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2 febbraio 2011 3 02 /02 /febbraio /2011 08:44

“Fuoco Sacro”

Sabrina Costantini

 

 

 

 

 

     La realtà delle relazioni rimanda all’asimmetria.

     E’ paritaria nei termini in cui tutte le parti hanno capacità di fornire un contributo, il proprio mondo interno. E’ possibile arricchirci e scambiare con tutti gli esseri umani, in uno spazio in cui ciascuno apporta possibilità e ricchezza.

     I rapporti però sono per lo più dispari.

     Ogni essere umano differisce dall’altro per una qualche caratteristica, che in contesti diversi assume maggiore o minore valore, autorità, autorevolezza.

     La disparità può riguardare l’età, l’esperienza, il sesso, la cultura, la conoscenza, la consapevolezza, la creatività, la razionalità, la sanità, la desiderabilità, l’affettività, la razza, la posizione sociale, economica, ecc.

     Quanto minore risulta la visibilità e dimostrabilità in termini concreti dell’elemento distintivo, tanto maggiore sarà il suo peso nella relazione, la difficoltà a definirlo e delimitarlo. Spesso tal elemento agisce la relazione al di fuori della consapevolezza, di una o entrambe le parti.

     Le asimmetrie fra due persone sono svariate e non necessariamente pesano tutte a favore della stessa parte, ma solitamente è una, quella a cui le persone forniscono valore.

     Ci troviamo di fronte ad un individuo “perverso”, ogni volta che questi utilizza la disparità a proprio favore, per accrescerla ulteriormente a discapito e con modalità inconsapevoli, per chi subisce. Il perverso utilizza il proprio potere per controllare, immobilizzare, confondere, rendere dipendente l’umano, suddito, oggetto, proprietà esclusiva (Hirigoyen, 2000).

     Il perverso lascia dietro di sé dei cadaveri viventi. Infatti, se le vittime rimangono inconsapevoli, vengono risucchiate della loro vitalità e autonomia.

     L’etimologia stessa della parola, ci rimanda al latino “pervertere”, ovvero rivoltare, rovesciare. Infatti, ci troviamo di fronte ad un rovesciamento continuo della realtà e della propria posizione. Non si sa dove trovarli, non vogliono essere individuati e come tale, confondono e rivoltano continuamente ciò che dicono e agiscono. Tutto ciò, nel “perfetto rispetto” della legalità, dell’apparente correttezza delle norme. Gli umani, oggetto della loro manipolazione si sentono a loro volta, “sotto sopra”, rivoltati nella loro integrità e continuità, disorientati.

     Il perverso non denuncia mai la propria posizione, pensiero, sentito, quindi non è in contatto con la sofferenza. E’ un malato subdolo e violento, proprio a causa di questa duplicità fra sentire e mostrare. Inoltre spesso riveste un ruolo di prestigio, autorevolezza e autorità. Come tale, sembra sfuggire ad una definizione descrittiva del disagio.

     Questa patologia quindi è individuata e compresa solo grazie all’osservazione della realtà interna, psichica ed emotiva, nonché relazionale. In effetti, la sua individuazione spesso avviene tramite il vissuto e la sofferenza della vittima.

     La psicoanalisi chiama masochiste le vittime, attribuendo loro un ruolo e una responsabilità in tale dinamica. Ma dal momento che c’è una violenza reale ed è attuata senza chiarezza, chi ne è oggetto subisce senza esserne consapevole. La vittima non ha vantaggi né godimenti, anzi sente su di sé la responsabilità e la colpa (Hirigoyen).

     Non ritroviamo qui il potere della vittima, tipico d’altre dinamiche. Potere caratterizzato da lasciare all’altro la scelta ed il controllo, per poi servirsene come oggetto di rivendicazione e rabbia (Wollams, Brown, pp. 184-187).

     Nella relazione col perverso, l’altro non si arrende, nutre l’aspettativa di poter modificare il rapporto, non ha idea di essere una vittima e non vuole assumere questo ruolo.

