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12 ottobre 2011 3 12 /10 /ottobre /2011 11:35

L’effetto “Truman Show”

Un archetipo?

 

Dott. ssa Sabrina Costantini

 

 

Il film The Truman Show ha riscosso un indubbio successo, coronato oltretutto dal Golden Globe, sicuramente per la genialità del tema trattato, per il modo in cui è stato sviluppato e per l’interpretazione dei suoi attori, ma oltre a ciò direi che la popolarità è nata dal fatto che questo film ci ha sorpreso, descrivendo una realtà apparentemente lontana, eppure così frequente e vicina.

Come terapeuta ho incontrato varie persone che si sono riviste drammaticamente in questa realtà e questo mi ha fatto molto pensare. Mi ha fatto anche rabbrividire.

Queste, di sesso, età e storia diversa l’uno dall’altro, si sono riviste in un’esistenza fatta di manipolazione, sotterfugi, di raggiri, menzogne e tradimenti. Una condizione che riguarda primariamente la famiglia più stretta e questo è estremamente doloroso. Scatta il senso di tradimento e di abbandono, da parte di una famiglia che dovrebbe accudire, sorreggere, accompagnare, aiutare, permettere di volare ed invece non lo fa, anzi sembra proprio pugnalarti alle spalle, ancorarti pesantemente a quella condizione restrittiva, apparentemente irreversibile.

Le persone identificatesi con Truman, vivono come se non fossero completamente padrone della propria vita, come se qualcuno avesse deciso per loro sulla loro sorte, senza esplicitarlo chiaramente, ma operandolo in modo tacito e manipolatorio. Questo vissuto mina profondamente la stima di sé, la fiducia negli altri, la possibilità di crescere e scegliere le proprie alternative, mina l’indipendenza concreta ed emotiva.

Capita spesso che questo vissuto abbia inizio già nell’infanzia o nell’adolescenza, come una matassa che gradualmente si dipana il sospetto prende sempre più piede, creando ulteriormente un effetto Truman Show sulla vita e sul mondo in divenire, stabilendo un’impronta quasi indelebile, un binario ferreo, un’ombra mai più cancellabile.

Per altri questo pensiero e questa rappresentazione di sé, è una sorta di copia del film, da adulti si esperisce un risveglio da un’esistenza, che improvvisamente appare diversa da quanto apparso fino a quel momento. Per altri è desumibile da un vissuto meno apparentemente drammatico, si sente di aver sempre fatto ciò che la società desiderava o si aspettava, ciò che la famiglia riteneva più appropriato, quanto la moglie/marito chiedeva, ecc., come se questo ruolo fosse stato assai desiderabile, perché foriero di approvazione. Ma questa stessa condotta, ad un certo punto comincia a stridere, a non essere più così soddisfacente, senza saperne ragione.

Rivediamoci un po’ la trama ed entriamo in questa dimensione. Truman Burbank, un trentenne apparentemente normale, vive la sua quotidianità fatta d’impegni, lavori, famiglia, interessi, relazioni, con apparente serenità e piacere. In realtà la sua esistenza è il fulcro di uno spettacolo televisivo, il "Truman Show", incentrato sulla sua stessa vita, ripresa in diretta sin dalla nascita, quando fu prelevato dalla sala parto, in qualità di figlio non desiderato.

Il paese dove abita, situato su un isolotto, non è altro che un gigantesco studio televisivo. Tutte le persone che Truman incontra e con le quali si relaziona sono degli attori, compresi i genitori, il migliore amico e sua moglie, la sua vita in ogni dettaglio è pensata e manipolata dalla produzione. Il giorno e la notte sono artificiali, così come il cielo (dipinto sulla cupola del mega-studio), il mare ed i fenomeni atmosferici.

Truman vive la ripetitività quotidiana con un costante sorriso sulle labbra, con tono giocoso e scanzonato, ma nel profondo si muove la curiosità di qualcosa di nuovo, diverso ed eccitante, che tradisce un’insoddisfazione per un’esistenza troppo perfetta, poco contrattata e contrastata. Non a caso di nascosto, con ritagli di giornale, cerca di ricostruire il volto di colei che ha incontrato fugacemente molti anni prima, Lauren.

La sua voglia di fuga però cozza con il progetto televisivo, lo sceneggiatore infatti si vedrà fuggire l’oggetto principale dello show e sarà obbligato ad inventarsi nuove soluzioni, architetterà ogni sorta di freno, persuasione, tranello pur di dissuaderlo da questa intenzione.

Ed essendo ormai turbato da sottili dubbi e incongruenze incomprensibili, il protagonista va alla ricerca di quella che nel finale diventerà una certezza. Osserva e cerca di rileggere alcuni episodi della propria vita, tra i quali l'incontro con la giovane ragazza, Lauren, compagna di scuola che si era ribellata allo staff e aveva cercato di mettere in guardia Truman, senza risultato.

Truman non aveva infatti mai smesso di pensare a lei e sperava di raggiungerla alle Fiji, dove si era trasferita con la famiglia (almeno così gli avevano detto). Ricordava con grande nostalgia questa ragazza di cui si era innamorato all’istante, in un brevissimo incontro di sguardi, forse perché unico sguardo veramente autentico ed onesto, di quella sua esistenza.

