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15 marzo 2011 2 15 /03 /marzo /2011 10:46

 

IL BAMBINO E LA TV:

TRA TG E CARTONI

 

PARTE IV

 

 

 

Effetti della TV

 

     Per sistematizzare gli effetti della TV sul minore, è stata proposta (Rivoltella, pp. 1-13) una tipologia classificatoria, che incrocia la variabile “tempo” (a breve e lungo termine), con la variabile “tipo di effetti”, (psico-cognitivi e comportamentali) (Tab. 2). Vediamo tutti i possibili incroci.

     Effetti a breve termine di tipo psico-cognitivo. A questo livello, il tramite fra l’individuo e gli stimoli esterni  è costituito prevalentemente da due dinamiche: la proiezione e l’identificazione.

     I meccanismi proiettivi consistono in un complesso di operazioni, attraverso i quali l’individuo “proietta”, ovvero sposta inconsapevolmente all’esterno, dinamiche, emozioni, pensieri, intenzioni proprie. In definitiva, si attribuisce all’altro (umano o non) ciò che invece è proprio. Ad esempio “tu mi dirai che …. So cosa stavi per dirmi …. Tu mi giudicherai …Tu mi odi …”, sono alcune affermazioni, che individuano questo processo di attribuzione.

     Non c’è assoluta consapevolezza, nell’individuo che sposta l’emozione o il pensiero all’esterno. E’ proprio per questa mancata coscienza e per la difficoltà a riconoscere, tenere e contenere il proprio vissuto, che si individua al di fuori, quello che invece sta dentro.

     L’identificazione è un processo fondamentale nella strutturazione della personalità, è un atto riflessivo attraverso il quale il soggetto tende a riconoscersi in qualcosa di esterno, come se fosse la stessa cosa, in toto o in parte (più evoluta).

     Questo processo è assai vicino ad altri tipi di meccanismi, che legano l’individuo al mondo esterno (relazionale e non) quali: imitazione, empatia, simpatia, contagio mentale, proiezione.

     Mentre la proiezione è un processo inconsapevole che muove da dentro a fuori, l’identificazione è consapevole (almeno in parte) e all’inverso muove da fuori a dentro, perché nel momento in cui ci si rispecchia nell’altro, questi viene preso a modello ed interiorizzato.

     L’identificazione e la proiezione in particolare, sono connessi in un processo assai frequente, ovvero quello dell’identificazione proiettiva, dove le due dinamiche agiscono combinatamene, dando luogo al processo di assimilazione di sé agli altri o all’inverso di assimilazione di esseri umani o inanimati a sé. C’è un doppio processo di avvicinamento all’altro, attraverso l’adozione di aspetti altrui e l’assimilazione di propri elementi all’altro. E’ proprio perché attribuiamo aspetti nostri agli altri, che ci risuonano come similari e possiamo accoglierli come propri. E’ un meccanismo intrapsichico e interpsichico sofisticato, che passa per la relazione e possiede la grande forza di funzionare come specchio riflettente, che ripropone ciò che noi offriamo, questa volta in una forma riconoscibile e digeribile.

     L’identificazione proiettiva si verifica costantemente nella vita di ciascuno, con più o meno consapevolezza. La ricezione dei bambini, passa prevalentemente e inconsapevolmente proprio per questo canale preferenziale, pensiamo ad es. all’identificazione con gli eroi dei cartoni.

     Il bambino infatti, mancando ancora di una personalità strutturata, ricorre massicciamente a processi di identificazione e imitazione di figure circostanti (genitori, insegnanti, compagni, ecc.), come guida per i propri comportamenti e pensieri. La TV, i video game, internet, offrono una gran quantità di modelli, facilmente imitabili e assimilabili, in virtù di caratteristiche di simpatia e tono emotivo. Questi modelli, al di là dell’immagine sedicente e seducente, recano una visione semplificata e stereotipata delle cose, in alcuni casi offrono un modello di valutazione del bene e del male, con tutta una visione parziale della realtà, in altri  procurano forti sentimenti di frustrazione, dovuti al confronto fra l’eccezionalità dell’esperienza dei propri eroi e la “normalità” della propria esperienza.

     Questi meccanismi psichici quindi, che nella vita di tutti i giorni ci forniscono gli strumenti per affrontare la vita reale con le sue difficoltà, motivazioni, passioni, aspettative e delusioni, ci offrono anche una via preferenziale per l’accesso ad un mondo artificiale, che può entrare a far parte quotidianamente del mondo interno dell’individuo, in special modo se si tratta del minore o del portatore di disagio.

