Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
15 giugno 2012 5 15 /06 /giugno /2012 09:39

Il ragazzo catturato dalla rete

 

Storie moderne del cyberspazio

 

imagesCA1CRZEK.jpg

 

C’era una volta un ragazzo di nome Daniele, ma tutti lo chiamavano connessione.

Strano eh? Ma poi non così strano, se ne capiamo il perché.

Lo chiamavano così, non perché fosse sempre connesso con sé ma connesso con la rete, con il cyberspazio.

Era andata un po’ così, un po’ per noia e un po’ per gioco era entrato in rete assai piccolo e aveva iniziato a vagare, vagava, vagava, dai giornali, le immagini, le storie, le foto.

Le foto dei calciatori lo avevano catturato all’inverosimile, ne aveva colto l’essenza, aveva recuperato ogni piccola informazione, dettaglio su loro, sulla loro vita, sul gioco, sulle tecniche calcistiche.

Da lì, si era trovato in altre cose, in giochi, in chat, discussioni, face book, ecc. Non era mai solo, non si annoiava mai, un sacco di contatti, amici, confronti e poi giocava, a mille giochi e c’era sempre qualcuno che giocava con lui, nessuno gli diceva mai quel frustrante: non ho tempo!

A scuola, aveva sempre un po’ di difficoltà con i compagni, loro si davano da fare con un sacco di cose, erano svegli e in gamba, lui si sentiva sempre un po’ impacciato, allora spesso li guardava da lontano. Con le ragazze neanche a dirlo, più lontano che mai! A lui, non era dato avvicinarle.

Lui era connessione, per tutti, lo consideravano lo strano del villaggio, ogni tanto gli si avvicinavano ma non capivano bene chi fosse, taceva per la maggior parte del tempo e allora tornavano da dove erano venuti.

E così era cresciuto, andava a scuola e appena tornato si collegava lì e navigava su quelle dolci onde elettroniche. Nessuno poteva disturbarlo, nessuno gli diceva nulla, era sempre solo. I genitori lavoravano tutto il giorno, tornavano tardi, per cui lui si gestiva da solo. Era libero!

Faceva un po’ di pausa giusto per dare un’occhiatina ai compiti principali, senza perdersi troppo però, gli esercizi e le versioni le copiava a scuola, lui aveva sempre merce fresca di scambio, il gioco all’ultimo grido, in questo non rimaneva mai indietro.

Compiute queste incombenze, tornava lì. Ci faceva di tutto, mangiava, riposava, si divertiva, scambiava.

Mangiava col piatto davanti al monitor e neanche si accorgeva cosa stava ingurgitando, sua madre era contenta perché trovava tutto pulito e lui che non si lamentava mai di quello che gli lasciava. Ma anche i compiti li faceva davanti allo schermo, per non perdere informazioni, messaggi, non poteva perdere un attimo della connessione.

Quando voleva giocare un po’, non andava fuori con gli amici, giocava là dentro, attraverso quelle onde, attraverso quella scatola. Quando voleva fare due chiacchiere, ciattava con chi gli capitava. Lì c’era veramente tutto, niente e nessuno lo deludeva.

E così fino a sera, quando rincasavano i suoi.

Cenavano tutti insieme e poi ritornava alla sua postazione fino a tardi. Poi a letto e di nuovo al mattino controllava la posta, poi a scuola e ancora con il suo PC.

I genitori erano tranquilli perché sapevano che era un tipo che non aveva grandi pretese, non faceva cose strane, era in casa tranquillo e loro erano certi che non usasse droghe, che non faceva lo spericolato col motorino, che non si metteva nei guai insomma e poi, in questo modo non costava molto. Non aveva passioni di nessun tipo, né sport, né richieste. Non gli interessava come si vestiva né come lo facevano gli altri, non chiedeva capi firmati o oggetti costosi. Lui aveva la sua rete!

Ma piano piano, silenziosamente e misteriosamente il nostro Daniele era rimasto catturato nella rete, non faceva altro che stare attaccato al monitor, se non aveva mail di risposta, o contatti con qualcuno gli veniva il panico, se non trovava anima virtuale con cui giocare si sentiva sperso, il terrore lo invadeva ogni volta che doveva abbandonare il monitor, non voleva neanche più lavarsi. Talvolta saltava il pasto e neanche se ne accorgeva. Se per caso di notte si appisolava, si risvegliava di soprassalto angosciato di aver perso qualcosa. Gli altri, per lui non esistevano neanche, esistevano solo quelli nella rete come lui, quelli in carne e ossa non lo interessavano, non li vedeva, era catturato solo dall’immagine degli altri.

Un tormento vero e proprio, ma lui non lo sapeva.

