Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
24 gennaio 2011 1 24 /01 /gennaio /2011 13:59

Intelligenza:

aiuta a vivere o a soffrire?

 

 

Intelligenza.

In senso corrente può essere intesa come capacità di intendere, pensare, giudicare, come l'abilità di usare la propria mente, allo scopo di capire ciò che ci circonda e di dargli un senso.

Andando nello specifico, ci si riferisce al quel processo (mentale e comportamentale), che consente all'uomo o all'animale dotato di struttura cerebrale evoluta, di trovare soluzioni a problemi nuovi.

In un'accezione ancora più specifica, si riferisce ad una serie di processi mentali assai complessi, tipicamente umani, che vanno dal ragionamento logico alla capacità di perseguire uno scopo anche a lunghissimo termine, dalla capacità di formulare valutazioni e giudizi di valore, alla capacità d'autocorrezione e autocritica.

In considerazione di ciò, vediamo che l'intelligenza coinvolge tutte le altre funzioni psichiche e psicologiche: l'attività sensomotoria, l'esplorazione, l'apprendimento, la memoria a breve e lungo termine, il linguaggio, la motivazione, l'immaginazione. Presuppone inoltre la riattivazione dell'esperienza passata, nonché l'intervento di fattori genetici e l'integrità del sistema nervoso. (Enciclopedia Garzanti di Filosofia)

Emerge un quadro dell'intelligenza, che coinvolge molte altre funzioni umane, intellettive e non, ma soprattutto ne emerge la sua funzione od obiettivo primario: ovvero l'adattamento. Per adattamento, s'intende la capacità di amicarsi l'ambiente, risolvendo quesiti o problematiche, attraverso varie strategie e abilità, che permettano di sentirsi al sicuro e a proprio agio nell'habitat circostante e "instante" (ovvero sentirsi bene "nel" proprio corpo, il primo habitat naturale). L'intelligenza quindi, dovrebbe fornirci gli strumenti per star bene con l'esterno, ma anche con l'interno, con noi stessi, con il nostro corpo e tutti i bagagli emotivo-cognitivi ad esso connessi.

Se riflettiamo su esempi concreti, questo concetto ci appare scontato e ovvio. Ad esempio l'uomo primitivo che subiva mutamente climatici, geografici, cataclismatici, che scopriva e inventava cose nuove, poteva sopravvivere solo se dotato di buona capacità d'adattamento. E' proprio l'individuo più intelligente, quello destinato a sopravvivere, perché capace di elaborare le strategie più appropriate per utilizzare in modo ottimale, quanto sta capitando.

Andando più verso l'interno vediamo che, l'uomo ha intrapreso le sue prime forme espressive dalla notte dei tempi. Ritroviamo infatti antiche tracce rupestri del suo mondo interno, espresso in immagini e colori. Nello stesso tempo già da allora, le forme di socializzazione risultano articolate e complesse, si parte dalla formazione della coppia, ai primi clan, ai gruppi, ai villaggi, ecc.

Forme d'associazione, utili alla sopravvivenza concreta, ma soprattutto atte ad un integrazione emotivo-sociale, ad una forma di rassicurazione, d'accudimento reciproco, d'acculturamento e relazionalità multipla.

Andando avanti con questo pensiero, non solo l'intelligenza serve per sopravvivere, ma anche per distinguersi, per primeggiare, per avere il ruolo di rispetto e d'ascolto, quindi aiuta a vivere nel modo più soddisfacente possibile. A parità di sopravvivenza, chi riesce ad escogitare strategie o stili di vita più equilibrati, utili, educativi, elaborati, interessanti e desiderabili, è colui che assume la posizione del capo villaggio, dell'eroe, del guaritore, del saggio, del sapiente, dell'artista, ecc.

Dunque l'intelligenza è il mezzo espressivo su tutti i fronti, a cui è stata dato valore fin dall'antichità, a livelli via via sempre crescenti. Per esempio, all'epoca della prima guerra mondiale, nell'esercito degli Stati Uniti venivano ampiamente usati i test d'intelligenza, come mezzo d'assegnazione. Successivamente, i test hanno assunto il potere di definire la differenza raziale. Vedi ad esempio, la valutazione fra bianchi e neri del sud e del nord degli Stati Uniti, nel dopoguerra.

