente arrivarono al nido della vecchia madre.
- Madre - dissero - siamo venuti a chiederti come possiamo fare per covare le uova. Ogni volta che ci proviamo si rompono. -
La madre li ascoltò, poi rispose:
- Ci vuole un altro calore. -
- E quale? - domandarono gli struzzi.
- Il calore del cuore. Voi dovete guardare la vostre uova con amore, pensando alla creatura che ci dorme dentro; lo sguardo e la pazienza lo risveglieranno. -
Gli struzzi ripartirono, e quando la femmina ebbe deposto un altro uovo, si misero a guardarlo con amore, senza perderlo mai di vista.
Passarono così molti giorni; quando, ormai, erano allo stremo delle forze l'uovo incominciò a cigolare, s'incrinò, si ruppe, e una piccola testa di struzzo fece capolino dal guscio.

 

 

Sorprendente, non credete?

 

Eppure ovvio. come poteva essere altrimenti?

Come avrebbe potuto essere così geniale, se non avesse attinto alla forza del cuore?

Vi ricordate la sua Madonna al crepuscolo? Cosa di più dolce e tenero?

 

Spero che ciascuno di noi impari a credere alla forza del cuore e delle parole che ne tradiscono e coltivano l'essenza!

Penso anche che, come per i due struzzi, sia importante comprendere di quale calore dobbiamo nutrire e quale peso si debba utilizzare, altrimenti anziché generare distruggiamo.

 

Schiudiamo quell'uovo grazie alla forza del nostro tempo, dell'amore, della passione, della dedizione, al calore delle parole che possiamo donare con la stessa leggerezza del vento!

 

Cavalchiamo quell'onda che è perfetta ed è una, perché è la nostra ed è quella che ci culla, che ci porta lontano e vicino, in un movimento di conoscenza e d'esplorazione, sotto la luce del sole, liberi al vento e trasportati dal mare.

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11 marzo 2016 5 11 /03 /marzo /2016 14:07

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11 marzo 2016 5 11 /03 /marzo /2016 10:26

Le narrazioni ... che parlano di noi

 

 

 

 

 Il mondo, anzi, il nostro mondo, non è fatto a misura per le persone silenziose.

 

Per quelle persone che camminao in punta di piedi, con passo felpato, che respirano tranquillamente in intimità, rilassandosi al proprio interno, quelle persone che non bramano oltre misura, non invidiano, non odiano, forse hanno solo paura e amore da donare, ma non sanno come.

 

Insomma, il mondo chiede azione, presenza, volizione, aggressività, desiderio, vibrazione, decisività.

 

Il mondo, questo mondo, è di chi se lo prende!

 

E allora ….. come colmare lo scarto?

Val la pena di colmarlo?

Desideriamo veramente farlo?

 

Le narrazioni di tutto il mondo parlano di noi, con noi, per noi.

Le narrazioni accompagnano le persone silenti, i bambini e i gli adulti attraverso un legame fatto di parole, che creano un innesco con il nostro mondo interno e facilitano il suo dispiegarsi nel mondo esterno.

 

Il foglio bianco crea spazio per le creature silenziose.

La narrazione della propria storia, la storia inventata, la fiaba, la favola, la leggenda ……..

Qualunque narrazione può assumere valore nella nostra vita di oggi, di ieri, di allora, di domani. Nella relatà, nell’emotività, nel pensiero, nel sogno.

 

Abbiamo affrontato la questione attraverso dissertazioni più tecniche, attraverso commenti, storie, fiabe, ecc., sperando che questo approccio riesca a far comprendere l’importanza del tema.

 

Il messaggio di fondo, quello che desideriamo far risaltare è che possediamo una risorsa inesauribile, che spesso svalutiamo e dimentichiamo: La Narrazione.