Così, superando la paura dell'acqua, condizionata volutamente fin da piccolo, attraverso la morte del "padre" annegato, Truman si sottrae alla routine delle telecamere e trova la via d'uscita dalla cupola del mondo fittizio, congedandosi dal regista, ideatore dello show. Christof lo mette a dura prova, prima con tempeste, mari impetuosi, lampi e tuoni, poi gli parla in prima persona come ultimo tentativo per trattenerlo a sé. Sul filo dell’emozione, gli ricorda che lui l’ha seguito fin dalla nascita, passo dopo passo in tutti i suoi momenti importanti, ha vissuto con lui, accanto a lui, in una cupola parallela. Alla fine però, dopo quest’ennesimo tentativo si rende conto che ha perso ogni potere su di lui e lo lascia andare. Truman esce da quel grande mondo fittizio, sfondando il falso orizzonte per sbucare nella realtà, dove a sua insaputa lo attende Lauren.

La storia viene narrata mediante una serie di flashback sui ricordi di Truman, alternati con la visione di alcuni telespettatori del mondo reale, che guardano con ingordigia il programma, diventato un vero e proprio fenomeno mediatico. Le persone vivono costantemente accompagnate da questo spettacolo, nel momento della pausa pranzo, al bar, di sera prima di addormentarsi, nella vasca da bagno, ecc. Il tutto integrato con un servizio giornalistico rivolto a Christof che concede un’intervista, presentato ad arte per recuperare la trama della storia. Tra gli spettatori, c'è anche Sylvia (Lauren), che vive la vicenda dalla parte di Truman e segue passo passo le incertezze, i dubbi e gli impulsi di libertà di Truman.

Ciò che fa di Truman un soggetto ad alta identificazione è proprio il punto di vista della narrazione, che come Lauren, è dalla parte del protagonista e della sua graduale presa di coscienza, nel vedere il suo mondo sgretolarsi sotto il velo della falsità e della costruzione.

Questo film s’ispira ad una moda nascente in quegli anni negli Stati Uniti, in Italia a tutt’oggi non del tutto tramontata, di raccontare la vita in televisione attraverso i reality shows, drammatizzandola e portandola alle estreme conseguenze. La vita nello show si dipana e s’intreccia con una modalità da soap opera, vivace e ben condita, quasi ad un livello fittizio, quello eccessivo della soap opera appunto, con un retrogusto amaro difficilmente eliminabile però.

Il film infatti, condanna il regista e con esso il mezzo televisivo, ma anche lo spettatore che si nutre di questo scempio, partecipando a crearlo e mantenerlo.

Molte sono state le chiavi di lettura che hanno cercato di dipanare simboli e allegorie di quanto presentato, quella antropologica, quella religiosa, sociale, mediatica, ma alla fine le persone che guardano non fanno tante elaborazioni teoriche o mentali, sono toccate da ciò che risuona con il loro motivo di fondo, con ciò che hanno vissuto profondamente. E quello che capita è che molte persone s’identificano con Truman.

Subito si penserà a persone deliranti, che vivono la loro realtà alla luce di una mente distorta dalla psicosi. Direi proprio di no, solo una piccola parte di coloro che s’identificano con lui, risponde a questa descrizione, la grande maggioranza invece possiede una lucidità e consapevolezza normale o fuori dal normale, in termini di maggiore profondità e ampiezza di vedute.

Credo che la persona altamente sofferente, presa da un vortice delirante, che si vede un mondo organizzato intorno, abbia purtroppo veramente poche chance di uscirne, perché non si può fidare di nessuno, non può fare nulla, è solo e senza mezzi, con poche risorse personali, perché quelle che ha vengono sprecate in una costante fuga, dal mondo malvagio. Mancando l’esame di realtà infatti, non può utilizzare e avvalorarsi delle proprie capacità e delle possibili vie d’uscita, concrete e non.

Questa è la condizione più drammatica. Ma anche chi possiede un sufficiente esame di realtà, si trova in una delicatissima situazione. Di solito la sensazione di essere un Truman riguarda principalmente e primariamente la famiglia d’origine e arriva fin dall’infanzia. E’ un gran guaio perché anche in questo caso la fiducia in sé è minata profondamente, proprio là dove dovrebbe fondarsi e crescere. Il bambino dovendosi difendere proprio dalla famiglia, dal nido, avrà dei profondi dubbi su sé, su chi è, sulle sue qualità, sulla sua amabilità, su chi fidarsi, su cosa poter fare nel mondo, su dove andare senza incorrere in rischi seri.

Il bambino vive come se tutti lo stessero ingannando, come se avessero costruito uno scenario in cui farlo recitare, mentendogli, facendogli passare la finzione per realtà. Tutti sanno tranne lui, tutti in accordo tranne lui, tutto fatto alle sue spalle senza ragione. Una condizione che crea uno sconcerto terribile, perché …… allora che fare? Può lui, fuggire dalla recita? Può fare diversamente? E cosa vuol dire fare diversamente, come si traduce all’atto pratico, per lui che non sa niente del mondo fuori della cupola? Ma soprattutto, è vero ciò che sta percependo o è una sua immaginazione?

Per lui è veramente difficile capire se ha ragione oppure no. S’insinua il dubbio, che lo mina alle gambe, che gli impedirà per molti anni di andare là dove sente di andare. Che abbia ragione o meno, gli impedirà in ogni caso di scegliere liberamente. Non si fida di sé e non sente il diritto o la capacità di scegliere.