Dopo anni di studio e di confronti, si è compreso che per quanto la genetica possa avere un peso sulle capacità intellettive, il modo in cui si esplica e si traduce, dipende dalle determinanti ambientali a vari livelli. (M. Harris, 409-413).

L'ambiente quindi svolge un ruolo preponderante nel permettere o ostacolare, l'espressione genica con tutte le sue implicazioni e possibilità. Nello stesso tempo, essendo l'ambiente circostante in mutevole cambiamento, varierà di volta in volta le richieste e le necessità di vita, il tipo e il grado di pressione esercitata sull'individuo.

Se guardiamo questo concetto, ad un certo punto della storia ontogenetica e filogenetica, un comportamento che è stato fortemente utile e adattivo, può improvvisamente diventare elemento non più vantaggioso e desiderabile, talvolta persino d'ostacolo e impedimento.

Nella nostra epoca, è esperienza comune che bambini altamente intelligenti, intuitivi e sensibili, apprezzati e osannati da insegnanti e genitori, si ritrovino adulti "mediocri", ai "margini" della società, spesso sofferenti e soli. Dei disadattati, oserei dire. Al contrario bambini affatto promettenti, spesso lenti, poco intuitivi, poco curiosi ed indifferenti alla scoperta, con scarsa motivazione all'apprendimento, si riscoprano adulti di successo, locati nelle alte sfere politiche, culturali, educative, sociali, ecc. Ben adattati, direi!

Sembra proprio un controsenso!

L'ipotesi più immediata, potrebbe consistere nel possibile errore di valutazione intellettiva dei bambini. In questo caso dovrebbe trattarsi di un doppio errore, un'ipervalutazione degli uni e una svalutazione degli altri. Tenendo conto però che i test d'intelligenza sono altamente predittivi del successo scolastico, in quanto richiedono lo stesso tipo di prove e d'abilità, risulta un'ipotesi poco sostenibile. Viceversa, se questi bambini presentano un'ottima o buona prestazione scolastica, ci lascia pensare che possiedano un'intelligenza medio-alto o comunque molto brillante ed adattiva. Infatti, è stato visto (Rubini) che la prestazione scolastica viene facilitata dall'intelligenza e dalla creatività.

Guardando i bambini più lenti, possiamo pensare che non siano stati visti nella loro interezza e che i disagi di tipo emotivo e le influenze ambientali negative, impediscano la piena espressione della loro capacità. Sicuramente è così, probabilmente nella maggior parte dei casi, non si tratta di un'effettiva differenza nelle capacità intellettive, ma ancora nel diverso contesto ambientale (in primis la famiglia), che impedisce e ostacola la piena espressione genica.

Nonostante ciò, non c'è niente che c'induce a pensare che la loro sorte cambierà. Anzi, è un processo che si autoalimenta, l'insuccesso scolastico o la valutazione non brillante, ridurrà sempre più il loro entusiasmo e le aspettative di genitori e insegnanti. Si vedranno soprattutto i loro limiti e mancanze ed il bambino stesso non proverà in alcun modo a varcare questi confini, nessuno ne vede la possibilità, tanto meno lui! Non ci si può neanche aspettare che abbiano reazioni di orgoglio o di rabbia, che favoriscano una determinazione volta a dimostrare qualcosa. La determinazione infatti, richiede un grande bagaglio psico-fisico e un minimo di fiducia di base. Di solito, la scarsa prestazione è accompagnata da tutta una serie di etichette: "è svogliato, pigro, senza volontà, apatico, senza interessi, non ha risorse, ecc." Il bambino quindi, si attesterà sempre più su un livello medio-basso, giusto quanto necessario per la sopravvivenza minima, per la situazione contingente.

In questo caso dunque, i bambini non visti, non trovando una soluzione alternativa produttiva, vedranno tarpare inesorabilmente l'espressione delle loro capacità. Per cui, pur avendo in potenza una buona intelligenza, la prestazione effettiva, risulterà scarsa e inferiore ad altre persone, esattamente come avviene con le persone di colore, nel sud degli Stati Uniti da secoli.

Tutto ciò rende il quesito, assai intrigante. Allora cosa succede ad un certo punto nella vita di questi adulti, ex bambini mediocri? E cosa succede ad un certo punto nella vita di questi adulti, ex bambini intelligenti?

