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15 febbraio 2012 3 15 /02 /febbraio /2012 09:47

Scusi ho sbagliato!

Dott.sa Sabrina Costantini

 

Psicologia dubbio autostima[1]

 

Fare le scuse a qualcun altro ormai sembra una moda in disuso, un’educazione sorpassata, non si fa più, è un atto ormai ritenuto scontato, ma alla fine denota una sorta di barriera fra noi e gli altri.

Sembra quasi che chiedere scusa rappresenti un peso, un’onta, una vergogna, un cedere qualcosa e non si sa bene cosa.

Non si chiede più scusa neanche di fronte a visibili errori, neanche di fronte ad un’atroce sofferenza, al disorientamento e al dubbio, quasi che la non intenzionalità di un dato effetto ci sottraesse dalle nostre responsabilità, dagli effetti dei nostri atti, che seppur involontari possono essere comunque nocivi e lesivi nei confronti degli altri.

Al di là del fatto che ciò che ci spinge non sono le motivazioni coscienti ma quelle inconsce, è bene ricordare che nonostante i nostri sforzi e le nostre buone intenzioni, c’è sempre la possibilità di poter ferire gli altri, se non altro per la realtà della nostra individualità. Ciò che a noi può sembrare innocente e innocuo, può ferire profondamente la sensibilità di un’altra persona, che ha una storia diversa dalla nostra e un modo tutto suo di vivere, percepire ed interpretare gli eventi.

Facciamo il banale esempio dell’insegnante elementare che chiede agli alunni di scrivere un tema, sull’importanza del padre nella  propria vita. L’intenzione e le parole pronunciate non contengono elementi irrispettosi, violenti, svalutanti o altro, eppure può essere che quella richiesta ferisca uno degli allievi, in quanto orfano di padre.

Di fronte al dolore dell’altro, fisico o psichico che sia, ritengo sia profondamente umano dire “Mi spiace”, come segno di reale comprensione dello stato dell’altro, segno di interesse verso l’altro, pur sconosciuto che sia. Naturalmente non è sufficiente pronunciare una formula vuota, ma è comunque necessaria una reale comprensione e compartecipazione al sentire di chi ci sta di fronte.

Aggiungere poi “Scusi ho sbagliato” diventa un gesto altamente riparativo, che pure spesso ci rifiutiamo di assumere. Siamo talmente trincerati dietro la forza della nostra motivazione conscia, dietro il fatto di aver ragione, di non aver voluto nuocere a nessuno, che ci dimentichiamo le vie sotterranee della nostra responsabilità, la vastità dell’effetto di ciascuna delle nostre azioni. Ci fermiamo al piano esterno dell’avere ragione, della competizione e della contesa, tralasciando quanto realmente è accaduto, le emozioni in ballo e le persone che ci sono sotto.

Dietro questa condotta, s’innesca una profonda sofferenza, solitudine, una vita all’insegna della vendetta e della giustizia a tutti i costi. Chi soffre spesso nasconde il dolore sotto la rabbia, sotto una richiesta di risarcimento (emotivo, morale, giuridico, economico, ecc.), che può durare tutta la vita, all’insegna della rincorsa con qualcosa che non appagherà mai, non sanerà mai la vera origine della sofferenza. Tutto per una parola mancata, che rappresenta un atto mentale, una risposta riparativa e risanante, che riconosce l’altro, gli riconosce la propria posizione e il diritto all’offesa, all’umiliazione, alla sofferenza.

Nonostante questo, nonostante l’enorme importanza dello stare di fronte al nostro interlocutore, di dare peso al suo e al nostro mondo, molto spesso nel nostro immaginario chi chiede scusa viene identificato con colui che realmente ha torto, con un debole, uno che si fa mettere i piedi in testa da tutti. E allora, è bene non abbassarsi troppo, non far credere di essere dispiaciuti, disponibili, che si hanno buoni sentimenti, altrimenti qualcuno se ne approfitterà. Si crea una sovrapposizione di piani, un conto è chiedere scusa, essere in contatto con l’emotività e la visione dell’altro, un conto è non permettere che ciò porti all’approfitto. Anche ci fosse stato un errore, questo non dà comunque diritto di surclassare l’altro e i suoi diritti. E’ giusto chiedere scusa, non di meno l’errore non fornisce il potere all’altro di uno sconto o di un approfitto.

Lo stesso vale per la parola “Grazie”, spesso associata ad una persona debole, indifesa, inconsapevole e può condurre ad arrogare dei diritti o a comportarsi come maestri o padroni della situazione.

