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16 gennaio 2012 1 16 /01 /gennaio /2012 15:14

CAPITOLO VI

 

Filo verde

 

 

Se rivedo noi due insieme come allora, ci vedo d’estate, nel periodo caldo, nel periodo di più grande libertà.

Noi due a giocare con la terra, nell’orto a far finta di piantare ortaggi, ad annaffiare, scavare, riempire, raccogliere verdure. Che bello, che giornate calde, lunghe, rinfrescate dall’acqua del secchio la sera, illuminate dalle lucciole notturne, rallegrate dal rimpiattino del dopo cena mentre i grandi parlavano a capannello, riuniti tutti fuori. C’erano tante persone di tutte le età, parole, chiacchiere, era un mondo libero, pieno di gioco, risate, scoperte. Che bello veramente!

Non c’era la scuola con la sua tortura, con i doveri, i compiti, i continui rimproveri, i continui “non va bene”, che arrivavano da ogni dove. Uffffff.

D’estate no, eri libera da tutto questo. Eravamo libere tutte e due ed è per questo che eravamo felici, felici e libere di andare, volare come uccellini. E allora più che in ogni altro momento eravamo insieme, sì io non dovevo fare tutta quella fatica di farti rigare diritta, di farti studiare, fare e farti fare le cose che “dovevamo”.

E d’altra parte tu, non dovevi sempre sentirti incalzare da sera a mane, sentirti ordinare, indicare, disapprovare, rimproverare, spingere, svalutare. La vita non era così tanto programmata, in quei momenti.

L’estate, almeno per un po’ è stato un periodo veramente libero, veramente felice, insieme. Insieme, finalmente, leggiadramente  insieme io e te bambina. E a buon ragione, che divertimento! Noi due ne abbiamo combinate di tutti i colori.

Ci vedo ancora correre felici all’impazzata con quella biciclettina verde, che nostro padre ci vietava di prestare agli altri e che puntualmente tu, non riuscivi a fare. Lui non l’ha mai capito, del resto non te l’ha mai chiesto il perché. Continuava a dirti di non prestarla a nessuno con l’indice puntato che suonava come una minaccia, altrimenti si sarebbe rotta. Ma tu la prestavi ugualmente, non per fargli dispetto o per disubbidire, ma semplicemente e unicamente perché non riuscivi a dire di no, non riuscivi a vietare agli altri questa tua importante biciclettina. Tu piccola, non sentivi di aver diritto a dire di no. Ma lui non l’ha mai capito e ogni volta che tu la prestavi, sicura del fatto che non era nei dintorni e non poteva vederti, puntualmente venivi smentita, non si sa come e dove fosse, ma c’era e ti aveva visto. Tu non l’avevi visto, ma lui sì e la sera te ne rendevi conto!

Ma a cosa serviva? Qualunque la conseguenza, non cambiava le cose, tu continuavi a prestarla, ogni volta che te la chiedevano, vivevi un profondo conflitto, c’erano le parole di tuo padre che risuonavano tremendamente in te, c’era quel gran NO, ma era un no che tu non riuscivi a pronunciare e c’era quella richiesta che a te suonava come un imperativo, una pretesa ….. così a discapito di tutto e tutti, usciva fuori un SI.

Ma del resto a che serviva? Cosa ti portavano via? Tu volavi comunque, andavi, correvi, eri allegra e piena di energia. Tu non perdevi nulla di te, tu rimanevi ciò che eri. E lui ti dava un carico che non ti spettava e che tu piccola, non sapevi gestire.

Correvi a piedi, in bici e ogni tanto non si sa come finivi in terra, ti ritrovavi lì, con i ginocchi sbucciati e doloranti, andavi a casa, ti rimproveravano, ti medicavano, ti rimbrottavano e via verso nuove avventure.

Che dolci giornate, che tempo soave. Un tempo che pure non aveva confine, andava veloce come te su quella biciclettina verde, mia cara.

Ma ora che ci penso, anche la tua ciambella era verde. Forse dello stesso verde. Ma non è che eri pazza del verde, neanche lo odiavi, ma non lo amavi alla follia, eppure avevi così tante cose verdi. Chissà, perché.

Di fatto anche la ciambella, non so se fosse una tartaruga o cos’altro, era verde ed era la tua ancora di salvezza, era importantissima. E ogni volta che andavi al mare, continuavi a chiedere insistentemente a tua madre se aveva portato la tua ciambella. Chiedevi e richiedevi per tutto il tragitto, perché l’idea che non l’avessero portata ti angosciava tantissimo e le sue risposte, il suo sì, non riuscivano a rassicurarti. Chiedevi e chiedevi infinite volte, fino allo sfinimento, perché non ti davano la risposta corretta.

Il suo sì, diventava sempre più pesante e angosciato, perché quella domanda incompresa appesantiva e snervava. Non si voleva comprendere che quella era l’unica ancora di salvezza in un vasto mare, in un mondo che non sembrava fatto per te. Senza, non avresti potuto avvicinarti al mare, non potevi proprio, non riuscivi a scorrazzare nell’acqua libera, come facevi in terra.