     La TV con i suoi personaggi e la sua visione del mondo, può pericolosamente diventare un modello da imitare e su cui basare la propria esistenza.

     Effetti a breve termine sul piano comportamentale. L’effetto maggiormente visibile è la spinta all’emulazione, di comportamenti trasmessi in TV o su altri mezzi.

     E’ stata più volte visto l’effetto della carta stampata, come innesco per comportamenti imitativi. Un esempio è il crescente numero di dirottamenti negli anni settanta, tanto pubblicizzati dai media, o ancora il rapporto tra l’incidenza di omicidi-suicidi e lo spazio di cronaca dedicatovi dai quotidiani (Rivoltella, pp. 2-3). Successivamente, è stato verificato lo stesso rapporto tra l’incidenza dei suicidi e la loro rappresentazione nelle fiction televisive.

     Insomma, è ben visibile il rapporto fra informazione e condotta. Si tratta “dell’effetto contagio”, tanto discusso in varie occasioni.

     L’ “effetto contagio” consiste nella pressione che certe informazioni esercitano sull’individuo, inducendolo comportamenti imitativi, soprattutto fra i bambini, che possono essere dei più disparati fino ad avere omicidi e suicidi involontari.

     Tutto ciò è da attribuirsi alla natura stessa delle immagini televisive, finta e reale nello stesso tempo, alla verosimiglianza, che la rende vicina al vero e realizzabile.

     Dall’altra, il continuo dibattito su alcuni fatti e possibilità, come avviene nei quotidiani o nei talk show, rende più accessibili e vicine, condotte che altrimenti sarebbero ritenute inadeguate, difficili, non morali, ecc. Si verifica una sorta di desensibilizzazione e svalutazione della reale pericolosità, certi eventi quindi non fanno più paura, diventano parte della vita “normale”, una possibile scelta come tante altre.

     Inoltre, il fatto di farne tanto rumore, produce un effetto clamore, la persona che compie un certo gesto viene messa al centro dell’attenzione, se ne parla, se ne ragiona, si fanno interviste, ecc. Per tanti individui frustrati, emarginati o comunque “non visti”, può costituire un ottimo strumento, per ottenere ciò che si desiderano da sempre.

     Effetti a lungo termine sul piano psico-cognitivo. Ci si riferisce ad alcuni aspetti fondamentali quali: l’inibizione della creatività, la ristrutturazione dei processi mentali del bambino, la costruzione di un’identità debole, la scomparsa dell’infanzia.

     Diversi studiosi hanno avanzato l’ipotesi che, la prolungata e abituale esposizione televisiva, produca una compressione delle capacità ludiche dei bambini, espressa dalla ripetizione di giochi stereotipati e poco creativi, fino alla scomparsa totale della capacità di giocare.

     Ancora una volta, si incrimina una modalità di propinare immagini iper-reali, caratterizzate da uno sguardo ravvicinato sulle cose, capaci di aprire prospettive inattese, di restituire una realtà più reale di quella vera. Si tratta di un’immagine satura dal punto di vista informativo, debordante e irrispettosa nei confronti della realtà e della sua distanza dall’osservatore.

     La prima a pagarne le conseguenze è proprio l’immaginazione, frutto di una modalità diversa e peculiare di incontrare intenzionalmente l’oggetto, “in assenza” anziché in presenza. E’ proprio la povertà strutturale della nostra percezione, che permette “all’immaginazione una straordinaria possibilità di integrazione e di sporgenza sull’interno”. Il limite della nostra percezione, costituisce un trampolino di lancio per tutto ciò che trascende la concretezza, a favore di un mondo intrapsichico, emotivo ed immaginativo.

     Infatti, l’immaginazione vive finché l’immagine conserva la sua strutturale ambiguità, terreno fertile per la ricchezza simbolica. L’immagine televisiva uccide l’immaginazione e il gioco simbolico, proprio perché dice tutto!

     Alcuni autori (McLuhan), sostengono la visione attiva della TV, che richiede una “reazione creativamente partecipazionale”. Questo aspetto è sicuramente positivo ed importante nella crescita dell’individuo, ma sempre più ridotto a causa del tipo di programmazione, più veloce e densa, piena di messaggi sottoliminari o sopraliminari. Non dà tempo di riflettere ed interagire, propina immagini, informazioni, notizie, bombardando i sensi.

