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21 marzo 2012 3 21 /03 /marzo /2012 11:26

Quando il gioco si fa duro ……

 

Dott. sa Sabrina Costantini

 

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Quando il gioco si fa duro ….. direi che è una frase che di questi tempi, calza benissimo.

In questo momento il gioco si è fatto veramente duro. Tutti si lamentano della grande situazione di crisi, dei pochi soldi, degli aumenti, dei licenziamenti, della cassa integrazione, della disoccupazione, degli stenti in cui molte persone vivono, dei paesi ridotti in condizioni impensate per un mondo occidentale civilizzato e moderno come il nostro. Vige un grande sconforto, la ristrettezza e la paura sul presente e sul futuro ancora più buio.

E’ indubbia e reale la condizione di crisi economica internazionale e l’Italia non fa eccezione, anzi dalla Grecia echeggiano parole come “Vedrete, che fra poco tocca a voi!”, dai validissimi cugini spagnoli non si odono parole, solo perché nel tentativo di resistere stoicamente, si vive a denti stretti da tempi lontani orami. I cugini tedeschi invece, grazie alla loro capacità di ottimizzare, mostrano segni di maggiore ripresa, così i francesi che per ora se la cavano un po’ meglio di noi, forse …..

Insomma, non so se questo sia il reale quadro europeo, non me ne vogliano i cittadini delle varie nazioni se ho tradotto male il contesto ed i suoi segnali, quello che so è che più o meno arriva questo.

La TV prima fra tutte, con i suoi telegiornali, con le trasmissioni-dibattito, le interviste, i giornali con titoli antisonanti, numeri spaventosi e articoli allarmanti, di seguito tutti gli altri mezzi di comunicazione, continuano ad inviare notizie sconfortanti, allarmanti, terrorizzanti, martellandoci con informazioni che paralizzano ogni piccola risorsa, rimasta al nostro attivo.

Ormai non si parla d’altro nelle scuole, nei bar, nei negozi, dal parrucchiere, nelle sale d’attesa, nei poliambulatori, dallo psicologo, ecc.

Già nel nostro piccolo vediamo ogni giorno, sulla nostra pelle, gli aumenti delle utenze, degli affitti, dei prodotti di prima necessità, del carburante, vediamo anche il calo del lavoro e vediamo e udiamo cose indicibili sugli sprechi degli enti, delle strutture pubbliche, gli stipendi fantasmagorici di certe figure pubbliche, dei furti, degli imbrogli all’italiana, le mille mazzette, concorsi truccati e via e via, potremmo riempirci le pagine con questi esempi.

Di fronte a tutto ciò, verrebbe voglia di mettersi sotto le coperte per non sentire e non vedere più nulla. Il clima è pieno di sconcerto e terrore, è veramente difficile muoversi, si teme che capiti una catastrofe da un momento all’altro a chiunque di noi, a tutti noi.

Ma queste mie parole non vogliono essere una lamentela o la condivisione di un quadro amaro. No, vogliono essere l’invito a guardare oltre.

Io non so se ce la faremmo mai a migliorare il nostro quadro nazionale, in termini di onestà, merito, pulizia, economia, ecc. Però so che, vivere rintanati nella paura non ci servirà.

Pensate alle persone che sono state colpite da una calamità naturale, come il terremoto, l’alluvione, un tornado, ecc., non sapevano che sarebbe successo e hanno vissuto il pre-evento come hanno sempre fatto, senza angosciarsi.

Del resto, fare diversamente avrebbe forse cambiato le cose? Avrebbe evitato il dramma? Avrebbe ridimensionato la calamità?

Sappiamo tutti che la risposta è: No, assolutamente!

E del resto, anche quando questa si verifica, non si può certo pensare che piangersi addosso, rintanarsi ed aspettare l’aiuto altrui o il cambiamento, aiuti a superare l’evento, sia in termini concreti che emotivi.

Certo, è naturale che nell’immediato la reazione sia di choc, di disorientamento, spavento, di blocco, ecc., ma alla lunga è importante attivare le proprie risorse, reagire in prima persona, trovare il proprio modo di uscirne e non unicamente accogliere quello che ci viene donato.

La stessa cosa vale anche per l’attuale situazione economica, politica, sociale, da molti vissuta, proprio come fosse una calamità. La reazione immediata infatti è la stessa, si vive con terrore e con passività, come se tutto ci cadesse addosso da un momento all’altro, quasi fosse un tornado che ci travolge. Ma in questo caso non è così, noi concorriamo a questa situazione e comunque sia, dopo il primo momento di disorientamento, è tempo di mostrare il nostro grado di resilienza, la nostra resistenza agli eventi.

Ma ancora, dopo questo, dopo la forza e la resistenza è necessario recuperare la nostra capacità di reagire e trovare le risorse, psicologiche, emotive, concrete, sociali, ecc.

