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11 marzo 2011 5 11 /03 /marzo /2011 14:34

IL BAMBINO E LA TV: TRA TG E CARTONI

Dott.ssa Sabrina Costantini

 

 PARTE II

 

 

La violenza

 

     Quando si parla di TV, PC e play station, si apre una questione assai importante e complessa: il tema tanto discusso della violenza.

     Iniziamo con alcuni dati.

     L’osservatorio dei diritti del minori dichiara che il bambino assiste mediamente a dieci casi al giorno di violenza televisiva, tre dei quali si concludono con la morte. Sangue, botte, cadaveri disseminati dovunque, che colpiscono profondamente l’attenzione e l’inconscio. Si tratta dunque, di minori narcotizzati dai media fin da piccolissimi, che si costruiscono l’idea del mondo attraverso la lente della TV, invecchiati tanto precocemente e artificialmente (Pamela Barbaglia).

     Analizzando due quotidiani nazionali (Il corriere della Sera e La Repubblica) e quattro telegiornali (Tg1, Tg3, Tg4, Tg5) dal febbraio al giugno 2002, il gruppo di ricerca criminologica della Cattolica, ha individuato una percentuale di cronaca nera del 27-32% in prima pagina e del 29-40% nei Tg. I record di apparizione sono i crimini violenti, gli omicidi, il terrorismo e la violenza sessuale, con uno scarso rilievo, attribuito alle componenti “umane” delle vicenda. Inoltre, altri tipi di crimine ritenuti meno “attraenti”, risulterebbero sottorappresentati: la criminalità economica e quella contro il patrimonio.

     Andando più a fondo nella questione, possiamo definire la violenza come “l’espressione manifesta di forza fisica, che costringe ad azioni contro la propria volontà, sotto pena di essere colpito o ucciso, oppure l’essere effettivamente colpito o ucciso” (Gerbner e Gross).

     Si tratta quindi di una prevaricazione della libertà dell’altro, che viene costretto a fare o dire cose contro la propria volontà, attraverso la minaccia e/o l’aggressione, volte a danneggiare l’individuo in una o più parti (fisiche, emotive, psicologiche, ecc.).

     I criteri (Adriano Pagnin) utilizzati nelle principali ricerche, volte ad individuare il grado di violenza, ricorrono ad indici quali il numero di episodi violenti per ora o per programma, la percentuale di personaggi coinvolti in uccisioni o in altri atti violenti, sia in qualità di aggressori sia di vittime. Vengono poi aggiunti altri criteri più qualitativi, relativi al contesto e alla giustificazione della violenza, quali l’intenzione di danneggiare, la natura fisica del danno e il coinvolgimento di esseri viventi, sia come agenti sia come vittime.

     La violenza quindi, sulla base di questi parametri viene definita come “ogni palese illustrazione di una credibile minaccia di forza fisica o uso reale di tale forza, intenzionalmente finalizzata a danneggiare fisicamente un essere animato o un gruppo di esseri animati”.

     Ne derivano tre tipi principali, di rappresentazioni violente: minacce credibili di violenza, comportamenti violenti diretti e conseguenze fisiche di azioni violente (Kundel).

     Sulla base delle diverse ricerche quindi, si individuano almeno quattro aspetti della presentazione della violenza (Pagnin):

 

-         livello di realtà: finzione v/s rappresentazioni reali

-         tipo di identificazione sollecitato: con la vittima o con l’aggressore

-         livello di gratuità o giustificazione

-         crudezza della rappresentazione: ostentazione v/s allusione

 

     Gli elementi ora citati, sono fondamentali perché assolvono l’importante funzione di alterare, influenzare, direzionare la percezione stessa della realtà, l’impatto emotivo, la risposta comportamentale, la giustificazione, la criticità, ecc. Per cui, la stessa azione, in base al modo in cui viene presentata, può sortire effetti diversi.

     Questi aspetti inoltre ci ricordano che, si parla molto di violenza esplicita, di violenza lesiva dell’integrità fisica, di violenza deturpatrice, ma esiste anche una violenza più implicita, nascosta e subdola. Ci sono fattori, meno evidenti eppur tanto significativi, nel contribuire all’effetto finale, quali appunto il livello di rappresentazione, il grado di identificazione, il contesto della violenza, le giustificazioni attribuite, ecc.

