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25 gennaio 2012 3 25 /01 /gennaio /2012 09:39

La strada del ritorno

Dott.sa Sabrina Costantini

 

 

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I viaggi, le partenze e le fughe, rappresentano temi dominati e ripetuti della vita delle persone. La vita è tutto un viaggio, un percorso in varie direzioni, con terreni e ambienti svariati, ha inizio come fuoriuscita da un “habitat” (ventre materno) per entrarne in un altro assai diverso, più rumoroso, pieno di colori, odori, movimenti e ampi spazi, ecc. Così procede, così fino al suo termine.

Viene da sé che la vita è tutta una partenza, uno spostamento da un posto ad un altro, sia fisico che mentale, emotivo, evolutivo, talvolta involutivo. Ci spostiamo da una scuola ad un’altra, da un’abitazione ad un’altra, da una convivenza a un’altra, da un piccolo mondo di certezze a mille altri (ipotetici e reali), si comincia ad oltrepassare una piccola siepe per abbracciare crescenti oscurità, paure ed incertezze.

La partenza ed il cambiamento dunque, ci accompagnano naturalmente.

Capita poi che anziché partire si fugga e ciò comporta una dinamica diversa. La partenza è rivolta ad uno specifico obiettivo, una meta, secondo una spinta direttiva e propositiva, un bisogno, un desiderio, la fuga invece è il prodotto di un allontanamento da qualcosa, si nega l’esistenza di quel qualcosa dalla nostra vita, non si va verso ciò che si vuol raggiungere ma semplicemente si taglia con ciò che non ci piace, ci fa soffrire, con ciò che non sappiamo integrare, con ciò che vogliamo sopprimere, di cui non riconosciamo l’esistenza. La partenza arricchisce, integra, mette insieme parti diverse di noi, la fuga taglia, riduce, impoverisce queste parti, depaupera l’essere.

Comprendiamo bene che esiste una differenza sostanziale di percorso e di qualità, fra andare e fuggire, fra una vita all’insegna della costruzione, della conquista, della comprensione e quella all’insegna del rifiuto, della distruzione, dell’ignoranza. La partenza infatti conduce nuovamente là dove siamo partiti, produce un ritorno all’origine, con un’identità intrisa di una diversa consapevolezza, mentre la fuga che in verità non ha mai permesso una vera partenza, non produrrà nessun ritorno e nessuna trasformazione evolutiva, ma solo stasi.

Dobbiamo intendere la partenza e la fuga non unicamente come processi concreti e spaziali, ma anche e soprattutto come percorsi interiori intrapsichici. Pensiamo ad esempio alle ferite e alle loro maschere (Lise Bourbeau). Le maschere (intese come comportamenti, atteggiamenti, credenze, ecc.) rappresentano dei meccanismi di fuga e di nascondimento dalla ferita stessa. Per cui, ad esempio chi vive la ferita dell’abbandono si nasconderà e fuggirà dietro la maschera della dipendenza, chi ha subito la ferita dell’umiliazione si celerà dietro la maschera del masochismo, chi si è sentito tradito si ammanterà della maschera del controllo e così via. Quel che ci interessa qui è comprendere che se ci ammantiamo di una maschera, se ci nascondiamo, se fuggiamo dalla nostra realtà, non abbiamo l’opportunità di comprenderla, di modificarla e ma senza saperlo, cadremo sempre lì, in modo circolare e ripetitivo. Nessuna partenza, nessuna trasformazione, nessun ritorno.

Parimenti si tratta di fuga, quando a livello relazionale non siamo disposti alla reciprocità e alla messa in discussione di noi stessi e delle nostre responsabilità, sia in relazioni alla pari con coetanei, amici, colleghi, ecc., che in relazioni asimmetriche come con figli, genitori, datori di lavoro, impiegati, pazienti, ecc. Noi non siamo lì, nel nostro posto, nel nostro ruolo, con possibilità e responsabilità, ma lo abbandoniamo, lasciando solo una figura esterna, una maschera di noi stessi. Partire invece, ci concede il lusso di vedere riflessa negli altri la nostra ferita, di vedere i nostri misfatti, le ferite che noi stessi procuriamo agli altri e ancora di più a noi stessi, comporta anche vedere la via risolutiva, prendersi la responsabilità di ciò che siamo, di ciò che agiamo e di come lo agiamo, infatti, ci fornisce il potere della visibilità e del cambiamento.

Le fiabe, le storie tramandate, i miti, parlano proprio di questo, di un percorso, di un’evoluzione e di un’involuzione, del cambiamento e della trasformazione. Questo ritroviamo quando abbiamo a che fare con il bene e con il male, col bianco e col nero, con le fate e le streghe, con le streghe del male e del bene, con il cielo e con la terra.

Le fiabe, costituiscono uno dei regali più importanti che possiamo fare ai nostri figli. E’ un regalo che facciamo a loro, come bambini e a loro, come futuri adulti. E’ un regalo che noi facciamo a noi stessi, adulti di oggi e bambini di ieri.

Le fiabe, come ci ha insegnato Bettelheim, sono uno strumento di crescita, la strada per la risoluzione dei conflitti, senza il ricorso a giudizi o moralismi, come invece succede nelle favole o in altri tipi di storie.  

Utilizzano il linguaggio simbolico e parlano ad una parte della nostra psiche, che si esprime ed si organizza intorno al simbolo: l’inconscio. E’ proprio attraverso l’utilizzo del simbolo, ciò che può apparire eccessivamente violento, doloroso e triste, in realtà non lo è, rappresenta in modo adeguato una realtà interna, una condizione evolutiva intra- e inter- psichica. Non si tratta della realtà concreta, di un reale abbandono, di una reale ferita, rifiuto, ecc. ma di un vissuto di abbandono, di dolore, di rifiuto, di rabbia, di trionfo, ecc.

La fiaba inoltre fa ricorso alla magia nelle sue varie vesti, chiamando così in causa un mondo al di là di quello razionale e concreto, un mondo emotivo, inconscio, onirico, con leggi proprie, con regole-non regole, dove “Desiderare serve ancora a qualcosa” (come citato in il Principe Ranocchio o Errico di Ferro, fratelli Grimm).

La realtà dello schermo (TV, PC, playstation, game boy, ecc.) al contrario, ci mostra una realtà concreta, dove la violenza ed il dolore rappresentati sono reali e cruenti, per tanto shoccanti e traumatizzanti (Costantini, 30/06/09, 16/04/08).

L’individuo grande e piccino, è a rischio di dipendenza dallo schermo, che ipnotizza una parte importante del cervello, rendendolo ricettacolo inerme di contenuti e forme, che rimangono insospettatamente sepolte nell’inconscio, pronte ad emergere quando meno ce lo aspettiamo. Lo schermo dunque, è violento sia nel contenuto che nella struttura.

Non sono esclusi da questa realtà, i programmi per bambini, come cartoni animati, video giochi, ecc. Recentemente si sono aggiunte le immagini delle carte e dei libri sadico-umoristici, quali i libri di Andy Riley Scott (Costantini, 23/02/09), ecc.

Tutto è esplicito e sovrarappresentato a livello visivo, veloce ed ambiguo.  Si tratta di un’ambiguità che ci si ritorce contro, perché inconsapevolmente mostra una condizione ridicolizzata o svalutata, ma che invia emotivamente un altro tipo di messaggio, che ferisce la nostra sensibilità ed il nostro equilibrio.

