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30 marzo 2011 3 30 /03 /marzo /2011 11:58

“Lezioni di Piano”

 Sabrina Costantini

 

 

 

Gli abissi inconscio-mare e l’onda che ci agita dentro, rappresentata dalla cadenzalità musicale, quasi ossessiva, costituiscono il mondo in cui ci accompagna Jane Campion.

Ci troviamo nell’Inghilterra dell’800, dove Ada scopre il linguaggio della musica a soli cinque anni. A sei anni, smette di parlare e “nessuno sa perché”, nessuno lo comprende.

Malgrado ciò, lei non si vive come un essere silenzioso, il piano rappresenta il suo linguaggio e l’interlocutore preferenziale è rivestito dalla sua mente.

Lì decide il suo copione di vita: la ribellione silente, che paradossalmente la porta ad essere perversamente succube e dipendente. Nata in una famiglia incapace d’amare, che la tratta come oggetto di scambio, decide di fuggire in un mondo tutto suo, appassionato ed intenso, vero, senza vincoli, né confini. Una realtà protettiva, rassicurante, perché sotto il suo controllo e deserta: non ci sono pericoli.

Comunicando con gli umani, attraverso intermediazioni che fungono da barriera, vive nella dimensione dell’inconscio, isolata e beata del proprio mondo interno, che vola via e si espande sulle ali delle note, attraverso il suono accorato e sconcertante della sua musica.

Adulta e con una figlia, Flora, nata dalla relazione con l’insegnante di musica, viene promessa in sposa dal padre, ad un accaparratore di terra, in una colonia in Nuova Zelanda.

Madre e figlia arrivano a destinazione, sbarcando sulla piaggia attraverso un mare in tempesta, ma lì nessuno è presente ad accoglierle, a causa del cattivo tempo.

Orgogliosa e tenace, Ada costruisce un “riparo femminile”, che permetterà loro di sbarcare anche la notte. Il giorno seguente al risveglio, troverà il promesso sposo, che l’accoglie senza delicatezza, attenzione o affettuosità, che vede la minutezza del suo corpo ma non il disorientamento della sua anima. “Si deve andare, la strada è lunga, c’è fango, la boscaglia lacera gli abiti”, ordina ai Maori che vengano trasportate le casse, ma non il piano forte.

L’uomo, in quest’atto, mostra sé e la propria visione: la vita è dura, si devono fare sforzi e sacrifici, con rigore e moralità. Non c’è spazio per il linguaggio dell’anima. Dell’anima si occuperà Dio, come ricompensa dell’obbedienza e dell’osservanza rigida, delle regole. Vive timorato di Dio, ma solo nella forma, senza relazione con gli altri, senza ascolto, in una vita concreta e avida, senza tempo d’incontro. Pieno di giudizio e pregiudizio, dove tutto si cataloga, si compra e si usa.

Ada, deve lasciare con dolore il suo mondo, il suo piano, lì su quella spiaggia.

Il matrimonio inizia con l’assurda celebrazione ritualistica pagana, forzata e insensata, di una foto in abito bianco, fra fango e pioggia battente.

Nessuno coglie, né comprende il disorientamento di madre e figlia, catapultate in una realtà completamente diversa dalla loro, non scelta, né desiderata. Coppia che, si fa forza di quest’unione simbiotica, costituita da gesti, movimenti e sguardi eloquenti, dolci e misteriosi, dove nessuno sembra poter entrare. Unite ulteriormente, da una mitica e misteriosa, quindi improrogabile, origine, una storia d’amore conclusa con la nascita di Flora.

Mentre il novello sposo è preso a comprare a basso costo, della nuova proprietà dai Maori, Ada e la bimba, grazie alla forza dell’ostinazione si fanno riaccompagnare sulla spiaggia da George, un inglese fuggito dalla civiltà, per assimilarsi alla popolazione locale. Una giornata all’insegna della danza dell’anima, fra note accorate, giochi, salti e balli, fra alghe, conchiglie e sabbia. Le due donne rinascono.

George, sotto la scorza di uomo concreto e imbarbarito, intuisce e intravede la realtà dell’anima, il suo linguaggio, così intenso in quella spiaggia. Comprende la realtà dell’incomprensione e della solitudine, da lui stesso sofferta ormai da tempo, forse dall’abbandono della moglie.

Fa quindi in modo, che il piano venga trasportato nella propria capanna e lo compra dal marito, il quale ben contento di avere altra terra, gli promette che Ada gli impartirà lezioni di piano. Ancora una volta, lei non ha scelta, né possesso, né diritto. Per ricomprare il suo piano, accetterà il patto offerto da George: lei suonerà e lui ascolterà, guarderà, toccherà. Suonare con la gonna sollevata, le fa riavere tutti i tasti neri!

Il disgusto, lo sdegno, lo stupore, il pudore, iniziali, lasciano gradualmente posto a risveglio di curiosità, desiderio, affetto, legame. Per la prima volta nella sua vita, il contatto col piano, deve essere mediato dalla realtà concreta e da quella relazionale, dallo scambio necessario. Non può più viverlo, secondo il suo bisogno esclusivo.

E quando ormai George, ossessionato e innamorato di lei, cede regalandole il piano, Ada si concede a lui in un incontro appassionato. Lui però non si accontenta del suo corpo, vuole conoscere la sua anima e le chiede di più.

