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7 febbraio 2011 1 07 /02 /febbraio /2011 13:05

Cancro di vita, cancro di morte

Dott.sa Sabrina Costantini

 

 

Non sapevo perché mi fosse venuto in mente quest’idea prepotente, di scrivere qualcosa su quest’argomento: il cancro.

Continuava a girarmi in testa quest’idea, ma non sapevo cosa volessi comunicare esattamente.

Forse perché il cancro è una condizione molto più universale e diffusa di quanto si pensi. Forse perché ci viviamo fianco a fianco tutti i giorni. Il tumore è un bubbone che ci rimane sul gozzo, un peso che non riusciamo a digerire, un macigno che ci incurva la schiena, una falce che ci taglia le gambe. In definitiva, è un incubo che volteggia sulle nostre teste, che ci sveglia la notte e ci disturba il sonno.

La verità è che ognuno ha il suo cancro da estirpare, il suo nodo da sciogliere, un risanamento essenziale, pena la recisione della propria vita.

Ma tutto questo sentire, era vago, generico, non trovava una sua strada, fino a quando un giorno, ho visto Luisa per caso, in quel negozio.

Quando Luisa mi ha vista, mi ha ignorata come se non mi conoscesse o non mi avesse riconosciuta ed io, ho ricambiato la cortesia.

Aveva la stessa espressione di sempre, ancora più incarognita e truce. L’espressione di chi vive la vita con gravità, estrema serietà e pesantezza, raschiando dal fondo con sforzo, per controllare e mantenere un rigore, necessario e richiesto.

Ma richiesto da chi? Chi lo esige da lei?

In realtà da nessuno, solo da se stessa: il giudice più severo. Eppure ancora così presente, anche dopo la sgradita visita del suo tumore al colon.

Un tumore che rimarca la stitichezza e la ritenzione di Luisa, che concede a gran fatica un saluto e due parole di circostanza. Che evita come il diavolo l’acqua santa, chiunque non rientri nel cerchio delle persone catalogate familiari e accessibili, in base ad un criterio conosciuto da lei sola. Questa donna, si protegge dal mondo, allontanando il mondo stesso, sputandogli ancora addosso con gran rigore e metodo.

Dopo aver colluso con lei, ho avuto il desiderio di differenziarmi, avrei voluto rintracciarla e salutarla, ma si era dileguata al mio sguardo.

Ho pensato a quanto sia facile cadere in un circolo vizioso di rabbia, solitudine, tristezza, pretesa. Sì, la rabbia macerata nel dolore, diventa pretesa sordida e silente, nota solo a chi la vive.

Quanto è facile sfuggire al significato, che il corpo ci manda! Si delega la guarigione al medico, si lascia che il chirurgo tolga via e allontani da sé la parte malata, lasciandoci invadere da radiazioni e farmaci. Siamo bersagli perfetti, una sagoma bombardata, un corpo dilaniato e depauperato.

Ma chi, si ferma veramente a capire, cosa ci sta dicendo il corpo? Perché quelle cellule del nostro corpo sono impazzite?

Le cellule cancerogene improvvisamente smettono di lavorare al progetto comune dell’intero corpo, per andare in una direzione diversa, verso un obiettivo individuale.

Ma se questo gruppo di cellule si prende la briga di invertire la tendenza, di contrastare un ordine prestabilito da anni e generazioni, regolato da binari genetici, impiegando tutta la loro energia e rischiando la propria sopravvivenza, forse ci sarà un fine molto elevato. Forse quel percorso non è più così adattivo come si pensava, o non lo è più per quella persona, in quel momento. Ma tutto questo, viene  ignorato. Ci si affretta ad eliminare i sintomi e i disagi, per poter continuare la vita di sempre. Si fanno i salti mortali, pur di tenere in piedi la baracca: lavoro, abitudini, amici, interessi, ecc. Tutto, esattamente come prima.

