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19 gennaio 2011 3 19 /01 /gennaio /2011 12:17

IL CORPO PARLA

Sabrina Costantini

 

 

     Sempre più negli ultimi anni, stiamo assistendo ad un incremento di malattie che riguardano il corpo.

     Da una parte si accrescono i casi relativi a patologie altamente debilitanti, degenerative, che degradano l’integrità della persona, quali tumori, disturbi cardio-vascolari, malattie d’origine genetica, immunodeficienze, ecc.

     Dall’altra, ancora di più assistiamo al proliferare di disagi di minore gravità (rispetto alle conseguenze sull’organismo), ma altamente disturbanti, che alterano l’equilibrio ed il benessere. Si parla d’allergie d’ogni tipo, malattie della pelle, disturbi legati alla colonna vertebrale e ai muscoli ad essa connessi (dolori cervicali, sciatalgie, lombalgie), disturbi dell’udito e della vista (d’origine infettiva, infiammatoria, ecc.).

     Questi sono, soltanto alcuni esempi, di una lunghissima lista di malattie e sintomi.

     Per non parlare poi dei disturbi chiaramente psicosomatici o che comunque presentano un’espressione mista, di disagio psichico e somatico, un esempio fra tutti: l’attacco di panico. In questo disturbo, ormai frequente e ben conosciuto da molte persone, si esprimono una serie di vissuti emotivi, quali ansia e forte paura legata alla propria integrità (paura di morire, di non respirare, d’infarto, di impazzire, ecc.), connessi con dei disagi somatici, quali aumento del battito cardiaco, iperventilazione, sudorazione profusa e così via.

     In realtà, qualunque sia il piano d’espressione e l’origine ultima del disagio, il corpo c’invia un messaggio. Messaggio che non riguarda la specifica area interessata dal disturbo, ma riguarda noi stessi, nella nostra interezza.

     E’ importante renderci conto che noi siamo il nostro corpo. Noi siamo un insieme d’emozioni, fantasie, pensieri, azioni, che si generano nel corpo-psiche e si esprimono attraverso il corpo.

     Ciò che noi siamo e come si traduce all’esterno, è strettamente connesso con l’immagine che abbiamo di noi, ovvero con le idee riguardanti le nostre capacità, risorse, limiti, difficoltà. Queste idee e il sentire connesso, sono esplicate attraverso la specifica modalità con cui c’espandiamo all’esterno, in primis attraverso il nostro “corpo espressivo” (espressione del volto, atteggiamento, postura, tonicità, flessibilità, mobilità, ecc.).

     Di seguito attraverso il “corpo strumentale”: come parliamo, di cosa parliamo, come usiamo il nostro corpo, come trattiamo il nostro corpo, come mangiamo, vestiamo, lavoriamo, amiamo, giochiamo, ecc.

     Alexander Lowen (2004) parla di struttura caratteriale, riferendosi ad uno schema fisso di comportamento, attraverso cui si esprime la ricerca di piacere. Intendendo per piacere, il funzionamento regolare e normale dell’organismo (dal punto di vista corporeo-biologico), unito alla possibilità d’espansione del corpo (aprirsi, protendersi, entrare in contatto), manifestazione della possibilità di esprimere sé stessi, nelle emozioni, idee, progettazioni, fantasie, comportamenti finalizzati, ecc.

     Secondo Lowen (1979), una persona che percepisce dei limiti nell’espressione di sé stessa, in ciò che sente d’essere e di voler comunicare, risulterà congelata rispetto all’espansione esterna, riducendo anche la possibilità di essere a sua volta “toccata” dagli stimoli (emotivi, relazionali, ludici, ecc.). Si produrrà un’omeostasi in cui il contatto e la comunicazione fra interno ed esterno, sono ridotti al minimo indispensabile, a quel livello “ritenuto” non pericoloso, per la propria integrità bio-psichica.