Quel sì, non era una rassicurazione alle mille domande che ci stavano sotto. “Posso andare?” “Riuscirò” “Non sprofonderò?” “Ci siete?” “Mi sostenete?” “Mi salverete?” “Mi posso fidare?” ……………

Era un’affermazione solo rispetto all’azione di aver portato la ciambella e niente più. Niente più. E tu continuavi a formulare quella domanda, perché ad ogni sì, la tua angoscia non si placava, anzi forse i dubbi si accrescevano.

Ed in virtù del tuo legame con essa, al legame sviluppatosi, continuavano a dirti di stare attenta a come la usavi, a dove l’appoggiavi, dovevi trattarla con cura, fare tanta attenzione, tenerne di conto, altrimenti si sarebbe bucata e dopo non c’era più!

Che angosciosa possibilità. Per fortuna i bambini dimenticano velocemente, altrimenti ne saresti stata annientata. Saresti annegata alla sola idea di forare la tua ciambella e di non averla più! Saresti annegata per l’angoscia!

E forse è proprio per questo, per questo grande valore di vita, per il valore emotivo, di sollievo, di salvezza, che si è stabilito questo grande amore e legame con altre tre tartarughe.

Con una tartaruga di pezza, comprata all’estero durante una visita importante, ma evidentemente pesante. Una bella tartaruga grande, gialla e verde chiaro, era semplice, non aveva effetti speciali, materiali innovativi, suoni o cose particolari, ma a te non importava, non era quello di cui avevi bisogno. L’hai custodita per tanti tanti anni nella tua camera. Inconsapevolmente continuava a rappresentare una ciambella, un’ancora di salvezza anche quando ormai sapevi nuotare, si fa per dire.

Probabilmente in quel luogo straniero, avevi avuto bisogno di una ciambella che ti salvasse da un disagio sconosciuto ma pressante, che ti portasse via dal vomito e dalla morte, dal rifiuto di qualcosa di posticcio e falso, da legami complessi e faldoni di altre generazioni.

E ha continuato a salvarti tacitamente, per tanti anni ancora. Non faceva nulla, se ne stava lì vicino al tuo letto, ma tu provavi per lei un affetto incomprensibile, privo di fondamenta, apparente. Ti bastava che stesse lì. Non volevi che si spostasse o si toccasse, doveva stare esattamente lì, vicino al tuo letto, sul tappeto e successivamente su quella poltroncina gialla ocra, regalatati da una vicina, così tanto amorosa con te.

La seconda tartaruga che ricordo è una piccola tartaruga di acqua dolce, tanto desiderata, regalata da un caro zio. Questa era verde scuro ed era molto arzilla, per giunta si mangiava degli enormi pezzi di carne cruda, altro che mangime per tartarughe, aveva ragione quella roba era veramente puzzolente. Una volta si era attaccata persino al pelo di un tappeto rosso, ho sempre pensato che l’avesse scambiato per carne!

Era una gran forza Pucetta, era sopravvissuta veramente molti anni, fino a che un giorno durante la passeggiatina giornaliera fuori dall’acqua, era scappata via e non l’abbiamo mai ritrovata. Qualche giorno dopo i bimbi vicini, quelli a cui non dovevo dare la bicicletta, mostrarono magicamente di avere una tartaruga, ma io non avevo diritto a dire no e neanche a chiedere, tantomeno a pretendere.

E così è andata.

Non c’era una grande interazione anche con lei, era lì nella sua vaschetta, mangiava, dormiva, ad una certa ora la facevamo uscire a camminare per tutta casa, le piaceva molto era una gran camminatrice, la prendevo un po’ in mano ma niente di più!

Eppure era rassicurante averla lì, sapere che c’era, passavi e la vedevi.

C’era anche con lei un legame silente, ma importante e viscerale. Incomprensibile direi, ma fondamentale, vitale, tenace.

Quando se n’è andata non hai detto una parola, ma ha lasciato un vuoto che non riuscivi a comprendere, a descrivere e alla fine ne hai avuta un’altra e poi un’altra ancora, ma non è stato più uguale, la prima è quella che ha lasciato il segno. E poi Pucetta, la prima era veramente unica e speciale, nessun’altra tartaruga ha più avuto la sua vitalità.

La terza tartaruga, tenendo fuori dal conto la ciambella tartaruga, era un libro: Luca Tortuga. Era un libro regalatoti da tuo padre, uno dei pochi doni ricevuti in assoluto, non solo da lui ma dal mondo intero.

Non ricordi bene di cosa parlasse, ma il protagonista era una tartaruga-moschettiere, molto valorosa, con la spada sguainata si faceva giustizia. Aveva il guscio verde scuro e chiaro a scacchi alternati e poi un cappello con una piuma voluminosa. Non amavi molto leggere mia piccina, ma ti piaceva infinitamente guardare le figure e quel libro ti piaceva molto, veramente molto.

Era nuovo, ancora perfettamente nuovo dopo un po’ che ti era stato regalato. E non perché tu non lo sfogliassi, ma perché ti avevano insistentemente ripetuto di trattarlo bene, di non sciuparlo, che era costato denaro, che le cose si rispettano e via dicendo.