Nel frattempo la figlia, ammansita a dovere nei giusti confini della moralità, che distingue i civili inglesi dagli incivili Maori, rappresenta la massima espressione del copione materno, l’ultimo anello della catena: obbedienza e dipendenza. Riproponendo poi, sui più deboli (gli animali domestici), ciò che subisce: sopraffazione e violenza. Atteggiamento imparato dalla madre. Ada infatti, riversa sulla figlia ciò che ha subito: la usa come prolungamento di sé, come strumento di comunicazione, intermediario col mondo, delegandole le proprie responsabilità.

Per giunta, adirata con la madre per la sua rottura della relazione simbiotica, Flora la tradisce rivelando al nuovo padre, la strana modalità di impartire lezioni.

Il marito, spia l’incontro appassionato attraverso le fessure della capanna di lui. Infuriato per essere stato defraudato di una proprietà, a cui non ha ancora avuto accesso, imprigiona madre e figlia, serrando porte e finestre della loro abitazione. Reclusa, la donna riversa sul marito desiderio ed eros risvegliati, sperimentando con lui la dimensione dell’intimità a senso unico: non riesce a farlo entrare nel proprio mondo, ma tenta di “educarsi” alla sua vicinanza. Senza successo, però.

L’atto successivo segna una scena di grande drammaticità, la realizzazione del moralismo, dell’obbedienza bigotta e violenta, ben teatralizzata durante le feste, attraverso la messa in scena della storia di Barbablù. Nell’espressione della più alta inciviltà, compie un atto, che gli “incivili e selvaggi nativi”, aborriscono: le taglierà un dito, per punirla di aver voluto inviare attraverso la figlia, un tasto di pianoforte inciso con parole d’amore, al suo amante.

Parole scritte, che lui non sa leggere, al pari delle parole dette che lei non sa pronunciare. I due amanti si chiedono di entrare l’uno nel linguaggio dell’altro, come prova ulteriore del loro incontro.

In risposta il marito, utilizza la figlia per far avere al rivale, il dito di Ada

Ma ciò non basta a piegare la volontà e l’ostinazione di lei.

Consapevole di ciò, nell’impotenza più estrema, ascoltando le parole che lei non dice ma esprime con tutto il suo essere, ad un passo dalla follia, il marito la lascia andare, intimando l’altro a portarsela via al più presto, per far finta che niente sia successo.

George, Ada e la figlia tornano in Inghilterra. L’ordine viene ristabilito, le ali d’angelo lavate, la purezza ripristinata.

Durante il viaggio in mare, lei decide di disfarsi del suo piano, un taglio netto col passato, oltre al dito vuol rinunciare ad un’altra parte di sé, strettamente connessa con il suo mitico amore. Non appena questo viene gettato in mare, precipita in acqua con esso. Concretamente rimane impigliata da una corda, simbolicamente espressione del suo legame di vita e di morte con lo strumento.

Lì, si realizza per la prima volta la scelta, la separazione reale. Lascia andare il passato, fatto di morte e ritiro, a favore della vita, della creatività, dell’amore. “Che morte….. Che occasione….. e che sorpresa aver scelto la vita” Lascia per sempre il mondo dell’inconscio, oscuro e separato dal conscio, smette di vivere nella notte per il giorno.

In un angolo del suo cuore e dei suoi pensieri rimarrà quella possibilità rifiutata, il suo mondo fermo e silenzioso, isolato e mortifero, ma quieto e sicuro, nei profondi abissi del mare. Angolo tutto suo, al calare della sera, all’abbandono di controllo e volontà. “C’è un profondo silenzio dove non c’è mai stato suono, c’è un profondo silenzio dove suono non può esserci, nella fredda tomba del profondo mare”.

E la sua vita si apre ad un nuovo modo di fare musica, di insegnarla, di suonarla, con un dito rimodellato, con un linguaggio parlato, da riscoprire e riconquistare nel buio e nella solitudine, come schermo della vergogna: rimasuglio del copione di non amore.

Mentre Flora riprende la sua danza dell’infanzia, Ada ancora una volta si guadagna l’appellativo di “strana del villaggio”, ma questa volta senza ribellione, con serenità e ironia. Alla ricerca di un nuovo incontro fra conscio e inconscio. Ormai è lontano il giogo dell’isolamento e del rifiuto, quel tumulto emotivo continuo, ben trasmesso dalla tempestosità della colonna sonora, che sembra riprodurre e far vivere incessantemente nel corso del film, quell’onda interna di Ada, quell’andare e venire di passione, desiderio, dolore e impotenza. Una musica che ci attanaglia dentro e ci trasporta in un mondo sconosciuto, inquietante, ammiccante, ma senza possibilità di ribellione alcuna.

Ora è cambiata musica, si innalzano note spensierate e soavi.

Jane Campion in questo film, attraverso un susseguirsi continuo di immagini reali e simboliche, mostra, quanto in seguito svilupperà con ulteriori articolazioni (ad es. nel film Holy Smoke), ovvero la distinzione fra amore e passione, legame e ossessione, relazione sana e perversa, libertà di essere e copione, sentire e mostrare, conscio e inconscio, luce e ombra, suono e silenzio …………..

 

 

Regista: Jane Campion

Attori principali protagonisti: Holly Hunter, Harvey Keitel, Sam Neill

Genere: Drammatico

Produzione: Austria/Francia/Nuova Zelanda, 1993

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