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22 febbraio 2012 3 22 /02 /febbraio /2012 08:52

Fiaba dell’Africa Nera

 

Il re e il genio del lago”

 

 

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C’era tanto tempo fa un re, che si vantava d’essere l’uomo più felice della terra.

Egli aveva vinto tutti i reami confinanti ed annesso molti paesi che pagavano tasse salate.

Tutto il mondo lo temeva, perché poteva contare su un esercito formidabile di terribili guerrieri.

Si credeva il signore dell’universo, il numero uno, perché, oltre a un potere sconfinato, aveva per moglie la donna più bella della terra e un figlio maschio che non era secondo a nessuno per intelligenza.

Ad ogni piè sospinto, egli ripeteva di non conoscere il significato della parola dolore.

Ora avvenne che il figlio un giorno cadde malato, restando immobile, come paralizzato in ogni parte del corpo.

Il re consultò i luminari della medicina, che visitarono il principe senza trovare un rimedio alla sua infermità.

Allora il sovrano convocò tutte le streghe del regno, ma nessun sortilegio ottenne la guarigione del fanciullo.

Tutto il popolo fu mobilitato per pregare il cielo di aiutare il principe: riti religiosi si svolsero nei boschi sacri, furono invocati gli spiriti degli antenati.

Il re decise infine di fare il giro del mondo in compagnia di uomini sapienti, nella speranza di incontrare qualcuno che potesse aiutarlo.

Spese una fortuna in queste ricerche. Perse l’appetito e il sonno: per la prima volta in vita sua seppe cosa vuol dire soffrire. Non rideva più, preferiva la solitudine, si disinteressava di tutto e di tutti.

Quanto alla regina, non usciva più dalle sue stanze e non ascoltava più i concerti quotidiani dei cantori del palazzo, che sempre le avevano procurato gran piacere con le loro meravigliose melodie.

La regina restava ore e ore al capezzale del figlio, raccontandogli storie, con la speranza di procurargli sollievo e farlo sorridere.

Così la vita di corte era divenuta triste e lugubre.

Una sera, a buio, una vecchia si presentò alla porta del palazzo reale, dicendo: “Sono venuta perché so chi può far guarire il principe cadetto”.

Ebbe immediata udienza dal re a cui confidò: “Nelle notti di plenilunio, un uomo che non appartiene né alla terra, né al cielo si tuffa nelle acque del lago che si trova nel parco della reggia”.

Costui è un Genio! Non è un mio suddito e non posso impartirgli ordini” esclamò affranto il re.

La vecchia suggerì: “Nel tuo regno si produce un ottimo miele. Fallo fermentare e diventerà una forte grappa che, versata nell’acqua del lago, lo trasformerà in un inebriante idromele. Il Genio lo inalerà dal naso e si addormenterà. Al suo risveglio i soldati lo inviteranno a venire a corte, per offrire i suoi consigli.”

Detto fatto, il re ordinò a tre suoi soldati fidati di preparare un nascondiglio sulla riva del lago e di mettersi di posta.

La notte di plenilunio, il Genio si tuffò e scoprì nell’acqua un sapore dolce che non aveva mai sentito. Chiuse gli occhi e sorbì questa bevanda squisita, finchè non si addormentò profondamente.

Alle prime luce del mattino il Genio si sveglio, trovandosi circondato da tre grandi guerrieri.

“Niente paura” lo rassicurarono gli uomini armati “Il nostro re ha bisogno di te: il suo unico figlio si è ammalato e solo la tua sapienza può indicare la via giusta per salvarlo.”

Il Genio scoppiò a ridere, tuttavia seguì quei guerrieri senza far motto.

Cammin facendo, incontrarono un uomo appoggiato al tronco di un albero, che prediceva la fortuna a chi gli dava una moneta d’elemosina.

A quella vista il Genio proruppe in una grande risata.

Arrivati che furono al Palazzo, il Genio fu ricevuto dal re nella camera dove giaceva il figlio ammalato.