     Fin dall’inizio del secolo vi sono stati studi, sul rapporto fra lo sviluppo delle tecnologie comunicative e il riorientamento psico-cognitivo. Un esempio è dato dalla celebre ricerca di K. Moody, dove si è verificato che durante la visione televisiva, il cervello si trova in una “fase alfa”, la fase tipica del dormiveglia, intermedia fra la veglia e il sonno, caratterizzata da una generale passività e bloccaggio degli occhi, da un pensiero non più vigile e logico. Si è inoltre riscontata l’inibizione dell’emisfero sinistro, a favore di quello destro.

     L’emisfero sinistro è deputato alle funzioni simbolico-astratte, come il linguaggio e la concettualizzazione, mentre l’emisfero destro guida il pensiero iconico e analogico. La televisione, alimentando l’attività cerebrale destra, inibisce la concettualizzazione a vantaggio dell’associazione analogica, giustificando quanto più volte è stato osservato dagli insegnanti: crisi dell’immaginazione, scarsa attitudine alla verbalizzazione, incapacità di attenzione, desuetudine allo studio e all’applicazione costante. La prevalenza dell’associazione analogica inoltre, costituisce proprio il tramite per l’assimilazione inconsapevole di modelli comportamentali, ideativi ed emotivi.

     Ricordiamo che, uno dei processi curativi fondamentali della psicoterapia, consiste proprio nel dare un nome, quindi nel creare un’associazione cosciente fra ciò che è stato emotivamente vissuto, senza piena consapevolezza ed un concetto che lo esprima chiaramente, dando senso a quanto capitato. Quindi il vissuto, con le sue immagini, sentiti, percezioni, odori, per entrare a far parte della nostra vita, in modo produttivo anziché distruttivo, deve essere pensato ed integrato nel sistema cognitivo. Infatti, anche se certi contenuti sono inconsapevoli, sono pienamente vissuti e incarnati, perché passano attraverso il corpo e un contenitore significante.

     Attraverso la TV, il computer e simili, l’individuo, assorbe tutta una serie di stimoli, senza avere la possibilità di elaborarli, costruendo una sorta di sottosuolo latente, colmo di elementi vivi, sconosciuti, potenzialmente esplosivi.

     M. Winn e R. Berger (Rivoltella, p.5) parlano di una vera e propria “trance catodica”, di un’esperienza quasi onirica, che il bambino-dormiente sarebbe chiamato a vivere. Individuano una “sindrome da consumo televisivo”, con tratti fisiologici ben precisi quali, il bloccaggio degli occhi, uno stato di trance leggero, il fenomeno della luce trasmessa, responsabile dell’elevato effetto di realtà dell’immagine televisiva ed un sintomatologia “da rientro”, verificata dopo il consumo, quale cattivo umore, nervosismo, irritabilità, stanchezza, insoddisfazione.

     Altri autori (P.M. Greenfield) invece, sottolineano alcuni fattori positivi, quali il potenziamento dei processi mnemonici, la facilitazione del ricordo rispetto alle immagini fisse e ancora di più rispetto ai codici verbali, determinati dal movimento visivo tipico delle immagini televisive. In riferimento a ciò, la televisione agevolerebbe il piccolo spettatore nel coordinamento spaziale.

     Un altro effetto a lungo termine, è costituito dalla formazione di un’identità debole. La conclusione di vari psicologi, pedagogisti e sociologi, si articola intorno a tre affermazioni:

-         la televisione modifica il profilo dell’io infantile,

-         promuove il narcisismo sociale,

-         contribuisce alla costruzione di un’identità debole.

 

     Tutto ciò è imputabile ad alcuni processi psichici, quali la destrutturazione, ovvero la tendenza a scegliere come strutture di riferimento, realtà lontane dalla propria esperienza; la frantumazione, cioè lo squilibrio fra affettività e razionalità, indotta da un forte orientamento emotivo della programmazione, privo di quello spazio di connessione cognitivo-verbale sopra citata; l’esteriorizzazione, lo scollamento tra la percezione partecipe ed emotivamente coinvolta della realtà rappresentata e quella distratta della situazione reale.