La fiaba, come del resto la lettura, sono anch’essi ambigui, ma di un’ambiguità nutriente. In questo caso, non è il messaggio ad essere ambiguo ma la percezione, perché la vista viene frustrata con l’assenza di immagini. Si forniscono dei concetti, che parlano il linguaggio della realtà emotiva in modo inconfondibile, lasciando che la persona cerchi al proprio interno, le immagini corrispettive del mondo che gli appartiene.

In questo senso, le fiabe sono un seme in continuo germogliare, un materiale vivo e presente dentro di noi, pronto a rispuntare quando meno ce lo aspettiamo, ma questa volta nutriente e costruttivo. Una fiaba è per sempre. E’ un percorso che, anche dopo tanti anni, ti permette di ritornare a casa, esattamente come Hänsel e Gretel.

Questa fiaba rappresenta il superamento della fase orale. La prova insita in questa fiaba infatti, permette al bambino di passare dalla fase in cui si è nutriti unicamente dalla madre, alla fase dell’individuazione e dell’indipendenza, spingendo ad “alimentarsi” da soli.

La storia ci mostra una scissione e successiva riconciliazione importante, fra una madre buona, che nutre e ama, con una madre cattiva, che divora ed odia. Mette anche in risalto il pagamento del nutrimento, il costo di questa funzione per la madre, che si riversa necessariamente anche sui figli. Questa fiaba, permette ai bambini di tornare a casa, dopo l’allontanamento e la vittoria sulla madre cattiva, che scaccia e depriva, ma non in modo gratuito, bensì sotto la spinta di un’evoluzione personale, sotto l’invito a prendersi la responsabilità della distruttività insita nella propria oralità. Non c’è solo una Madre cattiva ma anche un Bambino cattivo.

Quale altro strumento, può essere capace di far compiere un processo psichico articolato ed evolutivo, come questo?

Vediamo la storia nello specifico (fratelli Grimm).

C’era una volta due bambini che avevano perso la mamma ed il padre ben presto si risposò, con una donna cattiva e malvagia.

 No, in realtà questa non è la storia come in origine viene narrata!

La storia narra che nel bosco viveva un povero taglialegna con la moglie e i due figli. Era un periodo di grande difficoltà e non avevano molto da mettere sotto i denti. La matrigna dunque, una sera disse al marito di lasciare i bambini nel bosco, perché presto sarebbe arrivato l’inverno, erano troppe bocche da sfamare e sarebbero morti tutti di fame. Il padre non se la sentì di lasciare i figli nel bosco e così andarono avanti ancora, fino a che la matrigna non riprese a fare lo stesso discorso.

Dopo tanta insistenza l’uomo acconsentì e Hänsel, che aveva udito tutto da dietro la porta, andò in giardino e raccolse una manciata di sassolini bianchi.

 Il giorno successivo, la madre diede un pezzo di pane ai due bambini e i due li condussero nel bosco. Lungo il percorso, Hänsel disseminò i suoi sassolini. Arrivati al centro del bosco, il padre disse ai bambini di aspettarlo lì, ma quando fu sera Gretel, accorgendosi che il padre non sarebbe tornato, si mise a piangere disperata, il fratello le disse di non preoccuparsi, sarebbero tornati a casa grazie ai sassolini lasciati lungo la via e così fu, aspettarono il buio ed i sassolini mostrarono loro la strada del ritorno, grazie alla loro luce riflessa.

Tornati a casa, la matrigna riprese a fare lo stesso discorso, il padre doveva portare i bambini nel bosco ma questa volta ancora più lontano, in modo che non potessero tornare, nello stesso tempo chiuse la porta della cucina e Hänsel che udì tutto anche questa volta, non poté raccogliere i suoi sassolini. Per cui il giorno seguente, lungo il percorso il piccolo lasciò le bricioline di pane fornitogli dalla madre e arrivati nel bosco si ripeté la scena precedente. A sera i due bambini cercarono di rientrare grazie alle bricioline, questa volta però non fu possibile perché gli uccellini le avevano mangiate tutte. I due piccini disperati e affranti si misero a piangere, stringendosi forte forte.

Dopo un po’ riuscirono a farsi coraggio e si misero a girare per il bosco, camminarono tutta la notte e anche il giorno seguente, erano stanchi e affamati, si fermarono sotto un albero e si addormentarono. Era la terza mattina, ripresero a camminare addentrandosi sempre più nel centro del bosco, se non avessero trovato qualcuno sarebbero presto morti di fame. A mezzogiorno videro su un ramo, un bell’uccellino che cantava, si fermarono ad ascoltarlo, poi l’uccellino volò via, lo seguirono fino a che si posò sul tetto di una casa.

Da non credere, la casa era fatta di pane e focaccia, le finestre erano di zucchero trasparente, i piccoli fecero proprio una gran scorpacciata. Ma ad un certo punto sentirono una vocina

                                           Rodi, rodi, mordicchia

                                           La casina chi rosicchia?

 

                                  Il vento, il venticello,

                                  il celeste bambinello (risposero  loro)

 

Non se ne curarono e continuarono a mangiare, fino a che si aprì la porta e uscì una vecchia decrepita, i piccoli si spaventarono tanto al punto da lasciarsi cadere ciò che avevano in mano.

Così la strega seducendoli li invitò ad entrare, preparò una gustosa cena e li mise a dormire in due bei lettini. La vecchia, fingeva di essere benevola ma in realtà era una strega cattiva, con gli occhi rossi e vista corta, ma con un finissimo fiuto, tanto da annusare presenza umana fin da lontano, esattamente come gli animali. Attirava i bambini con la casa ricoperta di squisitezze, per poi ucciderli, cucinarli e mangiarli. La mattina seguente infatti, prese Hänsel, lo rinchiuse in una stia con l’idea di ingrassarlo e poi divorarlo, poi prese Gretel per un braccio ordinandole di cucinare, pulire e quant’altro servisse.

Giorno dopo giorno, la bimba sfaccendava dalla mattina alla sera, mangiando miseri avanzi, mentre il fratello veniva servito di piatti sontuosi e poi palpato dalla strega, per verificare quanto fosse ingrassato. Ma il piccolo, anziché mostrare il braccino, mostrava un osso di pollo, così che la strega cieca non se ne accorgesse e pensasse stupita che il bimbo non ingrassava.

Alla fine però, dopo quattro settimane lei si stufò di aspettare, era arrivato il momento di  mangiarlo magro o grasso che fosse. Disse a Gretel di andare a prendere l’acqua, accese il forno e le intimò di controllare che fosse ben caldo, ma la bambina che aveva intuito l’intenzione malevola della strega, disse che non sapeva come fare e la strega per presunzione e cecità cadde nel tranello, entrò nel forno per insegnarle, Gretel la chiuse dentro così che bruciò miseramente e Hänsel fu prontamente liberato.

Nel vagare per la casa trovarono molti forzieri con oggetti preziosi, ori e perle, ne presero un po’ e presero la strada del bosco per tornare a casa. Dopo due ore di cammino trovarono un fiume che non aveva passaggio, così Gretel chiese ad un’oca bianca di aiutarli, saggiamente la piccola non si fece traghettare con Hänsel come lui desiderava,  per evitare che l’oca si stancasse troppo e li facesse morire tutti e due, aspettò che lui fosse già stato trasportato.