Facciamo un altro esempio del concetto di colpa, questa volta prendiamo dell’automobilista che si trova coinvolto in un incidente, in cui una persona perderà la vita. Naturalmente non era sua intenzione fare del male ed in base a com’è andata la dinamica dell’incidente, non si sente minimamente responsabile di quanto accaduto. Ammettiamo che la persona in questione abbia effettivamente ragione e non abbia alcuna forma di responsabilità neanche indiretta, anche in questo caso rimane vero che una persona è morta. Ora se il nostro automobilista, forte della mancata responsabilità, desidera solo il risarcimento del danno materiale per poter cancellare l’evento dalla sua vita, agisce senza tener conto che un essere umano ha cessato di esistere e che ci sono delle persone che lo amavano che non hanno più possibilità, che non possono riportarlo in vita, soffrono immensamente per una perdita subita improvvisamente. Pur avendo ragione, non tenendo conto di tutto questo, ignorando la sofferenza dei parenti, si pone in un atto di profondo egoismo ed isolamento.

Dal punto di vista dei familiari il loro caro è morto e di chiunque sia la colpa, di fatto non c’è più e non ci sono alternative. Nel vedere l’automobilista indifferente, che non rivolge loro neanche una parola, s’indignano, si offendono, si arrabbiano senza posa. A loro volta, chiedono giustizia!

Ma l’automobilista che c’entra? Non ha fatto nulla, è lui la vittima dello scontro ed è stato fortunato ad essere ancora vivo! E non è certo per questa “fortuna” che deve qualcosa a qualcuno.

Di fatto è così però, ammesso che si possa veramente stabilire che la responsabilità sia tutta da una parte, è poi così importante? E’ poi così deresponsabilizzante, a livello morale? Ci autorizza a fregarcene, come se avessimo solo dato un calcio ad un sasso incontrato per strada?

Pur avendo ragione, perché ci costa tanto dire “Mi spiace!” ancor prima che “Mi scusi”? Cosa mai perderemo di noi, in queste poche parole?

Sicuramente l’automobilista non deve nulla, non di meno la mancanza di quest’atto lo porta a una condizione di assoluta cecità, di avarizia.

In una cultura come la nostra, veloce, materialista, virtuale, estetica, esibizionista, parcellizzata, ogni cosa deve stare al suo perfetto posto e in nessun altro, non ci si può fermare ad ascoltare, a sentire con qualcun altro, a valutare il peso emotivo su quanto ci sta capitando, ancor prima di valutare l’entità del danno, da pretendere legalmente.

Giustizia, abbiamo tutti bisogno di giustizia, vogliamo sapere che la ragione è dalla nostra, non abbiamo niente da dare a nessuno, come se l’attribuzione di una qualche responsabilità comportasse chissà quale dovere, chissà quale coinvolgimento ed impegno, chissà quale privazione. Infatti, non sappiamo più affrontare le questioni della vita quotidiana, se non litigando, se non ricorrendo ad un legale, alla denuncia, alla minaccia, allo scontro bruto, di parole, di atti, di usurpazioni, di violenza, di colpi intellettuali, di cavilli legali. Non sappiamo più venirci incontro, confrontarci, scontrarci, andando al centro della relazione stessa.

Qualunque errore o difetto, costituisce un’occasione per chiedere uno sconto, un potere, un favore, una posizione di comodo. Quasi dovessimo a tutti i costi stabilire un suddito ed un dominatore, non sappiamo più neanche competere in modo onesto e rispettoso.

Penso che se ci disponessimo ad ascoltare maggiormente noi e gli altri, se riuscissimo ad empatizzare con il sentire di chi ci sta di fronte, anziché lanciarci in supposizioni, articolare giustificazioni, motivazioni che ci discolpano, allora forse ci sentiremo tutti meno incompresi e soli, forse i tribunali non sarebbero così carichi di cause civili e penali.

Ancor di più, quest’atto di profonda umiltà, assume un valore incommensurabile quando siamo di fronte ad una relazione asimmetrica, come quella del genitore-bambino, insegnante-alunno, medico-paziente, terapeuta-paziente, datore di lavoro-dipendente, ecc. Le scuse di chi sta nel polo favorito dell’asimmetria sono assai rare, più che mai interpretate come atto di debolezza, perdita di posizione. In realtà, le scuse, l’avvicinamento emotivo all’altro polo della relazione, non fa perdere posizione o potere, ma aggiunge alla relazione “professionale” o comunque alla relazione dettata dal ruolo, una relazione, una dimensione umana, che sta sotto quella definita socialmente.