     L’individuo quindi, è portato a trovarsi disorientato rispetto a sé e al mondo, privo dei suoi naturali punti di riferimento e smembrato rispetto alla globalità delle sue necessità, risorse, potenzialità, ecc. In queste condizioni, il profilo dell’io infantile si costruisce su un terreno fragile, dando luogo ad un’identità inconsistente e fragile, basata su principi esterni.

     Inoltre, se osserviamo il piano delle relazioni sociali, assistiamo alla fuga nel privato e al rifiuto delle responsabilità sociali, che alimenta la formazione di personalità con un forte orientamento individuale. E’ ciò che viene proposto soprattutto nella fiction di importazione, in particolare nelle sitcom americane, in cui l’io individuale si sostituisce all’io collettivo, la casa rappresenta il rifugio dalla società, vista come causa di tutte le tensioni, il presente isolato, quale unica realtà accogliente.

     Siamo di fronte “all’homo communicans”, un essere senza interiorità e senza corpo, che vive in una società senza segreti, un essere interamente rivolto all’esterno, che esiste soltanto attraverso l’informazione e lo scambio, in un mondo reso trasparente grazie alle nuove “macchine per la comunicazione”. In mezzo a quest’alta tecnologia, che crea doppi, protesi, cloni e immagini virtuali, l’essere umano scompare.

     L’uomo infatti, non è più rivolto e diretto dall’interno, come nella tradizione del soggettivismo moderno, ma è un essere con un’identità debole, che soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza, viene alimentata continuamente dai personaggi che popolano la fiction, dalla logica dei nuovi media come i videogiochi interattivi o la navigazione in rete, in cui si colloca la possibilità e l’invito a calarsi in panni diversi, il mascheramento sessuale, lo slittamento d’età, l’abbattimento di qualsiasi barriera reale.

     La trasformazione del mondo, culturale, sociale, ma soprattutto tecnologico, tende a modificare l’universo infantile nei suoi tratti psicologici e comportamentale, fino a farli scomparire.

     Per molti secoli, fino al medio evo, al bambino non veniva riconosciuto uno status sociale e tanto meno una propria identità. Uno stravolgimento di pensiero ha introdotto questa nuova visione a partire dal ‘500, grazie all’introduzione della stampa. Da qui nasce l’idea della stampa per l’infanzia, della stampa per soli adulti, lo sviluppo dell’istituzione familiare, da cui generano nuovi bisogni come quello della privacy e dell’attenzione al bambino, diventato centro di una rete affettiva prima sconosciuta. Non solo il bambino acquista una sua identità e dignità, ma costituisce il perno di varie istituzioni: la famiglia, la scuola, la scuola d’infanzia, una parte della letteratura, ecc.

     Il nostro secolo ci ha condotto ad un’ulteriore evoluzione, che procede verso il ripiegamento della famiglia sul modello nucleare, la crisi d’identità dei ruoli genitoriali, soprattutto di quello paterno, l’espulsione di altre figure parentali, la perdita del radicamento nella tradizione, la svalutazione del lavoro adulto a causa della rinnovata tecnologia, ecc. In questo quadro, ne risulta un bambino, sempre meno oggetto di attenzioni educative e sempre più oggetto di confuse aspettative, mira di proiezioni compensatorie dei desideri genitoriali. Sempre meno soggetto di dialogicità comunicativa e sempre più oggetto di attenzioni di tipo esterne ed esigenze materiali. L’infanzia non ha un suo status quo, ma vive in funzione dei bisogni degli adulti, delle politiche economiche e sociali.

     La televisione si inserisce in questo cambiamento, accelerandone gli effetti. La società genitoriale infatti viene espropriata del suo controllo sul sapere, così che il bambino entra in contatto con linguaggi, valori e contenuti “da adulti” con un impatto violento, perde l’innocenza infantile a favore di una smaliziata consapevolezza, propria di un’età che non gli appartiene. L’infanzia scompare cedendo la scena ad un nuovo tipo di spettatore: un bambino-adulto con età biologica infantile ed età sociale adulta.

     Questo mezzo, oltre alla scomparsa dell’infanzia, ha contribuito all’adultizzazione precoce, al declino dell’autorità e l’emancipazione della donna.