A queste parole, molte persone obietteranno che non c’è nulla da fare, che la crisi è mondiale, non ci sono vie d’uscita, non dipende da noi ma da forze superiori, complesse, estranee ed incomprensibili. Ebbene no, il destino è di chi se lo fa! E in ogni caso, noi ce lo facciamo, sia nel caso in cui interveniamo che nel caso inverso in cui stiamo fermi a guardare, è pur sempre nostra responsabilità, è il nostro modo di far fronte a noi stessi.

Certo, non tutto dipende da noi, ci sono eventi che ci “capitano”, senza apparente motivo o intervento soggettivo, ripeto apparente perché in realtà ritengo che anche il piccolo spostamento di un singolo elemento, può causare delle modifiche a catena, il cui risultato è inaspettato. Pensate al domino e a quale il risultato finale si verifica, dalla caduta di una piccola pedina.

Ma anche volendo ridurre il numero delle variabili intervenienti e volendo credere di non avere alcuna minima responsabilità in determinate circostanze, abbiamo comunque il potere di vivere quanto ci succede in un modo anziché in un altro. Per cui, invito tutti quanti a guardare nel loro piccolo, nel loro mondo e a pensare che si può essere attivi, attori della propria vita, anche di fronte ad elementi che sembrano più grandi di noi. C’è sempre qualcosa che possiamo fare, c’è sempre la possibilità di cambiare, anche dove non riusciamo a vederla.

Il primo passo consiste nel crederci. Nel credere veramente, che possiamo fare qualcosa per noi!

Se così non fosse, anche ci fossero migliaia di possibilità, queste ci sarebbero precluse dalla nostra cecità. Quindi fidiamoci del fatto che ci sono, fidiamoci delle nostre capacità. Probabilmente non le vediamo, ma dobbiamo credere nel fatto che ci sono, se non ci crediamo non le cerchiamo.

Pensate a quante cose che esistono realmente e noi non le vediamo, non le percepiamo coi nostri cinque sensi, come l’atomo, le forze magnetiche, il pensiero, le malattie asintomatiche, i pesci degli abissi, gli abitanti di luoghi sconosciuti, ecc. Solo grazie all’utilizzo di altri piani, di altri mezzi, abbiamo potuto rendere visibili e conosciute queste come altre cose, prima inesistenti per noi.

Partendo quindi dal presupposto che ci sono delle vie d’uscita, dobbiamo cominciare a scegliere la strategia, o meglio a comprendere qual è la nostra strategia preferenziale.

Ci sono persone che si muovono unicamente sotto la spinta di ciò che sentono, che amano fare, di ciò verso cui si sentono portati, in base al proprio bagaglio di conoscenze, esperienze, formazione, interessi, ecc. C’è chi punta un certo ambito e lo persegue con vari strumenti, in modo continuo e martellante. Ce ne sono altre che invece non guardano al come o a cosa possiedono già, ma guardano principalmente all’obiettivo. Sanno che vogliono arrivare ad un certo scopo e passano in rassegna tutte le occasioni, strategie, ambiti, che gli passano davanti, afferrando ciò che lo può condurre al proprio scopo. C’è poi chi lo fa in modo sistematico, quasi matematico, chi in base a quanto gli si presenta davanti, a ciò che conoscono o preferiscono, andando per esclusione, fino al termine della lista o fino a che non cominciano a vedere risultati. Naturalmente esiste anche la combinazione delle varie strategie e una personalizzazione del modo di affrontare le cose.

Comunque sia, dopo aver compreso la propria strategia, è arrivato il momento di valutare se in passato è stata ottimale e se eventualmente lo è ancora oggi. In caso contrario, si deve avere la flessibilità e l’umiltà di modificarla, a favore di qualcosa di più appropriato. Cioè può essere che se all’inizio di una data carriera professionale, concentrarsi sull’obiettivo “trovare lavoro”, qualunque esso fosse, poteva andare bene, dopo 10 anni di esperienza, formazione in un dato ambito, non è più ottimale ripartire da capo, prendendo qualunque cosa ci venga offerta, sarebbe come gettar via tutto quello che è stato fatto fino ad allora. In questo caso, sembra avere maggiore funzionalità riuscire a capire come ottimizzare quanto già si possiede. Poi non toglie che, se in realtà quel dato ambito non funziona più, non ha più sbocchi o se semplicemente non ci piace più, allora ha un senso ripartire da capo ….. se così si può dire, in realtà non si parte mai totalmente dall’inizio.

Dopo tutto ciò, dopo aver individuato la strategia che ci appartiene o che ci sembra più ottimale, dopo aver compreso dove si vuol arrivare, ci si guarda intorno e si cerca di capire quali le porte d’accesso che ci si mostrano davanti e quali fra queste vogliamo imboccare.

Una volta entrati, sicuramente vedremo uno scenario che prima non vedevamo, cominceremo a conoscere più a fondo e più da vicino ciò che prima ci era precluso. Non so se quest’accesso ciò che porterà al risultato sperato e immaginato, talvolta porta altrove e non è necessariamente un male, di sicuro porterà nuovo stimolo e nuova vita.

