Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
5 ottobre 2011 3 05 /10 /ottobre /2011 11:25

C’era una volta un Re

 

 

C’era una volta un Re, prigioniero dentro il suo stesso castello.

Chi lo teneva prigioniero?

Nessuno. Apparentemente nessuno, ma lui si sentiva prigioniero di quell’enorme castello, di quelle mille stanze, delle torri, dei servi, dei paggi, dei giardini e delle ricchezze.

Evidentemente gli avevano fatto un sortilegio, un sortilegio invisibile, magari proprio da una strega, passata inosservata chissà quando chissà come. Un terribile sortilegio.

Erano ormai anni, anzi forse l’intera esistenza che credeva fermamente di doversi difendere dagli altri, da chiunque altro, dal mondo intero. Non si fidava di nessuno, il mondo era pieno di ladri, approfittatori, manipolatori, detrattori. Via, via, lungi da questo castello. Brr….

Il mondo era pieno di poveri  e si sa quando uno è povero, quando conosce i morsi della fame è disposto a tutto, veramente a tutto. Lungi da questo castello, marrani!

E poi, non si sa come non si sa perché, questi poveri pretendono da lui, vogliono, vogliono, per il solo fatto che è un re, un potente, uno pieno di ricchezze. Non si sa come non si sa perché, lui dovrebbe essere per forza magnanimo con loro, che non sanno come arrivare a sera.

Ma chi lo dice che deve essere così? Si ripeteva indispettito fra sé e sé il nostro re. In fin dei conti, lui aveva pagato caramente ogni centesimo, ogni minuscola pietra preziosa e questo nessuno lo sapeva.

Per stare là dove si trovava, aveva dovuto subire quelle interminabili lezioni, passare ore ed ore in biblioteca fra libri di ogni tipo e rintocchi interminabili, fra prove di equitazione, buone maniere, ha dovuto ben presto imparare a seguire il codice reale, rinunciano ai giochi di bambino, alle litigate coi compagni, a rincasare sporco di terra, a commettere marachelle, a dire bugie, ad innamorarsi, ha dovuto rinunciare per sempre ai propri sogni.

E nessun mucchio d’oro, potrebbe mai ripagarlo di tutto questo. E allora chi erano questi che venivano a bussare alla sua porta, con cotanta pretesa? Cosa potevano mai sapere loro bifolchi, di quello che aveva perso? Di quello che non sarebbe più tornato?

Ora era lì, bello pasciuto, con la corona in testa, l’abito rosso fiammante, seduto sul suo trono regale, che si era guadagnato, si meritava fino all’ultima ora della sua vita. Cos’altro voleva mai, da lui?

Ma se poi guardava intorno a sé, scorgeva una prigione invisibile, delle sbarre che non gli permettevano di andare, qualcosa che gli toglieva la libertà. Ma gli girava la testa, non sapeva darsene ragione.

Ma dove, cosa, cos’erano queste sbarre? Di fatto non c’era nulla. Era l’uomo più potente del regno, il più ricco, il più temuto. Chi mai poteva fare questo, a lui?

Di fatto era imprigionato e quella reclusione si chiamava SOSPETTO, SFIDUCIA, AVARIZIA, che mescolandosi creavano una pozione magica assai potente, potentissima, al punto che lo sotterravano nella sua gabbia dorata.

Non si faceva avvicinare da nessuno, non dava niente e non permetteva che gli si donasse alcunché, non aveva nessuno con cui ridere, non c’era spalla su cui piangere, nessuno di cui preoccuparsi, nessuno con cui battibeccare, nessuno.

A Cosa gli serviva allora, tanto denaro? Non poteva neanche uscire a spenderlo, ad ogni angolo poteva esserci un millantatore.

Era in gabbia e non sapeva come uscirne. Il suo codice reale non gli forniva alcuna soluzione a questo dilemma.

Un giorno, si sedette nel lussureggiante giardino reale e pianse, pianse amaramente e non sapeva a chi o cosa aggrapparsi, niente aveva consistenza, apriva le sue mani e non scorgeva nulla, erano vuote. Baratro, desolazione profonda!

Forse doveva farla finita, forse quella era l’unica vera soluzione. Dopo tante lacrime, capì che non gli importava di nulla, tutto quel denaro l’aveva pagato caro, era costato la sua vita, ma se non lo spendeva, se non lo condivideva con gli altri, l’avrebbe pagato ancora più caro, la sua vita sarebbe stata persa. Ma non sapeva che fare, lui non aveva mai fatto niente di diverso da quello e così chi era venuto prima di lui, chi prima di lui aveva soprasseduto quel trono.

Lasciò che il corpo lo guidasse e con molta semplicità andò verso il viale, guardò l’alto cancello, si avvicinò e lo spalancò. Tenne la porta aperta e attese che qualcuno si facesse vivo.

Aspettò e aspettò, ma nessuno si presentò a lui. Aspettò e aspettò ancora e allora pianse ancora amaramente. Aveva provato a cambiare, ma niente era valso il suo sacrificio ancora una volta, per l’ennesima volta. Non aveva più voglia di lottare, era stanco.

Pianse tante lacrime amare e si sentì come un sacco vuoto. Non aveva la forza di contrastare il suo corpo e la sua mente, era stanco ed il suo corpo regnò sovrano su lui, le sue gambe si misero a camminare, camminò lungo il vialetto, oltrepassò il cancello e ancora oltre, le gambe camminarono e camminarono fino a che non trovarono festa e gente allegra, sporca, povera, stracciata, umile e semplice, ma allegra.

Si avvicinò, voleva brindare con loro ma un “Oh!!” si mosse fra la folla, c’èra meraviglia e spavento, gli si aprì un varco in quella folla e tutti si fecero da parte e nessuno osava avvicinare il temutissimo re. Lui voleva regalare la giacca purpurea, le perle, gli ori, ma nessuno osava avvicinarlo.

Così, il nostro caro re desolato, tornò nel castello dorato e più ci pensava e più era indispettito e arrabbiato di tanta ingratitudine, dell’insolenza indicibile degli uomini. Perché non avevano accolto quei beni preziosi, che lui donava generosamente? Come osavano rifiutarlo? E poi, gli hanno chiesto per una vita e ora che donava spontaneamente, non andava bene? Che fosse stato stregato tutto il regno! Maledizione!

Quando la rabbia scemò, lasciò posto alla tristezza e al vuoto, pianse più che mai, si disperò, voleva farla finita, non c’era via d’uscita da quella gabbia, quello era l’unico destino possibile per lui. In un atto inconsulto, impensabile per una reale maestà, si strappò le vesti dalla disperazione, si rotolò in terra per sbattere contro qualcosa, per sentire il contatto con qualcosa di vero, di solido e accogliente, per avere almeno un ritorno, un contrasto. Allo stremo delle sue forze, con la volontà vacillante, sporco e malmesso,  incredibilmente le sue gambe ripreso il cammino del mondo e lo condussero ancora dove c’era festa e povertà.

Aveva gli occhi sbarrati, era intorpidito, stanco, sporco, smarrito e dolorante.

Qualcuno si accorse di lui e gli chiese “Chi sei?”

“Un disperato! Ho bisogno di te.”

“Chiedi e ti aiuterò come posso.” “Vieni, anch’io ho bisogno di te!”

Allora …. tintinnando insieme, crearono una magnifica melodia.

 

 

                                                                                                                    By Sabrina Costantini

 

Condividi post

Repost 0
Psiche-Soma in libertà - in storie
scrivi un commento

commenti