Io credo che se un bambino sente questo, c’è senza dubbio un fondo di verità.

Christof nel film apre il dialogo con Truman dicendo: “Io sono il Creatore ……. di uno show televisivo” e con questa apertura, ci traduce il ruolo ed il potere del genitore, che è il creatore della famiglia e del bambino stesso, quindi delle regole familiari, delle convinzioni, delle abitudini, dei ritmi, ecc. E l’isola stessa ci viene disegnata come una sorta di Eden in cui Truman è perfettamente protetto, dagli abusi e dalla malvagità del mondo.

E’ vero che Truman è stato rifiutato alla nascita e quindi probabilmente il suo destino sarebbe stato triste e forse anche drammatico, certo se guardiamo questa parte della storia, il regista dello show è veramente un Dio buono che lo ha salvato da sorte avversa, che lo ha sottratto ad una condizione di soprusi e dolori. Nello stesso tempo però, se ne appropria e lo usa come fosse un oggetto, decidendo per la sua vita e la sua sorte, senza chiamarlo in causa, nascondendogli la verità su sé e mostrandogli un mondo fasullo, costruito a sua immagine e somiglianza, per scopi assolutamente egoistico-esibizionistici, che a livello più esterno è rappresentato dallo successo televisivo, a livello più profondo pesca nel bisogno narcisistico di Christof.

Oltretutto Truman è stato scelto fra altri quattro bambini non voluti, perché è stato il primo a nascere, in anticipo rispetto alla scadenza prevista, quello che si allineava perfettamente la data d’inizio dello show. Con questa sua venuta al mondo ha espresso più degli altri la voglia di uscir fuori, esplorare il mondo, di separarsi e di essere indipendente e neanche a farlo apposta, più di ogni altro è stato castrato proprio lì, frenato in questa sua corsa, relegato ad una vita controllata sotto ogni possibile aspetto, fino al punto di essere messa in scena, divulgata e spettacolarizzata.

E non è molto lontano dalla realtà di molti figli messi in vetrina, usati per avere attenzione, importanza, ruolo, per sentirsi amati, potenti, per riscattarsi dalla propria famiglia, dalla vita, ecc.

Ora, se prendiamo a modello la figura di Christof e la sovrapponiamo a quella del genitore che, volendo proteggere a tutti i costi i propri figli da certe esperienze, da certi vissuti, gli determina rigidamente l’esistenza, privandolo della possibilità di andare fuori binario, allora vedremo due figure sostanzialmente simili, che passano dalla protezione, cura e attenzione alla svalutazione, al bisogno personale, al mero uso narcisistico. Questa condizione non è così estrema e diversa dalla nostra realtà, non così tanto quanto si pensa.

Poniamo l’esempio di una coppia che fa nascere molti figli (diciamo da quattro in su, ma talvolta anche meno) perché ama la famiglia allargata, ama i bambini, ecc., quindi con delle buonissime intenzioni direi. Ora, vediamo come questo nido si gestisce la quotidianità, come le buone intenzioni si traducono nella realtà. E’ inevitabile che per la sopravvivenza, per l’organizzazione, per la gestione minima della giornata, è necessario programmare strettamente gli orari, gli spazi ed i ruoli. Ognuno deve rientrare nel tempo e nel luogo che gli è stato assegnato e non può andare oltre, pena la caduta dell’intera struttura. In questa realtà, ciascuno deve prendersi impegni e responsabilità che di solito non sono propri di un bambino, dall’aiuto e accudimento dei fratelli più piccoli, dall’accompagnarli e riprenderli a scuola, dal sostegno emotivo e morale, alle cose concrete del lavare, pulire, riordinare la casa, far la spesa, cucinare, spostare carichi pesanti, fare commissioni di tutti i tipi, al di là della loro sicurezza e responsabilità.

Riflettendoci è normale che sia così, non potrebbe essere diversamente, è una questione di sopravvivenza di base e gli adulti possiedono risorse limitate rispetto alle richieste contingenti.

Se guardiamo questa stessa condizione dalla parte del bambino, del suo vissuto, della sua crescita e sanità emotiva, mentale, sociale, ci sono sicuramente dei vantaggi, impara ad essere autonomo presto, a doversi fidare delle proprie capacità, ad affrontare ostacoli che spaventano, cresce più facilmente senza freni né limiti, non di meno, questa condizione portata all’eccesso e soprattutto regolata con cardini stretti, conduce a tante mancanze. Il bambino non può avere sufficiente attenzione, tempo, affetto, consolazione, protezione, non può avere la sensazione di qualcuno di adulto che gli guarda le spalle, lo sorregge nei momenti bui, che lo aiuta a passare i temporali, non ha neanche la possibilità di vivere la propria età, di spaziare nella propria individualità e potenzialità.

Sembra un paradosso ma non lo è, da una parte non ha gli occhi puntati del genitore e questo potrebbe far pensare ad una minore pressione, a tanto tempo libero, tempo per sé, ma non è così, il genitore non è lì a guardarlo, guidarlo, a imporgli i suoi voleri, ma lui non è comunque libero, perché in sua vece vigono regole molto strette, procedure e impalcature predeterminate, non c’è scampo insomma. Ci sono dei doveri da assolvere, non si può pensare di organizzarsi autonomamente il tempo.