 

E la narrazione, altro non è se non una collana di perle, dove ogni perla-parola-immagine si infila lungo un sentiero, che ha un specifico inizio ed una specifica fine. Ciascuna perla ha il suo posto e arricchisce la composizione ultima, fornisce lo spazio per rispecchiarsi in ogni signolo elemento e nel tutto: esteticamente bello ed emotivamente sensato.

 

Capita invece, che quando proponiamo la storia, la fiaba come strumento espressivo e di cambiamento, le persone ti guardano delusi, come se si aspettassero delle tecniche straordinarie.

Questo succede perché non ci rendiamo conto della straordinarietà della narrazione, qualcosa che come i sogni, non si esaurisce mai e si rivaluta col tempo, assumendo sempre nuove sfaccettature.

 

Le narrazioni ci aiutano nei momenti difficili, ci permettono di vedere là dove non riusciamo, ci rassicurano, ci indicano la via, ci dilettano, ci fanno sognare, ci cullano, creano relazione, svelano emozioni e motivazioni inconsce, producono lo spazio di risoluzione.

Insomma, non credo ci sia strumento migliore e non credo che sia uno strumento così poco scontato e così semplice da utilizzare.

 

Ed il fatto che sia così facilmente a disposizione, non significa che sia uno strumento senza valore.

Non si deve fare fatica a tutti i costi e non si deve necessariamente pagare cifre astronomiche. La vita deve scorrere con la stessa naturalezza di un fiume nel suo letto.

Parimenti, la crescita e la co-crescita devono procedere secondo misure lievi e accessibili.

 

La narrazione è un mondo incantato, un mondo che non si esaurisce mai!

 

E’ il nostro mondo.

Avete mai letto una fiaba dei fratelli Grimm?

 

Se lo avete fatto, vi sarete accorti che queste fiabe, meticolosamente raccolte dai due fratelli, vi lasciano delle domande, vi lasciano interdetti, vi lasciano dubbiosi …. insomma non propongono delle soluzioni semplici e concluse, ma degli stimoli su cui riflettere, vi istigano a trovare la vostra personale soluzione, ad attingere al vostro bagaglio conscio e inconscio, a tutti i colori dell’emotività più recondita.

 

Siete disposti a farvi fecondare nelle idee, nelle emozioni, nelle relazioni, dalle narrazioni antiche e recenti?

 

Siete disposti ad interrogarvi?

 

A fornirvi tempo e ascolto?

 

Se la risposta è affermativa,

allora …….. potete procedere con il nostro ebook e con mille altre narrazioni che vi accompagnino nella vostra personale storia.

 

       Buona lettura!

 

e …..

micigabula bidibodibù

dai salta veloce

ci stai anche tu!

 

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7 marzo 2016 1 07 /03 /marzo /2016 14:08

Che soddisfazione ….

Il mondo in crisi

Dott.sa Sabrina Costantini

 

 

O mamma mia 

ho speso una follia 
volevo un Mercedes bianco 
lo stereo e il servo sterzo 
che sballo 
per portarti a Mergellina 
la domenica mattina 

O mamma mia 
ho speso una follia 
volevo il televisore gigante 
la barca con il motore 
ed un'amante 
tanto è facile pagare 
con un leasing o una cambiale 
Che soddisfazione 
quanto costa la felicità 
che soddisfazione 
vivere in questa società 
compri quello che ti pare 

O mamma mia 
facciamo una pazzia 
andiamo giù a Sorrento a passeggiare 
compriamo un appartamento sul mare 
dove ti potrò baciare 
nel traffico di Castellammare 
Che soddisfazione 
quanto costa la felicità 
che soddisfazione 
vivere in questa società 
compri quello che ti pare 



Questo il testo di una delle lungimiranti canzoni di Pino Daniele “Che soddisfazione”, del 1991.

E’ tutto molto chiaro, oggi parleremo non di servo sterzo o di stereo, ormai acquisiti e sorpassati, bensì parleremo di Pc di ultima generazione, di iPod, iPad, di palmare, di satellitare, di macchine spinte, di master all’estero, di viaggi dall’altra parte del mondo, week end nelle varie capitali europee, case altamente tecnologizzate, corpi sempre giovani, di una salute ed un’estetica sempre più tecnologica, ecc.