     Questi concetti ci aiutano a comprendere che, ciò che realmente siamo, non coincide con l’immagine che abbiamo di noi e con ciò che traduciamo all’esterno. Più l’idea di noi si avvicina a ciò che siamo e più si verifica un’integrazione (psico-soma), uno stato di benessere e “sanità”, una realizzazione all’esterno, consona con i propri desideri.

     La distanza (nelle svariate misure e sfaccettature) fra l’immagine di sé e “l’essenza” sottostante, origina dalla propria storia passata e attuale. Il rapporto con la famiglia, il primo contatto significativo con l’esterno, ne costituisce il tassello principale. S’inseriscono poi il rapporto con la famiglia allargata, la scuola, gli amici, le attività di vario tipo, le esperienze emotive altre, ecc.

     Espressa nei termini dell’Analisi Transazionale (Berne; Goulding; Wollams e Brown), i genitori (o chi ne fa le vece), nel prendersi cura del bambino, si relazionano su due livelli: quello del Genitore Affettivo, che nutre con amore e protezione e quello del Genitore Normativo o Critico, che nutre con una serie di convinzioni e atteggiamenti nei confronti del mondo, degli altri e di sé stessi.

     Quest’ultime sono traducibili in termini di spinte (indicazioni e aspettative su ciò che dovrà essere, es. sii forte, sii adulto, sii perfetto, sforzati, ecc.), controingiunzioni (i divieti relativi a comportamenti e idee ritenute negative, come: non essere un bambino, non sentire, non crescere) e i programmi (indicazioni sulla modalità di agire, reagire, ovvero indicazioni su “come” fare, es. lavorare con costanza e serietà).

     La famiglia ha come obiettivo quello di proteggere e aiutare il figlio a crescere, nel migliore dei modi. Tutto ciò viene attuato, in base a quanto è ritenuto giusto-sbagliato, quindi filtrato dall’immagine di sé, base per la costruzione dell’immagine dei propri figli. Più l’immagine che i genitori hanno di sé risulta distante dalle reali capacità, più i messaggi inviati alla prole risulteranno limitanti e rigidi.

     Abbiamo già visto che l’immagine di sé è strettamente legata alla capacità di provare piacere. Ciò che limita tale espressione nel presente è rappresentato dalla paura e dal dolore psichico, connessi ad una possibile minaccia della propria integrità, valutata in base ai messaggi ed esperienze del passato.

     Quindi inconsapevolmente, in modo diretto e indiretto, gli adulti trasmettono le proprie paure relative al mondo, a sé, agli altri, proiettandole sul bambino stesso. Se ad esempio, ad un genitore è stato spinto fin dall’infanzia ad essere adulto, questi a sua volta manderà dei messaggi di precoce adultizzazione ai propri figli, limitandone il permesso al gioco, alla dipendenza, al bisogno, ecc., per lui sono solo “una perdita di tempo”.

     Per cui, ciò che l’individuo vive, costituisce una transferimento delle rappresentazioni relative ad “oggetti” e relazioni del là e allora, su “oggetti” e relazioni del qui e ora (G. Lai).

     L’immagine di sé, costituisce comunque una costruzione che può essere modellata nel corso della vita, nelle varie fasi evolutive. Sia nel senso che le esperienze successive possono mitigare, confermare o irrigidire le credenze e il vissuto, sia nel senso che un graduale processo di consapevolezza su sé, può contribuire ad avvicinare l’immagine al nucleo della propria identità.

     Più ci allontaniamo dai bisogni fondamentali, dal proprio sentire, in direzione di un’immagine distante da sé, più si accresce frustrazione, disagio, ansia e paura. Il non ascolto di tale sentire e la con comprensione del significato e dell’origine, produce una tensione emotiva sempre più intensa e cronica, fino a trovare dei canali d’espressione invalidanti.

     Quale canale migliore del corpo? Non possiamo certo ignorarlo.

     Ovvero spesso, come osserva Abraham, noi non siamo abituati a percepire il proprio corpo nel benessere. E’ come se non esistesse, lo ignoriamo e non ne abbiamo percezione. Tale scissione è tanto più potente, quanto più rimaniamo aggrappati all’immagine di sé, ad un’idea e non alla realtà.

