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14 marzo 2012 3 14 /03 /marzo /2012 11:35

CAPITOLO X

 

Ridere d’Abbondanza

 

 

 

E così è iniziata una nuova era, io e lei insieme, che facciamo, che cerchiamo di fare molte cose insieme, ridiamo, scherziamo, cantiamo, discutiamo, litighiamo, insomma cerchiamo di recuperare il tempo perso.

Lei piccola Gruffalina, è sempre allegra, saltellona, imbronciata, ironica, spensierata, creativa, ha mille idee, se ne inventa una al minuto, mi riempie la vita, sì veramente la vita.

Quando le vengono le ciricoccole poi c’è veramente da tremare, mi fa un sacco di scherzetti, mi mette nei guai, mi fa sentire in imbarazzo, senza parole, in castagna, è birichina assai ma leggera e spensierata, immediata, diretta.

Ma la cosa che più amo di lei, quella che apprezzo di più è la sua capacità di guardare le cose, con occhi immensi, aperti alla vita, senza pregiudizi e con una sapienza oltre ogni pensabile confine.

Non smetto mai di sorprendermi di come lei mi sorprenda. E’ piccola, eppure talvolta vede molte infinite cose più di me. Ha la capacità di sentire ed intuisce ciò che si nasconde sotto la facciata delle cose e delle persone. Può vedere veramente oltre. Pur stando con gli occhi aperti, sente e vede con l’anima!

Allora sempre più, trovo il coraggio di darle ascolto, di lasciarla parlare, di lasciarla guardare liberamente, di lasciarle spazio, di non censurarla in alcun modo.

Vi assicuro che non è facile, ciò che vede è bello, curioso, interessante ed intelligente, ma anche profondo e vero. Di quel vero talvolta scomodo e doloroso, quel vero che richiama alla terra, alla responsabilità, chiede di farci coraggio dentro di noi, come chioccioline di fronte ad un mare in tempesta.

E dunque ci provo. Andiamo insieme e cerchiamo di arricchirci l’un con l’altra.

Ogni giorno, vivendo la mia quotidianità con lei, andando a lavoro con la piccina al mio fianco, mi osservo e osservo i genitori che portano i loro figli al nido, all’asilo, a scuola, osservo le persone sconosciute dentro le loro auto durante il tragitto, osservo le persone al supermercato, nei bar, negli uffici, nelle loro postazioni lavorative.

Osservo chi attraversa frettolosamente le strisce, chi attraversa senza strisce, chi pretende di passare a tutti i costi, chi urla e strombazza di prima mattina, chi non ti degna neanche di un saluto, chi si nasconde dietro occhiali scuri, chi fuma, chi discute, chi telefona all’infinito, chi si strafoga di brioche ancora prima di aver aperto gli occhi sul mondo, chi mastica cewingum, chi mastica pensieri e rimugina per proprio conto, chi si digerisce il proprio stomaco, chi si rode il fegato ……..

Osservo e osserviamo tutto il movimento intorno a noi, il frastuono ed il silenzio assordante, le luci, i bagliori intollerabili, l’immobilità, la rigidità, l’ignoranza, l’egoismo, il menefreghismo e ancora peggio la freddezza.

Osserviamo, ci osserviamo e ci scambiamo commenti. La piccina ne dice di tutti i colori, si sorprende in continuazione, fa domande e chiede spiegazioni, che spesso non so trovare.

Ma guarda quello lì! Che espressione, sembra che ce l’abbia con qualcuno! Che sorriso, a me non pare che sia contento! Non si diverte. Che starà pensando? Perché ha gli occhi all’ingiù?Perché fa quel gesto? Con chi sta parlando? Che sta dicendo al suo piccino? Dai, dimmi perché! Ma perché è così, perché? Ma che strano, ma …… ma ….. Non ho risposte.

Non so che dire. Sono perplessa.