Non si sa perché, ma non ci si può fermare, non ci si permette di arrestarsi ad ascoltare il corpo e la sua voce.

Pensate al dolore e ai suoi suoni. Già! Non li conosciamo, perché non gli abbiamo dato modo di farsi sentire. Gli analgesici soffocano la voce, che non può urlare il dolore del corpo, non può far emergere i suoi gemiti. Tutto rimane nascosto, da una condotta civile ed educata.

Si nasconde la propria condizione, si sorride, simulando un’imminente guarigione e dissimulando angosce e dubbi.

Il corpo è sempre più plastificato, artificializzato in organi, arti, posture, condotte e vissuti estranei, non naturali, decisi dall’esterno, da un qualche codice etico, religioso, o semplicemente narcisistico.

Siamo sempre più imbrigliati e prigionieri. Neanche la prigione del cancro, ci apre gli occhi. Siamo pronti ad offrirci come cavie da laboratorio, a demandare all’esterno il nostro potere di guarigione. Scompariamo, di fronte a noi stessi!

Luisa ti ringrazio, perché in un attimo, con il tuo atteggiamento, mi hai ricordato tutto questo. Questa tua durezza impenetrabile e imperturbabile, assolutamente scalfita dal tuo tumore, tanto imperitura da suscitare una pena infinita, mi ha insegnato la vita!

La pena e la tristezza costituiscono la porta d’ingresso per la tua infanzia, schiudono il nascondiglio della piccina, che ancora trema di paura e dolore. Da chi sarà arrivata tanta durezza? Da chi, tanta critica inesorabile?

La paura del rifiuto deve averti fatto battere la ritirata, tutto sotto chiave! Non entra nessuno. Fuori tutti quelli che fanno correre rischi, che richiamano parti nascoste, che potrebbero coinvolgere istinti non controllabili.

Avevo provato ad informarmi sulla tua condizione, attraverso amici comuni, ma non avevo ottenuto che risposte generiche.

Probabilmente, molto tempo fa, avevi deciso, che gli altri non dovessero sapere neanche della tua malattia! Dovevi controllare tutto, compreso quello che gli altri potevano sapere della tua malattia e della guarigione.Tutto doveva tornare come prima, il corpo rimettersi in riga e marciare come un soldatino, esattamente come tutte le cose e le persone della tua vita.

Potrà mai tornare come prima?

In realtà, nulla torna come prima. Non si può nascondere, non si può far finta di niente. La chirurgia taglia ma non elimina, non fa dimenticare, non risana, non fa digerire il boccone amaro, non ripristina la propria stabilità. Per questo occorre la consapevolezza della persona, la sua conoscenza risanatrice. Una conoscenza che liberi da quella rabbia diventata rancore stantio e persistente, che striscia nel fondo della nostra vita, ostinata fino a togliere l’aria ad ogni cellula, per farla perire.

Eppure quanta inconsapevolezza, quanto scetticismo, quanta debolezza!

Tante persone diverse, tanti modi di affrontare la sanità e la malattia, ma una costante ripetizione di negazione e fuga.

Una triste ripetizione!

Che dire di Milli? Anch’essa colpita da un tumore. Un tumore che minava la sua femminilità, la sua capacità di nutrire e guarda caso, spuntato fuori proprio quando la prima e unica figlia, stava cominciando a spiccare il volo.

Ma Milli, dopo tante lacrime disorientate e sperse, ha sconfitto il tumore. Sapete come? Con una nuova gravidanza, rinnovando la sua scelta di vita: il ruolo di mamma! L’unico, che vede congeniale a sé, assunto molto prima di essere effettivamente mamma, un testimone passatole assai precocemente dalla propria madre.

La maternità è un evento meraviglioso, un miracolo della vita, ma non può essere usato per risanare la propria vita, serve per darne alla luce un’altra, che sia libera di essere per come sente, senza debiti o carichi pendenti ancora prima di venire al mondo.