Anche stavolta il Genio non potè trattenere una fragorosa risata, ma poi, assunta un’aria seria, dichiarò al sovrano: “Sono pronto a guarire il ragazzo, a patto che il primo ministro, la Regina e tu stesso, abbiate il coraggio di confessare una verità nascosta nel vostro cuore, che in pubblico non potrebbe mai essere detta.” Il re fece venire il primo ministro il quale, informato di quel che doveva fare, dopo un attimo di esitazione, rese noto un suo recondito pensiero: “Maestà, sotto sotto ho desiderato  che vostro figlio restasse infermo per sempre, al fine di mantenere il potere che ho oggi e di succedervi un domani.”

“Ah, è proprio vero che il sogni di tutti i secondi è quello di diventare primi!” sospirò il Genio. “Per questo sono pronti a tutto”.

Era la volta della Regina.

La Regine si volse verso il marito e gli disse: “Tu mi regali collane e pietre preziose, certamente cerchi di compiacermi, ma le tue poche forze non bastano a rendermi felice. La verità è che io non sono innamorata di te.”

“Una confessione così dolorosa e profonda, non me l’aspettavo” pensò il genio turbato.

Ma ciò che dichiarò il re fu ancora più devastante: “Genio, io avevo un fratello maggiore che non sapeva nuotare. Un giorno l’ho affogato nel lago e ho fatto accusare degli innocenti. In tal modo restai l’unico erede del regno di mio padre”.

Il Genio riflettè che questa ammissione di colpa non poteva certo essere resa nota davanti a nessuno.

“Ora che avete liberato il vostro cuore da codesti pesanti fardelli, io posso guarire il principino!” annunciò il Genio.

E subito ordinò di tirare il collo ad una gallina nera che zampettava proprio nella camera del ragazzo ammalato e di fargliela mangiare.

Appena l’ordine del Genio fu soddisfatto, il piccolo infermo riprese l’uso delle mani e dei piedi.

Fu allora organizzata una grande festa e il Genio fu pubblicamente ringraziato e onorato.

Mentre lo riaccompagnavano fuori dal palazzo, i soldati della scorta chiesero al Genio il motivo di quelle tre risate, a cui lui si era lasciato andare.

Ed egli rispose così: “Quando sono uscito dal lago, mi sono divertito a pensare che gli uomini ritengono che ci siano alcuni, come i Geni, che sanno tutto. Invece, io non mi sono nemmeno accorto della grappa che mi ha inebetito: altrimenti avrei rinunciato a quel bagno. Dopodichè, lungo la strada, ho trovato l’uomo che prediceva ai passanti il modo di arricchirsi e non sapeva che proprio sotto i suoi piedi c’è nascosto uno scrigno pieno di monete d’oro. Risi perciò al pensiero che c’è chi parla di cose di cui non sa nulla. Infine, appena entrato nella camera del principe, ho visto la gallina nera rimpiattarsi sotto il letto.

Il vostro re ha speso una fortuna per salvare il figlio, mentre il rimedio l’aveva proprio a portata di mano. Ho riso dunque della gente che cerca  lontano la felicità, senza rendersi conto che ce l’ha in casa”:

Intanto erano arrivati sulla riva del lago. Il genio si tuffò e prima di scomparire alla vista, intonò questa canzone:

 

Colui che sa qualcosa, deve farla conoscere

Colui che sa di non sapere, avrà l’occasione di sapere.

Colui che non sa di sapere, deve essere incoraggiato, perché non ha fiducia in se stesso.

Colui che non sa che non sa, io non so che farci ……

 

 

 

 

Brevi Riflessioni

Di Sabrina Costantini

 

Questa fiaba appartenente ad un’altra cultura, si svela nella sua diversità fin dall’inizio. La prima cosa di cui si vanta il re infatti, non è il potere o la ricchezza, bensì la felicità: è l’uomo più felice della terra.

L’aspetto materiale viene annoverato di seguito, fra i motivi della sua grande felicità, insieme al possesso di una moglie bellissima e di un figlio intelligentissimo.

Ora la paralisi del figlio interrompe questa condizione beata. Sembra proprio che non vi sia rimedio, almeno fino al comparire del Genio. Il re gira in lungo e largo la terra per trovare un rimedio, ma non c’è, non all’esterno almeno.