     Ignoriamo il corpo nel benessere e nella salute, ma di sicuro non possiamo dimenticarlo nella sofferenza e malattia. Si genera un dolore che non può essere lenito per lungo tempo con palliativi e che invalida l’agire, il sentire e il pensare abituale. Il corpo c’impone di fermarci a sentire.

     Non a caso, le malattie o i disagi che riguardano il corpo, ci riportano prepotentemente alla realtà, alla “nostra realtà”, che richiede un ascolto più attento ed integrato.

     Ritengo che l’aumento di disagi somatici e l’aumento di persone che arrivano in psicoterapia con questo tipo di sintomi, sia determinato da un accresciuta cecità e sordità, rispetto a sé stessi.

     E’ come se avessimo una splendida casa, corredata da un giardino fiorito, ma la usassimo solo per le necessità di sopravvivenza e per motivi estetici e ci rendessimo conto di ciò che abbiamo solo nel momento in cui si rompe un tubo, che allaga la casa. La nostra casa necessita e merita di essere vista, vissuta e curata in ogni sua parte, dalle più visibili a quelle più nascoste.

     L’eccessiva attenzione all’immagine ci porta sempre più “in alto”, nella “testa”, nel pensiero razionale, che autoalimentandosi in accrescimento, perde gradualmente contatto con ciò che lo ha generato. Il corpo, al contrario ci riporta coi “piedi per terra”, contattandoci con la nostra realtà del qui e ora, connessa col sentire. Soltanto il pensiero che si genera, dall’interazione fra percezione del corpo e sentire emotivo, costituisce l’integrazione e l’unità della persona nella sua realtà presente.

     Un’immagine esplicativa è rappresentata dal seme, che rimane quiescente nel terreno (pensiero razionale), a discapito della possibilità di germogliare verso il sole e la luce, sorretto e radicato contemporaneamente alla base (integrazione). Immaginate la bellezza e la forza di un albero, che espande le sue fronde verso il cielo e si ancora prepotentemente al suolo con le radici: ecco questa è la percezione dell’integrazione psiche-corpo.

     Lo stile culturale, sociale, economico-politico, stanno favorendo una qualità di vita caratterizzata da specializzazione, prestazione, velocità, quantità. I modi ed i tempi, sono sempre più distanti dai ritmi naturali e dai bisogni dell’uomo. L’accrescimento culturale e intellettivo, la complessificazione psichica, del resto ci forniscono gli strumenti per far fronte a questi ritmi di vita, sempre più richiedenti.

     Ciò è possibile, a discapito del tempo dedicato all’ascolto di sé, che si perde insieme al corpo, che “deve funzionare come una macchina”, reattiva ai propri comandi.

     L’andamento culturale degli ultimi anni e la nostra adesione ad esso, fa si che ci allontaniamo sempre più dal corpo, per proiettarci nel pensiero, nella progettazione staccata dalla realtà concreta.

     Lowen (1992) definisce la società attuale, narcisistica. Contraddistinta da una perdita dei valori umani, si tratta di una società che sacrifica l’ambiente naturale, la qualità di vita, la relazione umana, al profitto e al potere.

     In questa strutturazione del tempo e delle energie, risulta più improbabile un processo di consapevolezza e crescita riguardo a sé, alle proprie reali risorse, emozioni e bisogni. Anzi il vocabolario emotivo, la consapevolezza che esistano emozioni e la comprensione di ciò che proviamo, risultano sempre più rari.

     Tale distanza da sé, produce un tipo di vita non rispettoso di ciò che siamo e necessitiamo, dal punto di vista emotivo, corporeo, comportamentale, ideativo. E come tale il corpo manda i suoi messaggi, attraverso segnali visibili.