Insomma, dopo un bel po’ di volte visto e rivisto, Luca Tortuga era ancora come il primo giorno, bello, colorato, nuovo, la copertina perfetta. C’eri veramente affezionata e forse ora capisci il perché, ora io ne capisco il perché. Tu lo sapevi, ero io che non lo comprendevo. Lì c’era un’altra salvatrice, un’altra tartaruga con la spada che si faceva giustizia. Dei fogli in cui immergersi per non annegare, per non soccombere alle lunghe giornate invernali, alla noia e alla pesantezza, all’incomprensione e alla solitudine più totale.

Queste quattro tartarughe insomma, la ciambella tartaruga, la tartaruga di stoffa, la piccola tartaruga di acqua dolce, Luca Tortuga, rappresentavano l’ancora di salvezza rispetto al mare profondo, pieno di pericoli e di richieste incolmabili per te piccola, rispetto ad una selva pericolosa, violenta e denigrante, rispetto ad un mondo pieno di noia e di cecità. Erano ciambelle rassicuranti. Con loro, saresti stata al sicuro. Quieta, almeno per un po’, almeno in parte!

Erano importantissime per te e questo i grandi lo avevano ben capito, non capivano perché ma sapevano che non dovevano toccarle, dovevano rispettarle con reverenza e così era.

Proprio per questo, per la loro grande rilevanza nella tua vita hai deciso di regalarne una, Luca Tortuga, proprio perché così importante. Un regalo deve essere veramente un regalo, deve essere qualcosa che ha valore, significativo, altrimenti non ha senso, è uno scarto, un ripiego. Questo tu pensavi. Io non so da dove ti fosse venuta fuori questa convinzione, in fin dei conti eri piccola, ma ce l’avevi, era un giglio prezioso lasciato a sé stesso.

Ricordo che eri in terza elementare o giù di lì, c’era stato il terremoto in Friuli e la maestra chiese di portare oggetti di ogni tipo, anche usati, penne, fogli, quaderni, astucci, libri, qualunque cosa fosse possibile regalare ai bambini del terremoto. Pensasti e ripensasti, non avevi molti oggetti e dovendo immaginare qualcosa di importante per te, ti venne subito in mente quel libro, quello che in quel momento rappresentava una delle tue ancore di salvezza. Solo regalando un oggetto così significativo, tu sentivi di aver veramente donato qualcosa ad un altro bimbo come te, un bambino sfortunato, deprivato, depredato e triste.

Chiedesti il permesso, tua madre volle sapere se eri veramente convinta, ricordandoti che dopo non l’avresti più avuto. Non ci furono dubbi e l’hai mandato, l’hai deposto delicatamente in quello scatolone indirizzato ai tanti bambini del terremoto, allo scopo di allietare le loro giornate.

Hai salutato Luca Tortuga col pensiero. C’hai messo tutto il tuo amore e l’hai donato.

Ogni tanto c’hai ripensato, hai ripensato a quel libro, non ti sei mai pentita. Hai pensato spesso, hai immaginato, sognato, ti sei chiesta a chi sarà andata la tua tartaruga Luca, chi era quel bimbo o quella bimba. Certo, sarebbe un miracolo se un giorno tu incontrassi proprio quel bambino, sarebbe veramente un miracolo, sarebbe proprio bello. Che strano, conoscere, vedere quel bambino a cui è arrivata quella tua ancora di salvezza.

L’adulta di noi, negli anni ha anche ventilato l’ipotesi che per qualche motivo, quello scatolone ed il libro non sia mai arrivati, se ne sente tante, di imbrogli di ogni tipo, aiuti umanitari non pervenuti. Ma no, tu non c’hai mai voluto credere, non ci puoi credere, non puoi pensare che quel tuo sacrificio sia stato vano, che nessun bambino abbia potuto averlo. Sarebbe troppo!

Spero tanto, che questo tuo grande dono sia servito ad alleviare le giornate tristi di qualcuno, che lo abbia aiutato a traghettare in quell’infanzia difficile, in quel mare in tempesta. Solo questo spero per te, mia piccina.

Questa serie di ricordi mi aiutano a comprenderti meglio mia piccina, a recuperare e ad ammatassare un filo che sembrava assente, invece c’è, è significativo e lega gli eventi, dandogli un valore. Ora so perché, hai tanto amato le tartarughe! Ora vedo un filo verde, che lega tanti significati della tua infanzia.

E chissà chi ti ha salvato, chi o cosa ti ha fatto veramente volare!

Sono partita ricordando le scorrazzate e poi, accompagnata da un colore sono arrivata ben oltre. Quanti ricordi, quante immagini! Sembravano perse, dimenticate e ce ne sono molte altre.

Ma dopo tutto questo mostrare, dopo tutti questi patti e alleanze, dopo i buoni propositi, ci sono delle cose da ricordare, rimembrare lucidamente, esplicitamente, fotogrammi significanti da menzionare, pieni di colori di ogni sorta.

Oltremodo, urgono scuse importanti da fare.

Delle scuse, sì. Tu mia piccina, ne hai subite di cose, di provocazioni, di umiliazioni, dimenticanze, ferite, torti e chissà quant’altro. Hai subito e ti sei trovata troppo spesso schiacciata inesorabilmente.

