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4 aprile 2011 1 04 /04 /aprile /2011 11:24

"Chi guida l'elicottero?"

Il viaggio della terapia

 

di: Sabrina Costantini

 

 

 

"Se le do le chiavi del mio elicottero, lei sa guidarlo?", le prime parole del primo incontro con un uomo di 37 anni.

Domanda che trasluce angoscia, panico della nebbia, cecità e può diventare sfida, transfert negativo perché traduce: "Sei capace? Mi tieni? Prendi le mie ferite? Mi dici cosa devo fare/essere? Vivi tu la mia vita? ........."

Una sola possibile risposta di cura: la ricerca della verità.

In questa domanda di cura, che sottende la stasi, s'insinua una trappola per la persona stessa ed il curante. Infatti, la paura dell'oscurità, conduce alla negazione del movimento dell'esistenza e chiede una rassicurazione, una delega della propria vita, il permesso di fuga dal proprio elicottero. La doppia trappola risiede nella possibile risposta d'accudimento e rassicurazione: "non c'è oscurità ... non ti preoccupare, guiderò io il tuo elicottero!".

Questa è una menzogna e diventa intervento d'assistenza, che cristallizza dipendenza e identificazione. Una risposta salvifica che svaluta l'altro, disconoscendo la sua capacità di trasformazione.

Nello stesso tempo è negazione della realtà delle cose, della realtà interna dell'altro, della realtà dell'esistenza, nient'affatto limpida e lineare.

La cura non può sostituire il conducente del proprio elicottero, non può permettere la fuga dalla vita.

La Cura si traduce nella certezza del proprio sentire, mezzo unico ed esclusivo, che non ha urgenza di mostrare la capacità-prestazione-spiegazione. Certezza che restituisce all'altro la ricerca del senso, del sentito del corpo.

Ciò ricorda quanto sia importante il terapeuta nel suo essere globale, nel suo modo di credere, di vivere, che si traduce poi nel suo modo di curare, carico di senso, facilitante il senso del paziente.

Analogamente, "Non voglio più arrabbiarmi!" suona come "non voglio più vivere, non voglio più amare" perché questo spezza il cuore. Ha il sentore dell'abbandono della trincea, che nasconde una barricata da cui non filtra più neanche l'aria, un labirinto senza vie d'uscita.

La rabbia (come le altre emozioni) nelle sue mille sfaccettature, ha diritto di esistere e possiede una sua intrinseca funzione di vita. La sua repressione e negazione infatti, conduce ad una serie di espressioni psicopatogiche croniche, che vanno poi a contribuire alla strutturazione della personalità (AA.VV, 1992).

La rabbia repressa diventa aggressività e aggressione, lotta bramosa e invidiosa, che cerca autoaffermazione nella competizione, nell'umiliazione e distruzione dell'altro.

La rabbia invece, nel suo significato più primario e primitivo, strettamente connesso col corpo e con la sua sopravvivenza, rappresenta una difesa dell'individuo, affermazione della vita. Infatti, ogni qual volta l'individuo si sente minacciato e in pericolo (reale o vissuto), si scatena tutta una serie di reazioni fisiologiche di allerta, atte alla sua protezione ed una forte percezione di paura. La reazione successiva consiste nel vissuto di rabbia, che costituisce proprio la base per una reazione protettiva, nei confronti del supposto pericolo.

Si parla di "supposto pericolo", perché uno stimolo esterno può essere innocuo in sé e per sé, ma può essere vissuto come minaccioso nel sistema psichico dell'individuo, strutturato sulla base di specifiche esperienze passate.

Comprendiamo quindi, quanto sia fondamentale permettere alla rabbia di esistere, per la sua funzione, per il suo valore, per la sua vitalità. Se le concediamo il suo giusto spazio, trascenderà l'espressione più immediata fino a trovare forme di sublimazione elevate, che producono una miscela esplosiva di vitalità e creazione. La rabbia diventa il colore stesso della vita!

"Non voglio più arrabbiarmi" è un abdicamento alla ricerca, rabbia disconosciuta che diventa pressa che schiaccia, comprime, annulla in un lento suicidio. Negare la rabbia significa alimentare la paura che nutre il dubbio e la ricerca razionale, di un equilibrio fondato sulle cose, che si dimentica dell'equilibrio fondato sul proprio mondo interno.

La rabbia costruttiva e costruttrice, diventa determinazione e responsabilità, lascia le sue spoglie per una ricerca curiosa insieme all'altro.