Ma com’è vestito? Sembra un cow boy! Quello sembra un pilota della formula uno. E quella lì è la sorella o la mamma? Sono vestite uguali o quasi uguali. Quella mamma lì, sembra come …. Sì, sembra Saylor Moon, che strano! Ma perché urla così? Cosa ha fatto il suo bambino?

Sì, anche i piani sono stravolti e oltre alle facce anche gli atteggiamenti e l’abbigliamento parla di tipi, di ruoli, di figure, che non necessariamente corrispondono ad un contenuto. Ma questa è un’altra storia, per ora tralasciamola per non andare troppo in là e confonderci anche noi.

Vedo facce sempre tristi, arrabbiate e di rimando la piccina mi dice guarda, là che faccia incarognita, quella sembra proprio impegnata, seria, quella sembra assai preoccupata, pensierosa.

Ancora le mostro facce professioniste, facce sapienti e saccenti, sarcastiche e arroganti, vedo tante facce indifferenti, sofferenti, assenti, misteriose, guardinghe, trasformate, trasformiste. Maschere. E lei mi chiede: perché?

E’ una domanda molto difficile. Una di quelle domande che solo i bambini si fanno e ci fanno. Porgono a noi, detentori dell’adultità e della sapienza, a cui non riusciamo così facilmente a rispondere però.

Tutti noi, siamo tutto questo. Non un bello spettacolo, in verità. Non una realtà serena. Siamo tante cose, ci trasformiamo in base alla realtà del momento, alle richieste, alle esigenze del mondo esterno, del lavoro, degli interessi, degli hobbies, delle amicizie, della famiglia, si corre, si sta fermi, si saluta, s’ignora, si lavora a testa bassa, si procede a passo lesto, si ruggisce, ci si allena, si suda, si legge, si studia, si insegna, si apprende, si forniscono sapientemente dei dati, le statistiche, ci si informa, si digita, si parla. Si fanno un sacco di cose, in modi e momenti diversi. Molte maschere.

Io lo vedo naturale, comune, frequente, ma per fortuna lei noi, lei percepisce l’assurdità di tutto questo e continua a non comprendere, a non condividere affatto. Si sorprende. Continua ad interrogarsi e ad interrogarmi.

Magari ci stupiamo, quando vediamo noi stessi riflessi nei nostri bambini, ci stupiamo della piega della loro bocca, degli occhi all’ingiù, della loro desolazione, della tristezza, del mutismo, dell’incapacità di sorridere ai loro compagni, di dire una parola gentile. Ci stupiamo e non capiamo perché non ci salutano quando andiamo via, perché non ci danno spontaneamente un bacio, perché non ci guardano nemmeno quando andiamo a prenderli, perché non ci sorridono e non ci accolgono con calore.

Perché i nostri figli sono così? Si chiedono i più fortunati di noi.

Ma la piccina non si stupisce affatto, vivendo tutto questo da tempo, anche lei si ammutolisce, smette di aver voglia di saltare, ridere, cantare, com’è suo proprio e se anche lei tace, è un bel guaio! Siamo in un  bel guaio! Siamo arrivati al capo linea.

In effetti, noi due insieme forti della nostra unione, vediamo poche facce sorridenti e serene! Nessuno di noi ride e basta, nessuno più ride di piacere e di gusto, con la pancia che si muove e la bocca spalancata.

Perché mai deve essere così difficile ridere? Perché mai, dobbiamo farci travolgere dalla valle di lacrime? Perché mai, dobbiamo privarci della leggerezza e dell’abbondanza?

Leggerezza non significa superficialità, non priva il nostro impegno quotidiano di importanza e serietà.

La bambina me lo dimostra giornalmente, saltellando e ridendo impara molte più cose di noi adulti, la sua flessibilità, la sua intuizione, la sua comprensione è su un altro universo, non c’è paragone. Giocando, lei progredisce momento per momento, va avanti in continuazione, diventa sempre più piena di cose, gaiamente saggia e consapevole.