Certo, tutti anche i bimbi più piccoli hanno doveri ed è buono che sia così, ma qui si va oltre. Questi bambini devono assolvere i compiti propri dell’età (andare a scuola, riordinarsi la camera, mettere a posto i giocattoli, ecc.) e quelli che appartengono propriamente agli adulti appunto. Alla fine la loro esistenza non gli appartiene e non lo sanno. Tutto verrà passato come se fosse naturale, come se dovesse essere così, come fosse la condizione standard, privandolo quindi anche della possibilità di lamentarsi o cercare altro.

Vedete, alla fine anche questi bambini crescono su un’isola un po’ particolare, dove non c’è nulla di autonomo e propriamente spontaneo. La loro vita è diretta da altri, che a loro volta non hanno il tempo di interagire liberamente, ma devono stare nel ruolo che gli compete. E spesso, la perfezione dell’incastro viene mostrato orgogliosamente, esibito al pari di un trofeo di caccia o di uno show televisivo!

La stessa condizione si può verificare anche con un numero inferiore di figli, talvolta con un solo figlio, quando per esempio uno dei coniugi non assolve il proprio ruolo per motivi vari, dalla malattia (fisica e mentale), all’incapacità, al non desiderio, per assenza, per morte, ecc. In questo caso capita spesso che il figlio prenda il posto del genitore assente (in senso reale o affettivo-relazionale) e funga da partner del genitore presente, sia nel senso concreto di occuparsi di cose che non lo riguardano, sia nel senso emotivo di dare appoggio al genitore, fungendo da altro partner della relazione.

In questo caso, come nei precedenti, il bambino vive una realtà distorta, si fa passare come naturale qualcosa che non lo è, gli si chiede di assumere un ruolo che non lo riguarda e gli si ruba la libertà, l’età, la consapevolezza, la vita. Lo s’inganna, gli si presenta questa condizione come l’unica realtà esistente, indiscutibile e inevitabile.

Ora, andando avanti possiamo avere altri tipi di esempio, più o meno estremi. Pensiamo ai figli di genitori malati a livello psichiatrico, che hanno delle visioni, allucinazioni, deliri, ecc., che sono religiosi fino al fanatismo patologico, che appartengono a sette con regole e fini insani (vedi ad esempio la setta svizzera che anni fa, ha condotto tutti i partecipanti al suicidio). Si mostra e si propone una visione del mondo, degli scopi nella vita, delle relazioni, un sovrannaturale, ecc., molto specifico e determinato, all’interno di un confine stretto, imponendo condotte e relazioni solo in un raggio limitato, deciso dai canoni del credo stesso. Qui il palcoscenico è visibilmente patologico, alterato e nocivo, a livello di sanità mentale e della vita stessa.

Ci sono alcune religioni che per loro credenze e impostazioni, rendono impossibile addirittura le cure mediche o la psicoterapia, che pure rientrano nelle procedure laiche.

Il bambino quindi crescerà, guardando sé, gli altri e tutto ciò che gli succede o gli potrebbe succedere, sotto quella luce ristretta, inconsapevole dell’esistenza di una visuale più ampia.

Ma pensiamo ancora alle credenze delle persone, apparentemente sane e ben adattate, che cercano di sostenere e aiutare i figli nella loro crescita, che mostrano il mondo in un certo modo, es. pericoloso, rischioso, non sano, troppo lontano, distante, diverso, avverso, contemporaneamente offrono una visione delle proprie risorse in un certo modo, come ridotte, insufficienti, onnipotenti, geniali, ecc. Pur con le migliori intenzioni, di fatto il genitore passa l’idea di un mondo e del proprio ruolo, sotto una certa luce, ben rigida  e determinata, riducendo la possibilità di una sperimentazione personale, della libera scelta e dell’errore.

Un altro elemento simbolicamente significativo del film, è rappresentato dal fatto che Truman non è desiderato dai suoi genitori. Un bambino non desiderato che viene al mondo è una contraddizione in termini, ormai da anni non ci sono più segreti, riserve o difficoltà su nessun tipo di contraccettivo (dal profilattico alla pillola del giorno dopo), né sulla possibilità di interrompere una gravidanza. Eppure, nascono figli indesiderati e questo non è solo un film, ma la realtà, la realtà dell’ambivalenza direi, una costante del genere umano. Questo fa sì che nel concreto molti bambini nascono, ma vi sono sentimenti contrastanti nei loro confronti e se da una parte li si vuole, si desidera il meglio per loro, ci si sente pronti per fare i genitori, dall’altra non si vuol rinunciare a niente di proprio per loro, non si vuol calarci a loro livello per comprendere le loro ragioni, per lasciarli liberi, non si è realmente capaci di amarli.

La realtà dell’ambivalenza ci mostra la natura di una tale genitorialità, non dettata da chiari istinti aggressivi o perversi, ma semplicemente determinata da pulsioni ed emozioni contrastanti, per lo più inconsapevoli. L’inconsapevolezza e la rigidità, il rifiuto ad andare a vedere il riflesso di noi stessi sui bambini, crea la ripetizione e la consistenza dell’errore, che diventa sempre più dannoso, cronico e crea un mondo a sé invalicabile. Non a caso nel film Truman non è l’unico a vivere su un’isola, lo stesso Christof e tutto il suo staff vivono in un loro mondo, separato dalla vita reale, raggiungibile solo sporadicamente grazie alla gentile concessione di un’intervista. L’isolamento è uno strumento del non cambiamento, che concede la permanenza delle proprie convinzioni e dinamiche.