Non a caso, le forme di rabbia represse e patologizzate, rendono la cura impossibile, attraverso l'instaurazione di un transfert quasi esclusivamente negativo, che impedisce il processo terapeutico (Gabbard, 2003). Il transfert negativo, consiste nel vissuto prevalente di rabbiosità, aggressività repressa inanalizzabile, perché misconosciuta e negata. Il paziente è incapace di vivere o riconoscere un'emozione positiva e una spinta propositiva, nei confronti del terapeuta. Si trova nella costante condizione di doversi proteggere e difendere dagli altri, impossibilitato a fidarsi e ad affidarsi.

Non accetta e non fa entrare alcun gesto affettuoso, nessun avvicinamento. Non può proprio credere, che ci sia un dare disinteressato e caldo. Si rifiuta di accogliere, pena la compromissione della propria barricata difensiva.

La cura è una relazione, uno scambio di vita guidato dalla certezza del curante-sano, all'interno del quale il rifiuto di guidare l'altrui mezzo si traduce in un no alla negazione, all'annullamento. Dall'altra, il paziente in un clima di fiducia, deve accettare queste condizioni preliminari, per dare inizio ad un processo di crescita.

La rabbia costruzione e affermazione di sé, si distingue dalla rabbia distruttrice, in quanto fondata sulla certezza di sé, che non ha necessità di verifica, approvazione, né distruzione.

Si può aprire il proprio mondo, si può far entrare l'altro e nello stesso tempo si può far uscire qualcosa di sé, che spinge all'esterno, in visione della propria realizzazione.

Ecco l'importanza della certezza nel proprio sogno, nella propria verità, che non può essere scardinata dalla paura, perché alimentata dall'amore per sé e dalla fiducia di credere alle immagini, che danno vita a quel sentire dell'altro che non ha ancora trovato parole per esprimersi.

"Io non so attraversare il dolore" "Non so come fare" "Nessuno mi vuole". Accettare questo, significa lasciare nel buio l'altro, portare un bouquet sul letto di morte, senza voler essere visti, significa non permettere di ricordare quante e quante volte il tunnel del dolore è stato trapassato fin dalla nascita. La nascita stessa ne è l'origine, in quanto passaggio, tunnel buio e doloroso, verso un viaggio sconosciuto, in direzione di una luce enigmatica.

Credere al proprio sogno significa dire no ai detrattori della vita, no al lasciarsi imbalsamare, no alla "razionalità che si nutre del dubbio".

La fiducia fondamentale in sé, innesca la trasformazione del sogno, nel viaggiare insieme, con la sola certezza del sentire, che significa viaggiare errante, che si permette l'"errare" tanto saggio e ricco di apprendimento. L'errore non è più un demone spaventoso, ma un vestito appeso alla finestra, che ondeggia con il vento e trasluce strane ombre.

Curare significa dunque restituire all'altro i sogni, perché chi cura crede ai propri e alla portata del loro significato, alla loro forza, alla trasformazione ciò che non è visibile, ma che può diventarlo.

"Non voglio pensare a te quando non ci sei" significa non voglio pensare a me, illudersi che la relazione finisca nel momento del "ciao", illudersi di essere identici, di non aver viaggiato, di aver fatto tutto quanto fosse nelle proprie possibilità. Diventa: Non voglio muovermi, voglio essere morto, voglio imbalsamarmi nella tranquillità, non voglio assumermi la responsabilità del cambiamento.

Significa negare al corpo il suo sentire e il corpo arriverà ad urlare con quanto fiato ha in gola, pur di musicare la vita.

Non a caso, spesso la sofferenza, la chiarezza del buio, arriva attraverso il sintomo fisico, l'unico segno ascoltato, l'unico che non può essere veramente negato, nascosto o trasformato.  E' un regalo che il corpo ci elargisce, offrendo ulteriore voce che chiede attenzione, urla trasformazione e cambiamento, riappropriazione della vita.

Come ci insegna Lowen (1978), la percezione del piacere origina dal movimento di espansione dell'energia dal centro dell'individuo verso la periferia. Mentre la percezione di dispiacere e angoscia è generata dal movimento dell'energia che dalla periferia si dirige verso il centro, producendo una contrazione biologica.

Rintracciamo un'espressione evidente di questo meccanismo, nell'osservazione del respiro. Quando l'aria è libera di fluire all'esterno, si crea il giusto spazio per una sua successiva immissione d'aria, in un movimento fluido e ritmico, in cui l'individuo si sente libero di essere, di esprimersi e di espandersi. Al contrario, se l'aria esterna rimane intrappolata nei polmoni e nel corpo, riducendo la successiva emissione e la nuova immissione di aria, si crea un blocco e una forte contrazione della vita.