Giunti a casa, il padre fu tanto contento di rivederli. Da quando li aveva lasciati nel bosco, non aveva più avuto un attimo di tranquillità, la donna invece era morta. Gretel mostrò il suo grembiule colmo di perle e ori e così  vissero insieme felici e contenti.

Ora riguardando tutta la storia ed esaminiamo il falso inizio: “C’era una volta due bambini che avevano perso la mamma ed il padre ben presto si risposò, con una donna cattiva e malvagia”, esso non è il vero inizio della storia marappresenta la traduzione mentale e la trasformazione inconsapevole, che spesse volte le fiabe subiscono durante la narrazione orale. Nella versione originale non viene mai detto che la madre muore ed il padre si risposa, frequentemente però chi la racconta, fornisce questa versione.

Nella fiaba originale, in alcuni punti si parla di madre, in altri di matrigna, ad esempio si cita la parola matrigna quando la donna chiede all’uomo di abbandonare i bambini nel bosco. Questo ci fa pensare che la donna non sia realmente una matrigna ma lo sia da un punto di vista emotivo, cioè che rappresenti il vissuto del bambino di una “madre cattiva”, una madre che si sente deprivata dalle esigenze dei propri figli, un vissuto in parte reale e sano, che si sviluppa verso l’anno di età quando la simbiosi viene meno, ma qui espletato in modo eccessivo e deprivante (nella proposta risolutiva). Si tratta di una funzione negativa, espressa anche linguisticamente dal suffisso dispregiativo –igna, ma in realtà negativa solo nel modo in cui può essere espressa, non nel bisogno primario.

E’ naturale che ad un certo punto la madre senta il bisogno di riprendersi la propria vita e di rendere più autonomo il bambino, creandogli degli spazi anche all’esterno della famiglia (ad es. mandandolo all’asilo, al nido, dai nonni, ecc.), non lo è quando questo bisogno viene vissuto in modo impellente, urgente, pena la propria sopravvivenza, al punto che ne emergono soluzioni drastiche e violente (abbandono, rifiuto, delega totale, uccisione, ecc.)

Come ci suggerisce Bettelheim inoltre, la fiaba inizia in modo realistico e ci ricorda una triste realtà, ovvero le persone che si trovano in difficoltà non abbondano in generosità, anzi spesso mostrano i lati peggiori di sé, il sentirsi deprivati, porta a proteggere le proprie misere cose, all’incapacità di condividere, al tenere tutto per sé, ecc. Ma anche questa condizione è rappresentativa anche di una realtà interna: quando l’individuo si trova in una sorta di carestia emotiva, quando ogni equilibrio è vissuto in modo precario, alla stessa stregua di un momento di recessione economica estrema, allora si ritira ogni forma di contatto, di scambio che possa far disperdere energie, che possa procurare una qualche forma di cambiamento, che possa minimamente far crollare il delicatissimo equilibrio. Si rimane fermi nella posizione di partenza, imbalsamati nella paura, che intravede pericoli in ogni dove.

Riflettendoci su, ci diviene chiaro che questa realtà concreta è anche rappresentativa del mondo interno dei bambini, che svegliatisi nel mezzo della notte per la “fame”, temono di essere abbandonati e fatti morire di stenti. Si evince l’enorme ansia, nello scoprire che la madre non è più disposta a soddisfare i propri bisogni orali, che desidera separarsi e disfarsi di loro. Viene rappresentata una sorta di competizione: sia la madre che i bambini temono di essere deprivati di qualcosa, la madre della propria individualità, i figli della totale disponibilità materna e del nutrimento assoluto.

Nell’inizio della storia, si sottolinea anche una dimensione individuale, rappresentata dal padre: “C’era un taglialegna, con la moglie e i due figli”. In questa frase risalta l’identità dell’uomo, che possiede una moglie e due figli, ci rammenta la dimensione paterna, più separata, razionale e improntata all’agire, rispetto a quella materna, diadica ed inizialmente simbiotica. Al termine della storia, quando anche i bambini si sono individuati e distanziati dalla madre, è ancora lui in primo piano, indicando così non tanto la figura (il padre), quanto la funzione: quella individuale e separata.

I bambini spaventati e adagiati nella condizione di totale legame con la madre, dopo il primo abbandono, usano impegno e astuzia, per ritornare a casa e ripristinare così la situazione iniziale di dipendenza. Ma la cosa non funziona per molto ed ancora si ripresenta la spinta che va a spezzare quest’equilibrio, ovvero il volere e l’insoddisfazione materna. La seconda volta infatti, Hänsel indebolito dallo sforzo precedente e dall’incertezza, non utilizza bene le proprie risorse ed essendo regredito, cerca una soluzione di tipo orale (le bricioline), che risulta però inappropriata. I bambini sbaglieranno anche di seguito, quando si faranno prendere dall’ingordigia di fronte alla casetta di marzapane. Così facendo, pur di divorare il tetto e le finestre, si dimostrano pronti a privare qualcuno della propria dimora: la rappresentazione di un proprio fantasma, precedentemente proiettato sui genitori, che nella storia agiscono tale dinamica.

La storia ci mostra cosa succede quando si cede all’avidità orale, negando la propria responsabilità (alla domanda della strega i bambini rispondono “il vento”). La regressione a questa paradisiaca condizione di oralità più totale, sopprime ogni forma di individuazione e indipendenza. Infatti, i bambini si ritroveranno l’uno in gabbia e l’altra alla totale servitù della strega, che rappresenta appunto la parte distruttiva dell’oralità. La strega conduce i bambini in casa per mano, prepara un’ottima cena e due lettini puliti, con l’intento di mangiarseli, questa condizione rappresenta un po’ la sensazione di ogni bambino di essere stato fregato dalla madre, soddisfatto in ogni suo bisogno per poi essere frustrato. D’altra parte è proprio per la loro avidità orale che si trovano in quella condizione: volere troppo, volere a qualsiasi costo, far proprio ad ogni condizione, ingabbia, perché lega in modo indelebile fino a diventarne dipendenti e schiavi!

La loro salvezza poi è rappresentata proprio nell’individuazione e nella progettazione intelligente dell’azione, vedi l’utilizzo dell’osso al posto del dito, il raggiro della strega per indurla ad affacciarsi nel forno, il farsi traghettare uno per volta, ecc. Dopo aver superato la componente distruttiva dell’oralità, i bambini ritrovano la ricchezza e l’abbondanza, scoprono forzieri pieni di pietre e perle preziose, ritrovano la matrigna morta ed un padre felice di rivederli.

Si noti inoltre come gli uccellini siano presenti in tre momenti cruciali della storia. Sono loro che mangiano le briciole impedendo il ritorno a casa, seguendo uno di loro i bambini arrivano nella casa della strega ed è grazie all’oca bianca che fanno ritorno nella casa genitoriale. Ora, se consideriamo che i figli sono spesso rappresentati come uccellini che stanno nel nido e che prima o poi voleranno via, vediamo come questi cugini del mondo naturale, siano il tramite rappresentativo di due tipi di “casa genitoriale”, quella accogliente e quella divoratrice.

Inoltre, i tre uccellini rammentano tre funzioni e tre aspetti: il canto, il volo ed il nuoto, quindi tre forme di spostamento e di espansione nello spazio (con la voce e col mondo interno, attraverso le ali e l’aria esattamente come fanno i pensieri, attraverso l’acqua quale rappresentante dell’inconscio). Come a dire che, da una condizione beata di spensieratezza, si passa a volare via dal nido verso qualcosa da raggiungere ed infine si passa ad oltrepassare un ostacolo, cambiando livello e condizione (dalla totale dipendenza ad una prima forma di indipendenza).

