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11 aprile 2012 3 11 /04 /aprile /2012 06:55

La sete del deserto

 

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Un giorno come tanti altri, o almeno così sembrava, un giovane si ritrovò, non si sa come né perché, sperso nel deserto. Tutto intorno solo deserto di sassi e terra.

Ma che era successo?

Non sapeva né come, né perché fosse finito lì. Ma come?

E ora che fare? Ma che è successo?

Non riusciva a capire …… non riusciva a ricordare.

E dov’era?

Mah!

Smarrito come mai, si guardò intorno e poi ancora e ancora, tutto uguale, nessun cenno, nessun segno che gli desse un senso, l’orizzonte non mostrava niente di diverso, tutto uguale a sé stesso, tutto uniforme, di un colore neutro e sbiadito, nessun tocco di colore.

Non sapendo che fare s’incamminò, per dove neanche lui lo sapeva, ma s’incamminò.

Camminava e camminava, senza sapere dove stava andando, ma proseguiva perché questo lo teneva impegnato, gli dava un senso di utilità, come se comunque stesse facendo qualcosa, gli forniva l’illusione che prima o poi avrebbe trovato un approdo, da qualche parte sarebbe comunque arrivato. Doveva essere utile per forza, che diamine!

 Eppure man mano che proseguiva, niente cambiava, il paesaggio era sempre lo stesso, non c’era traccia di essere vivente, né uomini, né animali, né piante, solo cespugli secchi e polvere, sassi, terra arsa dal sole, pietrisco insignificante e monocolore. Polvere, polvere e polvere …

Lui stesso cominciava ad essere arso dal sole, ad avere sete e fame. Che sete ardente!

Ma si sforzava, andava avanti, pensava e ripensava, si sperdeva nella propria mente e così raggirava i bisogni del corpo, almeno per un po’. A cosa pensava? Mah, difficile da dire, in realtà erano pensieri fini a sé stessi, senza una meta, senza uno scopo, senza una consistenza, senza fondatezza, erano del tutto campati per aria, avevano l’unico scopo di portarlo via di lì come un vortice che ti rapisce inesorabilmente. Talvolta si perdeva in numeri, lettere, immagini sconosciute e via via inesorabilmente nell’oblio.

Ma alla fine, dopo tanto andare senza senso, si trovò sfinito, deprivato di ogni certezza, di ogni minimo appiglio, di ogni risorsa, sempre più esausto e ….. si fermò. Si fermò ai piedi di un gran sasso e pianse, pianse amaramente, tristemente e pianse così tanto che si dissetò delle sue stesse lacrime.

Ma chi l’avrebbe mai detto? Alla fine, la fonte migliore dove dissetarsi da quell’arsura, non si trovava in alcun luogo se non dentro di sé!

Si accovacciò su sé stesso, si appoggiò al sasso e vide delle radici, le pulì e le mise in bocca, era liquirizia, radice di liquirizia. Che buona, che meraviglia!

Adesso aveva anche il nutrimento sufficiente, succhiando si rannicchiò sempre più su sé e chiuse gli occhi, poi li riapriva e si guardava fuori, li chiudeva e guardava dentro ed il panorama era sempre lo stesso, dentro e fuori c’era solo deserto!

Dentro e fuori c’era solo deserto!

Ma ancora di più: la sete di un deserto sconfinato e sconsolato!

Quella sensazione così angosciante lo avvolgeva e lo portava via nella disperazione, dapprima si spaventò, ma poi vi ci si coricò dentro, si arrese, cedette ogni opposizione, ogni muscolo del corpo smise di lottare e si rilassò, era quasi un tappeto che lo avvolgeva e accoglieva …… alla fine fu come essere sul tappeto di Aladino, che volò via e lo portò in giro, per mari e per monti.

Sorvolava paesaggi con velocità ora vorticose, ora sonnecchiosa, con destrezza, senza alcuno sforzo, con meraviglia e leggerezza. Neanche lui capiva cosa stesse succedendo. Ma stava, si fidava e non sapeva da dove e perché avesse quella fiducia.