     Consideriamo ad esempio, il modo in cui viene presentata la notizia. La TV tende a spettacolarizzare gli eventi, proponendo molte immagini in successione, con la logica della fiction, utilizzando quindi una modalità altamente difforme rispetto al contenuto, che riduce il peso e l’importanza di quanto realmente rappresentato. Il contenitore, ovvero lo stile rappresentativo è finzione, “fiction” appunto, di tipo spettacolaristico, con scopo ludico, di intrattenimento, il contenuto invece è reale, spesso altamente drammatico e complesso. La visione che ne risulta disorienta e altera la realtà. E’ una sorta di doppio messaggio come inteso da Batteson, ovvero il tipico modello comunicativo dei genitori psicogeni, che inviando due messaggi contrapposti, creano confusione e diffusione di identità.

     Procedono di pari passo, tutti gli episodi di violenza vicini alla realtà del bambino, facilmente replicabili, magari con effetti non permanenti, che sembrano sminuirne la portata (es. bambini e animali pestati a sangue, che il giorno dopo presentano solo qualche cerotto). Per non parlare dei cartoni animati, che propongono una sequenza di liti, botte, pugni, zuffe, con un sottofondo di risatine, che rendono il messaggio doppiamente negativo, ma poco chiaro rispetto alla sua natura aggressiva.

     Pensiamo poi a situazioni in cui non c’è reale minaccia fisica, ma degradazione morale, svalutazione, ridicolizzazione, o ancora peggio induzione, persuasione, manipolazione. Il bambino, per il suo sistema di pensiero, per la sua immaturità ed inesperienza, è più di ogni altro, vittima di questo doppio messaggio.

     Un altro elemento di pericolosità, risiede nell’aggressività, insita nelle caratteristiche della TV: le immagini e le situazioni si fissano nel bambino senza essere  pienamente comprese, in quanto non vissute in prima persona, l’effetto che ne risulta è un senso di insicurezza e difficoltà ad affrontare la realtà. Sedersi in poltrona, significa subire una scarica di esperienze non coscienti, assimilate passivamente, che vanno a deprimere la personalità, a creare stati di confusione e angoscia (Barbaglia).

     A riprova di ciò, John Murray della Kansas State University, ha studiato le aree cerebrali coinvolte nei processi dell’elaborazione della violenza televisiva, attraverso decine di sensori sul cranio di ragazzi. Si è osservata l’attivazione dell’emisfero destro ed alcune regioni bilaterali, le stesse aree che intervengono quando viene percepita una minaccia. Quest’esperienza fittizia quindi, produce gli stessi effetti cerebrali, delle corrispettive esperienze reali. La violenza osservata sullo schermo, viene conservata e immagazzinata nei meandri della psiche, per riemergere a distanza di tempo, all’interno di contesti che possono stimolare reazioni conflittuali. Costituisce una sorta di bomba ad orologeria, pronta ad esplodere, non appena si innesca la giusta miccia.

     La violenza nella vita del bambino è presente in vario grado, attraverso una miscela di ingredienti: assenza e disattenzione dei genitori, povertà, discriminazione, violazione dei diritti fondamentali, ecc. Nella realtà, la violenza esiste e circonda i minori, ma “la TV ha un ruolo incisivo perché perpetua la violenza, mitizzandola e insinuandone attorno un alone di approvazione” (Randazzo).

     L’esposizione continua inoltre, aggrava ulteriormente le conseguenze degli effetti negativi, sotto varie forme, perché costituisce uno stimolo costante e penetrante.

     Sulla base dei risultati emersi, i principali effetti derivati dalla visione di spettacoli violenti, sembrano essere:

- aumentata accettazione della violenza

- desensibilizzazione ai danni-sofferenze sperimentate dalle vittime di violenza

- aumento della propensione al comportamento aggressivo

-degradazione della rappresentazione della realtà sociale (come minacciosa, pericolosa, pervasivamente violenta).

 

     Quindi, da una parte si accresce l’immagine ed il vissuto di un mondo pericoloso, da cui guardarsi e difendersi, dall’altra si assiste sempre più, ad una serie di espressioni violente con sempre maggiore distacco ed indifferenza, senza una realistica comprensione e valutazione di quanto sta accadendo. Si perde gradualmente la risonanza emotiva, la capacità di empatizzare con la vittime di violenza, di dare un significato e una connotazione a tutto ciò.

     La violenza fa sempre più parte della nostra vita e da una parte viene accolta con indifferenza e non curanza, dall’altra subita inconsapevolmente e passivamente. E’ un motore forte e persistente, che agisce dietro le quinte, creando conseguenze dirette ed indirette.