Il fatto che solo al ritorno incontrino il corso d’acqua, sta ad indicare il passaggio ad uno stadio diverso, superiore, un po’ come nel battesimo, è una sorta di sublimazione di stato.  Non a caso, per attraversarlo devono separarsi per la prima volta, facendosi traghettare uno per volta.

La fiaba stimola a lasciare andare gradualmente il legame univoco con i genitori, a favore di una relazione alla pari fra coetanei, infatti i due bambini si salvano a vicenda. Dunque il bambino impara che con l’intelligenza, con lo sforzo, con l’aiuto dei coetanei (quindi di altre parti di sé) si possono superare gli ostacoli e si può tornare a casa, nel luogo di origine, più arricchiti e felici. Insegna che ci si può liberare dalle streghe, grazie alle proprie risorse, insegna però che è necessario prendersi le proprie responsabilità e far cadere il ruolo di bisognosi totali e indifesi (i bambini riescono a vincere la strega, la madre cattiva).

Una storia con un significato assai simile lo ritroviamo in Vassilissa, fiaba russa di antica memoria (Estès). La ricordo brevemente nelle sue costituenti fondamentali.

“C’era una volta e una volta non c’era” un giovane donna sul letto di morte, giaceva mentre la figlia ed il marito pregavano in fondo al letto per raccomandare la sua anima a Dio. La madre chiamò a sé la figlia Vassilissa, vestita con stivaletti rossi e grembiule bianco e tirò fuori dalle coperte una bambolina per lei, vestita esattamente come la piccola. “Sono le mie ultime parole bambina, se ti perderai o avrai bisogno d’aiuto, domanda a questa bambola che fare, e sarai assistita. Tieni la bambola sempre con te. Non parlarne a nessuno e nutrila quando ha fame. Questa è la promessa di mia madre e la mia benedizione.” Il respiro cadde nella profondità del corpo, dove raccolse l’anima e fuggì dalle labbra: la mamma era morta.

Per un po’ padre e figlia piansero il lutto ma dopo un po’ il padre si risposò con una donna, che aveva due figlie, tutte apparentemente sorridenti ma con qualcosa di roditore che il padre non vedeva. Quando erano sole, la matrigna e le figlie, prese dall’invidia per la bellezza e per la dolcezza di Vassilissa, le  imponevano  lavori pesanti. La ragazza si rendeva utile senza mai lamentarsi, mentre le tre erano come topi che di notte rovistano tra i rifiuti.

Un giorno la matrigna fece estinguere il fuoco e poi chiamò la ragazza perché andasse dalla Baba Jaga, la strega, per farselo ridare, con l’intento sottostante di farla uccidere e mangiare. Vassilissa partì attraverso il bosco, piena di spavento per il buio e per i rumori sinistri, ma poi metteva mano nella tasca ed il solo contatto con la bambola la rassicurava e la aiutava nella scelta dei sentieri da intraprendere. Non dimenticò certo di dividere con lei il suo pane, di alimentarla come raccomandato dalla madre.

Improvvisamente incontrò un uomo vestito di bianco, al galoppo di un bianco cavallo e si fece più chiaro, poi passò un uomo vestito di rosso su un cavallo rosso e sorse il sole. Quando poi arrivò alla tana della Baba Jaga, in quel momento arrivò un uomo vestito di nero al trotto su un cavallo nero, entrò nella baracca e subito si fece notte. Lo steccato di ossa e teschi intorno cominciò ad ardere di fuoco interno e tutto intorno fu illuminato da una luce fantastica.

La strega era proprio un essere spaventoso, dall’aspetto bizzarro e anomalo, così la casa, costellata di zampe di galline, ossa umane, denti, ecc. Appena vista Vassilissa, le si precipitò davanti chiedendole cosa facesse lì.

“Nonna, sono venuta per il fuoco. La mia casa è fredda …. I mie moriranno …. Ho bisogno di fuoco”

“Oh, siiiiii, ti conosco e conosco i tuoi. Dunque essere inutile …. Hai lasciato spegnere il fuoco. Non è una bella cosa da farsi. E per giunta, che cosa ti fa pensare che ti darò la fiamma?”

Sotto suggerimento della bambola rispose: “Parchè chiedo”.

“Sei fortunata, è la risposta giusta.”

Le disse che le avrebbe dato il fuoco ma solo dopo che avesse fatto del lavoro per lei, altrimenti sarebbe morta. Le sue mansioni erano lavare i vestiti, scopare il cortile e la casa, cucinare, separare il grano buono da quello cattivo e tenere tutto in ordine. La ragazza chiese consiglio alla bambola, questa le disse di rifocillarsi e di andare a dormire, di non preoccuparsi. Così fece, la mattina seguente era tutto fatto.

La Baba Jaga non ebbe nulla da ridire, le ordinò un nuovo compito: in un mucchio doveva separare semi di papavero e sporcizia, per farne due nuovi mucchi distinti. Anche sta volta il compito fu portato a termine grazie alla bambola.

Così il giorno dopo, mentre la strega mangiava Vassilissa le chiese se poteva porgerle delle domande.

“Domanda  pure, ma ricorda che troppo saprai presto invecchierai”.

Allora chiese dei tre uomini visti a cavallo, la strega spiegò che l’uomo vestito di bianco era il suo giorno, quello vestito di rosso il suo sole nascente e quello vestito di nero, la sua notte.

Vassillissa avrebbe voluto chiedere altro ma la bambola in tasca si mosse, facendole capire che doveva tacere e così Baba Jaga si congratulò della sua saggezza e le chiese da dove arrivasse.

“Grazie alla benedizione della mia mamma”.

“Benedizione?! Non abbiamo bisogno di benedizione qui attorno! Meglio che tu te ne vada figliola”. Prese un teschio dagli occhi ardenti dal recinto e lo infilò su un bastone, lo donò alla ragazza e la congedò. Vassilissa voleva ringraziarla, ma la bambola le fece capire che doveva andare e basta, così si incamminò con quel teschio che sprizzava fuoco dalle orecchie, dagli occhi, dal naso e dalla bocca, ne ebbe paura e voleva gettarlo, ma questi le parlò dicendole di calmarsi e di tornare a casa.

Giunse nella sua dimora con un senso di trionfo, la matrigna e le figlie convinte che orami fosse morta, le dissero che erano rimaste senza fuoco dal giorno della sua partenza. Il teschio osservò tutto ed il giorno seguente incenerì le tre donne malvagie.

Anche questa narrazione ci parla di una partenza, di un percorso e di un successivo ritorno. Si tratta di un passaggio da madre a figlia, una sorta di iniziazione alla vita adulta, al recupero del proprio intuito, foriero di saggezza. Se notate, la ragazza chiama la Baba Jaga “Nonna”, come a rimarcare il passaggio generazione “familiare” al femminile. E’ un percorso esterno, ma ancora di più è un percorso interno.