Siamo sicuri che fare con un cipiglio cupo e serio, produce un miglior risultato ed una maggiore professionalità? Siamo sicuri di doverci ammantare a tutti i costi, di questa serietà?

Siamo sicuri che la bocca all’ingiù, tesa e serrata sia più appropriata e salutare di quella all’insù? Siamo sicuri che dentro la gioia e la serenità, non ci sia molta più comprensione, progressione, creatività e creazione rispetto a quanto risiede nella severità e nella rigidità?

Pack Adams ce l’ha dimostrato, a discapito del clima serio e compunto della medicina e degli ospedali, a discapito della gravità abissale della morte. Sapersi prendere con leggerezza, saper ridere, stare con semplicità anche nel dolore e nella malattia, rende più umana e avvicinabile la guarigione.

Finché lo stesso Pach era ricoverato in psichiatria, era ancora più lontano dalla guarigione, l’etichetta fornitagli e l’impegno serioso del medico che si prendeva cura di lui, non faceva altro che lasciarlo paradossalmente in quel baratro.

Pach Adams comprese anche che le persone supposte “pazze” rispondevano semplicemente alla complessità della vita con paura, rabbia, tristezza e disperazione, che avevano solo bisogno di attenzione e amore. Guarda un po’!

Lui stesso ha cominciato a guarire nel momento in cui ha rifiutato quell’etichetta e tutta quella serietà, prendendo in mano la propria vita con il sorriso e l’abbondanza, allentandosi del peso inutile della vita. Eppure ha conosciuto la disperazione, la voglia di morire, il confine fra  sanità e follia, eppure ha deciso che ci poteva essere altro, che c’era un’altra strada.

Lui piace molto ai bambini! Ha un naso divertente e scansonato. Rosso e abnorme! Non si sa se per le lacrime o se per le risa. Un po’ si prende gioco di noi, un po’ si prende gioco di sè! E’ simpatico. La piccina si diverte un mondo, come con tutti i pagliacci del circo!

Ma del resto, la vita non è come un grande circo, con animali di ogni sorta?

Fino a qui l’abbiamo visto quanti ce ne sono, topolini allegri e gioiosi, la volpe astuta, la civetta, il serpente, la chiocciolina marina, la balena e ……

Oltre a ciò, la mia piccola mi suggerisce nell’orecchio, giusto per farmi fare buona figura, che serietà e avarizia sono colleghi.

E’ vero, non c’avevo mai pensato. Che stolta adulta, che sono.

In fin dei conti la persona seria e computa, proprio come me, certo è affidabile, presente, costante, precisa, ma è avara, avara con sé stessa rispetto ai piaceri della vita, avara rispetto ad un po’ di calore umano, avara di riconoscimenti, avara di leggerezza, di semplicità.

La serietà dunque, ha pochi mezzi a disposizione, perché si priva della generosità e dell’abbondanza. Di quel dare senza un senso specifico, senza un motivo, senza un tornaconto, senza una direzione, senza paura alcuna. Si offre un sorriso, anziché un grugnito e si riceve un sorriso, si offre una luce e si riceve un colore.

E poi, serbare perché? Per chi? Con quale significato, quale guadagno?

Io ho serbato del mio corredo, le cose migliori in soffitta. E quanto il tetto ha fatto acqua e sono dovuta andare a riprendere tutto ciò che vi avevo riposto gelosamente con cura, ho trovato una brutta sorpresa. Un topolino aveva trovato assai squisiti, i miei asciugami migliori.

Ben mi sta! Ho serbato, per dar di che pranzare ai topi!

Lo stesso vale per una parola gentile, per un sorriso, per un abbraccio di conforto. Perché ci riserviamo? Per chi lasciamo, tutto questo? Li teniamo da parte per cosa?

Abbiamo idea di quanto perdiamo? Di quante privazioni inutili?

Perché ci costa così tanto aprire veramente la nostra porta?

Di solito noi crediamo di aprirla agli altri, ma in realtà non è così, stiamo solo dietro lo spioncino. A distanza, protetti, rinchiusi e avari, a spiare senza mostrare niente di noi.