Inoltre, è un po’ come se Christof fosse un padre adottivo, colui che salva Truman da una triste sorte, direi che ciò rappresenta simbolicamente il genitore non naturale, ovvero il genitore che pur essendo quello biologico non riesce ad amare e godere di questo processo naturale, la genitorialità, con tutte le implicazioni riguardo ai ruoli, responsabilità, doveri, ecc. Un po’ la stessa cosa riscontrata nelle fiabe, dove la matrigna compare frequentemente in vece della madre, a rappresentare non una reale sostituta materna, ma una cattiva funzione materna, al posto di una buona funzione materna mancante. Parlare di matrigna è più accettabile e accessibile per il bambino, è meglio pensare che quella non è la reale madre, perché sarebbe emotivamente intollerabile pensare che la propria procreatrice, possa essere realmente così “cattiva”. Come la fiaba, anche il film rappresenta questa realtà simbolica, è preferibile pensare di avere un padre adottivo (il regista) piuttosto che accettare che i propri genitori ci usino per i loro bisogni.

Vediamo quindi, quante possibilità possono portare il bambino a non sentirsi nel proprio corpo e nella propria vita, fino alla sensazione di essere un Truman show, ingannato dal mondo.

Ma come avviene questo passaggio? Avviene nel senso di mancata congruenza, nell’impossibilità di avere totale fiducia.

Il senso d’incongruenza si crea nella misura in cui un bambino avverte che quanto gli viene propinato come giusto, corretto, la strada appropriata, la scelta inevitabile, non gli torna in questi termini, non gli suona proprio così, non è esattamente ciò che vorrebbe, ciò verso cui si sente portato.

Capita spesso che noi tutti, bambini compresi, non possiamo fare ciò che desideriamo e questo fa parte della realtà delle cose, delle contingenze, delle necessità, delle regole sociali, dell’esame di realtà. Ma non è questo il punto, perché se sappiamo quali sono i termini della rinuncia, il perché della rinuncia, se c’è fiducia nell’altro, si possono fare delle rinunce, più o meno a cuor leggero, si fanno e si può anche trovare del buono in questo. Il danno nasce quando non c’è scelta, quando si passa per verità unica e indiscutibile qualcosa che non lo è, quando non si fornisce scelta né consapevolezza, quando non si riconosce al bambino di avere effettivamente il diritto a quella data cosa, ma in quel momento non può averla, non per causa sua ma per mille altri motivi. Ed ha tutto il diritto a chiedere, a desiderare, ad essere arrabbiato e triste per ciò che non ha avuto.

 Allora, se il bambino si rende conto di questo, se discerne che la verità propinata non è vera, che gli sono stati tolti dei diritti che aveva, appesantendolo oltretutto con sensi di colpa, s’incrinerà la fiducia nel genitore e sarà una grave mancanza per la sua vita, perderà la cosa più importante.

Un bambino che cresce pensando di non potersi fidare dei propri genitori, diventerà un individuo che non può fidarsi di nessuno, neanche di sé. Alla fine è arrivato a questa conclusione, a sbucare fuori dal palcoscenico, perché si è fidato più di sé di quanto gli veniva detto, ma il risultato è che comunque dubiterà sempre anche di quanto ha percepito e a buon ragione, perché possiede una casa senza fondamenta, perché lo specchio degli altri è fondamentale per vedersi in senso più ampio, ma lui non lo può utilizzare, ad ogni angolo teme che vi sia una falsa immagine di sé, un raggiro, un’appropriazione indebita. Non può mai stare.

Quest’individuo crescerà in parte o del tutto sconnesso dalla realtà e da sé, perché non può scegliere liberamente, non può sentire, non può pensare spontaneamente, ma deve fare sempre un duplice lavoro di ascoltare sé, ascoltare gli altri, chiedersi se hanno ragione, dove lo vogliono fregare e in che modo salvare le penne. Un processo stancante e lungo, che fa perdere di vista se stesso, che fa smarrire il vero obiettivo: portare avanti le proprie attitudini, i desideri, crescere insieme agli altri, affrontare le tappe del momento, godersi la vita. Un vero sfacelo, difficilmente arrestabile.

In questo caso si tratta dell’individuo che si è sempre reso conto che c’era qualcosa che non andava, che ha sempre avuto la sensazione di recitare un ruolo imposto da altri. Ci sono poi casi in cui, per qualche motivo, il bambino e successivamente l’adulto non si accorge, si fida ciecamente dei genitori, di quanto gli viene propinato, fino a che per qualche motivo, proprio come Truman, arriva a percepire una discrepanza, a metterci il dito nella crepa e ad allargarla fino a creare una finestra su un altro mondo, su un’altra realtà. In questo caso il passaggio è brusco, bruciante e shoccante e non tutti sentono di potervi far fronte. Il personaggio del film è stato temerario e fiducioso, al punto da volersi prendere la propria libertà e l’esistenza a rischio di morte, ma non tutti scelgono questa via.

Questa seconda condizione, per quanto shoccante ha comunque il merito di aver creato delle fondamenta di fiducia, certo si è data fiducia alle persone sbagliate, ma la persona sa cosa significa avere e dare fiducia, conosce il riposo e la quiete dell’affidarsi all’altro, sa cos’è un nido. Questa consapevolezza crea la base per crearsi successivi rapporti, maggiormente meritevoli di questo stare. I bambini della condizione precedente invece, sono minati profondamente in questa capacità e per loro la fiducia sarà qualcosa di nuovo, mai esplorato, dove il dubbio antico mina alla base, la possibilità di crearla in un secondo momento. E’ assai difficile cercare qualcosa che non si conosce.