L’inizio “C’era una volta e una volta non c’era” avverte l’ascoltatore che questa storia si colloca in un mondo fra i mondi, dove niente è ciò che appare. Non si parla di una realtà tangibile e univoca, ma di qualcosa che sembra in un modo e poi si rivela in un altro, in un processo di profonda trasformazione, quale solo l’inconscio può creare. Ci avverte che il viaggio che stiamo compiendo aprirà ad un percorso interno e misterioso. La frase finale della Baba Jaga, pronunciata come frase di commiato e di chiusura di un cerchio “Non abbiamo bisogno di benedizione”, appare brusca e brutale e lo è, ci ricorda ancora questo concetto, ci dice che non ci si deve accontentare di un percorso prestabilito da qualcun altro, attraverso un’indicazione, un consiglio, un suggerimento, un appoggio, una benedizione, ma di sentire tutta la forza e la possibilità di decidere per la propria vita, senza curarsi di quanti saranno d’accordo o meno.

Si noti inoltre la bellezza, l’eleganza e la significatività di questa frase:“Il respiro cadde nella profondità del corpo, dove raccolse l’anima e fuggì dalle labbra: la mamma era morta”. Questo modo di figurare la morte è assai rappresentativo del processo naturale della morte, dove il respiro è l’aer, l’aria, il vento che porta con sé tutto ciò che riesce a trasportare, polvere, foglie, pollini, semi, cose che si trasformano e si creano, cambiando stato. Il respiro porta con sé l’anima facendola uscire dalle labbra, esattamente come fa la nostra essenza trasudando nel linguaggio, nell’aria che emette suono, nel colore delle parole, che una volta pronunciate abbandonano il corpo, per volare altrove e trasportare qualcosa di noi.

Addentriamoci in questo viaggio e procediamo per quello che Estés descrive come un percorso a nove successivi passaggi-compiti.

Il primo compito è segnalato dall’avvenimento iniziale: la morte della madre. Ci ricorda che la madre psichica vigilante, protettiva, lungimirante, la madre troppo buona, ad un certo punto deve perire. Ciò segna una sorta di de-idealizzazione, l’inizio di una visione più realistica, a favore dello sviluppo della fiducia in sé e dell’intuizione, si smette di prendere un altro come punto di riferimento per sperimentare in prima persona, ciò di cui siamo capaci. Finché si trova in vita la madre troppo buona, non è possibile procedere con le proprie gambe, perché lei proteggendo, decidendo al posto di, impedisce la ricerca e la scelta autonoma, è una vita comoda e non si può certo lasciarla, a favore di qualcosa di sconosciuto e spaventoso.

La madre buona cede il posto ad una madre amorosa, ma anche fiera ed esigente, una donna che vive nelle lande profonde della psiche, un po’ selvaggia, brutale e misteriosa. Nessuno è mai del tutto pronto a svolgere questo passaggio, nessuno ci insegna a farlo, ma la madre buona affida la figlia alla bambolina, vestita come Vassilissa, proprio per rappresentare una parte di lei: l’intuito, che deve essere nutrito costantemente.

Quando la madre buona muore (in senso reale o simbolico per una qualche forma di separazione, scelta o per evento forzato), allora non c’è più alternativa, si deve finalmente mettere a confronto le proprie capacità nel mondo, in relazione al nuovo, a tutto ciò che pensavamo di non saper affrontare, troppo grande per noi.

Inizia il viaggio con il nostro compagno più fidato: l’intuito, la rappresentazione di sé nella sua essenza, il talismano portafortuna. E’ triste separarsi, lasciar andare, ma è l’unico modo per scoprire sé, è l’unico modo per smettere di appoggiarsi e pensare di non riuscirci da soli. Si smette così di pretendere e ci si riappropria delle proprie capacità, ma anche delle responsabilità, niente è dovuto, tutto è conquistato e meritato.

Il secondo compito consiste nel prendere contatto con le parti oscure di sé, per poterle superare. Vassilissa fa esperienza del fatto che essere sempre gentili e carine non risolve tutti i conflitti e non rende migliore la vita, ma deve ricercare anche le parti più antiche e selvatiche, quelle rabbiose, salvifiche.

Entrando poi in contatto con la matrigna e le sorellastre, avvicina la parte in ombra di sé, quella celata dal sorriso e dall’accondiscendenza, ovvero l’invidia, l’avidità, la gelosia, lo sfruttamento, la pretesa dell’io nei confronti del mondo. Anche Vassilissa possiede queste parti, non le riconosce come proprie ma le appartengono ed è costretta a confrontarvicisi proprio attraverso queste tre figure, che hanno qualcosa del “roditore”, di “topi che di notte frugano fra rifiuti”. Questa descrizione ci rimanda al potere distruttivo dell’inconscio, alimentato da rabbia, avidità e invidia, che conduce a raccogliere solo avanzi e rifiuti, a non costruire niente di buono, autonomo e originale.

La ragazza, che sceglie altro, si sente esiliata dalla propria famiglia. E’ sola! Se mostra sé stessa non viene accettata e compresa dagli altri, se compiace le aspettative altrui, non è accettata e compresa da sé stessa. E’ un po’ come essere una lingua di terra circondata da mare, non c’è collegamento con il resto del mondo calpestabile, si è isolati e soli.

Le tre donne rappresentano un po’ il predatore naturale della psiche, che svaluta, fa richieste improprie, risucchia e Vassilissa si trova a dover scegliere la consapevolezza al posto della gentilezza. Non è un caso che proprio questo predatore la spinge a cercare il fuoco, ad andare nelle fauci della strega, lì si misurerà la sua forza e capacità, o morirà (nella sua forza e unicità) o tornerà vittoriosa.

Si noti inoltre che, sia la strega della fiaba precedente che le tre donne di questa storia, muoiono tutte incenerite dal fuoco, ricordandoci che l’odio, l’invidia, ci rode da dentro e ci brucia in ogni minima possibilità costruttiva, mette in fumo ogni nostra risorsa.

La terza tappa la conduce verso la Navigazione nell’Oscurità, infatti grazie all’eredità della mamma morta, intraprenderà la strada dell’iniziazione nella foresta profonda. Deve lasciar andare la fragile fanciulla ignorante e tremolante, per intraprendere la strada di Madre Selvaggia, tornare salda e lungimirante.

La bambola come i talismani, ridona potere e fiducia, perché rappresenta simbolicamente una parte di noi, l’intuito, la veridicità che alberga nel fondo di noi e che ci guida nelle tenebre. La bambola le parla lungo il percorso e la ragazza ascolta, dando spazio così al proprio intuito, nutrito con l’ascolto e la fiducia (il pane della psiche più ricca e profonda). Questa tappa ci ricorda che si può andare avanti solo fidandoci di noi e più ci fidiamo e più ci fideremo, perché sempre più verifichiamo la forza del nostro intuito, del sapere istintivo e naturale. E’ una “visione” speciale che permette appunto la navigazione, dove l’occhio materiale non riesce a discernere.

Arriviamo al quarto compito: affrontare la Strega Selvaggia. L’incontro con lei, la permanenza nella sua casa, nutrirsi dei suoi alimenti, comporta familiarizzare con l’arcano, con lo strano, con l’alterità del selvaggio, assumere alcuni suoi valori nella propria vita, dunque lasciar morire la bambina fragile e troppo amabile, l’ipernormalità e la vita appiattita, che fa perire l’intuito e la creatività.