Speriamo di non accorgersene troppo tardi.

Ma non voglio rivolgere lo sguardo verso ciò che manca, ma piuttosto verso ciò che c’è e so che l’abbondanza richiama abbondanza e alimenta le infinte risorse dentro di noi. L’arcobaleno ci illumina gli occhi e le speranze, il sole alimenta il nostro buon umore, la vicinanza ci unisce al mondo, la fiducia ci permette di realizzare i nostri sogni, l’amore produce rispetto.

Se ci limitiamo a dare solo acqua alle nostre piante, le manteniamo in vita, ma progressivamente proprio quell’acqua scolerà gradualmente dal terreno, tutte le sostanze nutritive in essa sciolte, occorrerà allora anche concimarle per dare colore e abbondanza di fioritura. Solo così si avranno piante rigogliose. L’amore e l’abbondanza, le renderanno rigogliose e belle, incommensurabilmente belle.

Vedo tutto questo grazie alla mia piccina oggi qui con me, che mi aiuta a distanziarmi da questa realtà di noi tutti, a cui ci siamo ormai assuefatti senza senno. Lei mi permette di discernere tutto perché semplicemente guarda con aria interrogante, si stupisce, si acciglia e si chiede. Lei non comprende tutto questo spreco, questa serietà, questa tristezza negli occhi di tutti.

Lei guarda senza filtri mentali. Lei guarda! Lei guarda e vede! Che occhi grandi che ha. Occhi puri, puliti, occhi che vedono.

Perché mai diventare adulti, porta necessariamente a diventare seri e tristi? Io non so risponderle alla prima. Ancora una volta, non so dare una risposta sensata. E rimango di stucco, immobile, inebetita e silenziosa.

Ma non c’è. Non c’è necessità di perdere il sorriso ed il piacere. Si può crescere con leggerezza, con sufficiente leggerezza anche in mezzo alle orribili pesantezze, che spesso la vita ci riserva. Si può ancora giocare, si può sognare.

In fin dei conti, il Topolino è allegro e gioioso, è questa luce nei suoi occhi che permette alla sua mente di trovare soluzioni ingegnose, anche quando si trova di fronte al mostro più orrendo della sua anima, anche quando sembra non esserci soluzioni, quando si vede un buon pasto del mostro.

La mia piccola Gruffalò mi ricorda che tutto ha inizio, quando i grandi vogliono imporre a tutti i costi il codice reale, allora lo sappiamo bene cosa succede. Qual è la nostra triste sorte, l’abbiamo visto molto bene e l’abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Abbiamo visto quante tristi vicende hanno subito miliardi di bambini di tutto il mondo, di accenti e colori diversi.

I grandi, dall’alto della loro sapienza e della loro ferrea regola, sono saldamente convinti che il loro ordine sia l’ordine, sia tutto ciò che deve essere, la cosa buona e giusta, sia la vita, ciò che deve essere, la crescita. Sono proprio ottusamente ancorati a dei pensieri, a delle modalità immutate nel tempo, nei secoli dei secoli, eppure sempre più caricate di rancore e odio, di catene sempre più pesanti, di fantasmi che si aggiungono da generazione a generazione.

Si continua a mietere vittime, ma questo non basta, non è sufficiente ad aprire la mente, la consapevolezza. L’umiltà sembra suonare insensatamente come una debolezza.

La bambina che è in me, si sta agitando angosciosamente, di fronte alla vista di questi sepolcri imbiancati, di fronte a delle mummie immote, a regole scolpite sulla pietra col sangue, trasportate con grande dolore e fatica sulla schiena di gente per bene, di gente povera, sulle spalle della gente semplice e umile, resa schiava da un’idea esterna, sulle spalle di bambini, di innocenti e del loro libero futuro.