Quello che mi viene da pensare è che in quest'epoca, l'intelligenza non sia più una capacità desiderabile e adattiva. Non serve più a vivere, ma fa soffrire!

La nostra società, ha ormai assunto una veste narcisista ed edonista, imperniata più sull'immagine che sull'essere. Il fare e l'apparire, l'usa e getta, la parificazione e l'omologazione, il denaro e il possesso, rappresentano gli slogan elettivi. In questo clima, le abilità e l'intelligenza non servono, per adattarsi è necessario entrare nel sistema, far parte della macchina che va avanti da sé. S'inizia trovando un impiego, che rende esperti di qualcosa (fosse anche di un bullone) e di cui poter parlare (bene o male, non è importante), che permette di avere carte di credito, da usare per spendere ovunque e quantunque (nei negozi, su internet, ai ristoranti, dal coiffure, ecc.), permette di accendere il primo mutuo e poi ancora prestiti, per avvallare le falle della carta di credito, o alzarne il tetto spendibile.

Un lavoro dunque, qualunque sia la portata dello stipendio, permette comunque di dare inizio a tutto un meccanismo a catena. Ci si può concedere di tutto, sulla base di soldi reali o fittizi (prestiti, rateizzazioni, ecc.), macchine, motori, vestiti firmati, elettrodomestici di ogni tipo (che bagnano, asciugano, stirano, tagliano, triturano, sminuzzano, cuciano, aspirano, ecc.)cellulari, PC, macchine fotografiche, telecamere, vacanze più volte all'anno, libri e riviste a chili, che non abbiamo il tempo di leggere,cibo a più non posso e pasticche per bruciare grassi, parrucchiere, estetista, palestra, cartomante, chiropratico, chirurgo plastico, nutrizionista, psicologo, logopedista e quant'altro ci offre questa società post industriale. Tutto usato (esperti compresi), come oggetti, come nicchie di sapere per ripristinare l'ordine o renderlo più intrigante o scintillante (in certi ambiti fa chic andare dall'analista, la palestra è socializzante, il cartomante aiuta a prendere decisioni giuste, ecc.)

Con la stessa modalità, si costruiscono le famiglie. Per chi ancora conserva questo status fra i propri obiettivi, si mettono al mondo i figli ed il gioco è fatto, inizia tutta una serie di percorsi obbligati, le migliaia di visite, vaccini, medicine, sport, hobbies, scuole pubbliche e private, le riunioni della scuola, della parrocchia, del dopo scuola, le feste di compleanno con gli amichetti a partire da un anno di vita, le miriadi di cene, il mare, la montagna, il soggiorno all'estero per imparare la lingua, vestiti alla moda, l'ultimo zaino dell'uomo ragno, computer, cellulare d'ultima generazione, ecc. ecc. E' un gran, bel impegno! Tante cose da fare, da organizzare e di cui parlare, parlare, parlare (ammesso che qualcuno ascolti).

Possiamo fare tutto, di tutto e di più, non ci sono limiti né confini. L'importante è entrare nella prima porta, per poi essere risucchiati vertiginosamente nel meccanismo, senza neanche sapere com'è successo. Tutto sommato è semplice, perché è una macchina già rodata e oliata, va per conto proprio, basta dire sì e firmare, mettere i numerini giusti al posto giusto e voi là, tutto sistemato e pagato. Basta poco, per avere tanti oggetti nella propria vita, per avere cose da fare, per avere esperienze da raccontare.

Non dimentichiamoci il ruolo e l'importanza dell'immagine, quindi del mostrare e del narrare. Tutto ciò che abbiamo non serve a nulla, se non c'è qualcuno che ce lo riconosce, che ce lo ammira o invidia. Perché ciò di cui ci riempiamo, non è quello di cui abbiamo bisogno, ma solo ciò che questa macchina ci induce a fare o a volere o necessitare, sulla scia della moda, della maggioranza, di una ragione insita nella sopravvivenza del sistema stesso (se non si usa e getta, non si crea lavoro, se non si rende necessario ciò che non lo è, perdono valore tutta una serie di figure professionali e di settori, quali l'estetica, la moda, la tecnologia più raffinata, ecc.).