Un giorno, trovò un gioco meraviglioso, “Magic life”. Lì poteva vivere una seconda esistenza, scegliersi il suo personaggio, le relazioni, le cose, essere tutto ciò che desiderava. Entrò nel gioco e ne fu letteralmente affascinato. Decise di chiamarsi Ester. Sì Ester, cambiò anche sesso e condizioni di vita. Era tutta un’altra vita! E così cominciò a non dormire più, a non mangiare, a non fare nulla, viveva solo nei panni di Ester, spregiudicata, capace, caparbia, inesorabile nei suoi obiettivi.

Era veramente magico, semplicemente meraviglioso! Era così affascinato, che vi si perse dentro, rimase catturato nella rete! Fu pescato inesorabilmente dalle immagini, dal movimento, dal suono di quel mondo virtuale.

Allora si sdoppiò, neanche se ne accorse e all’inizio non se ne accorsero neanche gli altri. Di fatto Daniele andava a scuola, faceva i compiti, mangiava, parlava del più e del meno coi genitori, andava a dormire, ecc., ma Ester viveva giorno e notte una vita parallela.

Il suo corpo era lì nella vita concreta e compiva una serie di azioni, ma la sua psiche, l’emotività, il pensiero erano rimasti imprigionati in quell’altro mondo, in un corpo virtuale. Lui non era intero, da nessuna parte. Di fatto, quello che faceva nei panni di Daniele era meccanico, senza anima, senza calore, né passione, né dolore. Quello che faceva nei panni di Ester, allo stesso tempo era spregiudicato, freddo, calcolato, senza passione, senza ardore vera.

Ora vera Sconnesso, connesso completamente alla rete, ma sconnesso totalmente da sé.

Era in due posti ma non era in nessun posto, era due ma alla fine neanche uno. Ma lui non lo sapeva, la rete gli aveva rubato anche la consapevolezza, viveva in due mondi, in due modi e non si rendeva conto, non metteva insieme i pezzi di sé. Neanche il suo cane lo riconosceva più, gli ringhiava, non voleva più saperne della sua vicinanza, nessuno capiva e pensava che la povera bestia fosse ormai vecchia e impazzita.

Un giorno capitò che suo padre si sentì male, finì in ospedale e andò in coma. Il suo corpo era lì, ma lui non c’era, non rispondeva, non sentiva, non guardava, non lo abbracciava più. All’inizio Daniele non ebbe alcuna reazione. Era immobile, impassibile, come se quello fosse un estraneo, anzi peggio, perché si ha compassione anche degli estranei che si trovano in quella condizione. Ma non lui.

Non c’era, era come il padre, non c’era.

Col passare dei giorni, qualcosa non tornava più, la sua vita fatta di schemi, di routine, di cose già incasellate, non funzionavano più, quando tornava da scuola non trovava più il pasto pronto, la sera non c’era più la cena con i genitori. Per giorni non parlava più con nessuno. Quando andava in ospedale vedeva un’espressione sul volto di sua madre che non conosceva, che non capiva. La sua bocca aveva assunto una piega che non riusciva a decifrare, gli occhi non avevano più luce, ma erano sempre bagnati, stanchi, arrossati, non lo guardavano più. Il corpo di sua madre era freddo e immoto, suo padre ancora assente.

Ma cosa stava succedendo? Fu costretto a chiedersi, finalmente. Ma ancora, quello che vedeva non si componeva insieme, in un tutto significante. Non capiva ancora.

Dall’altra Ester, cominciava ad essere stanca, non si sa perché cominciava a non avere più tutte quelle energie di prima. Bho!

I giorni passavano e le cose si ripetevano.

Un pomeriggio si recò in ospedale e la madre piangeva a dirotto, Daniele la guardava attonito. Ma che mai era successo? Perché piange?

Suo padre non si era ancora svegliato. E allora?

La madre allora lo guardò e capì che lì non c’era Daniele, ma una sorta di automa. Ma chi era quello? Chi aveva rapito suo figlio, la sua essenza?

Lo strattonò, lo schiaffeggiò, lo chiamò disperata. Allora Daniele, si scosse dal suo lungo sonno, Ester fu improvvisamente risucchiata dalla rete e torno con Daniele, i due ritornarono uno e lui sentì, sentì il dolore del corpo strattonato e schiaffeggiato, sentì le gambe instabili, sentì il pensiero che vacillava, sentì paura e rabbia.

Era confuso.

Era tornato, adesso Daniele era tornato e vedeva il padre intrappolato in una rete sconosciuta. Chissà se lui ce l’avrebbe fatta a tornare, ad essere ripescato dalla vita.

A lui era andata bene, ma adesso gli spettava una vita fatta di tanti piccoli passi, di tante piccole fatiche, di dolori e di conquiste vere!

La prima operazione: doveva sconnettersi dalla rete e riconnettersi con sé stesso.

 

By Sabrina Costantini

Condividi post

Repost 0
Psiche-Soma in libertà - in storie
scrivi un commento

commenti