La Baba Jaga incute timore perché rappresenta la forza distruttrice, è quella che dona il calore e la luce, ma anche la notte ed il fuoco che incenerisce, contiene entrambe gli aspetti, la vita e la morte, ciò che si esplicherà dipende unicamente da quale domanda faremo, da quale sentiero imbocchiamo e Vassilissa chiede il fuoco, la luce della visibilità. Ed è proprio la domanda semplice, chiara e diretta che le concederà l’opportunità di trovare tutto questo. “Perché lo chiedo” risponde alla strega.

Ricordandoci che le cose stanno là dove devono stare, chiedendo otterremo ciò che cerchiamo e nulla più, per cui è inutile girare intorno con false promesse, obiettivi nascosti, ecc. Ci ricorda anche il diritto di chiedere, abbiamo diritto ad una risposta solo per il semplice fatto che chiediamo. Cosa poi otterremo dipende solo da noi, da quello che siamo disposti a dare e a fare, per ottenere ciò che desideriamo, da quanto ce lo meritiamo.

L’aspetto della strega inoltre, è orrendo quasi a rimandare la fragilità ed inutilità dell’investimento estetico-narcisistico, dell’eccessiva amabilità, piacevolezza, seduttività della donna schiava, passiva nei confronti del mondo, che deve accattivare e compiacere a tutti i costi. Il suo aspetto richiama anche qualcosa di strano, spiacevole e attraente nel contempo, perché connesso con un potere ed una forza superiore, legato al mondo animale e naturale, quindi ad una forza originaria.

Si noti la somiglianza fra la Baba Jaga e la strega della storia precedente, seppur quest’ultima sia caratterizzata da limitazioni notevoli quali la vista corta, non di meno anch’essa presenta un aspetto animale, selvaggio e fiuto sottile. Anche i compiti delle due bambine sono assai simili, ma nel caso di Vassilisa lo scopo risiede nel dirigersi verso una funzione evolutiva, nel caso di Gretel risiede nell’indirizzare verso una funzione regressiva e distruttiva. La prima infatti viene spinta ad andare, la seconda a restare, ad essere divorata.

Il quinto compito consiste nel servire l’irrazionale. La strega le fornirà il fuoco solo dopo che avrà compiuto alcuni compiti psichici. Nel chiederle di pulire, cucinare, lavare, riordinare e separare infatti, le fornisce la strada che la conduce a sé: il potere della purificazione interiore, la non contaminazione, l’ordine, il nutrimento, la creazione di energia e idee.

Pensate al significato simbolico della casa, quale rappresentazione del proprio corpo e di noi nel nostro insieme, all’azione del lavare con ripetute ablazioni i panni nel fiume, quale antico rituale purificatorio e socializzante, allo scopare e alla scopa stessa, spesso fatta con rami e radici quali strumenti naturali di pulizia, pensate al senso del dare ordine, in quanto attribuzione della giusta importanza ad ogni elemento, al cucinare e al nutrire una parte tanto selvaggia ed esigente, alla funzione di alimentare il fuoco in quanto parte più profonda e vitale della casa, ma anche di noi, ecc. Ricordiamo inoltre le tre Parche, le madri di Vita-Morte-Vita che insegnano ciò che deve morire, ciò che deve essere cardato, tessuto,  riportato all’aperto e lavato. Vassilissa deve imparare ad impersonare ciascuna di esse, a svolgere i loro compiti e a all’occorrenza, servirsene.

Complessivamente i compiti psichici consisteranno nel liberare la psiche dalle banalità, dalle scorze inutili, dai fronzoli esterni e fatui, nel ramazzare l’Io, ripulire i pensieri e i sentimenti, curare il fuoco creativo e alimentarlo con idee, fidarsi del fondo di sé, dare una priorità di valori nella propria vita ed eliminare ciò che crea caos inutile. La Baba Jaga la spinge anche a perseverare, non basta compiere tutte queste mansioni il primo giorno, non basta una giornata da eroi, è necessario tessere la tela della nostra vita giorno per giorno, perseverare nei proprio valori con impegno, sforzo e costanza. Dietro la costanza si cela la vera forza e la vera fiducia in noi.

Il sesto compito: selezionare e separare. Il compito che viene chiesto a Vassilissa, attraverso la separazione del frumento buono da quello cattivo, i semi di papavero dai rifiuti, riguarda l’apprendimento profondo. Apprendere infatti comporta comprendere fino in fondo, facendo un’opera di discriminazione di una cosa da un’altra, l’abilità di identificare la natura e l’appartenenza di un dato fenomeno, osservare il potere dell’inconscio anche quando opera fuori della consapevolezza (le mani che appaiono in aria), riflettere e conoscere maggiormente la vita (frumento) e la morte (papaveri).

Del resto, niente in sé e per sé è positivo o negativo, deve solo essere conosciuto e distinto dal mucchio, in base al suo uso prenderà una connotazione anziché un’altra. Infatti, sia il frumento buono che cattivo, i semi di papavero che la sporcizia sono tutti elementi utilizzati nell’antica farmacopea. Il grano cattivo (toccato dalla ruggine) ad esempio, può essere usato o come bevanda inebriante o come farmaco. Sono tutti elementi del ciclo Vita/Morte/Vita.

Conoscere dunque permette di utilizzare in modo appropriato, dare ciò che viene chiesto e nulla più, andare verso ciò di cui si abbiamo bisogno e non farsi abbagliare dai fiorellini colorati (questo un po’ il senso di Cappuccetto Rosso che ancora inconsapevole, perde la strada maestra, la direzione, facendosi confondere dai sapori e colori sfavillanti).

Settimo compito: domande sui misteri. Dopo aver svolto le mansioni concrete, Vassilissa passa al piano della comprensione superiore e chiede alla Baba Jaga il permesso di porgerle dei quesiti, questa risponde affermativamente però l’avverte anticipatamente: “Troppo saprai, presto invecchierai”. Con questa frase le rimanda la responsabilità di ciò che chiederà e di quanto vorrà sapere, nonché la voglia e la capacità di saper attendere il tempo dell’esperienza e della conoscenza diretta.

Sapere troppo infatti anticipa le tappe evolutive, affretta l’esperienza, fa saltare alcuni passaggi, fa perdere la veracità, lo scalpitare, la curiosità tipici della giovinezza, indispensabili per il rinnovamento di sé e per l’incessante domandarsi, che non deve necessariamente condurre ad una risposta definitiva, univoca, appiattente e mortifera. Ritengo infatti, che la risposta migliore sia quella che apre ad altre domande, essenziali per la vitalità della psiche. La posizione migliore dunque è la curiosità e l’interrogarsi, la ricerca di risposte, bilanciati dalla capacità di tollerare delle domande aperte.

La ragazza dunque, fa domande sui cavalieri e sui cavalli, questo rimanda alla natura della strega, che come Demetra è un’antica madre, associata al potere e alla fecondità di una giumenta. Le varie coppie (cavallo e cavaliere) fanno sorgere il sole, gli permettono percorrere il cielo e portano l’oscurità, connotando quindi la nascita, la morte e la rinascita. E’ la coppia, il connubio dei due che conduce a questi grandiosi fenomeni di vita, che fecondamente e fertilmente danno vita e alternano luce e ombra, a breve e lunga distanza, in piccolo e in grande.

Il nero infatti è il colore del fango, del fertile, della materia fondamentale in cui vengono seminate le idee, ma è anche rappresentativo della morte, del mondo fra i mondi, il colore della discesa. E’ l’origine ed il ritorno, il destino.