Essendo la motivazione del nostro fare, all'esterno di noi, risulta essenziale supportare la nostra identità, con l'approvazione degli altri. In questo gran vuoto interno, determinato dall'assenza del corpo, il parlare aiuta a riempire, aiuta a non pensare, ad illudersi che ci sia qualcosa di significativo, nel nostro mondo interno ed esterno. Si ha molte cose da raccontare (che nessuno ascolterà), pertanto si è pieni! In un processo all'infinito che induce a perdere il senso della propria realtà, la distinzione fra ciò che realmente è nostro da ciò che non lo è, ciò che è reale, da ciò che è esterno e imposto seduttivamente.

Tipico del narcisismo infatti, è la mancata distinzione fra ciò che si è e ciò che si pensa di essere. Ci si identifica con l'immagine idealizzata (Lowen 1992, pp. 17-18). Ogni cosa deve essere al suo posto, tutto perfetto e scintillante ed il corpo con i suoi umori, è relegato a semplice strumento della mente, pena la confusione e la perdita di perfezione. Il corpo è una macchina, una delle tante macchine da azionare a comando, manovrare, spegnere a richiesta, da riparare in caso di mal funzionamento.

Se guardiamo tutto ciò, in effetti il bambino lento, mediocre, con scarse predizioni sul futuro, risulta massimamente adatto. Il meccanismo infatti, non richiede particolari doti di brillantezza, autonomia e creatività, anzi si predilige "l'ubbidienza" e la prestazione anonima. Nello stesso tempo, per la persona costituisce una grande occasione di rivincita, rispetto alle etichette denigranti e diversificanti dell'infanzia. Grazie alla possibilità di girare nel sistema alla stessa stregua degli altri, si possiedono le stesse cose, se ne può raccontare ed esserne invidiati, si è assimilati al sistema e si è esattamente come tutti gli altri, niente di meno niente di più, una persona degna di nota e di attenzione, un "signor compratore"!. Ci si dimentica così le proprie mancanze, illudendosi che va tutto bene, si eviterà di assumersi la responsabilità di sé e del proprio destino.Per il sistema va benissimo, anzi rappresenta l'individuo ideale, il compratore desiderabile, il lavoratore prediletto. Di conseguenza, alimenterà ad oltranza quest'illusione.

Pensiamo per esempio alle assunzioni nelle grandi aziende, nei grandi supermercati, o in agenzie di servizio. Spesso, fra le prove d'esame si ritrovano test d'intelligenza o simili. La cosa interessante è che, proprio la prestazione più brillante, così come il titolo di studio superiore (laurea), costituiscono criterio di esclusione! La persona troppo brillante o culturalizzata non serve, non è adatta, "è troppo, per ciò che ci serve". Quindi, da una parte la nostra società esalta la formazione e la cultura, perché anch'essi beni da acquistare, che quindi alimentano il meccanismo, nello stesso tempo non fornisce posti che diano ragione e espressione a tale formazione. E come visto, accedere ad ambiti diverso non è ammesso, si risulta inappropriati. Più la cultura è ampia e brillante, più costituisce fonte di disoccupazione e disadattamento. Nel concreto poi, si favoriscono le specializzazioni sempre più settorializzate e capillari, che richiedono pseudoformazioni, acquistabili a breve termine, magari organizzate dall'azienda stessa, quindi per certi versi pregiudiziali. Così ognuno fa parte di una macchina complessa, in modo cieco e anonimo, senza sapere di cosa si occupi il compagno che lavora gomito a gomito, tanto meno saper fare quello che fa il compagno stesso, "la mano destra non sa cosa fa la sinistra", si è solo bulloni di un organismo sconosciuto.

Prendiamo infatti quei bambini tanto dotati, intelligenti, curiosi ed entusiasti di comprendere cos'è il mondo. Immaginiamoci che grande compito li attende, nel momento di decidere cosa fare della propria vita. Le loro capacità gli permetterebbero l'accesso a molti ambiti professionali, la passione restringerebbe probabilmente il campo d'azione, ma la società narcisistica ne preclude ogni possibilità. Per un individuo brillantemente intelligente, cedere a questo meccanismo anonimo, significa rinunciare alla propria intelligenza, all'individualità, al proprio senso di sé e al senso totale della vita.

Molti di questi bambini allora si perdono nella folla, dimenticando le proprie doti di spicco. Altri continueranno a dibattersi nel conflitto, fra adeguarsi e perdere l'individualità o ribellarsi e sentirsi escluso, un reietto della società.