     Il corpo ci riporta alla concretezza e alle piccole cose. Un disagio o malattia del corpo, infatti, ci impone di prestare attenzione a ciò che mangiamo, a come mangiamo e a come ce lo cuciniamo, alle ore di sonno, alla qualità del sonno, ai ritmi di lavoro, ecc. Uno spot televisivo, qualche anno fa mostrava questa condizione in modo chiaro, esprimendo la malattia nei termini d’ore perse a lavoro, a cena con amici, a praticare sport, ecc.

     Il disagio quindi, da una parte ci obbliga a fermarci dai nostri abituali ritmi, interrompe quello che è il nostro circuito d’impegni e attività, dall’altra ci chiede di prestare attenzione in modo diverso a sé stessi.

     La malattia ci impone un contatto con la propria Ombra (come intesa da Jung). Il sintomo è una parte d’Ombra, precipitata nella materia, ovvero ci manifesta ciò che ci manca, che è stato allontanato dalla consapevolezza, che continuiamo ad ignorare (Dethlefsen e Dahlke).

     L’Ombra è ciò che ci ritroviamo alle spalle, la parte meno visibile dietro la facciata o immagine, tutto ciò che è stato rimosso perché spiacevole e non consono alle “idee accettabili”, per noi e per il contesto circostante.

     Ma, essendo l’Ombra la proiezione della luce che ci investe, non possiamo liberarcene, essa ci segue costantemente e continua a rimandarci i retroscena.

     Tralascio volutamente quei disturbi, che originano da traumi o situazioni che creano conflitti o stress acuti. Dove la situazione si articola in una maggiore complessità. Riferendomi qui agli intoppi nel processo evolutivo, che dura tutta la vita e ha a che fare con la progressiva adultizzazione, indipendenza, consapevolezza, con la ricerca di sé, che produce un equilibrio fra ciò che siamo stati e ciò che siamo, ciò che il passato ci ha fornito e ciò che oggi possiamo conquistare, fra luce e ombra, esterno ed interno, involucro e contenuto.

     In questo processo di crescita, che non si limita ad azioni concrete (laurearsi, lavorare, fare figli, ecc.), il corpo ci fornisce sicuramente spunti, segnali e indicazioni. Se ci osserviamo, in relazione a come guardiamo noi stessi, a come ci dirigiamo verso gli altri, a come accarezziamo un bambino, all’utilizzo del nostro spazio, a come mangiamo, alla nostra postura, il corpo non ha bisogno di ammalarsi.

     Non è mia intenzione dare primato al corpo, ma reinserirlo nel campo di consapevolezza e di vicinanza emotiva. Se usiamo la classificazione di Hall (1966) sulla “distanza emotiva”, potremmo dire che è importante recuperare un’adeguata distanza emotiva da sé stessi e dal corpo, ritrovando con sé l’intimità e generosità della relazione madre-bambino, trascesa con la crescita, ad una “distanza pubblica”, ovvero caratterizzata dal guardare il corpo “dall’alto della testa” o razionalità, quasi fosse un elemento “basso” e deprecabile.

     Pensiamo all’enorme difficoltà, con cui svariate persone guardano gli altri negli occhi. Ciò denota una “distanza pubblica” dall’altro e da sé. Infatti, guardare negli occhi è un segno d’autoespressione e autodeterminazione, che traduce l’equilibrio energetico all’esterno (Lowen, 2004). Lo sguardo inoltre, consente un’elevata intimità affettiva con l’altro, che implica consapevolezza emotiva e corporea di sé.

     Immaginiamo per esempio, una persona che per ragioni evolutive, si sia sempre fatta carico di molte responsabilità, più di quelle che gli competono, si sia quindi adultizzata precocemente e abbia smesso presto di ridere e giocare. Questa persona si porta sulle spalle, un carico eccessivo, per quanto gli spetta.

     Se prestiamo attenzione alla semantica, la persona in questione non può che avere le spalle curvate in avanti, la testa china, un atteggiamento stanco, di chi tiene duro e porta da tempo questo carico. In questo caso il dis-agio non può essere trasformato in agio, fino a che non si libera del carico in eccesso, non drizza la testa e le spalle per guardare in faccia gli altri, la vita e sé stessi.