     In realtà è il perverso a fare dell’altro una vittima, in quanto caratterizzato da alta desiderabilità, di cui si approprierà, agganciandolo sulle “ferite non guarite”. Possiede infatti, un’abilità chirurgica nell’individuare le ferite narcisistiche, che diventeranno oggetto delle loro alchimie, riempimenti fumosi, apparenti.

     La responsabilità che la vittima sente su sé, la conduce in un labirinto senza fine, dove ogni vicolo può essere il possibile errore e l’eventuale riparazione. Inizia un circolo ossessivo vizioso caratterizzato da ansia, angoscia, panico del vuoto, dell’assenza di relazione. Ad ogni possibilità, ad ogni movimento si verifica uno scacco matto, blocco e confusione circa la realtà vissuta.

     Queste sono spesso persone che non hanno certezza di sé, come tali oggetti prelibati per le mire perverse. Ingenue d’esperienze umane di questo tipo, ne sono sprovviste o ne sono inconsapevoli, applicano quindi le proprie conoscenze a queste relazioni, che accrescono l’aspettativa onnipotente di poter cambiare l’altro. Ad ogni sconfitta, si rafforza senso di colpa e impotenza.

     Si tratta di quei bambini che nella richiesta della ripetizione del gioco, della fiaba, della relazione, non hanno avuto conferme della loro amabilità come esseri umani, a favore di un “comportamento amabile”. Sono adulti ancora inconsapevoli del diritto ad essere amati per la bellezza insita nella loro umanità. Si sforzeranno quindi di ottenere costantemente l’approvazione di coloro che incontrano, per confermare ciò che fanno e la modalità in cui lo fanno.

     La consapevolezza di essere state raggirate, manipolate e “violentate a livello morale” (spesso anche ad altri livelli), produce rabbia e vergogna circa la propria incapacità, ingenuità. Si verifica un brusco risveglio, come un ritorno improvviso all’esame di realtà. Un risveglio dall’anestetizzazione innescata dal perverso, che riapre al sentire della relazione, possibile solo in seguito alla distanza spazio-temporale da questi.

     Il perverso conosce unicamente rabbia e rabbiosità, distruzione e demolizione dell’altro, pena la propria disintegrazione psichica. Come il tossicodipendente, ha un unico scopo, da raggiungere a qualsiasi prezzo. Ma, per il tossicodipendente la consapevolezza della dipendenza affettiva, sottostante la schiavitù dalla cosa, apre la possibilità alla relazione. Per il perverso la strada è occlusa, nella misura in cui la dipendenza è negata, non esistente.

     Il perverso usa sempre la seduzione per attrarre a sé gli altri, lasciando intravedere, senza mai mostrare apertamente, le illusorie conoscenze, capacità, bellezze, di cui dovrebbe essere detentore. Come i sassolini che si appropriano di scintillanti colori donati dai riflessi dell’acqua, tolti dalla quale, appaiono opachi e uniformi.

     E’ un individuo che proietta in modo costante e massiccio emozioni e desideri, controlla attraverso la sudditanza dell’altro. E’ come se desideri e affetti fossero pericolosi, costituissero minaccia di disintegrazione psichica, diffusione e assenza d’identità. Attraverso la proiezione quindi, inducono l’altro a contenere, gestire ed elaborare il proprio mondo interno. Inducono a pensare a loro e per loro, come se necessitassero di un contenitore esterno. Questo fa pensare all’assenza della holding, ovvero del contenimento e della mediazione materna, nell’accezione di Winnicott. Di quella funzione che protegge il bambino e gli permette di sperimentare il mondo, degli oggetti e degli esseri umani, senza sentirsene sopraffatto e in pericolo, senza sviluppare quel drammatico senso di pericolo, dettato dai cambiamenti.

     Per cui diventano adulti, carenti della parte femminile che “contiene”, accoglie i propri e altrui contenuti psichici ed emotivi. Non possono concedersi di modificare il mondo interno, stimolato e arricchito dalla relazione, perché temono l’annichilimento. Non può esistere parità e scambio nell’interazione.

     Nel caso in cui, si sentono incapaci e frustrati nel sedurre il diverso, questi individui instaurano una relazione omosessuale. Nel caso in cui la seduzione non riesce ad agganciare altri adulti, o anche il solo tentativo, risulta eccessivamente panico, piegano verso la pedofilia. Hanno bisogno dell’altro, del rispecchiamento dell’altro, chiunque esso sia.