Il rosso è rappresentativo del sacrificio, della collera, del delitto, dell’essere uccisi, ma anche della vita vibrante, dell’eccitazione, dell’eros e del desiderio. In molte culture esiste una “madre rossa” a cui si rivolgono le partorienti, non a caso si fa ingresso nel mondo attraversando un fiume rosso.

Il bianco poi è il colore del nuovo, del puro, dell’intatto, dell’anima libera dal corpo, del nutrimento essenziale, del latte materno. E’ anche il colore dei morti, di coloro che hanno perso il roseo flusso di vitalità, è la tabula rasa, è la speranza di uno spazio per ricominciare. E’ il vuoto che contiene la possibilità di uno spazio per riordinare il caos, in una nuova creazione.

Anche Vassilissa e la bambola sono vestite di questi tre colori e anche altre storie ricordano gli stessi colori, La signora Trude (vedi i fratelli Grimm) ad esempio, che narra di una giovane ingenua e desiderosa di conoscenza a tutti i costi (non mitigata da pazienza e saggezza), incontra tre uomini, uno vestito di nero, uno di rosso e uno di verde. Non a caso la ragazza in questa storia muore, finisce per fare il ceppo nel camino della strega, che ne ricava “una luce chiara”. Infatti, sia la Baba Jaga con il suo avvertimento, che la bambola, voglio proteggere Vassilissa dal troppo sapere, che comporta il richiamo a troppa numinosità dal mondo sotterraneo tutto in una volta, che porta a farsi intrappolare laggiù, a ricavarne un eccesso di conoscenza che invece di essere utile, diventa pesante e caotica, disorientante e schiacciante, una luce abbagliante. Tutto ha un suo tempo ed un ritmo inalterabile.

Ottava tappa: stare a quattro zampe. La Baba Jaga fornisce due indicazioni prima di accomiatarla, aborrisce la benedizione della madre, che suona come una strada predeterminata e suggerisce quindi di seguire la propria individualità, fornendole un teschio con il fuoco. Il teschio, rappresenta l’anima della persona,  il fondo, non a caso il teschio rischiara attraverso gli organi di senso bocca, naso, occhi, è da questi fori che fuoriesce la luce che indica la strada del ritorno. E la ragazza torna a casa più sicura, trionfante, vincente rispetto all’espletamento del proprio percorso e del proprio intuito, ha chiuso il suo cerchio, è tornata.

Stare a quattro zampe significa tornare all’origine di noi, alla parte animale, intuitiva, all’anima di noi stessi, senza tener conto di sovrastrutture e fronzoli intellettuali, carichi familiari e generazionali, tornare alla luce di noi stessi e niente altro, utilizzando la nostra capacità di vedere, fiutare ed udire, rafforzati dalla luce del fuoco intero.

Il nono compito comporta riplasmare l’Ombra. Sulla strada del ritorno, Vassilissa è tentata di buttare via il teschio, quasi fosse per un attimo spaventata da questo grande strumento, da questo potere nelle sue mani, ma questi la rassicura, così che lei può giungere a destinazione finale. Il compito quindi, risiede nel far uso della vista acuta (gli occhi di fuoco), per riconoscere e reagire all’ombra negativa della propria psiche e agli aspetti negativi delle persone, infatti la famiglia, osservata attentamente da uno sguardo diverso, viene incenerita definitivamente.

Le tre donne, senza Vassilissa sono rimaste al buio, mostrando che le parti negative, risucchianti della psiche, senza libido, senza l’investimento e l’attenzione che gli aveva dedicato in precedenza, hanno perso potere e si sono indebolite ulteriormente. Ciò suggerisce che in base a quanto investimento offriamo alle cose, alle idee, ad alcuni progetti anziché ad altri, cambierà molto il nostro destino, la direzione della nostra vita, Vassilissa ad esempio passa da essere deprivata e sfinita ad essere rafforzata e rivitalizzata. La conoscenza, l’equilibrio, la scelta, comportano un lavoro continuo faticoso e doloroso, necessario però affinché la libido e l’intuito non si spegnano e con esse anche la vita si impoverisca.

Dobbiamo anche prenderci la responsabilità delle nostre scelte, interne ed esterne. Gli amici, i partner, i colleghi che ci circondano, rappresentano una scelta di vita, l’erotizzazione di una parte di noi, delle nostre idee, affetti, nutrimenti, ecc. Siamo noi che scegliamo intorno buone madri o matrigne, sorelle affettuose o sorellastre, maghi benevoli o malvagi, ecc. E’ importante essere selvaggi come la Baba Jaga, andare al fondo di noi, chiederci, cosa Noi desideriamo. Spesso invece scegliamo, non perché realmente desideriamo qualcosa ma solo perché c’è capitata, è lì disponibile ed il mondo attuale è assai ricco di stimoli seduttivi che abboccano in strade, che in realtà non ci interessano affatto.

La fine del racconto ci mette in contatto con un grande compito: lasciar morire. Molte persone sono assai riluttanti, ma in verità “lasciar morire non è contro natura ma solo contro l’educazione” (Estés). Scegliere comporta lasciar morire ciò che non serve più, ciò che non è sano, a favore di quanto realmente desideriamo: questo è un vero ritorno a casa. E’ la fondazione delle radici profonde e salde nella propria casa.

Sia Gretel che Vassilissa indossano un grembiule bianco, questo mi fa pensare al significato di questo elemento, al destino fornito ad entrambe: quello di servire, di accudire, pulire, acconsentire, obbedire! Fin da piccole le bambine, culturalmente hanno già il loro destino segnato, nello stesso modo i bambini devono ingegnarsi, trovare strategie di sopravvivenza. Alla fine della storia però, il grembiule di Gretel è pieno di ricchezze, Vassilissa riporta il fuoco a casa, quasi a voler ricordare che la femminilità può essere servile o creativa, dipende dal viaggio che si riesce a compiere, da quelle scelte di vita fondamentali, dal coraggio che esibiamo a noi stessi.

Entrambe le storie, Hänsel e Gretel e Vassilissa, parlano di una partenza, di un viaggio (che non è una fuga) ed un ritorno al punto di partenza, un ritorno con un bagaglio diverso, con un salto di consapevolezza, compiuto grazie all’esperienza diretta con la vita e con la morte, con le parti più accettabili di noi (acquiescenza, sorriso, adattamento) e con quelle oscure e spiacevoli (avidità, usurpazione, menzogna, rabbia, paura, ecc.).

Sempre in questa direzione mi viene in mente l’intenso film “Cigno Nero”. Anche in questo caso come nella storia Vassilissa, ci troviamo di fronte a due elementi del femminile, ma se vogliamo possiamo allargarlo a tutto il genere umano, quello buono, accondiscendente, sorridente, mite (il cigno bianco) e quello che esce dagli schemi, animalesco, brusco, sincero fino a diventare tagliente, essenziale, in contatto con la vita pulsante (il cigno nero).

Si badi bene, la Baba Jaga non è crudele, ma è in contatto con la natura, con le cose per quello che sono e che potrebbero essere grazie al potere della trasformazione personale. Siamo di fronte a qualcosa che orripila ma risana, che sembra cattivo ma guarisce, la strada del ritorno appunto. Così il cigno nero, che appare così  spregiudicato e amorale, è solo il grano toccato dalla ruggine, che usato con sapienza diventa farmaco.