Mi chiedo cosa succederà, quando anche il secondo figlio crescerà e inizierà a spiccare il volo. Quale strategia troverà, questa volta Milli? Il fantasma è stato momentaneamente raggirato, ma l’incontro è solo rinviato.

Il  linguaggio incarnato nel corpo infatti, traduce la mancata comprensione del linguaggio emotivo. Se rispondiamo col corpo, rimaniamo sul piano concreto, creando una caduta del livello evolutivo. Se, non riusciamo ad utilizzare la malattia come momento di riflessione e cambiamento nello stile cognitivo-emotivo, non può verificarsi il salto quantico, che conduce ad una consapevolezza staccata dalla concretezza.

Il corpo, con la sua malattia, deve costituire il simbolo di qualcos’altro, il quadro d’insieme della propria vita, se non siamo in grado di discernerlo e cogliamo solo l’elemento concreto, regrediremo ai livelli precedenti, fino a macerare nella concreta terra

Infatti Emma, si è lasciata sola in una stanza d’ospedale, a piangere lacrime furtive e amare, ha perso la vita nel momento in cui ha smesso di pretendere qualcosa per sé, in cui ha abbandonato ogni sogno di ragazza, per lottare la vita solo nelle necessità concreta. Ha perso di vista ciò che non si vede, la vitalità, la passione, i sogni. E’ già andata, ancor prima che il cancro la porti via.

Quanto buio ci deve essere, nella tua anima, cara Emma! Ormai, non c’è via d’uscita!

Marco e Tiziana, una coppia che aveva ormai cresciuto i propri figli, ha trovato nel cancro di lui, un’occasione di dolore profondo. Marco ha dovuto affrontare la morte, fino ad allora scongiurata dall’onnipotenza e dall’illusione di una forza e di una giovinezza ritenuta eterna. Ha dovuto interrompere quell’attività, che lo faceva sentire maschio e forte, invincibile di fronte al mondo.

Il suo tumore ha dato l’opportunità anche a Tiziana, di riconsiderare sé stessa a trecentosessanta gradi. Per la prima volta s’è vista spersa, sola e incapace. Nel dover pensare la morte del marito, ha finalmente riconosciuto la propria condizione di totale dipendenza. Dove poteva andare, senza di lui? Cosa avrebbe potuto fare? Cosa avrebbe dovuto pensare?

Tiziana ha sviluppato una serie di attacchi di panico, aggiuntisi alle mille paure già esistenti: l’inizio di un viaggio a ritroso nella propria infanzia degli orrori, fatta di abbandoni e violenze.

Ricordo poi Orazio e Dida, con il cancro del 2000: l’HIV. In un continuo giuoco con la vita, ormai attaccata solo ad un filo, saltellavano ancora come adolescenti affamati di curiosità.

Persi in un modo illusorio, convinti più di prima di poter vivere come se niente fosse, con la stessa ingenuità e irresponsabilità dei bambini. Orazio e Dida non avevano più molte chance ormai, il corpo e la psiche aveva subito traumi, fratture, contusioni, incrinature di ogni tipo.

Eppure affrontavano la morte esattamente come avevano affrontato la malattia e la vita. Tutto questo sbattimento, non aveva introdotto nessuna consapevolezza. Continuavano a dormire e sognare momenti migliori, sballi favolosi, in un’altalena fra realtà ed fantasia.

Ma di tumori che consumano, ce ne sono tanti! In un’immagine lontana, emerge Mateo: laureato, colto, intelligente, con una discreta sensibilità. Era ustionato in modo indelebile per la maggior parte del corpo, viso compreso. Si era addormentato ubriaco nel letto, con la sigaretta in mano ed il materasso aveva fatto un gran falò, con lui dentro.