Quello che non si vede nel film è l’effetto scoperta, ovvero il dolore determinato dallo smascheramento, rendersi conto che i propri genitori non sono i veri genitori, che i fratelli non sono i veri fratelli, che il partner non è il vero partner, una scoperta che crea una frattura profonda. Uno sconvolgimento profondo.

Nel Truman Show il perché è evidente, sono solo attori che recitano la parte di madre, padre, fratello, amico, nonno, coniuge, ecc., nella realtà è un po’ meno immediato, ma alla fine è la stessa cosa, ci si accorge che quell’individuo recita solo la parte di genitore ma non ha realmente il desiderio di essere genitore, con c’è una motivazione profonda, una capacità di amore pieno, il senso della rinuncia, il desiderio e la capacità di un’intimità emotiva indispensabile. E’ un ruolo che porta ad un risultato emotivo e concreto importante per lui, assolve ad un bisogno narcisistico fondamentale, ma non conduce al senso di scambio, amore, crescita reciproca.

Il disorientamento, il dolore e la rabbia si mescolano in un turbine, facendo piombare in una tempesta a rischio di vita. Alcuni temono proprio di non farcela, di morire o di impazzire, di perdersi e non ritrovare mai più la strada. E’ difficile trovare la forza per crederci ed uscire, è veramente difficile. Truman l’ha fatto, altre persone reali l’hanno fatto a loro volta. Non è facile né immediato però.

Il film poi sottolinea un altro aspetto relazionale importante, un meccanismo patologico invischiante, ovvero il ricorso al senso di colpa. Truman viene bloccato inconsapevolmente proprio da questo meccanismo, utilizzato ad arte nei momenti di possibile fuga. Quando vuol andare alle Fuji per seguire Lauren, la madre si ammala e lui non può certo lasciarla da sola, la morte del padre, viene manipolatoriamente attribuita alla sua responsabilità da parte della madre, attraverso la negazione, lei gli dice qualcosa come “Certo uscire in barca con quel tempo ….. ma io non ti ho mai incolpato della morte di tuo padre e non ti incolpo ora”, suggerisce sottilmente che la colpa è proprio sua, non lo si dice per amore, per risparmiargli una sofferenza, ma in realtà è stata colpa sua e di nessun altro per un suo capriccio, tanto più che lui era lì e non è riuscito a salvarlo. Lo stesso amico, rinnova il senso del legame e la richiesta della fiducia, con il ricatto emotivo ricordandogli che per lui ha  rischiato anche la vita, ad es. quando per accontentarlo ha dormito in tenda e si è preso una polmonite, che lo ha allontanato da scuola per un mese.

Attraverso questi ed altri potenti meccanismi, si affermano delle realtà che non esistono, si rinsaldano i legami non con la sincerità, la discussione, la libertà e la scelta, ma attraverso il peso, la colpa, l’obbligo morale e materiale. Si costruisce una gabbia invisibile, dove l’individuo si sente oppresso, raggirato, usato, non amato, ma non sa perché, non sa neanche se è vero, perché non ha i termini per valutarlo. Fino a che un giorno si crea la crepa nell’impalcatura della scena, fino a che s’insinua il dubbio, si da peso alle incertezze, alle intuizioni e pensieri, ritenuti fino ad allora bizzarri.

Si crea un vissuto di grande dolore, disorientamento, spossatezza, privazione, desolazione, solitudine.  Si crea un vero circolo vizioso, qual è la realtà vera? Dove sta la finzione, dove la verità, dove l’onestà? Cosa è meglio fare, cos’è meglio per me? Dove andare? Chi sono veramente io? Quanto devo credere agli altri, a quegli altri che mi dicono come uscirne?

Le domande si ripetono e s’insinuano in ogni angolo dell’esistenza, proprio ad impedire la vita per come deve andare.

Alla fine, lo stesso percorso di cambiamento, il percorso terapeutico diventa assai complesso, talvolta quasi interminabile o impossibile, perché ciò che abitualmente è una condizione di base, diventa il primo obiettivo: la fiducia nell’altro. Senza essa, tutto il resto non è possibile. La fiducia è il prerequisito delle relazioni, prima di tutte della relazione terapeutica, dove si crea lo spazio del sé. Capita infatti spesso, che persone entrate in crisi, passino per anni da un medico ad un altro, da una disciplina ad un’altra, da un terapeuta ad un altro, aggiungendo ogni volta una tacca al totem della sfiducia, che alimenta la convinzione di non potersi fidare di nessuno, di essere circondato solo da detrattori, di non avere altre chance, di non essere amabile, di essere rinchiuso in un destino incancellabile. Non c’è possibilità, non c’è cambiamento.