Non solo dall’esterno, ma dall’interno. Da me, verso me. La parte che doveva rispettarti, proteggerti, sostenerti, amarti, non l’ha fatto! No, quella parte non l’ha fatto, non ti ha protetto al pari di quelli che intorno a te, dovevano amarti, difenderti, crescerti, insegnarti, appoggiarti, vederti, rivalutarti ………….

Tu cara mia piccola sei rimasta lì, da sola. Da sola contro tutti e tutto, contro il mondo, contro il re, la regina, il regno, le regole reali. Tu principessina, alla fine hai dovuto inesplicabilmente piegarti.

Continuavi a ricevere rimproveri e disapprovazione. Non c’era spazio per altro. Dovevi solo piegarti. Cambiare, cambiare esattamente come dicevano loro, fare esattamente ciò che ti dicevano di fare, dire esattamente le parole che dovevi dire, comportarti come prescriveva il codice familiare e sociale, mostrarti per come il mondo richiedeva. Recitare una parte decisa da altri, senza l’intervento di alcuna tua volontà.

Non c’era spazio per te! Non poteva essere accettato altro.

Tutto ciò che mostravi, non era adeguato, non era tollerato. Non poteva essere. Era inappropriato, non faceva parte di questo mondo! Che stai facendo? Ma che scemenze ti saltano in mente? Ne pensi una più del diavolo! Non ci dormi la notte, per studiarle!

E ti hanno insegnato loro, a stare al mondo! Loro del resto lo sanno, non tu che non sai nulla di come vanno le cose. Lo hanno fatto proprio bene. Il fine giustificava i mezzi. E che fine! Che alto fine, un impegno amorevole, pedagogicamente impegnato, d’infinito valore!

Ti hanno mentita, raggirata, direzionata, strattonata, spintonata, indotta, piegata, trasformata, illusa, svuotata. Un bel risultato! Hanno fatto un bel lavoro. Anzi, abbiamo fatto un bel lavoro! C’è proprio da esserne fieri.

Sì, nel momento in cui ho permesso che tutto ciò accadesse, io l’ho fatto con loro, sono stata loro complice, alle tue spalle, ho fatto il voltafaccia proprio con te, la persona più debole e indifesa. Ma non per questo, la più insignificante, non per questo quella da cambiare, non per questo la sbagliata! Eri solo la più indifesa, la più piccola, l’ultima arrivata.

Tu non eri sbagliata, tu non sei sbagliata, sei solo te stessa. Diversa, energica, allegra, giocosa, triste, umile, spavalda, narcisista, sognatrice, poeta, sentimentale, lagnosa, lacrimosa, dispettosa, invadente, appiccichettosa, mite, dolce:

una bambina! Una gran forza della natura! Una bambina!

E allora? Che c’era di male in tutto questo?

Proprio un bel niente, un bel niente. Ma in questo niente, abbiamo visto mille cose, mille ragioni per lavorarci su, per trasformarle, per negare una realtà indiscutibile e vera: te, con tutta la tua dolcezza e l’innocenza.

Mia piccola bambina! Povera vittima di tutto questo carneficio, di questa brutalità, di un livore insensato, di un’ostinazione e di una ruspa demolitrice, devastatrice. Povera, mia piccola cara bambina indifesa. Che scempio.

E allora, è arrivato il momento di chiederti umilmente e sentitamente scusa. Scusa per tutte quelle volte che ti ho lasciata da sola, scusa per averti deriso, per aver permesso che ti deridessero, per averti umiliata, ridicolizzata, svalutata, messa da parte, per non averti difesa e sostenuta di fronte al mondo. Scusa per averti dimenticata, per averti abbandonata in un angolo, per essermi vergognata di te, per averti umiliata profondamente nel tuo essere, per aver tradito quella fiducia che riponevi incondizionatamente in me.

Scusa, scusa, scusa. Ti chiedo umilmente scusa.

Ci sono tante cose di cui vorrei chiederti scusa, tante cose che ricordo, che vorrei farmi perdonare, che vorrei discutere con te, che vorrei narrarti ancora, con la luce della comprensione e dell’accettazione. Vorrei poter spalmare un balsamo magicamente invisibile e dolce su tutte quelle ferite, così profonde e inosservate. Così dimenticate e non viste, ma pesantemente doloranti e dolorose fino allo spasmo, alla compressione, all’implosione di te.

Scusa per tutte le cose fatte e per quelle non fatte, mia dolcezza. Scusa per il tempo che ti ho negato e rinnegato. Scusa per non averti sorretto, per non essere andata nel mondo con te.

Io, che sono la più razionale delle due, l’adulta, la forte, quella che aveva cognizione di causa dovevo proteggere te, quella fragile, emotiva, affettiva, la bambina! Non ho compreso allora. Oggi però comprendo e ti chiedo umilmente scusa. Spero anche di poter rimediare e di poter fare un pezzo di strada insieme!

Spero proprio che tu riesca ancora a volare alto. Spero proprio che possa restituirti le tue ali, mia cara.

Già, le tue ali ……..

Ricordo molto bene le tue ali di angelo, argentate e pelose. Ci tenevi tanto, le amavi più di te stessa. Ti avevano accompagnata a quelle recite di Natale, l’unico momento speciale dell’anno, era un breve momento ma tu eri veramente felice, eri libera di volare, di far volare via le note nell’aria, di essere.