     Un altro cambiamento significativo, consiste nella separazione del luogo fisico e sociale della comunicazione (Goffman). Prima dell’avvento dei media, non esisteva relazione sociale che non appartenesse allo spazio fisico occupato dai parlanti, di conseguenza per escludere qualcuno dalla comunicazione, era sufficiente impedirgli di accedere allo spazio fisico (ad esempio i bambini venivano mandati a letto o a giocare.) Di conseguenza, la società adulta programmava un processo di crescita scandito da una serie di riti di passaggi (la prima confessione, gli esami scolastici, il raggiungimento della maggiore età, ecc.), con lo scopo di ammetterlo gradatamente, a spazi fisici e sociali propri.

     I media scardinano alla base questo sistema, la programmazione non discrimina fra spettatore adulto e bambino, brucia le tappe della crescita, ridimensiona e smitizza le figure parentali, spiazza il lavoro di iniziazione della famiglia e della scuola. Passa modelli di interazione sociale stereotipati e incentiva il mantenimento dello status quo, contrariamente ad un processo di crescita, che incentiva il cambiamento.

     Un altro effetto a lungo termine sul piano psico-cognitivo consiste nella trasformazione del linguaggi. I mezzi quali tv, computer e cellulari, sono capaci di trasformare le abitudini linguistiche di un gruppo sociale. Rivolgendosi ad un pubblico di massa e popolare, la tv ha prodotto un impoverimento linguistico, l’omologazione degli idiomi, l’esaltazione dell’immagine dinamica, l’umiliazione della parola. Tutto fa spettacolo, anche le gaff verbali, le inadeguatezze grammaticali, le incompetenze linguistiche, il linguaggio inappropriato ed osceno (paperissima, striscia la notizia, ecc.).

     Si modifica la conversazione attraverso espressioni idiomatiche e neologismi, che creano i nuovi lessici televisivi, che devono essere riproposti nella vita reale, pena l’esclusione dalla routine relazionale, con il conseguente aumento dell’isolamento fra coetanei e lo scarto generazionale (vedi ad esempio Mai dire goal, Quelli della notte, Indietro tutta, ecc.).

     Proprio grazie a questo suo grande potere, la TV potrebbe essere usata in senso inverso, per arricchire il linguaggio, la conoscenza, per trasmettere informazioni della tradizione e della cultura, che si stanno perdendo. Ma questo obiettivo, non sembra così spendibile e popolare. I soldi ed il potere, costituiscono i motivi privilegiati della programmazione stessa.

     Per l’individuo, la televisione ha assunto sempre più il ruolo svolto dall’aedo all’interno delle comunità ad oralità primaria. Non esiste più la figura deputata al racconto, al collante sociale, alla mediazione, all’acculturazione, ma esiste uno strumento che apre ad un mondo in cui simulazione e narrazione, si incontrano e convivono. La televisione quindi, rispondendo al bisogno strutturale di sentirsi raccontare qualcosa, al di là del contenuto stesso, assume un ruolo affabulatorio, in un andamento rituale di fiction e puntate modellizzanti, rassicuranti proprio in quanto narrazioni.

     Effetti a lungo termine sul piano comportamentale. Questa categoria di effetti dimostra la capacità di una tecnologia pervasiva, di orientare, modificando abitudini, schemi d’azione dei singoli e dei gruppi sociali, influenzando relazioni sociali e familiari.

     E’ stato ad esempio studiato (Murley, Lull e Casetti, in Rivoltella, p. 9) il nucleo familiare in relazione alla TV. Sono state individuate due tipologie: la famiglia social oriented, che usa il mezzo come sostituto della conversazione (riempie silenzi imbarazzanti, che evidenziano la scarsa coesione del nucleo familiare) e la famiglia concept oriented, che utilizza la televisione come stimolo per la conversazione, accresce le conoscenze, permette di rafforzare e discutere i valori, costituisce occasione di scambio e confronto.

     Si è anche verificata la biunivocità fra famiglia e televisione, a livello di spazio, tempo e relazioni. La TV impone una modificazione della percezione dello spazio domestico, strutturato in base all’utilizzo e all’ubicazione, che ne determina l’accesso ai componenti, in momenti diversi. A livello temporale, si individua una funzione di calendario sociale, influisce sulle routine familiari (l’orario della cena e del dopo cena, della merenda, ecc.), funziona come sveglia e come indicatore rispetto a certi momenti della giornata (es. il Carosello per segnare la fine della giornata dei bambini, o come mezzo ipnotico).