Se guardiamo questo meccanismo, l'intelligenza non è più fonte di adattamento, ma di grande disagio e sofferenza. Se ci si adatta al proprio corpo, rispettandone i ritmi, gli umori, il sentire, ci si distacca dal contesto sociale, se invece ci si adatta al corpo della società (etereo e fittizio) ci si distacca da sé stessi, in una sorta di autismo artificioso. In entrambe i casi, si approda nella desolazione.

Come ben descrive Greenspan (1997, p. 18), alla base dell'intelligenza c'è il collegamento fra un sentimento o desiderio e un'azione o simbolo. Ciò vuol dire che, l'intelligenza deriva dall'abilità di utilizzare una spinta interna emotiva, per compiere una data azione concreta o simbolica. La capacità di procrastinare una soddisfazione immediata e concreta, a favore di una soddisfazione realizzata ad un altro livello (simbolico) e in un altro tempo. Quell'abilità che S. Freud attribuiva all'Io, o meglio al compromesso fra le forze pulsionali e l'esame di realtà, sviluppatosi a partire dal primo anno di età, grazie al contatto con l'ambiente circostante e le sue richieste.

Comprendiamo dunque, il forte legame fra emotività, relazionalità e sviluppo delle abilità cognitive. La persona spiccatamente intelligente, è anche emotivamente dotata e relazionalmente ricca. Non significa che si tratta di individui con un'infanzia fortunata e beata, ma di una miscela significativamente esplosiva di gratificazioni e frustrazioni, riconoscimenti e ferite, di un forte desiderio e l'impossibilità di realizzarlo. Vivono dolori, dispiaceri e rabbie come tutti gli altri bambini, ma hanno anche a loro disposizione un accompagnamento adulto, che li guida nel sentire, fornendo un vocabolario emotivo ed una comprensione.

Questi individui, a differenza dei narcisisti, crescono in relazione con la natura e primariamente con il proprio corpo e i suoi ritmi, alternativamente in contrasto o in armonia con il mondo esterno, fisico, sociale, relazionale e culturale. Non a caso Piaget (1966), definisce il primo stadio evolutivo intellettivo, intelligenza senso-motoria. Ovvero, l'intelligenza nelle prime fasi di vita, si sviluppa attraverso la sperimentazione sensoriale e motoria. Il bambino impara a conoscere il mondo e a creare collegamenti (es. di causa ed effetto), attraverso i suoi sensi, che gli permettono un'esplorazione su vari versanti (toccare, leccare, battere, udire, vedere, assaporare, ecc.), nonchè attraverso l'azione, coadiuvante stessa dei sensi (es. toccare) e produttrice di effetti sul mondo circostante.

La relazione con le figure genitoriali, l'affettività espressa e permessa, rendono l'esplorazione più o meno intensa, più o meno ricca e desiderante, alimentano la curiosità e il gusto dell'apprendimento. L'emotività e la relazione costituiscono veicolo e contenuto stesso dell'apprendimento. Il piacere della scoperta e della comprensione, ne costituiscono la gratificazione naturale.

L'intelligenza dunque, è la risultante di tutto questo mondo interno pulsante ed esplorante, di una vitalità che ha il permesso di esplodere in modo sufficientemente armonico, con la propria natura. Ne risulta un individuo capace di utilizzare ogni propria risorsa (del corpo, del sentire, del pensare, del sapere, del mondo fisico, ecc.) a favore di una crescita e di un cambiamento continuo, in direzione del proprio adattamento.

Ma tutto questo desiderare, tutto questo sentire, il pensare fine, dove va a finire, in un mondo artificiale, che offre già soluzioni, prima ancora di chiedere?

Comprendiamo meglio il destino della persona intelligente, pensando alla situazione estrema, rappresentata dal genio. Anche qua riscontriamo un'altissima percentuale di bambini, che diventeranno adulti disadattati, infelici e spesso insoddisfatti di sé, se non "falliti". Una parte di loro, non riuscirà a far fruttare la propria genialità in qualche campo del sapere o del saper fare, diventando adulti anonimi. Un'altra parte, pur avendo trovato applicazione e spazio alla propria genialità, sarà comunque un adulto solo e insoddisfatto, profondamente incompreso.