Qualcuno lo chiamerebbe problem solving, qualcun altro in un contesto lievemente diverso lo potrebbe chiamare brain storming. Di fatto queste sono due, fra le tante forme di sistematizzazione del pensiero nelle sue strategie di affrontare le difficoltà, le situazioni o i quesiti che ci si offrono quotidianamente. Il fatto di sistematizzarle, quindi di descriverle, tematizzarle, teorizzarle e schematizzarle serve solo per renderle maggiormente visibili, consapevoli e quindi maggiormente produttive.

Questa mia riflessione, vuol avere lo stesso scopo, creare uno spazio di riflessione e di reazione ad un momento di vita difficile, di qualunque natura si tratti.

Stare lì ad aspettare che la bufera passi non veicola molti vantaggi, perché alla fine, se il riparo è buono saremo ancora vivi, ma ancora più spossati e sfiduciati che mai, vittime e vinti, anziché attivi e protagonisti. Vi ricordo che nei momenti di grandi crisi, di guerre, di recessione, di tragedie, c’è sempre chi subisce e c’è chi all’inverso riesce a cogliere anche in quei momenti, la fonte del guadagno, del cambiamento, l’onda da cavalcare. E’ la stessa realtà, ma vista da visuali diverse, vissuta con modalità opposte.

E non vuol dire che si debba andare oltre la moralità e la dignità, approfittandosi delle tragedie o delle disgrazie altrui, ma semplicemente che si può essere onesti e degni ma anche attivi e attenti a quanto ci si prospetta.

Ricordiamoci della reazione al crollo della borsa di Wall Strett avvenuto in quel famoso martedì nero del 15 ottobre del 1929, molte persone si sono suicidate, pensando di essere ormai finite, senza alcuna possibilità, altre si sono date da fare all’inverosimile e sono sopravvissute al crollo economico, ma anche a sé stesse e al desiderio di ritirarsi dalla vita.

Sta a noi, decidere di affrontare questo momento così difficile e deprimente in modo attivo o passivo, di ruggire come leoni o miagolare come gattini inzuppati.

Non è detto che tutti noi dobbiamo riscrivere la storia, essere eroi, stravolgere il mondo, ma possiamo sicuramente riscrivere la nostra storia personale, possiamo essere sicuri di aver affrontato tutto quello che ci è capitato, in modo forte e costruttivo.

Del resto la vita non consiste nell’obiettivo in sè, che poi alla fin fine nel suo estremo ultimo è rappresentato dalla morte, ma dal percorso stesso, da ciò che ci appartiene giorno dopo giorno.

Credo dunque che, qualunque sia il gioco duro, che sia la disoccupazione, un debito da recuperare, la cassa integrazione, un vuoto da colmare, un problema relazionale, una scelta di vita o altro, comunque sia dobbiamo aver fiducia  e andare anche là dove non c’è visibilità.

Si deve partire dalla fiducia, da quel luogo interno a noi, prima ancora che esterno, bisogna saper attingere al fondo di noi, andando a scovare ciò che esiste, malgrado non sia ancora chiaro ai nostri occhi. Vedere il bicchiere mezzo pieno, permette di intuire che ci sono delle possibilità e di vivere con la fiducia che qualcosa c’è stato e ci sarà, concentrarsi invece sul bicchiere mezzo vuoto, vuol dire guardare solo le mancanze e sprecare energie, verso ciò che non c’è stato e non ci sarà più.

Ma pensiamo ad Albert Einstein, a ciò che ha scoperto nonostante la sua parte mancante di cervello, a ciò che ha visto pur essendo invisibile e sconosciuto ai nostri mezzi conoscitivi, pensiamo a Sigmund Freud, alla sua apertura, all’aver indagato quanto veniva ignorato o spiegato con motivazioni casuali e banali, a tutti quegli scienziati che ci hanno dato la possibilità di comunicare a distanza, attraverso linee invisibili, quali Bell o Marconi che sia, alla medicina che ha visto cause e rimedi là dove non se ne vedeva, ad un Pasteur e così via. Per loro si trattava di un bicchiere tutto da scoprire, un bicchiere pieno di conoscenze nuove, eppur non ancora visibili.

Adesso sta a noi, è il nostro turno. Il gioco è duro e noi possiamo scegliere di essere non duri, perché non basta essere duri e resilienti, ma di essere dentro la nostra vita e di volerla vivere con coraggio e scoperta.

Questa è la strategia e l’ottica che ci aiuterà nella vita di tutti i giorni, nelle grandi calamità, nei traumi della nostra storia passata, in tutto ciò che il futuro ci riserverà, in ciò che ancora ignoriamo.

Non è facile, né leggero ma è una scelta ed un’alternativa. Si può sempre scegliere!

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