     Infine come già visto, sul piano delle relazioni interne al gruppo, la televisione può assumere un doppia funzione: come interlocutore, che favorisce un consumo dinamico o come strumento di un consumo alienato.Ma, come già visto nella ricerca citata (Rivoltella), nonostante la famiglia riconosca maggiore pericolosità del mezzo, non si è accresciuta la regolazione sull’uso.

     Il forte orientamento visivo della televisione, le ha garantito il ruolo di “finestra sul mondo”, come mezzo attraverso cui poter essere testimoni oculari della realtà che sta accadendo. In base a ciò la TV si fa garante della quotidianità fino a modificarla (si arriva persino a provocare appositamente eventi, per poterli riprendere e trasmettere), configurandosi come una nuova forma di realtà (autoreferenzialità).

     Il piccolo telespettatore, preso dalla fascinazione dello schermo, può incontrare consistenti difficoltà a distinguere la realtà dalla rappresentazione. Per soggetti particolarmente fragili e frustrati nel desiderio di gratificazione affettiva, “il mondo dell’immaginario televisivo gratificante e onnipresente, può assurgere a dignità di reale, l’unico reale che il bambino è disposto ad accettare”.

     La scelta stessa del programma, si basa sull’attrattiva che l’immagine esercita sullo spettatore, attraverso un’esplorazione in cui il telecomando riveste un’azione fondamentale. Si assiste quindi ad una nuova condotta: lo zapping, che sacrifica l’attenzione tematica e continuativa ad un solo programma, a favore di una visione frammentata, continuamente interrotta, caratterizzata da navigazione trasversale e spesso casuale.

     La televisione materializza il “vuoto perfetto” di idee e contenuti, il telecomando è lo strumento per realizzarlo, si tratta di un conoscere di tipo “taglia e incolla” (logica su cui è fondato lo zapping e alcuni programmi come Blob).

     Tutto ciò induce un analogo zapping relazionale, un approccio all’esperienza frammentato, che fa perdere di vista l’intero a favore del frammento, del ritaglio, dell’impressione veloce. Infatti in accordo con ciò, il profilo psico-sociale del nuovo adolescente, individua un ragazzo volubile, incostante, insoddisfatto, caratterizzato da un’esistenza improntata al “mordi e fuggi”. Le relazioni si realizzano per lo più a distanza, attraverso i cellulari e i suoi sms, attraverso le chat, i forum, le emale, dove verità e menzogna si mescolano, si accresce la distanza fisica, scompare il corpo con il suo sentire, scompare l’interazione e la vera relazione, fatta di botta e risposta, di dubbi, incertezze, palpitazioni, tremori, rossori, ecc. Non c’è vita, né vitalità all’interno di un mondo fatto di mezzi distanzianti e razionalizzanti.

     Infine, si è osservato che, la TV possiede una capacità peculiare di contribuire alla definizione dei quadri valoriali, sottolineandone da una parte il potere di fascinazione dell’immagine, dall’altro l’innata tendenza del bambino e dell’adolescente all’imitazione.

     La TV facilita oltremodo questi meccanismi, attraverso processi quali la semplificazione e la globalizzazione. La produzione procede attraverso stereotipi e generalizzazioni, prospettive dicotomiche (buono-cattivo, bello-brutto, ricco-povero, ecc.), perdendo aspetti eccezionali e unici, a favore della quotidianità impoverita e semplificata.

     Si presenta un mondo, che ricalca la concezione morale di un bambino di cinque anni. La globalizzazione ci viene fornita da due culture sovrarappresentate, quella giapponese e statunitense, che pur essendo particolari e locali, vengono esportate oltre i loro confini etnici, promovendo una graduale uniformazione di valori e atteggiamenti.

 

 

Tab. 2. Effetti della televisione

 

                                   

                                    Psico-cognitivi                           Comportamentali

 

A Breve Termine     Proiezione                                     Emulazione

                                  Identificazione                               Effetto contagio

 

 

A Lungo Termine     Inibizione creatività                        Trasformazione delle

                                  Atrofia cerebro-sinistra                  relazioni sociali

                                  Ristrutturazione processi mentali      Perdita di realtà

                                  Identità debole                               Zapping televisivo

                                  Scomparsa dell’infanzia                  Zapping sociale

                                  Trasformazione dei ruoli sociali       Trasformazione dei

                                  Trasformazione del linguaggio         quadri valoriali

                                  Soddisfazione del bisogno narrativo

 

 

 

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