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21 aprile 2011 4 21 /04 /aprile /2011 15:18

CELLULARE E ORALITA' SECONDARIA

Di Sabrina Costantini

 

Parte II

 

 

     Con l’avvento dell’industrializzazione, ma in particolare dei mezzi quali la TV e successivamente di computer, cellulari, ecc., gli adulti hanno perso la possibilità di far rispettare le tappe evolutive e i bambini hanno perso l’infanzia, diventando adulti anticipati. La TV infatti, non discrimina chi ha davanti, trasmette informazioni, notizie e immagini, introducendo nella vita del bambino, in modo immediato e prepotente, tutto un mondo adulto, carico di violenza, erotismo, cinismo.

     Contemporaneamente, anche l’assetto familiare si è profondamente modificato, si è ridotto il numero dei suoi componenti interni, ritrovandosi in uno stato di nuclearità. Nello stesso tempo si è trasformato il rapporto di vicinato e del paese intero. I confini dei paesi si sono gradualmente estesi, si vive nell’anonimato e non ci sono più nonni o anziani saggi, che narrano storie e miti ai bambini e alla popolazione intera.  

     Proprio i nuovi mezzi tecnologici, ne hanno preso le veci. La TV è sicuramente un mezzo altamente rassicurante, non certo per il contenuto, ma per il narrare stesso. Il bambino riceve questo stimolo ogni volta che lo desidera, è sufficiente accendere un interruttore. Molti adulti stessi, accendono questo mezzo, durante gli impegni casalinghi. E’ rassicurante, perché la programmazione televisiva è sempre lì, è circolare e ripetitiva, come le storie, è un parlare continuo, suoni che riempiono le orecchie. Infatti, i cartoni animati e molte serial, presentano sempre la stessa realtà ripetitiva, non c’è cambiamento né linearità, ad ogni puntata tutto ricomincia da capo, con andamento circolare, con gli stessi comportamenti, gli stessi obiettivi, le stesse persone (pensiamo per esempio a Lupin III, a Mimì della pallavolo, ecc.) (D’Amato).

     Il cellulare assume un’analoga funzione, soddisfa l’oralità secondaria, quella sublimata e simbolica. Per certi versi ancora di più della TV, perché è maneggevole, a portata di mano e di tasca, permette di controllare la comunicazione: si sente chi si vuole, quando si vuole, senza alcun tempo di attesa. Permette di ascoltare parole in qualunque momento, che rassicurino dall’angoscia di solitudine e separazione.

     Oggi più che mai ci accompagna, grazie alla sua versatilità, che oltre a comunicare ci permette l’ascolto di musica, l’archiviazione fotografica di qualsiasi evento immortalato, la visione di filmati propri o presi da internet, l’intrattenimento offerto da giochi, ecc.

     Il cellulare nutre profondamente ogni attimo vuoto, ogni incertezza, ogni silenzio, ogni momento di noia, nutre il bisogno di sentir narrare e il narrare stesso, secondo i propri tempi, i propri modi e i propri voleri.

     Questa funzione, prima di tutti carpisce gli adulti, che esprimono questo forte bisogno di controllo verso i figli e le persone care. Tutto è a portata di mano, non c’è attesa, non c’è tempo di riflessione, non c’è angoscia.

     Nei racconta storie però, la narrazione era seguita da momenti di stasi, pause e attese (più lunghe del narrare stesso), fondamentali per far proprie le narrazioni, per trovarvisi un senso individuale, una funzione autorassicurante, per instaurare una dinamica relazionale, fatta di domanda e risposta, di rimembramento, di considerazioni, di assenza e di desiderio.

     Il cellulare invece, come tutti i mezzi di dipendenza, costituiscono un riempimento smodato, un tappa-angoscia, una mancanza di assenza e di riflessione. Si perde il potere di autoripiegamento su sé, di ripensamento, di ascolto, di vita stessa, di una vita in contatto con il corpo e le proprie emozioni. Proprio l’assenza, con l’attivazione delle funzioni riparative quali immaginazione, creatività, desiderio, produce uno spazio di crescita fondamentale, la possibilità di una fortificazione dell’identità, che si muove alla ricerca delle proprie risorse.

     Di conseguenza, le relazioni stesse non possono costituirsi e crescere, in armonia con le fasi di vita e con le necessità emotive. Il cellulare infatti, impone una distanza fisica dall’altro, mancano tutta una serie di stimoli, quali quelli visivi, olfattivi, tattili, che completano la comunicazione, rendendola vibrante e viva. Per non parlare degli SMS, attraverso di essi si litiga, si discute, si corteggia, si comunica, si ama ……… Ma come può un’insieme di segni grafici, di parole troncate, mal articolate, sostituire tutto l’insieme di sensazioni, emozioni, pensieri, nati nell’attivo dell’interazione viva e reale? Certo che tutto ciò è assai più complesso da vivere e affrontare, nello stesso tempo è essenziale per la crescita e la pienezza della vita stessa. Se non si affronta la vita, non si fa parte della vita.