     Il primo aggancio a questi umani, avviene attraverso la solitudine: emanano un senso di solitudine e abbandono, che attiva il senso di accoglimento. In seguito, in onore di questo ipotetico bello e dei momenti di poesia, che riescono a vivere e far vivere, bloccano il partner, attraverso l’illusione della continua ricerca di tali chimerici momenti. E’ questa parte piacevole e forse ancora sufficientemente sana che lega la vittima, che va poi a decadere con la maggiore vicinanza. In ricordo del bello di quel giorno, di quel attimo, il carnefice viene vissuto e giustificato come umano sofferente, quindi bisognoso di calore e aiuto. Le vittime peccano d’aiuto incondizionato dell’altro, meccanismi di salvataggio ripetuti.

     I perversi sono sicuramente umani sofferenti, ma il loro bisogno è illimitato e misconosciuto, come tale non assumono mai su sé la responsabilità del cambiamento.

     Questa modalità di relazione si scatena e accentua nel momento di crisi, quando l’individuo si sente incapace di far fronte ad un problema, ad una scelta. Mostra un’alta idealizzazione di sé, aspettative illimitate, che richiamano gli estremi opposti di svalutazione e vuoto, per il sottostante terreno fragile, costellato dal bisognoso dell’altro, che deve funzionare da satellite, per accrescere o confermare la propria luce, in realtà solo luce riflessa.

     L’individuo perverso è attratto quindi proprio dagli umani diversi, che possiedono quello che lui sente di non avere, in particolare la desiderabilità, la capacità di desiderare, l’umanità, l’affettività. Aspetti che poi non riesce a gestire, se non con la distanza emotiva e col controllo.

     Ha bisogno di appropriarsi del profumo di quel fiore, pertanto lo distruggerà e privandone l’essenza, non lascerà traccia di chi l’ha originato. Proprio come Jean Baptiste, protagonista del romanzo“Il profumo” di Patrick Süskind, che uccide giovani donne nel momento del loro sbocciare per carpirne l’essenza vitale, la desiderabilità, ottenendone un profumo che lo renderà amabile e amato, al punto di essere divorato. Nel suo delirio illimitato il giovane profumiere, prima conciario, uccide le vittime con precisione chirurgica, con lo scopo ultimo dell’immortalità, a costo del suicidio.

     Jean Baptiste era un umano con un passato doloroso, bambino abbandonato, non voluto, ceduto da una balia all’altra ed infine “ucciso”, perché ritenuto troppo vorace e richiedente, diventa quindi larva umana, puro calcolatore.

     Proprio nel momento in cui vedono l’altro “più forte”, i perversi non ne sono più attratti, devono lasciare di questi solo il cadavere, pena il continuo confronto con le proprie mancanze. Avendo scambiato umanità e affettività per debolezza, si ritrovano poi a dover fare i conti bruscamente, con la forza e determinazione dell’altro.

     Il perverso è incapace di amare, sé e l’altro, desidera ardentemente la capacità di amare che osserva nell’altro, anela sentirsi oggetto di amore e venerazione, in un rapporto ideale. Nel momento in cui l’altro chiede intimità affettiva, ricchezza, il perverso che se ne sente incapace, manifesta il bisogno di controllare e tenere a distanza l’altro, le sue richieste e la possibilità di sentirsene frustrato. Proietterà quindi sulla vittima la sua incapacità di amare, dichiarandolo privo di tale affetto, in ogni attimo della sua vita, per ogni minima richiesta e mancanza.

     La vittima continua a chiedersi “Cosa sta succedendo? Cosa ho fatto? Dove ho sbagliato?    Qual'è la mia colpa?” Inizia un processo senza fine di colpevolizzazione e giustificazione. Arriverà a pesare e controllare tutto, un processo che gli toglie la vita, in una relazione in cui lo sguardo dell’altro non si sofferma e lo trapassa come fosse aria: non esisti, sei invisibile! In un silenzio veto di esistere, di pensare, di essere.