Libera, libera, libera, libera di essere, volante e farfalleggiante.

Non c’era nessuno. Tanta gente intorno, ma per te non c’era nessuno. Non era dei plausi che t’importava. Quello era il tuo spazio, il tuo tempo, uno spazio di veramente libero movimento. Lassù potevi essere, sentire di essere. Certo con un copione, eppure eri lo stesso, in quel contesto era legittimo che ci fosse un copione e comunque nessuno t’imponeva rigidamente di osservarlo.

Lì, a cantare con quello scenario, fra palme, deserto, sassi e dune, sotto un cielo stellato, fra sogni e viaggi, volando lontano da lì, volando nel corpo, con il corpo, lì eri. Uno splendore, un incanto stregato, un dolce viaggio, un sogno d’inverno.

Quelle ali, erano state la prima cosa bella che avevi mai ricevuto! Da non credere, te le avevano regalate! Senza chiedere niente in cambio. Da non credere proprio! A te, proprio a te, anche a te!

Che meraviglia, con queste si può davvero volare, con queste ci si trasforma davvero in angeli. Qualcuno credeva davvero, che tu potessi essere un angelo! Qualcuno che credeva in te, che ti vedeva! C’erano ali per te, come per tutti i tuoi compagni e potevi portarle a casa.

Eri senza parole. La gratitudine ti esplodeva dentro, chissà se qualcuno l’ha vista, se è trapelata in qualche modo, non hai trovato neanche una parola, neanche un gesto, eri bloccata dall’incredulità e dalla gioia.

Certo che quelle ali, erano veramente importanti per te! Un tesoro, la cosa più preziosa che avevi mai conosciuto, il volo!

Le avevi messe da parte e fuori dalla recita non osavi neanche toccarle, per il timore si sciupassero, le guardavi da lontano, sapevi che erano lì, in un posto sicuro nella tua casa e nel tuo cuore.

Avevi chiesto, implorato, pianto, pur che non venissero buttate via. L’hai chiesto e implorato più volte e per un po’ ha funzionato, ma alla fine l’hai chiesto ma non c’è stato rispetto.

Per un po’ sei riuscita a tenerle per te e poi un giorno, le hai cercate e non c’erano più! Erano state buttate! A discapito della tua ripetuta richiesta, a dispetto di tutto quello che rappresentavano per te! Buttate via!

Tu non ci potevi credere. Ma non è uscita neanche una parola, non una domanda, non un’espressione, non un insulto, non una protesta, non una lacrima. Nulla. Attonitamente desolata e annientata in ogni volontà, in ogni diritto d’esistenza.

Il tuo mondo è stato schiacciato inesorabilmente in un attimo, ignorato e buttato via con quelle ali. Non hai più potuto volare, non più per molti, molti anni! Sei rimasta a terra, schiacciata come un verme, l’ultimo essere schifosamente insignificante di questa terra.

Tu, dopo il silenzio incredulo hai mostrato un flebile lamento ed infinita tristezza, una desolazione indefinibile. Ma a che è servito? Nessuno ti ha difeso e ha lottato per te, con te! A che servivano? Le recite non c’erano più e allora? Perché tenerle? Erano inutili e ingombranti. S’impolveravano e basta. Ma poi, quante storie, cosa dovevi farci?

Schiacciata a terra come un verme, schiacciata e sotterrata, infossata senza remore. Non potevi certo volare più!

Ma, tu non ti sei mai arresa, neanche dentro l’antro più buio e disperato. Non so perché non ti sei arresa, non so da dove hai trovato la forza, non so dove hai trovato la fiducia per credere in te! Davvero non lo so, non riesco neanche ad immaginarlo.

Alla fine dopo tanti anni e tanti sforzi hai ripreso a volare, a sognare, a sollevarti timidamente da terra. Ti è costato tanto, hai penato, hai dolorato, hai pianto e poi pianto e pianto tutto il veleno e il sangue possibile, il dolore più pesante e nascosto di te. Ed ecco che i sogni sono tornati, ti sei alzata ancora da terra e hai sentito una leggerezza e un sollievo mai vissuti prima. Aprivi le braccia al mondo e questo veniva da te, senza rischi, pericoli o pesantezze. Le braccia si erano trasformate in arti pennuti, erano tornate ad essere nuovamente ali.

E proprio dopo che tu, hai ripreso a volare, le ali da fata sono tornate, ali da angioletto colorate, brillantinose, impalpabili, leggere, trasparenti, magiche. Tue e solo tue!

Eccole! Custodite gelosamente e segretamente, questa volta non scapperanno più, questa volta nessuno potrà mai portarle via, io farò in modo che questo non accada in alcun modo, che tu lo creda o no, mio angioletto! Questa volta veglierò su te e su quelle ali mia piccina, stanne certa.

Che dire poi di quella volta in cui sei stata messa in punizione, per aver trasgredito un divieto che non avevi capito, che si erano ben guardati da spiegarti! L’hai trasgredito perché non lo capivi e ti vietava qualcosa d’importante per te!