Chi sta al “potere” non perde la responsabilità ed il ruolo di decidere, di avere un peso sulla progettazione (di vita, professionale, scolastica, ecc.), ma tiene conto dell’altro come persona che ha delle proprie emozioni ed un proprio pensiero, ma tiene conto anche di sé, non unicamente come di chi deve assolvere un compito, ma come persona totale.

Pensate alla rabbia, al disorientamento, al senso di annullamento che vive la persona che si trova nel polo più debole della relazione. Riflettiamo per esempio sulla relazione genitore-bambino, è inevitabile che il genitore sbagli, sarebbe anomalo il contrario e dunque se è così perché non riconoscerlo? E’ un controsenso, è contro educativo, è una negazione della realtà.

Probabilmente sotto questo mancato riconoscimento dell’adulto, risiede il tentativo di non perdere la credibilità agli occhi del figlio. Non di meno è un controsenso appunto, perché la credibilità non risiede nella perfezione, ma nella coerenza fra ciò che si dice e ciò che si agisce. Ad esempio se si desidera insegnare che per imparare a fare le cose è necessario avere la pazienza di fare esperienza, la costanza di esercitarci in ciò che non ci riesce, la voglia di capire e di cambiare, il genitore per primo deve applicare su sé questa regola. In fin dei conti, anche se è un adulto, il ruolo di genitore è qualcosa di nuovo per lui, che deve gradualmente imparare a fare e a migliorare. In questo, sono compresi gli errori ed i cambiamenti di rotta. Non accettare anche per sé stessi questa realtà, insegna che a parole si dicono delle cose ma a fatti nessuno vuol sbagliare, nessuno vuol riconoscere gli errori e vuol veramente capire gli effetti dei propri errori, su sé e sugli altri. Il più grande insegnamento che un genitore può passare ad un figlio è proprio l’esempio diretto di errori, visti, riconosciuti, trasformati, mostrare quindi che gli errori sono occasione di cambiamento e di relazione umanamente alla pari. I figli così, impareranno che è veramente naturale sbagliare, che si deve tenerne conto, usandolo per incontrare noi stessi e gli altri in modo più ottimale.

Poniamo ad esempio il genitore che voglia insegnare ai figli la tolleranza e la non violenza, ma che di fronte alla disobbedienza del figlio, per rimettere a posto i ruoli, usi le mani. Se l’adulto dopo tale reazione, comincia a giustificarsi, trovando dei buoni motivi per il suo atto, es. che il figlio è veramente difficile, indomabile, incontenibile, toglie la pazienza a chiunque, ecc., allora quello che insegna è che se si ha un buon motivo, la violenza va bene e nelle situazioni difficili diventa un’arma efficace. Se invece l’adulto comprende che ciò che ha fatto non va bene, che non è riuscito ad utilizzare altre risorse, perché lui non crede di averne ed è ricorso all’unica modalità che ha subito come bambino, allora forse rifletterà sul fatto che non sa quali siano le alternative ma sa che ci sono e desidera impegnarsi per trovarle, esattamente come vuole insegnare al proprio figlio.

Parimenti, una situazione analoga può accadere fra docente e discente. Poniamo il caso del docente che voglia insegnare all’allievo, non solo un contenuto specifico (italiano, storia, matematica, ecc.) ma voglia anche fargli comprendere che l’apprendimento necessita di una condizione di curiosità ma anche di umiltà e riconoscimento della propria ignoranza, in modo da disporsi a vedere ciò che deve essere colmato con motivazione ed interesse. Il messaggio più importante che può passargli è che imparare è bello, stimolante, eccitante, perché con le nuove conoscenze ci si sente più vivi, più padroni di noi e del mondo, più consapevoli del contesto in cui viviamo (fisico, relazionale, ecc.) e via via. Mettiamo che il docente non sia a conoscenza di una nozione richiestagli o che sbagli nel dire un concetto, anche in questo caso, può arrogarsi il diritto di non essere contestato nella propria posizione e difendere una risposta errata e congettata lì per lì, oppure può semplicemente riconoscere l’errore, la mancanza e mostrare in modo diretto che non si finisce mai di imparare e che ignorare qualcosa non è vergognoso ma umano, lo stimolo per andare a cercare ciò che non si sa.

Se l’insegnante non riconosce il proprio errore o mancanza, insegnerà agli alunni che ciò che conta non è ciò che impariamo e come sappiamo usarlo, ma ciò che conta veramente è la capacità di far finta di sapere e la posizione di potere, necessaria per essere nella condizione di intoccabilità. Ecco allora che con l’intenzione facciamo una cosa ma poi coi fatti ne facciamo un’altra ed i risultati ce lo mostrano. Risulta ancor più duro e disorientante se, chi ha prodotto questo risultato non ne riconosce la paternità e inveisce contro gli altri, contro le nuove generazioni, i giovani, gli studenti, i figli, i dipendenti, ecc.