     La condotta del perverso produce un unico risultato, fare dubitare di sé l’altro, non c’è in lui nessuna coerenza, né filo conduttore. Non si basa sulla propria certezza, ma su un processo destabilizzatore dell’altro, sostenendo una cosa e quella contraria e poi un’altra ancora, cambiando continuamente posizione. Insinuando dubbio e confusione, a partire dalla realtà delle cose, per poi innescarsi sulla realtà interna.

     Il vissuto d’impotenza costante è la risultante della massiccia proiezione di passività e incapacità di scegliere.

     Si tratta di transazioni bloccanti (E. Berne): l’obiettivo è congelare l’interazione. C’è un rifiuto della comunicazione diretta, a favore d’allusioni, sottintesi e mezzi distanzianti. Anche le affermazioni più innocue e i complimenti nascondono messaggi subdoli e svalutanti, con doppi sensi. E’ un maestro di “doppi messaggi”, come inteso da Bateson.

     Il perverso non prendendo mai su sé la responsabilità dei fallimenti e delle rotture, usa costantemente la svalutazione, l’ironia e la triangolazione, per rigettare la propria rabbia, sempre in modo indiretto. Ad esempio usa i figli per far arrivare in modo sottile e paralizzante, i propri messaggi al partner. Si trova spesso al centro della competizione fra due persone vicine: coniuge e amante, genitore e coniuge, coniuge e figlia/o, due dipendenti, due colleghi/e, ecc. Non prende mai su sé la responsabilità e assume il vantaggio di apparire la vittima, dell’aggressività altrui.

     La triangolazione infatti, come altre “manovre fantasma”, appare in massimo grado quando la vittima comincia ad aver chiarezza della situazione e sente la propria rabbia nei confronti dell’aggressore: reazione sana, al gioco perverso e alla manipolazione.

     Per riconoscere la propria rabbia deve riuscire a contattare l’aggressività e la violenza. Ciò gli fornisce chiarezza e diritto del proprio sentito, del desiderio di sottrarsi da una tale relazione devitalizzante.

     L’opera del perverso continua a spingere l’altro, ancora incredulo di tanta violenza, ad esprimere la rabbia in modo diretto e aggressivo, per assumere poi il ruolo di vittima di aggressione, che gli fornisce una ragione per allontanarsi. Il perverso spesso esaspera l’altro, che lo caccia e taglia bruscamente la relazione. E’ il perverso che assume i panni dell’abbandono e della “vittima”, con i vantaggi tipici di questo gioco.

     Solo dopo aver attribuito all’altro tutte le responsabilità del fallimento, del non amore, dell’incapacità, della mostruosità, potrà nuovamente reinvestire in un altro rapporto idealizzato e fatuo.

     Per fare un esempio di questa modalità, mi sembra esplicativo il film “Holy Smoke” (Fuoco sacro).

     Ruth, nel corso di un viaggio in India viene sedotta da un Sei Baba che la inizia alla conoscenza, all’illuminazione, facendole il dono del terzo occhio. Ruth sua sposa per sempre, non torna a casa, cambia nome, abiti, sguardo, clima emotivo. Si ferma.

     L’amica, in viaggio con Ruth si reca dai genitori, mostrando loro le foto della figlia. Il padre chiede quale macchina ha prodotto tante belle immagini. Presi dalla concretezza, razionalità, quotidianità fatta di menzogne e “morte”, non riconoscono la figlia: oggetto delle foto. Tutte le figure appartenenti al nucleo, figlio, nuora, compagno del figlio, non sono certo da meno nella loro mostruosità e banalità.

     I genitori, la riportano in Australia con un inganno e la recludono in una casa isolata, insieme ad un deprogrammatore: cow boy americano che si occupa di rivitalizzare gli umani, oggetto di condizionamento e perdita di consapevolezza.

     L’obiettivo del deprogrammatore consiste nel liberare dal velo che offusca la consapevolezza, senza portare la vittima verso la propria conoscenza, ma lasciando la libertà di scegliere in base al proprio sentito, possibilità che non sussiste nella manipolazione di santoni, capi-setta, truffaldini di ogni sorta.