Cambia l’oggetto, ma il risultato non cambia, né il processo. Viviamo proiettati in una logica dell’acquisto, del progresso, dell’agio sempre crescente, dell’usa e getta, del tutto in vendita, ci dicono che serve per incrementare la ricchezza, per mantenere il sistema, per creare lavoro, ce lo dicono da sempre, ma quello che non ci dicono è il risultato finale, quello che si sviluppa quando il sistema collassa su sé.

Un mondo inquinato e artificiale, all’esterno e dentro di noi.

Siamo cresciuti alla ricerca di una soddisfazione fittizia, scovata negli oggetti, acquistati con le carte di credito, concesse con tanta facilità, coi crediti delle banche gentili e generose, con i fidi, le cessioni sullo stipendio, ma la soddisfazione che non esaurisce mai la sua logica, quella dell’acquisto, perché non coincide con quella della psiche e del desiderio profondo, lascia poi posto a falle economico e a fallimenti individuali, nonché sociali profondi.

Ne sono un pratico esempio nazioni come Spagna, Grecia, Italia, dove si è cavalcata prepotentemente questa logica, che lascia oggi le persone indigenti, povere, senza tetto, stupite ed ingannate. In Spagna, i debiti accumulati dai singoli sono inestinguibili. In Grecia, le persone che hanno perso la casa, perché offerte in garanzia, vivono sulle isole pedonali e sui marciapiedi. In Italia sempre più persone impensabili si rivolgono alla Caritas, per i pacchi alimentari, si recano alla mensa dei poveri ….

Senza soddisfazione, senza beni, senza senso, senza futuro ….

La crisi, come sempre non viene mai a caso, ma soprattutto non è solo fonte di disgrazie, è foriera di accrescimento. E’ un momento importante di riflessione, l’opportunità di virare la rotta, di ribaltare l’ottica del consumismo e di una soddisfazione satinata, dei film e delle pubblicità, di un’ottica esterna che induce bisogni inappropriati e fittizi. Viviamo da tempo nell’illusione di cancellare la realtà dei bisogni, del sentire, del tempo che passa, della morte, del limite delle cose, del tempo e dello spazio, cedendo il proprio potere e la responsabilità.

Adesso siamo obbligati tutti a far a meno di qualcosa, a rinunciare a qualche piccolo oggetto, comodità o possibilità e può essere un’esperienza importante, educativa. Forse all’inizio frustrante, ma poi l’opportunità di contattare un vuoto che crea altre possibilità, compresa quella di non aver bisogno di niente altro più di quanto già possediamo, di riscoprire potenzialità interne piene. Solo con l’assenza ci accorgiamo di cosa veramente non possiamo fare a meno, cosa possiede un potere indiscusso per noi!

Prima che ci portino via tutto quanto, proviamo noi stessi a non acquistare a tutti i costi, a non andare sotto in banca, a non usare la carta di credito, a crearci una regola interna, non quella esterna dei saldi, della moda, del rinnovamento esterno, del confronto, dell’induzione …..

Forse possiamo anche evitare di stordirci con una vita virtuale, con farmaci, droghe, con un agire continuo, con idee ossessive, per poterci connettere effettivamente a quanto realmente necessitiamo e desideriamo.

Spesso siamo così frustrati dal dover rinunciare all’ultimo modello di cellulare, all’abito alla moda, agli appuntamenti settimanali in palestra o dal parrucchiere, o dal non poter fare le vacanze, che non ci rendiamo conto di quanto ci costa avere tutto ciò e dell’assenza del loro valore.