E proprio mentre eri in punizione, il tuo cucciolo se n’è andato, quando se lo sono venuti a prendere, perché è stato regalato senza chiederti il permesso, hai chiesto di poterlo salutare, ma ti è stato duramente negato, senza neanche una spiegazione.

Era bianca a macchie marroni, dolce e affettuosa, tirava sempre giù i pantaloni di tuo fratello. Arrivata in una cesta, inaspettata, aveva allietato tutti con infinita allegria. Al rientro in casa, salutava tutti con grande gioia, era lì ad attendervi. Lei era veramente contenta di ritrovarti, voleva giocare senza fine, non si stancava mai, non aveva altre cose da fare, non chiedeva di stare zitti, buoni, di non combinare guai, di studiare, di ….. mille altre cose ancora.

Lei era se stessa, punto e basta, senza troppi fronzoli o mediazioni. In fin dei conti non chiedeva molto, era piccola anche lei, era affettuosa, era dolce. Un’altra bambina.

Era il tuo cucciolo, il primo della tua vita e solo per far piacere ad un bimbo sfortunato, ti è stato portato via, senza rispetto, senza considerazione, senza consultazione! Con ingiustizia ingiustificabile!

Quel bambino stava peggio di te e siccome nel vedere la tua cucciola aveva detto semplicemente “bellina”, allora si doveva fare così. Ma lui non aveva detto niente, forse non gli è stato neanche chiesto se la voleva o meno, gli è stata regalata e basta, quasi per alleggerirsi del senso di colpa di avere dei figli sani, per gestire qualcosa che non si sapeva gestire in altro modo, per acquietare un sentire intollerabile.

E’ vero che lui era stato veramente sfortunato, ma quest’altra ingiustizia non gli avrebbe restituito la vita persa, nè le gambe per correre. E sicuramente, non si ripara ad una ingiustizia con un’altra ingiustizia!

Ma, dovendoti anche tu sentire in colpa perché eri sana, non hai potuto dir nulla. Eri confusa, smarrita e addolorata, sì eri sana, ma non ti andava di regalare la tua cagnolina. Prima te l’hanno regalata, allietandoti la vita, poi con la stessa improvvisorietà te l’hanno portata via. Come un fulmine a ciel sereno, è entrata ed è uscita dalla tua vita. Molto velocemente, troppo velocemente e nel mezzo c’eri tu.

E’ stato breve, molto breve, ma nel frattempo è nato un amore, un legame. Una gioia che si rinnovava, si alimentava. Ma a quanto pare, chi è fortunato di avere tutto a posto, non deve chiedere altro, non ha diritto di prelazione, deve solo stare zitto.

Hai accettato quel verdetto, quel furto, senza dire alcunché, senza muovere una foglia. Più che accettato, si può dire che hai ingoiato, hai buttato giù un boccone arciamaro, hai sottaciuto quella condanna, colluso con quel furto.

Le parole te le avevano già portate via, molto tempo prima. Non so, dove si fossero fermate, dove si incagliavano, se nella bocca, nella gola o ancora prima. Sì, credo proprio che non c’arrivavano proprio alla gola. Non c’arrivavano più. Si bloccavano molto prima, forse proprio sul punto di essere pensate, messe insieme. Quando le lettere cominciano a staccarsi dal mucchio, per formare una parola e poi ancora un’altra, un’altra e poi la frase. Tutto questo non avveniva neanche. Guardavi le lettere un po’ in attesa e sospesa, ma queste rimanevano lì, nel mucchio, senza staccarsi minimamente e allora silenzio!

Forse l’unica parola che riusciva timidamente a crearsi, a staccarsi da quel mucchio era “Perché?” Perché, perché, perché, perché!!!!

Una parola che girava in testa all’infinito, ma rimaneva lì, senza posa, senza misura, mai uscita di lì. O forse sì, qualche volta è anche uscita, ma senza nessuna differenza.

Perché no! La risposta più esplicativa che ti veniva fornita. Perché no!

Per cui, ha preferito rimanere lì a girare invano nella tua testa come su una giostra che non si ferma mai.

Non c’era spazio per le tue parole, non c’erano i tuoi diritti, tu non esistevi. Nessuno ti ha chiesto il permesso di darla via, nessuno ti ha dato il permesso, l’opportunità, ti ha riconosciuto il diritto di salutarla.

Niente ti apparteneva davvero, non avevi diritti su niente e su nessuno. Tu non avevi diritti. Eri un niente!

La cosa più assurda, il dolore più lancinante e incredulo è stato successivo, quando hai saputo che quel tuo cucciolo dopo poco era stato abbandonato, lasciato per strada, per un motivo banale! Probabilmente avevano trovato una scusa per liberarsene, del resto non l’avevano mica chiesta loro!

Ma ci crederete?

C’hai dovuto rinunciare, per farlo poi abbandonare. Il bambino sfortunato, era veramente sfortunato, non per l’incidente che gli aveva tranciato le gambe, ma per il grave incaglio capitatogli alla nascita, per essere capitato in una famiglia di mostri!

E non so chi dei due è il più brutalmente sfortunato! Se la sana o il malato! Chi sarà stato il più disgraziato? Mma …… chissà!

Poi c’è stato l’episodio della tromba! Che smacco terribile! Che schifo! Da non credersi. E’ anche difficile raccontarlo.