     Questi, esattamente come il santone indiano, instaura una relazione perversa, fornendo una risposta onnipotente e totale, ad una richiesta totale, di chi è confuso e sofferente. Usa anche lui il fuoco per illuminare nuovamente l’anima della giovane e aprirle la strada. Ma è un fuoco che in realtà offusca. In effetti, se guardiamo il titolo del film, la traduzione letterale di “smoke” rimanda a “fumo”, l’immagine con cui si apre il film. Il termine in inglese e la traduzione italiana in “fuoco”, propongono le due facce della stessa medaglia, ovvero il fumo che si cela dietro l’apparente illuminazione, bagliore fornito da coloro che si propongono come sapienti, illuminati, salvatori.

     Il deprogrammatore infatti cede ad una risposta onnipotente, ideale, in risposta al dolore, che non riesce a tollerare e alla richiesta di accudimento. Cede all’atto, procurando rassicurazioni attraverso la passione di una notte. Per poi il mattino seguente, negare la propria responsabilità, la portata della risposta fornita alla giovane, ancora persa: “è stato uno sciocco errore, non succederà più, ritorniamo come prima!”

     La situazione non è come prima e Ruth, in una reazione di rabbia usa a sua volta una risposta perversa, facendosi forte dell’attrazione che esercita su lui, che ha bisogno di lei per colmare il proprio narcisismo di macho non più giovane e desiderato. Si instaura così un gioco manipolatorio, un tira e molla, talvolta comanda l’uno talvolta l’altro.

     Fino a quando la giovane lo spezza a favore della ricerca di sé e di relazioni sane. Lo trucca e abbiglia da donna, mostrandogli in modo palese e innegabile la sua realtà: può amare solo sé, il rimando di sé, l’immagine nello specchio.

     Pur presa da un attimo di compassione per il deprogrammatore, è consapevole che fra loro non può esservi altra modalità di relazione, che la sudditanza perversa e la devitalizzazione, la reificazione dell’umano.

     L’atto perverso viene in entrambi i casi veicolato dalla luce, luce magica, sacra, come unica risposta illuminante, unica soluzione, che accende il desiderio, come il fiammifero il fuoco, che in realtà non produce cambiamento, ma delirio, abbaglio, di una verità assoluta e non umana.

     E’ lo stesso meccanismo che si verifica quando l’adulto catturando una lucciola per il bambino, lo illude magicamente della trasformazione di quella luce, in denaro. Sotto l’apparente gesto d’amore, viene alimentata l’immagine di adulto onnipotente, che produce ammirazione e amore illimitato da parte del piccolo, che puntualmente troverà la sua moneta sul comodino, sotto il bicchiere, il mattino seguente.

     Tutte le persone incapaci d’amore sono perverse? Non c’è un’equivalenza così netta.

     Certo chi non è capace di amare usa in modo più naturale una modalità perversa, ma non tutti gli umani incapaci di entrare in contatto col proprio sentito, sono ugualmente perversi e manipolatori.

     A questo riguardo mi viene in mente la protagonista di “La lettera”, mademoiselle Chartes: sofisticata, di famiglia benestante borghese, glaciale nell’espressione, sguardo tristemente fisso. Tristezza che la madre cerca di alleviare regalandole un costosissimo gioiello.

     Alla ricerca di stabilità emotiva, diventa madame Cleves. Di lì a poco, sarà tormentata e divisa fra il rispetto e la stabilità fornita dal marito e la passione sbocciata per un cantante cileno. Passione subito colta dalla madre, che in punto di morte le ricorda l’importanza della rispettabilità per la donna francese.

     Incapace di amare madame Cleves, spaventata dall’amore e dall’abbandono, si muove nelle trame relazionali con freddezza emotiva e continui tormenti razionali, vuol ingabbiare le emozioni e scappare da ciò che la muove. Ne seguono due suicidi, l’ex fidanzato ancora innamorato di lei sarà “travolto da un auto”, il marito venuto a conoscenza della sua passione, si lascerà morire di sfinimento e dolore.