     In questo isolamento vanno a mancare le competenze relazionali, che non hanno lo spazio di formazione e di crescita, aggravando ulteriormente il problema, si alimenta infatti insicurezza, instabilità, paura e scarsa fiducia in sé. Più si è insicuri, più è necessario avvalersi di “protesi” comunicative.

     Qualcuno ha parlato di autismo digitale (Chicchiarelli). Su internet si va da soli e si è soli, anche se si chatta con qualcuno, così se si inviano SMS o si parla al cellulare, si continua ad essere da soli. Non è un dialogo ma un monologo, ciascuno coglie solo ciò che desidera, in base ai simboli e alle poche parole dette. Ciascuno si inventa il personaggio desiderato, senza mettersi necessariamente in gioco.

     Sicuramente i genitori sono più tranquilli, perché i loro figli sono sempre rintracciabili telefonicamente e perché il computer e la TV li tiene a casa, lontani dai pericoli esterni. Ma chi li protegge da questi pericoli domestici? Che ne sarà della loro crescita? Come si può pensare che esprimere il proprio stato d’animo con un simbolo (JKLòM), possa essere paragonabile al parlare e sentire, guardando l’altro negli occhi, con tutta la difficoltà, la vergogna e le paure, legate a quest’apertura del proprio mondo interno?

     Il risultato di ciò è la crescita di individui insicuri, forgiati secondo modelli eterodiretti (dalla TV, pubblicità, internet, ecc.), in una cultura che alimenta e sostiene il narcisismo dell’immagine a discapito dell’essere. Si avranno individui apatici, asettici, autistici, privi di un vero contatto con sé e col proprio corpo. Il corpo per primo infatti, sottoposto a rimodellamento estetico, viene lasciato vegetare passivamente di fronte a questi mezzi di comunicazione, che lo tengono fuori dalla vita.

     Manca il contatto vero con il proprio corpo, con i bisogni e le sensazioni, si è ucciso il desiderio che si alimenta di assenza e indefinitezza percettiva. In questa condizione, la dipendenza da oggetti esterni è inevitabile, non c’è tolleranza della frustrazione e i bisogni vengono immediatamente soddisfatti con oggetti, risposte sempre disponibili, comprate ovunque, in un’ottica dell’usa e getta.

     I genitori stessi, che desiderano mantenere questo cordone con i figli, non favoriscono l’indipendenza e l’individuazione graduale (Mahler), ma mantengono la dipendenza emotiva e relazionale. Se non c’è autonomia dell’individuo, non può esserci possibilità di trovare delle risposte creative autonome, al disagio. Ci sarà sempre necessità di oggetti riempitivi: un SMS che fa sentire amati, una telefonata che fa illudere di non essere soli, una chat per fare amicizie, la TV per avere qualcuno che parla, il vestito alla moda per sentirsi “giusti”, ecc.

     Il cellulare è un nuovo oggetto transizionale, come inteso da Winnicott, è rassicurante, sempre presente, attivo, lo si porta in qualunque contesto (scuola, casa, in giro, ecc.), lo si tiene acceso la notte, così non si perdono mai occasioni!

     E’ impressionante come molti pazienti in fase di consulenza e psicoterapia, fatichino a spengerlo. Nonostante i servizi di telefonia che avvisano delle telefonate perse, c’è il forte timore di perderne, quasi costituisse una frattura irreparabile. Non si è più in grado di farne senza, di dedicarsi uno spazio completo, lontani dall’intrusione del mondo. Si esprime la forte angoscia ad ascoltare il vuoto e il silenzio del proprio contenitore.

     Non c’è quindi da stupirsi, quando leggiamo di atti di bullismo, questo è la normale conseguenza di ciò che insegniamo ai nostri figli. Li cresciamo in un mondo che corre e che si occupa solo di prestazione, immagine, potere, vittoria. Nel bullismo c’è una guerra da pari a pari, fra il più debole e il più forte, esattamente ciò che viene ripetutamente espresso in film, pubblicità, cartoni animati, giochi. Essere diversi, provare emozioni, avere paura, viene assimilato a debolezza, una condizione umiliante e pericolosa, da combattere.

     Ci si chiede il perchè, di tanta crudeltà inaudita. Per rispondersi, è sufficiente andare a guardare i giochi interattivi che si trovano on line, dove ci sono nemici da sconfiggere e trucidare, corpi da dilaniare, guerre religiose, mondi alternativi che permettono di vivere un’altra vita, costruita interamente secondo i propri bisogni. La vita del bambino e del ragazzo, sono piene di solitudine e di violenza. Essi trascorrono una buona parte della giornata a scuola, in condizione di apprendimento per lo più passivo, la restante parte si divide nelle ore di studio e di svago. Entrambe ancora passive, infatti ci si diverte per lo più, giocando al computer, alla play station, alla TV, messaggiando o telefonando.