E’ successo tutto nell’ambiguità, nell’indefinitezza, nel far passare con cura ciò che si vuole …….

E di fatto, non l’hai neanche capito subito. Hai accettato, credendo fosse la cosa migliore, un affare, la soluzione più adatta a tutti, a te per primo.

In quel momento eri altrove, lontano, eri fuggito più lontano possibile, eri fisicamente distante e la tua attenzione era rivolta altrove, non potevi minimamente immaginare come sarebbero andate le cose. Non sapevi che un giorno sarebbe affiorata la frase risentita e ribelle, velenosamente sputata quasi inavvertitamente “Mi hanno venduto la tromba! Mia madre, mi ha venduto la tromba!”

Forse, a quella richiesta avevi risposto vagamente “Va bene”, avevi acconsentito debolmente e inconsapevolmente. Avevi acconsentito, proprio per il senso colpa, sì eri in colpa di essere voluto andare via lontano, di non aver più tollerato di stare lì, di averli abbandonati. E allora, a discapito di quello che volevi veramente, di quello che sentivi, hai ceduto senza sforzo, senza rimostranze, hai accettato questo e mille patti ancora.

L’avevi comprata quasi per gioco, avevi sentito quella frase “io vendo la tromba, se sapete qualcuno che la vuol acquistare …..” “Io. La prendo io!”

Hai stupito tutti, ma proprio tutti, forse anche te stesso. Era qualcosa che forse ti girava in testa da un po’, ma non aveva ancora trovato una sua collocazione e ora che si presentava l’occasione, non te lo sei fatto dire due volte, con tutto l’entusiasmo e l’improvvisatorietà tipica dei bambini, avevi visto materializzarsi questa idea, questo sogno etereo e l’avevi colta al volo.

“Io, io, la voglio io la tromba.”

Che stupore, che apertura, che gioia, un mondo davanti a te! Il tuo mondo!

C’avevi messo un gran impegno, andavi a lezione, facevi i tuoi esercizi, con costanza e sforzo, giorno dopo giorno e poi ancora a lezione, ad impegnarsi, studiare. Ti sembrava che forse anche tu, avresti potuto arrivare ad una meta, avere il tuo strumento da suonare, far uscire la tua musica, le note del tuo mondo.

Avevi anche comprato la pelle di daino per pulirla meglio, con dolcezza e rispetto, ti prendevi amorevolmente cura di lei! Che grassa soddisfazione! Eri proprio bravo, mio piccino, piccolo pulcino.

Ma nessuno lo capiva in torno a te. Anzi, continuavano a canzonarti e maltrattarti, eri solo un disturbo, con quei suoni inutili e sgraziati. Rumore, rumore, rumore, solo rumore che infastidisce. Non ne possiamo più! Smettila di tormentarci, per amor del cielo!

Imperterrito, continuavi senza darti per vinto, senza farti abbattere, senza permettere a niente e a nessuno di farti smorzare nell’impegno e nel desiderio, in apparenza almeno …….

In realtà, un terreno che continua a ricevere inondazioni, apparentemente tiene, poi quando meno te lo aspetti sprofonda giù, lasciando un vuoto mai pensato, che ti porta via senza che neanche sai cosa sia realmente capitato. Hai pensato, che ci fosse stato un grande evento, una calamità, ma no, era soltanto il frutto di quella goccia, che cadeva da anni, che batteva sempre lì, goccia dopo goccia, giorno dopo giorno, con costanza, allo sfinimento, all’erosione, al cedimento definitivo. Una goccia che si alimentava e si appesantiva attraverso il senso di colpa, il non diritto di scelta, la non autonomia, il bisogno, il senso di inadeguatezza e di non appartenenza.

Anche se il terreno si inzuppava, tu hai tenuto, hai tenuto e tenuto finché sei stato lì. Quando poi la vita ti ha portato altrove, lontano da lì, la tromba è rimasta in mani nemiche, incustodita e indifesa. Non l’hanno certo lustrata, né guardata di buon occhio, ma l’hanno vista come un buon affare, un’opportunità di guadagno e di bravura, di mercanteggiamento.

Mentre eri via, un giorno ti è stato chiesto se volevi venderla, c’era giusto una persona interessata ad acquistarla, era proprio un vero affare, non poteva essercene di meglio! Che ne dici? Si fa? E’ una buona cosa no?

Tu, nella lontananza da quel luogo, dalla tua tromba e da te stesso, con voce leggera, priva di peso e di pensiero hai detto “Si!”.

Hai dato l’assenso. Hai detto Sì! Non ci si può credere, eppure hai pensato che fosse la soluzione migliore per tutti, te compreso.

Ma chi ci crede?

Tu lo pensavi. Chissà perché lo pensavi! Tu non pensavi, ecco perché!

Tu, non avevi il diritto di pensare, perché tanto c’era chi pensava per te, meglio di te, dovevi solo appoggiarti, affidarti, lasciar pensare gli altri e lasciar fare, ubbidire ed eseguire quanto ti avevano ordinato. Come un perfetto soldatino dovevi eseguire gli ordini e niente più. E del resto era quello che eri andavo a fare tanto lontano, avevi cambiato il luogo ma non la funzione.