     Fuggirà inesorabilmente dalla passione del cantante, portando con sé la possibilità di un amore mai sbocciato e gustato. Stupita del perché dell’amore di missionarie in Africa, che continuano ad amare pur essendo dimenticate dal mondo. Scrive ad un’amica suora, di non capire come sia possibile tanto amore, che spinge verso gli altri. Lei, vive con la profonda paura di amare perché teme l’oblio, la dimenticanza dell’altro.

     Il cantante continua a cercarla, a cantare il suo amore ad una folla che lo acclama.

     Madame de Cleves, è incapace di amare, la paura la induce a fuggire dalle relazioni vive e ciò uccide chi la ama, che non si arrende alla sua marmoreità. Non è perversa però, non ha mai mentito o cercato di essere amata, chiede stabilità emotiva in modo chiaro, non mostra “bellezze” che non possiede. Non è perversa, in quanto consapevole di avere la capacità di amare, la sua mancanza risiede nell’aver lasciato che la paura del dolore la allontanasse dal vivere.

     Il cantante accetta questa sua realtà e rinuncia a far emergere quel bello che si nasconde in lei. Si arrende e costruisce sul proprio amore, la propria bellezza e realizzazione.

 

     Un aiuto alla risposta sopra formulata, può esserci fornita dalla descrizione di Lowen del narcisismo, sovrapponibile a quanto descritto fino ad adesso col termine “perverso”. Lowen si riferisce ad un disturbo della personalità, caratterizzato da esagerato investimento nella propria immagine, a spese del sé e del sentire. Il narcisista agisce senza sentimenti, in modo manipolatorio e deduttivo, aspirando ad ottenere potere e controllo sugli altri.

     In base alla storia evolutiva, Lowen descrive una gamma di comportamenti, che individuano cinque tipi di turbe narcisistiche, differenti per grado di disturbo e perdita di sé. Per cui la grandiosità ed il divario fra l’immagine e il sé, sono minimi nel primo scalino della turba (carattere fallico-narcisistico), massima nell’ultima (personalità paranoie).

     Potremmo quindi identificare le forme più complesse e carenti di narcisismo, con la descrizione del perverso riportata sopra. Nello stesso modo, potremmo definire come relazioni perverse, quelle forme estreme di relazione fra i distimici e i loro partner, che ripropone la manipolazione e triangolazione subita da uno dei genitori, a discapito dell’altro (Linares, Campo). Sarebbe possibile continuare ancora per un bel po’, alla ricerca delle mille sfaccettature della stessa problematica.

     La realtà della vittima e del perverso rimandano alla sofferenza e malattia, ma troviamo in cura molte vittime, raramente perversi. L’umano oggetto di manipolazione, assumendosi la responsabilità, la consapevolezza della propria sofferenza, chiede ascolto della realtà interna e desidera relazioni sane.

     Il perverso, usando proiezione e annullamento, non assume mai su sé la sofferenza, per cui cercherà solo di cambiare partner dell’interazione. Modificherà la realtà esterna, lasciando intatta quella interna e la consapevolezza, o meglio l’assenza di consapevolezza.

     Entrambe sono bambini deprivati nell’infanzia. Le vittime hanno vissuto una realtà di rifiuto, non sono state volute per ciò che erano. Hanno ottenuto amore grazie al fare, a discapito dell’essere. I perversi hanno avuto una realtà di non amore, non c’è amore! C’è solo aggressività che nasconde paura. Potere e successo, come armi di difesa dalle possibili aggressioni.

     La vittima, nella relazione attua dei cambiamenti che tengono conto dell’altro e del proprio mondo interno. Non sono cambiamenti creativi e sani, in quanto lontani dalla consapevolezza della relazione, sottendono comunque il desiderio di comprendere.

     Il perverso al contrario è contraddistinto da rigidità, ripetitività, identicità. Non può permettersi di essere toccato, avvicinato, mosso, destabilizzato. Questo, fa del comportamento perverso, “il perverso”. Ovvero un individuo perverso in modo stabile e strutturato.

     L’umano oggetto di perversione, contiene la possibilità di cambiamento e sanità nella misura in cui accetta l’impotenza e la disillusione dell’impossibilità del cambiamento, della relazione con questo altro, che cerca solo per un autorispecchiamento.