Il paziente che entra in terapia ha perso i suoi sogni, talvolta anche la capacità o la fiducia di sognare, costringendosi in una vita costruita sul fare, su impegni, oggetti, falsi riempimenti. Ha quindi strutturato un rapporto con sé e con il proprio corpo, assai limitato e bloccante. Spesso si riscontra "una fame di vita", rintracciabile nella "fame d'aria" tipica dell'asmatico o dell'allergico, che trova sfogo in un modello riempitivo di tipo bulimico. Si fa entrare tutto ciò che lenisce la sofferenza e che riempie la fame di sensazioni (farmaci, droghe, lavoro, internet, gioco d'azzardo, sesso compulsivo, shopping compulsivo, ecc.), creando una costrizione imprigionante e dolorosa.

Ciò che succede a livello organico è soltanto l'epifenomeno o espressione esterna e visibile, di quanto succede all'interno nel mondo psichico, che andrà a determinare tutta la gamma comportamentale dell'individuo. Questi si trova ancorato ad una contrazione dolorosa, ad una costipazione interna, incapace di espandersi all'esterno con tutto se stesso, attraverso la libertà di movimento del corpo, attraverso la realizzazione dei propri sogni, attraverso l'avvicinamento dell'altro a sé.

La relazione che cura dunque, deve ridare spazio al corpo e al sentire ad esso connesso, rivitalizzarlo attraverso il processo relazionale stesso e quello intrapsichico. La culla della cura risiede nel ripristinare la fiducia in sé e nell'altro, attraverso un viaggio osservato in due, nella certezza della propria meta.

Questa consapevolezza è l'imbarcazione che concede il navigare: amare e farsi amare, senza temere di essere deludenti, accettando che ciascuno mette nella relazione la propria ricchezza, diversa da chiunque altro, in un "come" diverso da chiunque altro. Le relazioni infatti sono trecce, tanto più colorate quanto diversi sono i fili che la compongono.

La relazione terapeutica, può essere tale solo se assume la veste di "relazione d'amore", intesa nel senso più ampio e globale del termine. Rappresenta un luogo privilegiato dove sperimentare fiducia e relazione in modo sano e diretto, dove tutto può essere detto e sentito, nello stesso tempo sarà sicuramente esplicitato e riconosciuto. Diventa quindi lo spazio di crescita di quel bambino, rimasto intrappolato nelle macerie d'infanzia, che nascosto fra i panni dell'adulto, ancora piange.

Lo scopo sotterraneo della terapia, consiste nel dare fiducia anche là dove sembra non esserci più nessuna chance, alimentare la vita anche là dove sembra essere scomparsa (Quinodoz D.). Far vedere quello che non si vede, far toccare ciò che appare inavvicinabile, far sentire quello da cui siamo spinti inconsapevolmente.

Lo scenario terapeutico deve riaprire ad uno spazio interno, che faccia emergere le risorse non viste, le passioni, i desideri e gli affetti tanto vitali. Deve riaprire alla "possibilità".

"Tu ti sei arrabbiata perché noi non ci arrabbiamo, tutti si arrabbiano perché ti arrabbi ...... è stato incredibile" (le parole di una giovane donna in terapia di gruppo).

Le parole citate, sono un esempio di quanto detto fino ad ora. All'interno di questo gruppo di terapia, indirettamente è stato fornito il permesso di arrabbiarsi, perché la terapeuta per prima si è arrabbiata, rattristata e arrabbiata che a loro, fosse stato privato il diritto di arrabbiarsi e di mostrare la propria emozione. Per la paziente in questione è stata una vera rivelazione, una ristrutturazione cognitiva ed emotiva, rispetto all'insegnamento familiare: "non ti arrabbiare, mostrati gentile, educata, cortese. Non urlare, non metterti in mostra, ecc."

Credere al proprio sogno, alla propria ricerca concertata si traduce in tanti piccoli attimi di vera ricchezza che trapassano la realtà delle cose, per riacquistare nuova fiducia in sé e nell'altro.

Il disturbo psichico, il dolore psichico, scatena angoscia panica proprio perché non si presta alla realtà delle cose, a spiegazioni causali visibili e misurabili, non offre una spiegazione rassicurante e concreta, come la diagnosi medica. La cura può essere accettata solo se il malato abbandona la richiesta di accudimento, di delega, di una prova tangibile della propria miseria umana di vittima inconsapevole, prendendo su sé la responsabilità della propria condizione, del proprio desiderio e della ricerca di cambiamento.

L'amore o transfert positivo, è relazione di fiducia in sé stesso e nell'altro, che guida la ricerca di senso della propria vita, in direzione del proprio desiderio autonomo.

L'amore si traduce nel dare all'altro la possibilità di restare o andarsene, con la responsabilità della scelta, con la certezza del permanere della ricerca dell'altro-curante-sano, che continua ad amare e vivere, nonostante l'assenza. Lo spazio terapeutico quindi, analogamente a quello "familiare ideale", rappresenta un luogo di crescita, dove la separazione e l'indipendenza sono favoriti, senza causare pericolo o angoscia.