Nel film Cigno Nero la logica è meno sibillina e più esplicita, la ballerina scelta per impersonare questo doppio ruolo del cigno bianco e del cigno nero nella rappresentazione “Il lago dei cigni”, si ritrova a dover scovare nel profondo di sé, con mezzi anche bruschi e brutali, la parte assassina, quella che è disposta ad uccidere un elemento di sé, che è disposta a fare un salto nel vuoto, a godere di questa parte oscura e sconosciuta, per poter volare con le ali nere del mistero e della trasmutazione con immenso piacere. Perché il cigno (un altro uccello) sia veramente completo, sia pronto a volare via, deve lasciare che la parte ingenua, infantile, delicata, protetta fino allo sfinimento, la parte che aspira alla perfezione ceda il posto ad una parte più totale, capace di prendersi la propria esistenza, di scegliere sulla propria pelle a rischio della vita, andare nel mondo ed osare, credere in sé.

La madre buona deve  morire perché è quella che tiene anacronisticamente ancora nel lettino, infiocchettati con l’orsacchiotto, induce un desiderio e poi ne nega l’espletamento perché vorrebbe per amore, parare ogni colpo della vita, che lei non è riuscita a parare per sé. Alla fin fine, la madre buona svaluta perché non crede fino in fondo alle risorse dei figli, non li lascia andare, non li lascia scegliere e sbagliare, si appropria della loro vita, perché lei in questo ruolo non può fare a meno di loro.

Non a caso nella storia di Hänsel e Gretel, i bambini sono spinti fuori casa, dalla cattiva madre (matrigna), in realtà la madre originaria, la buona madre che nutre incondizionatamente, ma che adesso indossa abiti esigenti, fa i conti, si sente deprivata e mette di fronte all’oralità avida. Lei sacrifica totalmente sé ed esige un sacrificio analogo. In Vassilissa, la Baba Jaga non regala nulla, è esigente, pretende di non rimetterci niente, desidera una reciprocità, uno scambio ed un impegno, una costanza in termini personali, la fiducia in una saggezza interna, la capacità di parlare e stare zitti, di lavorare e stare fermi, di andare dov’è necessario. Nel film la ballerina viene accompagnata da un’altra collega in questa sua ricerca, senza insegnamenti o percorsi certi, aprendo unicamente la strada inconscia della passionalità, della vita, dello sbalordimento, della ribellione, della scoperta e dell’esibizione s-vergognata, deprivata dal pudore infantile ed ingenuo.

Ricollegando queste figure femminili, possiamo dire che la “madre-donna carina” che vive unicamente in funzione di, si dedicherà in modo abnorme e totale, sottraendo così all’altro la libertà di scegliere e di vivere. Mentre la “madre-donna strega” che vive riappropriandosi anche delle proprie risorse, passioni, interessi, si contenderà lo spazio, pretenderà delle domande e delle risposte, una relazione di reciproca responsabilità, fornendo la fiducia nelle proprie capacità e risorse. Alla fine la madre buona non è così totalmente buona e quella cattiva non è totalmente cattiva. In Hänsel e Gretel e in Cigno Nero infatti, la madre buona diventa matrigna, mentre in Vassilissa la strega diventa madre generosa, commisurata e giusta.

Nel film, la madre della protagonista, spinge da sempre la figlia verso quel percorso che lei non è riuscita a portare a termine, ballare, ma, non sopportando il confronto, la sconfitta, la frustrazione personale e la perdita dell’unico ruolo posseduto, sul più bello la sabota ingozzandola di dolci seduttivi, simbolo del suo amore, impedendole la vita e la scelta. Anche la strega di Hansel e Gretel offre loro per cena latte caldo, miele e noci, richiamando il ruolo di una madre nutriente, dolce, protettiva, in definitiva di una buona madre, che però il giorno seguente li tradisce e li imprigiona, esattamente come nel film. Si rimarca l’altra faccia della medaglia, il rimanere impigliati nelle maglie dell’accoglienza, del lusso e del nutrimento gratuito. Diventare attori della propria vita è un passaggio forte, disorientante e pauroso, ma ridona potere e vita.

Dopo tutto questo percorso, dopo aver superato la folta selva selvatica, dopo aver scelto bivi ad ogni incrocio, dopo essere sopravvissuti al selvaggio e alle proprie angosce profonde, dopo aver imparato a discernere ciò che è bene e ciò che non lo è per noi, allora è possibile tornare a casa, un luogo uguale a come lo si è lasciato, ma diverso nei nostri occhi e nel modo in cui lo affrontiamo, ormai capaci di dissezionarlo in elementi costruttivi e distruttivi, nel grano buono e cattivo, negli elementi amorosi e invidiosi. Il percorso non elimina certe parti di sé, le rende più chiare, consapevoli, dà un peso diverso ai singoli elementi, fornendo il percorso interno di un costante e rigoroso riassestamento della psiche, delle abitudini, delle relazioni, degli affetti.

Ad un certo punto, partire è necessario, è richiesto dalla vita, è un naturale processo per cercare la propria luce, il fuoco che ci riscalda e ci alimenta. Fuggire comporta la perdita inesorabile della strada del ritorno, lasciandoci incatenati all’ombra che ci attanaglia.

Può succedere che le persone viaggino senza sapere dove stiano andando e cosa stiano facendo, percorrono semplicemente un circuito predeterminato ad occhi chiusi, pensano che uscendo di casa, costruendo una propria casa, una propria indipendenza economica, conquistando la libertà decisione, costruendo una propria famiglia, abbiano compiuto il percorso naturale degli eventi. Non è così, perché non è una scelta, né un desiderio ma un binario scelto da altri e quindi subito. Non è una partenza, ma un vicolo cieco.

Per poter partire è necessario rendersi conto del punto di partenza, di quanto ci spinge, di cosa ci spinge, di cosa desideriamo ottenere (che non sempre coincide con ciò che otterremo, nel bene e nel male), di cosa ci manca e di ciò di cui ci vogliamo sbarazzare. E’ un viaggio alla ricerca di sé e conduce necessariamente in qualche meandro del nostro mondo.

E’ un viaggio coraggioso nella terra dei titani, ma chi sarà valoroso tornerà con la luce.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

    Bettelheim B. (1977). Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe. Milano, Saggi Feltrinelli.

Bourbeau L. (2002). Le cinque ferite e come guarirle. Torino, Edizioni Armita.

Costantini  S. “ Internet, quale realtà?” 16/04/08, www.vertici.com

Costantini  S. “Video Giochi: una dipendenza nascosta”, 30/06/09. www.psiconline.it

Costantini S.“Mamma mi compri i coniglietti suicidi?”, 23/02/09 www.nienteansia.it

Darren Aronofsky (regista). Cigno Nero. Attori protagonisti: Portman Natalie, Mila Kunis. 2010, Gen. Dram.

Estés C.P. (1993). Donne che corrono coi lupi. Il mito della donna Selvaggia. Piacenza, Frassinelli.

Grimm J., Grimm W. (1951). Fiabe. Torino, Enaudi.

        

 

 

 

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commenti

Claudia Graziani 01/25/2012 17:25

Molto interessante. Voglio condividere questo link, che è un po' in tema.

http://www.sololibri.net/Il-nido-dei-sogni-Rosa-Montero.html

Una cosa non riesco a figurarmi: in che senso il masochismo può essere inteso come una maschera? La dipendenza e il controllo sugli altri mi è chiaro, ma il masochismo ha una funzione che non
riesco a classificare.
Grazie!

Claudia