Non valorizziamo più nulla ormai, perché quest’abbondanza poco “sudata” apparentemente, ci rende superficiali. Crediamo che “baciarci nel traffico di Castellamare” sia davvero In, perché questa è la moda del momento, ma poi arriva il momento in cui le banche ti espropriano tutto e tu vivi nelle isole pedonali per strada, sentendoti raggirato, inutile, in uno stupore catatonico.

Noi siamo padroni della nostra storia, non espropriamocene lasciandola in potere di un movimento esterno!

Cerchiamoci una soddisfazione maggiormente interna e piena ….

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24 febbraio 2016 3 24 /02 /febbraio /2016 13:20

 

 

La Maschera creata

dall'esperienza dell’Umiliazione:

Il masochista

 

L’umiliazione è una delle esperienze umane più strutturanti rigidamente la personalità.

Sicuramente le ferite più antiche sono il Rifiuto e l’Abbandono, che minano alla base il diritto ad esistere dell’individuo stesso e che determinano la maschera del Fuggitivo e del Dipendente.

L’umiliazione evolutivamente direi successiva al rifiuto e all’abbandono, in questo caso non viene negato il diritto ad esistere e a stare vicino, bensì il diritto ad essere in un certo modo.

Il/la bambino/a viene umiliato/a perché così com’è non va bene!

L’umiliazione può avvenire sia da parte della madre che del padre. Generalmente l’intervento della madre è primigenio, nel senso che regolando le funzioni fondamentali quali il cibo, le regolarità corporee, l’igiene, la gestione dello spazio e del tempo, con lei si crea il primo spazio per il riconoscimento o per la svalutazione.

Il bambino/a umiliato/a verrà ridicolizzato per quei comportamenti ritenuti non adeguati o apprezzati (se fa la pipì a letto, se rovescia del cibo sui vestiti, se non cammina correttamente, se corre goffamente, se si tocca le parti intime, se si masturba, ecc.), ma spesso sarà anche sminuito nelle acquisizioni e nelle competenze: i progressi non sono visti né valorizzati. La madre ha un preciso modello mentale di ciò che corrisponde al bambino perfetto e se il figlio (anzi sicuramente) non rientrerà in quei canoni, allora lo farà sentire inadeguato, sporco, incapace, ecc.

Il padre a sua volta può rimarcare queste modalità della moglie, ma più spesso, il suo ruolo nel produrre umiliazione, se è presente, si struttura più sul pensiero, sulla parola, sulle capacità cognitive. Il figlio/a quindi verrà trattato come non intelligente, non capace, non sveglio, non attivo, non creativo, ecc.

Capiamo bene come l’umiliazione sia uno strumento potente in mano dei genitori, che diventano fondamentali per l’autostima del figlio. Tutti i figli costruiscono il senso di sé e della propria stima sulla base dei rimandi dei genitori e se questi sono positivi, gradualmente si acquisterà sicurezza e indipendenza. Il bambino umiliato e svalutato invece sentendosi incapace, non acquisirà una stabile visione di sé, avrà sempre bisogno del loro giudizio per procedere nelle proprie scelte.

Si innesca un circolo vizioso, più il bambino e poi il ragazzo chiede conferma ed è insicuro, più i genitori avranno una visione svalutata di lui e lo tratteranno da incapace.

Il bambino o bambina per proteggersi rispetto a questo vissuto estremamente doloroso, strutturerà la maschera del Masochista. La cosa più triste di questa struttura è che il rinuncia a sé stesso, pur di avere l’approvazione dei genitori, di solito la madre.

Il prezzo è la perdita di sé e la coltura costante di rancore. Il masochista è pieno di rabbia e rancore non riconosciuto, questo rancore col tempo diventa una forma di rigidità, di resistenza al cambiamento. L’individuo pensa di proteggere la propria individualità non dandola vinta, all’esterno si adegua a ciò che gli altri vogliono, ma internamente si promette di non cedere. Ma è una vincita inconsistente, in verità sta solo ingaggiando una lotta con l’altro, impedendosi di scegliere liberamente per ciò che è nella sua natura. Non impiega quindi energia a cambiare il suo sentire di umiliazione e a strutturare un’esperienza che gli confermi le proprie capacità e la possibilità di essere “vincente” nelle proprie scelte, come chiunque altro.