Si promulga una legge, perché senza legge non si può vivere, senza ordine ci sarebbe il caos, la specie umana scomparirebbe e questo non lo si può permettere assolutamente. Che ne sarebbe di noi? L’anarchia non è pensabile.

Neanche la monarchia però. Siamo in due e non si sa perché, uno dei due deve perire o semplicemente ubbidire. Forse possiamo trovare altre strade, forse possiamo prenderci per mano e sfruttare l’uno la forza dell’altro. Forse si può vivere in pace, ma molto più di questo, si può godersi la vita, si può viverla saltellando leggeri e leggiadri come farfalle, ruggendo come pantere, spuntando da cespugli come coniglietti curiosi, librandoci alti nel cielo come falchi e sbirichinando sugli alberi come scoiattoli.

Non è un mistero, un segreto o una verità per pochi, è la realtà che abbiamo vissuto tutti noi. Quando una parte di noi viene sabotata, negata, repressa, rinchiusa in un buco scuro, annullata, allora una parte importante viene meno, una parte della nostra vita si perde per strada. La nostra emotività, la vitalità, l’intelligenza più fresca e mobile, la voglia di vivere, il sorriso, l’ingenuità, la bontà di sentimenti se ne vanno con un soffio. Non resta neanche l’ombra di tutto questo.

Che rimane di noi? Qual è il colore della nostra vita?

Non siamo che pesantezza. Viviamo come gusci vuoti, fino a quando non abbiamo ritrovato tutto questo, quella parte dimenticata.

Siamo stati bravi, professionali, pieni di tecniche, adattivi, intelligenti, pieni di capacità, con cui abbiamo ottenuto meriti, onori, riconoscimenti, visibilità, soddisfazione. Il nostro Ego, con la E maiuscola, s’è riempito, è ingrassato opulentamente come il fegato d’oca, ingozzato con l’imbuto, giusto per il nostro piacere di mangiarselo. Ah, bello pieno e rigonfio, proprio come le vetrine che riempiono gli occhi, attraverso luci fittizie e ninnoli riempitivi

Il nostro Ego ciondola di nutrimenti artificiali, insensati e vuoti. Si mostra in tutto il suo sfarzo, nell’opulenza, nell’esteriorità più bieca e inutile. E’ fumo, proprio come il Gruffalò, grande e grosso, con un aspetto mostruoso, aculei violacei, artigli affilati, ma poi scappa via senza ritegno, senza peso né consistenza, senza dignità di sé stesso.

Di giorno l’Ego si mostra grande e grosso, forte, potente, ma la notte poi, quando tutto il nostro controllo, tutta la nostra razionalità vacilla, la notte quando ci sentiamo soli, ci giriamo nel letto, disperati, vuoti e senza via d’uscita, ci lambichiamo, ci torturiamo, ci sferriamo colpi di ogni tipo, ci ossessioniamo e cerchiamo di far tacere tutto questo angoscioso sentire, utilizzando disperatamente i nostri bravi mezzi tecnologici, le comunicazioni fasulle e alterate, attraverso un frigo che trabocca di cibo spazzatura, attraverso sesso sfrenato e chissà cos’altro. Girovaghiamo per le strade e locali, beviamo a più non posso, balliamo, parliamo, ci stordiamo con droghe, ci costringiamo al sonno con farmaci, addormentiamo la mente con video immagini e false promesse.

Noi non siamo niente, siamo metà, siamo assenti a noi stessi, siamo tristi, non sappiamo più ridere, non sappiamo stare insieme. Siamo soli. Noi, non sappiamo cosa farne di noi stessi.

Non soffriamo insieme agli altri, non ci arrabbiamo con gli altri, non godiamo con loro, non viviamo con loro. Siamo mancanti, assenti, privi, deprivati e risucchianti.

Esseri efficienti, macchine di produzione e niente altro. Siamo vuoti, incapaci di vero ascolto, di scambio, di attenzione, di amore.