La creatività, di cui si distingue il genio all'ennesima potenza, riguarda la capacità di produrre nuove idee, invenzioni, opere d'arte e simili, distinguendosi (sia nella forma artistica che scientifica), per le doti di novità, costanza e originalità (Biehler, pp. 402-403).

Ma già l'atto di intelligenza, consiste nella ristrutturazione dell'insieme o di una parte del campo cognitivo, della modificazione cioè della struttura generale, con cui la realtà ci è apparsa fino a quel momento (Petter). In altre parole l'insight, l'atto intelligente, prevede la capacità di vedere la situazione contingente o ambiente circostante sotto altri punti di vista, in modo tale da poter trovare la soluzione al problema, che fino a quel momento è rimasto insoluto. Là dove non si vedevano soluzioni o soluzioni alternative, l'individuo intelligente riesce a leggere la realtà in modo diverso e ad escogitare risposte inaspettate e ancor di più l'individuo creativo, che riesce a trovare possibilità altamente originali e impensabili.

L'individuo creativo spicca ulteriormente per la produttività, la fluidità e la flessibilità del pensiero, nonchè per la facilità di altri processi mentali, quali elaborazione e valutazione (Rubini, p. 32).

Ora, detto in parole molto semplici, tutto ciò comporta che l'individuo in questione sia libero da qualsiasi pressione sociale, culturale, politica, ecc., in modo tale da permettere alla propria mente di sganciarsi da stereotipi e visioni limitate, per poter galleggiare con un pensiero libero, alternativo e inusuale. Greenspan (pp. 21-22) definisce l'adulto geniale, al pari del bambino, come individuo avventuroso, viaggiatore della fantasia, attraverso ascensori intergalattici, o fasci di luce. Le idee si formano attraverso esplorazioni giocose della fantasia, che solo in un momento successivo, vengono tradotte nel rigore della matematica.

Se guardiamo l'intelligenza e la genialità in questi termini, vediamo cosa può succedergli se inserite in una società come la nostra, che evita le idee personali, chi si dissocia, chi vede le cose in un modo diverso, colui che sente, chi si rifiuta, chi è diverso, chi pensa!

Di per conto suo, la genialità è una dote assai difficile da gestire. La forte passionalità e l'orientamento prevalente sulla produzione intellettiva, crea uno sbilancio a sfavore delle qualità più relazionali e sociali. Infatti il genio, ha un "pallino" esclusivo, ha una concentrazione quasi maniacale su un campo di irresistibile attrazione: la fonte del suo stesso piacere e curiosità. Queste persone quindi, concentrare a "stare dentro" il proprio mondo, mostreranno varie difficoltà a "stare fuori" e a condividere la propria passione. La società attuale del resto, non li aiuta certo ad integrarsi e a sentirsi parte, tutt'al più userà i loro prodotti e loro stessi, come grande creatore di oggetti di consumismo.

Il genio rappresenta una situazione estrema, ma quanto detto vale anche per la persona intellettivamente brillante, che per "far parte" e sentirsi a proprio agio, deve adattarsi al contesto "abbassando" il proprio livello intellettivo-emotivo, deve staccare la spina al proprio elaboratore. Non si può essere indipendenti, non si può essere creativi, non si può essere controtendenza, non si può essere romantici e retrò, non si può sentire, non ci si può opporre, non ..... Si deve tacere, accettando acriticamente il sistema, girando insieme ad esso, con la sua compra-vendita, usa e getta, mordi e fuggi e via dicendo. Non ci sarà certo posto per letterati, filosofi, artisti, sognatori .....

Chi decide di non adattarsi e di rispettare la propria intelligenza, le proprie attitudini, aspirazioni e desideri, è destinato a vivere da dis-adattato, da persona indesiderata, di troppo, scomoda, da relegare in un angolo, da indottrinare e inquadrare. Non c'è posto per la diversità, soprattutto se riporta all'origine, allontana da un mondo artificiale, acquistato in ogni angolo della città, alla stregua della moda.

Viene quindi da pensare, che quell'intelligenza tanto fondamentale per la sopravvivenza della specie e dell'individuo, oggi non serve più, è una qualità non più richiesta. L'intelligenza, con la sua capacità di trovare soluzioni ottimali, è una risorsa fondamentale a contatto con l'ambiente naturale e sociale, che presenta cambiamenti e problemi. In una realtà non naturale però, costruita a tavolino, dettata da canoni esterni all'uomo, la capacità di comprendere, di vedere le cose in modo diverso, il desiderio di trovare una pacificazione e una risposta, non servono più. Tutte queste componenti, sono già fornite, impacchettate e consegnate a domicilio dall'esterno, esattamente come la pizza.