L’individuo umiliato profondamente, si farà carico dei pesi altrui, pur di sentirsi adeguato. Si comporterà da “bravo bambino”, sarà servizievole, accomodante, cercherà di evitare i pesi agli altri, di facilitare loro la strada, sta cercando di compiacere “la madre” o chi per lei (tutte le figure successive che assumeranno questo valore, insegnanti, istruttori, datori di lavoro, ecc.).

Ricordiamo che generalmente i genitori che tendono ad umiliare, a loro volta si sentono o sono stati umiliati. Molto spesso le ferite si tramandano di generazione in generazione.

Quindi ricordiamoci anche che gli stessi cambiamenti si tramandano da generazione a generazione. Riuscire a modificare qualcosa della nostra vita, è un bel traguardo anche per le generazioni successive.

Ma soprattutto è importante tramandare il messaggio che si può cambiare!

 

Ma facciamo un esempio, per capire meglio e per verificare che i genitori del masochista non sono necessariamente dei sadici assassini. Certo c’è sempre una componente sadica nell’atto di umiliare qualcuno, ma le motivazioni e le spinte non sono necessariamente sempre distruttive.

Poniamo l’esempio di una famiglia economicamente modesta ma orgogliosa e dignitosa, che ha alle spalle tutta una lunga storia di umiliazioni e offese.

La nostra famiglia viene invitata ad una cerimonia. Nello sforzo di apparire dignitosi e non “farsi vedere come morti di fame”, si ferma in un bar a fare colazione prima di recarsi alla cerimonia con buffet, così da contenere sé ed i figli.

Nel bar, uno dei figli, fa cadere una goccia di cappuccino sul vestito bianco, macchiandolo in modo non consistente ma vistoso.

La madre si sente frustrata all’idea di apparire non dignitosa, a causa del vestito sporco di uno dei figli, teme di essere giudicata una madre non brava, si arrabbia terribilmente con la colpevole della macchia, chiamandola pasticciona, combina guai, porcella, ecc.

La frustrazione però non si esaurisce qui, perché la madre teme comunque l’impatto non solo con gli invitanti ma con tutti gli invitati, con tutti quegli occhi e giudizi. Arrivati alla festa, la madre metterà in ridicolo la figlia, mostrando la macchia, per spiegare e giustificare la sua presenza, attribuendone alla figlia la totale responsabilità e la sua conseguente disperazione. La figlia che tenta di nascondere la macchia con le mani, verrà pubblicamente svergognata.

Capite che la madre non vuol essere crudele con la figlia, in verità lei non c’entra, non la vede neanche, se non come prolungamento e specchio di sé. La figlia è la vetrina di sé che mostra agli altri e come tale, per preservarsi dalle critiche, tutto deve essere perfetto! I figli devono rientrare in uno specifico ruolo e copione!

Immaginiamoci la frustrazione, il senso di colpa, la solitudine di quella bambina!

Proviamo a pensare a cosa penserà di sé e degli altri. Sicuramente non può pensare che la madre ha sbagliato, perché in effetti si è sporcata, è una pasticciona. Il mondo per lei, sarà sempre una vetrina dove esporsi, che la sottoporrà a giudizio e misurazione!

In quest’esempio, particolarmente estremo, la bimba non ha neanche il diritto di proteggersi e nascondersi, perché la madre la svergogna davanti a tutti, obbligandola a mostrare la “macchia”, l’onta.

E’ meglio nascondersi e non mostrarsi nelle proprie incapacità! E’ meglio acquisire la capacità di piacere agli altri, accontentandoli. Ma simbolicamente l’essere svergognati, ricorda che per quanto si nasconda, lei sa di essere “inadeguata” e si sentirà umiliata a prescindere!