Non ci stupiamo più di nulla, non ci sorprendiamo, non sentiamo nulla, non ci interessa realmente più nulla. Non ascoltiamo più niente e nessuno, facciamo finta di farlo, solo per poter parlare poi di noi, qualunque appiglio è buono per parlare di noi, per avere finalmente l’attenzione di cui necessitiamo voracemente. Ma non parliamo realmente neanche di noi, in effetti.  Non mostriamo il centro di noi, solo il nostro involucro.

Ma la soluzione è altrove, è nel fondo di quella cantina che ha visto sepolto il nostro bambino. Là giace l’allegria, la semplicità, la luce, l’ascolto, le idee strambe, le fantasie più astratte, le immagini sovrapposte, il dialogo, la tristezza, la tenerezza, la dolcezza, la lealtà, l’amore, l’incapacità e mille altre cose ancora.

Lo so che tanta gente si gira sulla sedia, che molti fantasmi si rivoltano nella tomba, ma è così cari miei. Non può essere che così. I nostri bambini hanno molto da insegnarci, anzi, loro hanno sempre ragione. Loro non parlano con la mente ma con l’istinto, con la spontaneità, la semplicità e la ricchezza. Non conoscono l’avarizia, siamo noi che gliela insegniamo, gliela imponiamo, stupidi stolti. Ignorano il calcolo e la ragione più bieca, impoverita della creatività della pancia.

Se allungate l’orecchio, sentirete una risatina gioiosa e complice, lì in fondo a voi stessi c’è un bambino che forse comincia a sentirsi visto. Comincia ad uscire fuori tutto impettito e spavaldo, l’aria un po’ sognante e vanagloriosa di chi finalmente ha conquistato una medaglia!

Non conosco vanità più piacevole e tenera. La pienezza di qualcosa di molto piccolo eppure così importante. Il sorriso per aver trovato uno spazio per sé.

Finalmente quella botola si è aperta e con essa s’è aperta la strada per una nuova vita insieme, noi due insieme la piccola e la grande, sapienti e forti più che mai, ma finalmente un po’ più allegri, sorridenti, spensierati.

Non a caso vorrei concludere con un’altra storia di J. Donaldson. Mi sembra giusto che lei, la Gruffalina abbia il suo tempo ed il suo linguaggio, lo spazio e le immagini giuste per il piacere ed il sorriso.

Ho scelto proprio la più leggera delle storie, quella scansonata e ricca al tempo stesso: La Strega Rossella.

Questa narrazione ci porta da una strega, Rossella appunto, non certo bella, ma neanche truce e spaventosa. Si presenta coi rossi capelli raccolti in una treccia, occhi vispi e sguardo aperto al mondo, vistoso bitorzolo sul naso adunco, nero mantello con spilla avita, vestiti dai colori vivaci ed una grande allegria.

Vediamo la Strega con la sua scopa volante, che quando lei vuole decolla all’istante, portando con sé il suo gatto ed il calderone annesso e connesso, per lei molto importante.

Se le giornate son tiepide e belle riesce a volare fino alle stelle.

Ma il vento là in alto è un po’ pazzerello, in quattro e quattr’otto s’è preso il cappello!

Cercano in giro Rossella e il suo gatto il cappello scomparso, ma …… niente di fatto!

Finché Rossella, fra funghi, arbusti e cespugli, si accorge che il suo cappello è finito in mezzo ai denti di un cagnetto, che lo sta riportando e glielo porge gentilmente. Il cappello per lei è prezioso, è bello e funge da ombrello.

Il cagnetto, su due zampe come un ometto, tutto orgoglioso e cortese le chiede:

Mi scusi vi ho visto volare, se poi ripartite, mi fa risalire?

Ma sì, salta su, ci stai anche tu!

E …… salagadula, con arte e magia i tre passeggeri se ne volano via!

E così, la Strega Rossella, il gatto, il cane ed il calderone volano via sulla scopa volante. Osservano il panorama e un vecchio castello in lontananza, fra scoiattoli e coniglietti che guardano incuriositi.