In realtà, qualunque persona avvicinata, qualunque disciplina e terapia è inefficace proprio per mancanza di fiducia, vi ci si avvicina già con paura e sospetto. Spesso la sfiducia è inconsapevole, ma c’è e mina ad ogni angolo il cambiamento e la costruzione. Tutto è impossibile, l’altro non ha armi, non ha strade, non ha gioco, deve solo recitare il ruolo imposto in modo rigido dal paziente. La persona in questo caso, ripropone inconsapevolmente il ruolo e la recita impostagli, costringendo l’altro ad un copione unilaterale, senza interpretazioni personali di alcuna sorta, pena l’incongruenza e la sfiducia. Per cui, se l’altro recita la parte, il risultato è che non c’è possibilità di cambiamento, se assume un suo ruolo personale, diventerà un aggressore, qualcuno da cui difendersi, con dubbie intenzioni, che chiede e offre qualcosa di sconosciuto e pericoloso.

Non c’è via di scampo! Non riescono ad andare verso una dimensione diversa, una dimensione totalmente diversa. Esiste una sola possibilità, un solo ruolo, il palcoscenico del Truman Show! Un palcoscenico ed un copione che si ripete anche fuori dal setting. Per quanto fuggano da esso, continuano a portarselo dietro, perché non riescono ad osare e ad allargare la crepa dello scenario conosciuto.

Per fortuna questa è la condizione estrema, nella realtà si verificano tutta una serie di condizioni che mitigano la severità di questo anello, permettendo realtà alternative, che in ogni caso devono essere conquistate caramente.

Generalmente la presenza di altre figure parentali, figure extrafamiliari, sia adulte che non, che abbiano fornito un modello relazionale più emotivo e autentico, costituiscono degli antecedenti, dei semi di possibile fiducia, fondano il vissuto di qualcosa di possibile. Anche la sperimentazione di capacità e riconoscimenti in ambiti propri, il successo dovuto a capacità personali, al di fuori di ruoli imposti, permettono la scoperta di una soddisfazione, di una possibilità diversa dalla frustrazione e dal sospetto.

Spesso capita anche che il poter stringere alleanza con fratelli/sorelle o con coetanei in situazioni analoghe, crea un ponte per una condizione emotiva di fiducia e di sostegno reciproco. Il rapporto con l’adulto è minato, ma nella realtà esiste l’opportunità di sperimentare piacere, condivisione, scambio, affettuosità con gli altri pari. Il mondo non è tutto sospetto e pericoloso.

Ciascuno è una combinazione unica e irripetibile di una serie di fattori, che si mescolano creando la persona come la conosciamo, come non la potremmo conoscere altrove. Un insieme di infinite sovrapposizioni di Vero sé e Falso sé, come inteso da Winnicott, tale da far propendere la bilancia dall’una o dall’altra parte. Ed il cambiamento può essere più o meno possibile, in base a questa miscela unica e inestricabile.

Certo, a ben vedere c’è sempre un grande occhio alla George Orwel o una grande telecamera del Grande Fratello, c’è sempre una Società, un contenitore di regole, norme, imposizioni, divieti più o meno espliciti, che stringe la visuale su noi, c’è sempre una famiglia che cercando di proteggerti, ci costruisce attorno un set appositamente strutturato. E come dice un attore del film, è tutto vero, niente è falso, è solo controllato. Come se il fine giustificasse i mezzi, come se il fatto che i genitori ti permettano di nascere, ti seguono nei primi passi, il primo giorno di scuola, il primo bacio e via dicendo, come se tutto questo, esattamente come espresso dal regista Christof, fornisse il diritto di decidere, di imporre, di impossessarsi della libertà di un figlio.

E’ vero che esiste un contenitore esterno, è vero che la società vorrebbe importi un faro controllante, ma è vero che c’è anche la nostra volontà, la nostra arbitrarietà, la responsabilità che noi decidiamo di assumerci di noi stessi, di ciò che riusciamo a fare e ciò che non riusciamo, delle riuscite e dei fallimenti. E’ nostra la responsabilità di andare a mettere il dito su quell’orizzonte fasullo e costruito, ad allargare la crepa fino a crearne un passaggio.

Truman decide per qualcosa di sconosciuto, pericoloso, ma decide per la libertà, per la scelta, anche a costo della vita. Non sa cosa andrà ad incontrare, ma sa ciò che ha vissuto e ciò che non vuole più. Questo è sufficiente, gli da forza e lo fa andare, oltre le sue stesse paure, oltre il terrore.

Pensando all’effetto Truman Show, mi chiedo se non sia un archetipo, se non ci sia comunque una condizione umana universale, almeno nella nostra cultura, dove ogni individuo deve fare le proprie scelte, deve trovare la propria strada, deve individuarsi come individuo, comprendere ciò che gli appartiene e ciò che non gli appartiene del suo ambiente di riferimento.

Certo, questo non vuol dire che tutte le famiglie sono manipolatorie e intrappolanti, vuol dire che comunque c’è una fase di differenziazione e di crescita che spinge ad andare a vedersi comunque altro. Vuol dire che ci sarà sempre un disincanto verso chi ci circonda, verso quelle persone da cui abbiamo dipeso fino a quel momento, da cui ci siamo fatti appoggiare incondizionatamente. C’è il disincanto rispetto ad una famiglia adorata e idealizzata, vissuta così forte, impotente e invincibile, che come tale è irreale. Arriva inevitabilmente il momento di crescere, di prendersi carico di sé, delle capacità e dei limiti, esattamente come hanno fatto i propri genitori a suo tempo, rischiando e sbagliando, assai lontani dalla perfezione supposta. Ad un certo punto arriva il tempo di ciascuno, di osare e scegliere, di uscire dalla cupola protettiva di quel mondo ovattato.