     Il protagonista del romanzo di Patricia Highsmith descrive l’impossibilità di scelta del perverso, che diventa vittima di sé stessa, costretta a rinunciare ad un abbraccio relazionale desiderato da sempre, per l’incapacità di mostrare la propria vera natura.

     Talvolta è possibile toccarli, è possibile che si appassionino a qualcuno o qualcosa, ma raramente si ripeterà, perché i perversi metteranno in atto qualsiasi strategia pur di non sentire. La loro forza è proprio l’insensibilità, l’anaffettività, grazie alla quale usano gli altri senza farsi toccare, senza provare emozioni né rimorso.

     L’unico aggancio possibile sussiste in un momento depressivo, dove la fuga dal dolore produce ansia debordante ed il vissuto di “essere travolti” dal mondo interno, incontenibile e intollerabile. In questa situazione, il primo obiettivo di cura, è costituito dalla trasformazione della relazione. E’ necessario che avvenga il passaggio del curante vissuto come salvatore, oggetto desiderabile e manipolabile, ad altro a cui affidarsi, farsi contenere, per poter sentire la possibilità di autocontenimento.

     La realtà della cura prevede che ci sia un curante e un curato, qualcuno che vuol essere curato, mosso, che permette il cambiamento. Nella misura in cui il perverso non lascia le redini all’altro nella cura e non introduce desiderio di cambiamento, può dirsi incurabile.

     Gabbard (2003, 54-55), identifica la forma maligna dell’odio, che impedisce la relazione terapeutica, nell’assenza del “come se”, ovvero il mancato riconoscimento che l’odio, rivolto al terapeuta non riguarda lui, ma una figura del passato, proiettato nel qui e ora della relazione.

     D’altro canto, non può dirsi relazione di cura, quella terapia in cui il terapeuta stesso, si avvale del potere dell’asimmetria, per nutrire bisogni narcisistici.

     In questo contesto, il curante che possa dirsi tale, mette a disposizione la propria conoscenza e capacità, a favore della crescita del curato, in un contesto caldo, protettivo e sicuro.

     La possibilità di fidarsi senza “rischi per la propria integrità morale e psichica”, costituisce un’effettiva esperienza riparatrice, perché permette di affidarsi nonostante l’asimmetria.

     Nel contesto clinico infatti, si riscontra una condizione d’uguaglianza riguardo la condizione di libertà, di scelta, di parola, di rispetto. Mentre l’asimmetria, ha motivo d’essere relativamente a competenza, direttività, ruoli.

     Un’asimmetria abusata e quindi subita dall’altra parte, è ciò che causa le ferite dell’infanzia. Un’asimmetria fonte di reciproco scambio ed evoluzione, costituisce la fonte del cambiamento.

     Del resto non esiste “fuoco sacro” che illumina la consapevolezza. L’unico detentore del proprio sapere è l’individuo stesso, che ha bisogno di trovare la strada della comprensione, insieme ad un compagno di viaggio esperto.

 

 

Bibliografia

     Berne E. (1971). Analisi transazionale e psicoterapia. Astrolabio.

     Hirigoyen M.F. (2000). Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro. Enaudi.

     Gabbard G.O. (2003). Amore e odio nel setting analitico. Astrolabio.

     Linares J.L., Campo C. (2003). Dietro le rispettabili apparenze. I disturbi depressivi nella prospettiva relazionale. Franco Angeli.

     Lowen A. (1992). Il narcisismo. Feltrinelli.

     Wollams S., Brown M. (1985). Analisi transazionale. Cittadella editrice.

 

Fonti Cinematografiche

     Antony Minghella (2000, USA). Il talento di Mr. Ripley. Protagonisti: Matt Damon, Gwyneth Paltrow.

     J. Campion (regista) (2000, USA). Holy Smoke. Attori Protagonisti: Havey Keitel, Kate Winslet.

     Manoel De Oliveira (2000, Francia). La lettera. Attori protagonisti: Chiara Mastroianni, Pedro Abrunhosa, Antoine Chappey. Film tratto dal Romazo di Madame La Fajette, La principessa di Cleves.

 

 

 

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