Ma il vento un po’ bislacco, prima s’è preso il cappello ed ora anche il fiocco.

Tra il grano, la strega col cane ed il gatto cerca il suo fiocco, ma ….. niente di fatto!

Ad un tratto, in mezzo a quel giallo frusciante e al rosso dei papaveri in fiore, il cane vede arrivare un uccello di verde piumato e annuncia a Rossella il ritrovamento del suo fiocco, che tutta felice lo accoglie.

Il verde pennuto le porge il fiocco, che lei lega ai rossi capelli.

Mi scusi, è una scopa da tre, oppure c’è un posto anche per me?

Ma sì, salta su, ci stai anche tu!

E …….. salagadula, con arte e magia, la strega e gli amici se ne volano via!

Inizia la pioggia e gran nuvoloni, lampi, tuoni, vento e contrarietà. I quattro continuano il viaggio fra pesci che saltano nel fiume, aironi bagnati, pecore acquattate sotto un salice e tutto annebbiato. La strega guida con prudenza e sapienza in mezzo a quel guazzabuglio, ma all’improvviso, in quella tormenta la bacchetta le sfugge di mano.

Allora, tutti quanti, l’uccello, il cane, la strega ed il gatto cercano in giro, ma niente, la bacchetta non si trova.

Tra canne e ninfee con grazia perfetta spunta una rana con la bacchetta. Cantando cra cra alla strega la rende, che tutta contenta se la riprende.

Vi ho visti arrivare, che bell’atterraggio! Non è che potete darmi un passaggio?

Ma sì, salta su, ci stai anche tu!

E …… salagadula, con arte e magia, la strega e gli amici se ne volano via!

Rossella, ancora adorna dei suoi accessori, il cappello, il fiocco, la bacchetta, il calderone, riparte abilmente con la sua scopa e con tutti i suoi amici, ma mentre la rana fa un balzo, LA SCOPA SI SPEZZA!

L’uccello e la rana, il cane ed il gatto cadono giù, mentre la nostra Rossella vola sul manico rotto, un po’ spaventata fra le nuvole scure.

Ad un certo punto si sente un ruggito strano e sinistro, la strega ha uno sguardo perplesso e ….

Sono un dragone e ho una gran fame, per cena mi pappo STREGA COL PANE!

Grida Rossella: “Aiuto! Aiuto!

Ma il drago affamato l’abbatte col fuoco. La povera strega stremata ed esausta aspetta la fine crudele ed infausta.

Il drago è vicino e ha già dichiarato: Mi sembra perfetta per uno stufato!

Ma ecco d’un tratto davanti al dragone si leva dal fango un orrendo bestione. Con viscide squame e zanne taglienti e piume verdastre e orribili denti! Il verso del mostro è un grugnito tremendo,

MIAOBAUCRACIOP!

E’ un suono orrendo!

E così il drago spalanca gli occhi, non può credere di avere davanti a sé un mostro così orribile e spaventoso. Sotto quel cielo scuro, in mezzo alla natura che dorme, con la preda da sbafarsi prima del riposo, ecco un essere di tal sorta che grugnisce in modo inconcepibile e gli dice a chiare lettere di essere anche lui affamato e la strega gli appartiene.

Il drago si arresta, non sa che dire o che fare e …..

Ehm, mostro, mi scusi, non posso restare: impegni importanti, perdoni la fretta …..

E zoooom, via nel cielo come una saetta!

La rana, l’uccello, il cane ed il gatto, scendono da quella piramide umana e si tolgono il fango di dosso, che crea l’effetto di viscido mostruoso. E Rossella, appena ripresasi dal grande spavento, incredula dell’abile stratagemma, ringrazia i suoi amici che l’hanno salvata dalla padella.

Così, la strega gioiosa fiduciosa riempie il calderone, chiedendo ai quattro animaletti di portare ciascuno una cosa, loro corrono a cercare i preziosi ingredienti e il cane tornerà con un bell’osso, l’uccello con un leggero rametto, il gatto con la pigna e la rana col fiore rosso.