     Certamente, se la situazione perdura oltre modo, non c’è da meravigliarsi che si verifichi un’infiammazione dell’area cervicale, abbassamento delle difese immunitarie, l’urto o scontro con qualcosa che si trova di fronte, tipici di chi continua con quel copione di vita: testa bassa e spalle ricurve.

     Tutto ciò spiega il perché dell’accrescersi di terapie corporee o a mediazione corporea. Da una parte si è verificata una crescente comprensione e sensibilizzazione della relazione fra corpo e psiche, fra agire e sentire (a partire dalle prime ipotesi di Reich, Pierrakos, Lowen, Moreno, Perls, ecc.). Dall’altra diventa sempre più chiaro, per gli addetti ai lavori, che si debba recuperare la persona nella sua interezza, corpo compreso.

     La richiesta d’aiuto poi, s’indirizza sempre più verso tale direzione, portando dei sintomi somatici, con sottostanti disagi emotivi.  E’ evidente la necessità di leggere e tradurre i segni del corpo in disagi emotivi, in conflitti psichici. Il corpo deve essere trasceso, attraverso sé stesso, il corpo cioè rappresenta il cartello indicatore e la via stessa, come tale non può essere ignorato, ma congiunto con la meta stessa.

     Ritengo quindi fondamentale un lavoro integrato mente-corpo, dove nessuno dei due termini sia dimenticato o privato di valore (vedi ad esempio la psicoenergetica di Schellembaum).

     Se, in qualità di terapeuti, teniamo conto delle regole della reciprocità e del linguaggio (Semi), ne consegue l’importanza di ricambiare il paziente o consultante, di quanto ci ha “regalato” attraverso la condivisione, anche in termini di forma, cioè usando lo stesso linguaggio. Ciò implica la capacità di stare nel corpo, per comprenderlo e andare oltre, traducendo il suo linguaggio nel significato sottostante.

     A tal proposito, la risonanza attiva (Schellenbaum, 2002), a fronte della risonanza passiva o empatica, costituisce uno degli strumenti di mediazione corpo-psiche, che permette l’attualizzazione e trasformazione del transfert nel qui e ora di un “agire strumentale”.

     Non possiamo che auspicarci, un ascolto attento del corpo che permetta di vivere nella propria casa, con consapevolezza sensibile e serena.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

     Abraham G. (1998). I segreti del nostro corpo. Mondatori.

     Berne E. (1967). A che gioco giochiamo. Bompiani.

     Berne E. (1971). Analisi transazionale e psicoterapia. Astrolabio.

     Dethlefsen T., Dahlke R. (1986). Malattia e destino. Edizioni Mediterranee.

     Goulding M.M., Goulding R.L. (1979). Il cambiamento di vita nella terapia ridecisionale. Astrolabio (1983).

     Hall E.T. (1966). The hidden dimension. Garden City, N.Y.

     Jung C.G. (1980). L’uomo e i suoi simboli. Longanesi.

     Jung C.G. (1965). Ricordi, sogni, riflessioni. Rizzoli.

     Lai G. (1980). Le parole del primo colloquio. Boringhieri.

     Lowen A. (1992). Il narcisismo. Feltrinelli.

     Lowen A. (2004). Bioenergetica. Feltrinelli.

     Lowen A., Lowen L. (1979). Espansione e integrazione del corpo in bioenergetica. Astrolabio.

     Moreno J.L. (1988). Manuale di psicodramma. Astrolabio

     Pierrakos J.C. (1969). The voice and feeling in self-expression. Institute for Bioenergetic Analysis, New York.

     Reich W. (1973). Analisi del carattere. Sugarco Edizioni.

     Schellenbaum P. (1995). Alzati dal lettino e cammina! Red Edizioni.

     Schellenbaum P. (2002). Vivi i tuoi sogni. Red Edizioni.

     Semi A.A. (1985). Tecnica del colloquio. Raffaello Cortina.

     Wollams S., Brown M. (1978). Analisi transazionale. Psicoterapia della persona e delle relazioni. Cittadella editrice (1985).

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