Alla fine si trovò sopra una casa ….. era la sua casa! ….. Ora cominciava a ricordare, sì ricordava. C’era un certo distacco nel guardare quella casa con lui dentro, si guardava dall’alto, vedeva quel sé stesso lì con la sua famiglia, nelle interazioni quotidiane. Guardò e riguardò, sorpreso, curioso, attento.

 E poi ancora il tappeto lo trasportò fuori dai suoi amici e poi a lavoro e poi in palestra e poi ….. sorpresa delle sorprese cominciò a fare un viaggio a ritroso nel tempo e gli mostrò un sé stesso che andava a scuola e via via sempre più indietro, nelle case precedenti, con gli amici dell’adolescenza e poi dell’infanzia e così arrivò fino al giorno della sua nascita.

Sì, si sorprese in quell’immagine di nascita da lui mai concepita, vide la gioia e le lacrime di sua madre che lo guardava per la prima volta. Le lesse in volto tutta la speranza e la gioia, di pensare che lui avrebbe avuto un destino migliore, che gli avrebbe dato un destino migliore, che non avrebbe fatto i suoi sbagli …. Avrebbe fatto veramente tutto il possibile per lui!

Poi vide quelle notti da lei trascorse accanto al suo lettino di febbre, vide tutte le sue paure, i timori nei suoi primi passi, al suo ingresso all’asilo, l’eccitazione e l’ansia dei suoi primi ingressi nel mondo, la scuola, le recite, lo sport, ecc. Vide suo padre, che guardava da un po’ più lontano, ma con altrettanta trepidazione. E via, via, vide mille altre piccole e grandi cose.

Tutto ciò che non aveva mai capito, tutto quello che aveva sempre vissuto come costrizione e forzatura, come prigionia, adesso gli apparivano sotto una luce completamente diversa, la prospettiva si ribaltava completamente.

Incredibile, dal quel distacco, come un uragano gli piombò addosso un miscuglio di rabbia e d’infinita tristezza: aveva passato l’intera esistenza a fuggire, a contrapporsi a quella famiglia che non l’aveva mai capito, che lo aveva sempre voluto spingere ora da una parte ora dall’altra, una famiglia da cui non si era mai sentito compreso e amato per ciò che era. Adesso, non sapeva quanto realmente lo avessero amato e compreso, ma di sicuro capiva che lo avevano voluto e avevano desiderato il meglio per lui! Si erano sforzati a più non posso, perché lui avesse il meglio!

Avevano fatto molti sbagli ma non era questo il punto, lui non l’aveva mai capito, non aveva mai capito quanto loro volessero per lui, quanto amore e dedizione e lui …. aveva sempre sprecato tutta la sua energia ad opporsi, gettando via con disprezzo e disperazione il loro amore, il loro sforzo e quello di mille altre persone. Si era sempre sentito braccato, comandato, sogghignato, additato ed invece non era proprio andata unicamente così.

Quante strade non viste, quante occasioni perse, quante persone dimenticate, quante esperienze non vissute!

Una vita sprecata …. Un deserto totale, una sete insaziabile, incolmabile, un non amore che proveniva solo da lui stesso!

E …. Mentre sentiva e pensava tutto questo, il tappeto d’angoscia lo aveva lentamente riportato al punto di partenza ed era svanito. Non c’era più angoscia, ma solo tristezza.

Rimase lì con sé stesso ancora per un bel po’, non pensava più, stava senza forza e senza speranza alcuna, senza un filo di luce, appoggiato a quel sasso. Chiuse gli occhi ripiegato sempre più, su sé.

Poi un giorno alzò la testa e aprì gli occhi, la luce era tanta ma … forse ora era pronto per andare senza opporsi, per trovare la nuova strada, per vedere cose che prima non vedeva.

Sapeva che aveva fame e sete d’altri, che non era più vittima passiva del mondo, ma che poteva essere amato, aveva gambe per andare e mani per prendere e così questa volta s’avviò verso una meta ben precisa.

Il mondo lo aspettava e lui aspettava il mondo!

 

                           Di Sabrina Costantini

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