Ma tu non lo sapevi, non sapevi tutto questo. Avvertivi solo il peso, che alla lunga si caricava sulle tue spalle, avvertivi solo una distanza che annusava di libertà. Libertà! Libertà, che tu non avevi diritto di avere. Non ti sbagliare, non confondere mio piccolo topolino!

Che bella parola, Libertà! Stavi lontano, ma non eri libero di scegliere, non eri libero di tenerti le tue cose, il tuo mondo interno non cantava note udibili, non potevi veramente urlare niente. La possibilità di fare come desideravi era solo apparente e si ritorceva contro di te!

Te la sei presa molto tempo dopo, la libertà. Hai cominciato ad intravederla quando hai sentito quel sottile astio pungente che ti solleticava, ti tormentava e saltava sadicamente fuori nel pronunciare “Mi hanno venduto la tromba”.

Non sapevi neanche tu perché uscissero quelle parole, che cosa volessero dire, ma qualche nota risuonava in un eco lontano, nell’ignoto di un passato nebuloso.

Erano le note della libertà e del diritto. Note che ti ricordavano che c’era musica dentro di te, che stava cominciando ad emergere timidamente, che hanno stroncato sul nascere.

Tanto tu non saresti mai stato un fiore alto, bello e giallo come il sole! Tanto vale, che smettessi subito, che ti risparmiassi la fatica! Te lo dicevano solo per il tuo bene! Guarda, è veramente meglio così, ci puoi credere.

Ma ….. forse in realtà, loro non si sentivano dei gran bravi guardiani dei fiori e allora, preferivano farti essere un semplice fiore qualunque, almeno avrebbero saputo gestirti, eri alla loro portata! Così facevi parte del loro orto, ciò che conoscevano meglio e più facilmente.

Quella tromba l’avevi pagata da solo, l’avevi voluta, saltellando dall’entusiasmo, la curavi come un gioiello, non avevi chiesto niente a nessuno, ma a qualcuno dava noia lo stesso. Te l’hanno dovuta vendere, hanno dovuto cercare l’affare e la convenienza anche lì. Come se nient’altro esistesse, come se contasse solo il denaro!

Denaro e soddisfazione personale. Sì, perché ancora una volta tua madre, aveva dimostrato che era stata un’abile affarista, una vera commerciante. Ah, se solo ne avesse avuto l’opportunità, ah se solo le avessero permesso di fare, se non le avessero tolto le possibilità ai suoi tempi, chissà cosa avrebbe potuto fare! Tutti sogni infranti tristemente!

E in ogni angolo c’era un affare, un’opportunità di dimostrare cosa il mondo avesse perso, cosa lei aveva perso, cosa le avevano tolto. Anche a discapito degli altri, compreso dei propri figli, in fondo lo scopo giustifica i mezzi.

Quando c’è una ferita, deve essere lenita in tutti i modi, costi quel che costi!

E tu, caro piccolo bambino sei rimasto lì, a leccare le sue ferite. Ma le tue, chi l’ha leccate? Chi mai le leccherà? Chi mai si accorgerà che tu stai crollando, che quel terreno così impregnato di gocce, di lacrime dopo lacrime mai piante, un giorno cederà?

Neanche tu lo sapevi, ma avevi capito molto presto che non c’era spazio per te, per la tua libertà, per la tua personale melodia. Potevi solo fuggire. E del resto avevi iniziato ad andartene già a tre mesi.

Fuggire, per ricominciare e poi ricominciare e ricominciare. Ripartire con un altro amore, con un’altra amicizia, con un’altra famiglia, con un altro lavoro. Fuggire e ricominciare, fuggire e ricominciare, senza neanche capire perché, pensando semplicemente di essere scostante, di non saper mantenere un impegno, di non saperselo gustare, di non saper stare fermo.

Ti sei preso delle belle colpe anche lì!

Ma è realmente così? Eri veramente incapace di intelletto, di solidità, di affidabilità e costanza? Eri veramente pieno di una passione che si appassisce voracemente, come un fiore sotto il sole? O forse erano solo mille modi per ribellarti, per rinnovare ogni volta la ricerca di te stesso? O forse era solo l’inaccettabilità di quel destino ingrato, di quel copione propinato subdolamente?

E … poi un giorno, quando meno te lo aspettavi, quando quel bambino non se lo ricordava quasi più, è tornata, quella tromba è tornata da te, a ridarti quel diritto che mai più nessuno potrà sottrarti, né con la forza, né con la lusinga.

So, che tu piccolo bambino saltellante te la tieni stretta sta volta e non la lascerai più andar via, costi quel che costi! Finalmente è nuovamente fra le tue braccia e la musica si scatena in te, senza chiedere il permesso a nessuno, senza scusarti con niente e nessuno.

Non c’è colpa alcuna!

C’è un mondo che ti aspetta a braccia aperte, c’è un cielo che solcherai ancora ma anche una terra in cui stare e radicarsi saldamente.

Penso che di scuse ce ne siano tante da fare. Penso che di bambini con cui scusarsi ce ne siano altrettanti ………

Torti a dismisura e atti privi di senso, ne è pieno il mondo! Ciascuno di voi ne sa qualcosa!

 


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