Nel post gruppo del centro alcoologico tentò di avvicinarsi ed io ebbi una reazione di ribrezzo e di ritiro. Non era il corpo ustionato, la faccia deformata che mi crearono disagio, non era la mostruosità esterna che mi inorridì, bensì quella interna. Mi dispiacque immediatamente, ma la mia reazione fu istintiva e piena di vita. L’orrore interno era devastante e orripilante, era una forza inesorabile che spingeva all’annullamento e alla morte. Quell’incidente non era un incidente, non era un caso, ma il prodotto di una forte volontà di morte, già pronunciata con l’alcoolismo di vecchia data.

Eppure, neanche l’abbrutimento e la devastazione del corpo, sembrano muovere realmente un mondo imperturbabile. Al massimo, sembrano lasciare posto alla vergogna.

Ricordo chiaramente Irma al primo colloquio. Portava un cappellino, assai fuori luogo rispetto all’abbigliamento, all’età e alla distinzione dei modi. Emergeva la vergogna di una testa ormai denudata della sua prosperità e dignità. Nonostante venisse a trovare una stabilità, a capire cosa le stava succedendo, nascondeva le parole che il corpo pronunciava! La perdita subita, la terra-testa bruciata dal dolore del corpo e della psiche, dai farmaci illusoriamente risanatori, era occultata dal un cappello, che le impediva di fertilizzarsi.

La vergogna! Era la vergogna aleggiava in primo piano ed aveva la meglio su tutto, compreso sulla volontà di vivere. Un sentimento, che sembra così assurdo e irrazionale, ma tanto potente e devastante la naturalità della persona.

La stessa vergogna, l’ho intravista in un uomo che si vedeva ridotto ad una larva umana dal suo cancro e si rispecchiava negli occhi degli altri, che rimandano la paura e la desolazione di un male che ti prosciuga la vitalità, ritira la carne dalle ossa, spolpandola come un cane rabbioso. Quella vergogna di non riuscire più, neanche ad alzarsi dal letto, che ti fa nascondere, ti fa abbassare lo sguardo, ti fa ignorare dal mondo, che ti rende incomprensibile, incompreso e solo.

Quella vergogna, che ti uccide ancora prima che il cancro ti porti via.

Vergogna che obbedisce alle regole esterne del dover essere, a canoni decisi altrove, che dimentica il centro di noi stessi, per mettere in primo piano l’immagine e la vacuità.

E’ questo il cancro che uccide, il cancro di morte. E’ la mancata comprensione di un messaggio di vita, di un avvertimento che non viene colto e che porta all’estreme conseguenze. Il cancro di vita si trasforma gradualmente, diventando messaggio di morte e distruzione.

Se smettiamo di ascoltare il tremolio delle nostre gambe e il battito dei denti, per ascoltare le parole sepolte nel profondo di noi, il cancro si rivela grande maestro di vita, insegnante colto e generoso. E’ un fulmine che ti sconquassa, un’angoscia perforante che penetra il tuo mondo e lo taglia in due, lasciandoti svuotato, senza parole, ma in attesa di germinazione.

Il cancro è morte! Il corpo si salva solo se ci arrendiamo alla morte della psiche, che perde le antiche sembianze, rinnovandosi, per rinascere ad esistenza nuova, in un corpo rigenerato e risanato.

Il cancro, proprio perché ci toglie i capelli, devasta l’aspetto, affama l’organismo rendendolo irriconoscibile a noi stessi, ci riporta ai minimi termini, ci offre la possibilità di trascendere il corpo stesso con la sua immagine, per ritrovare un corpo vissuto, rappresentato e sentito al suo interno. Un vissuto essenziale non per gli altri o per l’immagine rivolta al mondo, ma per sé e per il proprio “ben-essere”.

Come sostiene il Dott. Hamer, il cancro come altre patologie, costituiscono l’espressione di un conflitto che si esprime su tutti i piani, psicologico, neurologico, organico. Per la guarigione, è essenziale coglierne il senso, dirimerne i termini.