     I dati non pongono dubbi sul ruolo della violenza televisiva, nell’induzione  di tendenze aggressive a breve termine. Più controverso e complesso invece, dimostrarne il ruolo a lungo termine. Ad esempio, è  stata trovata una correlazione positiva fra esposizione duratura a spettacoli violenti e aggressività, ma la determinazione della causa e dell’effetto può andare in entrambe le direzioni, ovvero: la visione di scene violente potrebbe predisporre all’aggressività, allo stesso modo gli individui aggressivi potrebbero prediligere programmi violenti. Sappiamo che esiste un nesso ma non conosciamo la direzione dell’una e dell’altra determinante.

     Le ricerche sono molte ma, a causa della complessità del fenomeno, nonché della miriade di fattori intervenenti, si producono risultati diversi, che impediscono conclusioni assolutamente univoche.

 

 

Meccanismi di interazione fra individuo ed esposizione violenta

 

     Per avere una panoramica più esaustiva del fenomeno, vediamo alcune delle teorie che spiegano l’interazione fra individuo ed esposizione violenta (Pagnin).

     Teoria dell’apprendimento per imitazione di Bandura (1963).

Questa teoria pone attenzione sul “modello comportamentale”, che mette in primo piano l’osservazione e l’imitazione, come fonte di apprendimento.

     L’assunto di base è stato dimostrato attraverso il famoso esperimento di Bandura, che sottoponeva un gruppo di bambini all’osservazione di un filmato, in cui veniva percosso un pupazzo. I bambini della condizione sperimentale, nelle sue varianti, adottavano anch’essi questa condotta aggressiva, al contrario di quelli del gruppo di controllo, che non avevano assistito al filmato e giocavano tranquillamente con gli oggetti a disposizione.

            Secondo Bandura, l’apprendimento per osservazione, procede attraverso tre processi:

-         acquisizione (si assimila il nuovo comportamento fra le conoscenze già apprese), resa possibile grazie al livello attentivo, alla salienza e distintività dello stimolo

-         esecuzione o performance, ovvero la messa in atto del comportamento appreso, grazie al processo di memorizzazione, di ripetizione mentale della sequenza, alle abilità precedenti, alla consonanza con bisogni e aspettative personali, all’immagine di sé e alla percezione di auto-efficacia

-         mantenimento, ovvero il consolidamento delle azioni apprese in una condotta stabile, legato alla motivazione e al grado di identificazione col modello.

     Grazie a questa teoria si comprende che la semplice e “innocua” osservazione, in realtà produce un apprendimento persistente, duraturo ed efficace. Questo ci permette di realizzare l’importanza e la portata di quando mostrato ai bambini, soprattutto in relazione al modello che mostra una certa condotta, alla vicinanza al mondo del bambino e alla sua realizzabilità.

     Teoria dell’identificazione.

La psicoanalisi ci fornisce un modello teorico articolato dei processi psichici, che ci aiuta a descrivere quando si scatena nell’individuo, attraverso la visione e l’interazione con elementi esterni.

     L’identificazione (il riconoscimento e avvicinamento cognitivo-emotivo, di sé all’altro), costituisce appunto uno dei processi basilari che regola la relazione fra individuo e ambiente, fra mondo interno e dinamiche esterne.

     Il processo di identificazione primaria, che si presenta nell’infanzia o in stati primitivi di funzionamento, implica una distanza ridotta fra sé e l’oggetto, assai simile a quanto avviene fra madre ed infante, tale da arrivare all’annullamento dei singoli individui, in uno stato fusionale. L’individuo e l’altro della relazione, sono vissuti così vicini e “uguali”, da essere considerati quasi la stessa persona.

     In forme meno primitive, è possibile un’identificazione parziale, con persone o aspetti del modello, come per esempio avviene nel caso di spettacoli violenti. In questo caso, ci si riconosce in uno o più elementi dell’altro, senza confondere le relative identità. Per cui, si realizza un riconoscimento e una vicinanza riguardanti alcuni atteggiamenti, emozioni o comportamenti.

     Teniamo presente però che spesso, in soggetti labili emotivamente, psichicamente e cognitivamente o nei bambini, può verificarsi un’identificazione totale con personaggi ritenuti eroi, salvatori della terra, della “razza x”, ecc., al punto da indurre una condizione di vita staccata dalla realtà, a favore di uno stato di semisogno, di azioni incongruenti, pericolose e violente, per sé e gli altri.

     E’ ciò che è successo per esempio, circa vari anni fa al bambino inglese che, credendosi come superman, si è buttato dalla finestra, assolutamente certo di poter volare.