Sempre più si assiste all'omologazione, alla globalizzazione del pensiero, delle vedute, di culture, stili di vita, realtà, perdendo la ricchezza dell'individualità, del singolo e del gruppo (piccolo paese o nazione che sia). Omologazione infatti, non è sinonimo di unità e compattezza, ma di perdita di unicità e di forza. Tutto sotto una logica di mercato, dell'economia mondiale, che in realtà persevera la sua profonda scissione fra nord e sud del pianeta. Si omologa e si appiattisce solo per arruolare nuovi compratori, non certo per omogenizzare la ricchezza o la cultura!

Che poi, nessuno dice che ciò che chiamiamo ricchezza, rappresenti veramente una ricchezza ed un guadagno. Forse c'è una fonte di prosperità ben diversa da quella esterna ed artificiale e che, alimenta la nostra mente e il cuore, che origina direttamente da noi stessi e non richiede tanto affanno e tanti oggetti. Ma questa realtà è ormai lontana dagli individui, presi sempre più da questo gioco al massacro autoalimentantesi.

Mi chiedo allora che ne sarà di noi e dell'intelligenza. Si estinguerà esattamente com'è capitato ai dinosauri, ai mammut e ad altre specie viventi? Diventerà un'appendice da asportare? Un difetto da correggere?

In verità, non siamo molto lontani da questo. Quando penso ai bambini, imbottiti di Ritalin, di Prozac e Zyprexa, penso che questo sta già capitando. Infatti, mettiamo a tacere i loro segni di disagio e ribellione con dei farmaci, che qualche multinazionale ha deciso debba rappresentare la loro fonte di ricchezza permanente. Che importa se con il Ritalin, talvolta i bambini muoiono, se con il Prozac si rallenta lo sviluppo, se si dimostra che è solo un placebo, se lo Zyprexa induce svariati effetti collaterali, compreso patologie mortali (Giù le mani dai bambini)? I dati si possono ritoccare e si possono guardare da varie angolature, si sceglie il male minore,la cosiddetta riduzione del danno e tutto procede come stabilito.

L'unico strumento che i bambini hanno per far sentire la loro voce è il loro corpo, la prestazione scolastica e l'emotività, ma ogni volta che si fanno sentire, siamo lì pronti a dare una bella definizione, deficit di qui, sindrome di là e via con programmi rieducativi, con farmaci, con psicoterapia, neuropsichiatria, logopedia, ecc. Pretendiamo di portarli dove vogliamo noi, di fargli fare quello che decidiamo noi e che accettino muti.

Del resto questo accade spesso. La mamma che ha dimenticato la figlia in macchina, rappresenta l'estremo di tale condizione, la bambina non ha emesso alcun suono o protesta, quando la madre ha chiuso lo sportello dell'auto. I nostri bambini sono tristemente abituati ad essere scarrozzati e tralasciati nel silenzio e nel fraintendimento.

Del resto, se l'intelligenza non costituisce più un vantaggio evolutivo e un pregio desiderabile, deve essere stroncata alla radice, attraverso una tacita obbedienza fin dalla tenerissima età! Ecco che i bambini sono il più grande obiettivo di omologazione. Nel frattempo sono una fonte di gran ricchezza, c'è tutta un'industria legata a loro, dalla sanità all'abbigliamento, dal materiale ludico all'istruzione, l'intrattenimento e via dicendo. Basta che si adeguino e facciano guadagnare!

Non interessa a nessuno cosa i bambini ci stiano dicendo attraverso la loro agitazione, i deficit di attenzione, con l'iperattività, con l'insonnia, con l'obesità, con la dipendenza multipla (Costantini), con la loro depressione. Tanto c'è sempre un rimedio facile, immediato, da acquistare e vendere.