E’ lei la prima ad umiliarsi in quell’occasione e in futuro! E’ ciò che merita!

 

 

 

Alla fine, molti dei messaggi che inviamo costantemente, tendono a sminuire, a forzare, a svalutare, per poter gestire meglio i bambini e gli adolescenti. E' importante chiederci perchè lo si fa, cosa si sente in quel momento, quale frustrazione e umiliazione ci appartiene e quale non deve appartenere a quell'individuo che ci sta davanti! Ricordiamoci anche degli effetti che tutto ciò, se utilizzato in modo forte e continuo può avere sui nostri ragazzi, figli, fratelli, studenti, allievi, ecc.

 

Tenendo conto dell’esempio e della soluzione di adattarsi, tipica della maschera del masochista, la struttura del corpo quindi sarà quella di chi ha le spalle larghe, per sorreggere grandi carichi, sarà gonfio come se stesse sul punto di “scoppiare”, tanto ingloba, a discapito di gambe sottili e sproporzionate con la parte superiore, proprio a delineare la sua incapacità e impossibilità a farsi carico di tutti quei pesi.

A discapito di una parte superiore grande e adulta, la parte inferiore mostrerà la fragilità e l’inconsistenza tipica dell’infanzia.

Anche il collo non sarà in sintonia, apparendo tozzo e non allungato, come se si fosse incassato dentro le spalle, nell’atto di ritirarsi in sé, di resistere alla fatica, allo sforzo e all’adattamento, un po’ come la tartaruga che si rintana nel guscio. E la schiena stessa appare come un carapace, intento a parare qualunque colpo.

Gli occhi, grandi e tondi, innocenti e spalancati come quelli di un bambino, perché il masochista è in attesa di conferma e rassicurazione, proprio come un bambino/a.

Come per tutte le altre quattro maschere, anche in questo caso, tenete conto che l’individuo può essere rappresentato a pieno da questa ferita o solo in parte, le ferite possono essere parziali e anche compresenti, creando un caleidoscopio unico e individuale.

Aggiungiamo anche che non sempre il corpo corrisponde pienamente alla descrizione della maschera, ciò è dovuto sostanzialmente all’impiego di chirurgia estetica, diete, massaggi modellanti, sport di vario genere, che possono “mascherare” la maschera, ma in verità questa non può essere dissimulata.

E’ necessario ascoltare l’intuito e tradurre la prima impressione a colpo d’occhio, anche se non sembra corrispondere a ciò che la razionalità descrive.

 

Il cibo rappresenta spesso una delle poche fonti di piacere, arrivando spesso ad essere bulimico/a o bing eating, ma vergognandosi anche della propria condotta alimentare tenderà a nascondersi, a mangiare in solitudine, di notte, a buttare le carte e contenitori, per non essere visto. Può trovarsi anche a vergognarsi nel momento in cui mette gli oggetti dal carrello sulla cassa, pensando che gli altri lo giudicheranno per tutti i prodotti (di solito grassi e dolci), che sta acquistando.

La sua vita sarà contraddistinta da restrizione e controllo, cercherà a tutti i costi di controllare la sua condotta alimentare, così come altri impulsi, quelli di gioia, la sessualità, la rabbia, ecc. Teme di non riuscire a controllarsi e di mettersi in ridicolo, o predisposto alla critica, per cui cercherà di avere un atteggiamento pacato, misurato, compiacente.

L’individuo che incorpora la maschera del masochista ha un costante vissuto di inadeguatezza, di umiliazione, che cerca di nascondere, ma in verità guida e determina ogni azione o mancata azione.

Erik Berne parla dei giochi psicologici che ciascuno di noi mette in atto all’interno delle relazioni e che ne determinano degli snodi ripetitivi caratteristici. Sicuramente il masochista adotta in modo massiccio il gioco del “goffo pasticcione”, con il suo comportamento goffo, combina cioè una serie di guai.