Il Genio non è tale perché possiede poteri sconfinati, in realtà è genio perché sa guardare e leggere le cose. Ciò che lo fa ridere rivela tre grandi verità: di un presunto sapere da parte di chi non sa, di un’ignoranza di qualcosa che in realtà si conosce, di un’ignoranza di qualcosa che in verità non si conosce.

L’intervento del Genio si articola unicamente nel mostrare al re che ha già la causa e la soluzione del dilemma. L’immobilità è dovuta alle forze nascoste del proprio essere, che non mostrano la motivazione in tutte le sue componenti.

Il secondo non vuole altro che diventare primo, non accetta di essere tale ed è disposto a tutto. Non a caso il primo ministro in cuor suo gioiva della mancata guarigione del figlio e ciò che il primo ministro mostra nei pensieri, il re lo ha dimostrato nei fatti, pur di possedere tutto ciò che ha, si è macchiato del delitto del fratello.

La regina invece non riesce ad essere felice perché sente di non avere abbastanza tempo ed energia dal re e comunque qualunque suo sforzo ulteriore non cambierebbe il suo stato interno, il suo non amore per lui.

Adesso dunque dovevano decidere se mettere un altro, questo bambino, di fronte a tutto, compreso loro stessi e ai loro interessi. Confessare le loro verità nascoste, dure, dolorose e inconfessabili è stato il banco di prova, che tutti hanno superato brillantemente, hanno condiviso qualcosa di veramente truce e vergognoso.

E la gallina nera che girava nella stanza ha assolto il ruolo di agnello sacrificale, ha materializzato un nutrimento partito dall’anima e dalla volontà dei tre, delle tre figure intorno a cui girava il destino del principino. La gallina nera, rappresentava ciò che si nascondeva e teneva inchiodato al letto il bambino, l’ultima generazione, quella che avrebbe dovuto volare grazie alle radici fornite dal proprio ambiente.

E così il principe ha ripreso l’uso degli arti e così tutto è tornato a scorrere secondo natura. Ed il genio, quest’essere che si tuffa nelle notte di luna piena, quando tutto è visibile, quando le condizioni sono tenebrose e veritiere, è solo un cantore della verità nascosta, è solo il mezzo per sapere del proprio sapere o della propria ignoranza, per esibire ciò che si nasconde nel fondo di noi.

Ma è la volontà di ciascuno che fa la differenza. Chi non vuol sapere di non sapere non ha chance, non può che rimanere dov’è.

Torniamo al messaggio di molte fiabe occidentali che iniziano con “Quando desiderare serviva ancora a qualcosa”. Si ritorna alla dimensione del volere, del desiderare, l’unica forza che conduce alla riuscita di qualcosa che non sta lontano, non sta nei medici, nei sapienti, nelle pozioni magiche, ma solo dentro di noi ed è lì pronto per essere riscoperto!

E’ altrettanto interessante notare che il re si rammarica di non poter comandare niente al Genio in quanto genio e non un normale suddito del suo regno. Ci suggerisce che per accattivarsi le forze dell’inconscio non serve ordinare, spadroneggiare, controllare, non serve né la forza né la ricchezza, ma è necessario se-durre, portare a sé appunto, inebriare per poi chiedere. Siamo in un'altra dimensione, quella della luna piena, quella della dolcezza e dell’inebriamento, siamo nella stravaganza e nell’irrazionale!

Ed è proprio là, nel chiarore lunare che possiamo guardare alle nostre motivazioni, ai nostri sentimenti, ai fardelli nascosti. Là la vita riprenderà a scorrere per come le compete.

 

 

 

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commenti

Claudia Graziani 02/22/2012 18:13

"Ed è proprio là, nel chiarore lunare che possiamo guardare alle nostre motivazioni, ai nostri sentimenti, ai fardelli nascosti. Là la vita riprenderà a scorrere per come le compete".

Bellissimo, mi voglio lasciare accompagnare da questa verità. Ultimamente mi capita di addormentarmi con un pensiero: dentro di me qualcosa sa dove deve andare, mi affido. E riesco ad abbandonare
la testa completamente sul cuscino. Spero di riuscirci sempre più spesso. Grazie