     Teoria catartica.

Si ipotizza che l’assistere a spettacoli violenti, possa rappresentare una soddisfazione sostitutiva e simbolica delle pulsioni aggressive, già presenti negli spettatori. La visione quindi di scene violente, permetterebbe un’espressione inconsapevole della propria carica aggressiva, consentendo l’evitamento della sua messa in atto diretta.

     Questo processo è esattamente ciò che succedeva nelle tragedie greche, dove venivano messe in scena conflitti e problematiche, la cui conclusione permetteva appunto, una forma di purificazione dai propri vissuti. Da qui  emerge il termine “catarsi”, in senso di purificazione, di alleggerimento e abreazione. In questa ottica gli spettacoli violenti, avrebbero la funzione di impedire l’espressione di comportamenti aggressivi, assolvendo un ruolo di equilibrazione e protezione, dell’individuo e del contesto sociale.

     Alcuni ricercatori (Berkowitz) però, hanno riscontrato effetti opposti a quelli appena descritti. Mettendo insieme queste osservazioni contraddittorie, si è concluso che l’effetto catartico, sembra esprimersi in condizioni assai circoscritte e parziali, spesso solo con alcuni individui.

     Del resto le tragedie greche sono assai diverse dagli spettacoli televisivi, dove si assiste molto spesso all’espressione gratuita, immotivata o incomprensibile di violenza. Gli spettacoli greci invece, mettevano in scena la rappresentazione di conflitti psichici e relazionali, presenti o vicini alla vita di ciascuno, quindi universalmente riconosciuti e compresi, come tali con un valore altamente “terapeutico” e catartico.

     Teoria della modificazione della percezione della realtà (“cultivation effect” di Gerbner).

Secondo questa teoria un alto consumo televisivo (ma possiamo ampliarlo ad altri mezzi mediatici), in particolare di programmi violenti, porterebbe all’estensione della percezione di violenza, allo sviluppo di una visione negativa e minacciosa del mondo, nonché alla tendenza a percepire indici di minaccia, anche in condizioni di neutralità.

     Una tale esperienza comporterebbe l’identificazione costante di condizioni o persone, ritenute minacciose, con un conseguente innalzamento delle barriere difensive e del livello d’ansia, che protratta si sposta verso la cronicizzazione. In questa condizione, l’ansia e la paura possono diventare costanti emotive nella vita delle persone, sottoposte a stimolazione continua, attraverso scenari violenti.

     Un esempio lampante ci viene fornito dalla visione continua e martellante dell’attacco alle Torri Gemelle, ciò ha generato un clima generale di panico e terrore, che ha lasciato il posto ad uno stato cronico di paura e sospetto, verso tutte le persone di cultura araba.

     La visione della violenza è essa stessa violenza, sopraggiunge con stimoli così potenti che vanno appunto a modificare percezione, consapevolezza, emozioni, pensieri, visione della realtà, alimentando paura, risentimento, stereotipi, pregiudizi, guerre etniche, ecc.

     Teoria dell’attivazione (“arousal theory”).

Si sottolinnea che la visione di spettacoli violenti, produce attivazione ed eccitazione fisiologica, registrabile attraverso alcuni parametri, quali aumento della pressione arteriosa, accelerazione del battito cardiaco e del respiro, aumentata conducibilità elettrica della cute, ecc.

     Tali cambiamenti, che possono essere prodotti da una serie di situazioni, vengono codificati cognitivamente in termini di aggressività, in base agli stimoli esterni successivi. In pratica, il contesto in cui sono inserite queste variazioni fisiologiche, determina in quale direzione verrà codificato l’accaduto e quale evento se ne riterrà responsabile. La codificazione di un attivatore aggressivo, produrrà di conseguenza una reazione a sua volta aggressiva.

     Del resto, è lo stesso tipo di attivazione, che viene tanto ricercata dai sensation skill (Galeazzi), ovvero dalle persone che possiedono un basso grado di attivazione o arousal e non tollerando tale condizione, cercano ogni tipo di sport, attività o comportamento, che risulti eccitante e attivante.

     Ed è lo stesso meccanismo che crea la dipendenza psicologica, da tutte le droghe eccitanti (cocaina, alcool, ecstasy, ecc.), o da tutti i mezzi che possiedono la stessa funzione (psicofarmaci, internet, cellulare, gioco d’azzardo, sesso compulsivo, shopping compulsivo, ecc.).