C’è da dire che da una parte l’individuo si sente umiliato, ridicolo, incapace e teme sempre di svelare queste sue qualità, di ricevere atteggiamenti giudicanti ed umilianti, di conseguenza, sforzandosi in questa direzione e non in una direzione costruttiva, inevitabilmente combinerà qualche pasticcio, mettendosi sicuramente “in ridicolo”. Dall’altra è da ricordare che a causa del suo continuo sforzo a reprimersi, il masochista è molto frustrato e arrabbiato, nessuno lo ama per ciò che è e lui/lei deve fare tanta fatica!

Questa rabbia, in modo inconsapevole si esprime non solo mettendosi in situazioni imbarazzanti per sé, ma anche apportando un qualche danno agli altri. Ad esempio romperà un vaso prezioso in casa di amici, arriverà rovinosamente in ritardo a causa di una serie di disavventure, ecc. Ma mostrandosi come un “povero pasticcione”, renderà gli altri impotenti di reagire con durezza, facendo così sentire loro il suo costante vissuto di incapacità e di impotenza.

Questo gioco di vita è veramente pericoloso, perché l’individuo sarà sempre incastrato in questo legame distruttivo. Se non riesce ad uscire da questa dinamica, se non smette di essere dipendente dall’approvazione altrui, stimando sé stesso per ciò che è, vivrà sempre nel tentativo di adeguarsi ma anche di farla pagare agli altri.

Così verranno perse la sua vera natura, le sue emozioni, i desideri, i progetti, la realizzazione delle sue indubbie qualità!

 

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17 febbraio 2016 3 17 /02 /febbraio /2016 17:35

http://www.repubblica.it/salute/medicina/2016/02/03/news/nella_guerra_delle_terapie_la_rivincita_della_psicanalisi-132614246/

 

 

Questo articolo ci mostra alcune ricerche sull'efficacia della Psicoanalisi a confronto della Terapia Cognitiva.

Emerge che 18 mesi di psicoanalisi funzionano meglio di una terapia breve di tipo cognitivista.

 

Io direi  che in genere è la terapia medio-lunga che funziona meglio rispetto ad una breve, al di là dell'orientamento.

Senza escludere situazioni particolare in cui la terapia breve funziona bene ed è quella più appropriata, come nel caso di bambini e adolescenti che abbiano solo bisogno di esplicitare alcuni conflitti evolutivo-relazionali, come in alcune situazioni dove è necessaria l'elaborazione del trauma (senza precedenti complicanze), ecc.

 

Tolte le situazioni specifiche, direi che la ricerca dei meccanismi più profondi sottostanti ai sintomi, così come il cambiamento delle modalità ormai diventate disfunzionali, sono necessari e richiedono tempo.

Perchè è necessario il tempo perchè si crei la fiducia, è necessario il tempo di emersione dei problemi, è necessario il tempo per esplicitarli, chiarirli, contestualizzarli, cambiarli, fare propri i cambiamenti, ecc.

 

Insomma il cambiamento ha bisogno di tempo, impegno e consapevolezza!

Del resto le cose ottenute facilmente, non sembrano importanti e sopratutto non saranno durature!

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15 febbraio 2016 1 15 /02 /febbraio /2016 16:36
Seminario Intensivo Esperienziale

ASCOLTANDOSI

DAL CENTRO

Laboratorio Intensivo

Condotto da:

Dott. Sabrina Costantini

Piergiorgio Deriu

Il laboratorio intensivo “Ascoltandosi dal centro”,

intende approfondire e sensibilizzare all’ascolto di sé, aprendo delle vie di comunicazione in direzione del centro interiore.

Lavoreremo sul superamento delle barriere difensive, sviluppatesi dal concepimento in poi, ora non più necessarie.I meccanismi di difesa creano blocchi nel corpo, nell’emotività, nel desiderio, nel pensiero, nella comunicazione con gli altri, impedendo una fluida espressione del vero sé.