Sembra proprio che oggi, l'intelligenza non serva più a vivere ma a soffrire, è diventata oggetto discriminatorio, una capacità non richiesta, un sovrappiù. Chi, non si arrende all'appiattimento e al non pensiero, è destinato a sentirsi fuori posto, disagiato, disadattato, indesiderato. Non c'è spazio per lui, è di troppo, dice cose che nessuno vuol sentire, scomode, specchi dell'anima, realtà interne e dissonanti con l'apparire, che inducono ad esercitare quel muscolo ormai in via di atrofizzazione: il cervello. Ancor peggio, inducono a sentire!

Quest'uomo cogitante dunque, è destinato a percepirsi fuori posto, inadatto, non desiderato, non ascoltato.

Gli si affaccia davanti l'eterno dilemma: sono io lo sbaglio o è (paradossalmente) il mondo intero? La risposta sembra ovvia! Certo che quest'uomo ha una sua responsabilità: l'ostinazione! L'ostinazione di voler essere se stesso e di non volersi adeguare ad un sistema esterno ed estraneo a lui. Certo se si guarda questo, è sicuramente non adattivo, è il sistema che deve andare avanti, costi quel che costi! A favore del sistema stesso e della maggioranza, che va avanti ostentando benessere e beni di consumo, pavoneggiando capi firmati, accecata da un'immagine illusoria e inconsistente, convinta del proprio riscatto e del proprio valore, acquistato per altro, nei supermercati. Una maggioranza che non vede e non vuol vedere ciò che gli si induce sottilmente di vedere, attraverso meccanismi multipli,raffinati e talvolta subliminari. Non si vede, non si ode, non si gusta, non si tocca, non si sente, non si pensa!

Se la società decide di apportare una selezione a sfavore dell'intelligenza, che ne sarà dell'uomo? Quale sarà l'individuo più adatto a sopravvivere, in un mondo inquinato e artificiale?

Mi vengono orrendamente in mente, le immagini dei film futuristi e fantascientifici, di una società comandata da macchine su uomini macchine, ormai privi di libertà e decisione. E'veramente Sostituibile con un'intelligenza asettica ed artificiale?

Forse possiamo ancora trovarle un posto e riscoprire il suo valore. Certo a volte è scomoda, è impegnativa, è responsabilizzante, ma è anche fonte di vitalità e movimento. L'intelligenza è vita!

 

BIBLIOGRAFIA

 

"Antidepressivi: fine di un mito". Tratto dalla rassegna stampa di www.giulemanidaibambini.org.

Biehler R.F. (1993). Psicologia applicata all'insegnamento. Bologna, Zanichelli

Costantini S. (2008)Cellulare e oralità secondaria. www.retenuovedipendenze.it

Costantini S. (07/07/08)Cellulare e solitudine. www.nienteansia.it

Costantini S. (2007) Dipendenze e falsi bisogni. www.retenuovedipendenze.it

Costantini S. (2008)Internet quale realtà? www.retenuovedipendenze.it

Enciclopedia Garzanti di Filosofia e epistemologia, logica formale, linguistica, psicologia, psicoanalisi, pedagogia, antropologia culturale, teologia, religioni, sociologia.

Greenspan S.I. (1997). L'intelligenza del cuore. Oscar Saggi Mondadori.

Harris M. (1991). Antropologia culturale. Zanichelli.

"Il grande mito dell'ADHD. I bambini irrequieti sono stati scambiati per ADD?" Tratto dalla rassegna stampa di www.giulemanidaibambini.org.

"Il Prozac può rallentare lo sviluppo." Parla il dottor Catalano del S.Raffaele. Tratto dalla rassegna stampa di www.giulemanidaibambini.org.

"Il Prozac? Solo un placebo". Tratto dalla rassegna stampa di www.giulemanidaibambini.org.

Lowen A. (1992). Il narcisismo. L'identità rinnegata. Saggi Feltrinelli.

Petter G. (1986). Dall'infanzia alla preadolescenza. Firenze, Giunti Barbera.

Piaget J. (1966). La rappresentazione del mondo nel fanciullo. Torino, Boringhieri.

Rubini V. (1990). La creatività. Interpretazioni psicologiche, basi sperimentali e aspetti educativi. Firenze, Giunti.

"Zyprexa: l'orologio del danno tiene lontano il ticchettio? Per alcuni questi farmaci sono un veleno." Tratto dalla rassegna stampa di www.giulemanidaibambini.org.

Condividi post

Repost 0
sabrinacostantinipsicologia.over-blog.it - in psicologia
scrivi un commento

commenti