     Ciò che diversifica la reazione e l’interpretazione del vissuto, dipende dal contesto in cui lo stimolo si verifica, dal significato attribuito, dalla personalità dell’individuo, dalle aspettative. Una serie di ricerche nell’ambito della psicologia sociale infatti (Mummendey, pp. 308-309), hanno verificato che le stesse percezioni somatiche (battito accelerato, rossore, sudore, ecc.), se associate a stimoli aggressivi, producono reazioni aggressive, mentre se associate a stimoli neutri, producono reazioni meno intense e comunque innocue.

     Certi oggetti, come per esempio le armi, in particolare le armi da fuoco, attivano in modo considerevole, comportamenti aggressivi e reattivi. Inoltre, l’attivazione residua, ovvero determinata da fattori precedenti (attività fisica, una precedente emozioni, ecc.), va a sommarsi ad una reazione aggressiva, scatenata da eventi successivi, funzionando da serbatoio di innesco.

     Quindi, un individuo già predisposto a reazioni aggressive, in condizioni di elevato livello di attivazione e in presenza di stimoli violenti, si troverà doppiamente caricato e più facilmente portato all’azione.

     Teoria della disinibizione.

La disinibizione consiste nell’allentamento di meccanismi inibitori, che fungono da freno, nei confronti di condotte impulsive, non mediate dal pensiero. L’allentamento viene ulteriormente rafforzato da indicatori, che giustificano quella data condotta. Bandura li ha chiamati meccanismi di disimpegno morale (moral disengagement), ovvero la tendenza al disimpegno e alla giustificazione del proprio atto  violento, attraverso varie strategie, quali: diffusione di responsabilità (distribuzione della responsabilità dal singolo al gruppo o attribuzione della responsabilità al contesto), attribuzione di responsabilità alla vittima (si riscontra spesso nei casi di violenza carnale o violenza domestica), deumanizzazione della vittima, minimizzazione o connotazione eufemistica dell’atto violento, comparazione vantaggiosa (si sminuisce la gravità, comparando con eventi ritenuti di maggiori gravità), ecc.

     L’assistere a certi spettacoli, soprattutto se la violenza appare diffusa, “naturale” e non condannata, sostiene e rafforza la disponibilità cognitiva e la tendenza ad usare queste strategie di disimpegno. Infatti, è stato visto (Mummendey, p. 312) che lo stesso comportamento viene valutato in modo molto diverso, in base alla valutazione della sua legittimità/illegittimità, determinata in base ad una serie di convinzioni e distorsioni cognitive, come quelle appena viste.

     Gli atti violenti quindi, se giustificati e minimizzati con i processi suddetti, possono perdere tutta la loro portata negativa, diventando una scelta plausibile e vicina alla propria realtà.

     Teoria della desensibilizzazione.

Questa teoria ricorda che la ripetuta esposizione a scene di violenza, produce una riduzione di reattività, di fronte alla violenza della vita reale. Si realizza un fenomeno di assuefazione (esattamente come avviene con le droghe e l’alcool) ed una svalutazione della gravità. Di conseguenza, per produrre una visione realistica di un evento violento, è necessario un innalzamento della soglia di attenzione e pensiero critico.

     Dopo ripetuta esposizione, lo stimolo aggressivo non produce più riflessi di orientamento forti, perché non più nuovo e quindi non così pericoloso, per lo stesso motivo si verifica una diminuzione di attenzione, che inibisce o annacqua reazioni emotivo-cognitive adeguate.

     Del resto, è lo stesso principio applicato nella Desensibilizzazione Sistematica, ovvero una delle tecniche terapeutiche di stampo cognitivo - comportamentale, utilizzate in situazioni fobiche (paura dei serpenti, di ambienti affollati, dell’altezza, ecc.). La graduale e ripetuta esposizione, rende maggiormente familiare e innocuo lo stimolo prima temuto, facilitandone l’avvicinamento.

     Nel caso di oggetti fobici, risulta un ottimo risultato, perché si elimina la paura verso stimoli non pericolosi, nel caso dell’aggressività invece si tratta di una reazione disfunzionale e poco realistica, perché toglie reattività e paura, nei confronti di stimoli “realmente pericolosi”.

     Con questa carrellata, abbiamo visto quanti fattori e quali meccanismi più o meno complessi, si scatenano nella relazione fra individuo e TV. Teniamo presente che le teorie citate, spiegando aspetti diversi dello stesso fenomeno articolato e complesso, non sono mutuamente escludentesi, bensì in un rapporto di reciproca compensazione e completamento.

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