Possiamo proseguire con gli esempi e includere il rapporto medico-paziente, terapeuta-paziente. Partiamo dal forte sbilancio che caratterizza la relazione, sia in termini di sapere sullo specifico ambito, sia in termini emotivi. Il paziente si trova in un profondo stato di sofferenza ed il medico/terapeuta per formazione, competenza, esperienza, può lenire, può intervenire, quindi viene ancor più innalzato fino ad essere talvolta idealizzato, possedendo un ascendente fuori misura sul paziente. Ma se guardiamo la cura (medica, psicologica, sociale, logopedia, ecc.) nel nuovo panorama concettuale, essa s’inquadra in una crescente presa di responsabilità del paziente rispetto a sé, in un’ottica di prevenzione (primaria, secondaria e terziaria), di riabilitazione e cura. Se svalutiamo qualunque sensazione, ipotesi o autonomia del paziente, imponendo sempre e comunque la propria idea di cura, di proposta diagnostica e terapeutica, misconoscendo l’importanza delle informazioni che giungono dalla persona in questione e negando qualunque fraintendimento, non comprensione o errore, allora remiamo contro l’impostazione teorica e l’obiettivo che ci siamo prefissati. Rafforziamo prepotentemente l’idea che il paziente deve accettare passivamente qualunque ipotesi, qualunque accertamento e cura proposta, senza mettersi nei propri panni, cercando di comprendere il proprio vissuto ed esperienza a quanto gli viene proposto.

Anche in questo caso si rafforza a tutti i costi l’idea di uno dei due della relazione, in primo piano rispetto all’altro in termini di conoscenza, potere, decisività. A parole si privilegia la relazione, lo scambio, la reciproca responsabilità, nei fatti si pretende un’accettazione incondizionata di quanto proponiamo, giusto o sbagliato che sia per quella specifica persona.

Si tratta della profonda negazione della presenza dell’altro, in quanto essere pensante con uguali diritti e doveri, ma anche negazione di noi stessi, dei nostri errori, della nostra fragilità e del nostro bisogno di crescere, confrontandoci con gli altri.

A questo proposito potremmo ricordare l’interessante film “La macchia umana”. L’inizio si presenta col la scena di un incidente stradale capitato al protagonista, ormai in età avanzata, e alla giovane donna dalla vita travagliata, con cui intrattiene una relazione amorosa. La sua storia viene raccontata da uno scrittore amico di lei.  Narra il suo enorme impegno e dedizione all’insegnamento, praticato tutta la vita. Proprio quest’investimento, ad un certo punto lo porta alla più grande delusione mai provata, ad un dolore ed una rabbia mai estinta, neanche dopo tanti anni. Quello stesso dolore che ha fatto morire la moglie, che non è riuscita ad accettare la situazione.

Il protagonista, impersonato da Antony Hopkins, è stato uno stimato docente di letteratura al New England College, che in una delle sue tante lezioni, adirato per l’assenza di un alunno di colore, inveisce contro con “quello zulù”. Da qui scatta il caso, polemiche, denuncie, fino ad arrivare al tribunale scolastico, dove il corpo decenti capeggiato dal preside della scuola, lo condanna inesorabilmente per un atteggiamento razzista nei confronti dell’allievo e quindi lo caccia dalla scuola.

Andando indietro nella sua storia, emerge che quest’intellettuale ebreo, in realtà è un negro che ha interrotto da anni la relazione con la sua famiglia. Pur essendo di pelle bianca, diversamente dal resto della famiglia, è negro e fin da giovanissimo ha lottato per cancellare questa macchia dalla sua pelle, le sue origini tanto deplorevoli, di cui ha dissolto le tracce, efficacemente anche alla moglie.

Fino alla fine, l’insegnane deplora la propria presunta innocenza antisemita, ma alla fine è il più colpevole dei colpevoli. La sua macchia arriva dall’aver voluto cancellare dalla propria vita ciò che era, la propria famiglia, le radici, volendosi trasformare in qualcosa di totalmente diverso: un intellettuale ebreo. Guarda caso sceglie di fare la vittima della violenza altrui, ma non nei panni di nero, i suoi veri panni, ma in quelli di una minoranza maggiormente riconosciuta, accettata e considerata “superiore”. Non vuole più essere fra gli ultimi, fra gli inferiori, gli zulù!