E tutti sognano e immaginano mille tesori e le sorprese che sarebbero uscite da quella misteriosa magia.

Ma dal calderone …..

UNA SCOPA ESCE FUORI!

Con nido e poltrone

e acqua corrente

Si viaggia davvero

             Splendidamente!

E micigabula

             E bodidibù

Dài salta veloce,

             ci stai anche tu!

 

E sorprendentemente, la nostra cara Strega Rossella usa la sua magia, non per far uscire tesori immensi e vantaggi, ma per creare uno spazio comodo per tutti quanti.

Cerca di soddisfare tutte le necessità e rinsaldare la loro amicizia, per un viaggio che prosegue insieme. E con la luna piena, tutti insieme volano via, il gatto capofila sorseggia la sua bibita, il cane dietro di lui legge il suo libro, Rossella conduce comodamente seduta sulla sua poltrona, munita di calderone e di bacchetta magica, l’uccello se ne sta appollaiato sul suo nido sotto il lampione e la rana si gode la sua doccetta.

Che gran ganza, la Strastrega Rossella. Iuppi, vengo anche io!

Sabrinella saltella felice, di trovare in questo libro, parole per lei! E ha ragione, i bambini sono sempre fieri di trovare uno spazio per sé, a loro dimensione, creato per loro, lasciato per loro, un orecchio per loro, un po’ di attenzione rivolta solo e unicamente a loro, una parola di comprensione, una frase scherzosa e dolce. Loro amano giocare e ridere con noi!

Rossella è proprio una gran strega. Finalmente una strega benevola e generosa. Ci insegna la semplicità e l’abbondanza. Perché misurare lo spazio, perché riservarsi le parole, perché essere guardinghi?

Certo ci sono le disavventure, i problemi, i guai grossi, stava per essere divorata da un drago, che c’è di peggio? Eppure, nonostante questo si può far salire tante persone sulla nostra barca, c’è spazio per tutti, c’è un sorriso che si apre al mondo, si può procedere con allegria e serenità.

E quello che si dà torna indietro duplicato, i quattro amici diventano una forza e una salvezza, rispetto al drago che se la vuol mangiare!

Quattro piccoli animali, ciascuno da solo basterebbe giusto per sé, ma tutti insieme riescono a far spaventare un drago tremendo. L’unione è veramente una forza! Ma l’unione nasce dalla disponibilità, dall’apertura, dalla generosità, dalla capacità d’amare.

La gioia apre alla vita e alla relazione, la paura divide. Prima di tutto divide da noi stessi.

E’ la paura che ci ha fatto abbandonare la nostra piccina, relegarla tanti anni fa, costringerla in uno spazio angusto, che ci ha imposto di nasconderci e ci mostra un mondo buio, senza soluzioni, senza possibilità!

La paura è un drago, lì pronto a divorarci, a papparci per cena, a bruciarci, a ridurci in cenere. L’unione diventa veramente la nostra forza, l’unione è lo strumento che ci protegge dalla paura, che ci permette di tollerarla e superarla, ci difende da ogni possibile mostro. L’unione accresce e moltiplica le nostre minuscole possibilità.

La gioia rende la vita più semplice e leggera. Non cancella le avversità, ma ci permette di affrontarle più fiduciosi, quando queste si presentano.

Si può affrontare la vita per ciò che è. Non si deve necessariamente vivere sotto l’egida del dolore che arriverà, dell’imprevisto nascosto dietro l’angolo, del dispiacere che ci atterrerà, della delusione inevitabile.

Si può stare semplicemente e si può guardarsi col sorriso sulle labbra, si può volare via col falco e con la luna piena, felici di essere nati.

E allora micigadula, bodidibù, dài salta veloce, che ci stai anche tu!

 


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Psiche-Soma in libertà - in A spasso con la Paura
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commenti

hollister clearance 03/23/2012 08:29

great for me.thanks.will come again