Amare diventa capacità di stare in un luogo di intimità affettiva che non ha bisogno di verifiche tangibili, ma risponde dando un senso non tangibile al mondo interno, che vive in modo originale e proprio, gli eventi del mondo esterno.

Dove le parole possono essere bisbigliate a filo di voce, senza che si perda niente, all'interno di un'intesa, ben lontana dalla soglia dell'udibile.

Attraverso questa relazione di fiducia e "amore" si riattiva lo spazio del pensiero stesso.

Si tratta di un pensiero e di una comprensione che passa per il sentito del corpo, la sola modalità che permette il passaggio dal concetto astratto-insignificante al conosciuto-vissuto.

E' un percorso già compiuto molte volte, in epoche evolutive diverse. Pensiamo ad esempio al processo vissuto dal bambino nella comprensione ed esplicazione del linguaggio, senza conoscenza delle regole della grammatica e della logica, che studierà solo in seguito. Il bambino vive il linguaggio, perché vive la relazione, preso dal sentire nel presente, colorato di ingenuità, meraviglia, amore, fiducia, scoperta.

In questo vivere insieme la certezza, il curante usa la parola come segno che apre ad un pensiero, produttivo di un senso storico (non cronologico), evolutivo e creativo, ad un sentire e alle immagini. Curare è condivisione nella "parola", varco che restituisce il diritto della parola carica di senso, diritto di vivere, di essere sé di fronte agli altri, di dare legittimità a sé stessi.

Ci riferiamo alla parola intelligente, comprensibile e traducibile in sensi multipli, che però ha un solo senso, in quella specifica relazione.

La creazione di senso avviene in un processo, che si fonda sul vissuto del corpo e del sentito. Lo stesso che ha compiuto il bambino nel momento in cui ha percepito il senso della parola "paura" (come di qualunque altra) nel momento in cui si è trovato di fronte ad una richiesta, vissuta al di fuori delle sue capacità, dove il corpo sembra fermarsi in un blocco: il cuore non fa sentire il suo battito, il sangue si gela, ogni muscolo si pietrifica, il pensiero si comprime, l'occhio diviene vitreo.

La comprensione e condivisione di ciò, permette la distinzione fra la realtà materiale delle cose, la parola come segno inequivocabile e la realtà psichica non tangibile, di quella specifica nicchia emotiva e relazionale.

L'interpretazione diviene consapevolezza dell'immagine, del sentito nella relazione, offerta con parole cariche di senso, comprensibili all'altro. Le parole diventano come un guanto che calza perfettamente la mano che le appartiene e non richiedono ulteriori spiegazioni, la relazione infatti crea uno spazio comune di condivisione e "complicità".

La parola diventa creazione perché frutto di comprensione, trasformazione e condivisione creativa, del sentito che l'ha originata.

La realtà delle cose non viene negata, ma non assume valore in sé, in quanto secondaria rispetto alla realtà interna.

Come tale la relazione è il contesto di produzione di senso e legittimazione del mondo affettivo, attraverso la parola vissuta.

La risposta dunque, non può iscriversi nello stesso registro della richiesta, formulata sulla base del dubbio e dell'oscurità, ma conduce ad una ricerca di risposte creative e sane. Ogni segno quindi, le parole, gli affetti,i comportamenti, i sintomi somatici, le idee, non sono puri indicatori, contenitori vuoti, ma racconti di fatti psichici, veicoli di senso, da tradurre nel percorso stesso.

Nell'ottica terapeutica entrano in questione frustrazione e soddisfazione, che nella realtà della cura, non possono essere viste come tecniche asettiche, ma costituiscono i fili  conduttori della relazione stessa. La frustrazione è guidata da scopi precisi, dall'assenza di risposta a domande che implicano negazione, stasi, ripetizione e morte della propria capacità di relazionarsi in modo diverso.

La gratificazione si iscrive nell'ottica dell'abbondanza, sottostante la sanità del curante, dove anche il silenzio non è vuoto, ma ascolto di mille colori, tradotto in immagini e parole. Reso possibile dalla capacità del curante che non teme di mostrare il proprio sentire, di ascoltare il proprio mondo interno, in relazione a quella specifica persona.

Abbondanza significa riconoscere all'altro la sua immagine, restituirgli la sua ricchezza, mai vista o dimenticata.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

AA.VV. (1992). Le rabbie croniche. Torino, Bollati Boringhieri.

Gabbard G.O. (2003). Amore e odio nel setting analitico. Roma Astrolabio.

Lowen A. (1978). Il linguaggio del corpo. Milano, Feltrinelli.

Quinodoz D. (2004). Le parole che toccano. Una psicoanalista impara a parlare. Roma, Borla.

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