Proprio questo misconoscimento di sé gli impedisce di riconoscere il suo razzismo ed il suo errore nel chiamare zulù, l’allievo. Per quanto cerchi di difendersi, di giustificarsi, andando all’origine etimologica del termine, con quest’affermazione esprime proprio ciò che pensa dello studente, esattamente ciò che pensa della propria famiglia e quindi di sé: i neri sono zulù, ignoranti. Dato questa profonda convinzione, per elevarsi ha dovuto rinnegare tutto questo, costruendosi un’identità totalmente diversa.

Ha sofferto molti anni della sua vita, pensando di aver subito una grande ingiustizia dal comitato scolastico, ha dedicato tanto impegno e amore all’insegnamento, da non aspettarsi di essere ricompensato così. Non si è reso conto che ciò che è successo è stato solo frutto del proprio operato. Probabilmente se avesse riconosciuto sé, la propria origine, il proprio errore, avrebbe impiegato tutta quell’energia per cambiare piuttosto che per macerarsi nella frustrazione e nel dolore.

Questa storia ci mostra anche palesemente che se non ci sono i presupposti, le fondamenta, tanto sforzo modifica solo la superficie della persona, non nella profondità. Il docente, per quanto si fosse sforzato di diventare un’intellettuale, non poteva realmente vivere l’identità d’intellettuale ebreo, perché sotto c’era una voragine incolmata. Ha realizzato questa meta non per ottenere un obiettivo costruttivo, ma solo come mezzo di fuga, non aveva il sapere profondo della condizione che gli avrebbe permesso di utilizzare quanto realmente raggiunto. E la vita l’ha riportato esattamente là, dove era fuggito e lo ha messo di fronte ad un grande bivio, o continuare a negare la propria negazione originaria, il proprio razzismo di fondo, il rifiuto di sé stesso o riconoscere il proprio errore e chiedere scusa allo studente, che comportava chiedere scusa alla propria famiglia, alla propria origine ma anche a sé stesso e riprendere in mano la propria esistenza da dove era stata interrotta, a favore di panni non propri.

Il docente ha scelto la prima alternativa, quella apparentemente più facile e indolore, che però ha comportato la perdita di quanto faticosamente raggiunto dopo tanto lavoro. Ciò ha condotto anche alla morte della moglie, che non ha compreso né accettato quanto capitato e alla sua dannazione, fatta di rabbia, rancore, incomprensione, di scivolamento di agiti incongruenti con la vita condotta fino ad allora.

Vediamo quindi che un semplice gesto mancato, il rifiuto di pronunciare una parola “scusa” con il seguito o il prodromo “mi dispiace”, rappresenti molto più di quanto mostri in apparenza. Non sono le motivazioni esplicite che fanno la differenza, ma quelle implicite e inconsapevoli, che conducono al rifiuto e alla negazione della propria responsabilità, posizione, emozione, condivisione, ecc.

Del resto, ogni azione e mancata azione possiede un’importanza relativa, rispetto a quanto si muove sotto, alle ragione di quel fare, alle emozioni, alle pulsioni, ai desideri sottostanti, che esplicitano molto di più di quella persona e della sua storia.

E’ importante fermarci a riflettere su noi e sul nostro comportamento, come fonte di conoscenza e sui fili del nostro mondo interno, che governano tutta la nostra esistenza. Ciò ci permetterà di vedere più chiaro su ciò che siamo e su come lo esplichiamo, disvelandoci a noi stessi, mostrando che non siamo così difficili e incomprensibili, ma solo mossi da motivazioni plurime.

“Scusi, ho sbagliato, mi dispiace” dunque, ci permetterà di incontrare noi stessi e gli altri. Parimenti la parola “Grazie” ha lo stesso peso e lo stesso andamento.

Non c’è nulla da vergognarci nel dire Grazie, non c’è debolezza né sudditanza, ma semplicemente abbondanza e riconoscimento all’altro per la sua presenza e per la relazione.

Ritengo di estrema importanza fermarci a riflettere sulle nostre piccole grandi cose di tutti i giorni, sulle parole, sugli sguardi, sulle carezze, sugli atti e su ciò che gli altri ci rimandano facendoci da specchio.

In fin dei conti è bello pensare di essere ancora così giovani (di qualunque età siamo) e flessibili da poter sempre leggere noi stessi, in visione di un cambiamento e di un miglioramento del nostro stare.

 

 

FILMOGRAFIA

Robert Benton “La macchia umana”. Attori protagonisti: Antony Hopkins, Nicole Kidman, Ed Harris, Gary Sinise. Gen. Drammatico, 2003 Usa.

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