Il mondo dell’infanzia, di una famiglia sempre presente (nel bene e nel male, in senso protettivo e oppressivo), di scelte condivise, di direzioni concertate e incoraggiate, rappresenta l’Eden dell’origine, un’isola felice, che prima o poi deve essere abbandonata a favore di qualcosa di diverso, di più ampio, per un universo che si spiega lì di fronte a noi. L’effetto Truman Show aiuta a lasciare questa felice realtà, se non ci fosse la disillusione e la scoperta di altro, se non facesse capolino la rabbia, sarebbe assai difficile andare altrove, prendere le proprie mosse. Meglio rimanere nel nido caldo!

Di fatto l’adolescente ed il giovane adulto hanno bisogno della rabbia e della disillusione verso i propri genitori, senza questo sarebbero divorati famelicamente dalla paura, che gli impedirebbe di individuarsi e di andare per la propria strada. Se tutto rimanesse perfetto e ideale per sempre, che senso avrebbe andare a rischiare nel mondo? Non sembra ci siano molti vantaggi! Per cui, non solo l’effetto Truman Show sembra un archetipo, una condizione base, ma anche un elemento evolutivo importante ed utile.

Poi, come abbiamo visto ci sono le condizioni estreme, appartenenti alle famiglie patologiche, che creano dei baratri, creano un abisso fra la realtà ed il palcoscenico costruito appositamente. E lì il disincanto diventa terribile, sgretolante, talvolta impossibile, pena la frantumazione della propria identità. Allora si passa ad impersonare un Truman senza chance, in preda al pubblico famelico e immorale. In questo caso, non ci sarà crescita ma perdita di una importante possibilità, perdita della fiducia con tutto ciò che essa dispiega.

Se davvero fosse così, se l’effetto Truman Show fosse realmente un archetipo della cultura occidentale, allora comprendiamo bene il perché di tanta popolarità del film. A quanto ci hanno mostrato, dobbiamo poi aggiungere tutto il bagaglio emotivo, i pensieri, le consapevolezze, le difficoltà, che ci appartengono talvolta pesantemente e drammaticamente.

L’effetto Truman Show si gioca lungo una linea sottile fra sanità e patologia, in un continuum che contempla due estremi contrapposti, che richiamano ora la crescita ora l’immutabilità.

Ognuno ha il suo palcoscenico e una vita dietro le quinte. L’intreccio di queste due realtà, la qualità e la possibilità della loro integrazione, porterà ciascuno di noi in un luogo privo di rischi o in un antro oscuro, in un paradiso o in un inferno, ma più spesso in un luogo di transito, con oscillazioni e rimandi ora all’una ora all’altra condizione.

E chissà se ne sapremo ridere, sorridere o piangere.

A noi la scelta adesso.

 

 

BIBLIOGRAFIA E FILMOGRAFIA

 

Weir Peter (regista) (1998). The Truman Show. Attori principali: Jim Carrey, Laurea Linney, Noah Emmerich. America. Gen. Drammatico.

     Winnicott D.W. (1968). La famiglia e lo sviluppo dell’individuo. Armando editore.

 

 

 

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commenti

Claudia Graziani 10/16/2011 11:29


Gentile dottoressa,
è' terribile quello che scrive. Se ho capito bene, tutti noi potremmo essere i protagonisti di un simile dramma. Però mi chiedo: quanto è utile dire a Truman, mentre fugge dall'isola, che la sua
vita sarà sempre un inferno senza via di scampo, a patto che non si affidi completamente ad un altro essere umano? Secondo me un paziente così grave, deve prima rinforzare la fiducia in se stesso,
poi nel prossimo. Se viene assediato da chi vuole convincerlo a dargli fiducia, si chiuderà sempre di più, specialmente se si sente dire che non ha speranze. Credo che sia molto più utile portarlo
alla vita migliore che possa raggiungere, senza angosciarlo con una brutale diagnosi di non curabilità, che gli farebbe rimpiangere la sua isola palcoscenico. Chi ha bisogno di imparare a fidarsi,
credo, non lo farà se si pretende da lui la fiducia incondizionata, perché è una richiesta paradossale, visto che il suo problema è proprio quello. Inoltre la fiducia si guadagna passo passo per le
persone normali, e la si rimette all'occorrenza in discussione, figuriamoci per uno così, che magari ogni giorno in tv sente di chirurghi che dimenticano il bisturi nella pancia del paziente o cose
simili.
Per questo ora mi chiedo quale possa essere il destino di Truman: da questo quadro mi appare come uno condannato alla scelta fra la solitudine e il doversi sempre affidare a terzi, senza mai
conquistare l'indipendenza. Ma io, da profana non psicologa, invece voglio credere che ci sia un'alternativa migliore, una speranza. Truman esce dall'isola, scopre, anche a costo di sofferenze e
paure, di avere le risorse per occuparsi di se stesso e scegliere il proprio destino, impara a distinguere cosa lo fa stare meglio e cosa no e sceglie di fidarsi via via delle situazioni e delle
persone che non lo fanno sentire minacciato. Forse all'inizio si fiderà solo di un gatto, poi piano piano aprirà nuovi orizzonti e sarà soddisfatto di ogni nuova piccola conquista. Non si sa dove
potrà arrivare, ma almeno non perderà la voglia di provarci e svilupperà un po' più di fiducia in se stesso, nella vita, nel prossimo.