Questi blocchi comportanoconfusione e un non adeguato contatto con il centro interno.

La scarsapercezione del proprio sentire o il suo mancato riconoscimento, preclude la capacità di scegliere consapevolmente: non è chiaroin quale direzione andare, non è chiarocosa scegliere, nè cosa si vuole realmente ….

A sua volta la comunicazione con gli altri ne risulta bloccata, confusa ed insufficiente.

Spesso fra noi e gli altri si creano barriere invisibili profonde, una solitudine incolmabile.

Il lavoro si propone di assottigliare le barriere che ci allontananoda noi stessi, per migliorare l’ascolto di sé nel profondo, l’ascolto dell’altro e tutto quello che dell’altro risuona in noi e ci appartiene.

Il corpo rappresenta un indicatore dei propri blocchi e anche una via d’accesso privilegiata che ci conduce al sentire e al pensare. A loro volta, il pensare ed il sentire ci consentono di ridare un significato al corpo e al suo ben/mal-essere.

Per questo motivo, si lavorerà sinergizzando gli strumenti e le risorse di ogni parte di noi.

Il contesto di gruppo inoltre, rappresenta un ottimo strumento d’espressione di sé, di rispecchiamento negli altri e di strategie di trasformazione.

Si utilizzeranno tecniche yoga, shiatsu, di bioenergetica, danza terapia, immaginazione guidata, roleplaying, esercizi a coppie, drammatizzazione, sculture corporee, ecc.

Si consigliano abiti comodi, calzini, una coperta e un cuscino.

Portate una pianta.

Il laboratorio si terrà il giorno12/03/16, dalle ore 9.00 alle ore 18.00, pressoDNA Danza, V. Tosco Romagnola Ovest, n. 340, Fornacette-Calcinaia (Pi).

Conduttori:
Dott. sa Sabrina Costantini:
Psicologa Psicoterapeuta
Cell. 349 83 03 854
sabrina.costantini1@tin.it

Piergiorgio Deriu:
Istruttore Operatore Shiatsu
Istruttore Yoga, Personal Trainer
Discipline Bionaturali
Cell. 338 44 26 466
piergiorgio.deriu@alice.it

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8 novembre 2014 6 08 /11 /novembre /2014 15:52
A proposito di video e bambini a rischio

A proposito di video e bambini a 

 

rischio ....

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30 settembre 2014 2 30 /09 /settembre /2014 13:43
Tutti i santi giorni

Tutti i santi giorni ...

 

 

Per chi ancora non l'avesse visto, non può mancare "tutti i santi giorni", Film di Virzì del 2012.

 

La descrizione di una coppia appassionata e innamorata che cerca un figlio, ma il figlio non arriva.

 

Non vi sono ipocrisie, nè menzogne, nè pudori fra loro ma il figlio non arriva.

Coppia poco convenzionale, di grandi doti e passioni, ma anche di conflitti all'origine.

Ma ciò che tocca è la storia dei loro mille tentativi, fra delusioni, cure, medici e consulti. Ovviamente arrivano anche all'inseminazione artificiale, senza successo, collezionando frasi mal pronunciate, espressioni infelici, disapprovazioni, giudizi e critiche varie, pressioni, aspettative, lacrime e delusioni, un ciclo che si ripresenta imperterrito ....

Un film che non si può tralasciare se si desidera comprendere il percorso sociale, emotivo e medico di una coppia con difficoltà procreative.

 

Fa riflettere, anche sorridere, ma soprattutto mette tristezza e tenerezza.

Mostra la difficoltà generativa e anche la difficoltà genitoriale di chi invece i figli ce l'ha ma ne sente il peso ed il limite.

 

E' un film che parla di amore, di troppo amore, di poco amore e del peso che tutte queste condizioni possono comportare se non si è pronti per accoglierle.

 

Una storia sottile e complessa, che offre tanti spunti emotivi e di riflessione importanti!

Bello!

 

 

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