Del resto, ogni parte del nostro corpo, ogni malattia o sintomo trascendono sé stessi, ci parlano del corpo intero, della persona nella sua globalità, di come vive sé stessa, il mondo e le relazioni. Allora, la malattia costituisce una grande opportunità, un’opportunità di vita e cambiamento! Certo non è facile trascendere la disperazione e lo spavento del momento, il disorientamento dato dalla diagnosi, ma per riuscire ad andare oltre la condizione particolare di quell’organo, per trovare una nuova strada a favore dell’individuo tutto, è essenziale provarci e riuscirci.

Finalmente, torniamo in primo piano noi con noi stessi, con il fondo più nascosto, con la propria coscienza, la propria integrità, la propria rabbia e vitalità.

Forse è per questo che mi ha catturato tanto l’idea di immergersi in questo universo e lo capisco proprio ora, che sono arrivata al capolinea. Il cancro è isolamento. Esattamente come le cellule cancerogene ci mostrano nella loro somatizzazione, l’individuo si rinchiude nel proprio rancore, macerato dal tempo e dalla ruminazione del pensieri.

Come le cellule tumorali si distaccano dal resto del corpo e dalla finalità dell’intero organo, la persona si distacca dalle proprie origini, dalle radici familiari e dalla rete relazionale. Un rifiuto ed una chiusura che si trasforma in negazione di sé stessi, deprivazione di vitalità.

In questo senso, il malato di tumore è uguale allo schizofrenico, che si ritira nel proprio mondo di illusioni ed allucinazioni, teso ad evitare le emozioni come fossero peste bubbonica. Allo stesso modo l’alcoolista decide di bruciarsi nelle fiamme della mostruosità umana, il sieropositivo rincorre rapporti “infetti” e paradossali, il tossicodipendente cortocircuita la propria vita in uno stantuffo e così via.

Lo schizofrenico non cerca il brilluccichio negli occhi dell’altro, per rispecchiarvicisi e nutrirvisi, ma produce lui stesso il suo brilluccichio, espresso in una luminosità speciale dei propri occhi, alimentata dall’illusione e dall’autoreferenzialità. Ha rinunciato alla vita e alle speranze, molto tempo fa. Ha smesso di chiedere qualcosa per sé!

L’ha già capito anche la figlia di Milli, che ha raccolto il testimone: è la relazione la chiave di tutto. Il cancro si sconfigge con una proteina, considerata in relazione con le altre proteine correlate.

La relazione, l’apertura all’altro, diventa disponibilità a farsi portare dalla corrente, a cavalcare l’onda del cambiamento, ad aprire sé stessi alla vita, in una scelta rinnovata quotidianamente.

La solitudine autoimposta, orgogliosa e sterile, rappresenta il vero cancro dell’uomo!

Il cancro di vita dunque, rappresenta una condizione che offre un ritorno a casa, esattamente come hanno fatto Häns e Gretel, dopo aver superato la seduzione dell’immagine, dell’offerta golosa, l’offesa subita, subdola, violenta e quel fiume che ha imposto loro la separazione. I due bambini hanno dovuto riconoscere e ricongiungere la madre buona e quella cattiva, il bene ed il male, l’essenza e l’immagine, il cancro di vita ed il cancro di morte.

Hanno dovuto affrontare la solitudine ed il buio del loro bosco interno, per poter ritrovare la gioia del ritorno, le fondamenta dove dimora la psiche!

E’ così che, dopo aver rinunciato all’apparenza, sono tornati a casa, ormai arricchiti e individualizzati.

Nello stesso modo, bruciando la strega nelle fiamme dell’inferno narcisistico, il cancro può riportarci con freschezza da dove siamo originati.

Il tumore è uno choc ed una prova, un’occasione difficile da cogliere, ma assai preziosa!

Può essere tumore di vita o di morte, dipende solo da noi.

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