     Riprendere l’atto di bullismo e poterlo rivedere, magari mostrarlo a milioni di persone, accresce ulteriormente il senso di potere e di controllo su sé e sugli altri, come se mettesse al riparo da possibili  momenti di disagio e solitudine.

     Si crea così un’elevata dose di aggressività repressa, determinata dalla staticità stessa del corpo e dalla violenza subita attraverso lo schermo fagocitante, che si insinua nella mente e nel corpo, pronti ad esplodere al primo innesco. I coetanei ritenuti più deboli, sono sicuramente un ottimo modo per far uscire tutta questa aggressività, accrescendo il senso di potere e forza personale, altrimenti vacuo. Sconfiggere la debolezza altrui, fa illudere di poter sconfiggere la propria debolezza e desolazione.

     Non a caso un’altra grande espressione di disagio, è rappresentata dal deficit dell’attenzione con disturbi dell’attività (ADHD), sempre più frequente nei nostri figli. E’ proprio questo corpo imprigionato, che esplode nella sua massima sfrenatezza e incontenibilità. L’agitazione psicomotoria, rappresenta una grande segno di angoscia, nello stesso tempo un meccanismo per trovare delle risposte, delle barriere, delle difese. Si muove all’impazzata, urtando contro tutti i confini fisici e psichici, testando la loro resistenza e richiamando l’attenzione, di chi dovrebbe tenerlo e contenerlo, in modo fermo e deciso.

     Perchè stupirsi, che in loro manchi attenzione? L’attenzione, non è solo un atto di volontà, è un processo cognitivo articolato, strettamente connesso con l’emotività. Se non c’è il contenitore e la certezza di poter stare senza contenuto o senza operare un controllo sullo stesso, non può esserci stasi e ascolto, tanto meno attenzione. L’attenzione, è strettamente legata alla stabilità, all’identità, ma anche alla passione, al desiderio, al piacere di fare e di stare. Come abbiamo già visto, la presenza assidua di oggetti riempitivi, uccide queste qualità di vita. La soluzione dell’ADHD, continua ad essere un oggetto esterno, che riempie un’esigenza forte: gli psicofarmaci (Ritalin e Prozac, i più gettonati attualmente). Altri “oggetti”, da vendere e acquistare, a propria disposizione in ogni momento, da cui sviluppare una nuova dipendenza.

     Molto spesso ci si dimentica che tutta la libertà e le possibilità fornite ai nostri figli, sono un’arma a doppio taglio, costituiscono senza dubbio una risorsa se supportate da un confine, da un contenitore, una guida d’uso, ma rappresentano fonte di distruzione, disagio, disorientamento, se mancanti del giusto rapporto delle cose. Se lasciati soli, i ragazzi non vedono cosa possa esserci di male nel videoriprendere sesso di gruppo, tanto più se si è tutti d’accordo!

     Non dobbiamo sottovalutare il problema, la gravità di queste nuove dipendenze e cominciare a frenare l’abuso, regolando l’uso. Non si deve permettere che il cellulare o qualunque altro strumento, costituisca una protesi del proprio corpo, esso deve essere un mezzo di utilizzo e niente più. Gli adulti per primi devono riprendere un modo diverso di stare in relazione, riacquisire o acquisire la capacità dell’attesa, della frustrazione, senza ricorrere a facili riempimenti.

     E’ importante dunque, ridare valore a quell’oralità secondaria tanto importante, mediata dalla relazione stessa, faccia a faccia, sguardo a sguardo, corpo a corpo. Riappropriarsi del gusto di ogni parola, recitata nel loro giusto tempo e spazio, accompagnata dal calore, dalle espressioni illuminati e allusive, di chi narra.

     Non a caso, la psicoterapia utilizza il linguaggio come medium primario di cura, mirando a dare un nome, un significato, un luogo, un investimento al proprio mondo interno, strettamente connesso con il proprio corpo. La parola intercalata dal silenzio, diventa musica, scritta in uno spartito significante per la vita stessa. Al contenuto, si aggiunge la relazione, giocata in uno scambio continuo di rimandi verbali e corporei. Solo così l’oralità e i bisogni sottostanti, riprendono la loro funzione.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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     Chicchiarelli D. Tecnologia e minori: è allarme. www.ghigliottina.it/ghigliottina1/html/modules.php?name=News&file=article&

     Consorzio Parsifal. Minori – Uso diffuso del cellulare fra i giovanissimi. www.consorzioparsifal.it/notizie.asp?id=1097.

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